Approfondimenti

Il Calibro 101 di Jaeger-LeCoultre: note tecniche

{"autoplay":"false","autoplay_speed":"3000","speed":"300","arrows":"true","dots":"true","loop":"true","nav_slide_column":5}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

Genesi e caratteristiche del più piccolo movimento meccanico al mondo. In cui il problema della miniaturizzazione convive con quello della precisione

Per capire l’importanza del Calibro 101 di Jaeger-LeCoultre bisogna partire dal concetto di miniaturizzazione. E relativizzarlo. Nel 1929, quando nasce, il mercato degli orologi è ancora dominato dai modelli da tasca, che verranno battuti nelle vendite solo una decina d’anni dopo. Le dimensioni dei movimenti, nei tasca, sono praticamente codificate da oltre un secolo ed è stato fatto tutto quel che la tecnologia dell’epoca consentiva per ottimizzarli. Certo, i risultati erano facilitati del fatto che un tasca lavora(va) sempre in posizione verticale, sempre ben protetto da urti e sbalzi di temperatura. Il progresso aveva portato a raggiungere limiti di precisione straordinariamente elevati e le principali case gareggiavano in concorsi, durante i quali i movimenti (solo i movimenti, si badi bene, non l’intero orologio) venivano sottoposti a controlli in condizioni di laboratorio. Concorsi che in seguito vennero aboliti, perché i movimenti per orologi da polso fornivano risultati decisamente meno rilevanti: apparivano meno precisi e per giunta la differenza di precisione, nel breve termine, non era poi così grande, anche fra movimenti di qualità ben diversa.

Sta di fatto che qualcuno, alla Jaeger-LeCoultre, comprende come l’orologeria stia cambiando e decide di realizzare il miglior movimento meccanico possibile per un orologio destinato ai polsi femminili. Che a ben vedere sono stati i primi veri orologi da polso. La leggenda narra che le balie, cui le signore bene affidavano la noiosa gestione dei pargoli, portassero come le altre donne orologi a mo’ di collana o di spilla. In entrambi i casi i pargoli trovavano irresistibile il movimento di quell’oggetto luccicante, che riuscivano a raggiungere e frantumare con le proprie delicate manine. Per cui le balie pensarono bene di fissarlo al polso. Ma gli orologi per donna sono sempre stati di dimensioni inferiori a quelli per uomo; messi al polso, poi… Oltretutto la moderna donna attiva del primo Novecento non intendeva rinunciare ad un proprio stile. I quarzi erano ben lungi dall’essere immaginati e quindi si pensò di creare un movimento meccanico, il più piccolo possibile, da destinare agli orologi per donna. Il problema della miniaturizzazione, che già stava mettendo in difficoltà i creatori di movimenti per uomo, divenne un rompicapo ancor più difficile da risolvere.

L’approccio fu tecnicamente rigoroso. Per riempire d’ingranaggi il minuscolo volume della cassa si decise prima di abbandonare la strada usuale – una platina, una base sulla quale venivano montate le componenti, fissate poi da ponti che le tenevano in sede: un sandwich in cui ponti e platine erano le fette di pane e le componenti il ripieno – in favore di una struttura doppia come un club sandwich: tre fette di pane e doppia farcitura di componenti. Nasce in questo modo il Duoplan (1925), figlio di un deludente (perché molto impreciso) movimento meccanico della stessa Jaeger, spesso un millimetro e mezzo e lungo un centimetro. Fantastico, ma impreciso, appunto, e poco affidabile