Attualità

L’interpretazione del carbonio secondo TAG Heuer

{"autoplay":"false","autoplay_speed":"3000","speed":"300","arrows":"true","dots":"true","loop":"true","nav_slide_column":5}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

TAG Heuer reinterpreta l’Aquaracer in chiave high-tech, con lo stesso materiale del Monaco Bamford presentato a Basilea. Una serie speciale già disponibile nei negozi

Ci sono materiali che, per una questione di “struttura”, di chimica, forniscono vantaggi notevoli in molteplici impieghi. Come rovescio della medaglia, però, va da sé che siano sovente più cari degli altri, perché innovativi, difficili da lavorare, o semplicemente perché la loro produzione su piccola scala comporta costi elevati poi destinati inevitabilmente a ricadere sul prodotto finale. Il carbonio, forgiato o in fibra, è uno di questi, nonostante ormai non sia inusuale vederlo presente in oggetti di uso comune. Orologi compresi. Ancora pochi per la verità. Perché anche il carbonio, seppur altamente prestazionale, nei suoi svariati campi di applicazione necessita pur sempre di una gavetta. Un esempio su tutti, quello della F1, che per prima all’inizio degli anni ’80 ne ha carpito l’utilizzo al settore aerospaziale. Stagione sportiva 1981: la McLaren si presenta al via del campionato con la MP4-1, la prima monoposto dotata di un rivoluzionario telaio in fibra di carbonio. Poche soddisfazioni, un materiale da capire, una produzione da sviluppare. L’inizio di un percorso, non certo la fine di un progetto. Che non a caso, sette anni dopo, porterà la scuderia inglese ad amministrare un vantaggio tecnologico che le permetterà di dominare addirittura 15 gare su 16. Quella monoposto, sarà un caso oppure no, sul cupolino riportava il logo TAG Heuer.

Corsi e ricorsi storici. Oppure una casualità. Fatto sta che esattamente 30 anni dopo quel 1988, proprio TAG Heuer se n’è uscita quest’anno con una nutrita collezione di modelli guarda caso in carbonio. Nessun anniversario, nessuna auto-celebrazione. Forse davvero una semplice coincidenza. Sia ben chiaro, come già detto il carbonio in orologeria non è certo una novità (ce lo ha portato per prima Locman nell’ormai lontano 2003). Ma l’arrivo in pianta stabile del brand di LVMH nel ristretto novero degli utilizzatori di questo materiale – già sperimentato sporadicamente su modelli dalle tirature omeopatiche, come il Monaco V4 Phantom e il Carrera CMC Concept Chronograph –, non può che essere visto come un segnale positivo. A testimonianza del crescente livello, e degli altrettanto crescenti investimenti, delle realtà impegnate nel settore delle lancette. Insomma, quello che fino a qualche anno fa altro non era se non un esercizio di stile o una dimostrazione di buona volontà, ora si è trasformato in una produzione seriale. Avviata all’inizio di quest’anno con il Monaco Bamford, il primo Bamford “riconosciuto” e a tutti gli effetti ufficiale, e proseguita proprio nei primi giorni di settembre con il lancio ufficiale di una piccola serie dedicata all’Aquaracer, il TAG Heuer più acquatico che c’è. E da oggi anche un po’ urbano.