Giornale Degli Orologi
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Tag: SIHH 2019

  • Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Un successo con moltissime luci e poche ombre: il SIHH (Salon International de la Haute Horlogerie) si è confermato come un appuntamento importante, ben organizzato e utile. Per quanto mi riguarda la cosa più importante è stata la conferma che gli organizzatori della manifestazione, capitanati da Fabienne Lupo, cercano tenacemente di risolvere i problemi che man mano si presentano. È una bella dimostrazione di rispetto per quanti frequentano la fiera, contrariamente a quanto è avvenuto sinora per Baselworld, quello che avrebbe dovuto essere l’appuntamento più importante. Per capire meglio separiamo subito i due tipi di problemi rimanenti. Distinguendo fra quelli che riguardano soli gli operatori e quelli che coinvolgono invece anche i compratori.

    SIHH: i problemi per gli operatori…

    Partiamo dai primi. Servirebbe un ulteriore potenziamento dei mezzi di trasporto che dagli alberghi portano alle fiere, spesso così pieni da dover lasciare a terra qualcuno. Il che nel freddo gennaio ginevrino non è certo un piacere. La situazione comunque è ampiamente migliorata rispetto a qualche anno fa. Si arriva in fiera e c’è una prima fila di controlli al metal detector, come quelli in aeroporto. Anche in questo caso si creano ingorghi notevoli, specialmente al mattino. Rispetto allo scorso anno i posti di controllo sono più o meno raddoppiati, ma file di un quarto d’ora sono all’ordine del giorno. Un quarto d’ora in piedi, dopo aver passato in piedi al freddo l’attesa dell’autobus e poi in piedi anche il tragitto, è già pesante e la fiera ancora non è iniziata. Anche perché bisogna superare una terza fila al guardaroba, per chi se ne serve.

    Sono aspetti sicuramente migliorabili, ma comunque vedere che di anno in anno gli organizzatori si danno da fare per risolverli è già positivo. Dopodiché ci sono ovviamente ingorghi ad ora di pranzo (benché quest’anno le chilometriche attese per un pasto siano drasticamente diminuite) perché dar da mangiare ad oltre ventimila persone è un bell’impiccio. E infine un problema che però riguarda i singoli espositori: le sessioni di presentazione, militarmente organizzate, in alcuni casi non prevedono la possibilità di sedersi o di sedersi con il sacrosanto conforto di uno schienale. In fiera (sulla moquette: quasi camminare sulla sabbia) si percorrono, misurati, fra gli undici e i dodici chilometri al giorno. Non consentire una seduta comoda è puro sadismo.

    …e quelli per i compratori

    Dopodiché i veri problemi. Quelli che riguardano il tipo di informazione che bisogna fornire al compratore finale. Alcuni si limitano a una foto, magari al proprio polso, e più o meno a quel che la cartella stampa contiene. E i giornalisti che cercano, studiano, vanno a ravanare toccando gli orologi, studiandone i dettagli, parlando con i tecnici. Ogni tipo d’informazione, se indipendente, corretta e ben verificata, deve essere considerata una benedizione. Ma è chiaro che i due tipi d’informazione hanno bisogno di tempi diversi per la raccolta dei dati e la loro elaborazione.

    Quest’anno ad ogni sessione (45 minuti) partecipavano fra i 20 e i 25 fra informatori e giornalisti italiani, con il risultato di una ressa intorno agli orologi per esaminarli o fotografarseli al polso. Non ho mai avuto (frequento il SIHH dalla prima edizione e ne ho saltata solo una perché malato) così poche informazioni come questa volta. Nei prossimi tempi saremo in grado di parlare come a noi piace solo di pochi orologi: non va bene. E nemmeno gli informatori erano poi molto soddisfatti, benché le cartelle stampa fossero disponibili telematicamente in tempo reale.

    Il problema è tale che sono il primo a chiedermi se nel futuro varrà la pena di tornare al SIHH o se non sarebbe meglio aspettare le presentazioni successive, che si susseguiranno in ciascuna nazione. Ma così, mi dirà qualcuno, ti perdi l’effetto sorpresa, l’anticipazione. Vero, ma in fin dei conti sono davvero pochissimi i lettori che davvero vogliono conoscere con mesi di anticipo quel che sarà nei negozi chissà quando. È una informazione – la data di entrata in commercio – che cerchiamo sempre di fornire perché una parte importante del nostro lavoro (e del nostro rapporto con i lettori) consiste nell’indicare quali dettagli andare a leggere di un orologio. In un negozio. Se abbiamo fornito informazioni corrette avremo reso un buon servizio: chi legge saprà di potersi fidare e vivremo tutti meglio. Ma se l’orologio non c’è, perché parlarne, a meno che la commercializzazione non sia prossima? Sono rari come mosche bianche i compratori che decidono di mettersi a risparmiare per l’eventuale acquisto di un orologio che non possono nemmeno toccare con mano. Questa storia delle anticipazioni è, nella maggioranza dei casi, una distorsione inutile della corretta informazione.

    La comunicazione

    Resta comunque il problema dei tempi per esaminare, in fiera, gli orologi. Francamente non riesco a pensare una soluzione perché mi rendo conto che gli operatori, tutti, fanno già sforzi immensi per soddisfare le esigenze di migliaia fra informatori e giornalisti di tutto il mondo. Dedicano tempo, persone e risorse economiche alla comunicazione, ma far di più è forse impossibile. Viene il dubbio che paradossalmente il SIHH (che quest’anno ha perso Van Cleef & Arpels, il prossimo perderà Audemars Piguet e Richard Mille) rischi di essere soffocato dal proprio successo. Dopotutto era nato come una sorta di salotto riservato dell’Alta Orologeria, con ingressi riservati a poche marche e pochi operatori.

    Oggi è una kermesse di proporzioni enormi anche per l’abitudine ormai consolidata di trovare – fuori dagli spazi della fiera, ma in giro per Ginevra – marchi di alta e bassa gamma che non vogliono perdere l’attenzione degli operatori invitati al SIHH. È un fenomeno parassitario che non accenna a diminuire e del quale bisogna comunque tener conto perché sta aumentando in maniera importante e talvolta anche interessante. Che fare, allora?

    Ho incontrato – in un raro, per entrambi, momento di pausa – Fabienne Lupo che mi ha brevemente ribadito la sua soluzione: manifestazioni fieristiche locali tali da coinvolgere sezioni grandi del mercato senza costringere a troppi viaggi troppo lunghi nello spazio e nel tempo. Il SIHH di Ginevra potrebbe restare come evento per gli operatori europei, cui si aggiungerebbe (era già stato fatto nel passato) una fiera ad Hong Kong, ad esempio, e quella già prevista negli Stati Uniti: gran parte delle marche del SIHH si trasferirà a Miami dal 15 al 17 febbraio per Watches & Wonders.

    Una strategia, questa, che aprirebbe nuove interessantissime prospettive per tutti, specialmente se sincronizzata con una nuova programmazione della produzione, concepita per non ingorgare troppo i sogni e le tasche dei compratori. Ma questo vorrebbe dire svuotare almeno in parte le altre fiere del settore in favore di un futuro che sembra essere sempre più imperniato sulle nuove tecnologie associate agli eventi locali. Interessante…

  • Il 2019 di IWC? Con la testa fra le nuvole

    Il 2019 di IWC? Con la testa fra le nuvole

    Quelli dedicati ai cosiddetti “pre-qualcosa”, in orologeria, sono eventi a loro modo singolari. Ed al cui riguardo si potrebbe scrivere un teorema. Perché? Perché ti danno l’opportunità di vedere in anticipo i modelli che terranno banco nell’anno a venire a patto di… non farne parola con nessuno. Riservatezza, segretezza, embargo. Disciplina. Ma allora a cosa servono? Servono per esempio ad annusare l’aria con anticipo. A prepararsi a quel che verrà, ad avere insomma il giusto tempo per metabolizzare, ragionare. Per giudicare poi con criterio. Prendiamo ad esempio il caso IWC.

    IWC, il volo e i motori

    Il 2019 di IWC sarà interamente consacrato al volo (questo possiamo dirlo), come anticipato guarda caso durante il pre-SIHH d’ordinanza. E riconsideriamo – come non sarebbe possibile fare in condizione di stress e di sovraesposizione di novità da salone – quello che potrebbe altrimenti apparire come il solito ciclico rilancio di una collezione, in questo caso a tema aeronautico, sulla base di una serie di appunti. Solo apparentemente “disordinati” e slegati fra loro:

    1. Sin dagli anni ’30 del Novecento il brand di Sciaffusa ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il mondo dell’aviazione.
    2. Nel 1938, su esplicita richiesta della Raf, entra in servizio il primo aeromobile da difesa Spitfire.
    3. Poi nel 2003 IWC introduce per la prima volta nella sua gamma di pilot’s watch proprio una linea battezzata Spitfire.
    4. L’anno dopo la marca si impegna in una partnership a lungo termine con Mercedes AMG.
    5. Sulla scia di Mercedes AMG, IWC arriva a Goodwood, scopre un mondo, e nel 2015 ne diviene Timing Partner del Members’ Meeting.
    6. All’interno della tenuta di Goodwood c’è sì un circuito, ma anche un piccolo aerodromo, cruciale durante la Seconda guerra mondiale.
    7. Presso l’aerodromo ha sede la Boultbee Flight Academy, guarda caso l’unica al mondo ancora in grado di insegnare a pilotare uno Spitfire.
    8. Steve Boultbee Brooks e Matt Jones, colonne dell’Academy, coltivano da tempo il sogno di restaurare uno “Spit” e intraprendere a bordo di esso un ambizioso giro del mondo.
    9. Appresa la notizia Iwc si impegna ad appoggiare il progetto di restauro salendo a bordo dell’impresa.
    10. Nel 2019, anno in cui la menzionata impresa avrà luogo, Iwc si appresta a rilanciare la propria linea Spitfire, insieme a tutta una rinnovata gamma di pilot’s watch.

    Accadimenti dissimili tra loro, per tempi, luoghi e protagonisti. Eppure in qualche modo intrecciati in una sorta di trama non scritta che dà vita a una storia. Una storia da raccontare, anche attraverso un orologio. Tutto naturale, quasi logico, addirittura scontato. Persino quando del tutto casuale. Segno che quando quella storia c’è, è forte e soprattutto reale, ogni altro elemento, o intervento artefatto, diventa superfluo. Perché tutto viene percepito come genuino, autentico, in maniera del tutto naturale. Senza bisogno insomma di nessun abile make-up a livello di marketing. Certo poi va da sé che oltre alla storia, se si vuole vendere, occorrono anche i prodotti giusti, ma quelli, per quanto visto in anteprima, a IWC non sembrano mancare.

    Alcune novità del 2019 di IWC

    In attesa quindi del via libera ufficiale, concomitante con l’apertura del SIHH 2019, ecco allora qualche macro considerazione in grado di andare oltre la semplice analisi stilistica delle novità. I materiali saranno destinati sempre più a fare la differenza. Nella linea Top Gun farà per esempio il suo esordio il Ceratanium, ovvero il titanio ceramizzato esclusiva della marca (in questo caso nero), mentre il Big Pilot’s Watch Constant-Force Tourbillon Edition “Le Petit Prince” porterà al debutto un oro rosso “duro”, fino a 10 volte più resistente ai graffi di un oro di tipo tradizionale. Un oro 18 carati, attenzione, modificato nella sua microstruttura, e quindi non “tagliato” con differenti materiali per aumentarne la resistenza come avviene altrove. Piccolezze, all’apparenza, ma in realtà soluzioni frutto di un impegno notevole, reso possibile grazie all’apertura della nuova manifattura.

    E poi c’è naturalmente lo Spitfire, o meglio la famiglia Spitfire. Per la prima volta equipaggiata esclusivamente con calibri di manifattura (anche questo un cambiamento epocale conseguente alla migliorata e aumentata capacità produttiva del nuovo Manifakturzentrum). Come il 69380, cronografo con ruota a colonne lanciato nel 2016, interessante anche per le sue dimensioni ridotte che hanno consentito a IWC di portare il suo Pilot’s Watch Chronograph Spitfire a un diametro di 41 mm. Più vicino cioè alle reali dimensioni degli orologi da aviatore in uso durante il Secondo conflitto mondiale. Nel Pilot’s Watch Timezoner Spitfire Edition “The Longest Flight” la manifattura di Sciaffusa si appresta a combinare invece per la prima volta un calibro automatico fatto in casa con il meccanismo brevettato del Timezoner. Tanta sostanza, insomma, oltre all’apparenza. E come detto, questo è solo l’inizio, l’antipasto.

    Per concludere

    Ulteriori sorprese, c’è da scommettere, non mancheranno. Perché il 2019 di Iwc sarà un anno con gli occhi del mondo puntati addosso. Dal punto di vista del prodotto e dell’immagine. Specie a partire dall’estate, quando prenderà il via il progetto “Silver Spitfire – The Longest Flight” che vedrà come detto lo “Spit” di Steve Boultbee Brooks e Matt Jones intraprendere un giro del globo. Ambizioso ma significativo perché consentirà a un gran numero di Paesi e ai loro abitanti di ammirare per la prima volta questo storico e affascinante velivolo (pensato per voli a corto raggio e non per le grandi trasvolate). Spitfire che naturalmente porterà sulla sua carlinga le insegne (e la storia) di Iwc.