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L’orologio subacqueo, fra storia e tecnica

Per potersi affermare nell’uso quotidiano, l’orologio subacqueo ha dovuto affrontare una serie di problemi. Di mentalità, prima ancora che di materiali e prestazioni. Ecco perché è un’invenzione relativamente recente

Quando si tratta di scegliere un orologio subacqueo, di solito la prima scelta viene fatta fra gli “specialisti”. Ossia quei marchi tradizionalmente impegnati nella produzione di modelli sportivi, sicuramente robusti e a grande tenuta stagna. Tradizione? Sì, ma relativamente breve: a ben vedere TAG Heuer nasce nel 1860 come produttore di cronografi; sempre ai cronografi buttava l’occhio Breitling, nata nel 1884, e per vedere un Rolex sarà addirittura necessario aspettare il 1920. E le marche più blasonate? Erano scarsamente interessate all’orologeria sportiva “popolare” e sottolineavano questa loro impostazione realizzando sempre casse d’oro nelle quali alloggiare i propri, preziosi movimenti. Con poche eccezioni, che oggi in asta sono contese a prezzi talvolta folli.

Del resto a parte i cronografi, nati essenzialmente per misurare le corse di cavalli, non è che la vita di quei tempi fosse gran che votata allo sport. In particolare, erano pochissime le persone che amavano fare il bagno al mare e ancor meno quelle che al mare avevano bisogno di un orologio subacqueo. Oltretutto l’abbronzatura “faceva campagnolo” e quindi era considerata un marchio di povertà… Senza considerare che l’orologio da polso, l’unico che potesse essere indossato in ogni attività, era considerato un’eccentricità scarsamente virile. Si dovrà aspettare la metà degli anni Trenta del secolo scorso per vedere il sorpasso del “polso” sul “tasca”.

E c’erano poi una serie di problemi. Una cassa di materiale ferroso si magnetizza con preoccupante intensità, creando problemi di precisione; e si arrugginisce velocemente, a contatto con la salsedine e con l’acqua salata. Non a caso per molto tempo alle casse in acciaio si preferirono quelle placcate di pericoloso cromo, oggi proibite. Perché anche l’acciaio inossidabile è invenzione recente: brevettato nel 1872,  entrò in commercio però molto più tardi, tanto che solo nel 1915 il “New York Times” scrisse un articolo su questa preziosa novità tecnologica. Che poi era ancora tutta da inventare.

Per avere un tipo di acciaio davvero inossidabile a quasi tutto e per giunta amagnetico bisognerà aspettare gli acciai austenitici. Come quello che si vede in cima al Chrysler Building di New York, per intenderci: ma parliamo del 1929. Oggi quasi tutti usano l’acciaio classificato dall’AISI (American Iron and Steel Institute) come 316L, considerato il miglior compromesso fra qualità necessarie e prezzo accettabile anche relativamente ai costi di lavorazione.

Per non parlare poi delle guarnizioni, che sono state il peggior ostacolo per la realizzazione di orologi a tenuta stagna vera, durevole e sicura. Dopo innumerevoli tentativi con i materiali più fantasiosi, anche questo problema venne risolto solo negli anni Venti del Novecento. Quando Rolex inventò la cassa Oyster (non a caso significa “ostrica”), con lunetta, fondello e corona di carica serrati a vite con apposite guarnizioni. Anche se il salto di qualità si fece ancora più tardi, con l’O-ring. Brevettato nel 1896, si diffuse però a partire dagli anni Cinquanta, dopo lo strategico utilizzo da parte del Governo statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale.

Insomma, si fa presto a dire “orologio subacqueo”. Ma in realtà si tratta del risultato di un lungo processo di evoluzione, che ha richiesto tempo, ricerca e competenze. Pensiamoci, quando andiamo a sceglierne uno…

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