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Stefano Sollima, behind the camera

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Il regista romano è stato premiato a Taormina con l’Hamilton Behind the Camera Award – Nastri d’Argento 2019. E ha raccontato la sua esperienza, tra Italia e Hollywood

Se il Taormina Film Fest è l’entreé, il Behind the Camera – Nastri d’Argento si può considerare come un sontuoso apéritif. Un antipasto coi fiocchi, insomma. Perché nella medesima location della kermesse cinematografica, il Teatro Antico di Taormina, ogni anno chiama a raccolta attori e registi nostrani, premiati dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani. Un appuntamento di cartello, da sette anni supportato da Hamilton. Che, a ben vedere, in virtù dei suoi trascorsi hollywoodiani, può vantare un signor curriculum tanto in campo orologiero quanto in quello cinematografico.

Non è un caso allora che il brand, oggi di Swatch Group, importi in loco una tradizione a stelle e strisce. Un riconoscimento, per l’occasione ribattezzato appunto Hamilton Behind the Camera Award – Nastri d’Argento. Premio finito negli anni nelle bacheche personali di personaggi come Alessandro Gassmann, Luca Zingaretti, Gabriele Mainetti. E quest’anno del regista romano Stefano Sollima, firma di produzioni come “Soldado” e “Suburra”, nonché di serie tv di successo quali “Romanzo criminale” e “Gomorra”. Lo abbiamo incontrato sulla terrazza del Belmond Grand Hotel Timeo, per quattro chiacchiere “behind the camera”.

“Soldado” è stata la sua prima produzione americana. Come è stato l’approccio con il cinema del Nuovo Mondo?
Una delle cose che mi ha guidato tra i vari progetti è stata proprio quella di individuarne uno che non mi facesse perdere la specificità, l’approccio. E in America cercano proprio questo. Mantenerla integra però è stato molto difficile. Perché loro non sono abituati ad avere un regista autore, che impone a tutti una propria visione specifica. Negli Studios normalmente è attorno agli attori che monti un film, non attorno a un regista. L’opposto che da noi. Semplicemente i produttori cercano i registi perché sanno che sono il modo per attrarre gli attori. Ed è chiaro che cercano di portare dei registi che siano attraenti e considerati cool dagli stessi attori.

Primo giorno sul set di “Soldado”…
Passavo metà del tempo a fare il regista, a dirigere gli attori. L’altra metà al monitor, dove guardavo e mi dicevo: “Benicio del Toro, sto dirigendo Benicio del Toro!”. Poi tornavo in scena, tutto professionale. Sì, insomma, bello, divertente. Io sono cresciuto nel cinema, lo amo, e quindi farlo a quel livello è una bella esperienza.

Tempi diversi in America?
No, uguali. Diciamo che lì la vera differenza è che tutto è una vera macchina da guerra. Ci sono il doppio o il triplo delle persone che lavorano a ogni film. Quindi più o meno diciamo che lavori negli stessi tempi, ma vai forse un po’ più veloce.

Quanto conta il tempo quando sei sul set?
Sul set il tempo ha un prezzo, è per questo che vanno tutti di corsa. Oggi il tempo è denaro, anche ad Hollywood, ed è per questo che si cerca di andare sempre molto velocemente. Ci sono reparti che sono ossessionati dall’orario. In primis la produzione.

Quindi, giornata tipo?
Un delirio. Perché loro, a livello di orario di lavoro, girano 12 ore. Quindi tu che sei il primo ad arrivare e l’ultimo ad andartene, ne fai minimo 14. Arrivi e come prima cosa rifai un punto con i capi reparto, con il direttore della fotografia, spieghi dove mettere la macchia da presa. Imposti la scena, e poi arrivano gli attori. Con i quali la provi, e cambi tutto quello che hai detto prima… Poi si inizia a lavorare.

Fai cinema, fai serie tv. Quale il rapporto tra loro?
Non c’è rivalità fra i due: sono due mezzi quasi complementari, anche a livello di linguaggio. Se ci si pensa, la televisione ha iniziato a sperimentare da un punto di vista linguistico molto di più del cinema. Il cinema si sta quasi barricando dietro all’idea del franchise. E con i new media si ribalterà tutto di nuovo. Forse in tv oggi è richiesto di osare di più. Nel linguaggio, nel casting, nelle forme narrative.

Progetti in essere?
Ci sono un po’ di cose. Adesso stiamo montando “ZeroZeroZero” (basato su un romanzo inchiesta di Roberto Saviano n.d.r.), ultimando la post produzione, una mini serie di otto episodi che uscirà in gennaio/marzo. Un progetto italiano diventato internazionale. Come “Colt”, che invece stiamo scrivendo: è un film western come lo gireresti oggi e sarà ambientato in Canada. Di “Call of Duty” invece abbiamo appena consegnato la sceneggiatura.

Tratti spesso tematiche criminali.
Un genere che mi piace. Penso che sia un’occasione per unire due cose che trovo interessanti nella nostra industria. Intrattenimento e riflessione sociale. È come fare un cinema che parli un po’ di noi. E questo è un genere che ti consente di muoverti agevolmente.

Però c’è chi ti dice che parlando solo di crimini non dai una bella immagine del paese…
Non è proibendo alle persone di parlare di un fenomeno che lo si limita.

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