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Répétition Souveraine. Considerazioni sul lavoro di F.P.Journe

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F.P.Journe Invenit et Fecit ha presentato di recente una nuova versione del Répétition Souveraine. Sempre con la cassa in acciaio, di 40 mm di diametro, e il movimento meccanico a carica manuale ultrapiatto, ma che si distingue dalla precedente per il quadrante in vetro zaffiro. Augusto Veroni ne commenta l’uscita e ne spiega il valore

Io ve lo dico, come del resto ho già fatto altre volte. A parlar di François-Paul Journe non sono obiettivo. E con questo ho la coscienza pulita.
Sono stato io a soprannominare “Brontolo” F-P. Lui lo sa e lo accetta perché conosce benissimo il mio amore e il mio rispetto per la “semplice” tecnica.

Dico spesso che Journe rappresenta la vera continuazione di Abraham-Louis Breguet e lo confermo, sia pure con un distinguo. Mentre Breguet sapeva essere anche un bel furbacchione (abbiamo già parlato delle sue insistenze con Napoleone quando voleva essere nominato orologiaio della Marina), Journe invece non vede altro che la tecnica. La tecnica tradizionale, alla quale fondamentalmente ha portato i movimenti con ponti e platina in oro. E quindi antimagnetici. E a chi gli faceva notare il costo dell’operazione (sia i costi bruti che il peso complessivo) ha risposto con un movimento in alluminio ancor più costoso. Perché l’alluminio è meno facile da lavorare dell’oro. Tutto qui, senza perdersi in polemiche.

Il Répétition Souveraine ieri e oggi

Alle persone fortunate e ricche in grado di comprare un orologio di Journe interessa però capire altro. Il Répétition Souveraine Sapphire costa 260mila franchi svizzeri, tasse escluse. Si tratta di un buon investimento? Ci sono differenze sostanziali, fra questo ripetizione e il precedente con quadrante guilloché?

Alla prima domanda la risposta è: “Sì, certo”. Nel tempo questo Répétition Souveraine si rivelerà per i grandi contenuti tecnici e sarà destinato a forti rialzi in asta. Ma a patto di ricordare che non siamo di fronte ad un orologio per zerbinotti “io ce l’ho e tu no”. Il suo valore esploderà quindi nel momento in cui i contenuti tecnici torneranno a prevalere. Anzi, aggiungo che questo valore salirà alle stelle se venduto in coppia, “prima e dopo la cura”. Perché in tal modo si potrà capire almeno in parte il percorso di creatività tecnica di Journe. Quindi, potendo s’intende, comprare entrambi i modelli non è affatto una cattiva idea. Da tenere da parte in cassetta di sicurezza, e via.

Alla seconda domanda è più difficile rispondere. Ma no, non ci sono differenze che ti lasciano a bocca aperta, non ci sono rivelazioni, epifanie o cadute dal cavallo che ti portano in viaggio. No. Il movimento è lo stesso, quel Calibro 1408 ultrasottile sviluppato sulla base del Chronomètre Souveraine addizionato da un timbro piatto, già usato nel Sonnerie Souveraine, e un unico martello che batte ore e minuti. In cui c’è evidente la volontà di revisionare (non rivoluzionare) il proprio stesso lavoro e la tradizione, per creare un movimento più logico, più funzionale, più affidabile. Senza però rinnegare il (proprio) passato. Secondo me ciò rappresenta una conferma anche di onestà nei confronti di un certo tipo di compratore: non il fighetta, ma il vero esperto in grado di apprezzare la tecnica.

Altre riflessioni

Ciò detto, nella nuova versione del Répétition Souveraine Journe ha utilizzato un quadrante trasparente, che dona un senso di attenzione estetica in linea con i gusti più moderni. Sono disposto a scommettere che deve essersi trattato di un subdolo consiglio fatto scivolar lì da qualcuno del marketing. Per quel che lo conosco, Journe ha semplicemente fatto una scena che consentisse di ammirare la razionalizzazione tecnica del movimento eccezionale. Ma questa piccola astuzia prende due piccioni con una fava e rende il Répétition Souveraine ancor più interessante della versione precedente. Sotto ogni punto di vista.

Ancora una volta, poi, ci troviamo di fronte al solito, spigoloso dilemma sul “fatto a mano”. No, non è interamente fatto a mano. E per fortuna (e grazie alla saggezza di Brontolo). Non voglio scatenare i tori ciechi da tastiera, ma qui siamo di fronte ad un’operazione in cui le singole componenti sono fatte con l’ausilio di macchine. E se qualcuno si chiede per quale ragione una volta si facessero a mano, la risposta è semplicemente: “Perché le macchine per fare basse quantità di componenti di precisione costavano troppo. Costava meno la semplice manodopera, una volta”.

Opinioni personali

E qui mi fermo, in questa brevissima recensione che come talvolta mi accade riguarda più l’orologiaio dell’orologio. Del resto l’ho sempre detto che sono più un appassionato di persone più che di orologi, un collezionista che non ha alcuna forma di idolatria nei confronti di oggetti, ma che si inchina di fronte alla personalità di chi li produce.

E dal momento che sto invecchiando, ma non perdendo il gusto della provocazione, a domanda di qualcuno rispondo che no, non considero – non ostante tutto – Journe e il manipolo di grandi uomini come lui il massimo che c’è. Sì, lui e loro sono grandi. Ma al primo posto, inossidabile sul proprio gradino d’eccellenza, resta sempre Patek Philippe, che è il vero benchmark con cui tutti, ma proprio tutti devono confrontarsi. E ora scatenatevi pure: sono pronto a ribattere!