Giornale Degli Orologi
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Tag: Biennale d’Arte

  • Piaget e le “bolle di sapone” dei Verhoeven Twins

    Piaget e le “bolle di sapone” dei Verhoeven Twins

    Cosa c’è di più effimero delle bolle di sapone? Così perfette, leggere e trasparenti, volano trasportate dal vento, galleggiano nell’aria qualche istante… Per poi, puff, dissolversi nel nulla, trasformate in una goccia che precipita al suolo. Un semplice gioco per bambini o una profonda metafora della vita umana? Sicuramente un simbolo di precarietà: l’essenza di quanto c’è di più breve e temporaneo al mondo. Almeno finora.

    Perché un duo di designer olandesi è riuscito a ricrearle, resistenti e durature. Ovvio, non sono davvero bolle di sapone, anche se sembrano quelle giganti prodotte dagli artisti di strada nei parchi e nelle piazze delle grandi città. Le enormi sfere dei Verhoeven Twins, realizzate con il sostegno di Piaget, sono invece fatte di vetro: un tipo di vetro borosilicato dall’assoluta trasparenza e dagli effetti iridescenti. Reso più prezioso dall’oro incorporato, proprio in omaggio alla maison svizzera, coinvolta per le implicazioni con l’idea di tempo e di persistenza.

    Riunite in grappoli, appese al soffitto di un palazzo tardo-gotico, le bolle di sapone dei Verhoeven Twins formano l’eterea ma solidissima installazione “Moments of Happiness”. Da vedere all’interno della Galleria Giorgio Franchetti alla Cà d’Oro di Venezia, nella mostra “Dysfunctional”, allestita dalla Carpenter Workshop Gallery. Che vuole essere un invito a ripensare il rapporto fra “forma e funzione, arte e design, storico e moderno”, come spiegano gli organizzatori.

    Quindi, se quest’estate vi trovaste in Laguna, non perdetevela: potreste riprovare l’incanto tipico dell’infanzia. Quei momenti di felicità, appunto, quella gioiosa spensieratezza di quando eravate piccoli e giocavate con le bolle di sapone. E, come allora, potrebbe venirvi voglia di saltare in alto, nel tentativo di farle scoppiare fra tante risate. Attenzione però al calendario: la mostra è un evento collaterale alla Biennale d’Arte, e si potrà visitare solo fino al 24 novembre.

    Potrebbe anche essere l’occasione per capire un po’ di più Piaget, storica maison da sempre sensibile al genio creativo. Che ha un passato ricco di collaborazioni con grandi artisti, da Andy Warhol a Salvador Dalí, tanto per citarne un paio. E che a sua volta realizza arte, sotto forma di micro-meccanica e di alta gioielleria. Nei laboratori delle due manifatture di Plans-les-Ouates e La Côte-aux-Fées, non a caso definiti “Ateliers de l’Extraordinaire”, si trovano infatti artisti-artigiani che padroneggiano antiche tradizioni e sperimentano tecniche nuove. Tra quadranti in pietra dura, casse sottilissime e stravaganti gioielli di gemme colorate, lavorano alla ricerca del “Sunny Side of Life”, il lato solare della vita.

  • Elogio della complessità: alla Biennale con Audemars Piguet

    Elogio della complessità: alla Biennale con Audemars Piguet

    May you live in interesting time
    Gli artisti sono in genere ottimi interpreti dello zeitgeist, ovvero lo spirito dei tempi a loro contemporanei. E le Biennali d’arte sono ottimi collettori delle loro intuizioni e visioni, che talvolta risultano inquietanti come la voce di Cassandra. Per questo vale la pena di dedicare attenzione al tema della Biennale d’arte, in corso a Venezia fino al 24 novembre. Curata da Ralph Rugoff, si articola attorno a un augurio (o memento) non banale: May You Live In Interesting Times.

    «Il titolo di questa Mostra può essere letto come una sorta di maledizione», ha dichiarato il Presidente Paolo Baratta. «Nella quale l’espressione “interesting times” evoca l’idea di tempi sfidanti e persino minacciosi. Ma può essere anche un invito a vedere e considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità. Un invito che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura».

    Un’opera sperimentale all’Arsenale
    L’invito alla complessità, in quest’epoca dominata dal mantra della accessibilità falsamente democratica a tutti i contenuti, anche a quelli meno decifrabili, risulta decisamente indigesto per i palati grossolani. Ma sicuramente appetitoso per quelli sofisticati dell’orologeria haute de gamme, il cui primario valore aggiunto è, appunto, la complicazione. È complicato infatti il legame concettuale che lega gli esemplari di Audemars Piguet all’artista Ryoji Ikeda, autore di “data-verse”.

    Un’opera sperimentale esposta all’Arsenale e realizzata con il supporto della maison orologiera, in cui l’artista esplora le caratteristiche essenziali del suono e della luce attraverso la precisione matematica e l’estetica. Utilizza cioè frequenze e scale difficili da percepire dall’orecchio e dalla mente dell’uomo, visualizzando i suoni e raffigurando l’impercettibile per mezzo di sistemi numerici e grafiche computerizzate. Orchestrando suoni e immagini, fisica e matematica, va oltre il concettuale per addentrarsi nel campo dell’estremo e dell’infinito, mettendo alla prova i limiti dei sensi umani e della tecnologia digitale.

    Tra musica, arti visive e tecnologia
    Cresciuto in Giappone negli anni ’70 e ’80, Ikeda racconta di aver respirato e assorbito la cultura postmoderna dell’orizzontalità culturale in cui tutto contaminava il resto. Una realtà in cui non esistevano barriere né specializzazioni e la mente doveva essere flessibile, capace di metabolizzare positivamente ogni stimolo. «In particolare,  nei club underground gli alti volumi musicali (allora concessi nei luoghi pubblici), e l’uso creativo del piatto (del giradischi) da parte dei Dj con graffiature e altri artifici gestuali, produceva una reazione psico-fisica che mi fece entrare in un mondo diverso, ancora più della musica elettronica di Stockhausen».

    I suoi studi sono partiti proprio da quelle suggestioni sonore – analizzate con la maniacale cura del dettaglio e l’attenzione per i fenomeni più estremi della mente umana (anche soprannaturali), che solo un intellettuale giapponese può avere. Così Ikeda ha trovato nelle onde sinusoidali e nel “rumore bianco” (white noise) – caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze -, la risposta più interessante alla sua ricerca. La quale ha prodotto quindi sviluppi anche in campo tecnologico e matematico, per arrivare a raffigurazioni visive multisensoriali. Proprio come le installazioni create per la Biennale veneziana, tanto difficili da spiegare e comprendere a livello astratto, quanto magnetiche a livello percettivo. Ma qui si deve fermare ogni possibile descrizione di queste opere, che vanno viste e ascoltante, o meglio vissute, di persona.

    Una commissione artistica per promuovere l’eccezionale complessità e l’abilità manifatturiera
    La presentazione dell’ultimo lavoro di Ikeda sul palcoscenico mondiale della Biennale Arte 2019 a Venezia porta avanti la missione di Audemars Piguet. Che nel 2014 ha costituito una speciale commissione artistica per promuovere nuove collaborazioni artistiche. Cioè per produrre e presentare opere di artisti la cui pratica rispecchia l’eccezionale complessità, precisione e abilità manifatturiera della Casa. L’alto livello artistico del lavoro di Ikeda, con cui Audemars Piguet collaborerà per il 2019 e 2020, si allinea perfettamente con l’artigianalità, la creatività e la spinta all’innovazione della maison stessa. Il cui motto è “To break the rules, you must first master them“: niente di semplice, quindi, e tantomeno di semplicistico.