Parlare di design e di orologeria con Giorgio Galli è illuminante. Il Direttore creativo di Timex Group non è solo la mente che ha dato forma ad alcuni dei pezzi più riconoscibili del Marchio americano: è una persona che, disegnando orologi da oltre due decenni per svariati brand, conosce tendenze, gusti e richieste di un mercato nel quale la scelta del prodotto – con buona pace degli impallinati di meccanica – è in larga parte guidata proprio dal design.
Una bella responsabilità, alla quale lui e Timex hanno dato sostanza in un recente passato con le collezioni S1 e S2, di cui potete leggere qui e qui. Oggi, almeno temporaneamente, chiudono il cerchio con le creazioni della linea Timex Atelier, che trovate illustrate nella gallery. L’ideale continuazione delle collezioni precedenti, nella quale la matita di Giorgio Galli è ben evidente. Ce la racconta lui stesso, insieme a qualche “trucco del mestiere” che ogni bravo designer di orologi deve conoscere e applicare, senza timore.
La firma estetica di Giorgio Galli per Timex
Il tipo di cassa che ha il tuo design è diventato ormai riconoscibile: da dove nasce questa tua idea di forma?
Ho creato la prima cassa scheletrata nel 1996, su un marchio sempre di Timex ma in licenza, Nautica. Da allora mi sono portato dietro questa firma, anche se negli anni l’ho abbandonata e ripresa più volte. Questo progetto è partito anni fa, quando ho chiesto a Timex se potevo creare qualcosa di completamente mio e che, bene o male, avrebbe potuto uscire un po’ dalle regole del Brand. Quasi a scatola chiusa. Nel momento in cui ho avuto l’ok, sono partito e ho recuperato ciò che era il mio Dna di design sull’orologio, perché sapevo benissimo che l’orologeria è un mondo talmente pieno di prodotti che è difficile fare qualcosa di diverso, di nuovo, che però non pretenda di essere rivoluzionario. Così siamo usciti negli anni scorsi con la serie S1, poi con la serie S2, che si è evoluta ancora di più anche a livello di costruzione: cassa in titanio, anima centrale in carbonio, vetro zaffiro. Era un esperimento, che però ha funzionato benissimo.
Con quelle collezioni avete alzato il percepito del Marchio.
Abbiamo capito che c’era spazio per elevare Timex a un livello diverso. Lo abbiamo fatto crescere in dieci anni di lavoro, pezzo per pezzo, anche con collaborazioni che hanno creato un’attenzione sul Brand che prima non c’era. Attraverso questi esperimenti, questo lavoro sul Marchio, abbiamo capito che c’era la possibilità di fare qualcosa di diverso. Vediamo spazio per poter trasferire parte della filosofia di Timex in una fascia più alta. Quidi orologi relativamente semplici nel design, che comunicano qualcosa dell’anima del Brand, con una qualità superiore ma in una fascia di prezzo accessibile; per questo tipo di prodotto, con questa qualità, siamo a un livello di costo relativamente basso, dove diamo qualcosa in più: il design è uno di questi fattori.
Il progetto Timex Atelier
Come nella linea Timex Atelier.
Lo vedi da come è costruita la cassa. Abbiamo cercato di prendere elementi della serie S, perché quello che è importante in un brand è un’identità, costruita al di là dell’architettura della cassa. Lo si vede anche nel quadrante, pulito, con alcuni codici che tornano e che abbiamo trasferito in varie forme a seconda della tipologia di orologio. Abbiamo un subacqueo, un Gmt, un cronografo e usciranno altri prodotti…. Tutti con un’idea di base: avere un’identità precisa e riconoscibile. Non volevamo fare il me too di altri brand, perché il rischio c’è sempre. Avere un’identità è la cosa più difficile. Per cui, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso le cose che hanno funzionato, che un po’ mi rappresentano, che rappresentano Timex, le abbiamo trasferite in questo progetto e cerchiamo di mantenerle. Perché la parte più complessa poi è la disciplina: contenere questo tipo di design o cercare di farlo evolvere, senza avere degli slanci troppo in avanti, altrimenti si rischia di fare qualcosa che non ti appartiene.
A livello di design c’è stato un modello più complesso degli altri da ragionare e da creare? Oppure, tutto sommato, una volta trovata l’identità e declinata, il lavoro non è stato più complesso?
Direi il diver, perché per garantire l’impermeabilità a 20 bar con questo tipo di costruzione di cassa è molto complesso. C’è un grosso lavoro di ingegneria, per cercare soprattutto di mantenere la fascia di prezzo che volevamo, però con le stesse caratteristiche tecniche. Abbiamo risolto benissimo il diver e il suo successo commerciale ci sta dando ragione. Non solo per il design, ma anche per la storia che abbiamo saputo costruire.
La filosofia creativa di Giorgio Galli
In quanto designer, la tua è una responsabilità importante: per quanto ne so, nella scelta di un orologio i driver principali sono il brand, il design e poi, magari il movimento. Senti questa responsabilità nel momento in cui prendi in mano una matita?
Siamo talmente presi con talmente tanti progetti che non ho il tempo di pensarci. Sicuramente è una responsabilità, perché non sai mai se un orologio venderà o non venderà, per cui fino all’ultimo è un mistero. Non mi è mai riuscito di prevedere se un pezzo disegnato da me avrebbe venduto tantissimo o meno: c’è un fattore di imprevedibilità che precede la produzione e ti induce a lavorare sul tuo istinto. Però sì, la responsabilità c’è.
Da che cosa parte Giorgio Galli nel disegno? Leggibilità, ergonomia?
Dipende dal prodotto. Intanto il comfort. Un orologio deve stare bene al polso ed essere comodo, specialmente quando vai su dimensioni un po’ più grosse; cercare di contenere, di creare un orologio che vada bene per tutti non è facile. Poi la leggibilità, che chiaramente dipende anche dal tipo di orologio. Penso a un diver, che ha una leggibilità diversa rispetto a quella di un prodotto più centrato sul design. In questo senso, il nostro diver è l’esempio perfetto. Su orologi un po’ più fashion è relativamente meno importante.
E nel cronografo? Cambia qualcosa se devi disegnare un automatico o un quarzo?
Non particolarmente. È chiaro che sul meccanico ci sono certe caratteristiche che ti vincolano, come le lancette che sono un po’ più vicine al vetro, mentre il quadrante del quarzo può essere più profondo. Sono piccoli dettagli che cerchi di mitigare poi con il design.
Il posizionamento di Timex Atelier
La collezione Atelier ha posizionato Timex a livello diverso rispetto a qualche anno fa: il consumatore lo ha percepito?
Sì, soprattutto nel consumatore diretto Atelier aiuta ad aumentare la percezione del brand Timex rispetto a quello che era all’origine. È un riposizionamento che aiuta anche la fascia in cui si trova il marchio.
C’è un motivo per cui il cronografo è stata l’ultima creazione?
In realtà è stato l’ultimo a uscire ma il primo che ho disegnato. A oggi è la referenza più cara, motivo per cui la sua introduzione doveva essere un po’ mitigata, anche se era il prodotto perfetto per poter lanciare Timex Atelier. Dovevamo però costruire una collezione che avesse senso anche dal punto di vista del posizionamento di prezzo in relazione al Brand, per cui siamo partiti dal Marine, poi passati al GMT24 e adesso eccoci al crono. È tutta una questione di progredire in maniera logica. È quel passo giusto, graduale, che va fatto per rispetto nei confronti del consumatore, senza arroganza.
Il rapporto con il brand
Nel design, in orologeria, c’è ancora spazio per inventare?
In ciò che si vede oggi c’è tanto recupero delle origini, ma personalmente penso ci sia spazio per creare qualcosa di nuovo, l’importante è che sia coerente con il brand. Serve avere la collocazione giusta, perché l’orologeria è un mondo molto conservativo anche a livello di design: il consumatore, a seconda dei mercati, fa fatica uscire dalla propria comfort zone.
Quanta libertà nel creare ti lascia il Brand?
Con Timex ho una grossa libertà, anche grazie alla fiducia che si è instaurata nel tempo. Lavoro per il Mrand da tanti anni e soprattutto il Ceo raramente interviene, se non in maniera positiva. Ti dà quella libertà che normalmente trovi in altri ambiti. Ma c’è anche un percorso avviato, in cui sono stati già sviluppati molti prodotti e si conosce bene la direzione da seguire. È una questione di mettere i tasselli giusti, di mantenere una coerenza, come dicevo prima, per evitare salti in avanti che possono portarti dove non devi stare.
Che cosa ti piace di più e che cosa di meno nel momento in cui lavori su un orologio nuovo?
Di più, immedesimarmi in quello che sarà il prodotto e pensare a dove andrà. L’orologio è soprattutto un oggetto emozionale, per cui operi su quello. Di meno, lavorare sul posizionamento prezzo.