Approfondimenti

Chopard Alpine Eagle, lusso consapevole

{"autoplay":"false","autoplay_speed":"3000","speed":"300","arrows":"true","dots":"true","loop":"true","nav_slide_column":5}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

Il nuovo che avanza, la storia che ritorna. A quarant’anni di distanza dal St. Moritz, ecco l’Alpine Eagle. Una collezione inedita, trait-d’union fra diverse generazioni. E con una marcata sensibilità ambientale

Entrare nel segmento degli orologi sportivi, quelli di fascia medio-alta, è una decisione da prendere con estrema cautela, dopo averci dormito sopra ben più di una notte. Perché per non uscirne con le ossa rotte – è il territorio di caccia dei “big five” dell’orologeria, quella che conta – serve presentarsi sul mercato con la giusta qualità, il giusto design e l’imprescindibile pedigree tecnico. Ben consapevoli che, a volte, al cospetto di cotante realtà di gran nome, tutto questo potrebbe anche non essere sufficiente. Ma, in fondo, l’orologeria svizzera è fatta di numeri talmente piccoli che un buon progetto riesce a emergere facilmente. E di buon progetto si può certo parlare riferendosi al nuovo Alpine Eagle, ultimo nato della maison Chopard.

Che strano nome per un orologio. Perché mai veramente in Chopard abbiano deciso di cambiarglielo forse non lo sapremo mai, ma tant’è. Sì, cambiarglielo, perché da queste parti in passato un alter ego dell’Alpine Eagle c’era già stato. Si chiamava St. Moritz, era il progetto di iniziazione di un allora novello Karl-Friedrich Scheufele, ed era nato per fornire un valido strumento del tempo per gli amanti della vita attiva. Lanciato alla fiera di Basilea nel 1980, ha vivacchiato per circa un ventennio con discreto successo per ritrovarsi pensionato dopo circa 15mila esemplari prodotti. Poi più nulla. È dalle sue virtuali ceneri che risorge così oggi l’Alpine Eagle, un modello fortemente voluto da Karl-Fritz Scheufele.

E chi è costui? Il figlio poco più che ventenne di Karl-Friedrich Scheufele, esponente di terza generazione della famiglia che nel 1963 acquisì Chopard nella persona di Karl Scheufele III, il nonno.  Come suo padre, a suo tempo, Karl-Fritz ha deciso di partire da un orologio di questo genere per muovere i primi passi in azienda. A lui insomma spetta il merito di aver insistito per la reinterpretazione del St. Moritz e, davanti ad un iniziale scetticismo, aver portato avanti in autonomia la realizzazione dei primi prototipi. Che poi tanto male non devono essere sembrati, se è vero che – dopo i correttivi di rito emersi da intense riunioni di famiglia (riguardo alle dimensioni, al layout e anche al nome) – la nuova collezione ha preso forma. E si appresta ora a giocare un ruolo discretamente importante.

Perché in Chopard, dove il termine industrializzazione ancora non è contemplato nel dizionario di casa, ne hanno stabilito una produzione di circa 5mila pezzi per questo 2019, da distribuire tra rivenditori e boutique nell’ultimo trimestre dell’anno. Non certo pochi, anzi tutt’altro, segno della fiducia riposta dalla maison nella collezione. Che presenta referenze in oro, in oro e acciaio, ma anche in acciaio. Con bracciale in acciaio. Specifica che potrà sembrare un’ovvietà, magari persino una banalità, ma che è necessario sottolineare, perché è proprio qui che il brand ha finito per ritrovarsi per anni con la coperta corta. Un gap importante colmato con un modello importante. In attesa di capire come sarà recepito dal mercato.

L’Alpine Eagle, che nasce indipendentemente dal diametro (da 36 o 41 mm) come esemplare unisex, è un orologio automatico. Già qui una bella differenza con il St. Moritz che, visti gli anni, si presentava necessariamente anche al quarzo. Un automatico di manifattura certificato Cosc, cosa non poi così scontata per il Calibro 09.01-C, ossia quello destinato alla versione da 36 mm, vista la maggiore difficoltà dei movimenti di piccolo diametro di attestarsi su standard di accuratezza in grado di rispondere alle esigenze dell’Ente ufficiale svizzero del controllo dei cronometri. Decisamente un punto a suo favore. Un altro, sarebbe meglio dire. Perché a ben guardare la qualità dell’Alpine Eagle è evidente sin dal primo sguardo.

Per maggiori dettagli, lasciamo parlare le immagini in apertura di questo servizio. Una nota di merito va però fatta al progetto ed anche ai materiali utilizzati, che confermano l’attenzione di Chopard per il contesto sociale ed ambientale. Dopo l’oro etico, il Fairmined, l’Alpine Eagle porta infatti al debutto il Lucent Steel A223. Un acciaio particolarmente luminoso perché fuso più volte, per eliminarne le impurità ed aumentane la resistenza. Che si attesta sui 223 Vikers (come indica il nome) contro i 150 di uno di tipo tradizionale. Un acciaio, ancora, riciclato al 70 per cento, con il 30 per cento rimanente estratto facendo attenzione all’ambiente e con tanto di tracciabilità. Perché l’impronta ecologica è oggi il primo pensiero alla base di tutti i progetti di Chopard.

Condividi l'articolo