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I nomi degli orologi Chopard, tra aneddoti e curiosità

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Da L.U.C a Happy Diamonds, i nomi degli orologi riflettono la storia, i personaggi famosi e i valori più profondi della maison ginevrina. Tutti da scoprire


I nomi degli orologi non sono mai improvvisati. Studiati dagli esperti, a lungo ponderati, rispondono a regole di marketing ormai codificate. Alcuni però nascondono retroscena interessanti, divertenti curiosità che vale la pena di conoscere, perché permettono di approfondire il marchio e la sua storia. Come nel caso di Chopard, che attraverso i nomi degli orologi non solo racconta personaggi ed episodi del passato, ma svela anche i propri valori più profondi.

Omaggio a Louis-Ulysse Chopard

Famosa per esempio è la nascita della collezione L.U.C, di cui abbiamo già parlato altrove. La sigla fa riferimento alle iniziali di Louis-Ulysse Chopard (1836/1915): l’orologiaio che nel 1860 fonda a Sonvilier, un paesino nel Giura bernese, una fabbrica specializzata in cronometri ed esemplari da tasca di precisione. Utilizzato come logo già nel 1886, l’acronimo nei decenni successivi diviene celebre in tutta Europa, perfino nei più lontani paesi del Baltico; e in Russia, dove Louis-Ulysse si spinge di persona per arrivare alla corte dello zar, Nicola II. Nel 1913 il logo L.U.C compare anche nella prima campagna pubblicitaria della casa, e da allora viene rielaborato più volte con forme e caratteri diversi.

Nel 1997, quando Karl-Friederich Scheufele (a quel tempo Vice-presidente di Chopard) apre a Fleurier una manifattura di movimenti meccanici, è stato quindi naturale, quasi ovvio, riutilizzare l’antico logo. Con cui oggi perciò si indicano sia il sito di produzione, sia i calibri lì realizzati, sia la collezione di alta orologeria che li ospita. A pensarci bene, però, in questo modo non si rende omaggio solo al fondatore della maison; si ricorda anche la vocazione per la cronometria presente fin dalle origini. Già nei nomi degli orologi, cioè, Chopard fa riferimento ai propri principi e al proprio savoir-faire.

I diamanti felici

Meno nota è invece la genesi dell’Happy Diamonds. La collezione deriva da un’idea di Ronald Kurowski, l’allora designer di Chopard; che, durante un giro nella Foresta Nera, vede i riflessi dell’arcobaleno creati da miriadi di goccioline d’acqua in sospensione attorno a una cascata. E decide di riprodurne l’effetto iridescente con i diamanti, privati però della tradizionale montatura e lasciati liberi di muoversi per poter sprigionare appieno il proprio fuoco. Siamo negli anni Settanta, il periodo più creativo in orologeria, in cui l’audacia, la sperimentazione e perfino l’azzardo erano all’ordine del giorno.

In un primo tempo Kurowski li chiama Touching Diamonds perché vuole che tocchino la pelle, almeno simbolicamente; li inserisce fra due vetri e li colloca quindi in uno spazio attorno al quadrante, così che possano sembrare a diretto contatto con il polso. Ma il sistema all’inizio non funziona: o le pietre preziose restano immobili, oppure sfregano contro il cristallo e lo graffiano irrimediabilmente. Il problema è risolto con un geniale accorgimento: “incamiciare” le gemme in un castone d’oro dalla base concava, che permetta loro di scorrere liberamente tra due vetri zaffiri. E poiché l’oro è un materiale più “tenero” del vetro zaffiro, si evitano anche graffi indesiderati.

Collezioni di successo

La leggenda vuole che a battezzare l’orologio con il nome di Happy Diamonds sia stata Karin Scheufele, la moglie di Karl, il Presidente. Impegnata in azienda, alla vista dei primi prototipi pare abbia esclamato: “Questi diamanti sono più felici perché sono liberi!”. E la nuova denominazione porta fortuna: il modello, uscito nel 1976, ha un successo immediato. In origine declinato al maschile, con la cassa di forma e i diamanti posti su un disco di onice nero, si aggiudica la Rosa d’oro di Baden-Baden, all’epoca considerato una sorta di Oscar della gioielleria, e vince un International Diamond Award. Nel giro di un anno le vendite della collezione raggiungono le 10mila unità.

Dall’Happy Diamonds deriva poi l’Happy Sport, datato 1993, il primo orologio in acciaio impreziosito di diamanti. Ma il catalogo comprende altre collezioni dai nomi evocativi, di immediata comprensione: come La Strada, omaggio del Co-presidente Caroline Scheufele al film di Fellini (uno dei suoi preferiti); Mille Miglia, dedicata all’omonima corsa di auto d’epoca, di cui la maison è cronometrista ufficiale da più di 30 anni; Red Carpet, creata per celebrare l’altrettanto storica partnership con il Festival del cinema di Cannes… E l’elenco potrebbe continuare, ma non credo serva aggiungere altro.