Tra alta personalizzazione, Swiss Made e mestieri d’arte: intervista in esclusiva a Giulia Fontana, l’artista che trasforma gli orologi in tele d’autore
Tutti considerano il quadrante il volto di un orologio. Invece per Giulia Fontana è qualcosa di più: una tela su cui imprimere ricordi, emozioni e frammenti di vita. Artista dalla formazione internazionale, Giulia ha sviluppato un linguaggio espressivo in cui la micropittura è un mezzo per raccontare con particolare sensibilità storie, allegorie, memorie.
Un talento artistico attorno al quale suo padre, il Dottor Pio Eugenio Fontana – medico internista e geriatra, appassionato collezionista di orologi e di vicende umane – ha costruito un progetto originale nel panorama elvetico delle lancette: Fontana Orologi. Un microbrand sui generis, che crea (anche e soprattutto) pezzi unici e irripetibili. Definirli “personalizzati” è riduttivo: piuttosto, ogni esemplare è realizzato a partire dalla storia personale del committente.
Giulia, affetta da sindrome di Asperger, è il fulcro dell’impresa familiare di Lugano e lavora con dedizione su ogni esemplare. Non solo dipinge interamente a mano ciascun quadrante, ma prima ne studia il soggetto decorativo. Temi, colori, dettagli scaturiscono dall’incontro con la persona che indosserà l’orologio: sono pensati per raccontarne la personalità, gli eventi, la vita stessa – attraverso motivi cari, simboli, metafore.
Anche tutto il resto naturalmente è “customizzato“: la cassa può essere in acciaio, in bronzo o in metalli preziosi, coordinata al bracciale in metallo o sorretta dal cinturino artigianale in pelle (made in Italy), ma la scelta include anche la meccanica. Le opzioni di Fontana Orologi prevedono movimenti come il calibro Sellita SW200-1 Elaboré o l’Eta 2824-2 Top Grade, entrambi a carica automatica. Ma anche il DB9 a carica manuale: creato da Julien De Bortoli per la suo piccolo atelier Masters of Time di Bienne, è una versione aggiornata dell’Eta 6497 degli anni ’60, riprogettato e costruito con cura maniacale, materiali moderni e finiture di alto livello.
N.d.R. Giulia Fontana mi ha concesso un’intervista in esclusiva per Il Giornale degli Orologi. La nostra conversazione ha spaziato fra arte, artigianato, mestieri rari, ma abbiamo parlato anche del “su misura”” e del significato più profondo del tempo. Ecco cosa ci siamo dette.
L’origine di Fontana Orologi: la tela in miniatura
Quando hai capito che un quadrante poteva diventare lo spazio in cui raccontare la storia di una persona?
«Credo che tutto sia nato da una domanda molto semplice: perché un orologio dovrebbe limitarsi a misurare il tempo, quando può custodire ciò che al tempo dà significato?
Sono cresciuta tra la pittura e la passione di mio padre per l’orologeria meccanica. A poco a poco ho iniziato a guardare il quadrante non come una superficie tecnica, ma come una tela in miniatura, uno spazio intimo e prezioso sul quale far vivere una storia. Mi affascina l’idea che un’opera d’arte non sia appesa a una parete, ma accompagni una persona ogni giorno, seguendola nei momenti più importanti della vita».
Ogni esemplare di Fontana Orologi nasce dal dialogo con il committente. Come si sviluppa questo processo creativo?
«Per me tutto comincia dall’ascolto. Prima ancora di parlare di colori o di composizione, desidero conoscere la persona. Le chiedo di raccontarmi la sua storia, ciò che l’ha cambiata, ciò che desidera custodire per sempre. A volte sono ricordi felici, altre volte esperienze dolorose che hanno lasciato una traccia profonda. Durante quei colloqui non cerco subito le immagini: cerco prima le emozioni. Le immagini arrivano dopo, quasi spontaneamente.
Ogni elemento del quadrante diventa un simbolo: un albero, un frammento di cielo, una montagna, una linea d’orizzonte, un fiore, una crepa ricomposta con l’oro. Nulla viene scelto soltanto perché è bello: ogni dettaglio deve avere un significato. Quando il cliente osserva il progetto e mi dice: “Mi sono riconosciuto”, allora so che il lavoro è davvero iniziato».
Le sfide tecniche di Giulia, le influenze e l’Asperger
Dipingere su un quadrante richiede una precisione estrema. Cosa ti affascina di questo supporto così particolare? E quali sono le principali sfide tecniche della micropittura?
«La micropittura è un esercizio continuo di pazienza e concentrazione. Lavoro su pochi centimetri di superficie, senza utilizzare microscopio né lente d’ingrandimento. Ogni pennellata è definitiva e richiede un controllo assoluto del gesto. È un dialogo costante con la materia.
Ma proprio questa complessità è ciò che mi affascina. In uno spazio così piccolo è possibile evocare un paesaggio, una stagione della vita, un’emozione. È sorprendente quanto un quadrante possa contenere senza mai apparire affollato. Ogni volta ho la sensazione di creare un piccolo universo destinato a vivere sul polso di qualcuno».
Il tuo percorso artistico si è sviluppato tra Svizzera, Italia, Giappone, Stati Uniti e Regno Unito. Quali esperienze hanno lasciato un segno più profondo nel tuo linguaggio espressivo?
«Ogni luogo mi ha insegnato un modo diverso di guardare il mondo. La Svizzera mi ha trasmesso il rispetto per la precisione e per il lavoro ben fatto. L’Italia mi ha regalato il senso della pittura e della tradizione figurativa.L’incontro con il Giappone è stato probabilmente quello più trasformativo: lì ho imparato il valore del silenzio, dell’essenzialità e dell’equilibrio. Ho scoperto che anche ciò che non viene dipinto può avere un significato. Negli States ho avuto la libertà di sviluppare una voce personale, senza sentirmi obbligata ad appartenere a una scuola precisa. A Cambridge mi sono confrontata con artisti di tutto il mondo.
Oggi porto con me tutte queste esperienze. Più che cercare uno stile riconoscibile, cerco un linguaggio capace di emozionare anche a distanza di anni».
Hai raccontato che la sindrome di Asperger ti ha regalato una sensibilità speciale verso le arti visive. In che modo questa caratteristica influenza il tuo modo di osservare e interpretare le storie che poi dipingi?
«Per me la sindrome di Asperger è soprattutto un modo particolare di percepire la realtà. Mi porta a osservare dettagli che spesso sfuggono agli altri e a immergermi completamente in ciò che sto creando.
Quando ascolto una storia, non la elaboro soltanto con le parole, ma prende subito forma nella mia mente attraverso immagini, colori, luci e simboli. Forse è proprio questa sensibilità che mi permette di trasformare un racconto in un dipinto. Cerco sempre di cogliere ciò che rimane sotto la superficie, ciò che spesso non viene detto, ma che rende ogni persona unica. Non considero questa caratteristica un ostacolo. È parte del mio modo di essere artista».
Fontana Orologi: il vero lusso è il significato, non l’esclusività
Nel mondo dell’orologeria si parla spesso di esclusività, ma nel caso di Fontana Orologi ogni esemplare è davvero unico. Pensi che oggi il vero lusso sia possedere un oggetto capace di raccontare una storia personale?
«Credo che il lusso più autentico non sia l’esclusività, ma il significato. Esistono orologi straordinari per tecnica, storia e manifattura. Non vogliamo sostituirci a quella tradizione, ma aggiungere qualcosa di diverso: una dimensione profondamente umana. Ogni nostro orologio nasce per una sola persona e non potrà mai essere replicato, perché nessuna vita è identica a un’altra. Mi piace pensare che il vero privilegio non sia possedere un oggetto raro, ma indossare qualcosa che racconti chi siamo, da dove veniamo e ciò che desideriamo ricordare ogni volta che guardiamo l’ora».
Ti senti vicina al mondo delle maison indipendenti e dei métiers d’art orologieri, oppure pensi di aver creato qualcosa di diverso, a metà tra alta orologeria e arte contemporanea?
«Nutro una profonda ammirazione per i métiers d’art e per le maison indipendenti che mantengono vive competenze straordinarie. Allo stesso tempo però sento che il nostro percorso segue una direzione personale.
Nei miei quadranti il dipinto non nasce per valorizzare un orologio; è l’orologio che nasce per custodire il dipinto. L’opera artistica è il punto di partenza, mentre la meccanica diventa il cuore che le dà vita e la accompagna nel tempo. Forse è proprio questo il luogo in cui mi riconosco: un incontro tra arte contemporanea, artigianato svizzero e narrazione personale».
Qual è il tuo sogno per Fontana Orologi? C’è un progetto, una collaborazione che vorresti sviluppare? O una storia che ti piacerebbe raccontare in futuro attraverso un quadrante?
«Il mio sogno non è produrre molti orologi. Vorrei continuare a creare opere che abbiano un significato autentico per chi le riceve, mantenendo il tempo lento che richiede un lavoro interamente realizzato a mano.
Mi piacerebbe raccontare le vite di persone che hanno lasciato un segno nel loro campo, ma anche quelle di persone sconosciute che hanno affrontato con coraggio le grandi sfide dell’esistenza. Ogni essere umano custodisce una storia degna di essere raccontata.
Se dovessi riassumere la filosofia di Fontana Orologi in una frase, direi che non dipingo il tempo: dipingo le storie che danno significato al tempo».