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Gli orologi nella “Commedia”. Un omaggio a Dante Alighieri

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Esattamente 700 anni fa, nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321, moriva a Ravenna Dante Alighieri. Una ricorrenza che ha trasformato l’intero anno in un palcoscenico di eventi culturali di vario tipo. A cominciare dal Dantedì, istituito il 25 marzo, per passare alle innumerevoli mostre, letture, e poi libri, festival, spettacoli, organizzati in tutta la Penisola – e non solo nei suoi “luoghi del cuore” o nelle città in cui visse. Celebrazioni alle quali vogliamo aggregarci anche noi del Giornale degli Orologi. A modo nostro, però. Ci siamo chiesti quindi se Dante avesse scritto qualcosa a proposito degli orologi e abbiamo trovato riscontri nella sua opera più famosa. Ed ecco il risultato della nostra ricerca, che riguarda gli orologi nella Commedia.

Le premesse

No, niente meridiane, clessidre, candele graduate o altre forme arcaiche di misura del tempo. Ci riferiamo solo ed esclusivamente agli orologi meccanici. Che – per chi non conoscesse la storia dell’orologeria – si affermano in Occidente nella prima metà del XIII secolo. Il teologo francese Guglielmo di Avernia (1180/1249) per esempio ne parla nel suo De Anima, per rappresentare la distinzione fra le cose animate da Dio e gli oggetti costruiti dall’uomo.

E di certo erano già noti in Spagna, alla corte di Alfonso X (1252/1284), punto di ritrovo degli scienziati europei e arabi dell’epoca. Re di Leon e di Castiglia, non a caso detto “il saggio”, il sovrano scrisse un libro di astronomia con un intero capitolo dedicato agli orologi; in cui si trova il disegno di un primitivo esemplare a tamburo, oltre al riferimento ad altri tipi di orologi, mossi da pesi o tirati da corde, come quelli dei campanili. Ma non voglio divagare.

Era per dire che al tempo dell’Alighieri gli orologi meccanici esistevano già – anche se un po’ diversi dai nostri modelli da polso. Tant’è che nella Commedia Dante li nomina ben due volte: sfido chiunque a ricordare le esatte terzine. Eppure l’abbiamo studiata tutti, a scuola… Qualcuno l’avrà odiata, o forse trovata noiosa, qualcun altro (come me) amata alla follia. Perché oltre a essere un viaggio allucinato nei tre regni dell’Oltretomba, è anche uno straordinario affresco della società del tempo, con tanto di nomi e cognomi. Una summa della cultura d’inizio Trecento: un campionario sugli usi e costumi, una specie di enciclopedia (ante litteram) degli oggetti di uso comune. A proposito, l’aggettivo Divina non faceva parte del titolo originario, ma le è stato attribuito dal Boccaccio, poche decadi dopo la morte del Sommo Poeta.

Gli orologi nella Commedia: il Canto X del Paradiso

Bene. Dante cita gli orologi nella Commedia, in due passi del Paradiso. La prima volta alla fine del Canto X, in particolare nei versi 139/148: “Indi, come orologio che ne chiami / ne l’ora che la sposa di Dio surge / a matinar lo sposo perché l’ami, / che l’una parte e l’altra tira e urge, / tin tin sonando con sì dolce nota, / che il bel disposto spirto d’amor turge; / così vid’io la gloriosa rota / muoversi e render voce a voce in tempra / ed in dolcezza ch’esser non po’ nota / se non colà dove gioir s’insempra…”.

Che vuol dire: “Quindi, come un orologio che ci svegli all’alba – nell’ora in cui la Chiesa si alza e rivolge la preghiera del mattino a Dio per riceverne l’amore –, (orologio) nel quale una parte dei ruotismi trascina e spinge l’altra parte, tintinnando con una nota talmente dolce da riempire d’amore l’anima disposta al bene; allo stesso modo io vidi la cerchia di spiriti gloriosi ruotare su se stessa e cantare, accordando le voci in un’armonia e in una dolcezza tali che non possono essere conosciute se non in quel luogo in cui la felicità è eterna”, ovvero in Paradiso.

Si tratta in pratica della descrizione di uno svegliarino monastico, in cui il martelletto della campana, tirato e spinto, emetteva un richiamo sonoro. Degli svegliarini (detti anche “svegliatori” o “destatoi”) abbiamo già scritto altrove, quindi mi scuso per la ripetizione. Oggi ne sono rimasti fisicamente ben pochi esemplari, di epoca più tarda; si ritrovano però in alcuni disegni e perfino nelle tarsie prodotte in Italia fra il Quattro e il Cinquecento. Un loro “ritratto” ligneo si può vedere per esempio nello Studiolo di Federico da Montefeltro, nel Palazzo Ducale di Urbino, datato 1473/76. Mentre Botticelli ne inserisce uno nel Sant’Agostino nello Studio, dipinto nel 1480 nella Chiesa di Ognissanti a Firenze.

Gli orologi nella Commedia: il Canto XXIV del Paradiso

Per tornare agli orologi nella Commedia, Dante li cita per la seconda volta – sempre del Paradiso – all’inizio del Canto XXIV, nei versi 13-18. “E come cerchi in tempra d’orioli / si giran sì, che ‘l primo a chi pon mente / quieto pare, e l’ultimo che voli; così quelle carole, differentemente / danzando, de la sua ricchezza / mi facieno stimar, veloci e lente”. Cioè: “Come le ruote del meccanismo di un orologio girano in modo tale che, a chi li guarda, la prima sembra ferma e l’ultima volare; così quelle corone di anime che danzavano a ritmi diversi, mi davano modo di fare una stima del loro grado di beatitudine, a seconda che fossero veloci o lente”.

Di certo in questo passo Dante descrive gli ingranaggi di un movimento meccanico, ma l’interpretazione non è chiara. Un’ipotesi è che si riferisca al treno del tempo, con le ruote che moltiplicano il moto inizialmente impercettibile. Vista la grandiosità dell’immagine riportata, potrebbe trattarsi di una grande macchina con funzioni astronomiche, come quelle che esistevano sui campanili delle grandi città – da lui viste direttamente o di cui poteva aver solo sentito parlare. Del resto, la Commedia è ricchissima di riferimenti astronomici che hanno appassionato tanti studiosi, ma che non è qui il caso di approfondire.

Un’altra ipotesi invece è che ampli la descrizione fino al “bilanciere” (o meglio, il suo antenato: quello con la molla a spirale venne inventato solo secoli dopo da Christiaan Huygens). Il cui moto è talmente da una parte all’altra che sembra volare; mentre la ruota delle ore, la cosiddetta “ruota maestra”, con la sua rotazione lentissima risultava quasi immobile. In questo caso allora Dante farebbe di nuovo riferimento a uno svegliarino monastico.

Lo svegliarino

Privo di cassa esterna, e con tutti i componenti “a vista”, lo svegliarino aveva il movimento inserito in una cornice di ferro; le ruote erano sovrapposte, e in alto si trovava il “bilanciere” (probabilmente un foliot ad anello), mosso da uno scappamento a verga per mezzo della ruota caterina. Una ruota con i denti a sega che prendeva nome dallo strumento di tortura con cui, secondo la tradizione, era stata martirizzata Santa Caterina d’Alessandria, nel IV secolo d.C. Armata di lame, la si ritrova anche in araldica. La fonte di energia era costituita invece da un piccolo pezzo di ferro o da un grosso ciottolo, appeso a un rocchetto con una cordicella.

Il disco orario degli svegliarini riportava ogni mezz’ora dei fori, in cui si poteva infilare un apposito perno; il quale, all’orario stabilito, faceva scattare la leva della suoneria. Ecco quindi i rintocchi della campanella che svegliavano i monaci per arrivare puntuali alle preghiere. Gli orologi meccanici nella Commedia sono insomma abbastanza grezzi: erano strumenti semplici ma funzionali, che concentravano le conoscenze tecniche e scientifiche dell’epoca ma erano privi di qualsiasi ornamento. Del resto gli svegliarini non erano oggetti preziosi da tramandare alle generazioni successive: ecco perché solo pochi esemplari sono arrivati intatti fino ai nostri giorni.

Per concludere

Una curiosità: Dante scrive che i beati della ruota celeste girano come un orologio, perché ai suoi tempi (e ancora per più di un secolo dopo di lui) gli orologi avevano i quadranti che ruotavano su sé stessi, mentre un indice esterno, fisso, segnava l’ora. E sembra derivare proprio da qui la definizione di “sfere” con cui talvolta si indicano ancora oggi le lancette.

Sia chiaro: con il (fin troppo lungo) discorso fatto finora non abbiamo scoperto niente di nuovo. Grandi studiosi del passato, come Enrico Morpurgo, hanno già trattato e approfondito l’argomento molto meglio di quanto possa aver fatto io. Con questo testo ho voluto semplicemente fare un po’ di divulgazione; far conoscere ai lettori del nostro sito un argomento che esula dagli interessi commerciali dell’orologeria e riguarda semplicemente la cultura personale.

Per avere un’idea di quello che deve aver immaginato Dante, faccio riferimento invece a due mostre che fanno parte delle celebrazioni di questo 2021. Una è l’esposizione Dante. Il poeta eterno che inaugura domani al Complesso monumentale di Santa Croce a Firenze. Basata sulle celebri incisioni realizzate da Gustave Doré negli anni Sessanta dell’Ottocento, è un progetto multimediale firmato da Felice Limosani – di cui vi invito a vedere le suggestive elaborazioni digitali. L’altra è una mostra virtuale organizzata dai Musei degli Uffizi: s’intitola A riveder le stelle ed è composta dalle illustrazioni del pittore Federico Zuccari. Digitalizzate in alta definizione, quelle tavole cinquecentesche sono ora accessibili a chiunque sul web. Buona visione.