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Royal Pop: cosa c’è “dietro” l’Audemars Piguet x Swatch?

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Non è ancora uscito eppure ne hanno già parlato tutti. O, meglio, è già noto all’universo mondo, dopo che siti, blogger e content creator ne hanno scritto, anzi lo hanno descritto con dovizia di particolari. C’è bisogno dunque che io stia qui a ripetere di nuovo, per l’ennesima volta, la rava e la fava sul Royal Pop? Non credo proprio. Al massimo posso trascrivere qualche dettaglio in didascalia, per quanti hanno bisogno di una guida pratica sulle “informazioni di servizio”.

Del resto tutto questo battage era prevedibile, dopo che ieri sera gli uffici stampa internazionali hanno diffuso il Royal Pop – con qualche giorno di anticipo rispetto al lancio ufficiale, sabato 16. Mai come nel caso dell’operazione Audemars Piguet x Swatch è corretto parlare di iper-esposizione mediatica, che continua ininterrotta fin dal primo teaser. Oltretutto già nel pomeriggio di ieri sui social circolavano le foto delle boutique monomarca con il packaging esposto in vetrina.

Segno che Swatch ha fatto le cose per bene e ha già rifornito i punti vendita deputati. Che ormai sono pronti a ricevere i fan disposti a fare la fila pur di accapararsi i primi esemplari. Ammesso che si ripeta l’esperienza del primo MoonSwatch, ovvio, ma le premesse ci sono tutte. Anche se la Rete non sembra aver accolto altrettanto bene la novità, il test del mercato è ancora da giocarsi. Perché è probabile che le consegne saranno centellinate – come la volta scorsa, appunto.

Un commento sui detrattori che ne hanno scritto peste e corna sui social. Chi si aspettava un Royal Oak in platica colorata, ha “toppato” in pieno: troppo scontato, troppo banale. Vale a dire, non conosce Swatch: che è colore e ironia, va bene, ma anche sorpresa e stupore. E non conosce nemmeno Audemars Piguet: che certo non avrebbe accettato di inflazionare, se non “bruciare”, il Royal Oak con una versione accessibile a tutti. Evitiamo di essere così “ingenui” e usiamo il cervello, please.

Royal Pop: cosa mi rappresenta?

Cerchiamo di ragionare sul significato del Royal Pop. Non voglio fare della dietrologia e nemmeno comportarmi da maestrina (aborro…), ma trovare una chiave di lettura diversa di una collaborazione che è già un fenomeno di costume. Piaccia o meno ai “signori” (si fa per dire) di cui sopra. E comincio dalle immagini fornite nella cartella stampa, che credo forniscano un buon punto di partenza.

Due in particolare, cioè i ritratti “alla Andy Warhol” di Ilaria Resta, Ceo di Audemars Piguet, e di Nick Hayek Jr, Ceo di Swatch Group, con i Royal Pop sugli occhi. L’inquadratura in primissimo piano e i colori improbabili rimandano direttamente alle celebri serigrafie del Maestro della Pop Art. Quei “multipli” di Marilyn o di Elvis (ma anche della zuppa Campbell), diversi per variazioni cromatiche e riuniti in dittici o in polittici, esposti nei grandi musei del mondo o nelle collezioni private di certi miliardari.

Ci sta. La stessa Swatch dichiara in modo esplicito che il Royal Pop prende “ispirazione dalla Pop Art, un movimento artistico che trasforma immagini di cultura popolare quotidiana in opere d’arte vivaci, colorate ed energiche”. Il che è del tutto in linea con quanto ha fatto finora il Brand nei suoi 40 e passa anni di storia. Per esempio con le collaborazioni con il Louvre o con il MoMA, tanto per citarne un paio, ma anche con la collezione Swatch Art Journey, o in passato con gli esemplari firmati da Keith Haring o Mimmo Paladino. Vale a dire: far indossare l’Arte al polso e portarla dai musei alla strada.

Un eclettico tasca

E già questo non è poco. Ma stavolta la Swatch si è superata, ed è andata oltre. Perché è vero che il Royal Pop rende omaggio “alla leggendaria collezione Royal Oak di Audemars Piguet, lanciata nel 1972, e dai POP Swatch degli anni Ottanta”, come si legge sul comunicato ufficiale. E come appare ovvio fin dal nome… Ma è la tipologia di orologio a fare la differenza. Puntare tutto su un esemplare da tasca (ok, otto), anziché da polso (com’era in fondo il POP Swatch, sebbene portabile ovunque), vuol dire – secondo me – ricollegarsi volutamente all’orologeria di tradizione.

Sì, perché non è che i tasca siano proprio “di moda”, ammettiamolo. Anche se periodicamente qualche marchio prova a rifarli e a rilanciarli, magari con forme modernissime o materiali all’avanguardia, il risultato non è mai wow. I tasca restano sempre oggetti di nicchia, con l’eccezione (che conferma la regola) di qualche impallinato o collezionista dai facili entusiasmi (e carta di credito con plafond illimitato). Quindi, che sia questa la volta buona? Che il Royal Pop riesca a farli diventare prodotti mainstream?

Dopotutto – e come il POP Swatch precedente – ha dalla sua l’idea di trasformabilità. Il cordino permette di indossarlo in modi diversi: come collana o come accessorio da applicare allo zaino o alla borsa – forse meglio dell’orrido Labubu. E poi c’è la possibilità di farlo diventare perfino un orologio da tavolo. Se ci si aggiunge il colore, il prezzo (da 385 a 400 euro al massimo) e il “clic” con cui la cassa si aggancia alla clip – firma acustica della collezione -, si comprende come tutto sia studiato per farlo diventare popolare. Pop, appunto.

Il Royal pop e i nomi recuperati

Ma il punto non è solo interpretare la tradizione in chiave contemporanea, quanto diffonderne di nuovo la conoscenza. Prendiamo i termini Lépine e savonnette: da quanto tempo non se ne sentiva più parlare, se non riferiti appunto a pezzi d’epoca (mi verrebbe da dire d’antiquariato) per colti collezionisti? Oggi, invece, grazie ai due modelli di Royal Pop che rimandano appunto ai due tipi di orologi da tasca ben diversi, chiunque abbia un minimo di curiosità riscoprirà un pezzo di storia dell’orologeria.

L’uno deriva da Jean-Antoine Lépine (1720/1814), insigne orologiaio francese che rivoluzionò l’architettura dei movimenti meccanici. Fu lui a inventare l’omonimo calibro, in cui eliminò il sistema di fusée à chaine e sostituì la platina superiore con dei ponti – così da poter posizionare il bilanciere su un lato, anziché sopra il movimento. In questo modo riuscì a realizzare orologi molto più sottili. Quella costruzione rimase la base degli esemplari moderni, perfino di quelli da polso.

Mentre l’altro, il savonnette, era un modello di tasca dotato di un coperchio a proteggere il quadrante: così liscio e levigato, sembrava proprio una piccola saponetta rotonda da bagno (da qui il nome: in francese sapone si dice savon). Ma proprio la presenza della cerniera del coperchio condizionava l’intero orologio, che fu quindi ruotato di 90°: la corona di carica si trova infatti posizionata alle ore 3, mentre il contatore dei piccoli secondi alle ore 6.

Un calibro a carica manuale

Visti i presupposti, il movimento del Royal Pop doveva essere necessariamente meccanico. Ma, per coerenza, non poteva essere certo un automatico: ecco allora che il Sistem51 è diventato a carica manuale. L’esclusiva creazione di Casa Swatch, l’unico calibro Swiss made la cui produzione è interamente automatizzata, conserva 15 dei 17 brevetti originari, ma mantiene comunque tutte quelle peculiarità che gli appartengono da sempre. Come i componenti in Arcap, le 90 ore di autonomia o la regolazione del bilanciere effettuata direttamente in fabbrica, con il laser.

Segno distintivo è anche la spirale Nivachron, antimagnetica, che – va ricordato – è stata sviluppata da Swatch Group in collaborazione proprio con Audemars Piguet. Lo scrivo come inciso, ma è importante sottolinearlo perché rivela che l’orologeria svizzera, in certi casi, riesce anche a fare squadra, a tirar fuori un certo “spirito di corpo”. Soprattutto quando si tratta di sviluppare tecnologie innovative, di perseguire ricerche che richiedono grandi investimenti, ma che possono dare un contributo significativo all’evoluzione dell’intero settore.

Questione di cultura

Concludo, giuro. I richiami alla tradizione del Royal Pop, perfettamente studiati fin nei minimi particolari, mi sembrano anche in linea con quello che sta facendo, da parte sua, la stessa Audemars Piguet. Che di recente ha lanciato l’ambizioso progetto Atelier des Etablisseurs, mirato a far rivivere l’antico modello produttivo dell’orologeria elvetica. Certo, è l’opposto dell’industrializzazione perseguita da Swatch, ma potrebbe anche essere inteso come l’altra faccia della stessa medaglia.

Perché “dietro” questo programma, così come “dietro” il Royal Pop, c’è sempre la stessa volontà di recuperare la storia dell’orologeria, di mantenerla viva e vitale, di diffonderne i valori più autentici. Tant’è che – come ha raccontato Ilaria Resta – Audemars Piguet devolverà il 100 per cento dei proventi della collaborazione a sostegno degli artigiani che tengono viva tradizione, in modo concreto: attraverso borse di studio e supporti finanziari. Il Royal Pop, quindi, è un modo nuovo e inatteso di fare cultura dell’orologeria. E credo sia proprio questo il collante alla base della collaborazione Audemars Piguet x Swatch.

p.s. A riprova di tutto ciò, Dody Giussani, il Direttore de L’Orologio, mi ha appena fatto notare che nei primi anni Ottanta Audemars Piguet realizzò un Royal Oak da tasca in oro. Lo vedere nella gallery in alto: innegabile che sia il diretto progenitore del Royal Pop, praticamente è uguale… Per saperne di più andate a cercarlo, sul sito della Manifattura di Le Brassus, nelle AP Chronicles.


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