Giornale Degli Orologi
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Autore: Davide Passoni

  • Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Quando ho visto in anteprima il nuovo Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams di Audemars Piguet, ho ripensato a ciò che la Ceo del marchio, Ilaria Resta, mi ha detto in una recente intervista-chiacchierata che abbiamo avuto: «La distinzione tra orologi da uomo o da donna è un linguaggio che non risponde alle esigenze dei clienti né all’attualità». Perché la sua idea di «cambiare la narrativa» delle collezioni femminili trova in questo orologio, a mio avviso, una delle espressioni più compiute.

    Ceramica, madreperla, diametro contenuto, colori soft. Tutto sembra remare nella direzione del polso del gentil sesso. Eppure, se penso a ciò che oggi è il mercato, prima ancora che alle parole di Ilaria Resta, sono pronto a scommettere che vedremo il Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams al polso di molti maschietti. Non è solo una questione di moda, di estetica o di “gender fluidity”, come direbbero i paladini della cultura woke. È una questione di contenuti.

    I materiali del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    E vediamoli allora questi contenuti. Tenendo per assodato il fatto che l’orologio discende in maniera esplicita, per estetica e proporzioni, dal primo cronografo Royal Oak – la ref. 25860 -, lanciato nel 1997 in occasione del 25° anniversario della collezione. Quella referenza ospitava l’allora nuovo Calibro 2385, uno dei movimenti cronografici automatici più sottili mai realizzati, nato dalla collaborazione tra Audemars Piguet e il produttore di calibri Frédéric Piguet.

    Comincio dai materiali, cui ho accennato qualche riga più sopra. La ceramica, innanzitutto. Non è un materiale nuovo per Audemars Piguet, ma la lavorazione che ne ha fatto con questa referenza è di gran pregio. Intanto, il bianco candido caratterizza la cassa, il bracciale, la lunetta e la corona. A fare la differenza non è tanto il colore della ceramica – peraltro amato da Serena Williams – quanto la sua lavorazione. La superficie del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è infatti in gran parte satinata e la finitura lucida è riservata ad alcune delle parti più complesse da lavorare, come i fianchi della lunetta, gli smussi della cassa, i pulsanti del cronografo, gli spigoli e le parti interne delle maglie del bracciale.

    Lavorare così la ceramica non è una banalità: servono macchinari adeguati e precisi e, soprattutto, serve la capacità di usarli in maniera impeccabile. Il risultato è una continuità estetica, quasi morbida, tra bracciale, carrure e lunetta, enfatizzata anche da una fibbia pieghevole a farfalla che contiene il profilo dell’orologio e lo accomoda sereno al polso. Grazie anche – quasi dimenticavo – ai 38 mm di diametro della cassa.

    Quadrante elegante e minimale

    Oltre alla ceramica, c’è la madreperla del quadrante, in questo caso rosa. Un colore che ormai non definisce più un genere nella vita quotidiana, figuriamoci in orologeria. L’accostamento con il bianco è stato pensato per dare al Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams un aspetto omogeneo, delicato ma non statico. La natura stessa della madreperla e la lavorazione del quadrante realizzato con questo materiale naturale lo rendono infatti cangiante, vivo, come nelle intenzioni di Serena Williams al momento di abbinare il proprio nome al cronografo.

    La collaborazione tra la campionessa americana di tennis e il Marchio svizzero è infatti di lunga data e nasce dalla passione di Serena Williams per gli orologi. Qualche anno fa, il suo ex allenatore Patrick Mouratoglou mi raccontò che, in occasione di importanti vittorie, lei stessa lo invitava, se lo voleva, a comprarsi uno o più orologi al posto dei bonus in denaro che gli sarebbero spettati.

    Naturalmente, l’uso della madreperla ha implicato la sparizione del classico motivo Grande Tapisserie che caratterizza il quadrante del Royal Oak Selfwinding Chronograph. Anche il disegno dei contatori si discosta da quello del cronografo 38 mm come abbiamo imparato a conoscerlo nella versione che ha debuttato nel 2019. Lascio alle didascalie la descrizione più dettagliata; mi limito a sottolineare che la scelta di Audemars Piguet è stata quella di pulire al massimo il quadrante, per allinearne l’estetica al principio di minimalismo che ispira l’intero cronografo.

    Il Calibro 6401 di Audemars Piguet

    Nella cassa del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams lavora il Calibro 6401, automatico. Sebbene al momento del lancio la cassa da 38 mm fosse stata ben accolta e lodata per la fedeltà al classico Royal Oak, furono espressi alcuni commenti riguardo al movimento “datato”. Dal 1997, Audemars Piguet si era affidata a un cronografo automatico con ruota a colonne FP 1185 di produzione esterna, dotato di innesto verticale, un profilo sottile di 5,5 mm, una frequenza di 3 Hz e un’autonomia di carica di 40 ore. Modificato e rinominato Calibro AP 2385, l’opinione generale era che il movimento fosse antiquato, avesse una riserva di carica modesta e non rispecchiasse il posizionamento di alta gamma e la tradizione del Royal Oak.

    Ebbene, come è solita fare, la Manifattura ha ascoltato il mercato. E lo scorso febbraio, al lancio di due nuovi 38 mm in acciaio e oro rosa, ha abbinato quello del nuovo Calibro 6401. È un cronografo integrato con ruota a colonne e sistema a innesto verticale brevettato da Audemars Piguet per ridurre il numero di componenti ed eliminare i giochi superflui. Descritto come un cronografo robusto, affidabile e reattivo, richiede una pressione minore per azionare i pulsanti, cosa che, credetemi, per i nerd dell’orologeria è molto importante. Oltre che essere d’aiuto nel prevenire l’usura della parti meccaniche.

    Con una frequenza attuale di 28.800 alternanze/ora, lo spessore del calibro è aumentato di poco rispetto al predecessore, passando da 5,5 mm a 5,7 mm. Tuttavia, il miglioramento più significativo è rappresentato dalla maggiore autonomia, cresciuta da 40 a 55 ore.

    Che cosa impariamo dal Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    Al di là delle valutazioni fatte dalla tennista in sede di presentazione dell’orologio – «la ceramica bianca trasmette una sensazione di robustezza e resistenza, mentre il quadrante in madreperla rosa conferisce calore e morbidezza. Ogni dettaglio è stato studiato con cura» -, ciò che a mio parere è rilevante nel Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è l’idea di base, quella da cui sono partito citando le parole di Ilaria Resta. Quella di creare un orologio che non faccia, per così dire, selezione all’ingresso.

    Colori, materiali, finiture, movimento non hanno tanto la funzione di definire un obiettivo di mercato o una precisa tipologia di appassionato, quanto quella di ribadire lo status dell’orologio e la direzione che la Manifattura continua a seguire: qualità meccanica e formale ai massimi livelli e un’identità definita e riconoscibile. Tutto questo, nell’ondivaga situazione attuale dell’orologeria, aiuta Audemars Piguet a tenere la barra dritta e a dare una lezione di coerenza a tutta l’industria delle lancette. Non è una banalità.

  • Tiffany Timer: meno forma, più sostanza

    Tiffany Timer: meno forma, più sostanza

    Dici Tiffany e pensi a gioielli da sogno, a diamanti, a Audrey Hepburn davanti alle vetrine della gioielleria sulla Fifth Avenue di New York, mentre addenta un croissant avvolta nel tubino nero firmato Givenchy. Non pensi a un orologio – o almeno non subito. Eppure la celeberrima Maison americana ha una lunga tradizione in questo campo che, nel caso del cronografo, risale a ben 160 anni fa. Il cronografo Tiffany Timer da poco presentato è lì a ricordarcelo.

    Il Tiffany Timer di cui sto parlando è il “fratello” del cronografo svelato lo scorso gennaio a Milano, durante la LVMH Watch Week. Cassa in platino, quadrante Tiffany Blue (ma guarda un po’…), indici in diamanti, edizione limitata di 60 esemplari. Quella era la prima limited edition dedicata al 160° dei cronografi del Brand. L’attuale tiratura conta invece 100 pezzi e affianca al platino il titanio. Prima di vedere come, farei un piccolo excursus storico.

    Tiffany & Co. e l’orologeria

    Tiffany iniziò a vendere orologi nel 1847, guadagnandosi rapidamente una reputazione per la capacità di selezionare orologi europei di alta precisione. Nel 1866, la Maison presentò quello che oggi riconosce come il suo primo cronografo: un orologio da tasca progettato sia per uso scientifico, sia per il cronometraggio di eventi sportivi. Due anni dopo, apparve il nome Tiffany & Co. Timer, in concomitanza con l’apertura di un laboratorio di assemblaggio di orologi in Svizzera.

    L’evoluzione fu rapida, tanto che nel 1874 Tiffany aveva già inaugurato a Ginevra una manifattura a tutti gli effetti, che produceva orologi dotati di complicazioni, tra cui i cronografi. I primi realizzati erano concepiti per contesti scientifici, sportivi e professionali, e venivano venduti a clienti che comprendevano il valore della precisione ed erano disposti a pagare per averla. In occasione del lancio, la Maison affiancò a quel Tiffany Timer tre cronografi del XIX secolo, tra cui due modelli rattrapanti con la scritta “Geneva” sul quadrante.

    Da tutto questo, giù giù per oltre un secolo e mezzo, deriva il nuovo Tiffany Timer, sia quello di gennaio – super-esclusivo e preziosissimo –, sia quello appena presentato. Il nome deriva direttamente dalla storia della Maison, ma non va interpretato come un ritorno al passato. Al contrario, riporta Tiffany in un ambito che ha occupato per molti più lustri di quanto l’attuale produzione orologiera lasci intendere: la misurazione del tempo in modo serio e professionale, affrontata dal punto di vista di un gioielliere.

    Tiffany Timer, cassa e quadrante

    La cassa del nuovo Tiffany Timer misura 40 mm di diametro per 13 di spessore ed è impermeabile fino a 10 bar, valore più che apprezzabile per un cronografo. È realizzata prevalentemente in titanio grado 5, con superfici satinate, per un look più sportivo e un maggiore comfort al polso. La lunetta è invece in platino 950, lucido, a contrasto con la finitura spazzolata della cassa.

    Molto ben pensati, a mio avviso, i due pulsanti cronografici: curvi e sovradimensionati, fungono quasi da protezioni per la corona, la cui forma riprende quella della montatura a sei griffe dei solitari di Tiffany. Le anse sono sottili e ben curve e conferiscono all’orologio un aspetto morbido e una buona vestibilità, aiutata dal titanio. A gennaio avevo indossato la versione in platino: comoda al polso, ma il peso del metallo si sentiva tutto.

    L’altra novità di questa nuova edizione limitata del Tiffany Timer riguarda il quadrante. Nella versione vista alla LVMH Watch Week era interamente laccato in color Tiffany Blue con indici in diamanti. Qui ha un look più sobrio e al contempo più sportivo, con una base blu navy con finitura soleil. Naturalmente il Tiffany Blue non è stato trascurato, ma è presente sugli anelli dei contatori del cronografo, sul giro esterno della minuteria e sul disco del datario, che si amalgama proprio alla minuteria. Gli indici applicati non sono più in diamanti ma in acciaio, lucidi, e le lancette – sia quelle di ore e minuti, sia quelle del cronografo – sono in oro bianco.

    Nella cassa c’è l’El Primero

    Oltre all’aspetto intrigante, però, quello che conta è nella cassa o, come si dice nell’automotive, sotto al cofano. Il riferimento alle auto non è casuale, perché siamo in presenza di un cronografo e di un signor movimento cronografico: l’El Primero 400 di Zenith. Del resto, è proprio la scelta del calibro a determinare la credibilità di un cronografo e la decisione di Tiffany di rivolgersi a Zenith dà al Tiffany Timer una base solidissima. In questo caso l’El Primero 400 personalizzato non è impiegato solo perché vien facile sfruttare le sinergie interne al gruppo LVMH, ma per la struttura: è un calibro integrato, automatico e progettato fin dalle origini per misurare il tempo in modo chiaro e preciso.

    Tiffany, però, non lo ha trasformato in un elemento decorativo: lo ha lasciato relativamente semplice, in modo che faccia ciò che deve fare, ossia misurare il tempo. Una scelta che rimanda ai tempi in cui commercializzava cronografi equipaggiati con alcuni dei migliori movimenti, prodotti da realtà solide come Lemania o Valjoux. Realtà che erano meno interessate a ricercare lo status di manifattura che a garantire la qualità del prodotto.

    L’unica concessione all’estetica è l’emblematico “Bird on a Rock”, motivo che risale a una spilla disegnata dallo storico designer di gioielli francese Jean Michel Schlumberger che lavorò per decenni con Tiffany & Co. L’uccellino, in oro giallo 18 carati e scolpito a mano, è fedele al disegno di Schlumberger e spicca sulla massa oscillante scheletrata. L’integrazione del pennuto ha fatto venire il mal di testa ai tecnici di Zenith perché ha richiesto una ricalibrazione della massa del rotore. Per Tiffany, però, il fatto che ci fosse era un requisito non negoziabile. Questa versione del calibro è rifinita con una palette sobria, monocromatica, in modo che il volatile resti l’unico punto di colore.

    Conclusioni: perché il Tiffany Timer non è per tutti

    In sostanza, dunque, per come la vedo io, il Tiffany Timer non è destinato a chi acquista un orologio per la prima volta. Presuppone che si conoscano la struttura di un cronografo, il ruolo che ha avuto e che ha l’El Primero nell’orologeria e i vantaggi di lavorare con materiali nobili come il platino e tecnici come il titanio.

    Questo cronografo non vuole riassumere la storia orologiera della Maison né autoproclamarsene l’erede. E neppure vuole avere successo sfruttando la logica del revival dei bei tempi che furono. Proprio perché il legame di Tiffany & Co. con i cronografi non deriva da logiche industriali improvvisate ma, come abbiamo visto, si è evoluto attraverso una selezione attenta, sapendo che cosa produrre e, all’occorrenza, che cosa non produrre. Se ti chiami Tiffany, te lo puoi permettere.

  • ProPilot X Gonzo Edition: Oris e Muppet, atto terzo

    ProPilot X Gonzo Edition: Oris e Muppet, atto terzo

    Io ve lo dico, anzi, ve lo scrivo: se siete appassionati di orologi, tenete d’occhio Oris. Il marchio di Hölstein ha alle spalle oltre 120 anni di storia, ma sa essere innovativo e sorprendente come pochi. Basterebbe il ProPilot X Gonzo Edition, presentato oggi ai Geneva Watch Days, per la conferma definitiva.

    Giuro che appena l’ho visto mi sono fatto una bella risata e mi è venuto un po’ di magone. Perché per quelli come me, diversamente giovani, il Muppet Show è stata una trasmissione mitica e personaggi come Kermit, Miss Piggy e Gonzo The Great dei compagni d’infanzia. Il ProPilot X Gonzo Edition ha, come si dice, sbloccato un ricordo.

    Non ho citato a caso Kermit e Miss Piggy. Ciascuno di essi ha infatti già popolato due orologi di Oris, entrambi della collezione ProPilot X, uno presentato nel 2023, l’altro a inizio 2025. Con il ProPilot X Gonzo Edition, però, siamo su un livello differente, più alto, perché Oris ha dovuto inventarsi un modo alternativo ai primi due per caratterizzare l’orologio con il personaggio dei Muppet. Kermit compariva nella finestrella del datario una volta al mese. Miss Piggy, posizionata sulla massa oscillante, faceva capolino ogni tanto da una finestrella aperta sul fondello.

    Magia e tecnologia per il ProPilot X Gonzo Edition

    Detto che l’orologio ha le medesime caratteristiche tecniche del ProPilot X Calibre 115 in titanio, per saperne di più vi invito a leggere il pezzo dedicato e le relative didascalie. Ciò che fa la differenza nel ProPilot X Gonzo Edition è la palette di colori, unita alla trovata dei tecnici e dei designer di Oris per caratterizzarlo con Gonzo The Great.

    Nessuna finestrella, nessun datario, ma una prima assoluta per l’orologeria svizzera, che si abbina alla caratteristica meccanica più importante dell’orologio: la riserva di carica di 10 giorni e la molla da 180 centimetri che consente di ottenerla. La molla è bella visibile a ore 12 grazie alla scheletratura del quadrante. Quando si carica l’orologio e le spire della molla si compattano, le micro‑incisioni al laser lungo il bordo si allineano fino a comporre il volto di Gonzo. Mano a mano che la carica si esaurisce e le spire si allentano, il disegno si dissolve fino alla carica successiva.

    E poi c’è il colore, che caratterizza la scheletratura del quadrante. Dal sinistra a destra, la palette si evolve e sfuma dal blu intenso fino all’arancione, passando per il viola, il magenta, il rosso. Un arcobaleno che si ispira alle giacche variopinte indossate da Gonzo The Great e che rende l’orologio accattivante. Da una delle giacche del personaggio deriva anche un dettaglio che trovo geniale: la lancetta della riserva di carica a forma di peperoncino.

    L’indicatore dell’autonomia residua è una delle parti che caratterizza esteticamente, prima che funzionalmente, il ProPilot X Calibre 115. Sovradimensionato e posizionato a ore 3, nel ProPilot X Gonzo Edition ha un colore che degrada dal rosso pieno della carica completa (240 ore) al bianco dello 0 e, appunto, un peperoncino a ricordare quanto manca all’esaurimento dell’autonomia e quanto possa essere “piccante” il trascorrere del tempo.

    La filosofia creativa di Oris

    Come scritto, il ProPilot X Gonzo Edition prende dal ProPilot X Calibre 115 caratteristiche come la cassa in titanio da 44 mm e il bracciale, anch’esso in titanio, molto comodo al polso, con una fibbia sviluppata appositamente da Oris. E questo si vede, così come si vede l’approccio particolare che la manifattura ha all’orologeria. Lo esprimono molto bene le parole di Lukas Bühlmann, responsabile del design di Oris, con le quali mi piace lasciarvi. 

    «Per i nostri maestri orologiai, la meccanica è puro entusiasmo e il nostro compito come designer è trasmettere questa energia ai prodotti, sapendo che anche i clienti condividono la stessa passione. Per progetti del genere siamo sempre alla ricerca di un legame autentico; l’obiettivo è integrare l’aspetto ludico non solo nell’estetica dell’orologio, ma nel cuore stesso del movimento. Lo abbiamo fatto prima con Kermit, poi con Miss Piggy e ora con Gonzo».

  • Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib non è stato un semplice designer, ma un visionario capace di dar forma al futuro. Negli anni ’50, in pieno boom dello stile mid-century, plasmò l’immaginario collettivo disegnando oggetti dal design avveniristico, che ai nostri occhi sembrano usciti dai cartoon dei Pronipoti (The Jetsons) di Hanna-Barbera: dalle automobili alle imbarcazioni, dagli scooter alle radio, dai camper agli aerei, dai razzi alle bombe. Fu lui a raccogliere la sfida della Hamilton Watch Company e a tracciare le linee stravaganti e asimmetriche di quegli orologi elettrici che avrebbero sfidato i decenni a venire, come il Ventura e altri. Un genio audace che concepì oggetti quotidiani come opere d’arte, stipando la sua intera vita e i suoi bozzetti d’avanguardia in un appartamento di Manhattan saturo di sogni immortalati sulla carta.

    Jeffrey Hess è l’uomo che ha salvato quel futuro dall’oblio. Instancabile ed esperto collezionista, autore di libri sull’orologeria, titolare della casa d’aste Hess Fine Art di St. Petersburg, Florida, riconosciuta autorità in tema di Hamilton Electric, Hess è il custode dell’eredità di Richard Arbib. Guidato da una determinazione ferrea, è riuscito a rintracciare il cosiddetto “uomo misterioso” dietro quelle forme insolite. Lo ha conosciuto personalmente, si è conquistato la sua fiducia e ha rilevato parte del suo immenso archivio storico. Così è diventato la voce che ancora oggi ne tramanda la straordinaria parabola intellettuale.
    In questa intervista in esclusiva, Hess ci racconta del suo incontro con Richard Arbib. E ci conduce dietro le quinte di una collaborazione – quella fra il designer e la Hamilton Electric – che ha segnato indelebimente la storia della misura del tempo.

    Il genio di Richard Arbib e la ricerca di Jeff Hess

    Come ha conosciuto Richard Arbib? E come è entrato in possesso dei suoi schizzi?
    «L’ho conosciuto mentre collaboravo alla ricerca per il libro di Edward Faber sull’orologeria americana. Da molto tempo ero collezionista, promotore, acquirente e venditore di orologi elettrici Hamilton e, quando ho saputo che Ed Faber e Ettagail Blauer stavano scrivendo un libro, ho detto loro che avrei trovato l’uomo misterioso che aveva progettato quegli orologi stravaganti. Ed era scettico, ma io ero determinato e, in quei tempi pre-internet, mi sono semplicemente messo alla ricerca di ex dipendenti Hamilton in pensione e li ho contattati al telefono, chiedendo loro di indicarmi altri amici in pensione.

    Nessuno sapeva chi fosse quell’uomo, ma alla fine mi imbattei in un signore che all’epoca aveva 77 anni e che mi disse: “Ma quello era il vecchio Richard Arbib”. Lo affermò con tale certezza che iniziai a cercare questa persona. Andai in biblioteca e, per capriccio, consultai gli elenchi telefonici di Lancaster, Pennsylvania, e dintorni, senza alcun risultato. Provai con l’elenco telefonico di Manhattan e finalmente trovai qualcuno con quel nome. Lo chiamai. Rimase perplesso per la mia telefonata. Mi disse che non era mai stato un dipendente, ma sì, era proprio lui l’uomo che aveva progettato l’orologio. Gli chiesi con entusiasmo se potevo fargli visita e nel giro di 48 ore ero su un aereo diretto a Manhattan.

    All’inizio Arbib era cauto nel condividere informazioni con me e mi mostrava solo alcuni dei suoi progetti perché temeva che la Hamilton potesse intentare una causa. Aveva conservato quasi tutto e il suo incredibile appartamento era come l’incubo di un accumulatore compulsivo: scatole impilate letteralmente fino al soffitto, piene di progetti, documenti, rendering, disegni e così via, relativi ad aspirapolvere, pulitori, barche, orologi e dirigibili. Quando gli chiesi se fosse possibile acquistare i rendering e il materiale relativo alla Hamilton, acconsentì prontamente.

    Comprai tutto, ogni singolo pezzo, insieme a diverse centinaia di copie fotografiche dei progetti elettrici della Hamilton. Acquistai da lui anche il prototipo dell’orologio per la sua tanto chiacchierata Astro-Gnome Car, apparsa sulla copertina di Mechanics Illustrated nel lontano 1955. Da appassionato di orologi, fui poco accorto e non acquistai anche i progetti per gli altri oggetti (barche, automobili eccetera) che mi aveva offerto. È una cosa di cui mi pento sinceramente».

    La nascita di Hamilton Electric

    Come è iniziato il rapporto tra Richard Arbib e Hamilton?
    «Tra la fine degli anni ’40 e i primissimi anni ’50, Hamilton aveva avviato le proprie ricerche sull’orologeria elettrica con numerosi ingegneri, inventori e designer. Sapevano che la corsa era iniziata e volevano essere in prima linea.

    Mr. Arbib mi ha raccontato che all’epoca era semplicemente un designer freelance. Aveva sentito dire che l’azienda aveva bisogno di progetti particolari per la cassa di un orologio adatta a un movimento dalla forma insolita, che doveva ospitare una batteria grande e spessa. Così, attorno al 1954, realizzò letteralmente centinaia di bozzetti che presentò alla Hamilton. Probabilmente Richard Arbib aveva proprie idee al riguardo, dato che era già impegnato nella realizzazione di disegni in pieno stile mid-century per altre aziende, estranee al mondo dell’orologeria».

    Quali erano le caratteristiche dei movimenti Hamilton Electric?
    «Senza dubbio adoro gli Hamilton Electric sotto ogni aspetto. Possiedo i quaderni di lavoro originali e i libri di progettazione del movimento che risalgono al 1952 circa e mi piace leggerli. Mi fanno capire quanto alla Hamilton abbiano lavorato duramente su questo progetto. Sapevano di essere in competizione con le case concorrenti, sebbene ciò che avevano ideato alla fine non funzionò. Era troppo presto. In origine si trattava di un ibrido elettromeccanico. A differenza dei successivi modelli completamente elettronici, si basava in gran parte su parti meccaniche tradizionali abbinate a delicati contatti a filo esposti…

    I primi studi redatti dai loro ingegneri tra il 1952 e il ’54 e quelli successivi sono un racconto continuo di problemi con le batterie, con i contatti e con le vibrazioni finali. Nonostante l’alto tasso di guasti riscontrato nei test, lanciarono comunque l’orologio in fretta e furia, a loro discapito. Molti sostengono che la fine della Hamilton Watch Company in America derivi da lì. Col senno di poi, anche se la questione non è così semplice, il fatto di applicare alcuni contatti su un bilanciere era una ricetta per il disastro».

    L’eredità contemporanea

    Quali insegnamenti ha lasciato all’orologeria la collaborazione tra Arbib e Hamilton dopo la fine della loro partnership?
    «Ce ne sono molti. Ma l’insegnamento principale è lo stesso che tutti conosciamo sin dall’inizio della produzione in serie di orologi negli anni ’50 dell’Ottocento a Waltham, nel Massachusetts. E cioè il rapporto tra il costo del design e la solidità finanziaria delle aziende che assumevano i designer. Per esempio, Richard Arbib insisteva affinché i cinturini fossero integrati e riuscì a convincerli a farlo solo per un paio di modelli. Poi si lamentò del fatto che avessero interrotto questo processo perché era troppo costoso. Per inciso, l’espressione “troppo costoso” è ripetuta spesso dalla dirigenza Hamilton ai progettisti di movimenti, lo testimoniano i libri in mio possesso. I dirigenti presero molte scorciatoie con il movimento, motivo per cui alla fine fallì e divenne notoriamente instabile…

    In breve, a mio parere e secondo molti altri, Richard Arbib fu probabilmente l’unica ragione per cui l’Hamilton Electric riuscì a vendere. Anche se il 505 funzionava meglio del 500, se Hamilton fosse riuscita a lanciare il 510, che era in fase di progettazione, forse l’intera azienda avrebbe potuto essere salvata. E si potrebbe sostenere che, con la rinascita del design di Arbib guidata dai collezionisti… (Hess non conclude la frase, ma sembra alludere a un maggiore successo degli esemplari d’epoca, ndr).

    Questo potrebbe benissimo essere uno dei motivi per cui Hamilton Watch esiste ancora oggi, dato che i nostri fratelli svizzeri hanno continuato a vendere i suoi orologi ben oltre l’inizio del XXI secolo. Mi piacerebbe vedere Swatch Group stanziare un paio di milioni di dollari per giovani designer emergenti. Potrebbero farlo: hanno i soldi, ne hanno bisogno e sarebbe proficuo non solo per il design, ma anche per l’opinione pubblica».

    Secondo lei, oggi ci sarebbe spazio nell’orologeria per un genio come Arbib?
    «Certamente! Sta già accadendo con i piccoli marchi in tutto il mondo, e persino con alcuni progetti audaci di alcuni dei principali produttori. Ho spesso suggerito e sostenuto la creazione di una sorta di fondo o di un pool di risorse, simile a un incubatore, per designer indipendenti e produttori di casse, che incoraggiasse il modernismo del XXI secolo nell’orologeria. C’è spazio in abbondanza e, sebbene sia impensabile che possa arrivare uno in grado di pensare fuori dagli schemi ed essere così audace e creativo come Richard, sono certo che là fuori ci sia qualcuno».

  • Lunar Pilot Black Hole: il lato oscuro di Bulova

    Lunar Pilot Black Hole: il lato oscuro di Bulova

    Oltre che essere un orologio bello e con una storia alle spalle, il Lunar Pilot di Bulova è anche una garanzia per il Brand. Le referenze classiche con la cassa da 45 mm sono sempre apprezzate dagli appassionati, quelle con la cassa da 43,5 mm sono diventate dei bestseller, le edizioni limitate come quella in meteorite o la Timascus sono andate via come il pane. Ecco perché la nuova edizione limitata Lunar Pilot Black Hole, di cui scrivo in questo articolo, ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo crack per il marchio del gruppo Citizen.

    Il quadrante del Lunar Pilot Black Hole

    Non torno sulla storia del Lunar Pilot. Ne ha scritto in maniera precisa e documentata, come solo lui sa fare, il nostro Francesco Consumi in questo articolo. Vado subito al sodo del Bulova Lunar Pilot Black Hole, le cui novità sono interessanti. A partire dal diametro. Già il passaggio dai 45 ai 43,5 mm era stato accolto con favore dai collezionisti e dal mercato. Però non bastava, perché la community degli appassionati di Bulova chiedeva un ulteriore “dimagrimento”.

    Et voilà: il diametro del Bulova Lunar Pilot Black Hole scende a 41 mm. Mantiene comunque la stessa struttura di cassa e lo stesso design originale, con i vistosi pulsanti cronografici allungati a goccia e la grande corona, pensata per l’uso con i guanti da astronauta. La lunetta tachimetrica sul réhaut interno, a base 500, dà al cronografo quel tocco di sportività che lo contraddistingue da sempre.

    L’altra novità è data dal colore che, come dice il nome, è il nero più completo, sia per il bracciale sia per il quadrante. Su quest’ultimo, Bulova ha utilizzato la vernice Musou Black, che l’industria orologiera conosce da qualche anno. Sono diversi, infatti, i marchi che la impiegano per i quadranti, in virtù della peculiare caratteristica: la capacità di assorbire il 99,4% della luce visibile. 

    In giapponese “musou” significa qualcosa come “senza pari, ineguagliabile, unico nel suo genere” e in effetti la proprietà di questa vernice è qualcosa di unico. Più o meno analogo è il Vantablack, sviluppato con nanotubi di carbonio, che assorbe un po’ di più: il 99,965% dello spettro visibile. Però non è una vernice liquida, ma un rivestimento speciale, applicato con una tecnica complessa.

    Musou is the new black

    Il risultato dell’impiego del Musou Black è un quadrante scuro e affascinante, dalla cui ombra nera emergono indici e lancette trattati con Super-LumiNova di colore grigio, che offre una luminescenza di colore blu. Insieme a essi, spicca il bianco degli indici dei contatori, unica nota differente nel buio più totale.

    Il nero si estende alla cassa e al bracciale, che si distinguono per la finitura opaca e antiriflesso, un unicum attualmente all’interno della collezione Lunar Pilot. Finitura e colore sono ottenuti grazie alla combinazione tra una lavorazione sabbiata e un trattamento Pvd che si estende anche alla fibbia con chiusura a farfalla. Un design, quello della fibbia, che aiuta la vestibilità al polso insieme alla dimensione di cassa.

    Il calibro ad alta frequenza del Lunar Pilot Black Hole

    Ah, dimenticavo. L’altro elemento che spicca sul quadrante del Lunar Pilot Black Hole è la scritta 262 kHz nel contatore dei 60 minuti, a ore 6. Come nelle altre referenze della collezione, indica che nella cassa lavora un calibro al quarzo ad altissima frequenza, ossia 262,144 kHz. Si tratta del calibro NP20 ad alta precisione che, in realtà, altro non è che un calibro Bulova 8136. È stato messo a punto per il Brand da Miyota, azienda che, come Bulova, appartiene al gruppo Citizen.

    Probabilmente lo chiamano NP20 e non 8136 solo per ragioni di marketing. Forse hanno voluto cambiare il nome del movimento in NP20 affinché sembrasse più un calibro specifico di Bulova, evitando di utilizzare il tipico sistema di numerazione a quattro cifre dei calibri Citizen. Di certo, è un movimento esclusivo di Bulova e questo ci basta.

    Il Lunar Pilot Black Hole è realizzato in edizione limitata a 6.000 esemplari di cui 500 destinati all’Italia. Bella la confezione speciale chiamata “Black Hole”: oltre all’orologio, include un astuccio da viaggio e una sveglia da viaggio, il cui design richiama quello degli strumenti di bordo della capsula lunare impiegata nella missione Apollo 15 del 1971. Il comandante di quella missione, David Scott, indossò sopra la tuta spaziale il proprio Lunar Pilot personale durante la passeggiata sulla Luna e le operazioni extraveicolari sul suolo del nostro satellite naturale.

    Prezzo e conclusioni

    Chiudo con quello che interessa di più a chi è arrivato fino a qui a leggere, ossia il prezzo: 1.460 euro. Un prezzo di fascia alta per un marchio come Bulova, ma che nel caso del Lunar Pilot Black Hole è giustificato sia dall’impiego di materiali speciali, sia dal fatto che 2,5 mm di cassa in meno implicano un cambio anche nella linea produttiva.

    Se sia questa una dimensione destinata a entrare in pianta stabile nella collezione, con altre referenze future, non lo so, anche se penso sia probabile. Quello che so, o che immagino, è che i 500 pezzi per l’Italia sono destinati a durare un amen. È il fascino della storia, combinato a un prodotto azzeccato.

  • L’estetica F.P.Journe tra casse, quadranti e libertà creativa

    L’estetica F.P.Journe tra casse, quadranti e libertà creativa

    Il bello dell’alta orologeria sta anche nel fatto che quasi tutte le manifatture hanno codici estetici che rendono i loro pezzi riconoscibili. Succede con i grandi marchi, appartengano o meno ai gruppi del lusso, ma soprattutto con i cosiddetti “orologiai indipendenti”, che della riconoscibilità hanno bisogno come dell’aria. E se parliamo di identità visiva e di indipendenza, il riferimento all’estetica F.P.Journe è immediato.

    Colui che è considerato da molti il più grande maestro orologiaio contemporaneo, in poco più di un quarto di secolo ha saputo realizzare creazioni caratterizzate da un linguaggio stilistico che le rende inequivocabilmente F.P.Journe. Questo grazie anche alla lungimiranza imprenditoriale che lo ha portato a creare Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève, le due aziende produttrici di quadranti e di casse che appartengono al Marchio al 100%.

    Utilità della funzione nell’estetica F.P.Journe

    Dietro a ciascun orologio F.P.Journe, sia dal lato tecnico sia da quello estetico, c’è sempre e solo François-Paul Journe. In azienda non esiste un team creativo. Il Maestro ha un’idea personale della meccanica, ma anche del quadrante e della cassa: da lui nasce l’estetica molto specifica degli orologi del Brand. E, nella sua visione, tutta la genesi dell’orologio parte dal quadrante, al cui disegno si deve adattare il calibro. Esattamente l’opposto di come lavora la maggior parte degli orologiai.

    L’archetipo che definisce l’estetica F.P.Journe relativamente ai quadranti risale a uno schizzo disegnato dallo stesso Journe su un tovagliolo di carta in un bistrot di Parigi alla fine degli anni ’90. È un’estetica alla quale la Manifattura è rimasta fedele e risponde a una esigenza di praticità. Ore e minuti sono posizionati a destra, dalla parte della corona, le altre indicazioni o le eventuali complicazioni sono a sinistra. In questo modo, l’informazione essenziale, l’ora, è sempre visibile anche quando il quadrante è in parte coperto dal polsino della camicia. E il movimento, all’interno della cassa, si sviluppa di conseguenza.

    Che cosa rende un orologio un F.P.Journe?

    Sempre restando sul quadrante e parlando di complicazioni e informazioni, i quadranti secondari e i contatori che le contengono, quando presenti, sono fissati al quadrante stesso tramite viti a vista. Il numero delle viti varia a seconda della referenza, ma il fatto di renderle visibili aumenta l’impressione di artigianalità e di attenzione all’orologio come macchina utile che accompagna da sempre la visione e il lavoro di François-Paul Journe.

    Ci sono poi le lancette a goccia, quelle delle ore e dei minuti o di funzioni accessorie come l’indicazione dell’autonomia residua. Disegnate dallo stesso Journe, hanno una linea pulita e distintiva che le rende non solo subito identificabili, ma anche perfettamente funzionali. La finitura a guilloché, che definisce fin dagli esordi la parte centrale dei sottoquadranti dedicati alle ore e ai minuti, è invece un richiamo diretto all’eredità di Abraham-Louis Breguet, uno dei geni ispiratori del lavoro di F.P. Journe. Senza dimenticare la corona di carica con il tipico decoro a cordoncino ritorto, che la percorre in tutta la circonferenza,

    Ancora, la grafica chiara, leggibile, inconfondibile dei numeri arabi, con un carattere tipografico unico e riconoscibile. A volte sono in oro, applicati, a volte sono stampati con uno speciale processo di tampografia, nell’utilizzo del quale Les Cadraniers de Genève è oggi uno degli specialisti assoluti a livello mondiale.

    Ciò che distingue e rende ben riconoscibili gli orologi di F.P. Journe è anche l’impiego esclusivo di materiali preziosi per il quadrante: oro rosa, oro bianco, a volte argento, molto raramente oro giallo. Stesso discorso per la cassa, perlopiù in oro rosa o in platino, metalli nobili talvolta affiancati da materiali insoliti, moderni e di difficile lavorazione, come il titanio o il tantalio. E, parlando di cassa a quadrante, il discorso non può che cadere su Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève.

    Cassa e quadrante “fatti in casa”: l’integrazione produttiva

    La nascita di Les Cadraniers de Genève risale al 2000. Quella che era la fabbrica dei quadranti fu creata grazie a una joint venture con Max Büsser, il patron di MB&F. In quegli anni Büsser lavorava per Harry Winston e, come François-Paul Journe, desiderava un’azienda indipendente attraverso la quale poter realizzare i propri quadranti.

    Come scrivevo prima, sia Les Cadraniers de Genève sia Les Boîtiers de Genève appartengono a F.P.Journe al 100%. La prima non lavora in esclusiva per la Manifattura: fornisce quadranti anche ad altri marchi di alta orologeria, come Vacheron Constantin o Chanel. Grazie al fatto che entrambe le aziende sono collegate in modo diretto alla Casa madre, in F.P.Journe è stata creata una unità produttiva integrata che lascia il Maestro libero di creare.

    Grazie a questa autonomia e capacità industriale, è stata sviluppata un’area prototipi che ha un ruolo chiave in F.P.Journe. Consente di tradurre immediatamente le idee del Maestro in prototipi funzionanti, in modo da avere il controllo sulla qualità di tutti i componenti. Oltre a un’idea precisa sulla applicabilità o meno di determinate soluzioni meccaniche o legate proprio all’habillage.

    Les Cadraniers de Genève

    Le due aziende condividono gli spazi di un edificio a Meyrin, nei sobborghi di Ginevra. Il progetto iniziò nel 2021, quando F.P.Journe acquisì una fabbrica abbandonata. L’edificio fu completamente smantellato e ricostruito secondo le specifiche di Journe, tra le quali l’aggiunta di un piano e un sistema di climatizzazione potenziato, capace di regolare temperatura e umidità. Grazie alla nuova sede, sarebbe stato possibile garantire il controllo della qualità nella produzione dei quadranti. L’inaugurazione è del 2023.

    Sebbene condividano lo stesso edificio, Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève operano in modo separato l’uno dall’altro per isolare i processi di produzione. In particolare, al fine di proteggere la delicata superficie dei quadranti in lavorazione dall’eccesso di particelle metalliche immesse nell’ambiente dall’attività di produzione delle casse.

    Les Cadraniers de Genève occupa i due piani superiori della struttura di Meyrin. Poiché per la personalissima visione di François-Paul Journe la produzione di un nuovo orologio inizia dal quadrante, il reparto di progettazione dell’azienda è composto da una sola persona: lo stesso Journe. Dopo che ha ideato un concetto, il progetto passa a Les Cadraniers de Genève, dove viene ricreato utilizzando programmi Cad. Les Cadraniers de Genève dispone di un reparto di ricerca e sviluppo dedicato esclusivamente alla produzione dei quadranti.

    Con le macchine Cnc si ritaglia la forma del quadrante e si praticano i fori che saranno utilizzati per le varie aperture. Vi sono poi una sezione appliqué, per creare gli elementi applicati, e un laboratorio décalque, dove viene eseguita la tampografia. Anche le varie tecniche di finitura del quadrante hanno laboratori dedicati all’interno di Les Cadraniers de Genève. Alcune sono più semplici, come la satinatura – eseguita a mano – e la sabbiatura, utilizzata per i quadranti della collezione LineSport. Altre sono più complesse, come la laccatura del Chronomètre Bleu.

    Les Boîtiers de Genève

    Les Boîtiers de Genève ha aperto ufficialmente i battenti nel 2012. A differenza di Les Cadraniers de Genève, Les Boîtiers de Genève non ha clienti esterni, si dedica esclusivamente alla produzione di casse e bracciali per F.P.Journe. Li realizza in platino, oro, titanio e tantalio. L’azienda ospita sette diversi laboratori dedicati alla realizzazione della cassa; la materia prima è modellata in una barra o in un lingotto tramite stampi, prima di essere fresata nella forma finale.

    La cassa F.P.Journe presenta in genere una struttura in tre parti, lunetta, corpo centrale e fondello. Il fondello è avvitato al corpo centrale, mentre la lunetta è saldata. I metalli utilizzati per la creazione della cassa pongono sfide diverse agli artigiani, poiché l’usura degli utensili dipende dal grado di durezza di ciascun metallo. L’oro è relativamente morbido e non presenta particolari difficoltà, a differenza di materiali come il platino, il titanio e il tantalio. La cassa è interamente lucidata a mano per rimuovere eventuali sbavature o segni lasciati dagli utensili.

    Un altro laboratorio è dedicato alla saldatura. Qui si utilizzano due metodi: il processo tradizionale prevede il riscaldamento dei componenti con una grande fiamma libera, l’approccio più tecnologico si avvale dei laser. Quest’ultima è la tecnica più comunemente utilizzata da F.P.Journe, per quasi il 90% della produzione, mentre il metodo tradizionale con fiamma libera si impiega solo per i modelli di cassa più complessi.

    Dopo la saldatura, la cassa torna al reparto di finitura per un’ulteriore fase di lucidatura a specchio. Il processo non interessa i modelli LineSport ed Élégante, che hanno finiture sabbiate o satinate. Les Boîtiers de Genève gestisce anche un laboratorio dedicato alla ceramica, dove vengono cotte e lavorate le lunette presenti su alcuni modelli LineSport.

    L’estetica F.P.Journe anche nel bracciale

    Il fondello è inciso con macchine Cnc e la fibbia con il laser, usando una speciale macchina, in modo da arrivare il più in là possibile con la tecnologia. Ma non si può avere l’altissima qualità di F.P.Journe senza l’intervento finale dell’uomo. A proposito della fibbia, è noto che la maggior parte degli orologi del Marchio ha il cinturino in pelle. I modelli LineSport sono invece sempre dotati di un bracciale in titanio o in oro, ed è anche possibile ordinare un bracciale in platino o in oro per i modelli dell’attuale collezione Classic.

    Ecco perché F.P. Journe produce all’interno di Les Boîtiers de Genève, ogni singolo componente del bracciale. Sono pochissimi i brand che lo fanno internamente, senza affidarsi a fornitori specializzati. In questo modo, Journe riesce a garantire un livello di controllo della qualità dei propri bracciali superiore a quello di qualsiasi altro marchio di dimensioni simili, nonché a quello di molti marchi di dimensioni ben maggiori. I bracciali e le fibbie di F.P.Journe sono tutti sottoposti a un processo ben definito, articolato in più fasi – fresatura, finitura e incisione -, messo a punto da François-Paul Journe stesso e dal team di Les Boîtiers de Genève.

    Il valore dell’indipendenza nell’estetica F.P.Journe

    In sostanza, quindi, il fatto che F.P. Journe possegga sia Les Cadraniers de Genève sia Les Boîtiers de Genève dà al marchio una posizione unica nel panorama orologiero internazionale. Il ruolo della Manifattura come fornitore di quadranti per l’intero settore è inoltre una testimonianza della posizione preminente che l’azienda occupa nell’ecosistema dell’orologeria svizzera. È una conseguenza diretta della gestione particolare della Manifattura e della verticalizzazione del Marchio, che oggi produce circa il 95% dei propri componenti in-house, lasciando all’esterno solo cinturini, vetri e spirali.

    Un’idea di indipendenza che François-Paul Journe ha sempre perseguito e che contraddistingue anche Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève. E che si traduce, come abbiamo visto, nell’estetica F.P.Journe: un linguaggio visivo preciso, elegante e ben riconoscibile. Del resto, il marchio F.P.Journe e il maestro François-Paul Journe sono indissolubili e interdipendenti: lungi dall’essere un limite, questo legame è un invito alla libertà di esplorare e di fare. E un tributo al genio.

  • Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001: Patek Philippe indossa il jeans

    Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001: Patek Philippe indossa il jeans

    Un jeans e una maglietta. Non è solo il titolo di un musicarello anni ’80 in salsa partenopea con l’ineffabile Nino D’Angelo, ma è anche una delle tenute più casual che si possono indossare. Proprio con un jeans e una maglietta starebbero bene al polso i Patek Philippe 4946G-001 e 4947/1A-001, due tra i calendari annuali più sportivi della Maison ginevrina. Hanno un quadrante blu con una trama “shantung” – una satinatura verticale e una orizzontale che si incrociano a 90 gradi – che ricorda quella di un jeans e dà all’orologio un tocco fresco e disinvolto.

    Lo so, l’ho presa forse un po’ alla lontana, ma il periodo estivo e le mise disimpegnate rendono questo il momento ideale per parlare dei due orologi, che sono una sorta di “separati alla nascita”. Sostanzialmente identici nell’estetica e nella meccanica, il 4946G-001 è stato presentato quest’anno a Watches and Wonders Geneva, mentre il 4947/1A-001 risale al 2021.

    La cassa delle Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001

    Parto dalla cassa. Sono 38 mm di solido oro bianco nel 4946G-001 e di acciaio nel 4947/1A-001, per uno spessore tutto sommato contenuto per un calendario annuale: 11 mm circa. La cassa è completamente lucida, un incubo per gli ossessivo-compulsivi come me che non amano le ditate, ma una prova di eccellenza per gli artigiani di Patek Philippe. Le proporzioni e la forma sono le classiche Calatrava, il che significa purezza delle linee e pulizia. Vanno in questa direzione i quattro pulsanti correttori integrati nella carrure, in modo che solo la corona con la croce di Calatrava interrompa l’armonia dei contorni.

    Cassa Calatrava significa anse non particolarmente lunghe e leggermente curvate, a facilitare l’indossabilità dell’orologio, che nel caso del 4946G-001 e del 4947/1A-001 è un requisito fondamentale, data la natura casual. 

    Il quadrante delle Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001

    Il punto di forza di entrambi gli orologi, al di là della meccanica, è sicuramente il quadrante. In Patek Philippe lo chiamano shantung dial, perché ricorda la trama dell’omonimo tessuto di seta tipico delle culture orientali. Il colore blu scelto per queste due referenze lo avvicina indiscutibilmente al jeans.

    Il quadrante shantung di Patek Philippe è realizzato attraverso un preciso processo di satinatura verticale e orizzontale, studiato per riprodurre l’aspetto testurizzato e intrecciato della seta grezza. La base del quadrante (solitamente in ottone o in oro) è sottoposta a un processo che prevede da 50 a 110 fasi distinte, caratterizzate da finiture microstriate eseguite da artigiani altamente specializzati. Utilizzano abrasivi fini e spazzole particolari per levigare il quadrante. Attraverso movimenti di spazzolatura verticali e orizzontali, creano il motivo irregolare, striato e finemente intrecciato. 

    Il metallo striato è colorato tramite galvanizzazione o rivestito con strati di vernice. Tra i colori più diffusi per i quadranti in shantung figurano il marrone (come nella Ref. 4946R-001), il bianco-grigio e, appunto il blu. I numeri e gli indici sono applicati con cura, mentre il testo viene trasferito litograficamente utilizzando tamponi in silicone, secondo la tecnica denominata décalque.

    Look moderno, layout classico

    Se la texture rende il 4946G-001 e il 4947/1A-001 giovani e attuali, il layout del quadrante è esattamente ciò che ci si aspetta da un calendario annuale di Patek Philippe. Intanto, giusto per ricordare, a differenza di altri tipi di calendari come il perpetuo o il settimanale, l’annuale indica mese, giorno del mese e giorno della settimana. A queste informazioni, Patek Philippe aggiunge nelle Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001 l’indicazione delle fasi lunari.

    La disposizione dei contatori è classica: a ore 10 i giorni della settimana, a ore 2 i mesi, a ore 12 la finestrella del datario, con il disco data bianco, sovrastata dalla finestra delle fasi lunari. I numeri arabi sono in oro bianco, applicati, sia nella referenza con cassa in oro bianco sia in quella in acciaio, così come le lancette a foglia. Un generosa rivestimento di materiale luminescente garantisce la leggibilità al buio.

    Come ho scritto all’inizio, la meccanica dei due orologi è la stessa: il calibro automatico 26-330 S QA LU. Come sa chi apprezza Patek Philippe, QA sta per quantième annuel, ossia calendario annuale, LU indica le fasi lunari. Per i dettagli tecnici rimando alle didascalie, così come per alcune finezze che riguardano l’estetica del quadrante.

    Prezzi e conclusioni

    Se dunque le Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001 sono sostanzialmente identiche, oltre al materiale della cassa che cosa le differenzia? Il fatto che nella 4947/1A-001 del 2021, la cassa in acciaio fa il paio con il bracciale integrato a cinque file nello stesso materiale, con fibbia a farfalla brevettata. Nella nuova 4946G-001, il bracciale è sostituito da un bel cinturino in pelle di vitello il cui colore e la cui texture richiamano quelle del quadrante e danno all’orologio un aspetto ancora più sbarazzino. Aiutato da una fibbia ad ardiglione (grazie, Patek!) in oro bianco.

    I prezzi? 58.093 euro per la versione in oro bianco, 55.004 euro per quella in acciaio. Personalmente, per 3.000 euro di differenza opterei per la referenza in oro bianco. Per quanto può valere il mio punto di vista…

    In sostanza, quindi, la Ref. 4946G-001 e la meno recente 4947/1A-001 dimostrano come Patek Philippe abbia trovato un buon equilibrio nelle collezioni tra calendari “semplici” e perpetui, fin dalla introduzione del calendario annuale nel 1996. Se questa complicazione, che richiede una sola correzione all’anno a fine febbraio, è stata da allora proposta in diverse versioni – dalla classica 5146 alla più moderna 5205 -, la referenza 4946G-001, ancor più della 4947/1A-001, si afferma come un’interpretazione equilibrata e contemporanea.

    Non dimentichiamo che Patek Philippe ha esplorato texture sia blu sia ispirate al denim in diverse collezioni, dai Nautilus agli Aquanaut, fino a recenti esempi di World Time. La Ref. 4946G-001 segue con eleganza la stessa direzione e aggiunge alle collezioni della Manifattura un complicato dal carattere disinvolto, in sintonia con i gusti di oggi. Per una Maison spesso considerata conservatrice, non è cosa da poco.

  • I nuovi Villeret e l’anima classica di Blancpain

    I nuovi Villeret e l’anima classica di Blancpain

    Di recente ho avuto l’occasione di vedere e toccare con mano in anteprima la nuova collezione Villeret di Blancpain ed è stata un’occasione unica. Intanto perché le anteprime per la stampa sono sempre un momento speciale. Poi, perché all’evento era presente Jeffrey Kingston, uno dei massimi esperti e collezionisti mondiali, particolarmente amante di Blancpain e Breguet. Infine, perché lo stesso Kingston ci ha illustrato alcune delle referenze più celebri e prestigiose del passato di Blancpain, uscite per l’occasione dal caveau della manifattura in Svizzera. Roba che accade una volta ogni… tanti anni.

    Insomma, la cornice ideale per scoprire i nuovi Villeret, che Blancpain ha declinato in sei referenze, divise in due linee. Per non annoiarvi troppo e perché penso che in molti punti i nostri gusti coincidano, mi concentrerò di più su una delle versioni presentate: il Villeret 38 mm con quadrante color salmone. Che, dal vivo, è più un rame, ma se Blancpain parla di salmone, salmone sia.

    La novità del colore

    Al di là del colore, quello che va sottolineato nella nuova collezione è il diametro della cassa, che scende dai classici 40 mm (che resteranno comunque in assortimento) ai più contemporanei 38 mm. Una riduzione abbastanza visibile affiancando le due referenze, soprattutto perché il 40 mm del Villeret è sempre sembrato più grande di quanto non sia e lo stesso accade per il 38 mm. Un effetto dovuto sostanzialmente alla lunetta molto sottile e al quadrante essenziale quasi, spoglio.

    È la forza della collezione, che per Blancpain è la quintessenza dell’orologeria classica ed elegante, oltre che la campionessa in termini di sell out. Chi pensa che sia il Fifty Fathoms a fare man bassa di clienti, si sbaglia: ben oltre la metà dei volumi arriva dal Villeret. E con le nuove referenze, la linea promette di crescere ancora, anche perché tra queste non ci sono solo i 38 mm ma anche due femminili da 29,2 mm, di cui parlo più estesamente nelle didascalie.

    Il quadrante del nuovo Villeret

    Quindi, venendo al Villeret con quadrante color salmone, c’è da dire che è una prima per Blancpain in questa collezione. Avendolo messo al polso, posso affermare che la combinazione tra la tonalità, la cassa in acciaio, gli indici applicati in numeri romani in oro 18 carati con finitura nera e il cinturino in nabuk color antracite dà all’orologio una bellissima presenza.

    Pur mantenendo l’eleganza tipica di un Villeret, questa versione ha un non so che di sportivo che la rende indossabile sia con un completo e una cravatta, sia insieme a una camicia con le maniche arrotolate e a un paio di jeans. 

    Probabilmente questo effetto è merito anche del linguaggio estetico che Blancpain ha introdotto in tutta la collezione Villeret lo scorso autunno. È stato fatto un lavoro sugli indici, ridimensionati per dare maggior equilibrio all’insieme, satinati superiormente e smussati agli angoli. A ore 12 il classico XII ha lasciato spazio al monogramma JB, che si trova anche sul contrappeso della lancetta dei secondi centrali e che sta per Jehan-Jacques Blancpain, colui che fondò la Maison nel 1735. Pur se sottili, le lancette di ore e minuti hanno una parte ricoperta di Super-LumiNova per la leggibilità al buio.

    Come sempre accade in questi casi, risulta un po’ divisivo il datario a ore 3. Chi lo ama, chi preferirebbe non ci fosse (io…), chi non ci fa caso. Se non altro, in tutte le nuove versioni Blancpain ha messo il disco data in tinta con il quadrante, per provare a non spezzare l’uniformità estetica dell’insieme. Tutto sommato, idea promossa.

    Il calibro e l’estetica

    In termini di movimento, i nuovi Villeret da 38 mm incassano il calibro 1150 automatico di manifattura. È il movimento che si abbina al Villeret (ma si trova anche in alcune referenze del Fifty Fathoms Batyscaphe) e che si distingue soprattutto per lo spessore contenuto: 3,25 mm. Una dimensione che consente al nuovo Villeret da 38 mm di avere una cassa da 8,35 mm. È la misura che fa rientrare l’orologio nella categoria Ultraplate, di solito associata ai calibri automatici, contro gli Extraplate (sotto gli 8 mm di spessore) con calibro manuale.

    Non è una differenziazione da nerd, ma qualcosa che ci deve far ricordare quanto a questa collezione debbano sia Blancpain, sia l’intera orologeria svizzera. Per quanto il nome Villeret sia stato introdotto per identificarla solo nel 2002, i suoi codici estetici risalgono a quasi vent’anni prima. Nel 1983, nel pieno della cosiddetta “crisi del quarzo” che mise in ginocchio l’industria del tempo elvetica, Blancpain se ne uscì con il più piccolo calendario completo con fasi lunari del tempo, di 34 mm di diametro.

    Un orologio con la lunetta a doppio gradino, l’estetica sobria, la Luna con il volto umano che troviamo ancora oggi nella collezione e che fu la prova di quanto l’orologeria svizzera avesse ancora molto da dire. In un’epoca in cui l’elettronica pareva schiacciare la meccanica, Blancpain si mosse in direzione ostinata e contraria, dando il primo impulso a quella rinascita che, lenta e non facile, ha portato le lancette elvetiche dove sono oggi.

    Villeret, le altre referenze

    Dopo questo pistolotto storico, per completezza vi ricordo quelle che sono le altre referenze appena presentate, oltre a quella salmone, lasciando alle didascalie i dettagli. Intanto, c’è una versione riservata alle boutique Blancpain, che abbina una cassa in acciaio a indici giallo in oro massiccio 18 carati, un quadrante opalino dorato e un cinturino in alligatore nabuk verde oliva. È affiancata da altre due referenze: una con cassa in oro rosso 18 carati, quadrante opalino dorato e cinturino color miele, una con cassa in acciaio, quadrante opalino e cinturino beige.

    Come ho accennato sopra, ci sono anche due referenze pensate per le signore. Con cassa da 29,2 mm in oro rosso 18 carati o in acciaio, hanno le classiche fasi lunari a ore 6 e diamanti su lunetta e indici. Qualcosa molto in linea con i Villeret di un tempo, calati però nella modernità. Perché nulla è più moderno di un classico che sa mantenere la propria essenza e resistere al passare delle stagioni. Vale nell’arte come nell’orologeria che, in fondo, è arte anch’essa.

  • Calatrava Alarm 5322G: la complicazione “semplice” di Patek Philippe

    Calatrava Alarm 5322G: la complicazione “semplice” di Patek Philippe

    Tra i tanti pregi della collezione Calatrava di Patek Philippe ce n’è uno che, forse, non tutti percepiscono: la versatilità. Intesa non tanto come possibilità di indossare l’orologio in diversi contesti, di adattarlo al proprio umore, di scegliere la referenza in base a come ci si sente quando si scende dal letto alla mattina. Lasciamo queste amenità ai maestri del marketing. Per il Calatrava, versatilità è cambiare pelle senza cambiare anima.

    Negli ultimi anni, Patek Philippe ha continuamente ridefinito quello che è sempre stato – e ancora è – il più classico dei dress watch, trasformandolo in qualcosa di più ricco di finiture, più casual e, se vogliamo, più pratico. Oltre a nuove funzioni, la Manifattura ha introdotto un nuovo linguaggio stilistico, fatto di quadranti grené, numeri arabi ben evidenti, carrure con guilloché Clous de Paris.

    Il nuovo Calatrava Alarm 5322G è esattamente figlio di questa trasformazione. Riprende il complesso meccanismo di sveglia presentato per la prima volta nella Ref. 5520 in stile Pilot, ma elimina la funzione di fuso orario. Nessun riferimento al mondo dell’aviazione, nemmeno la presenza delle corone e dei pulsanti che davano al 5520 un aspetto insolito per un Patek Philippe. Qui ci sono solo ora, data e una sveglia con formato 24 ore, presentati in una sobria cassa Calatrava. Basta poco, come vedete, per creare una delle grandi complicazioni più coerenti del catalogo del marchio.

    Il quadrante del Calatrava Alarm 5322G

    Parto dal quadrante. Riprende l’estetica introdotta con le Ref. 5326 e 5226, ma il Calatrava Alarm 5322G aggiunge un tocco di colore. Il verde intenso ha una superficie laccata con texture grené e una sfumatura nera alla periferia. Al variare della luce, il quadrante passa da opaco a quasi lucido, con la sfumatura che conferisce profondità all’insieme.

    Il layout bilancia complessità e essenzialità, in modo che ci troviamo di fronte a un quadrante tecnico che si presenta come se fosse semplice. Nella parte superiore spicca l’indicatore della sveglia a 24 ore. Una doppia finestrella mostra l’ora programmata con incrementi di 15 minuti, mentre una piccola apertura circolare sottostante permette all’indicatore di distinguere tra l’impostazione diurna e notturna.

    In corrispondenza del 12, una finestrella a forma di campana indica se la sveglia è attiva: bianca per accesa, nera per spenta. La metà inferiore del quadrante è occupata dal datario a lancetta a ore 6, con indicazioni in bianco e il numero 1 in rosso.

    La scala dei minuti e dei secondi, bianca, corre lungo il perimetro del quadrante, impreziosito da numeri arabi in oro bianco applicati e da lancette a forma di siringa, rivestite di materiale luminescente. La lancetta dei secondi centrale e quella della data sono entrambe bianche.

    Una cassa riconoscibile

    Il Calatrava Alarm 5322G si presenta molto diverso dalla Ref. 5520, a partire dall’abbigliamento. Questa cassa Calatrava, in oro bianco da 41 mm, ha proporzioni decisamente più classiche ma non convenzionali. Infatti, la decorazione guilloché Clous de Paris ricopre l’intera carrure, anziché limitarsi alla lunetta, come nei modelli precedenti. Le anse sono traforate e fissate al fondello anziché alla carrure: in questo modo, il guilloché Clous de Paris scorre ininterrottamente attorno alla cassa.

    L’orologio ha il vetro zaffiro sia sul quadrante, sia sul fondello e, nonostante questo, la cassa è impermeabile fino a 3 bar. Un valore che per gli standard della Casa, specialmente per una referenza con suoneria, è tutt’altro che disprezzabile: il Calatrava Alarm 5322G è infatti l’unico esemplare impermeabile con suoneria nell’attuale catalogo di Patek Philippe.

    Lo spessore di 12,22 mm rende l’orologio piuttosto compatto per essere una referenza con suoneria. Per esempio, la Ref. 5520 aveva uno spessore di 11,6 mm ma un diametro maggiore, con i pulsanti che la rendevano meno confortevole. Qui, oltre alla corona a ore 4, c’è un unico pulsante rettangolare di attivazione della sveglia a ore 2, la cui parte superiore riprende la decorazione a Clous de Paris della carrure. 

    Il cuore meccanico del Calatrava Alarm 5322G

    Nella cassa del Patek Philippe Calatrava Alarm 5322G lavora il nuovo calibro automatico AL 30-660 S C, un’evoluzione del calibro AL 30-660 S C FUS introdotto nella Ref. 5520. Dei suoi 524 componenti, quasi la metà è destinata al meccanismo di sveglia, preciso entro 10 secondi dall’ora programmata, meglio rispetto ai 30 secondi della Ref. 5220. Ottime anche le prestazioni cronometriche: 28.800 alternanze/ora, autonomia compresa tra 42 e 52 ore (in base all’impiego o meno della suoneria), precisione di -1/+2 secondi al giorno certificata dal Sigillo Patek Philippe.

    A differenza della maggior parte delle sveglie meccaniche, che generano una vibrazione ronzante, quella del Calatrava Alarm 5322G utilizza un martello che colpisce un gong a spirale, come se fosse una ripetizione minuti. Il risultato è un suono chiaro e raffinato. La sequenza di rintocchi dura circa 35 secondi e i rintocchi stessi sono emessi a un ritmo costante, controllato da un regolatore inerziale posto all’estremità del treno di ruote della sveglia.

    Nello sviluppare calibro e orologio, la manifattura ha puntato molto sulla facilità d’uso, creando un sistema dall’impiego intuitivo. Tutto viene controllato tramite la corona e l’unico pulsante. Con la corona premuta, si carica il movimento ruotando in senso antiorario, o la sveglia ruotando in senso orario. Tirando la corona in posizione 1 si imposta l’ora della sveglia, da attivare premendo il pulsante a ore 2. Tirando la corona nella posizione successiva si imposta l’ora. La data si regola tramite un correttore posto sulla carrure tra le anse inferiori. La sveglia non può essere attivata se l’orologio non è completamente caricato e si disattiva automaticamente una volta esaurita l’energia, mentre il suono può essere interrotto in qualsiasi momento.

    Conclusioni

    In sostanza, il Calatrava Alarm 5322G è una grande complicazione – lo dimostra anche il prezzo di 263.000 euro circa – che però si atteggia a orologio da portare tutti i giorni, complice anche il doppio cinturino, in pelle di alligatore coordinato al quadrante o in pelle di vitello con finitura nabuk. E quella di indossare i complicati nella quotidianità è una tendenza che si sta affermando sempre di più tra le grandi maison. In questo caso l’orologio è leggibile, comodo, intuitivo ma anche discreto. 

    Per come la vedo io, è un bel passo avanti verso complicazioni che non sono solo impressionanti per la loro tecnicità, ma anche pratiche e utilizzabili nella vita di tutti i giorni. Se posso permettermi una critica, per piccola che sia, mi accodo a quanti ritengono sconveniente che la campanella dell’attivazione sveglia tagli l’indice a ore 12. Di sicuro, però, ripulendo in un certo senso lo schema estetico della Ref. 5220 e arrivando a un risultato tecnico più raffinato, Patek Philippe ha dimostrato ancora una volta di saper ascoltare mercato e appassionati, in barba ai rigidi legami che può imporre la tradizione. Questo, oggi, può fare la differenza tra un ottimo orologio e un successo commerciale: averlo capito, non è banale.

  • Oris: intervista esclusiva al Ceo Italia, Marco Gemperli

    Oris: intervista esclusiva al Ceo Italia, Marco Gemperli

    All’ultima edizione di Watches and Wonders ho visto cose belle, cose meno belle e ho avuto alcune conferme, in positivo e in negativo, su un po’ di brand. Tra le belle conferme inserisco l’evoluzione che, da qualche anno, sta interessando Oris. Un ottimo lavoro sulle referenze più apprezzate – dal Big Crown Pointer Date all’Artelier, dall’Aquis al ProPilot – ha portato la Casa di Hölstein a un interessante  posizionamento in termini di qualità e di prezzo che, oggi, lo rende una valida alternativa a marchi magari più noti ma non per questo più pregiati.

    Per capirne di più, ho deciso di farmi raccontare il Brand da qualcuno che ne conosce bene le dinamiche. Chi meglio di Marco Gemperli, Ceo di Oris Italia? Ecco dunque il risultato di una chiacchierata che ha confermato, almeno ai miei occhi, la bontà del progetto Oris. Che, in un 2026 ancora complicato per il mercato, potrebbe dare al Marchio più di una soddisfazione.

    Chi è Marco Gemperli

    Parliamo della sua storia professionale. Lei arriva all’orologeria dopo esperienze in altri settori industriali: che cosa l’ha spinta ad accettare questa sfida e perché proprio con Oris? 
    «Prima di entrare nell’orologeria ho avuto la possibilità di lavorare in ambiti molto diversi: bancario, assicurativo, turistico e persino nel mondo della cucina. Nonostante le differenze tra questi settori, c’è sempre stato un filo conduttore nel mio percorso professionale: i ruoli legati al marketing e alle vendite, in cui comprendere le persone, costruire relazioni e sviluppare il marchio sono elementi fondamentali.

    Allo stesso tempo, però, ho sempre nutrito una grande fascinazione per l’industria orologiera svizzera. L’orologeria meccanica è un universo unico, perché riesce a combinare competenza tecnica, artigianalità, emozione e tradizione in un modo che pochi altri settori possono offrire. Quando, più di undici anni fa, si è presentata l’opportunità di entrare in Oris, ho percepito immediatamente che si trattava di qualcosa di speciale. Ho iniziato come Region Manager e, nel corso degli anni, ho avuto il privilegio di crescere all’interno dell’azienda, diventando prima Region Director e oggi Commercial Director e Ceo di Oris Italia. Un percorso che mi ha permesso di conoscere il Brand sotto molti punti di vista: commerciale, strategico e umano. Per me lavorare in Oris rappresenta davvero il lavoro dei sogni».

    La strategia di Oris

    Oris è un marchio che, a mio avviso, ha scelto la coerenza in quanto a qualità del prodotto, design delle collezioni e posizionamento di prezzo. Perché questa strategia? 
    «Penso che credibilità e autenticità nel lungo periodo siano molto più importanti delle tendenze momentanee. Oggi i consumatori sono estremamente informati, soprattutto nel mondo dell’orologeria, e riescono subito a capire quando un marchio è autentico e quando invece segue semplicemente logiche di marketing. Oris ha costruito la propria reputazione offrendo orologi meccanici svizzeri di alta qualità a un prezzo corretto e accessibile. Oggi proponiamo un livello di raffinatezza tecnica, ricerca sui materiali e maturità di design che probabilmente i pionieri degli anni Sessanta non avrebbero potuto immaginare. Eppure il nucleo emotivo del marchio – l’idea di creare orologi onesti e innovativi – è rimasto esattamente lo stesso.

    Questo approccio, unito al fatto che investiamo solo negli aspetti davvero importanti – qualità dei movimenti, integrità del design, affidabilità, sostenibilità ed esperienza del cliente -, evitando eccessi inutili, ci permette di restare fedeli a ciò che siamo realmente. È proprio questa coerenza che ha consentito a Oris di costruire una comunità molto fedele attorno a collezioni come Aquis, Big Crown o Divers Sixty-Five. Il nostro obiettivo non è competere sull’esclusività artificiale, ma creare orologi che le persone abbiano davvero piacere di indossare ogni giorno». 

    Mercato italiano…

    Lei è Ceo di Oris Italia: quanto conta il mercato italiano nel business del Brand, sia in termini di volumi sia di valore? 
    «L’Italia è da sempre uno dei mercati europei più importanti per Oris, non solo dal punto di vista commerciale, ma anche culturale. I collezionisti italiani hanno una sensibilità straordinaria per il design, la storia e la qualità meccanica. Sono appassionati, competenti e molto coinvolti emotivamente nel mondo dell’orologeria. Per un marchio come Oris questo è fondamentale, perché i nostri orologi combinano credibilità tecnica e forte identità estetica. Inoltre, l’Italia è un mercato maturo, dove autenticità e coerenza vengono apprezzate più dell’hype del momento. Dal punto di vista del business, il mercato italiano continua ad avere un’importanza strategica sia in termini di volumi sia di visibilità del Brand. Abbiamo ancora un enorme potenziale di crescita, come dimostra anche la solida rete di rivenditori specializzati che ci supporta quotidianamente». 

    Che prospettive vede per il mercato italiano in generale e, al suo interno, per un marchio come Oris? 
    «Il mercato italiano resta selettivo, ma sano, e con un importante potenziale di crescita. Come dicevo prima, oggi i consumatori sono più consapevoli e informati rispetto al passato: cercano prodotti con contenuto, forte identità e valore nel lungo periodo. Credo che questo contesto favorisca marchi come Oris, perché c’è una crescente attenzione verso brand autentici e trasparenti, piuttosto che eccessivamente corporate».

    …e sfide globali

    «Allo stesso tempo, il mercato sta affrontando diverse sfide globali – dalle pandemie alle tensioni geopolitiche e alle guerre – che inevitabilmente hanno un impatto sull’intero settore. I consumatori sono comprensibilmente più cauti nelle spese discrezionali, compresi gli orologi, e il mindset generale è diventato più prudente, soprattutto nella nostra fascia di mercato. Questo rende ancora più importante offrire un valore reale.

    In Oris lavoriamo costantemente per creare orologi con un posizionamento di prezzo corretto e accessibile rispetto alla qualità effettiva del prodotto e al valore percepito. Inoltre, molti giovani si stanno avvicinando all’orologeria meccanica attraverso marchi indipendenti. Cercano qualcosa di personale, meno convenzionale, e credo che Oris sia perfettamente posizionata per interpretare questa evoluzione». 

    Le collezioni Oris

    Ci parli della collezione Heritage Star Edition, la vostra novità più importante presentata quest’anno a Watches and Wonders.
    «La Star Edition è molto più di un semplice orologio d’ispirazione vintage: rappresenta un capitolo fondamentale della storia di Oris e, in molti aspetti, dell’orologeria svizzera stessa. Ma rappresenta anche le nostre origini. Il nuovo modello celebra il 60° anniversario dell’originale Oris Star del 1966, il primo orologio del marchio dotato di un movimento con scappamento ad ancora prodotto internamente, dopo che Oris riuscì a superare le limitazioni imposte dal cosiddetto Swiss Watch Statute. Quella battaglia legale, guidata dal Dr. Rolf Portmann, restituì a Oris la libertà di innovare sul piano meccanico.

    Dal punto di vista del design, abbiamo voluto restare estremamente fedeli al modello originale: la cassa tonneau da 35 mm, le proporzioni vintage, il vetro in stile plexiglas e l’architettura minimale del quadrante conservano perfettamente lo spirito dell’orologio degli anni Sessanta. Ciò che rende la Star Edition particolarmente importante per noi è il fatto che esprima perfettamente l’identità di Oris: indipendenza, autenticità, continuità storica e orologeria meccanica accessibile». 

    Su quali altre collezioni punterete? 
    «Le collezioni Aquis e Big Crown Pointer Date restano due pilastri strategici per il Brand a livello globale. La prima è diventata un punto di riferimento nel segmento degli sportivi di lusso contemporanei grazie alla combinazione di robustezza, versatilità e design molto riconoscibile; la seconda rappresenta invece la continuità della tradizione Oris dal 1938. Le interpretazioni più recenti hanno dimostrato quanto questo concetto sia ancora attuale. Allo stesso tempo stiamo investendo molto anche in collezioni più eleganti, come dimostra la nuova linea Artelier presentata quest’anno, che racconta un altro lato del Marchio: una sofisticazione discreta, ma con un forte contenuto meccanico». 

    Il profilo del consumatore

    Qual è l’identikit del vostro cliente-tipo, in Italia e non solo?
    «Il cliente Oris è generalmente una persona indipendente, che cerca autenticità più che status symbol. A livello internazionale, il nostro pubblico va dal collezionista esperto, che apprezza la storia e la credibilità tecnica del marchio, fino agli appassionati più giovani che acquistano il loro primo vero orologio meccanico svizzero.

    In Italia, in particolare, i clienti hanno spesso una sensibilità estetica molto raffinata. Apprezzano proporzioni equilibrate – né troppo piccole né troppo grandi -, coerenza nel design e profondità storica. Sono inoltre molto informati e profondamente interessati al prodotto in sé. Quello che accomuna i clienti Oris nel mondo è una certa mentalità: danno valore alla sostanza, all’indipendenza e all’individualità. In molti aspetti riflettono la filosofia stessa del marchio: Be Independent. Ed è un aspetto estremamente importante per noi». 

  • Giorgio Galli e Timex Atelier: storia d’amore e di design

    Giorgio Galli e Timex Atelier: storia d’amore e di design

    Parlare di design e di orologeria con Giorgio Galli è illuminante. Il Direttore creativo di Timex Group non è solo la mente che ha dato forma ad alcuni dei pezzi più riconoscibili del Marchio americano: è una persona che, disegnando orologi da oltre due decenni per svariati brand, conosce tendenze, gusti e richieste di un mercato nel quale la scelta del prodotto – con buona pace degli impallinati di meccanica – è in larga parte guidata proprio dal design.
    Una bella responsabilità, alla quale lui e Timex hanno dato sostanza in un recente passato con le collezioni S1 e S2, di cui potete leggere qui e qui. Oggi, almeno temporaneamente, chiudono il cerchio con le creazioni della linea Timex Atelier, che trovate illustrate nella gallery. L’ideale continuazione delle collezioni precedenti, nella quale la matita di Giorgio Galli è ben evidente. Ce la racconta lui stesso, insieme a qualche “trucco del mestiere” che ogni bravo designer di orologi deve conoscere e applicare, senza timore.

    La firma estetica di Giorgio Galli per Timex

    Il tipo di cassa che ha il tuo design è diventato ormai riconoscibile: da dove nasce questa tua idea di forma?
    Ho creato la prima cassa scheletrata nel 1996, su un marchio sempre di Timex ma in licenza, Nautica. Da allora mi sono portato dietro questa firma, anche se negli anni l’ho abbandonata e ripresa più volte. Questo progetto è partito anni fa, quando ho chiesto a Timex se potevo creare qualcosa di completamente mio e che, bene o male, avrebbe potuto uscire un po’ dalle regole del Brand. Quasi a scatola chiusa. Nel momento in cui ho avuto l’ok, sono partito e ho recuperato ciò che era il mio Dna di design sull’orologio, perché sapevo benissimo che l’orologeria è un mondo talmente pieno di prodotti che è difficile fare qualcosa di diverso, di nuovo, che però non pretenda di essere rivoluzionario. Così siamo usciti negli anni scorsi con la serie S1, poi con la serie S2, che si è evoluta ancora di più anche a livello di costruzione: cassa in titanio, anima centrale in carbonio, vetro zaffiro. Era un esperimento, che però ha funzionato benissimo.

    Con quelle collezioni avete alzato il percepito del Marchio.
    Abbiamo capito che c’era spazio per elevare Timex a un livello diverso. Lo abbiamo fatto crescere in dieci anni di lavoro, pezzo per pezzo, anche con collaborazioni che hanno creato un’attenzione sul Brand che prima non c’era. Attraverso questi esperimenti, questo lavoro sul Marchio, abbiamo capito che c’era la possibilità di fare qualcosa di diverso. Vediamo spazio per poter trasferire parte della filosofia di Timex in una fascia più alta. Quidi orologi relativamente semplici nel design, che comunicano qualcosa dell’anima del Brand, con una qualità superiore ma in una fascia di prezzo accessibile; per questo tipo di prodotto, con questa qualità, siamo a un livello di costo relativamente basso, dove diamo qualcosa in più: il design è uno di questi fattori.

    Il progetto Timex Atelier

    Come nella linea Timex Atelier.
    Lo vedi da come è costruita la cassa. Abbiamo cercato di prendere elementi della serie S, perché quello che è importante in un brand è un’identità, costruita al di là dell’architettura della cassa. Lo si vede anche nel quadrante, pulito, con alcuni codici che tornano e che abbiamo trasferito in varie forme a seconda della tipologia di orologio. Abbiamo un subacqueo, un Gmt, un cronografo e usciranno altri prodotti…. Tutti con un’idea di base: avere un’identità precisa e riconoscibile. Non volevamo fare il me too di altri brand, perché il rischio c’è sempre. Avere un’identità è la cosa più difficile. Per cui, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso le cose che hanno funzionato, che un po’ mi rappresentano, che rappresentano Timex, le abbiamo trasferite in questo progetto e cerchiamo di mantenerle. Perché la parte più complessa poi è la disciplina: contenere questo tipo di design o cercare di farlo evolvere, senza avere degli slanci troppo in avanti, altrimenti si rischia di fare qualcosa che non ti appartiene.

    A livello di design c’è stato un modello più complesso degli altri da ragionare e da creare? Oppure, tutto sommato, una volta trovata l’identità e declinata, il lavoro non è stato più complesso?
    Direi il diver, perché per garantire l’impermeabilità a 20 bar con questo tipo di costruzione di cassa è molto complesso. C’è un grosso lavoro di ingegneria, per cercare soprattutto di mantenere la fascia di prezzo che volevamo, però con le stesse caratteristiche tecniche. Abbiamo risolto benissimo il diver e il suo successo commerciale ci sta dando ragione. Non solo per il design, ma anche per la storia che abbiamo saputo costruire.

    La filosofia creativa di Giorgio Galli

    In quanto designer, la tua è una responsabilità importante: per quanto ne so, nella scelta di un orologio i driver principali sono il brand, il design e poi, magari il movimento. Senti questa responsabilità nel momento in cui prendi in mano una matita? 
    Siamo talmente presi con talmente tanti progetti che non ho il tempo di pensarci. Sicuramente è una responsabilità, perché non sai mai se un orologio venderà o non venderà, per cui fino all’ultimo è un mistero. Non mi è mai riuscito di prevedere se un pezzo disegnato da me avrebbe venduto tantissimo o meno: c’è un fattore di imprevedibilità che precede la produzione e ti induce a lavorare sul tuo istinto. Però sì, la responsabilità c’è.

    Da che cosa parte Giorgio Galli nel disegno? Leggibilità, ergonomia?
    Dipende dal prodotto. Intanto il comfort. Un orologio deve stare bene al polso ed essere comodo, specialmente quando vai su dimensioni un po’ più grosse; cercare di contenere, di creare un orologio che vada bene per tutti non è facile. Poi la leggibilità, che chiaramente dipende anche dal tipo di orologio. Penso a un diver, che ha una leggibilità diversa rispetto a quella di un prodotto più centrato sul design. In questo senso, il nostro diver è l’esempio perfetto. Su orologi un po’ più fashion è relativamente meno importante.

    E nel cronografo? Cambia qualcosa se devi disegnare un automatico o un quarzo?
    Non particolarmente. È chiaro che sul meccanico ci sono certe caratteristiche che ti vincolano, come le lancette che sono un po’ più vicine al vetro, mentre il quadrante del quarzo può essere più profondo. Sono piccoli dettagli che cerchi di mitigare poi con il design.

    Il posizionamento di Timex Atelier

    La collezione Atelier ha posizionato Timex a livello diverso rispetto a qualche anno fa: il consumatore lo ha percepito?
    Sì, soprattutto nel consumatore diretto Atelier aiuta ad aumentare la percezione del brand Timex rispetto a quello che era all’origine. È un riposizionamento che aiuta anche la fascia in cui si trova il marchio.

    C’è un motivo per cui il cronografo è stata l’ultima creazione?
    In realtà è stato l’ultimo a uscire ma il primo che ho disegnato. A oggi è la referenza più cara, motivo per cui la sua introduzione doveva essere un po’ mitigata, anche se era il prodotto perfetto per poter lanciare Timex Atelier. Dovevamo però costruire una collezione che avesse senso anche dal punto di vista del posizionamento di prezzo in relazione al Brand, per cui siamo partiti dal Marine, poi passati al GMT24 e adesso eccoci al crono. È tutta una questione di progredire in maniera logica. È quel passo giusto, graduale, che va fatto per rispetto nei confronti del consumatore, senza arroganza.

    Il rapporto con il brand

    Nel design, in orologeria, c’è ancora spazio per inventare?
    In ciò che si vede oggi c’è tanto recupero delle origini, ma personalmente penso ci sia spazio per creare qualcosa di nuovo, l’importante è che sia coerente con il brand. Serve avere la collocazione giusta, perché l’orologeria è un mondo molto conservativo anche a livello di design: il consumatore, a seconda dei mercati, fa fatica uscire dalla propria comfort zone.

    Quanta libertà nel creare ti lascia il Brand?
    Con Timex ho una grossa libertà, anche grazie alla fiducia che si è instaurata nel tempo. Lavoro per il Mrand da tanti anni e soprattutto il Ceo raramente interviene, se non in maniera positiva. Ti dà quella libertà che normalmente trovi in altri ambiti. Ma c’è anche un percorso avviato, in cui sono stati già sviluppati molti prodotti e si conosce bene la direzione da seguire. È una questione di mettere i tasselli giusti, di mantenere una coerenza, come dicevo prima, per evitare salti in avanti che possono portarti dove non devi stare.

    Che cosa ti piace di più e che cosa di meno nel momento in cui lavori su un orologio nuovo?
    Di più, immedesimarmi in quello che sarà il prodotto e pensare a dove andrà. L’orologio è soprattutto un oggetto emozionale, per cui operi su quello. Di meno, lavorare sul posizionamento prezzo.

  • Tissot Gentleman 38 mm: come cambia l’entry-level

    Tissot Gentleman 38 mm: come cambia l’entry-level

    Tutto si può dire di Tissot e del suo Ceo Sylvain Dolla, ma non che non abbiano un fiuto fuori dal comune per comprendere che cosa desiderano gli appassionati e il mercato in generale, almeno negli ultimi due/tre anni. Come dimostra il nuovo Tissot Gentleman 38 mm. La riduzione del diametro dell’orologio-boom del Brand, il PRX Powermatic 80, ha richiesto forse un po’ troppo tempo, ma quella del Tissot Gentleman non è stata da meno.

    In assortimento dal 2019 e disponibile in un’ampia gamma di varianti, a mio avviso è, fin da quando è uscito, uno dei migliori orologi meccanici entry-level. C’era forse solo un aspetto da mettere a posto, il diametro: era disponibile solamente in 40 mm. Con la nuova dimensione del Tissot Gentleman 38 mm, la questione è sistemata. Una versione che prova a intercettare le nuove tendenze del mercato, con dei pro e dei contro, come vedremo sotto.

    Il quadrante del Gentleman 38 mm

    Parto con il dire che il lavoro fatto da Tissot sul quadrante è l’aspetto più interessante del nuovo Gentleman 38 mm. È leggermente più sobrio rispetto al modello più grande, anche per il fatto che è sparito il “mirino” centrale che ne caratterizzava alcune referenze. O meglio, più che sparito è stato rilavorato dal Brand in maniera intelligente. Il quadrante ha infatti una delicata finitura piramidale il cui vertice è sul perno delle lancette, definita non da segni grafici ma da una spazzolatura lavorata soleil che lo divide in quattro settori. Questa soluzione è apprezzabile inclinando il Gentleman 38 mm per offrirlo a diverse angolazioni della luce.

    Il resto del quadrante vede le lancette di ore e minuti a daga e gli indici applicati, tutti generosamente ricchi di Super-LumiNova. Il réhaut della minuteria è inclinato e ospita dei pallini luminescenti abbinati agli indici su tutto il perimetro. Il datario a ore 3, croce e delizia di chi ama gli orologi, è su disco bianco a contrasto in tutte le quattro referenze, argento, blu, nero, verde. Dal mio punto di vista, quel bianco è un po’ troppo impattante, a parte sull’argento, ma è un retaggio del 40 mm. Anche se la referenza con quadrante nero ha il disco data nero, sia nella versione al quarzo, sia in quella meccanica.

    Sarebbe troppo chiedere a Tissot di realizzare un disco data di colore diverso per ciascuna variante del quadrante, anche perché la cosa probabilmente impatterebbe sul prezzo del Gentleman 38 mm. Il quale rimane ben al di sotto di quello delle referenze da 40 mm comparabili, ossia con cassa e bracciale in acciaio e quadrante “chiuso”: 795 euro contro 925 euro.

    Due parole sul movimento

    Il divario di prezzo, con tutta probabilità, è spiegabile se si apre la cassa del Gentleman 38 mm. All’interno del quale lavora l’ormai onnipresente calibro Powermatic 80, il vero artefice del successo di Tissot negli ultimi anni, unitamente alla svolta sul design. A differenza del calibro presente nel 40 mm, questa versione del Powermatic 80 ha la spirale del bilanciere in Nivachron anziché in silicio.

    Quest’ultima, come penso sappiate bene, è totalmente antimagnetica e autolubrificante, quindi più costosa da produrre. Quella in Nivachron si avvale di una lega di titanio altamente resistente al magnetismo, agli sbalzi di temperatura e agli urti, ma non del tutto immune a questi fattori. Con il rischio di influire sulla precisione e sulla regolarità di marcia dell’orologio. D’altra parte è anche vero che la spirale in silicio è osteggiata dai puristi dell’orologeria, che la vedono come un “corpo estraneo” dal futuro incerto nella micromeccanica. Mentre quella in Nivachron è ampiamente accettata perché è più tradizionale, essendo fatta di una lega metallica.

    Inoltre, nelle versioni da 40 mm i ponti e la massa oscillante, visibili attraverso il fondello trasparente, sono decorati con un motivo a onde, mentre nel Gentleman 38 mm sono semplicemente sabbiati. Comunque, il movimento conserva la frequenza di 21.600 alternanze/ora, motivo per cui, insieme al lavoro fatto sulla spirale, garantisce le 80 ore di autonomia che sono sia il plus tecnico, sia l’ottima leva di marketing per gli orologi di Tissot.

    Gentleman 38 mm: cassa e bracciale senza fronzoli

    Sopra, en passant, ho fatto accenno alla cassa in acciaio. Mantiene le proporzioni che hanno reso il Gentleman un orologio tanto accattivante in termini di stile quanto accessibile a diverse categorie di polsi. È semplice e lineare, ma proprio qui sta a mio avviso la sua forza. È quasi interamente satinata, con una lunetta inclinata lucida nella parte superiore e un bordo smussato lungo tutta la circonferenza.

    La misura da ansa ad ansa scende da circa 48 mm a 45,7 mm, a conferma della vestibilità accentuata dell’orologio. Sulla destra, ha una robusta corona zigrinata per impostare l’ora e la data. Presenta un vetro zaffiro sul davanti e un fondello trasparente e garantisce un’impermeabilità fino a 10 atmosfere. 

    Tissot propone il Gentleman 38 mm con un bracciale in acciaio a tre file, caratterizzato dalle maglie interne lucide che contrastano con quelle esterne satinate, e da una chiusura déployante a farfalla, con pulsanti. Scelta azzeccata, perché contribuisce a contenere lo spessore complessivo dell’orologio al polso. Non è dato sapere, ora, se faranno la loro comparsa anche i cinturini in pelle, come nel caso del Gentleman 40 mm, o magari qualcosa in silicone come troviamo in qualche referenza del PRX.

    Conclusioni

    Per concludere, il Gentleman 38 mm è un esempio della corretta policy industriale e di prodotto intrapresa da Tissot da alcuni anni. Forte del fatto di appartenere a un colosso strutturato come Swatch Group, il Marchio impiega in modo intelligente le sinergie industriali del Gruppo in termini di movimenti e componenti dell’habillage, proponendo orologi accessibili e ben fatti.

    In un mondo in cui i prezzi a volte sembrano fuori controllo, o nella migliore delle ipotesi difficili da giustificare, Tissot ha scelto la via del buon senso. Senza scatti in avanti, senza la volontà di voler stare dove non può e non deve stare. Se il Gentleman in catalogo è sempre stato un orologio entry-level di grande stile, il Gentleman 38 mm è ancora di più un ottimo pezzo da indossare ogni giorno. Con la consapevolezza di non avere al polso una di quelle referenze che fanno sognare, ma di un esemplare che ci fa sentire bene e fa sentire bene anche il nostro conto in banca. Il che, di questi tempi, è tanta roba.

  • Classic Worldtimer Manufacture: Frederique Constant e l’arte della pulizia

    Classic Worldtimer Manufacture: Frederique Constant e l’arte della pulizia

    «La pulizia è la più ordinata forma di paura». Penso che questa frase fulminante dello scrittore americano Richard Krause non girasse in testa ai designer di Frederique Constant quando hanno deciso di mettere mano al Classic Worldtimer Manufacture. Quello che hanno presentato all’ultimo Watches and Wonders, intendo. L’ho visto dal vivo a Ginevra e, per come lo hanno alleggerito rispetto alle precedenti versioni, direi che alla Maison non hanno avuto paura di pulire. 

    Frederique Constant e l’ascolto del cliente

    Faccio subito coming out, per sgombrare il campo da dubbi e illazioni. Ho da sempre un debole per la complicazione delle ore del mondo e molta simpatia per Frederique Constant. E dunque per il Classic Worldtimer Manufacture. Perché Frederique Constant è uno di quei marchi che si guadagnano il rispetto in modo discreto e perché sviluppare 35 movimenti di manifattura in meno di 40 anni di vita significa tenere un ritmo che sarebbe favoloso anche per un brand con il triplo della sua età. Un combinato disposto (i giuristi mi passino l’uso improprio della locuzione) che mi ha fatto subito apprezzare il Classic Worldtimer Manufacture rinnovato.

    Quando intendo rinnovato, voglio dire nuovo calibro, nuove dimensioni di cassa, autonomia quasi raddoppiata, leggibilità migliorata e tre nuove varianti di quadrante. Mica poco per un orologio che, fin dal lancio nel 2012, è stato uno dei modelli più apprezzati di Frederique Constant. Uno di quei casi in cui la maggior parte dei brand si sarebbe rifiutata di intervenire su una struttura talmente riconoscibile da diventare quasi intoccabile. I tecnici della Manifattra ginevrina, però, lo hanno fatto.

    E lo hanno fatto, probabilmente, perché hanno una dote preziosa: sanno ascoltare clienti e appassionati. I quali, da un po’ di tempo, chiedevano di operare un po’ di lifting sull’orologio, lavorando principalmente su due aspetti: il diametro e la leggibilità del quadrante. Ebbene, anche sulla base di questi suggerimenti, in Frederique Constant hanno lasciato da parte dubbi, perplessità, esitazioni e hanno agito. Come? Ecco qua.

    Le novità del Classic Worldtimer Manufacture

    Intanto il diametro. Pur mantenendo in assortimento anche la precedente versione del Classic Worldtimer Manufacture da 42 mm, Frederique Constant ha ridotto la dimensione a 40 mm. Più portabile e contemporanea, lo confermo per averlo indossato, nonostante lo spessore sia passato dai precedenti 12,25 mm agli attuali 12,53 mm. La struttura della cassa rimane quella classica in tre parti e la lavorazione lucida la rende elegante.

    Poi il quadrante. Quello del Classic Worldtimer Manufacture è sempre stato piuttosto affollato, come è inevitabile in un ore del mondo. Tra anello delle città, anello delle 24 ore, riproduzione del planisfero in rilievo a tutta ampiezza e grande contatore della data a ore 6, risultava un po’ pesante ancorché leggibile. Fatto salvo il punto in cui i due anelli scorrevano sotto al datario. Ebbene, per pulire e aprire il quadrante, i designer hanno proprio tolto il datario. Un elemento distintivo dell’orologio che però, a lungo andare, aveva un po’ stancato gli appassionati.

    La cosa è giunta alle orecchie dei designer di Frederique Constant che hanno agito di conseguenza. Il risultato è un quadrante più equilibrato, più pulito appunto, nel quale tutte le informazioni sono pienamente alla vista. I designer hanno mantenuto gli stessi codici colore sul bianco e blu di alcune delle precedenti referenze, lavorando sui dettagli.

    Ora, il Classic Worldtimer Manufacture è ancor di più ore del mondo vero e non un GMT che si spaccia per tale. Offre la visualizzazione simultanea dell’ora in tutti i 24 fusi orari di riferimento e le città che li rappresentano sono visualizzate sulla periferia del quadrante. Una volta allineata la città di residenza o di riferimento alle ore 12, il disco delle 24 ore che incornicia il centro indica l’ora corrispondente in tutti gli altri fusi orari, arricchita da un indicatore giorno/notte bicolore.

    Classic Worldtimer Manufacture: il calibro e le tre versioni

    L’altro intervento importante è a livello di calibro. Come ho anticipato all’inizio, l’aggiornamento principale introdotto sul 35° movimento della manifattura – il calibro FC-719 è l’incremento della riserva di carica, aumentata grosso modo del 90% rispetto a quella del precedente calibro FC-718. Merito principalmente dell’introduzione di una spirale più lunga, come spiego più nel dettaglio nelle didascalie.

    Proprio l’architettura del movimento ridisegnata è alla base del leggero aumento dello spessore della cassa cui ho accennato sopra. Una cassa che troviamo in tutte le tre versioni che, pur mantenendo il caratteristico planisfero al centro del quadrante, presentano diverse varianti di colore e opzioni di cinturino. Tra esse spicca l’edizione limitata a 88 esemplari, con 70 diamanti a taglio brillante sulla lunetta e 12 indici con diamanti. Il quadrante è azzurro ghiaccio con finitura soleil, planisfero grigio in rilievo e due cinturini intercambiabili in alligatore.

    Del nuovo Classic Worldtimer Manufacture esiste anche una versione più familiare, con gli oceani blu navy che circondano i continenti grigi in rilievo e anelli delle ore e delle città blu. Molto bello (e il mio preferito, per quello che può valere) è il modello con gli oceani blu sfumati con finitura grené, l’anello delle 24 ore in azzurro e blu scuro, l’anello delle ore color panna e il cinturino intercambiabile in alligatore blu.

    I prezzi? In linea con il concetto di lusso accessibile che è da sempre il mantra di Frederique Constant. La versione con i diamanti su lunetta e indici costa 7.995 euro, le altre due stanno sotto i 5.000: 4.995 euro. In questo caso, l’abusata espressione di “soglia psicologica” rende bene l’idea di quanto questa Manifattura riesca a bilanciare qualità e prezzo, anche quando lavora sulle referenze più consolidate. Come fa a non essermi simpatica?

  • Oris Artelier Complication: il lato giovane della tradizione

    Oris Artelier Complication: il lato giovane della tradizione

    Per passione personale e deformazione professionale amo i giochi di parole. In un ambito generalmente serioso e impostato come quello dell’orologeria, c’è poco spazio per l’artificio lessicale ma, fortunatamente, non mancano le eccezioni. Penso alla collezione Artelier di Oris, la più classica ed elegante di un marchio che fa della sportività la propria cifra caratteristica. Artelier, ossia un misto tra l’arte orologiera e la sartorialità di un atelier di raffinata meccanica. 

    In questa concezione dell’orologeria che strizza l’occhio alla tradizione si inserisce l’Artelier Complication, che Oris ha appena presentato a Watches and Wonders Geneva. Una nuova visualizzazione delle fasi lunari e un datario sobrio e di stile arricchiscono una linea che fin dall’esordio, nel 2003, è stata per la Casa di Hölstein una “palestra” nella quale esercitarsi alla ricerca di soluzioni raffinate.

    Datario “pointer”, cronografo, ore saltanti, indicazione dell’autonomia residua (in alcuni casi con un’interpretazione originale) sono solo alcune delle complicazione con le quali Oris, negli anni, ha arricchito la collezione. Il nuovo Artelier Complication ne comprende due con le quali la Maison si è già cimentata ma che qui prendono una forma più fresca e contemporanea, sempre in linea con l’eleganza della famiglia Artelier.

    Artelier Complication: il lavoro sul movimento

    L’Artelier Complication appena presentato ha un pregio: a dispetto del nome, è un esercizio di semplicità orologiera. Un risultato reso possibile principalmente dal lavoro fatto sul movimento, che ha portato con sé il lavoro sul quadrante e sulle indicazioni. Il punto d’inizio è stato infatti la creazione del nuovo Calibro 782, a partire dal già esistente Calibro 781.

    Quest’ultimo è incassato in numerose referenze di Artelier Complication con indicazione di giorno del mese, giorno della settimana, fasi lunari e secondo fuso orario. Un movimento sviluppato sulla base del Sellita SW 200-1 a, al quale Oris ha messo mano togliendo le indicazioni del giorno della settimana e del fuso orario. In questo modo, il quadrante è passato dall’avere quattro contatori ad averne due; le fasi lunari sono rimaste dov’erano, a ore 12, bilanciate esteticamente dal datario, spostato da ore 9 a ore 6. 

    Se nelle referenze precedenti l’affollamento del quadrante aveva costretto i designer di Oris a sacrificare la visualizzazione delle fasi lunari in una minuscola finestrella bilobata a ore 12, lo svuotamento del nuovo Artelier Complication ci consegna una finestra tonda bella grande. Lo stesso dicasi per il datario, il cui diametro generoso è persino leggermente superiore rispetto a quello delle fasi di Luna.

    Artelier Complication: il lavoro sul quadrante

    Proprio giocando sulle proporzioni tra le due finestrelle e il quadrante, così come sulle finiture, la Manifattura è riuscita a evitare che lo svuotamento cui ho accennato sopra diventasse un… deserto. Quando parliamo di un orologio che non sia un classico tre lancette, gli appassionati hanno un certo horror vacui di fronte ai quadranti vuoti. Nel nuovo Artelier Complication, il lavoro fatto dalla giovane Product Design Engineer di Oris, la 24enne Lena Huwiler, va nella dimensione opposta.

    L’anello più esterno ha una lavorazione opaca uniforme, che contrasta con la parte centrale dalla finitura leggermente grené. A fare da ponte ci sono gli indici applicati, ben staccati dal réhaut interno e posti a cavallo tra le due zone. Come scritto sopra, i due contatori si specchiano tra loro a ore 12 e ore 6. Entrambi sono rifiniti con una sottilissima lavorazione circolare, che in quello delle fasi lunari si limita alla parte superiore, mentre il disco con la Luna è leggermente grené. La riproduzione del cielo stellato, sia sulla parte inferiore sia su quella superiore, dà al contatore delle fasi lunari una pregevole uniformità estetica.

    A ore 9 e a ore 3 le scritte Artelier e Oris in maiuscolo riempiono discretamente parte dello spazio rimasto libero, assicurando all’intero quadrante un bilanciamento che probabilmente piacerà ai puristi delle forme essenziali.

    Largo ai (target) giovani

    Per il quadrante dell’Artelier Complication, Oris propone tre varianti di colore: avorio, blu o marrone castagna. La cassa in acciaio ha un diametro contemporaneo, 39,5 mm, e uno spessore contenuto, 11,8 mm. La distanza tra ansa e ansa (45,5 mm) e le anse piuttosto corte dovrebbero garantire una buona vestibilità sulla maggior parte dei polsi.

    A proposito di polso, per queste referenze il Marchio ha scelto il cinturino in pelle o il bracciale in acciaio. Il cinturino è marrone per tutte le varianti di colore del quadrante e ha una fibbia pieghevole, il bracciale con maglie ad H ha invece una comoda chiusura a farfalla, che ne contiene lo spessore una volta indossato l’orologio. La variante con bracciale costa 2.500 euro, quella con cinturino 2.300 euro.

    Per chiudere l’articolo prendo in prestito, dal comunicato stampa di lancio dell’orologio, una frase della “mamma” dell’Artelier Complication, Lena Huwiler, che apre una prospettiva interessante, perché individua il target cui Oris si rivolge con questa referenza: «Con il suo look lineare e attuale, è il perfetto dress watch urbano. Mantiene un design versatile, classico e contemporaneo al tempo stesso. Penso che i ragazzi della mia età adoreranno portarlo al polso. È una cosa che mi riempie di gioia». Tanti marchi parlano del target giovane, pochi si espongono così esplicitamente con un modello. Complimenti.

  • The Unveiled Crownless: l’eleganza “segreta” firmata Minerva

    The Unveiled Crownless: l’eleganza “segreta” firmata Minerva

    Alla fine di marzo sono stato tra i pochissimi giornalisti italiani ai quali, a Parigi, il Global Managing Director di Montblanc e Minerva, Laurent Lecamp, ha presentato in anteprima le novità dei due Marchi. Faccio subito coming out: tra gli orologi che ho visto e provato sotto la Tour Eiffel, uno dei più interessanti è stato il Minerva The Unveiled Crownless, oggetto di questo articolo. Ma prima di parlarne, spendo due parole per l’esperienza parigina di touch and feel delle nuove referenze.

    Montblanc ha deciso di uscire da quest’anno da Watches and Wonders Geneva, privilegiando presentazioni dedicate nei differenti mercati. Una strategia a mio modesto parere utile, almeno per noi giornalisti e per gli operatori di settore. Al di là delle disquisizioni su quanto un salone, oggi, possa essere o meno ancora il luogo giusto per dare una spinta al business dei brand, ciò che arricchisce questo nuovo format è il tempo. Non molto bizzarro trattandosi di orologi, no? Quando mai, al salone, si ha la possibilità di toccare con mano l’intero assortimento di novità per oltre un’ora, in poche persone, e con i modelli spiegati dalla viva voce di chi li ha concepiti e “battezzati”? Lo stesso Lecamp lo ha sottolineato durante la sessione. E mi ha trovato pienamente d’accordo.

    The Unveiled Crownless e la tradizione di Minerva

    Detto questo, alla presentazione lo scatto in avanti di Minerva è stato evidente già da un particolare importante. Sin dall’acquisizione da parte del Gruppo Richemont nel 2006, il Marchio è stato sotto il controllo di Montblanc, con gli orologi che sfoggiavano quadranti a doppia firma. Vent’anni dopo, sotto la guida di Lecamp, la manifattura di Villeret diventa un Brand indipendente, pur mantenendo stretti legami con Montblanc. The Unveiled Crownless è un bel modo per sancire questo nuovo corso del Marchio.

    È un orologio che viene da lontano, da quasi un secolo fa. Nel 1927, Minerva sviluppò uno dei primi orologi militari dotati di una funzione azionabile tramite lunetta. Si trattava di un indicatore che consentiva ai piloti, agli albori dell’aviazione, di impostare agevolmente un anello di misurazione interno al réhaut per calcolare le tratte del piano di volo, anche indossando gli spessi guanti.

    Il nuovo The Unveiled Crownless dimostra ancora una volta come, oggi, Minerva abbia deliberatamente fatto diventare le funzioni azionabili tramite lunetta una propria caratteristica distintiva. La ghiera scanalata è dunque consacrata come elemento tanto estetico quanto funzionale, dopo che già nel 2023 Minerva aveva presentato The Unveiled Timekeeper, il cronografo la cui lunetta governava le funzioni cronografiche.

    Un calibro tutto nuovo

    Nel Minerva The Unveiled Crownless, la lunetta consente sia la funzione di carica manuale sia quella di regolazione dell’ora. Semplice a dirsi, un po’ meno a farsi. Una combinazione che non esisteva in alcun orologio della Maison, ragion per cui Minerva ha sviluppato un movimento del tutto nuovo per renderla possibile: il calibro M15.08. Si tratta di un movimento a carica manuale, solo tempo e con piccoli secondi.

    Come scritto, il lavoro lo fa la lunetta. Quando è bloccata, consente la carica del movimento se ruotata in senso antiorario, mentre nulla accade se si ruota in senso orario. Anzi, come ha detto Lecamp durante la presentazione, se manipolata “distrattamente” può fungere da elegante antistress. Per regolare l’ora, la lunetta deve essere sbloccata estraendo una piccola leva segreta posizionata nell’anello di incassaggio sul fondello, a ore 3. Tirando verso l’esterno, la leva si apre facendo perno sulla propria parte inferiore e uscendo in maniera discreta, senza intaccare l’estetica dell’orologio. Una volta regolata l’ora e premuta, la leva torna a nascondersi. Le funzioni di carica e regolazione di The Unveiled Crownless sono possibili tramite un sistema di leve e ruote che collega la lunetta al treno del tempo.

    Per questo orologio, Minerva ha scelto una frequenza piuttosto bassa, 18.000 alternanze/ora, abbinata però a un’autonomia sontuosa di 80 ore, resa possibile da una spirale molto estesa, come lasciano intuire le dimensioni del bariletto. Il calibro M15.08 è infatti visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro e caratterizzato da una sorta di firma estetica della Maison: sull’organo regolatore è infatti visibile un elemento a forma di freccia, il logo storico di Minerva.

    Cassa e quadrante del The Unveiled Crownless

    La cassa di The Unveiled Crownless ha dimensioni importanti per un dress watch: 41,5 mm di diametro per 12 mm di spessore. Avendolo provato al polso e avendo un polso sottile – 16,5 mm – confermo che si fa sentire, anche se nel complesso si tratta di un orologio ben proporzionato. Probabilmente la sua presenza è accentuata anche dal fatto di essere in acciaio lucido, con la lunetta in oro rosa lucida e satinata. Sul lato destro della carrure, un’elegante targhetta in oro rosa avvitata ricorda, grazie alla scritta Depuis 1858, la data di fondazione della Manifattura. Bella la satinatura della targhetta che contrasta con il lucido della cassa.

    Per il quadrante di The Unveiled Crownless, Minerva ha ripreso i codici di design di un proprio orologio degli anni Cinquanta. In effetti, riporta tanti caratteri estetici tipici delle referenze di quella decade. Si divide sostanzialmente in tre parti: l’anello esterno della minuteria, con lavorazione a guilloché, la parte centrale liscia, il contatore dei piccoli secondi a ore 6. Nulla di più e nulla di meno di ciò che serve a unire eleganza e praticità. Per i dettagli, vi invito a guardare la gallery e a leggere le relative didascalie.

    Per confermare che nulla in questo orologio è stato lasciato al caso, Minerva ha lavorato con coerenza anche sulla fibbia e sul cinturino. Quest’ultimo è in alligatore, color verde bosco che richiama il colore dei boschi intorno alla manifattura di Villeret; la fibbia in acciaio ha invece una sagoma che ricorda la freccia del logo. Un particolare visibile solo a chi indossa il The Unveiled Crownless e che, nelle intenzioni di Minerva, servirebbe a costruire un legame speciale tra l’orologio e il suo proprietario.

    Secret box

    Durante la presentazione, Laurent Lecamp si è dimostrato molto orgoglioso della scatola che contiene l’orologio. Già lo scorso dicembre, durante un evento organizzato da Montblanc, avevo avuto modo di vederla in anteprima e anche in quella occasione il Global Managing Director era parso piuttosto eccitato dalla novità.

    In effetti è qualche cosa di particolare, perché la confezione di The Unveiled Crownless è una bella scatola in legno di noce, sempre dei boschi di Villeret, e ha un sistema di apertura segreto tramite due listelli scorrevoli ben integrati nel packaging. Il risultato è quello di avere una scatola uniforme, priva di sporgenze e pulsanti, capace – anche qui – di costituire un legame intimo, speciale e segreto tra l’orologio e chi lo possiede. Sul coperchio è fissata una placca in acciaio con una speciale incisione raffigurante la manifattura di Villeret, oltre al logo RFV con la freccia di Minerva. Villeret è indicata anche sul fermo, che riporta l’incisione dello stemma del villaggio. Un dettaglio in più, ricco e speciale, che, insieme al prezzo di 39mila euro, rende l’orologio ancora più esclusivo, nonostante non sia in edizione limitata.

  • Bulova Sinatra Collection: tanto di cappello

    Bulova Sinatra Collection: tanto di cappello

    Bulova e Frank Sinatra hanno condiviso una lunga storia. Sono state numerose le collaborazioni tra il Brand e The Voice, il quale non ha mai nascosto il fatto che gli orologi di Bulova fossero i suoi preferiti. Non a caso, il Frank Sinatra Show era sponsorizzato proprio dal Marchio ed era noto come “Bulova Watch Time”. Un sodalizio artistico che l’Azienda americana ha concretizzato nella Bulova Sinatra Collection, lanciata nel 2020, che negli anni si è arricchita di numerose referenze.

    Dapprima ispirate, nel nome, ad alcuni dei successi immortali di Sinatra e, nell’estetica, agli esemplari degli anni ’50 e ’60 spesso al polso del crooner, gli orologi della Bulova Sinatra Collection si sono evoluti nel tempo, mantenendo comunque un cuore meccanico che è arrivato fino a oggi. Con la più recente estensione di una collezione che si avvale della collaborazione della Frank Sinatra Foundation.

    Che Bulova abbia un legame stretto con la grande musica americana della seconda metà del secolo scorso è confermato anche dall’orologio dedicato a Tony Bennett. Con Sinatra, però, la relazione è più stretta e di più lunga data.

    Alle origini della Bulova Sinatra Collection

    Il nuovo orologio della Frank Sinatra Collection richiama nelle linee bilanciate ed essenziali un modello storico del 1967, chiamato Banker C ed elegante almeno quanto il celebre cappello Fedora che The Voice era solito indossare. Come nelle referenze delle collezioni precedenti, anche qui l’ispirazione viene dalla musica: non tanto da una canzone, quanto da una raccolta di brani pubblicata nel 2008, a 10 anni dalla morte dell’artista: Nothing But the Best.

    La scelta di questa raccolta non è causale. Nella visione di Bulova, il Banker G rappresenta la sintesi di un periodo di grandi cambiamenti. Un periodo che, di lì a poco, avrebbe portato alle rivoluzioni sociali e tecnologiche che cambiarono il mondo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70: dal Vietnam alle contestazioni studentesche, dallo sbarco sulla Luna alle grandi crisi politiche ed energetiche mondiali. Un orologio, dunque, che raccoglie nient’altro che il meglio di un’epoca e che, oggi, arricchisce in versione moderna la Bulova Sinatra Collection.

    Il lavoro su cassa e quadrante

    La cassa in acciaio misura 37 mm di diametro e ha uno spessore di 10,25 mm. La forma è tonneau ma il quadrante è tondo, come era nel Banker G cui l’orologio si ispira. Per questo pezzo della Bulova Sinatra Collection, la Maison ha pensato a una doppia finitura della cassa, color oro oppure acciaio, con la fibbia in tinta. Tra le due, quella in oro è a mio avviso decisamente più interessante; lavorando bene su forma e finiture e su un’estetica d’insieme bilanciata, Bulova è riuscita a evitare un effetto fintage o da “orologio del nonno”, dando a questo pezzo un aspetto contemporaneo ed elegante.

    Merito anche del quadrante, sul quale è stato fatto il lavoro più significativo e che, a tutti gli effetti, è la parte più interessante dell’intero orologio. Nella versione con cassa color acciaio è bianco, in quella color oro è argento: ma non è tanto la scelta cromatica a essere significativa, quanto la lavorazione. Bulova ha adottato la tipologia di quadrante cosiddetta crosshair, diffusa proprio tra gli anni ’50 e ’60, realizzandola in modo personale e originale.

    Il quadrante crosshair si distingueva principalmente per un dettaglio grafico: una croce centrale che lo divideva in quattro spicchi, come fosse una torta. Qui, la croce non c’è e la divisione in spicchi è resa tramite la decorazione guilloché alternata, verticale in un settore e orizzontale in quello a fianco. In questo modo, si dà all’insieme movimento, eleganza e profondità. Quest’ultima è accentuata dalla sagoma del Fedora incisa in bassorilievo a ore 6. Un simbolo del cantante che, nei precedenti orologi della Bulova Sinatra Collection, troviamo stampato.

    Perché la Bulova Sinatra Collection è coerente con il Brand

    In termini di movimento, Bulova ha tenuto conto della propria vocazione a realizzare orologi di grande impatto estetico e affidabilità, abbinati a un prezzo accessibile. Nella cassa troviamo il calibro 8215, automatico di derivazione Miyota, vale a dire Gruppo Citizen cui Bulova appartiene. Il movimento lavora a 3 Hz (21.600 alternanze/ora), ha un rotore unidirezionale, la funzione data e circa 42 ore di autonomia.

    Il combinato disposto tra l’affidabilità del movimento, la facilità di manutenzione e l’economia di scala data dall’impiegare un calibro Citizen, ha consentito di mantenere il prezzo della nuova Bulova Sinatra Collection entro termini ragionevoli. Parlo di 599 euro per la referenza con cassa color acciaio e 629 euro per la variante color oro.

    Per ulteriori dettagli vi rimando alle didascalie. Chiudo con una frase che ho trovato in Rete e che penso esprima molto bene il valore che, per Bulova, ha avuto e ha il fatto di essere stata al polso di uno dei miti assoluti della musica. Le parole sono di Tina Sinatra, figlia del cantante: «Papà viveva in funzione del tempo. Per lui era fondamentale essere puntuale. E credo che questo facesse parte della sua professionalità. Insomma, se arrivavi in ritardo, causavi una perdita economica ingente. Aveva un forte senso di responsabilità nei confronti del suo pubblico: non lo faceva mai aspettare. Era preciso come un orologio. Era puntuale quanto umanamente possibile. Il suo motto era: “Se non sei in anticipo, sei in ritardo”».

  • Millesime Small Seconds Tuxedo Dial: l’eleganza secondo Raymond Weil

    Millesime Small Seconds Tuxedo Dial: l’eleganza secondo Raymond Weil

    «È meglio scoprire di essere stati ingannati sul prezzo che sulla qualità della merce». È una frase di Baltasar Gracián, che non è un personaggio contemporaneo – visse nel XVII secolo – né tantomeno un esperto di marketing – fu nientemeno che un gesuita spagnolo. Una massima ancora attuale dopo 400 anni, ma che andrebbe ritoccata guardando al nuovo Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial. Perché è un orologio del tutto sincero, non inganna sul prezzo e neppure sulla qualità.

    Che cos’è un quadrante tuxedo

    Partirei però dalle basi, perché magari non tutti sanno a che cosa ci si riferisce parlando di “tuxedo dial”. Si intende un quadrante caratterizzato da una combinazione bicolore ad alto contrasto, di solito bianco e nero. Il Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial ne dà però una interpretazione personale.

    L’eleganza di questo contrasto tra bianco e nero richiama quella di un tuxedo, parola inglese che indica lo smoking. Traendo origine dagli stili Art Déco degli anni ’20-’40, i quadranti tuxedo presentano spesso cerchi concentrici, come ad esempio un anello esterno scuro che contrasta con un centro più chiaro. Motivo per cui qualcuno tende a utilizzare anche il termine bullseye, bersaglio, per questa particolare grafica.

    Il Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial arricchisce una collezione, la Millesime, che è ormai l’offerta di punta della Manifattura ginevrina. Lo è fin dal 2023, quando il Millesime Small Seconds vinse il Challenge Prize al Grand Prix d’Horlogerie de Genève. Oggi la linea si articola tra Chronograph, Moonphase, Central Seconds e, appunto, Small Seconds, con dimensioni ed estetica chiare e non confondibili. L’arrivo più recente, di cui scrivo qui, è una variazione sul tema dei Small Seconds coerente con la filosofia della collezione.

    Il Millesime Small Seconds Tuxedo Dial: tre versioni

    Il fatto che abbiamo anticipato il Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial nelle Latest di una decina di giorni fa e che oggi ne scriva più estesamente dovrebbe farvi intuire che, per noi, si tratta di un orologio che vale la pena raccontare. Intanto perché, come ho scritto poco sopra, dà del quadrante tuxedo un’interpretazione personale. Al classico bianco e nero, Raymond Weil affianca una versione in cui abbina il centro del quadrante blu all’anello della minuteria nero e un’altra in cui il centro bordeaux (vinaccia, lo chiama l’azienda) fa il paio con la periferia bianca.

    Nella prima e nella terza versione, il contrasto cromatico è netto ed evidente, nella referenza con la combinazione blu-nero salta meno all’occhio. Aiuta a dare la sensazione dello stacco la satinatura della parte centrale blu, ma nel complesso, delle tre referenze, a mio parere è forse la meno interessante. 

    Tutt’e tre hanno la classica configurazione della linea Small Seconds, dove il contatore dei piccoli secondi è a ore 6 e ha inscritta la dicitura Automatic, nella quale compare il cosiddetto “mirino”. Si tratta di due linee, una verticale e una orizzontale, che tagliano ortogonalmente il quadrante incrociandosi nel mezzo, in corrispondenza del pignone delle lancette. Un’eredità grafica degli orologi degli anni ’50 che rafforza l’estetica vagamente vintage del Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial. Segnalo anche la bella satinatura di tutt’e tre le lancette, un dettaglio ulteriore che indica la cura messa dalla Manifattura nella creazione dell’orologio.

    Anche qui, come nel resto della Millesime, spicca l’assenza del datario. Viene invece introdotta una novità, non presente nella collezione: gli indici in numeri arabi al posto di quelli a bastone. Un’introduzione in un certo senso dovuta, perché i numeri arabi vanno storicamente a braccetto con i quadranti tuxedo.

    Cura delle finiture

    Arrivo alla cassa. Nelle diverse linee della collezione Millesime, il Brand affianca casse da 39 mm ad altre da 35 mm (a parte nel cronografo, che è unicamente in 39 mm); per il Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial è disponibile solo la cassa da 39 mm, spessa 10,25 mm, in acciaio. Ha una lavorazione con finiture alternate lucide e satinate che la rendono gradevole al tatto e alla vista. Il fondello è a vista e il vetro glassbox è trattato antiriflesso internamente ed esternamente: prova ulteriore di cura.

    Bella la scelta di bracciali e cinturini. Le tre referenze sono tutte disponibili con un “morbido” bracciale a cinque file in acciaio con fibbia a farfalla oppure con il cinturino in vitello con impunture tono su tono e fibbia ad ardiglione. Vitello nero per la versione bianco-nero (direi d’obbligo), vitello marrone per la versione blu-nero (mmmh…), vitello beige per la versione bordeaux-bianco (accostamento di carattere).

    Millesime Small Seconds Tuxedo Dial: conclusioni e prezzi

    Per il Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial, la manifattura ha scelto il calibro automatico RW4251, che è lo standard per la linea Small Seconds. È stato sviluppato da Raymond Weil sulla base del Sellita SW260-1. Secondo alcuni, invece, la base è il Sellita SW261-1. Si tratta comunque di movimenti molto simili, perché il pignone della lancetta dei piccoli secondi si trova in una posizione più alta o più bassa sul quadrante (meno di 1 millimetro) a seconda della versione del calibro. La posizione nel Raymond Weil Millesime Small Seconds Tuxedo Dial sembra essere quella dell’SW260-1.

    Come scrivevo all’inizio, questo orologio costringerebbe Baltasar Gracián a modificare la propria affermazione. Perché il prezzo è interessante e, soprattutto, bilanciato dalla qualità complessiva del prodotto: 2.250 euro per le versioni con il cinturino, 2.375 euro per quelle con il bracciale. Stessi prezzi delle altre versioni della linea Small Seconds. Ma, soprattutto, prezzi che si collocano in una fascia che si sta spopolando, almeno se si guarda al rapporto con la qualità e alla possibilità di mettersi al polso uno Swiss Made automatico. A mio avviso è un bel segnale da parte di Raymond Weil.

  • RM 41-01 Tourbillon Soccer: il calcio secondo Richard Mille

    RM 41-01 Tourbillon Soccer: il calcio secondo Richard Mille

    Mumble… ma non era Hublot il marchio fissato con il mondo del calcio? È la domanda che mi sono fatto leggendo dell’uscita del nuovo Richard Mille RM 41-01 Tourbillon Soccer. Poi però ho fatto mente locale e mi sono ricordato che al Brand non è nuovo il mondo del pallone: è legato da tempo all’ex ct della Nazionale italiana di calcio Roberto Mancini e, nel 2013, ha creato per lui l’RM 11-01. Era il primo orologio del Marchio dedicato a questo sport, con cronografo centrale e indicatori pensati per cronometrare una partita. Nel 2019, l’RM 11-04 ne fu l’evoluzione.

    Cosa che invece non è il Richard Mille RM 41-01 Tourbillon Soccer, perché si tratta di un orologio dallo sviluppo completamente nuovo, che porta il cronometraggio di un match calcistico fino alle estreme conseguenze – se così si possono chiamare i tempi supplementari. E per scrivere di questo orologio complesso, dobbiamo analizzarne i diversi livelli, dal movimento al quadrante fino alla cassa, un’altra prova di virtuosismo dei materiali cui ci ha abituato negli anni la Maison. Parto dal movimento.

    Il calibro dell’RM 41-01 Tourbillon Soccer

    Il calibro RM 41-01 a carica manuale conta la bellezza di 650 singoli componenti, posizionati su ponti scheletrati in titanio grado 5. Ha un cronografo flyback centrale, un tourbillon da 60 secondi e lavora alla frequenza di 21.600 alternanze/ora, con un’autonomia di circa 70 ore. Fin qui, niente di insolito: altissime complicazioni ma in linea con quanto ci si aspetta da Richard Mille. La vera novità dell’RM 41-01 Tourbillon Soccer sta nelle funzioni, mai viste prima su un orologio, che lo rendono adatto al mondo del calcio per il quale è pensato. Parlo di un indicatore che segna le diversi fasi di una partita (primo e secondo tempo, tempi supplementari) e di altri due che tengono il conto dei goal segnati da entrambe le squadre.

    Sul quadrante scheletrato, l’indicatore delle fasi della partita si trova a ore 9. Il cronografo flyback è collegato tramite una serie di leve direttamente a questo indicatore, che è un prisma a sei facce. Ogni azzeramento del cronografo aggiorna istantaneamente l’indicatore del tempo di gioco dal primo al secondo tempo e poi al primo e al secondo tempo supplementare, facendolo ruotare di 90 gradi lungo l’asse longitudinale a ogni scatto.

    I contatori dei goal segnati sono invece a ore 11 (squadra di casa) e a ore 5 (ospiti). Gli altri due angoli del quadrante sono occupati dal tourbillon (a ore 7) e dall’indicatore dell’autonomia residua (a ore 1). Per far avanzare i due contatori dei goal si premono i due pulsanti sul lato destro della cassa: quello a ore 2 è per la squadra di casa, a ore 4 per gli ospiti. Ogni pressione fa avanzare la lancetta montata su binari metallici tramite un ingranaggio dedicato, visualizzando fino a nove reti prima di tornare automaticamente a zero.

    Conteggiare il recupero

    Sul quadrante troviamo anche un’altra finezza pensata da Richard Mille e relativa al cronometraggio peculiare di una partita di calcio. A differenza di altri sport, come il basket o l’hockey, anche durante i tempi morti di un incontro l’orologio non si ferma. Minuti persi che, alla fine di ciascun tempo, saranno conteggiati nel recupero.  

    Ebbene, sul réhaut del Richard Mille RM 41-01 è presente una scala con indicatori che corrispondono a durate di 45 minuti e 15 minuti, alla fine dei quali sono presenti sezioni destinate al monitoraggio del tempo di recupero. Inoltre, come ho scritto prima, l’indicatore del periodo di gioco è collegato al meccanismo flyback e, ogni volta che si azzera il cronografo, passa automaticamente al tempo successivo.

    La corona intelligente

    Anche l’RM 41-01 Tourbillon Soccer ha la corona “intelligente” cui ci ha abituati Richard Mille, attraverso la quale selezionare le diverse funzioni dell’orologio: neutro, carica e regolazione dell’ora. A differenza di altre referenze che hanno pulsanti dedicati a questo (penso, per esempio, allRM 07-04 Automatic Sport o all’RM 21-02 Tourbillon Aerodyne), l’RM 41-01 Tourbillon Soccer ha una soluzione più classica, dove la corona viene tirata verso l’esterno per attivare le tre diverse funzioni.

    Nell’RM 41-01 Tourbillon Soccer, quando la corona è premuta completamente nella cassa si trova in posizione neutra anziché di carica, come avviene invece normalmente in un orologio. Una scelta fatta da Richard Mille per evitare una carica eccessiva accidentale che possa mettere sotto stress la molla. Estraendo la corona di una posizione si carica il movimento, tirandola nella seconda posizione si può regolare l’ora. La funzione attiva è visualizzata da un indicatore a ore 4 con le modalità N (neutral), W (wind) o H (hour).

    Oltre che la consueta attenzione alla praticità di utilizzo, Richard Mille ha dedicato alla corona in titanio anche una particolare attenzione estetica, per richiamare lo sport che ha ispirato il design dell’RM 41-01 Tourbillon Soccer. Ha un rivestimento in gomma che riprende il motivo esagonale di un pallone da calcio, motivo che ritorna anche nella parte superiore scolpita della corona stessa.

    Basalt TPT: la novità dell’RM 41-01 Tourbillon Soccer

    Ed eccoci alla cassa, per la quale ho usato all’inizio l’espressione “virtuosismo dei materiali”. Intanto parto dalle dimensioni, molto maschie come quasi sempre negli orologi del Brand: 43,23 mm da ore 9 a ore 3, 49,65 mm da ansa ad ansa e uno spessore considerevole di 16,08 mm, dovuto principalmente allo spazio necessario per le complicazioni. Come tutti gli altri orologi Richard Mille, la cassa dell’RM 41-01 Tourbillon Soccer ha una struttura a sandwich, ma una delle due varianti di colore è creata con un materiale del tutto nuovo: Red Carmin Basalt TPT.

    La parte centrale della cassa è nera, in Carbon TPT, materiale ampiamente utilizzato dal Brand e del quale abbiamo scritto già più volte. I due colori, chiamati Red Carmin e Dark Blue, sono presenti nella sezione superiore e in quella inferiore della cassa: il blu è in Quartz TPT, il rosso è la novità, il Basalt TPT, sul quale vale la pena spendere due parole.

    Simile nella lavorazione sia al Carbon TPT sia al Quartz TPT, il Basalt TPT è un materiale composito costituito da strati compressi di fibre, sovrapposti e alternati con un angolo di 45 gradi per aumentarne la resistenza. Anziché le fibre di carbonio spesse 30 micron come nel Carbon TPT o le fibre di silicio da 45 micron del Quartz TPT, il Basalt TPT incorpora fibre di basalto (una roccia vulcanica) spesse 40 micron, che creano una struttura asimmetrica simile al legno.

    Dal punto di vista delle prestazioni, il Basalt TPT è simile al Carbon TPT e al Quartz TPT, e come quelli è biocompatibile. Le fibre a base di basalto producono un motivo più visibile, il che permette a Richard Mille di ottenere un miglior effetto con colori scuri e saturi come il Red Carmin.

    Super partes

    Prima di lasciarvi alle didascalie, segnalo che la versione Dark Blue Quartz TPT del Richard Mille RM 41-01 Tourbillon Soccer è abbinata a un cinturino in caucciù bianco, mentre il Red Carmin Basalt TPT ha un cinturino grigio. Entrambi, per come la vedo io, si abbinano bene ai rispettivi colori, che in questo caso hanno tonalità più scure e naturali anziché quelle molto vivaci presenti su altri modelli del brand. 

    Se volessimo ragionare in termini di fede calcistica, queste tonalità tenui della cassa potrebbero incoraggiare chi volesse comprarsi una di queste due referenze (ciascuna limitata a 30 pezzi per colore) a osare, poiché non si avvicinano a quelle di nessuna squadra. Per intenderci, un interista potrebbe mettersi al polso il Red Carmin senza rischiare di associarsi al Milan, e viceversa con il Dark Blue. Però, visto il prezzo (1.450.000 franchi, tasse escluse), è più facile che se lo metta al polso un calciatore che un ultrà. Ma tant’è: nello sport più inclusivo del mondo, c’è spazio anche per l’esclusività.

  • Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: l’empireo di Patek Philippe

    Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: l’empireo di Patek Philippe

    Quando è stato presentato a Watches and Wonders 2025, il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione è stata una delle superstar del salone. Un orologio talmente complesso che ci siamo presi quasi un anno per parlarne su queste pagine. Un po’ perché ci sono state altre novità che, mese dopo mese, hanno preso la scena, un po’ perché si tratta di un pezzo talmente alto che, come si suol dire, aveva bisogno dei suoi tempi.

    La cosa certa è che il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione è la traduzione materiale del modo in cui il Presidente Thierry Stern intende il futuro del Marchio. Un futuro che si era cominciato a intravedere nel 2023, quando era stata presentata in anteprima mondiale in serie limitata, in occasione della Grande Esposizione Patek Philippe “Watch Art” di Tokyo, la Ref. 5308P-010 con cassa in platino. Ora, da anteprima, la Ref. 5308 è diventata parte della collezione corrente di Patek Philippe. Anticipo subito che dedicherò le didascalie a una parte dei dettagli tecnici dell’orologio, altrimenti questo pezzo rischierebbe di diventare lungo come una quaresima.

    Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: il calibro

    Però, per parlare del Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione, mi è utile partire dal calibro, o meglio, dal suo nome che spiega la quadrupla complicazione. Nel calibro R CHR 27 PS QI troviamo infatti la ripetizione minuti (R), il cronografo (CH) che è rattrapante (R, ricordiamo che Patek considera la funzione rattrapante una complicazione distinta dal cronografo) e il calendario perpetuo istantaneo (QI). Per completezza, 27 e PS indicano il fatto che il calibro è basato sul movimento originale da 27 mm con piccoli secondi.

    La maggior parte dei componenti tecnici è nascosta sotto al quadrante. Dal fondello trasparente è possibile vedere il micro-rotore con lavorazione guilloché e i martelli lucidi della ripetizione minuti, oltre al regolatore per la ripetizione nascosto sotto la croce di Calatrava in oro, simbolo della Casa. Sotto al quadrante si trova il modulo del calendario perpetuo, mentre il lavoro fatto sul cronografo ha richiesto agli ingegneri di Patek Philippe una importante serie di modifiche che ha portato anche a due brevetti.

    Il primo è una ruota di innesto a recupero di gioco, che consente di evitare qualsiasi sfarfallio della lancetta dei secondi del cronografo, eliminare l’attrito della ruota del cronografo e consentire così un risparmio di energia. Il secondo è un meccanismo che permette di sollevare la leva della lancetta rattrapante quando quest’ultima è arrestata, invece di farla correre attorno al “cuore” del cronografo, riducendo così il consumo di energia. Sforzi tecnici tesi ad aumentare l’autonomia del Patek Philippe Ref. 5308G-001 Quadrupla Complicazione, che rimane comunque contenuta: 38 ore con il cronografo in funzione, che diventano 48 quando non lo si usa. Il movimento, contraddistinto dal sigillo Patek Philippe, è dotato di bilanciere Gyromax a inerzia variabile, con spirale in silicio Spiromax, che lavora a 21.600 alternanze/ora.

    Dal salmone al ghiaccio

    Se il quadrante della Ref. 5308P-010 aveva una tonalità salmone, il 5308G-001 è un’esperienza visiva inedita per Patek Philippe. Il quadrante blu ghiaccio con finitura soleil è intriso di elementi blu: le lancette di ore e minuti, il giro della minuteria, le cornici del calendario perpetuo, la minuteria dei contatori, il cielo delle fasi lunari. Una coerenza cromatica che stempera la presenza imponente dei due contatori cronografici dei 60 minuti (a ore 3) e delle 12 ore (a ore 9).

    Il calendario perpetuo istantaneo con visualizzazioni a finestrelle impiega lo stesso meccanismo che ha dato luogo al deposito di due brevetti, introdotto nel 2008 nella Ref. 5207 e ripreso nel 2011 nella Ref. 5208. Il sistema è complesso: dei 799 componenti del calibro, ne conta da solo ben 220. Le indicazioni saltano in 30 millisecondi all’interno delle quattro finestrelle di giorno della settimana, data, mese e anno bisestile, anche quando la riserva di carica scende a dieci ore. I dischi impiegati per la visualizzazione della data hanno una massa superiore a quella delle indicazioni a lancetta e ciò sottolinea ancora di più l’importanza del lavoro sul movimento. La visualizzazione istantanea richiede infatti la padronanza dell’energia per trattenere i dischi e rilasciarli contemporaneamente con uno scatto fulmineo.

    La cassa in oro bianco è imponente, non tanto per il diametro (42 mm), quanto per lo spessore, che sfiora i 18 mm (17,71). La lunghezza da ansa ad ansa è di 52,11 mm, ma per la Ref. 5308G-001 Quadrupla Complicazione la Maison si è impegnata sul fronte della vestibilità e dell’impatto visivo. Le anse allungate e il cinturino agganciato quasi alla loro estremità provano a mitigare al polso l’altezza e il peso della cassa; la traforatura delle anse stesse e la lunetta concava vogliono alleggerire all’occhio la struttura dell’orologio.

    Gli antenati del Ref. 5308G Quadrupla Complicazione

    Detto che il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione costa, tasse incluse, ben 1.297.279 euro, lascio come detto il resto dei dettagli alle didascalie e chiudo con un breve excursus sui principali predecessori di questo orologio. Giusto per far capire quanto un simile pezzo non sia spuntato come un fungo dalla sera alla mattina, ma sia il frutto più recente di una lunga evoluzione preparatoria.

    Per circa quindici anni, la Ref. 5016 è stata il Patek più ambito a unire calendario perpetuo, ripetizione minuti e tourbillon. All’inizio degli anni 2000, gli appassionati iniziarono a volere orologi più grandi, moderni e più consistenti al polso. Nel 2008, Patek Philippe lanciò il primo calendario perpetuo istantaneo, la Ref. 5207P – con finestrelle per il giorno, la data e il mese disposte radialmente nella parte superiore del quadrante -, abbinato a una ripetizione minuti e a un tourbillon. 

    Nel 2011 fu la volta della Ref. 5208. Eliminando il tourbillon ma inserendo un cronografo monopulsante, Patek aggiunse un micro-rotore al movimento, rendendolo automatico. A differenza della maggior parte dei cronografi di Patek, la massa di leve e ponti era nascosta sotto il ponte di carica e il meccanismo di ripetizione.

    La Ref. 5308P-010 della Patek Philippe Watch Art Grand Exhibition di Tokyo 2023, infine, fu la naturale “evoluzione della specie” iniziata con il lancio del 5207 nel 2008. Cassa in platino, quadrante salmone e lancette e indici anneriti, fu una creazione di altissimo livello, ma limitata a 15 esemplari. Oggi, con la quadrupla combinazione, le cose cambiano. Certo, il prezzo non è per tutti, ma esclusività non ha mai fatto rima con disponibilità.

  • Oris Big Crown Pointer Date Bullseye: dritto al bersaglio

    Oris Big Crown Pointer Date Bullseye: dritto al bersaglio

    In un avvio di 2026 piuttosto avaro di lanci, la presentazione dell’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye è stata una bella novità, per diversi motivi. Intanto, per un fatto oggettivo, ossia perché dimostra come Oris continui a lavorare bene, sfruttando al meglio la propria indipendenza industriale e attingendo in maniera intelligente al ricco patrimonio di meccanica e di design. Poi, per un fatto del tutto soggettivo: l’estetica “bullseye” a me personalmente piace molto e questo orologio la esprime ottimamente.

    Si tratta di una tipologia di design che si ritrova già negli orologi degli anni ’20 del secolo scorso. E l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye la fa propria anche in virtù del fatto che, in passato, è stata molto presente nei cataloghi della Maison, almeno fino alla fine degli anni ’80. Prende il nome dal termine che in inglese indica il centro di un bersaglio, tipicamente per le frecce e per le fremette. Infatti, i quadranti degli orologi bullseye riportano dei cerchi concentrici di diametri diversi, che fanno convergere al centro lo sguardo di chi li osserva, come in un bersaglio.

    La cassa dell’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye

    Venendo all’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye, ricordo che, al di là del design distintivo, abbiamo a che fare con un modello ricco di storia, che si è rivelato cruciale per l’azienda. Introdotto per la prima volta nel 1938, è stato il primo orologio che il Brand ha creato pensando ai piloti. Corona oversize, numeri leggibili, minuteria chemin-de-fer, lancette “cattedrale” e datario a lancetta lo hanno reso da subito un utile tool watch.

    Periodicamente rivisto con casse di dimensioni differenti, calibri e materiali aggiornati e migliorati, il modello esiste con vari diametri, 40 mm, 36 mm e persino 34 mm. Il nuovo Oris Big Crown Pointer Date Bullseye ha una cassa compatta, 38 mm, una misura molto equilibrata. Attualmente, gli unici altri Big Crown da 38 mm sono il Cervo Volante e i modelli più costosi alimentati dai calibri di manifattura 473 e 403. La cassa in acciaio è dotata della caratteristica corona scanalata oversize e della lunetta zigrinata, ha uno spessore di 12,2 mm e una misura da ansa ad ansa di 45,5 mm. Dimensioni, che insieme al diametro, la rendono vestibile anche da polsi sottili.

    Il destino nel quadrante

    Come ho accennato all’inizio, parlando dell’estetica riconoscibile, l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye fa del quadrante il proprio punto di forza. Sebbene abbia elementi molto simili a quelli del modello Cervo Volante, l’orologio colpisce immediatamente per il layout a settori. Come se fosse un bersaglio da freccette, la serie di cerchi concentrici di dimensioni decrescenti che indicano il centro, articola il quadrante in quattro anelli.

    A partire dall’anello periferico grigio chiaro con i numeri rossi della data indicati dalla lancetta centrale con punta rossa – Pointer Date -, la successiva scala dei minuti/secondi ha uno sfondo grigio chiaro, chemin-de-fer nero, con cunei triangolari neri a intervalli di 5 minuti e un doppio indicatore a mezzogiorno. Invertendo la combinazione di colori, l’anello più largo è nero, con numeri arabi bianchi nitidi e incornicia il centro del “bersaglio”, grigio chiaro.

    Il bilanciamento del quadrante non ha solo un valore grafico. Importante è anche la funzione di migliorare la leggibilità e di sottolineare la vocazione originaria dell’orologio, ossia quella di strumento professionale da utilizzare nelle cabine di pilotaggio. Le lancette sono in stile “cattedrale”, classico della collezione, con punte affilate e segmenti interni riempiti con Super-LumiNova. Il quadrante è protetto da un vetro zaffiro bombato d’ispirazione rétro trattato internamente con un rivestimento antiriflesso.

    Oris Big Crown Pointer Date Bullseye tra meccanica e sostenibilità

    Sul fondello c’è un vetro minerale attraverso il quale è visibile la massa oscillante bidirezionale rossa di Oris, che genera energia per il calibro automatico 754. È il movimento che dà vita ai Big Crown Pointer Date ed è stato ottimizzato da Oris partendo da una base Sellita SW200 modificata con il datario. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha una riserva di carica piuttosto contenuta di 38 ore. Più che le prestazioni, ciò che distingue il calibro sono l’affidabilità e la facile manutenzione, che contribuiscono a contenere il prezzo: l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye costa 1.950 euro.

    Segnalo che anche per questo orologio (come per altri della collezione) il cinturino in pelle di cervo è realizzato da Cervo Volante, azienda elvetica che produce cinturini in pelle di cervo proveniente da piani di controllo della popolazione animale svizzera. Una partnership, quella con Cervo Volante, che si inquadra nel piano Change for the Better, un programma globale di attività intrapreso da Oris per preservare e proteggere il pianeta. Il Marchio collabora infatti con aziende e organizzazioni ambientaliste pioniere nell’azione sociale e nella difesa dell’ambiente.

    Qualche paragrafo sopra ho scritto che il Big Crown Pointer Date è un modello cruciale per Oris. Oltre 40 anni fa, Rolf Portmann, ex dipendente Oris e attuale Presidente onorario, organizzò un management buyout per salvare il Marchio dal fallimento a seguito della crisi del quarzo. Con la grande quantità di movimenti al quarzo a basso costo, puntare sugli orologi meccanici parve un’impresa rischiosa, ma la decisione di rendere il Big Crown Pointer Date il modello di punta del Brand anticipò il successo postumo e ancora attuale degli orologi da pilota sul mercato. L’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye è solo l’esempio di quanto quella scelta fu lungimirante.

  • Breguet Expérimentale 1, tra passato e futuro

    Breguet Expérimentale 1, tra passato e futuro

    Il nuovo Breguet Expérimentale 1 è uno di quegli orologi di cui Monsieur Abraham-Louis sarebbe fiero, se fosse in vita. Anzi, probabilmente è un orologio che lui stesso avrebbe saputo creare se fosse stato in possesso delle conoscenze tecnologiche e dei materiali che l’industria, in particolare quella orologiera, ha oggi a disposizione. 

    Questa nuova referenza arriva in coda a un 2025 straordinario per Breguet, nel quale i festeggiamenti per i 250 anni dalla fondazione sono stati segnati dall’uscita di una serie di pezzi memorabili: dal Classique Souscription 2025, presentato a Parigi ad aprile, ai Type XX Chronographe, dal Tradition Seconde Rétrograde 7035 fino al recentissimo Expérimentale 1, appunto. Un orologio che dimostra ciò che Breguet è in grado di fare in termini di ricerca e sviluppo. Una collezione che, in un certo senso, anticipa ciò che sarà l’orologeria del Brand in un futuro nemmeno troppo lontano.

    La ricerca dell’alta frequenza

    Il Breguet Expérimentale 1 è prima di tutto lo stadio più recente nell’evoluzione di una ricerca ingegneristica e tecnologica, quella che la Manifattura svizzera ha intrapreso sul magnetismo. Un percorso iniziato nel 2013 con lo sviluppo e la presentazione del Classique Chronométrie 7727 e perfezionato con il Classique 7225, svelato poche settimane fa.

    Giusto per andare dritti al sodo, ciò che caratterizza da un punto di vista ingegneristico e orologiero il Breguet Expérimentale 1 è il tourbillon ad alta frequenza da 10 Hz con scappamento magnetico a forza costante. Una soluzione tecnica che si avvale di quanto Breguet aveva già applicato nel Classique Chronométrie 7727 e nel Classique 7225 e che trasforma uno dei nemici giurati dell’orologeria meccanica, il magnetismo, in un alleato insospettabile nella ricerca della precisione.

    Il Calibro 7250 che anima l’orologio ospita uno speciale perno, già visto nel 7727 e nel 7225, nel quale due micro-magneti, ciascuno inserito in una pietra terminale, generano campi magnetici opposti per mantenere il bilanciere perfettamente centrato ed eliminare quasi del tutto gli errori di posizione. Questo sistema, inoltre, migliora la resistenza agli urti e, grazie al magnetismo, riduce l’attrito tra le parti meccaniche minimizzando l’usura dei componenti.

    Sviluppando ulteriormente la soluzione del perno magnetico, il Breguet Expérimentale 1 introduce il magnetismo controllato nello scappamento, per rendere l’orologio ancora più preciso. Il nuovo sistema al cuore di questa referenza è composto da un tourbillon ad alta frequenza e da uno scappamento magnetico a forza costante: l’orologeria tradizionale incontra la ricerca tecnologica.

    Breguet Expérimentale 1 e il magnetismo

    Grazie al tourbillon a 10 Hz con scappamento magnetico a forza costante, il Breguet Expérimentale 1 affronta e risolve tre grandi problemi che influenzano la precisione e la costanza di marcia: l‘ampiezza non costante del bilanciere, gli urti e l’effetto negativo della gravità sull’organo regolatore, spirale e bilanciere. Impiegando le proprietà del magnetismo, questo sistema dà un impulso stabile al bilanciere per tutta la durata della riserva di carica e disaccoppia la funzione di impulso dalla rotazione della ruota di scappamento, della gabbia del tourbillon e dell’intero sistema delle ruote.

    Il dispositivo ideato da Breguet prevede due ruote di scappamento, ciascuna dotata di un binario magnetico al centro del quale si trova una leva con àncore magnetiche. Questo sistema si ispira agli scappamenti a forza costante; al di sotto di una certa coppia, il tourbillon si ferma rapidamente, al di sopra il bilanciere oscilla alla sua massima ampiezza. Grazie al nuovo scappamento, è anche possibile disaccoppiare dalla rotazione della ruota di scappamento, e quindi dal resto del treno del tempo, gli impulsi trasmessi al bilanciere.

    Una ruota di arresto intermedia, posizionata tra le due ruote di scappamento con binario magnetico, preserva il sistema da salti indesiderati. La maggior parte degli altri componenti del tourbillon, poi, non è magnetica: così non si creano interferenze che rischiano di compromettere il regolare funzionamento del sistema.

    In tutta questa tecnologia, osservando attentamente la struttura dell’intero sistema, si nota la presenza di componenti tradizionali. Per esempio l’àncora, azionata dall’impulso magnetico che, eliminando ogni tipo di contatto, riduce attrito e usura: motivo per cui Breguet non ha dovuto inserire un remontoire d’égalité come dispositivo di forza costante. È infatti il sistema stesso a generarla, non subendo attriti e non essendo influenzato dallo stato di carica né dalla coppia del bariletto.

    L’estetica del Breguet Expérimentale 1

    Per quanto riguarda l’estetica del Breguet Expérimentale 1, vi si nota una ispirazione alla collezione Marine, modernizzata da un design più contemporaneo mescolato ai tratti della tradizione che distinguono questa linea storica del catalogo della Maison. Allo stesso modo, l’orologio si distanzia dal look “filologico” dei Classique Chronométrie 7727 e Classique 7225, tanto per restare nel mondo dell’alta frequenza di Breguet.

    La cassa è in oro Breguet 18 carati, che abbiamo già visto in altri pezzi della Manifattura. Misura 43,5 mm di diametro e 13,30 mm di spessore e ha forme decise e definite. Le anse sono traforate e, così come la cassa, sono lavorate con finiture sabbiate, satinate e azzurrate. La carrure ha il classico elemento distintivo di Breguet, la scanalatura “a moneta” che in questo orologio è rielaborata con un tocco più contemporaneo.

    Chi conosce un minimo la storia di Breguet, vedrà nell’Expérimentale 1 l’estetica dell’orologio da tasca n. 3448 con visualizzazione delle ore in stile regolatore. Le affinità con il modello antico però finiscono qui, perché il quadrante anziché essere in smalto è in un modernissimo zaffiro. La distribuzione dei contatori è all’insegna dell’equilibrio estetico, con la parte alta in cui spicca il tourbillon, bilanciato dal contatore delle ore nella parte bassa. A destra e a sinistra si vedono i bariletti gemelli del Calibro 7250, montati in serie.

    I secondi sono visualizzati sulla gabbia del tourbillon; il contrappeso della lancetta in titanio è a forma di àncora, richiamo evidente alla collezione Marine. Su un grande anello bianco spostato verso il basso sono visualizzati i minuti; l’anello interseca il tourbillon in alto e, sotto, sfiora il contatore delle ore. Tutto il quadrante poggia su quattro pilastri in oro e, come da tradizione, ospita la firma segreta Breguet: qui si trova a ore 11 e a ore 1.

    Punzone Breguet ed edizione limitata

    Prima di lasciarvi ai dettagli nelle didascalie, segnalo che anche il Breguet Expérimentale 1 è certificato dal Punzone Breguet. Come altri simili dell’alta orologeria svizzera, il Punzone Breguet è in sostanza un sigillo che la Maison appone sulla cassa dell’orologio finito e sulla fibbia, a garanzia della qualità dei componenti, delle prestazioni dell’orologio e dell’etica costruttiva. Si riferisce non solo alle finiture, ma anche al modo in cui sono state ottenute e alla coerenza del design dell’orologio. Tutto questo è sottoposto a un disciplinare interno e supervisionato da un apposito comitato, che certifica l’eccellenza. Inoltre, il Punzone Breguet garantisce che tutti i componenti degli orologi sono stati fabbricati in Svizzera secondo i più alti standard orologieri.

    Grazie al Punzone Breguet – associato a ciascun orologio e identificato da un numero individuale – la Maison può verificare le prestazioni di ogni pezzo e classificarlo all’interno di tre categorie, in base alla precisione giornaliera. Abbiamo quindi l’orologio “Scientifico” (+/- 1 secondo al giorno), “Civile & Sport” (+/- 2) oppure “Sera & Gioielleria” (-2/+6).

    Detto che la modernità del Breguet Expérimentale 1 è confermata dalla scelta di un cinturino in caucciù blu (non in pelle) con fibbia ad ardiglione in oro Breguet 18 carati, chiudo segnalando che la collezione Expérimentale, per come è concepita, è destinata ai pochi collezionisti che avranno l’opportunità di mettersi al polso in anteprima orologi di altissima fattura, in edizione limitata. Il contenuto scientifico di questi pezzi sarà sviluppato nelle altre collezioni della manifattura. A proposito di limitazione, l’Expérimentale 1 sarà realizzato in 75 esemplari e ha un prezzo su richiesta. L’eccellenza non è per tutti, oggi come 250 anni fa.

  • Tissot Ballade COSC: la “meccanica democratica” del Powermatic 80

    Tissot Ballade COSC: la “meccanica democratica” del Powermatic 80

    Il Tissot Ballade è un orologio che divide. Capita spesso ai grandi marchi svizzeri di avere un modello che polarizzi gli appassionati tra coloro che lo amano e quanti, per dire così, non ne fanno una malattia. Il Ballade è uno di questi. E lo è per un motivo abbastanza intuitivo: perché è molto simile a una celeberrimo esemplare di un’altra rinomata Maison, che si pone però in una fascia prezzo del tutto differente. Per come la vedo io, proprio qui sta il bello del Ballade, ciò che lo dovrebbe rendere popolare tra gli appassionati. Ossia che è pensato per quanti cercano un orologio svizzero ben fatto e dal prezzo ragionevole, indipendentemente dall’estetica.

    E che il Tissot Ballade sia ben fatto, lo si capisce tanto dall’esterno, quanto dall’interno. Tissot offre infatti diverse versioni in collezione: ci sono modelli al quarzo con cassa da 34 mm o 40 mm (di cui non mi occuperò qui) e soprattutto modelli automatici nei diametri da 30 mm o 39 mm che fanno del movimento la loro forza. Noti come Tissot Ballade COSC, come dice il nome, sono orologi a carica automatica dotati di movimenti certificati cronometro dal COSC.

    Ricordo che per ottenere la certificazione ufficiale di cronometro, ogni calibro deve essere sottoposto a una serie di test del Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres, l’istituto indipendente elvetico che si occupa proprio di testare la precisione dei movimenti. Quindi deve rispettarne gli standard di precisione che si attestano sui -4/+6 secondi al giorno. In quanto ai movimenti, per il Tissot Ballade COSC parliamo di calibri Powermatic, ai quali dedicherò un breve approfondimento dopo avere descritto in breve la collezione.

    Le finiture del Tissot Ballade COSC

    Come scrivevo prima, i Tissot Ballade COSC più piccoli misurano 30 mm di diametro, hanno uno spessore di 10,55 mm e una lunghezza da ansa ad ansa di 37,5 mm. I modelli da 39 mm sono spessi 10,98 mm e misurano 46,5 mm lug-to-lug. Proporzioni che li rendono nel complesso piuttosto vestibili. Entrambe le versioni sono in acciaio o in configurazioni bicolore: i modelli da 30 mm hanno finiture color oro rosa, i modelli più grandi optano per un più tradizionale color oro giallo. Indipendentemente dalle dimensioni o dalla finitura, tutti gli esemplari hanno il vetro zaffiro piatto, il fondello trasparente e un’impermeabilità che arriva a 10 bar.

    A differenza degli indici a bastone che si trovano sui modelli al quarzo, i Ballade meccanici hanno quadranti con indici in numeri romani. Per sottolineare ulteriormente l’uso di calibri automatici certificati cronometro, i Tissot Ballade COSC hanno due righe di testo aggiuntive sopra le ore 6. Riguardo al quadrante, la lavorazione con motivo guilloché radiale, dal centro alla periferia, è la stessa delle versioni al quarzo. A completarlo c’è il datario a ore 3, elegantemente definito da una cornice color oro rosa o giallo nelle referenze con queste finiture.

    Tutti i Tissot Ballade COSC sono abbinati a bracciali a cinque maglie, completati da fibbie a farfalla firmate con il logo Tissot. Si tratta di bracciali ben fatti, ma privi di alcune caratteristiche premium che si possono trovare in orologi più costosi. Per esempio, le maglie rimovibili sono fissate da perni standard a frizione, anziché da viti su un solo lato, e la chiusura a doppia piega non dispone di alcun tipo di sistema di micro-regolazione. Peccati veniali, per quanto mi riguarda. Da vedere piuttosto come accorgimenti utili perché contribuiscono a calmierare il prezzo, come vedremo poi.

    I calibri del Tissot Ballade COSC

    E arrivo al calibro, come vi anticipavo. Ovviamente le versioni da 30 mm e 39 mm del Tissot Ballade COSC sono alimentate da movimenti automatici diversi, entrambi della famiglia Powermatic: mentre i modelli più piccoli montano il Powermatic 48, quelli più grandi montano il Powermatic 80. Entrambi sono varianti esclusive di Swatch Group dei noti calibri ETA, con il Powermatic 48 basato sull’ETA 2671 e il Powermatic 80 derivato dall’ETA 2824.

    La differenza di dimensioni si traduce in una diversa autonomia (48 ore contro 80 ore), anche se ambedue i movimenti Powermatic hanno una frequenza di 21.600 alternanze/ora e un’autonomia più lunga rispetto ai loro omologhi ETA standard. La piattaforma Powermatic è poi diventata un punto di riferimento per i marchi di Swatch Group dal prezzo interessante – oltre a Tissot, Hamilton e Mido. Ma l’offerta di una versione certificata COSC dimostra che anche una serie economica è in grado di rispettare lo standard svizzero di riferimento in termini di precisione e prestazioni.

    Senza contare il fatto che il processo di valutazione da parte del Cosc aumenta i costi di produzione. Che Tissot, nonostante ciò, sia riuscita a contenere i prezzi entro cifre interessanti (1.025 euro per i 39 mm in acciaio, 1.095 euro per i bicolore) è un ottimo risultato, dovuto anche alla capacità di sfruttare al massimo le scale industriali di un gruppo strutturato come è Swatch Group.

    Due parole sul Powermatic…

    Nato nel 2013, il Powermatic 80 è appunto l’evoluzione tecnica del calibro 2824 di ETA. In fase di progettazione, l’obiettivo era quello ridurre il consumo energetico dell’orologio per aumentare la riserva di carica. Obiettivo raggiunto riducendo la frequenza di oscillazione da 4 a 3 Hz, ossia da 28.800 alternanze/ora a 21.600. In più è stato ridotto il diametro dell’albero del bariletto, il che ha permesso di allungare la spirale del bilanciere e di migliorare ulteriormente l’autonomia. Il risultato? La riserva di carica fino a 80 ore del Tissot Powermatic 80.

    Ma non si tratta solo di questo. Il Powermatic 80 ha anche la spirale in Nivachron™, realizzata con un’innovativa lega di titanio che migliora la resistenza dell’orologio ai campi magnetici e ne aumenta l’affidabilità. Inoltre, il calibro integra un nuovo tipo di bilanciere e un sofisticato sistema di regolazione, che migliorano costanza di marcia e robustezza del movimento stesso.

    …anzi, sui Powermatic (al plurale)

    Tissot fornisce il Powermatic 80 con tre livelli di prestazioni e rifiniture. La versione Standard ha una precisione di ±7 secondi al giorno, regolata a +3 secondi, corrispondente a una variazione giornaliera compresa tra -4 e +10 secondi. Ha i ponti finemente sabbiati e la massa oscillante con il logo stampato. Lo si trova negli esemplari della collezione Classic Dream, un grande classico, appunto, dallo stile intramontabile e dal prezzo super-competitivo.

    La versione Elaborated raggiunge invece una precisione di ±5 secondi al giorno, regolata a +3 secondi, corrispondente a una variazione giornaliera compresa tra -2 e +8 secondi. La massa oscillante può essere scheletrata o incisa con il motivo Vague du Temps, con un livello di finitura più elevato. La si trova montata in alcune referenze delle collezioni Le Locle e PRX, due autentici bestseller (anche se in modo diverso) nel catalogo del Brand.

    Al top si trova infine la versione COSC del Tissot Ballade. Che presenta sempre uno scarto di ±5 secondi al giorno ma è regolata a +1 secondo (quindi da -4 a +6 secondi al giorno). E soprattutto è quella con la certificazione cronometrica. Ricordo che un movimento può ricevere l’attestato del COSC solo se riesce a superarne il rigoroso protocollo di test, che prevede una serie di prove per 15 giorni, in cinque posizioni e a tre temperature differenti.

    Tissot Ballade COSC. Ricapitolando…

    In sostanza, dunque, se parlando del Tissot Ballade COSC si punta solo l’attenzione sul design, si va − come si diceva a scuola − “fuori tema”. Il Tissot Ballade COSC è un orologio destinato al grande pubblico e combina alta qualità, estetica gradevole e prezzo accessibile. Ed è proprio a queste caratteristiche che bisogna guardare.

    Inoltre, se è vero che gli orologi dal prezzo accessibile con movimenti certificati COSC non sono proprio una novità sul mercato, è vero anche che questo segmento è stato storicamente dominato da marchi indipendenti più piccoli, noti all’interno delle cerchie di appassionati. Tissot appartiene invece a un grande gruppo, un colosso dell’orologeria. Di conseguenza il Ballade COSC è un prodotto interessante non tanto perché rappresenta un valore senza pari per un cronometro svizzero. Piuttosto perché applica questo standard di precisione su grandi numeri, in scala industriale, e lo mette a disposizione di una fascia di pubblico più ampia possibile.

    E pazienza se qualcuno in questa collezione ci vede “altro”: il valore del lavoro fatto dal Brand è indiscutibile. Ed è un altro punto a favore della strategia tanto del Gruppo, quanto del Ceo di Tissot, Sylvain Dolla. Che da quando è al timone dello storico Marchio non sbaglia un colpo, o quasi. E l’appassionato ringrazia.

  • Patek Philippe 4946R-001 e 4947/1A-001: gemelli diversi

    Patek Philippe 4946R-001 e 4947/1A-001: gemelli diversi

    Mettendo mano a questo articolo sul nuovo Patek Philippe 4946R-001 e sul suo fratello maggiore 4947/1A-001, ho ripensato a un passaggio di una conversazione che ho avuto di recente con il grande Aurel Bacs, consulente della casa d’aste Phillips e tra i massimi esperti di orologeria al mondo. Perché, tra i molti argomenti toccati, abbiamo parlato anche di che cosa, tra gli orologi, può essere considerato “un classico”. Secondo lui, classico non significa per forza “datato”: è in realtà un concetto molto soggettivo che si applica anche – e soprattutto, dico io – a pezzi moderni o contemporanei. Ed ecco il perché della lampadina che si è accesa.

    All’ultimo Watches and Wonders, il Patek Philippe 4946R-001 ha rivitalizzato il celebre Calendario Annuale, inventato e brevettato dalla Manifattura nel 1996 con la Ref. 5035J. Un orologio che non solo a mio parere (modesto e irrilevante), ma anche per come la vedono gli esperti, gli appassionati e quelli che ci capiscono sul serio, è davvero “un classico”, nonostante compirà solo 30 anni nel 2026. Un classico che nel 2021 Patek Philippe aveva vestito di blu e di acciaio e che la scorsa primavera, nei padiglioni ginevrini, ha indossato un abito marrone e oro rosa. 

    Nelle prossime righe parlerò sostanzialmente del più recente arrivato, il Patek Philippe 4946R-001, ma, senza che diventiate strabici, è come se parlassi anche del 4947/1A-001. Tra i due c’è solo, si fa per dire, un cambio d’abito.

    Il Patek Philippe 4946R-001 e l’arte del tessuto

    Il Patek Philippe 4946R-001 è l’esempio perfetto di ciò che accade quando si parla di orologi di alta gamma: il bello sta fuori e sta dentro, c’è chi apprezza l’estetica, chi la meccanica e chi non si accontenta e non concepisce l’una staccata dall’altra. Nel caso di questo orologio, l’estetica parla di un abbinamento cromatico tra marrone e oro rosa che è molto contemporaneo, almeno quanto lo era quattro anni fa quello tra l’acciaio e il blu del 4947/1A-001. A unire le due referenze c’è la particolare lavorazione del quadrante, che Patek Philippe chiama “shantung”.

    Io che sono ignorante in materia mi sono rivolto a mia moglie, molto più esperta di me in termini di tessuti e filati: mi ha spiegato esattamente ciò che trovate su Google inserendo la parola shantung. Ossia che si tratta di un tessuto di seta selvaggia, in tinta unita, con una superficie ruvida e irregolare, dall’aspetto grezzo. Per quelli che, come ho scritto sopra, prediligono l’estetica, questa lavorazione del quadrante è il pezzo forte del Patek Philippe 4946R-001. Guardandolo da vicino a Watches and Wonders, la doppia satinatura orizzontale e verticale mi ha dato proprio l’impressione plastica della trama e dell’ordito.

    Qualcuno vi parlerà, come al solito, dei riflessi cangianti della luce che lo colpisce. Lasciate dire, è marketing. Ciò che conta è la realizzazione sopraffina che trasforma davvero il quadrante in un tessuto. E pazienza se non è fatto a mano da ineffabili artigiani certosini: il risultato materico unito al caldo del marrone rendono questo orologio unico nel suo genere. Anche perché il marrone prosegue nel cinturino in vitello con motivo denim e cuciture a contrasto color crema, che dà coerenza all’intero orologio. 

    Chiaro e pulito

    Naturalmente il quadrante non è solo colore e finitura. È principalmente leggibilità, come da sempre è il Calendario Annuale di Patek Philippe. Le lancette delle ore e dei minuti – a forma di foglia, in oro rosa e con materiale luminescente – dialogano con una scala delle ore caratterizzata da numeri arabi applicati anch’essi in oro rosa. La sottile lancetta dei secondi centrali si estende ben oltre la scala delle ore e fluttua sopra uno chemin de fer di grande classicità.

    I contatori nella parte superiore del quadrante indicano il giorno della settimana (a ore 9) e il mese (a ore 3). L’indicazione del giorno del mese è lasciata a una finestrella a ore 6 con il disco data bianco. I puristi diranno che il bianco stacca troppo rispetto al resto del quadrante; io dico che farlo tono su tono avrebbe “annegato” il giorno del mese rendendolo illeggibile. Un non senso per un Patek Philippe. 

    Il bilanciamento della disposizione dei contatori si chiude con la finestra delle fasi lunari a ore 6, dove c’era il contatore delle 24 ore nella Ref. 5035J del 1996. La manifattura sviluppò il primo orologio con fasi lunari nel 1925, noto come Perpetual Calendar 97975. Il Patek Philippe 4946R-001 combina il design originale della complicazione delle fasi lunari con eleganti innovazioni e con la facilità d’uso tipica delle referenze della Maison ginevrina. Infatti, supponendo che l’orologio sia sempre carico, la data dovrà essere regolata solo una volta all’anno, il 1° marzo, non avendo lo scatto automatico dal 28 febbraio. L’indicatore delle fasi lunari presenta uno scarto di un solo giorno ogni 122 anni rispetto al vero ciclo lunare. Quattro correttori posizionati sulla cassa, due per lato, facilitano la regolazione dei contatori tramite uno stilo apposito.

    Oro e marrone

    A proposito di cassa, ho anticipato sopra il materiale, oro rosa. Chi si ricorda del 4947/1A-001 avrà capito che parliamo di un diametro di 38 mm, misura perfetta per inquadrare il Patek Philippe 4946R-001 tra gli orologi che fuggono dall’apparenza e dall’ostentazione. Sia nella precedente versione in acciaio sia in questa, la cassa è splendidamente rifinita e sinuosa. La impreziosiscono molti dettagli sottili che arricchiscono l’aspetto generale dell’orologio.

    Ad esempio, il vetro zaffiro ha un bordo smussato che si assottiglia verso la lunetta, un particolare che può sembrare insignificante, ma se considerato insieme a numerosi altri piccoli dettagli, arricchisce l’esperienza al polso. Nonostante il carattere sobrio, la cassa è interamente lucidata a specchio, un trattamento che Patek Philippe ha eseguito alla perfezione e che non tutti gli orologi sono in grado di portare. Un po’ come un abito: blu o marrone, solo il Calendario Annuale di Patek Philippe è capace di indossarlo senza mai sfigurare.

    Il calibro del Patek Philippe 4946R-001

    Detto che la cassa è completata da un fondello a vista, arriviamo a ciò che da quel fondello si vede: il calibro automatico di manifattura 324S QA LU, splendidamente rifinito. I ponti sono decorati con motivo Côtes de Genève verticale e hanno i bordi smussati e lucidati. Il perlage impreziosisce la platina e abbondano le scritte dorate. La massa oscillante è realizzata in oro giallo 21 carati ed è impreziosita da Côtes de Genève circolari e dall’emblema della Maison, la croce di Calatrava.

    Oltre alla finitura eccellente del movimento, sono presenti numerose raffinatezze tecniche. Lasciando i dettagli alle didascalie, per esempio, il calibro 324S QA LU è dotato del bilanciere Gyromax® di Patek, che è sostanzialmente un tipo di bilanciere a inerzia variabile in cui la lunghezza della molla del bilanciere rimane fissa. I quattro pesi a forma di C, fissati ai raggi del bilanciere, si possono ruotare in senso orario o antiorario per regolare il momento di inerzia, rendendo il movimento più veloce o più lento.

    Il bilanciere Gyromax® è superiore al più diffuso bilanciere con indice regolato, poiché la molla è meno soggetta a errori di posizione. Anche la stabilità della frequenza è superiore. Patek Philippe ha posizionato i pesi inerziali sui raggi del bilanciere invece di adottare l’approccio tradizionale che prevede il fissaggio di viti al bordo esterno. Grazie a questo accorgimento, il bilanciere Gyromax® genera meno turbolenze d’aria, favorendo così la precisione di marcia del calibro.

    Andare oltre il prezzo

    Chiudo con il prezzo, che per la versione in oro rosa è di 55.836 euro, qualcosa meno per quella in acciaio: 52.866. E con una considerazione finale, prima di lasciarti alle didascalie. In linea con i prodotti di alta gamma, sotto la superficie di ciascun orologio della Maison si nasconde una grande sostanza. Infatti, Patek Philippe 4946R-001 non è solo bello all’esterno, ma possiede anche un’anima meravigliosa, il calibro 324S QA LU un combinato disposto che va oltre il mero valore commerciale.

    Certo è che quando si parla di Patek Philippe, e in particolar modo di una collezione come la Nautilus, il tema degli investimenti, della rivalutazione dell’orologio e dei rendimenti spesso travalica il dato di fatto di avere tra le mani un orologio raffinato. Mi auguro che sia il Patek Philippe 4946R-001 sia il 4947/1A-001 non conoscano lo stesso loop del Nautilus e possano finire nelle mani di proprietari che ne apprezzano il vero valore, al di là della speculazione. È anche da questo che si riconosce un classico.

  • Accutron Spaceview 314 e il coraggio di Bulova

    Accutron Spaceview 314 e il coraggio di Bulova

    Partiamo dalla notizia: Bulova ha riportato in vita il mitico Accutron, mantenendo lo spirito che ne determinò la nascita nel 1960, ben 65 anni fa. E per presentare alla stampa specializzata e ai retailer italiani la novità, ha organizzato un evento a Bologna lo scorso ottobre. Due giorni nei quali la genesi dell’Accutron e l’avanguardia di Bulova – che tale era già nella seconda metà del secolo scorso – sono state il centro di una narrazione dalla quale l’importanza di questo orologio per la storia della cronometria e dell’orologeria sono emerse in modo netto e inequivocabile. Noi c’eravamo e per quei due giorni abbiamo respirato storia, modernità e pionierismo attraverso il nuovo Accutron Spaceview 314.

    Anche perché in questo settore bello e maledetto delle lancette, non capita tutti i giorni che un marchio di orologi attinga alla storia (alla propria e alla Storia con la S maiuscola) e realizzi qualcosa di veramente audace, di inatteso. Bulova, con l’Accutron Spaceview 314, lo ha fatto. A più di sessant’anni dall’introduzione del primo orologio da polso completamente elettronico al mondo, il marchio ha riproposto il movimento che ha dato inizio a tutto: il calibro a diapason.

    È vero, un mesetto e mezzo fa ne avevamo anticipato il lancio in questo articolo, dove però il nostro Francesco Consumi aveva raccontato gli ultimi sviluppi dell’Accutron negli anni Duemila, prima di vedere l’orologio. Ora che lo abbiamo visto, possiamo aggiungere qualcosa.

    Prima dell’Accutron Spaceview 314

    Intanto non tornerei sulla storia dell’Accutron. Consumi ne ha trattato in maniera approfondita e super-competente in tre contributi, che potete leggere qui, qui e qui. Una cavalcata in tre puntate che ricostruisce, oltre che la nascita e lo sviluppo della tecnologia, anche il contesto storico nel quale l’orologio è nato. Un contesto fatto di Guerra Fredda, corsa allo Spazio e agli armamenti, ingegneria pionieristica: un contesto che, pur se in parte diverso da quello odierno, ha contribuito ad arrivare a quello che oggi è l’Accutron Spaceview 314.

    Lanciato originariamente nel 1960, il movimento a diapason non era solo una curiosità tecnica eccentrica, ma rappresentava una vera e propria rivoluzione nel campo della misurazione del tempo. All’epoca, la maggior parte degli orologi funzionava utilizzando ruote e molle, e Accutron cambiò questa configurazione. Max Hetzel, genio dell’ingegneria elettronica basato in Svizzera, compì il primo progresso rivoluzionario nella misurazione del tempo in 300 anni, sostituendo la tradizionale molla principale e i bilancieri con circuiti elettronici a transistor. In questo modo aprì la strada alla tecnologia del diapason, realizzando il primo orologio completamente elettronico al mondo.

    Quel nuovo cervello dell’Accutron, non più meccanico ma elettronico, emetteva un ronzio a 360 Hz in Fa diesis e garantiva uno scarto sulla precisione di appena un paio di secondi al giorno. Roba che, negli anni ’60, era quasi fantascienza. Gli ingegneri della Nasa e i programmi militari statunitensi adottarono quella tecnologia, la misero al polso degli astronauti e la integrarono nelle cabine di pilotaggio degli aerei, utilizzandola anche nelle prime missioni spaziali. Quel leggero ronzio divenne un simbolo di progresso.

    Accutron Spaceview 314: figlio del XXI secolo

    Ecco perché l’Accutron Spaceview 314 appena lanciato non è una riedizione, ma una reinvenzione del progetto originario di 65 anni fa. Dopo oltre dieci anni di sviluppo, il nuovo movimento a diapason è stato costruito da zero utilizzando strumenti e tolleranze moderne che semplicemente non esistevano nel XX secolo. Il calibro Accutron è infatti rinato grazie al lavoro incessante svolto nel corso degli ultimi 10 anni da diversi ingegneri del gruppo Citizen nei laboratori di ricerca di Tokyo.

    L’obiettivo di quel gruppo di lavoro era quello di ricreare la tecnologia innovativa di Accutron, reinventata nel XXI secolo. Obiettivo raggiunto grazie al nuovo calibro Accutron Y230 che non emette ticchettii, ma un silenzioso ronzio sulla “storica” nota del Fa Diesis, data dalla vibrazione del diapason e necessaria a garantire una precisione di due secondi al giorno, come nel 1960. Nonostante la massiccia tecnologia che ha alle spalle, il calibro è assemblato a mano e per certificare la qualità della vibrazione a 360 Hz del diapason e il moto fluido della lancetta dei secondi, l’orecchio e l’occhio umano sono ancora imprescindibili.

    Non si tratta di nostalgia fine a se stessa. Il nuovo Accutron Spaceview 314 e il suo calibro Accutron Y230 conservano le caratteristiche che hanno reso famoso il modello originale, portando qualcosa di poetico nel ritorno di quel caratteristico ronzio. In un momento in cui la maggior parte dei marchi è alla ricerca di complicazioni o nuovi materiali, Bulova ha scelto di riportare in auge un suono che è soprattutto una sensazione, un ricordo: qualcosa che un tempo rappresentava l’Avanguardia e che oggi è Storia.

    Toccare con mano

    In occasione dell’evento di Bologna ho potuto avere tra le mani e indossare il nuovo Accutron Spaceview 314. Devo dire che la sensazione al polso è notevole ma, soprattutto, il ronzio del diapason è qualcosa di davvero affascinante. Il quadrante aperto con vista piena sui circuiti elettronici è un teatro in cui l’avanguardia orologiera interpreta se stessa e non ha paura di confrontarsi con la vita quotidiana di chi indossa l’orologio.

    Bulova propone l’Accutron Spaceview 314 in quattro varianti, tre delle quali disponibili in Italia. Per i dettagli tecnici ed estetici vi rimando alle didascalie. Qui segnalo che i retailer del nostro Paese avranno a disposizione due referenze con cassa in acciaio da 39 mm (5.100 euro)  e una con cassa in titanio grado 5, sempre da 39 mm (5.300 euro). L’altra referenza ha la cassa in oro con un diametro più contenuto (37 mm) ed è realizzata in soli 65 esemplari. Tenete conto che, per le referenze disponibili in Italia, a causa della complessità della realizzazione del movimento, la produzione (non l’edizione) è limitata. Del resto, non si tratta di articoli destinati al mercato di massa, ma a persone che amano il funzionamento degli orologi e il comprendono fino in fondo perché il calibro è spesso più importante dell’estetica.

    In conclusione, è bene riportare alla mente che nel nome Accutron era racchiusa già la missione che Bulova si era data nel creare il movimento: Accutron, ossia Accuracy Through Electronics, la precisione grazie all’elettronica. Con il suo Accutron Spaceview 314, il brand ci ricorda che la vera innovazione spesso non sta nel creare qualcosa di totalmente nuovo, ma nell’avere il coraggio di rivisitare ciò che un tempo funzionava, per renderlo ancora migliore. Da quello che ho visto con i miei occhi e toccato con le mie mani, ci è riuscita.

  • Dal titanio al Super Titanio: Citizen e 55 anni di innovazione

    Dal titanio al Super Titanio: Citizen e 55 anni di innovazione

    Il 2025 che ci stiamo per lasciare alla spalle sarà ricordato, in orologeria, come l’anno degli anniversari. Innumerevoli marchi hanno festeggiato ricorrenze legate alla propria fondazione o al lancio di collezioni divenute simboliche. In tutto questo, il 2025 segna per Citizen il compleanno di un materiale. Correva infatti il 1970 quando il marchio giapponese presentò l’X-8 Chronometer, il primo orologio al mondo con cassa in titanio. Un materiale che da allora ha fatto la storia dell’orologeria e, soprattutto, di Citizen, capace di rendere il titanio ancora più performante “trasformandolo” in Super Titanio. Una storia di ricerca e innovazione alla quale, lo scorso ottobre, il colosso nipponico ha dedicato a Parigi un evento internazionale, cui ho partecipato, e una mostra, che ho visitato. 

    A qualcuno potrebbe sembrare esagerato dedicare un evento a un materiale anziché a un orologio… Ebbene, se come me avesse visitato l’esposizione parigina e, soprattutto, avesse idea di cosa significhi in termini di industrializzazione e di tecnologia l’evoluzione cui Citizen è riuscita a sottoporre quel materiale in 55 anni, si ricrederebbe. Perché nelle sale della Galerie Au Roi di Parigi non erano esposti solo alcuni dei pezzi storici in titanio creati da Citizen: era presentata una saga. Attraverso di essa, ciò che era un semplice componente di numerosi minerali (al numero 22 nella tavola periodica degli elementi) è divenuto uno dei materiali tecnologicamente più moderni e avanzati, non solo per l’orologeria.

    La scoperta del titanio e delle sue particolarità

    Scoperto alla fine del XVIII secolo, il titanio è un elemento relativamente giovane. Il titanio ad alta purezza fu isolato con successo per la prima volta negli Stati Uniti nel 1910. Fu negli anni ’40 che la produzione di titanio come materia prima iniziò seriamente ad avere come obiettivo l’utilizzo industriale. Il fascino del titanio come metallo risiede nella leggerezza, resistenza alla corrosione, resistenza al calore e biocompatibilità. Il Super Titanio era di là da venire. 

    Intorno al 1970, i materiali tradizionali come l’acciaio inossidabile e l’ottone erano in grado di esprimere solo una gamma limitata di colori, quindi la necessità di mettere a punto un nuovo materiale capace di rispondere alle nuove tendenze della moda era molto sentita. Citizen avviò un intenso programma di ricerca incentrato sull’alluminio e sul titanio. In quegli anni, la tecnologia dell’alluminio anodizzato era ancora in fase di sviluppo ed era difficile realizzare in serie prodotti piccoli come gli orologi, che avessero un rivestimento uniforme. Citizen decise così di esplorare i rivestimenti in titanio parallelamente all’alluminio. In quel periodo la collaborazione tra gli ingegneri e i designer dell’azienda si consolidò e fu avviata in gran segreto la “AT Strategy”, il cui nome derivava dalle prime lettere dei simboli dei due elementi chimici, la A di alluminio e la T di titanio.

    Il titanio è un metallo difficile da lavorare. All’inizio, gli ingegneri lo soprannominarono “triplo problema” perché non poteva essere pressato, lavorato o lucidato. Aveva una bassa conduttività termica, la tendenza ad attaccarsi ai bordi degli utensili da taglio e i trucioli altamente infiammabili. L’impossibilità di ottenere una finitura a specchio, indipendentemente dal tempo impiegato per la lucidatura, rappresentava un’ulteriore sfida. Elaborando tecniche ingegnose per risolvere tutti questi problemi, Citizen inventò tecnologie di lavorazione che all’epoca erano oltre le capacità di qualsiasi altra azienda.

    Lavorare il titanio: verso il Super Titanio

    A causa di quelle difficoltà, la trasformazione del metallo in un prodotto finito richiedeva infatti un livello tecnologico estremamente elevato. Citizen dedicò molti anni alla ricerca sul titanio e allo sviluppo di speciali tecnologie di lavorazione che la portarono a ottenere particolari finiture grazie a processi di pressatura, lavorazione e lucidatura specifici. Un unico ciclo di lavorazione non è infatti sufficiente per realizzare la cassa finita dell’orologio: solo attraverso ripetute lavorazioni essa raggiunge la forma definitiva.

    Nel processo di stampaggio, una forma viene trasferita al titanio tramite forgiatura a caldo. La gestione della temperatura e la tecnologia di rilascio dello stampo giocano un ruolo fondamentale in questa fase. Il riscaldamento del titanio ad alta temperatura ne riduce la resistenza alla deformazione e consente di stamparlo in una varietà di forme. Il metallo in eccesso si taglia per evitare che i trucioli di titanio si attacchino allo stampo. Nonostante la “pessima reputazione” del titanio, i processi di lavorazione elaborati da Citizen consentono tagli netti e precisi.

    Super Titanio e Duratect

    Ma non basta. Perché se da un lato il titanio è leggero e anallergico, dall’altro, oltre alla complessità della lavorazione, ha una fastidiosa caratteristica: tende a graffiarsi facilmente. Dopo anni di sperimentazione, Citizen ha sviluppato Duratect, la tecnologia proprietaria di indurimento che migliora notevolmente la resistenza della superficie preservando al contempo l’aspetto originale dell’orologio. Una tecnologia che rende il titanio almeno cinque volte più duro dell’acciaio inossidabile e resistente ai graffi, mentre rimane leggero e delicato sulla pelle. La resistenza funzionale di Duratect ha svolto un ruolo cruciale nella creazione da parte di Citizen del Super Titanio, nato proprio dalla combinazione tra titanio dalle finiture eccellenti e la stessa tecnologia Duratect.

    Durante la fase di test della tecnologia, per dimostrare che il Super Titanio è realmente resistente ai graffi in condizioni di utilizzo reali, un ingegnere Citizen ha indossato per 10 anni un orologio in Super Titanio trattato con Duratect, mentre un altro ha indossato un orologio in titanio non trattato. Il confronto finale tra i due orologi ha confermato l’eccezionale resistenza di quello in Super Titanio.

    Una volta consolidata questa tecnologia per preservare le superfici dalle abrasioni, il passo successivo è stato quello di dare a queste superfici una gamma di colori accattivanti. Oggi, grazie alla ricerca dell’azienda, il Super Titanio di Citizen offre una varietà cromatica che il titanio normale non è in grado di esprimere: argento, nero, oro rosa, rosa “sakura” e giallo ambra, una novità.

    Un occhio all’ambiente

    Il processo che ha portato il colosso giapponese a diventare leader mondiale nella lavorazione di questo materiale e a creare il Super Titanio grazie alla tecnologia Duratect è quindi una case history industriale di valore globale. Come spesso accade, però, tanta ricerca, tanto sviluppo e tanta innovazione sono stati stimolati da due fattori che di industriale hanno ben poco: l’uomo e l’ambiente. Due fattori sui quali, da decenni, Citizen lavora perché abbiano tra loro un rapporto ottimale.

    Alla fine degli anni ’60, con l’inquinamento che diventava un problema sempre più grave, crescevano le aspettative per una nuova tecnologia di placcatura che eliminasse i processi a base di liquidi, molto inquinanti. Nel 1974, Citizen fu tra le aziende che iniziarono a sviluppare la tecnologia di placcatura a ionizzazione multi-catodo; uno sviluppo che portò al lancio, nel 1977, di Mirador, un trattamento esterno basato su quella nuova tecnologia di placcatura. Il continuo sviluppo delle tecnologie correlate è culminato nell’attuale Duratect.

    Alla sensibilità per l’ambiente, il colosso giapponese affiancò in seguito l’attenzione verso chi indossava gli orologi. La filosofia chiamata da Citizen Human Wear prese forma intorno al 1990 e cercava di fondere un design a misura d’uomo con pratiche di produzione rispettose dell’ambiente. La lotta alle allergie ai metalli era uno dei settori che Citizen affrontava seriamente, tanto che gli orologi in titanio, che univano finiture curate e un uso minimo di metalli allergenici, ricevettero fin da subito un riscontro positivo da parte dei consumatori. Test clinici condotti sotto la guida di un team di dermatologi dimostrarono che gli orologi erano effettivamente sicuri da indossare. La filosofia Human Wear fatta di “gentilezza verso le persone” e “facilità d’uso” è ancora oggi alla base della produzione di orologi dell’azienda.

    Una mostra per il Super Titanio? Sì!

    Alla luce di tutto questo, forse si può capire che una mostra dedicata al materiale e ad alcuni degli orologi più interessanti realizzati in titanio da Citizen in 55 anni ha avuto più che senso. Perché ha raccontato di come sia possibile raggiungere in un arco di tempo tutto sommato contenuto un obiettivo industriale chiaro e condiviso: creare orologi belli, affidabili, biocompatibili e, per quanto possibile, a ridotto impatto ambientale. 

    Un risultato raggiunto con la ricerca, con gli investimenti in tecnologia, con la volontà di portare vera innovazione non fine a sé stessa, ma pensata per migliorare il benessere delle persone. Per farlo basta un materiale, il Super Titanio; basta un oggetto di uso quotidiano, un orologio; bastano una visione chiara e la volontà di perseguirla fino in fondo. Tutti fattori che Citizen ha reso suoi e trasformati in progresso.

  • The Hexagon Phantom: tra Philipp Plein ed… Andy Warhol

    The Hexagon Phantom: tra Philipp Plein ed… Andy Warhol

    Il bello di Philipp Plein sta nel fatto che riesce a portare il suo modo di essere, diciamo così, sopra le righe, anche all’interno di un mondo come l’orologeria, che per molti versi è all’opposto di quello dello stilista tedesco. Anche una collezione come The Hexagon Phantom, che vorrebbe essere più misurata di altre, finisce per diventare un manifesto fashion che non tradisce la vocazione a stupire del Marchio.

    Negli orologi The Hexagon Phantom non cercate storytelling evocativi o racconti di meccanica strabiliante. C’è solo Philipp Plein in purezza sotto l’aspetto della forma, del colore, della presenza al polso. Si tratta principalmente di coerenza stilistica e di ricerca dell’estetica ad effetto, che per qualcuno sembra imitazione di marchi più illustri, mentre per come la vedo io è più una trasfigurazione. Mi vengono in mente la Marilyn Monroe e il Che Guevara di Andy Warhol; l’artista copiava le loro fotografie per trasformarle in quadri? No, le trasfigurava attraverso il filtro della propria ispirazione per dare loro una nuova dimensione.

    Lungi da me paragonare il genio di Warhol con quello di Plein, o gli orologi di quest’ultimo con quelli di altri brand. Riconosco però allo stilista il fiuto fenomenale per i trend e la capacità di interpretarli e seguirli, trasformando i propri prodotti in successi commerciali. The Hexagon Phantom è probabilmente tra questi.

    The Hexagon Phantom in verde e in nero

    Parliamo di un orologio che attualmente Philipp Plein propone in due versioni con cassa tonneau da 44 mm, tipica della collezione The Hexagon Phantom e tanto cara allo stilista. Sia la cassa sia il bracciale sono in acciaio; in una referenza hanno un rivestimento Ip nero, nell’altra l’acciaio è lasciato “a vista”, lavorato con una satinatura verticale alternata alla finitura lucida delle parti smussate. 

    Delle due referenze, a mio parere è questa la più interessante, proprio per le finiture della cassa e per il contrasto tra l’acciaio e il color oro di alcuni dettagli. Parlo delle sei viti esagonali poste sulla lunetta e delle due che si trovano tra le anse, sull’ultima maglia del bracciale. Sempre in color oro sono le lancette di ore e minuti (con materiale luminescente) e dei secondi centrali, la corona, così come il logo PP al centro del quadrante, incorniciato dal motivo esagonale che dà il nome a The Hexagon Phantom.

    Questo grande esagono è interrotto a ore 6 dalla finestra del datario e circondato dagli indici applicati, con la parte esterna in color oro e quella interna con materiale luminescente. A completare il look, il quadrante verde brillante ha una trama esagonale, a nido d’ape – che, ça va sans dire, è un richiamo al nome della collezione.

    Atmosfere gotiche

    La referenza con rivestimento Ip nero è anch’essa molto Philipp Plein, anche senza teschi a farla da padrone. Lo penso almeno per due motivi. Intanto perché la finitura così scura è molto “gotica”, in linea con l’atmosfera di alcune collezioni dello stilista. Poi perché, come spesso ci ha abituato Plein, viene “accesa” dai cristalli baguette che ornano la lunetta, il vero tocco sopra le righe di questo The Hexagon Phantom.

    Per il resto l’orologio presenta finiture apprezzabili, come la satinatura che caratterizza la carrure e il bracciale, o il motivo a esagoni che si ritrova anche qui sul quadrante e, grazie all’estetica total black, risulta discreto. O, ancora, il disco del datario bianco che richiama gli indici e le punte della lancette ricoperte di materiale luminescente. 

    Il quarzo “fashion” di The Hexagon Phantom

    L’ho scritto all’inizio. All’interno del The Hexagon Phantom non cercate racconti di meccanica strabiliante. Il cuore dell’orologio è un solidissimo calibro Miyota 2115, un movimento al quarzo con ore, minuti, secondi centrali e data, che di solito è a ore 3 mentre qui, lo abbiamo visto, è al 6. Esiste anche un calibro 2105 che aggiunge la complicazione del giorno della settimana.

    Miyota dichiara che la precisione di questo movimento è in media di circa +/-20 secondi al mese. Il calibro 2115/2105 utilizza una batteria la cui durata è stimata in 3 anni. È presente una modalità di risparmio energetico – nota anche come “hacking” – che si attiva estraendo la corona in posizione II, ossia in modalità di regolazione dell’ora.

    Il prezzo? In linea con quello degli altri orologi della collezione, ossia 490 euro. Una cifra giusta per chi magari ama la meccanica ma, ogni tanto, preferisce lasciarla nel cassetto o in cassaforte e abbandonarsi allo stile. The Hexagon Phantom è lì per quello.

  • Tutima Patria: dichiarazione d’amore per Glashütte

    Tutima Patria: dichiarazione d’amore per Glashütte

    In tedesco, la parola heimat significa “patria”, con un’accezione particolare che evoca la dimensione intima e domestica della terra natia. Non conosco bene il tedesco, ma ho pensato a questa parola fin dal primo momento in cui ho conosciuto la collezione Tutima Patria. Che, quest’anno, ai Geneva Watch Days, si è presentata con tre nuove referenze in titanio, le quali meritano un approfondimento per diversi motivi.

    Gli anni nomadi di Tutima

    Intanto perché il Tutima Patria è un orologio che ha una storia giovane, legata a quella più antica del marchio, di cui abbiamo scritto qui. Se, infatti, la manifattura nacque sul finire degli anni ’30 del ‘900 in Germania, la collezione protagonista di questo articolo vide la luce meno di una decina di anni fa, in concomitanza con un avvenimento significativo: il ritorno del marchio a Glashütte.

    Come buona parte delle manifatture tedesche, anche Tutima nacque nella valle sassone culla dell’orologeria, a una manciata di chilometri dal confine ceco e da Dresda, la “Firenze dell’Elba”. Dopo la Seconda Guerra Mondiale però, a causa della divisione della Germania in orientale e occidentale, il fondatore dell’azienda Ernst Kurtz partì per la Franconia, una regione confinante con la Sassonia ma parte della Germania occidentale. Portò con sé alcuni artigiani qualificati di Glashütte. Forse aveva avuto una premonizione degli anni socialisti che attendevano la Germania orientale.

    Intorno al 1951, Kurtz si trasferì nel nord della Germania, stabilendosi infine a Ganderkesee, vicino a Brema, e iniziò a produrre orologi firmati Kurtz Glashütter Tradition. Realizzato con il know-how acquisito a Glashütte, il suo Kurtz Calibro 25 era particolarmente degno di nota per l’alta qualità. Ma l’azienda era ancora lontana da casa e dovette attendere fin dopo l’unificazione tedesca per ritornare a Glashütte, nel 2011. L’occasione giusta per festeggiare con un orologio prezioso e una collezione ricercata.

    I nuovi Tutima Patria

    La collezione Tutima Patria è caratterizzata da movimenti di manifattura il cui design e complessità derivano dall’orologio Hommage Minute Repeater del 2011 che, secondo l’azienda, è da considerare il primo ripetizione minuti interamente concepito e prodotto in Germania. Di sicuro c’è il fatto che la linea segna il ritorno di Tutima all’eleganza e alle complicazioni di alta orologeria, impiegando movimenti di manifattura propri. 

    Già presente nel portafoglio di Tutima, la collezione si è arricchita con tre nuove referenze portate dalla manifattura ai Geneva Watch Days che si sono tenuti a inizio settembre. L’estetica è quella classica del Tutima Patria, individuabile al primo colpo da chi conosce il marchio. Un orologio solo tempo, con cassa tonda e piccoli secondi al 6 che – tra i modelli attualmente in assortimento – si concede solo un paio di piccole complicazioni: una riserva di carica e un secondo fuso orario.

    Non è il caso delle tre referenze recenti. In questo caso si tratta di classicissimi tre lancette, la cui vera novità è il materiale della cassa: a fianco dell’oro rosa caratteristico della collezione, il nuovo Tutima Patria introduce il titanio. Non è solo un fatto di leggerezza, ma anche di aver lavorato questo materiale con una finitura lucida (una faticaccia e una garanzia di qualità) che rende la cassa particolarmente brillante e fa spiccare ancora di più il quadrante.

    Riguardo al quale sono state scelte tre varianti di colore: antracite, grigio grafite o argento. Gli indici applicati e le lancette sono i medesimi per tutte le referenze, così come la lavorazione del quadrante. Ciò che fa la differenza è proprio il colore che, in abbinata con il cinturino, cambia volto a ciascun orologio, cui regala una personalità distinta.

    La tradizione di Glashütte

    La bellezza vera dei nuovi Tutima Patria si nasconde però all’interno della cassa ed è il calibro di manifattura, a carica manuale, Tutima 617. Un movimento che è figlio della tradizione di Glashütte, a partire dall’estetica, caratterizzata dalla platina a tre quarti tipica dei calibri nati nella valle sassone. L’ideazione risale niente meno che a Ferdinand Adolph Lange.

    Siamo nel 1875 quando Herr Lange brevettò questo tipo di platina negli Usa. Perennemente alla ricerca di soluzioni tecniche capaci di ottimizzare il funzionamento, la produzione e la manutenzione degli orologi, Lange non amava troppi ponti messi a sorreggere i pignoni delle ruote. Secondo lui erano un ostacolo nel trovare il gioco corretto tra le componenti del meccanismo, perché spesso richiedevano lo smontaggio di parte del lavoro già svolto per arrivare alla regolazione corretta.

    Perciò passò un paio di decenni a sviluppare una soluzione che consentisse, grazie a una platina posta al di sopra del treno del tempo, di mantenere quest’ultimo in posizione speculare rispetto a quanto già faceva la platina inferiore. La platina superiore crebbe anno dopo anno fino a coprire i tre quarti dell’ampiezza del calibro, lasciando libero solo l’organo regolatore e il ponte che lo sorregge. 

    Questa soluzione richiedeva maggiori competenze da parte dei maestri orologiai nel far coincidere perfettamente tutti i perni delle ruote con i fori sulla platina superiore. Aveva però un innegabile vantaggio: consentiva una maggiore rapidità di assemblaggio e smontaggio, oltre a proteggere il calibro dalla polvere e dallo sporco che potevano insinuarsi nell’orologio.

    Erede di tutto questo, il calibro Tutima 617 lavora a una frequenza di 21.600 alternanze/ora e ha un’autonomia di tutto rispetto, 65 ore. In didascalia trovate qualche dettaglio in più, ma sappiate che questo movimento vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.

    Tutima Patria e il valore della storia

    Prezzo che, nel caso dei nuovi Tutima Patria è piuttosto importante: 8.850 euro. Penso però sia piuttosto chiaro da quanto ho scritto finora, che l’impegno messo dall’azienda in questo orologio, soprattutto in termini di sviluppo meccanico, sia piuttosto importante.

    È vero che il calibro 617 non è nuovo, ma è già stato utilizzato in altre referenze precedenti. Così come è vero che il titanio non è un metallo prezioso. Ma il valore di questo orologio non si calcola in base ai carati o alla novità, e nemmeno al numero dei componenti del movimento, ma guardando alla storia e al significato che la collezione assume all’interno dell’evoluzione del brand. E quando si parla della propria terra natale, questo valore diventa incalcolabile.

  • Tutima M2 Seven Seas S: il diver made in Sassonia

    Tutima M2 Seven Seas S: il diver made in Sassonia

    Sono passati poco più di otto mesi da quando abbiamo dedicato un approfondimento a Tutima sul nostro giornale. Era dicembre, e allora scrivemmo del cronografo da aviatore Grand Flieger Airport. Oggi torniamo sul marchio tedesco: siccome siamo ad agosto, di che cosa si può scrivere se non di orologi subacquei? Viva l’originalità, penserete. E avete ragione. Ma il Tutima M2 Seven Seas S è un diver che ha qualcosa da raccontare, soprattutto perché viene da un marchio che è al di fuori dei giri soliti dei subacquei.

    Un diver senza il mare

    Per sapere qualcosa in più sulla storia di Brand e sul suo rapporto con l’aviazione, vi invito a cliccare sul link relativo al Grand Flieger che ho inserito sopra. Già il fatto che il Tutima M2 Seven Seas S sia nato a Glashütte, patria dell’orologeria teutonica, dovrebbe essere una garanzia. Anche se parliamo di un diver fabbricato in una cittadina della bassa Sassonia, a due passi dal confine ceco, dove il mare non lo vedono neanche con il telescopio.

    Del resto, nemmeno la Vallée de Joux è nota per il mare cristallino, eppure da lì sono usciti ed escono fior di modelli subacquei. Questo per dire che quanti pensano alla Casa di Glashütte come a un brand eminentemente da aviatori, di fronte al Tutima M2 Seven Seas S avranno modo di cambiare prospettiva.

    Cura dei dettagli per il Tutima M2 Seven Seas S

    Con questo orologio abbiamo infatti un diver nell’accezione più pura, in termini di estetica, meccanica e funzionalità. Un diver per il quale Tutima ha scelto una dimensione di cassa contenuta, pensando alla comodità al polso oltre che alle prestazioni. Parlo di un diametro di 40,2 mm per uno spessore di 12,5 mm; misure interessanti, che non sacrificano la leggibilità del quadrante a scapito della vestibilità, agevolata anche da anse praticamente assenti.

    Ciò è reso possibile dal fatto che la ghiera girevole unidirezionale, pur riportando in modo chiaro gli indici ai 10 minuti e il punto luminoso a ore 12, ha una larghezza contenuta che dà al quadrante del Tutima M2 Seven Seas S un’impressione di maggiore ampiezza. Ulteriore nota di merito per la lunetta: la finitura opaca della superficie contrasta con quella lucida degli indici e del profilo – con una scanalatura imponente – e richiama quella della cassa in acciaio.

    Ben curato è anche il quadrante. Tutima ne definisce la decorazione “a prismi concavi”, in sostanza una sorta di clous de Paris rovesciato. Gli indici sono essenziali, tutti uguali e quadrati, senza distinzione di forma o di dimensione tra quelli principali dei quarti d’ora e gli altri. Sono ben riempiti di Super-LumiNova, così come le grandi lancette a bastone di ore e minuti. Quella dei secondi centrali, con punta a “lollipop”, differisce nel colore a seconda del quadrante.

    Per il Tutima M2 Seven Seas S, i progettisti hanno scelto tre varianti: verde oliva, bianco e nero. Su quest’ultimo, la lancetta dei secondi spicca per il colore, rosso vivo, mentre nelle altre due versioni è argento, in tinta con quelle di ore e minuti.

    Tutima M2 Seven Seas S, qualità al giusto prezzo

    Riguardo alla meccanica, la manifattura si è affidata al calibro Tutima 330, un movimento automatico che incassa in diversi solo tempo in produzione. Sviluppato su base ETA 2836-2, offre prestazioni consuete: 28.800 alternanze/ora e 38 ore di autonomia, come da copione. La massa oscillante è rodiata e impreziosita dal sigillo Tutima in oro rosa. A differenza di altre referenze nelle quali è visibile attraverso il fondello trasparente, qui è occultata da un fondello chiuso e avvitato, decorato con un veliero a rilievo.

    Dettaglio interessante, perché identifica il Tutima M2 Seven Seas S non solo come un orologio subacqueo (è impermeabile fino a 50 atmosfere), ma in senso lato come uno strumento adatto alla vita di mare, sopra o sotto la superficie. 

    Ora è tempo di dare un’occhiata alle immagini, se volete qualche dettaglio in più. Mi rimane solo di chiudere, come spesso faccio, con il vil denaro. Il Tutima M2 Seven Seas S ha lo stesso prezzo per le tre versioni di colore: 1.900 euro. Personalmente odio quando i colleghi parlano di “soglia psicologica”, perché è un’espressione abusata e impiegata in modo sconsiderato e fuori contesto. Però, se qui vogliamo evocarla per un orologio che sta sotto i 2.000 euro, evochiamola. Perché stare entro quella cifra con un pezzo siffatto, di questi tempi, è tanta roba.

    Del resto, Tutima deriva da tutus, aggettivo latino che a sua volta viene dal participio passato del verbo tueor, ossia “proteggere, difendere”. Alla cassa robusta che proteggeva il movimento pensò Ernst Kurz quando, nel 1927, scelse il nome per la manifattura. Forse non pensava che oggi, nel 2025, questo orologio avrebbe anche protetto e difeso il portafogli dell’appassionato che lo acquista.

  • MeisterSinger Edition Neo J.E: una (lancetta) è meglio di due

    MeisterSinger Edition Neo J.E: una (lancetta) è meglio di due

    Non sono pochi quanti cercano nell’orologeria qualcosa di originale. Impresa spesso non facile, in un settore che tende a perpetuare se stesso e i propri codici, quando non a scopiazzare senza vergogna da marchi blasonati. Poi, magari, questi cercatori di originalità si imbattono in MeisterSinger e capiscono che “un’altra orologeria” è possibile. Già dall’idea di base che ha reso famoso il Marchio tedesco: leggere il tempo attraverso una sola lancetta. Anche nella referenza di cui parlerò in questo articolo, il MeisterSinger Edition Neo J.E.

    Ohibò, com’è possibile utilizzare una sola lancetta? Facile: semplificando. Negli orologi MeisterSinger la lancetta dei secondi è assente, inutile. Se all’inizio le complicazioni erano ridotte all’osso, con al più il datario, nel tempo sono aumentate fino a comprendere le fasi lunari, un semplice calendario astrologico, la riserva di carica, una “suoneria al passaggio”. Ma l’idea della singola lancetta per ore e minuti è rimasta, e con lei l’idea di intuitività.

    Come si legge l’ora?

    Per leggere il tempo con un orologio a lancetta singola basta un po’ di pratica e poi diventa un gioco da ragazzi, intuitivo appunto. La lancetta, grande e ben visibile, ha una punta sottile che si allinea agli indici posizionati sul bordo del quadrante, consentendo di leggere l’ora con precisione quasi al minuto.

    Tra due grandi indici delle ore, spesso accompagnati dai numeri arabi, ce n’è uno più lungo a metà che segna la mezz’ora, accompagnato da due indici per i quarti d’ora e da indici sottili per i cinque minuti. In questo modo, l’ora indicata dalla lancetta è quella segnata dall’indice che si lascia alle spalle, scorrendo. Mentre la sequenza dei minuti è individuata dagli indici compresi tra quello dell’ora precedente e quello della successiva. 

    È l’idea di lettura intuitiva, di antica data – già presente in alcuni “tasca” di Abraham-Louis Breguet, come il Souscription -, poi ripresa dal designer e fondatore di MeisterSinger, Manfred Brassler. Basato nella regione centro-occidentale della Vestfalia, il Marchio si avvale della tecnologia svizzera per i movimenti, appoggiandosi spesso a Sellita (come nel caso del MeisterSinger Edition Neo J.E), ma ha sviluppato anche alcuni calibri di manifattura. E quest’anno è entrato nel “salotto buono” di Watches and Wonders.

    MeisterSinger e le edizioni speciali

    Fatta questa rapida introduzione, arrivo al sodo, ossia all’orologio. Il MeisterSinger Edition Neo J.E appartiene alla collezione Neo, che è a tutti gli effetti il cosiddetto “entry price” (o primo prezzo, all’italiana) e simbolo di MeisterSinger da oltre un decennio. È la collezione che riassume in sé tutta la semplicità e la pulizia di design del marchio, racchiusa in dimensioni e forme eleganti e facilmente indossabili.

    Il nome dell’orologio di cui mi occupo deriva dal fatto che si tratta di un’edizione speciale e limitata, dedicata a una delle auto sportive più celebri di tutti i tempi: la Jaguar E-Type. Non è la prima volta che MeisterSinger crea un Neo ispirato ai motori d’epoca: in collezione è presente anche l’Edition Neo T1, che rende omaggio al mitologico van T1 della Volkswagen, celeberrimo tra i fricchettoni degli anni ’60 e ’70 e conosciuto universalmente come Bulli.

    L’estetica del MeisterSinger Edition Neo J.E

    La cassa del MeisterSinger Edition Neo J.E è in acciaio, misura 36 mm di diametro ed è sottile 9,7 mm. Ha la caratteristica di essere quasi senza lunetta, il che lascia la visione apertissima sul display e sull’indicazione monolancetta. Il colore del quadrante è un crema che ricorda gli interni e il tettuccio in tela della E-Type. La tonalità ritorna sulle impunture del cinturino in pelle, il cui colore verde è il classico British Racing Green che caratterizza le auto sportive britanniche.

    Il gioco di rimandi con la Jaguar continua sul quadrante, dove le indicazioni dei cinque minuti color cognac fanno riferimento al volante originale in legno della E-Type. I numeri argentati e multi-stampati ricordano invece i cerchioni cromati dell’auto e danno profondità all’orologio, grazie anche alla bombatura del vetro zaffiro.

    La firma di MeisterSinger sul movimento

    Nella cassa è racchiuso, come ho anticipato sopra, un movimento Sellita. Si tratta dell’SW200, un calibro automatico arcinoto perché super-affidabile e perché è il principale concorrente del movimento ETA 2824, un vero e proprio cavallo di battaglia. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia modesta, 38 ore, compensata appunto dall’affidabilità.

    Naturalmente la visualizzazione a lancetta singola comporta alcune modifiche del calibro da parte di MeisterSinger, principalmente per rallentare il movimento della lancetta rispetto a una lancetta dei minuti tradizionale. Questo tipo di modifiche include una speciale regolazione del treno degli ingranaggi proprio per rendere la lancetta singola più lenta del normale, rispetto al movimento di quella dei minuti standard.

    Qualche dettaglio in più lo trovate nelle didascalie, come sempre. E, come spesso accade, chiudo con il prezzo: 2.290 euro. Per essere un’edizione limitata (100 pezzi) e per essere davvero qualcosa di particolare, mi sento di dire che è una cifra ragionevole. Perché l’originalità si paga. Spesso anche di più.

  • Il Lunar Pilot di Bulova si fa pop

    Il Lunar Pilot di Bulova si fa pop

    Personalmente ho sempre trovato il Lunar Pilot di Bulova uno degli orologi più seriosi in circolazione. L’estetica funzionale, fedele a sé stessa fin dai tempi delle missioni lunari della Nasa negli anni ’70, fa il pari con il quarzo ad alta frequenza che oggi lo equipaggia: affidabile, robusto, preciso. Il prototipo del cosiddetto tool watch, insomma, con il fascino che gli deriva dall’essere sbarcato sul nostro satellite al polso degli astronauti oltre 50 anni fa.

    Negli anni, però, il Lunar Pilot ha cominciato a strizzare l’occhio a colori e materiali diversi. Abbiamo visto così il quadrante, da nero, farsi rosso o “panda blu” e rivestirsi di meteorite. Abbiamo visto la cassa passare dai 43,3 mm di diametro dell’originale a una misura più maschia di 45 mm, per poi tornare alla dimensione storica. E oggi, finalmente, vediamo l’orologio prendersi meno sul serio.

    Budii, il nuovo amico del Lunar Pilot

    Come? Grazie a una di quelle operazioni che, con un anglicismo che trovo odioso ma che purtroppo va per la maggiore anche in orologeria, chiamano collab. (Che ovviamente sta per collaboration: troppa fatica a dire collaborazione? L’idiozia imperversa, ndr). Per la precisione, con l’artista brasiliano Thiago Rosinhole, noto agli appassionati di Pop Art per Budii, il celebre personaggio da lui creato. Si tratta di una specie di topone fatto in origine con una combinazione di resina e fibra di vetro, dipinto a mano con una miscela di vernice spray in acrilico e pennarelli professionali. Per l’occasione, l’artista ha trasformato Budii in un astronauta e lo ha associato al Lunar Pilot, del quale ha dato un’interpretazione personale lavorando sul quadrante.

    La scelta di Thiago Rosinhole per questa operazione non è stata casuale. Oltre ad aver prestato la propria opera a brand internazionali per personalizzare i loro prodotti, il paulista è uno di quelli che si chiamano Bulovers. Un amante della Marca, insomma, che non si è tirato indietro quando si è trattato di mettere la propria arte al servizio di un simbolo come il Lunar Pilot.

    Ovviamente non torno qui sulla storia del Lunar Pilot, della quale trovate ampia sintesi in questo documentatissimo articolo. Qui è interessante parlare del tocco d’artista personale che Thiago Rosinhole ha messo nell’orologio e della particolare tecnica impiegata, quasi alchemica, per dare vita a un quadrante unico in tutti i sensi.

    Timascus: un nome misterioso

    In tutti i sensi perché la tecnica adottata dall’artista e il materiale impiegato rendono unico ciascun quadrante. Il materiale è il cosiddetto Timascus, o Timasco. Un nome che richiama l’acciaio Damasco, il quale però è un termine generico utilizzato per indicare leghe di acciaio con saldature che formano motivi diversi, mentre Timascus è un marchio registrato. In linea di massima, si tratta di una versione in titanio del Damasco, con diverse leghe di titanio mescolate insieme a formare un motivo ornamentale.

    Timascus è appunto un termine composto da “Titanio” e “Damasco” e non è nuovissimo in orologeria (qualche brand minore lo ha utilizzato per la cassa). Tanto che se ne parla da almeno quattro o cinque anni – anche se è poco diffuso. Questo materiale innovativo è stato inizialmente creato da un gruppo di amici artigiani del metallo, gli americani Tom Ferry, Bill Cottrell e Chuck Bybee. 

    Come l’acciaio Damasco, il Timascus è costituito da due o più leghe laminate e saldate insieme in modo da formare elementi decorativi. Il Timascus utilizza titanio commercialmente puro oppure Grado 5. Mentre l’acciaio Damasco richiede l’incisione con acido per far risaltare i motivi, il Timascus utilizza più comunemente il calore o l’anodizzazione. La miscela ufficiale di leghe del Timascus sembra mostrare un maggior contrasto cromatico attraverso la colorazione a caldo rispetto all’anodizzazione. Le finiture lucide producono i colori più brillanti, mentre le finiture satinate possono dare un aspetto visivamente più contrastante.

    Il nuovo abito del Lunar Pilot

    Ebbene, la lavorazione che Thiago Rosinhole fa del Timascus porta il quadrante ad assumere venature policrome che vanno dall’azzurro, al blu, dal bordeaux al lilla. Il tutto creando motivi non geometrici ma casuali, che danno un effetto quasi marmorizzato o, meglio ancora, damascato. È il motivo per cui non ci sono due quadranti uguali e ciascuno di questi Bulova Lunar Pilot è a tutti gli effetti un pezzo unico.

    L’artista piega, fonde e forgia la lega di titanio mediante calore e pressione, con il risultato di ottenere, grazie alla diversa resistenza all’ossidazione tra i vari componenti della lega, disegni, linee e colori a contrasto fusi in forme affascinanti. L’effetto è quello di un quadrante caratterizzato da effetti e combinazioni di colore futuristici.

    Di sicuro una scelta molto audace per un marchio storico come Bulova, ancora di più perché applicata a una delle sue collezioni più celebri e, come ho scritto all’inizio, senza troppi fronzoli da sempre. Un Lunar Pilot per veri Bulovers, insomma, purché disposti ad accettare uno strappo alla regola della tradizione nel nome dell’arte. Perché Thiago Rosinhole ha messo la propria firma non solo sul quadrante ma anche sullo storico fondello.

    Detto questo, nelle didascalie trovate ulteriori dettagli. Chiudo con il costo, che si posiziona piuttosto in alto nella scala prezzi di Bulova: 1.550 euro. Un numero che richiama i 150 anni che il marchio festeggia (piuttosto in sordina) nel 2025 e che è giustificato dal fatto che si tratta di una edizione limitata: 5.500 pezzi/mondo di cui 300 per l’Italia. Che dire? Bulovers e art-lovers, fatevi sotto.

  • ALP: audacia, leggerezza e visione

    ALP: audacia, leggerezza e visione

    Ci vogliono visione e coraggio, oggi, per lanciarsi nell’orologeria con un nuovo marchio. Italiano. Coraggio perché, lo sappiamo, la situazione del mercato è tutt’altro che allegra. Visione, perché serve ragionare in una prospettiva almeno di medio termine; capacità che non tutte le aziende, men che meno le più piccole, hanno. Ecco perché il progetto ALP e il suo primo orologio, ALP-1, hanno un significato particolare. Marchio nuovo, italiano, giovane, nel segmento premium. Insomma, una sfida vera. 

    Due storie, una visione

    Ho conosciuto la realtà di ALP lo scorso marzo, all’evento di presentazione alla stampa specializzata italiana. In quell’occasione ho avuto modo, oltre che di vedere l’orologio, di conversare con le persone che stanno dietro al progetto, Francesco Perusi e Alessandro Zavaglia.  Due professionisti con due storie all’apparenza destinate e non incontrarsi ma che, in realtà, hanno tra loro molti punti di contatto. 

    L’uomo dell’orologeria è Perusi. Formazione da designer industriale con il pallino dei materiali innovativi, ha lanciato nel 2021 il proprio brand Aion Watch grazie alla piattaforma di crowdfunding Kickstarter. Aion Watch si presenta come il primo orologio al mondo in fibra di carbonio stampato in 3D. Tenete a mente la fibra di carbonio, è una delle chiavi per capire la filosofia di ALP.

    Zavaglia è invece un uomo di marketing e dall’anima commerciale. Dopo anni passati nelle vendite all’interno di diverse multinazionali, nel 2015 ha cambiato prospettiva diventando imprenditore e ha fondato un brand di centri estetici nella “sua” isola, la Sardegna, oltre ad alcune linee di cosmetica. La passione per gli orologi l’ha sempre avuta e l’incontro con Perusi lo ha portato a farla diventare anche una professione, fondando ALP insieme a lui.

    Il cuore di carbonio di ALP

    Un nome che richiama le Alpi, come ponte naturale tra l’Italia, terra natale del brand, e la Svizzera, culla e patria dell’orologeria più raffinata, ma che è anche un acronimo. Dell’espressione latina “Audacia Levior quam Pluma”, ossia l’audacia è più leggera di una piuma. Un nome fatto per unire i due concetti fondanti di ALP, che si ritrovano nell’orologio ALP-1: audacia e leggerezza. Audacia nelle forme e nel design, leggerezza nei materiali.

    Parto proprio da quest’ultimo punto, la leggerezza. Forte della sua esperienza con Aion Watch e di una tesi dedicata all’applicazione dei compositi nell’ambito dell’orologeria moderna, Perusi ha pensato che per il nuovo orologio non ci fosse altra opzione che l’assenza di peso, o quasi. Fattore che, nel settore delle lancette, implica poche opzioni: titanio, oppure un materiale composito come può essere il Quartz TPT di Richard Mille o, più tranquillamente, il carbonio.

    Proprio sul carbonio si basa la cassa dell’orologio. Una cassa che ha avuto bisogno di ben quattro anni di ricerca e sviluppo durante i quali, ci ha detto Perusi, sono stati innumerevoli i pezzi che hanno dovuto essere eliminati. Principalmente perché non rispondevano ai requisiti stretti di qualità e robustezza che i due fondatori stavano cercando. Ecco perché, alla fine, si è arrivati al Carbon TSC, una tipologia di carbonio forgiato ad alte prestazioni, di derivazione aerospaziale. Un sistema di sottilissimi fogli di materiale spessi 90 micron, compressi ad altissima pressione e a temperatura controllata. Un materiale dieci volte più resistente e cinque volte più leggero dell’acciaio. E tre volte più leggero del titanio. Più leggero di una piuma, appunto.

    ALP e il peso piuma

    Il risultato è un orologio da 23 grammi, che diventano 27,8 con il cinturino. E i 23 grammi, si capisce, sono la somma del peso della cassa e di quello del movimento. Che non è di manifattura: al momento, il focus di ALP è sui materiali, per investire sulla meccanica ci sarà tempo. Meglio puntare adesso su qualcosa di affidabile e leggero.

    Ecco perché il calibro automatico AM-1s è realizzato da Soprod, quindi Swiss Made. L’architettura è quella dell’ETA 2892 o del Sellita SW300, però scheletrato e ridotto al minimo peso. Per combaciare con la promessa di leggerezza e robustezza che ALP ha messo nero su bianco nel momento in cui ha deciso di proporsi nel segmento premium dell’orologeria.

    Perché l’ALP-1 è disponibile solo sul sito del Brand in preordine (prime consegne a settembre) a 3.970 euro, che diventano 4.970 euro a prezzo corrente. Un posizionamento importante, per il quale va considerato anche il fatto che l’orologio è in disponibilità limitata di 100 esemplari. Al momento il management di ALP ha scelto di non forzare la capacità produttiva del Marchio, saggiamente a mio parere. Prima si guarderà la risposta del mercato, poi si valuteranno i futuri volumi di produzione. 

    Nelle didascalie trovate qualche approfondimento in più sull’orologio e sulla filosofia di ALP, che solo in parte si esaurisce nella visione di Zavaglia: «Seguire i propri sogni, con passione e perseveranza, è possibile». Come ho scritto all’inizio, oltre che passione e perseveranza, per investire in un settore “bello e dannato” come l’orologeria servono coraggio e visione. In azienda sembra ci siano (al di là dell’audacia nel nome), così come c’è il prodotto: l’ho visto e indossato – e l’ho trovato centrato e moderno. Ora, parola al mercato e all’appassionato che, per fortuna, sanno riconoscere la qualità.

  • Seastar 38 mm: il crono diver di Tissot si fa compatto

    Seastar 38 mm: il crono diver di Tissot si fa compatto

    La storia e l’assortimento di Tissot parlano di un marchio eclettico, capace di coprire con le proprie collezioni tutti gli ambiti dell’orologeria: dal crono sportivo al dress watch, fino al diver. Categoria, quest’ultima, che in estate rifiorisce, come dimostra il nuovo cronografo Seastar 38 mm da poco presentato. Negli orologi subacquei, infatti, Tissot ha un importante passato e un brillante presente con questa collezione, che oggi “battezza” una nuova dimensione di cassa.

    Fin dagli anni ‘30

    Il cronografo Tissot Seastar 38 mm è infatti l’erede di una ricca storia che risale agli anni ’50, ma che ha le proprie radici negli anni ‘30, quando la Manifattura condusse un gran numero di esperimenti in collaborazione con il Laboratorio svizzero di ricerca orologiera di Neuchâtel. Esperimenti che avevano come obiettivo la creazione di orologi impermeabili.

    I frutti di quel lavoro furono i primi modelli resistenti all’acqua, come il Camping (1938) e l’Aquasport (1939). Oltre a essere antimagnetici e impermeabili, erano anche antiurto, ovviamente a tenuta di polvere, dotati di cassa in acciaio inossidabile e di vetro infrangibile.

    Negli anni ’40, Tissot lanciò in Canada la nuova collezione Five Star, che beneficiava anch’essa di quelle innovazioni. Un decennio dopo, quando fu creato un modello migliorato di orologio impermeabile ermeticamente sigillato, si decise di chiamarlo Seastar. Il nome fu registrato nel 1952 e da allora questo orologio è diventato un modello simbolo del Marchio.

    Dal Seastar T12 al Seastar 38 mm

    La collezione di orologi subacquei ha riscosso un grande successo, proponendo modelli sia per uomo sia per donna, di cui il Seastar 38 mm è il più recente esempio. Fin dall’inizio Seastar divenne l’orologio ideale per gli appassionati di sport e di immersioni, e la collezione si allargò progressivamente negli anni. Il Seastar T12 del 1956, garantito fino a 12 atmosfere di profondità, accompagnò l’uscita del film Il mondo silenzioso di Jacques-Yves Cousteau. Fu anche al polso dell’istruttore dell’Himalayan Mountaineering Institute di Darjeeling Nawang Gombu, durante la scalata all’Everest nel 1963.

    Prima e dopo quell’ascensione, altri Seastar T12 continuarono a essere indossati dagli alpinisti che scalavano le vette della Cordigliera delle Ande o le montagne dell’Himalaya per testarne la resistenza alle condizioni estreme. Negli anni successivi, la collezione si arricchì con modelli come il Seastar Seven, con una cassa più sottile grazie a un nuovo sistema monoscocca, il cui brevetto fu depositato nel 1963. O il Seastar Quartz del 1978, con movimento al quarzo “figlio” dei suoi tempi.

    Quarzo ad alte prestazioni

    Anno dopo anno, siamo dunque arrivati al Seastar 38 mm, che completa la collezione per quanto riguarda la misura di cassa dei cronografi. Gli amanti di questo genere di orologi all’interno del catalogo Tissot potevano infatti contare solo su cronografo con cassa da 45,5 mm, che oggettivamente tagliava fuori da un possibile interesse sia gli uomini con il polso piccolo sia, soprattutto, le donne.

    Il nuovo Seastar 38 mm parla soprattutto a questi due tipi di appassionati. E lo fa non solo con il nuovo diametro, ma anche offrendo una scelta tra ben sei referenze. Tutti i nuovi orologi in collezione sono mossi da un calibro al quarzo di fabbricazione svizzera. Si tratta di un ETA Fashionline G10.212 AB PowerDrive, movimento cronografico a due pulsanti con ore, minuti, piccoli secondi a ore 6 e datario.

    Un movimento provvisto di contatori del decimo di secondo e dei 30 minuti, oltre che della funzione cosiddetta EOL, ossia “end of life”. Grazie a essa, quando la batteria sta per esaurirsi, la lancetta dei secondi si muove con scatti più lenti segnalando che ormai la pila va sostituita.

    Seastar 38 mm: colore e performance

    Delle sei referenze del Seastar 38 mm, quattro hanno il quadrante scuro, una chiaro e la sesta di una tonalità nuova e molto estiva. Si tratta di un colore indicato da Tissot come verde petrolio: che, con la cassa in acciaio Pvd oro rosa, lunetta e cinturino in silicone in tinta, crea un abbinamento molto piacevole e decisamente adatto alla bella stagione.

    Un po’ come la versione con quadrante argento, lunetta e cinturino bianchi e cassa in acciaio. Più seriose e “professionali” le referenze con i quadranti scuri, due con cassa trattata Pvd nero e due con cassa e bracciale in acciaio. Di queste ultime, una ha dei dettagli in Pvd oro giallo che aggiungono un tocco prezioso alla sportività. Dei due orologi con cassa in Pvd nero, una ha il bracciale con la stessa finitura, l’altra ha il cinturino in silicone in tinta.

    Il cartellino del prezzo è in linea con quello che ci aspetta da un cronografo al quarzo della collezione Seastar di Tissot. Si va dai 645 euro delle versioni braccialate acciaio/oro e Pvd nero ai 545 della referenza bianca, passando per i 595 euro della verde petrolio e i 575 euro del cronografo Pvd nero con cinturino o del braccialato tutto acciaio. 

    Come dice Tissot, il nuovo Seastar 38 mm è “progettato per chi si muove come l’acqua, con calma in superficie e con forza sotto di essa”. Anche per chi, aggiungo io, cerca un’alternativa affidabile e a un prezzo ragionevole ai tanti diver improvvisati che spuntano in concomitanza con l’estate. Dopotutto, 73 anni di Seastar sono più che una garanzia.

  • RM 30-01 Le Mans Classic: Richard Mille va di corsa

    RM 30-01 Le Mans Classic: Richard Mille va di corsa

    Quando arriva la Le Mans Classic, arriva Richard Mille. È una certezza, come i fiori a primavera, le tasse da pagare, i regali a Natale. E quando Richard Mille si accosta alla gara, arriva un orologio in tiratura limitata. Per l’edizione 2025 della competizione – la dodicesima, che si terrà dal 3 al 6 luglio prossimi -, il Marchio ha realizzato l’RM 30-01 Le Mans Classic, in 150 pezzi. Una tradizione che si deve all’amore del fondatore del Brand per i motori, di qualsiasi natura, epoca, potenza essi siano. Una partnership che comincia insieme alla gara, nel 2002, e che con l’RM 30-01 Le Mans Classic aggiorna al 2025 un orologio che è sportività nella sua accezione più pura.

    La Le Mans Classic

    Giusto per inquadrare la collezione nel contesto motoristico, alla Le Mans Classic partecipano le auto che hanno fatto la storia di quella che è una delle gare di durata più celebri di sempre, insieme alla 24 Ore di Daytona. I bolidi in pista sono stati costruiti dal 1923 agli anni 2000 e si sfidano nell’arco di 24 ore in sei diverse categorie, una per ciascuna delle principali epoche automobilistiche che hanno caratterizzato la 24 Ore di Le Mans dal 1923 al 1981.

    Partenza alle 16, con circa 1.000 piloti in gara e una città, Le Mans, che nei giorni della competizione vede affiancare ai 150.000 abitanti circa una folla di decine di migliaia di appassionati e spettatori: dai 30.000 della prima edizione, si è arrivati a oltre 235.000 nel 2023. Capite bene come questa occasione, per Richard Mille e per il suo RM 30-01 dedicato alla corsa, sia unica per la passione che sprigiona e per la visibilità che offre al Marchio.

    La cassa dell’RM 30-01 Le Mans Classic

    Ma poiché siamo Il Giornale degli Orologi e non un quotidiano di motori, arriviamo al dunque. L’RM 30-01 Le Mans Classic è un pezzo che si inserisce, come ho scritto poco sopra, in un filone che negli ultimi anni ci ha regalato referenze come l’RM 72-01 e l’RM 029. Quest’ultimo è stato creato per un’edizione che non si è svolta causa pandemia (quella del 2021), l’RM 72-01 è arrivato nel 2023. Il primo Le Mans Classic, invece, è del 2008.

    Oggi, dunque, è l’RM 30-01 Le Mans Classic a rubare la scena. Un orologio dall’estetica ben familiare a tutti gli appassionati sia di Richard Mille sia dell’alta orologeria, e del quale vi do qui un’infarinatura, lasciando parlare le didascalie e, soprattutto, le immagini: meritano. 

    La cassa ha dimensioni importanti, come sempre quando parliamo di questo Brand. Dalla classica forma tonneau, misura 42 x 49,94 x 17,59 mm. Un mattoncino la cui leggerezza al polso resta comunque proverbiale, grazie al combinato disposto del Quartz TPT e del titanio grado 5 che la compongono, sinonimi di comfort e alta resistenza. Il colore del Quartz TPT è il verde cosiddetto British Racing, che troviamo anche negli altri due orologi dedicati alla Le Mans Classic. Un colore ispirato, come dice il nome, a quello delle auto sportive inglesi del secolo scorso. 

    Informazioni e leggibilità

    Come spesso accade negli orologi di Richard Mille che hanno una vocazione spiccatamente racing, anche nell’RM 30-01 il quadrante è scheletrato e ricco di informazioni, leggibili nonostante la traforatura. Spiccano soprattutto, a ore 2 e a ore 4, il contatore delle 24 ore e la finestra del datario. Il primo non è un semplice GMT, ma gioca sul concetto di 24 ore evocato dalla gara di Le Mans: se chi lo indossa volesse cronometrare l’evento di endurance, voilà, nulla di più facile. La finestra della data, invece, è sovradimensionata e incorniciata da una bandiera a scacchi; i dischi traforati con le decine e le unità sono ben visibili attraverso il quadrante.

    Gli altri dettagli leggibili sono l’indicatore centrale dell’autonomia residua, dal particolare design, e due indicatori: quello che segnala l’innesto o il disinnesto della frizione del movimento (lo vedremo tra poco) e quello che consente a chi indossa l’RM 30-01 Le Mans Classic di sapere se la carica automatica è inserita o meno, in base al selettore di funzioni posto sulla corona.

    RM 30-01, al cuore del movimento

    Il cuore dell’orologio è il calibro RMAR2, appositamente modificato per includere il contatore delle 24 ore. Si tratta di un movimento automatico da 28.800 alternanze/ora e 55 ore di autonomia, dotato di un bilanciere a spirale libera con inerzia variabile. Questo tipo di bilanciere garantisce una maggior affidabilità in caso di urti e, soprattutto, durante le operazioni di assemblaggio e di manutenzione. Ha un design che consente l’eliminazione della racchetta di regolazione: grazie a quattro piccole massette eccentriche e orientabili, fissate direttamente sul bilanciere, è possibile calibrarlo in modo più accurato.

    La caratteristica distintiva del calibro, però, è il suo rotore a geometria variabile disinnestabile. Si tratta di una grande innovazione sia nella concezione, sia nella miniaturizzazione, una sfida tecnica straordinaria per Richard Mille. In sostanza, la carica di un orologio automatico è possibile attraverso un piccolo rotore. Il movimento ciclico fornisce energia al bariletto di carica, che raggiunge la tensione ottimale quando è completamente avvolto.

    Dopo questo punto, è facile che si verifichi un eccesso di tensione dovuto a un avvolgimento eccessivo, che deve essere evitato per non danneggiare il movimento. Tradizionalmente, lo si ottiene utilizzando una flangia scorrevole che permette alla molla di scivolare, impedendo una tensione eccessiva del movimento. Tuttavia, questo sistema tradizionale consente l’accumulo di detriti dannosi all’interno del calibro, poiché la flangia frena l’interno del bariletto per periodi troppo lunghi, soprattutto quando una persona è particolarmente attiva.

    Per evitare tali condizioni avverse, il rotore disinseribile di Richard Mille si scollega automaticamente dal bariletto nel momento in cui la molla è del tutto carica. È possibile controllare queste fasi grazie all’indicatore di innesto della frizione situato nell’angolo superiore sinistro del quadrante (cui ho accennato prima), che informa l’utente se il rotore è in carica (on) o disinnestato (off).

    Lavorare sulla passione

    Il cinturino verde dell’orologio è in caucciù ventilato, grazie al particolare disegno che ricorda quello delle prese d’aria dei motori che vediamo sulle auto sportive. Insomma, l’RM 30-01 LMC è un orologio che trasuda velocità. Le Mans è una delle gare più leggendarie di tutti i tempi, nel cuore degli amanti degli sport motoristici, e Richard Mille è considerato uno dei più grandi orologiai del Ventunesimo secolo. Dire che il connubio è azzeccato è forse poco.

    Certo, come tutti gli orologi che escono da questo atelier, anche l’RM 30-01 Le Mans Classic ha un cartellino del prezzo non per tutti, un po’ come le auto che si vedono sul circuito francese: 220mila franchi svizzeri, tasse escluse. E, sempre come quelle auto, il fatto che ci siano pochi pezzi in circolazione aumenta non tanto il valore economico dell’orologio quanto la sua desiderabilità, che è poi ciò che muove l’appassionato, in qualunque campo questa passione si esprima. Un bravo a Richard Mille, che ha compreso questo concetto come lo hanno compreso altri marchi ma, forse, riesce a tradurlo in orologi in maniera più efficace. Chapeau.

  • SP One: MB&F si veste di classicità (a modo suo)

    SP One: MB&F si veste di classicità (a modo suo)

    Quando ho ricevuto la cartella stampa del nuovo SP One di MB&F, mi sono tornate alla mente alcune parole che il fondatore del Brand, Maximilian Büsser, ha detto durante un’intervista (più una chiacchierata, a dire il vero) che mi ha rilasciato lo scorso anno: «Un’altra idea che non cambierò mai è non farsi influenzare dal mercato. Penso di non aver mai creato qualcosa di simile a ciò che ha fatto qualcun altro: se qualcuno l’aveva già realizzata, non c’era ragione che la facessimo anche noi». È esattamente il succo di questo orologio.

    SP One sta per Special Project One ed è davvero qualcosa che nessuno aveva mai realizzato prima, nemmeno la stessa MB&F. Perché il Brand di Büsser non è certo famoso tra gli appassionati per un’idea di orologeria tradizionale, almeno nelle forme. Le Horological Machine da una parte e le Legacy Machine dall’altra sono tutto fuorché classicità estetica, anche se la lezione meccanica dei grandi maestri del passato è forte e presente. Invece, qui ci troviamo di fronte a un orologio a tre lancette con cassa tonda da 38 mm, un classico dress watch. Ma appena lo vedi, lo battezzi subito come un MB&F. 

    SP One, un ponte tra le collezioni

    Perché, come la gran parte dei pezzi usciti dalla manifattura di Büsser, l’SP One è prima di tutto trasparenza. Il movimento è come sospeso in una bolla, tra il vetro zaffiro bombato che lo protegge e il vetro zaffiro piatto del fondello. L’occhio attraversa senza ostacoli l’intera struttura dell’orologio e scorre via attraverso il calibro, che passa tutt’altro che inosservato.

    Più elegante della tipica Horological Machine ma più all’avanguardia di una Legacy Machine, l’SP One è il primo modello di una nuova collezione Special Project che racchiude l’estetica contemporanea, tipica del Marchio, in un formato più piccolo e indossabile. Le Horological Machine tendono a essere futuristiche, con un’architettura del movimento visionaria e casse grandi e strutturate. Le Legacy Machine interpretano gli orologi da tasca d’epoca con tocchi come le lancette in acciaio azzurrato e la disposizione tradizionale del movimento.

    In un certo senso, l’SP One unisce queste due filosofie costruttive grazie a un design contemporaneo, tradotto in dimensioni e forme più normali. La cassa tonda e liscia (in MB&F la paragonano a un ciottolo di fiume) è tradizionale come la scelta dei materiali, il platino o l’oro rosa. Ma all’interno, il movimento sembra più simile a quello di una Horological Machine, tanto che la cassa pare quasi scomparire insieme ai materiali preziosi, “ingoiata” dalla luce e dalla trasparenza dei due vetri zaffiri per i quali, in definitiva, fa quasi solo da supporto.

    I “tre tenori”

    Tre sono gli elementi del movimento che balzano alla vista, tutti circolari: il bariletto, il bilanciere e il quadrante. Dopotutto, il calibro SP One era stato inizialmente denominato, non a caso, “Three Circles”. Nulla di nuovo per MB&F per quanto riguarda la scheletratura dei movimenti, ma in questo il design e le soluzioni ingegneristiche hanno permesso di sfruttare gli ingranaggi conici e il quadrante inclinato (due segni distintivi del lavoro di MB&F) per dare vita a un calibro quasi piramidale, in cui il rubino centrale funge da vertice.

    L’architettura del calibro SP One ha una forma a Y sviluppata internamente dal team di MB&F, dal concetto iniziale alla progettazione. I vertici della Y costituiscono i tre punti in cui i ponti del movimento si ancorano al réhaut della cassa, ciascuno dando sostanza all’elemento che supporta: bariletto, bilanciere e quadrante. Non per nulla prima ho scritto che il movimento è “come sospeso” in una bolla, non che è sospeso. I ponti, infatti, sono ben saldi alla struttura complessiva dell’orologio.

    Il tipico quadrante inclinato di MB&F a ore 6 ha la base rivestita in Dlc e i classici indici e lancette lucidati. Il bariletto e il bilanciere sono disposti in modo simmetrico nella parte superiore dell’orologio. Il bello è che ad accentuare l’eleganza dell’SP One contribuisce il fatto che il calibro non presenta ponti, viti o ruote visibili. Per migliorare l’aspetto architettonico ed estetico complessivo, tutt’e tre gli elementi hanno circonferenze identiche e il réhaut ha una superficie lavorata con una satinatura a spirale, che aggiunge consistenza all’intera struttura. A seconda del materiale della cassa, il réhaut ha un colore diverso: azzurro per il platino o antracite per l’oro rosa.

    La cassa dell’SP One

    Se l’SP One dà il meglio di sé nella visione frontale, anche capovolgendolo l’architettura non è niente male. I ponti, quasi invisibili dal lato del quadrante, fanno capolino attraverso il treno del tempo. La scena è rubata dall’anglage preciso degli elementi, fatto rigorosamente a mano, che insieme alle superfici satinate, lucidate e microbigliate conferiscono un aspetto equilibrato all’intero movimento.

    Un discorso che si può applicare alla cassa, anche se personalmente faccio fatica a definirla tale vista la preminenza dello zaffiro in questo orologio. Lo spessore complessivo è di 12 mm e ciò che spicca, al di là della bombatura e della morbidezza delle forme, è l’architettura delle anse. Non essendoci praticamente possibilità di agganciarle alla parte frontale della cassa, i designer di MB&F le hanno elegantemente integrate al fondello.

    La cassa, l’ho scritto, è in oro rosa o platino e ha una finitura completamente lucida che la rende discreta. Solo la corona a ore 10 e il leggero effetto fluttuante sulle anse introducono una dose di originalità, una scelta che era probabilmente l’obiettivo di Max Büsser e dei suoi amici nel creare l’SP One. Il fatto che l’orologio sia privo di lunetta aumenta la sensazione di trasparenza e leggerezza, senza mortificarne le dimensioni. Che, immagino, lo rendono di una comodità unica al polso insieme alle forme morbide.

    Un occhio al mercato

    Nelle didascalie lascio spazio a ulteriori dettagli tecnici e a qualche informazione in più sull’orologio. In chiusura mi limito a ricordare i prezzi: 67.100 euro per il platino, 61.780 euro per l’oro rosa, entrambi Iva esclusa. E a formulare un pensiero.

    Per come lo vedo in cartella stampa (spero di provarlo quanto prima), l’orologio racchiude tutto ciò che mi piace di MB&F, dalla meccanica sopraffina “a vista” al design futuristico ma con un tocco di classicità. Il fatto che non abbia quello che non mi piace del Marchio, ossia la vestibilità a dir poco complicata, significa che, forse, alla fin fine Büsser un po’ si è fatto influenzare dal mercato, nonostante ciò che dice. In fondo, non sempre è un male.

  • Chanel, l’orologeria, il mercato: il punto di vista di Frédéric Grangié

    Chanel, l’orologeria, il mercato: il punto di vista di Frédéric Grangié

    Il 13 maggio scorso, Chanel ha organizzato a Milano un evento dedicato all’alta orologeria, nel quale ha coinvolto la stampa di settore. Per l’occasione, noi giornalisti abbiamo incontrato, in una tavola rotonda, il Presidente di Chanel Watches & Fine Jewelry, Frédéric Grangié, e il Direttore dello Studio de Création Horlogerie Arnaud Chastaingt.

    Mentre la chiacchierata con quest’ultimo ha toccato punti relativi alla creazione del nuovo J12 Bleu, Grangié ha offerto numerosi spunti e valutazioni sulla situazione del mercato, sull’ecosistema dell’orologeria svizzera e sul ruolo di Chanel nella valorizzazione e protezione di questo ecosistema. Ecco alcuni dei passaggi più significativi emersi dalle domande che Il Giornale degli Orologi e altri colleghi hanno posto a Grangié.

    Passato e presente

    Qual è l’obiettivo della Maison in orologeria, visti i massicci investimenti operati negli anni?
    La decisione più importante per l’orologeria di Chanel è venuta a fine anni ’80, dopo il lancio del Première nel 1987. Chanel decise allora che il modo in cui avrebbe creato gli orologi sarebbe stato lo stesso con cui creava moda, fragranze o beauty. Eravamo, e siamo, un’azienda integrata verticalmente e non c’era motivo di trattare l’orologeria in modo diverso. La cosa più semplice sarebbe stata dare in licenza il marchio a un’azienda di orologi che li avrebbe prodotti; noi invece comprammo negli anni ’90 la manifattura a La Chaux-de-Fonds e investimmo lì fin da allora.

    Quali sono state le tappe più significative di questo percorso?
    Il nostro primo, grande passo, è stato diventare specialisti nella ceramica con la nascita del J12 nel 2000. Siamo uno dei tre gruppi in Svizzera che lavorano completamente la ceramica dalla materia grezza al prodotto finale. Questo ci ha dato una forte base per sviluppare tutto ciò che avremmo voluto. Poi abbiamo cominciato a investire anche in altri marchi e manifatture – Bell&Ross, Kenissi, Romain Gauthier, François-Paul Journe, MB&F -, creando un ecosistema indipendente che nutre la creazione e il savoir-faire. Non è diverso da ciò che facciamo con la profumeria dal 1921 con il N° 5, che è ancora un best-seller dopo un secolo esattamente per questo motivo. Ciò che investiamo oggi tornerà nei prossimi decenni, nel prossimo secolo: siamo fiduciosi nel fatto che la Maison sarà ancora al top anche tra 100 anni, anche nell’orologeria che è la categoria più recente.

    Il futuro

    Pensate ad altre acquisizioni?
    Guardiamo ai competitor, che spesso sono anche nostri buoni amici, e restiamo umili. Amiamo ciò che facciamo ma allo stesso tempo dobbiamo tenere il passo e andare veloci. È importante essere un player di primo livello, ma ancora più importante che le nostre creazioni siano esattamente come le vogliamo noi. E continueremo a investire sempre di più in futuro. Abbiamo molte richieste da altri marchi per entrare nel nostro ecosistema. Se guardiamo agli ultimi 15 anni, Romain Gauthier è entrato nel 2011, Kenissi e François-Paul Journe nello stesso giorno del 2018, MB&F pochi mesi fa. Tra ciascuna di queste operazioni ci sono 6/8 anni, ma non so che cosa succederà da qui a qualche anno. Ci sono diversi modi per investire, sull’orologeria siamo molto seri.

    Pensate a uno spostamento verso la clientela maschile o avrete sempre una predominanza femminile?
    Circa il 95% dell’offerta di Chanel è femminile ed è esattamente ciò che vuole essere il Brand. È vero anche che abbiamo visto negli ultimi due anni molti collezionisti spostarsi su di noi da altri marchi. Produciamo orologi importanti e seri, ma con una componente pop che è molto cool e fa presa anche sull’appassionato. C’è poi il J12 Bleu che è del tutto gender free. Penso che la clientela maschile sia pronta per gli orologi Chanel, ma il focus principale delle nostre creazioni rimane femminile, anche se molti mercati stanno diventando gender free.

    Chanel e il mercato

    Come vede la situazione del mercato nel 2025?
    L’industria dell’orologeria vive di grandi cicli. Quando il mercato scende è importante avere la capacità di assorbire lo choc e di continuare a progettare il futuro. Così, quando si riprenderà, si sarà pronti: è un’industria che ragiona a lungo termine. Faccio un esempio. Noi possediamo parte della manifattura Kenissi, attraverso questo investimento controlliamo diversi subappaltatori che lavorano anche per altri brand. Ciò significa che sappiamo come va il mercato e che proiezioni avrà, perché vediamo ciò che fanno gli altri, sappiamo quali marchi stanno comprando i componenti e quali no. La risposta a queste difficoltà è avere diversi punti di forza. Per esempio, nel nostro caso, la distribuzione, legata al fashion con diversi tipi di creazioni principalmente femminili: quel mercato si sta comportando molto meglio di quello dell’orologeria e delle creazioni maschili. Inoltre credo che se nel mercato si portano i prodotti migliori e la qualità migliore, come è tipico di Chanel, allora si affronta nel modo giusto il rallentamento del mercato stesso.

    Alti e bassi come negli anni della pandemia…
    La pandemia è un ottimo esempio. Una delle caratteristiche di Chanel, come di altri grandissimi brand del lusso, è che non ha un e-commerce per orologi, moda ecc. Con la pandemia, tanti competitor sono venuti a dirci che, poiché chiudevamo i negozi, dovevamo aprire l’e-commerce. Non lo abbiamo fatto. Dicevano che stavamo perdendo un’opportunità, ma il periodo 2020/2021 è stato quello in cui abbiamo investito di più dal punto di vista industriale, nell’orologeria, nel retail, nel real estate. È stato un periodo lungo e doloroso, ma quando tutto è ripartito noi eravamo pronti. Gli stessi per i quali stavamo perdendo un’opportunità senza e-commerce hanno poi detto che siamo stati il brand che meglio ha gestito l’approccio alla crisi pandemica. 

    Chanel e l’orologeria svizzera

    Perché essere a Watches and Wonders?
    Abbiamo avuto difficoltà con l’organizzazione di Baselworld e con altri brand amici ci siamo staccati e siamo passati a Ginevra. Considerate che siamo anche fornitori di altri grandi nomi, siamo parte dell’ecosistema orologiero svizzero e alcuni degli investimenti che abbiamo fatto nei marchi indipendenti elvetici servono a proteggere e a valorizzare questo sistema. Venderemmo meno orologi se non fossimo a Watches and Wonders? Non è questo il punto. Il punto è che è bello far parte di un’industria che una volta all’anno si riunisce a presentare novità e prodotti, amiamo visitare gli stand degli altri marchi, c’è un senso di comunità che non vedo in altri settori. Ci conosciamo tutti e tutti sappiamo che dobbiamo proteggere quella che è la base del nostro settore.

    Quanto è importante per lei lavorare in un’azienda familiare e non in un grande gruppo?
    Molto. Conosco entrambi i business model perché vengo da oltre 20 anni in LVMH, ma quando lavori in settori come quello degli orologi e gioielli devi pensare sempre a lungo termine e noi lo facciamo. Non so quale altro brand avrebbe potuto giustificare gli investimenti che abbiamo fatto nella ceramica dai primi anni 2000, se non dicendo: da qui a 10, 20, 30 anni vedrete. Sono molto grato alle persone che 25 anni fa hanno preso questa decisione, perché oggi non solo siamo capaci di cose come il J12 Bleu, ma lavoriamo anche per altri marchi creando per loro della bella ceramica e loro stessi ci stimolano a migliorare sempre più. Torniamo all’idea di essere parte dell’ecosistema svizzero, che funziona solo perché ci rendiamo più forti l’uno con l’altro. Siamo competitor, ma lo facciamo funzionare. Abbiamo la consapevolezza del fatto che ciascuna decisione presa da ognuno avrà un grande impatto sul futuro di tutti.

  • Promaster Aqualand 40th Anniversary: torna il “campione” di Citizen  

    Promaster Aqualand 40th Anniversary: torna il “campione” di Citizen  

    Qualche giorno fa, scrivendo di Seiko, avevo ricordato come il 2025 sia un anno di ricorrenze in orologeria, che si celebrano dalla Svizzera al Giappone. Proprio al Giappone torno oggi per parlare dell’Aqualand di Citizen – il quale, guarda caso, festeggia anch’esso un importante anniversario, perché si tratta di una cifra tonda: 40 anni. Il regalo che Citizen si è fatta si chiama Promaster Aqualand 40th Anniversary Limited Edition.

    Sono dunque passate quattro decadi da quando comparve sul mercato l’Aqualand, che si presentò agli appassionati e al mondo come il primo orologio subacqueo dotato di un sensore elettronico di profondità. Una diavoleria tecnica utilissima, che solo un marchio come Citizen e un Paese come il Giappone, che dell’avanguardia tecnologica ha sempre fatto il vessillo, potevano sviluppare. Erano gli anni ’80, con l’elettronica e il quarzo a farla da padroni in orologeria. Ma la storia dell’Aqualand cominciava molto prima.

    Alle origini dell’Aqualand: la linea Parawater

    Esattamente, nel 1959, quando Citizen sviluppò la guarnizione O-Ring. Con una tecnologia presa a prestito dal settore aeronautico, sigillava in maniera impenetrabile la cassa dell’orologio. Da quella guarnizione nacque la linea Parawater, che fu l’inizio di tutto. E fu un inizio spettacolare.

    Per provare l’efficacia della guarnizione, i tecnici di Citizen buttarono letteralmente a mare centinaia di orologi Parawater, sigillati in speciali capsule, e lasciati al flusso della corrente Kuroshio. Cioè una delle principali correnti oceaniche, che origina dalle Filippine, risale fino al nord Pacifico e scende lungo le coste della California. Ciascuna capsula conteneva un messaggio con delle coordinate geografiche e invitava chi l’avesse trovata a rispedirla a Citizen.

    Ebbene, anni dopo questo esperimento che coinvolse il padre dell’Aqualand, una di quelle capsule fu ritrovata proprio in California e rispedita al mittente con una lettera autografa di chi l’aveva rinvenuta. L’orologio all’interno era ancora perfettamente funzionante.

    Dopo la ricerca dell’impermeabilità, il passo successivo fu la messa a punto di tecnologie utili ai subacquei professionisti che avrebbero utilizzato gli orologi. Proprio in questo senso è da intendere il sensore di profondità dell’Aqualand, che nel 1985 avrebbe cambiato il modo di intendere l’orologeria subacquea.

    Sfide (e soluzioni) che portarono alla nascita dell’Aqualand

    Dall’esperienza maturata con il Parawater prima e con l’Aqualand poi, Citizen creò nel 1989 la collezione Promaster, tuttora una pietra di paragone per i diver. Si indirizzava anche ai professionisti dell’aria e della terra, oltre che a quelli del mare, ma l’eredità subacquea della linea era forte alle origini e tale è rimasta, perché ancora oggi porta avanti la rivoluzione del primo Aqualand dell’85. Ossia il fatto che, se prima un orologio da immersione semplicemente resisteva all’azione dell’acqua, ora faceva di più: leggeva, misurava, rispondeva al mare. Grazie al sensore elettronico di profondità e al piccolo display analogico sul quadrante.

    Alla base di quell’orologio, Citizen aveva posto sei sfide da dover affrontare e vincere, ciascuna con una soluzione meccanica. La prima sfida: aggiungere un sensore digitale di profondità. La soluzione: sviluppare un sensore di pressione miniaturizzato, capace di misurarla in tempo reale fino a 80 metri. Seconda sfida: fare in modo che l’acqua non raggiungesse i sensori elettronici. Soluzione: cassa e vetro completamente ridisegnate, sigillate con guarnizioni avanzate.

    Terza sfida: garantire la durata delle batterie, utilizzandole di piccolo formato. Soluzione: impiego di sensori elettronici a basso consumo di energia. Quarta sfida: leggibilità al buio. Soluzione: display Lcd retroilluminato ad alto contrasto. Quinta sfida: aiutare i subacquei a evitare risalite rapide e pericolose. Soluzione: una suoneria ben udibile che scattava in caso di ascesa troppo rapida. Sesta sfida: lettura accurata delle informazioni nonostante i cambi di pressione e temperatura. Soluzione: sensore auto-calibrante, che proteggeva dalla corrosione e dagli sbalzi pressori.

    Il capo sviluppatore dell’Aqualand delle origini, Tatsuo Nitta, provò egli stesso l’orologio in acqua per verificarne la precisione, l’impermeabilità e la leggibilità: «Avevamo bisogno che fosse performante e che fosse creato in modo da essere efficiente», raccontava.

    L’Aqualand 40th Anniversary in edizione limitata

    In sostanza, quindi, nel momento in cui l’orologio debuttò sul mercato fu subito destinato a lasciare un segno nella storia di Citizen, e non solo in quella. Fu infatti lanciato come Promaster Aqualand, prima che Promaster diventasse una vera collezione (come ho scritto sopra, la cosa accadde quattro anni dopo), anzi, forse “LA” collezione per gli appassionati del Brand. Faceva infatti parte della Sporte MS Series, destinata al mondo del mare, ma si capì subito che quell’etichetta gli stava troppo stretta.

    Il Promaster Aqualand 40th Anniversary Limited Edition è stato presentato alla stampa italiana di settore e a un gruppo di selezionati giornalisti esteri la scorsa settimana, in un ambiente in cui l’Aqualand si trova particolarmente a proprio agio. Si trattava della struttura Y-40 The Deep Joy di Montegrotto, in Veneto, che ospita la terza piscina più profonda del mondo, -42,15 metri. Gli ospiti hanno potuto provare l’orologio in immersione con le bombole, seguiti da esperti istruttori. Non era il mare aperto, ma l’esperienza è stata comunque coinvolgente. Noi c’eravamo e lo possiamo testimoniare.

    Come avrete capito, in questo articolo ho privilegiato la parte storica, perché di storia dell’orologeria si tratta. Trovate alcuni dettagli tecnici del nuovo Promaster Aqualand 40th Anniversary Limited Edition nelle didascalie. Qui segnalo solo che il prezzo è di 468 euro e che l’orologio è stato creato in 5.800 pezzi per tutto il mondo, di cui 2.000 per il mercato italiano. Una testimonianza di quanto l’Italia sia importante per Citizen e di quanto la community di appassionati del Brand sia forte dalle nostre parti.

  • Seiko, tre Prospex e 60 anni sotto i mari

    Seiko, tre Prospex e 60 anni sotto i mari

    Il 2025 dell’orologeria è fitto di ricorrenze e festività quasi quanto il calendario giapponese, che a noi occidentali dà l’impressione di essere una sfilza di celebrazioni, intervallata qua e là da giorni lavorativi. A consolidare il trinomio orologi-ricorrenze-Giappone, quest’anno c’è anche Seiko, che nel 2025 ricorda con la linea Prospex i 60 anni dalla creazione del suo primo orologio subacqueo. Correva infatti il 1965 quando il marchio nipponico presentò il Diver 150m, che sarebbe poi passato tra gli appassionati e gli addetti ai lavori con il nomignolo di 62MAS.

    Naturalmente a Tokyo non si sono fatti sfuggire l’occasione di dedicare alla ricorrenza la bellezza di tre nuovi diver. Non si tratta solo di marketing. L’occasione andava commemorata poiché, all’epoca, il 62MAS fu per Seiko un traguardo importante e cercato con ostinazione, specialmente perché i vertici del colosso giapponese sapevano di essere in ritardo rispetto all’Europa nel settore del diver, fiorito già da alcuni anni. Il divario andava colmato per molte ragioni.

    Sicuramente per entrare in un segmento di mercato in rapidissima crescita, per il diffondersi della subacquea sportiva a fianco di quella professionale. Ma anche e soprattutto per dimostrare che il Giappone, in piena rinascita dopo la devastazione del secondo conflitto mondiale, si avviava a diventare una potenza tecnologica con cui l’Europa e gli Stati Uniti avrebbero dovuto presto fare i conti. Anche in orologeria.

    La competizione sui primi diver

    Già da un decennio abbondante, il mercato degli orologi subacquei era stato aperto dalla competizione innescatasi tra Blancpain e Rolex, nel biennio cruciale 1953-’54. Risale infatti al 1953 la nascita del Fifty Fathoms di Blancpain, creato su specifiche militari per la Marina militare francese e destinato ai suoi uomini rana. Un percorso iniziato un anno prima con la fondazione di una compagnia di immersione legata alle forze speciali transalpine, chiamata Nageurs de Combat – ossia sommozzatori da combattimento -, da parte di due ufficiali della Marina francese, Robert Maloubier e Claude Riffaud.

    È invece del 1953 lo sviluppo della referenza 6204 di Rolex, poi conosciuta solo come Submariner. Fu il primo vero diver sviluppato dal Brand dopo che, nel 1926, aveva presentato la celebre cassa Oyster, la prima a essere resistente alla polvere e all’acqua. La referenza 6204 ebbe poi la presentazione ufficiale nel 1954, durante la fiera di Basilea.

    Si inserì dunque in questo scenario il 62MAS di Seiko, che nel 1965 segnò il debutto del Marchio nipponico tra gli abissi. Sessant’anni da festeggiare in grande: come ho scritto poco fa, la ricorrenza merita tre nuovi orologi, tutti in edizione limitata e tutti della collezione Prospex. Naturalmente diversificati, poiché si tratta della linea che ospita i diver di Seiko: da quelli più basici e amatoriali alle referenze professionali di alta gamma. A quest’ultimo gruppo, che il Brand chiama Marinemaster e che rappresenta la serie di punta per gli orologi subacquei, appartiene la referenza più pregiata delle tre, il Prospex Marinemaster Professional Seiko Diver’s Watch 60th Anniversary Limited Edition.

    Un Prospex estremo

    Si tratta del più estremo e tecnico dei tre orologi, progettato per immersioni in saturazione fino a 600 metri. La cassa è imponente, come ci si aspetta da un diver professionale – 45,4 mm di diametro per 16 mm di spessore – ma è progettata per massimizzare il comfort, come potete leggere nelle didascalie. Un subacqueo pensato per mettere in primo piano le prestazioni, ma per il quale Seiko non ha tralasciato di lavorare sull’estetica, come in generale fa all’interno della collezione Prospex.

    Per gli amanti della bellezza, l’orologio ha un interessante quadrante decorato con un motivo a onde e una sfumatura di blu che diventa più intensa mano a mano che, dal centro, si sposta verso il bordo esterno. L’idea, secondo Seiko, è quella di richiamare le tonalità del mare profondo. In linea di massima, il motivo a onde sul quadrante di un diver mi farebbe esclamare «Avanguardia pura!», come Amanda Priestley di fronte al floreale per la primavera, ma in questo caso ammetto che è davvero ben eseguito.

    Ciò che però, a mio avviso, è il plus di questo Seiko Prospex, non si vede. Perché sta nella cassa. È il movimento, il calibro automatico 8L45, evoluzione dell’8L35 sviluppata sulla base del calibro Grand Seiko 9S65. Una scelta che definisce da sola il valore dato dal Brand a questo orologio. È un movimento con tutti i crismi dell’eccellenza che derivano dalla radice comune di Grand Seiko, e che equipaggia anche i nuovi King Seiko VANAC. Accreditato di un’accuratezza di marcia tra -5/+10 secondi al giorno, lavora a 28.800 alternanze/ora, ha un’autonomia di 3 giorni e si avvale del sistema antiurto proprietario Seiko Diashock.

    L’eredità degli anni ‘60

    Detto del Marinemaster, Seiko non ha certo riservato un trattamento meno accurato alle altre due referenze celebrative. Si tratta del Prospex 1968 Heritage Diver’s GMT Watch e del Prospex 1965 Heritage Diver’s Watch, entrambi accomunati dalla dicitura Seiko Diver’s Watch 60th Anniversary Limited Edition, la stessa del Marinemaster di cui sopra. 

    Come si intuisce facilmente dai nomi, si tratta di edizioni ispirate a due modelli degli anni ’60. Il primo lo abbiamo già visto, è il 62MAS del 1965, il secondo è un diver di tre anni dopo. Al 62MAS, Seiko ha già dedicato di recente altre referenze, perché è stato davvero una pietra miliare nella storia del Marchio. Aveva nella cassa un calibro meccanico automatico ed era garantito impermeabile fino a 15 bar, un’ottima prestazione per l’epoca. Un’affidabilità che gli valse la “convocazione” per le missioni che il Giappone condusse in Antartide negli anni ’60, epoca di grande fervore esplorativo. 

    Il diver del 1968 fu invece un salto in avanti rispetto al precedente, per tre motivi. Incassava un calibro automatico ad alta frequenza (era quello il periodo delle grandi sfide tra le manifatture a colpi di 5 Hertz); aveva un’impermeabilità aumentata a 30 bar; aveva la corona al 4. Quest’ultimo dettaglio, pensato per minimizzare il rischio di urti contro scogli o coralli con conseguente rottura o allentamento della corona, divenne poi uno standard di design ampiamente utilizzato nei diver.

    La forza del Prospex e la forza di Seiko

    Lasciando qualche dettaglio in più alle didascalie, segnalo che questi due Prospex hanno anch’essi il quadrante con motivo a onde, uno blu e uno argentato. Entrambi incassano un calibro della famiglia 6R, quello blu con la funzione Gmt a renderlo ulteriormente prezioso sia nella meccanica, sia nell’estetica.

    Come ho scritto poco sopra, tutti questi tre Seiko Prospex sono in edizione limitata: 600 pezzi per il Marinemaster, 6.000 per gli altri due. Con dei prezzi che vanno di conseguenza: la referenza più preziosa costa 4.900 euro, il Gmt 1.900 euro, 1.500 la versione con quadrante argentato. Prezzi perfettamente in linea con i listini del Brand, relativamente al posizionamento di ciascuno degli orologi.

    Ed è un po’ questa, oggi, la forza di Seiko. In un mercato dell’orologeria che vede inesorabilmente spostarsi verso l’alto i cartellini, il Marchio giapponese riesce a presidiare in maniera efficace diverse fasce di prezzo, specialmente quelle del medio di gamma che si stanno spopolando. Quando scrivo “in maniera efficace” mi riferisco principalmente al rapporto qualità-prezzo sempre ottimo che caratterizza i diver del Brand.

    È vero che Seiko può contare su una potenza industriale capace di sfornare volumi inavvicinabili per la maggior parte delle case svizzere, contenendo così i prezzi a listino. Non è neppure banale, però, riempire di referenze il proprio catalogo mantenendo inalterato quello che gli inglesi chiamano “money for value”. Seiko ci riesce perché non sacrifica la qualità alla quantità. Non è solo questione di capacità industriale, qui c’entrano anche visione, programmazione, strategia per affrontare al meglio i marchi concorrenti. Del resto sono giapponesi: 80 anni fa ci sono volute due bombe atomiche per fiaccarli, credete che si spaventino per qualche semestre debole del mercato dell’orologeria?

  • Calatrava 8 giorni ref. 5328G: Patek Philippe da dress watch a field watch

    Calatrava 8 giorni ref. 5328G: Patek Philippe da dress watch a field watch

    Una delle tante caratteristiche che fanno grande Patek Philippe è la capacità di evolversi e svilupparsi senza tradire la propria identità storica. Non è una cosa facile, badate bene. Specialmente se abbiamo a che fare con la collezione Calatrava. Adattare ai tempi, ai gusti, alle mutate necessità della vita di oggi una linea che è universalmente nota tra gli appassionati per essere il non plus ultra della classicità, è un lavoraccio. Eppure, esempi come il Calatrava 8 giorni ref. 5328G che ho visto e provato a Watches and Wonders dimostrano che, come si dice, “è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo”. Con questo orologio, Patek Philippe lo ha fatto.

    In primis perché – io come altri colleghi anche stranieri -, quando ho potuto osservare l’orologio con la lente e me lo sono messo al polso, ho avuto la strana impressione di avere tra le mani non tanto un dress watch quanto un cosiddetto field watch. Ossia un orologio “da campo”, progettato e realizzato per un uso militare. Forse il più caro field watch in circolazione. Ed è probabile che non fosse nemmeno nelle intenzioni di Patek Philippe dare questa sfumatura al Calatrava in questione. Eppure qualcosa rimane…

    Calatrava 8 giorni 2.0

    Probabilmente perché, negli ultimi anni, Patek Philippe ha messo mano in maniera sottile e intelligente al design della collezione Calatrava. Proprio per non tradirla, come ho scritto all’inizio, ma per fare in modo che non restasse impantanata in una tradizione che avrebbe finito per renderla stantia. Parlo, per esempio, dell’ampliamento delle finiture dei quadranti, di forme più “decise” (specialmente nelle anse), dell’impiego della finitura a clous de Paris lungo la carrure.

    Tutti elementi che si ritrovano presenti e ben amalgamati nel Calatrava 8 giorni ref. 5328G. A testimonianza del fatto che, su questa collezione, la Maison ginevrina non ha intenzione di stare ferma, anzi. Per aggiornarla e renderla più interessante anche per nuove tipologie di appassionato, Patek Philippe non esita ad attingere a soluzioni tecniche e a elementi del proprio passato. In questo caso, l’abbondante riserva di carica di otto giorni e più.

    L’autonomia dei calibri di Patek Philippe

    Una caratteristica, questa lunga autonomia, che si trova già in alcune pendolette da tavolo con calendario perpetuo degli anni ’20 del ‘900, dotate di otto giorni di riserva di carica. Più vicino a noi, la Maison ci ricorda la Ref. 5100 10 Giorni del 2000, cassa rettangolare e serie limitata a tremila pezzi: il primo orologio da polso cronometro al mondo con riserva di carica di 240 ore.

    Oppure, ancora, la Ref. 5101P 10 Giorni Tourbillon del 2003, un esemplare in platino con cassa rettangolare ispirata all’Art Déco e movimento di forma, a carica manuale. Per arrivare, dieci anni dopo, alla Ref. 5200 Gondolo 8 Days, Day & Date Indication, il cui calibro rettangolare a carica manuale e salti istantanei del giorno della settimana e della data ha molto a che vedere con la referenza di cui scrivo oggi. Lo vedremo più avanti.

    Questa faccia non mi è nuova…

    Intanto, torno a quella sensazione di field watch di cui ho scritto sopra. Una sensazione che mi viene principalmente dalla struttura del quadrante. Come sempre, in questo tipo di articoli, preferisco lasciare i dettagli più strettamente tecnici alle didascalie, ma credo sia necessario fare qui almeno un accenno a quello che è il volto del Calatrava 8 giorni ref. 5328G.

    Il quadrante blu fumé presenta infatti una texture simile all’asfalto, qualcosa che non è nuovo in Patek Philippe. L’abbiamo vista per la prima volta, sul marrone, nella ref. 5226G, introdotta nel 2022. Oltre a questa finitura, il Calatrava 8 giorni ref. 5328G si porta dietro da quel predecessore il design delle lancette a siringa e dei numeri arabi, che gli conferiscono la sensazione di serietà e l’aspetto severo del field watch. Una tipologia di orologio che ha nella robustezza e nella chiarezza nella lettura delle informazioni alcune caratteristiche imprescindibili. Ecco perché, in questo senso, penso che il quadrante sia ben riuscito.

    Otto giorni senza pensieri

    Non dimentico, però, che tra le prerogative di un orologio da campo ci sono anche l’affidabilità e, per quanto possibile, l’autonomia. In questo senso, prima di tornare nelle didascalie sugli aspetti tecnici, fatemi accennare a un dettaglio storico del calibro che lavora nella cassa del Calatrava 8 giorni ref. 5328G.

    Come spesso accade per il movimenti di Patek Philippe, ha una sigla pressoché impossibile da ricordare – 31-505 8J PS IRM CI J – ma radici solide nel passato della Maison. Rimanda infatti alla Ref. 5200 Gondolo 8 Days, Day & Date Indication di cui ho scritto sopra, perché riprende l’architettura di base del movimento incassato in quell’orologio. La differenza principale sta nel fatto il calibro 28-20 REC 8J PS IRM C J era rettangolare come la cassa, mentre quello attuale è tondo, per integrarsi alla perfezione nella cassa in stile Calatrava.

    L’autonomia di otto giorni è specificata anche dalla dicitura 8J presente all’interno del nome del movimento, in cui si riscontrano dettagli che si possono desiderare da Patek Philippe e funzionali a un field watch. Mi riferisco principalmente al salto istantaneo del giorno della settimana e del mese e, ancora, alla riserva di carica che, se formalmente è di otto giorni, nella realtà arriva fino a nove. E questo nono giorno supplementare è individuato da una zona rossa sull’indicatore dell’autonomia residua.

    Un Calatrava 8 giorni per tutti i giorni

    Ora tutti alle didascalie. Non prima di aver ricordato il prezzo del Calatrava 8 giorni ref. 5328G – 71.280 euro – e di aver fatto qualche considerazione finale sull’orologio. Patek Philippe lo ha presentato a Watches and Wonders insieme a un’altra referenza del Calatrava, la 6169P con cassa in platino dall’elegante design “classico”. Secondo me, una mossa azzeccata.

    Se l’orologio in platino è il dress watch per eccellenza, più un pezzo da grandi occasioni che un cosiddetto everyday watch, per come la vedo io il Calatrava 8 giorni ref. 5328G è invece un orologio perfetto da indossare tutti i giorni. O anche solo qualche giorno alla settimana, sicuri di poter contare sulla sua capacità di essere ancora all’ora e alla data giuste quando lo si mette al polso. In questo modo, la Maison ha offerto un’alternativa all’interno della stessa collezione, provando a coprire gusti, appassionati e necessità diverse. Senza snaturarla, come ho scritto nelle prime righe. Ecco perché il Calatrava 8 giorni ref. 5328G è uno dei pochi pezzi di alta orologeria che, oggi, è qualcosa di più della somma delle sue parti. E, in questo, è molto Patek Philippe.

  • Promaster Eco-Drive Diver 300m: Citizen ricomincia da tre

    Promaster Eco-Drive Diver 300m: Citizen ricomincia da tre

    Provate a contare. Quanti sono i marchi di orologeria che hanno in collezione almeno una linea dedicata ai subacquei? Numerosi. Quanti di questi marchi hanno un diver che è diventato un loro pilastro e un mito per i professionisti delle profondità marine? Una manciata. A questo ristretto circolo appartiene Citizen con il suo Promaster Diver. Un orologio che ha segnato la storia di questi strumenti professionali fin dalla nascita della collezione Promaster, destinata all’utilizzo in mare ma anche in terra e in aria. Fatto sta che, con il tempo, non solo tra i professionisti ma anche tra gli appassionati, gli esemplari destinati al mare sono diventati i più famosi e ricercati della linea. 

    Fu il 1989 l’anno di arrivo del marchio Promaster nel portafoglio di Citizen. In precedenza, il Brand giapponese aveva sviluppato diverse serie di orologi che esprimevano i messaggi delle linee Sporté e Citizen Sporting Life. In questo senso, il logo del Promaster era caratterizzato da un disegno a freccia, a significare i concetti di “andare più in alto” e “andare più in profondità” rispetto ai modelli delle collezioni precedenti. Era accompagnato da un motivo testuale basato sulle lettere SS, che stavano per “Sporting Spirit”. Costruiti per soddisfare le esigenze dei professionisti che operavano in ambienti difficili, i Promaster rappresentarono così il culmine dell’impegno centenario di Citizen nel superare le sfide comportate dallo sviluppo di orologi. 

    Il Promaster Diver e le referenze professionali

    Tra i Promaster dedicati al mare che maggiormente hanno guadagnato fama tra i subacquei ricordo la referenza NY0040-09E del 1993, amata per la funzionalità e convenienza. Il modello originale era dotato di un movimento automatico Cal. 8203 e il design era stato influenzato dai feedback ricevuti da Citizen da parte degli appassionati. Da allora ne sono state realizzate diverse varianti, con nuove dimensioni della cassa e nuovi movimenti, tra cui l’Eco-Drive.

    Con il crescere dell’esperienza da parte di Citizen in questo segmento, nel 2002 il Brand ha lanciato un diver meccanico per le immersioni in saturazione. Presentava una struttura che impediva l’ingresso dell’elio nella cassa e una lunetta girevole e rimovibile. La struttura ermetica dell’orologio proteggeva i componenti interni dal gas utilizzato durante le immersioni in saturazione. La lunetta asportabile facilitava il lavaggio di sostanze come sale e sabbia che vi si potevano infilare sotto.

    Quell’orologio era dunque perfetto per le immersioni in saturazione fino a 100 bar di pressione. Queste e altre caratteristiche lo aiutarono a resistere all’impiego da parte dei professionisti più esigenti. Le parti in titanio erano rifinite con la tecnologia proprietaria di Citizen per l’indurimento delle superfici, chiamata Duratect. Sulla stessa falsariga è il Promaster Eco-Drive Professional Diver 1000m del 2016.

    Un occhio alla sostenibilità

    Oggi, Citizen arricchisce la linea con tre nuove referenze del Promaster Eco-Drive Diver 300m. Due sono modelli della collezione corrente, il terzo è in edizione limitata. I tre modelli condividono buona parte delle caratteristiche tecniche, a partire dalla cassa in acciaio e di dimensioni ragguardevoli, tipiche di un diver professionale: 46 mm di diametro per 16,3 mm di spessore. Ho avuto la possibilità di indossarli ed effettivamente sia le misure sia l’acciaio si fanno sentire, specialmente su un polso smilzo come il mio.

    Non dimentichiamo, però, che sono orologi destinati a essere impiegati sott’acqua, possibilmente sopra una muta. Questo grazie anche all’estensione del cinturino realizzata con un materiale particolare chiamato BeneBiOl, su cui spendo due parole. Creato dalla giapponese Mitsubishi Chemical Group alcuni anni fa, il BeneBiOl è un policarbonato a base di biomassa che può essere utilizzato come materia prima per le resine poliuretaniche. Sostanzialmente, un materiale sostenibile. 

    Se però nella prima versione – chiamiamola così – del BeneBiOl il contenuto biologico oscillava tra il 20 e il 50%, nelle versioni più aggiornate questa percentuale è superiore all’80%. Inoltre, alcuni dei precedenti prodotti derivati dal petrolio sono stati convertiti in biomassa, consentendo all’azienda di offrire gradi bio per tutti i prodotti della gamma BeneBiOl.

    Tre Promaster, due quadranti

    Oltre a quanto scritto fino adesso, i tre orologi condividono il movimento Eco-Drive Cal. E365, oltre al fondello a vite. Questo riporta in rilievo il disegno di un casco da palombaro, a ribadire la natura professionale delle referenze. Ciò che distingue la versione in edizione limitata (4.500 pezzi/mondo di cui 600 per l’Italia) dalle altre due è il quadrante blu, per il quale sono stati impiegati i colori strutturati creati dalla Fujifilm Corporation. Si tratta di una tecnologia che utilizza un inchiostro privo di pigmenti, che però riflette la luce creando sfumature simili ai colori del mare. L’orologio fa infatti parte del progetto Unite with Blue, un’iniziativa di Citizen destinata alla salvaguardia degli oceani.

    Un orologio, dunque, che fa del bene. E lo fa anche al portafogli, perché l’edizione limitata del Promaster Eco-Drive Diver 300m ha un prezzo al pubblico di 549 euro, che scendono a 499 per le altre due referenze. Del resto, il prezzo accessibile a fronte di un’offerta di alto livello in termini di finiture, materiali e tecnologie è da sempre una caratteristica di Citizen. Un plus che è riconosciuto tanto dai semplici appassionati quanto dalla ricca community di fan del marchio, pronti a commentare ogni nuova uscita con competenza. Per come la vedo io, non credo che avranno grosse difficoltà a trovare punti di forza in queste novità…

  • Eberhard & Co. e il volo: una storia di ali e di passione

    Eberhard & Co. e il volo: una storia di ali e di passione

    Il legame tra gli orologi e il volo è antico almeno quanto il volo stesso. Inteso come il volo di uomini sopra aeroplani o navicelle spaziali, s’intende. Tra i marchi che possono vantare familiarità con le imprese aeronautiche c’è Eberhard & Co., la cui storia tra le nuvole inizia grosso modo nella prima metà del secolo scorso. Volete che un marchio la cui sede storica si trova in un edificio noto come “La Maison de l’Aigle”, la casa dell’aquila, non abbia frequentato i cieli durante la sua storia ultracentenaria?

    Eberhard & Co. e la funzione flyback

    Li ha frequentati eccome, a partire grosso modo dalla prima metà del secolo scorso. Oltre ai dati storici, di cui scriverò tra poco, lo dimostra anche un dettaglio tecnico. Molti dei cronografi prodotti da Eberhard & Co. sono caratterizzati dalla presenza della funzione flyback, conosciuta anche con il nome francese, retour en vol. Una complicazione classica per gli orologi destinati agli aviatori. Offriva praticità e affidabilità in un’era nella quale la gestione del volo non veniva affidata a sofisticati computer di bordo, ma a strumenti meccanici precisi. Come, per esempio, gli orologi indossati dai piloti al polso o sulla coscia.

    La funzione flyback fu introdotta sui cronografi negli anni ‘30 per aiutare gli aviatori a tenere il tempo, in maniera comoda e precisa, delle diverse fasi di volo. Se utilizzava un cronografo tradizionale e voleva cronometrare due o più tratte successive, il pilota doveva compiere tre azioni distinte, tramite i pulsanti del cronografo: arresto, azzeramento e riavvio. La funzione flyback consente invece alla lancetta dei secondi di tornare istantaneamente a zero e di riprendere il cronometraggio premendo una sola volta un pulsante, normalmente posto a ore 4. 

    Capite bene quanto fosse comoda una simile funzione per chi era ai comandi di velivoli non sempre tecnologicamente eccelsi, magari in frangenti pericolosi o in condizioni meteorologiche avverse. Oggi, all’interno delle collezioni di Eberhard & Co., la funzione flyback si trova, per esempio, nel cronografo Extra-fort Roue à Colonnes Retour en Vol oppure nei calibri EB 280 ed EB 380 che muovono i Chronographe 1887.

    Il “Sistema Magini”

    L’orologio che però racconta meglio il rapporto tra Eberhard & Co. e l’aviazione è senza dubbio il cronografo noto come “Sistema Magini”. Un cronografo da tasca con una storia legata a un’impresa compiuta dalla Regia Aeronautica nel 1942, in pieno conflitto mondiale. Una storia epica da raccontare, indipendentemente dalla collocazione storica e politica dei suoi protagonisti. Un’impresa passata alla annali come Raid Roma-Tokyo, in larga parte resa possibile proprio dall’orologio di cui stiamo parlando, il quale prende il nome da Publio Magini, aviatore e navigatore durante quel raid.

    Fu proprio lui a richiedere alla Maison un cronografo rattrapante da tasca per quella missione. Da utilizzare, incorporato a un sestante di nuova concezione, insieme a un altro orologio dedicato al volo, il Longines Angolo orario. L’Eberhard & Co. portava sul quadrante la scritta “Sistema Magini” ed era un pezzo unico di altissima qualità, con doppia funzione di calendario. Le ore e i minuti erano indicati da lancette Breguet azzurrate, a ore 12 era presente una finestrella con il giorno del mese e a ore 6 una con il mese dell’anno.

    La storia del Raid Roma-Tokyo

    Il Raid Roma-Tokyo si rese necessario perché all’inizio del 1942, le forze dell’Asse cominciarono a sospettare dei servizi segreti britannici e americani. Convinte che gli Alleati stessero decifrando i codici radio segreti utilizzati per le comunicazioni tra Germania, Italia e Giappone, si resero conto della necessità di un nuovo sistema di codifica. Tutte le trasmissioni future sarebbero state compromesse se non fosse stato creato un collegamento aereo specializzato tra l’Europa e il Giappone per trasmettere i nuovi codici. Alternative via terra o via mare erano impraticabili.

    Già un tentativo dell’aviazione tedesca era fallito. Così la Regia Aeronautica si avvalse dei servizi di Magini, aviatore, tecnico e navigatore particolarmente abile nel volo cieco, già riconosciuto come uno dei migliori piloti italiani prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Non potendo contare sulla radioguida sopra l’Unione Sovietica, egli capì quanto fossero cruciali gli strumenti adeguati per il successo di un volo del genere.

    Magini cercò lo strumento perfetto per guidare l’equipaggio lungo il suo elaborato piano di volo. Un sistema preciso di navigazione astronomica era fondamentale per il successo di quella pericolosa missione. Eberhard & Co. glielo fornì. Il cronografo rattrappante a 24 ore di Eberhard & Co. fu progettato specificamente per quel volo, consentendo ai piloti di misurare i tempi intermedi senza interrompere il cronometraggio dell’intera missione. In cinque giorni, a bordo di un trimotore Savoia-Marchetti SM.75 GA RT, l’equipaggio raggiunse la meta. In seguito la Maison ricevette una richiesta per altri dieci cronografi rattrapanti, che però non furono mai forniti alla Regia Aeronautica a causa della fine del conflitto, rendendo i pochi esemplari viventi storicamente importanti e unici.

    Star delle aste

    Tra questi, alcuni pezzi da polso uno dei quali è stato battuto all’asta lo scorso mese durante la Monaco Legend Auctions a 78.000 euro. Si tratta di un esemplare conservato quasi perfettamente, caratterizzato da una cassa da 51 mm in tre parti, in acciaio, con fondello a scatto e anse concave con barrette fisse.

    Il cronografo reca sul quadrante a ore 3 la scritta “Mod. Magini”, ha un monopulsante coassiale integrato nella corona di carica e un pulsante per la funzione rattrappante posizionato a ore 2. Il quadrante argentato, che porta la firma della Maison a ore 9, è caratterizzato da un’ampia gamma di funzioni. Ha l’indicazione delle 24 ore con numeri arabi e la minuteria con scatti di 1/5 di secondo. A differenza del cronografo utilizzato da Publio Magini, questo ha una sola finestrella per il datario a ore 12, con l’indicazione del giorno del mese.

    Il cronografo protagonista del raid Roma-Tokyo fu invece battuto nel 2012 dalla casa d’aste Meeting Art per la bellezza di 56.000 euro.

    L’Extra-fort di Eberhard & Co.

    Pur essendo il Magini l’orologio che storicamente avvicina di più Eberhard & Co. al mondo del volo, non è certo l’unico. Terminata la guerra, dalla fine degli anni ‘40 e nel decennio successivo si assistette al progressivo affermarsi dell’aviazione civile e commerciale. Un mondo in rapida ascesa anche dal punto di vista tecnologico, con gli aerei dotati di strumentazioni sempre più sofisticate. Nonostante questo, però, l’orologio da polso – cronografo o GMT – restava un compagno inseparabile per piloti e professionisti dell’aria.

    Da questo punto di vista, Eberhard & Co. partiva da una posizione di vantaggio, poiché aveva in assortimento alcune importanti collezioni di cronografi eleganti e affidabili, dei tool watch a tutti gli effetti. Tra essi, i pezzi della linea Extra-fort erano quelli su cui più di altri la Maison aveva affidato la propria ricerca costante di eccellenza e performance.

    Nato nell’epoca d’oro delle competizioni automobilistiche, come accadde ad alcuni cronografi di altri marchi l’Extra-fort fu presto associato non solo al mondo dei motori su quattro ruote, ma anche all’aeronautica. Un po’ per la rapida ascesa di quest’ultima cui ho accennato poco fa, un po’ perché in entrambi i mondi si abbinavano precisione e affidabilità, Eberhard & Co. fece prendere il volo – nel vero senso della parola – anche all’Extra-fort, come testimoniano alcune affascinanti pubblicità dell’epoca.

    Le Frecce Tricolori e il Chronomaster

    Dall’aviazione militare a quella civile e ritorno è una strada che anche Eberhard & Co. ha percorso negli anni. Perché a metà degli anni ’80, la Maison ha realizzato la collezione Chronomaster, una di quelle di maggior successo grazie al legame con la Pattuglia Acrobatica Nazionale, meglio nota come Frecce Tricolori. 

    Il Chronomaster Frecce Tricolori è stato creato in diverse versioni di movimento e di cassa. Alcune referenze montavano un calibro meccanico automatico Lemania, altre un movimento elettromeccanico, come era consuetudine all’epoca per alcune tipologie di orologi destinate alle aeronautiche militari. L’estetica anni ’80 ci parla di cronografi a tre contatori dalle dimensioni di cassa contenute (39 mm) in acciaio, in oro o in acciaio e oro.

    Quadranti neri, blu o bianchi recavano l’emblema della Pattuglia Acrobatica Nazionale e una finestrella per il datario. Anche il fondello in acciaio era personalizzato con l’immagine di un aereo delle Frecce Tricolori. Completavano il look del cronografo una lunetta dalla zigrinatura marcata e una corona di carica dotata di piccole sfere per un maggiore grip. Cinturini in pelle e bracciali metallici ampliavano la scelta di un cronografo che aveva il plus di essere testato fino a una forza di 8G, essendo stato adottato per un periodo dai piloti della P.A.N.

    Chronoflyer: il tributo di Eberhard & Co. al volo italiano

    Infine, l’esempio più vicino a noi che ci parla del volo di Eberhard & Co. è un orologio che io trovo straordinario. È il Chronoflyer 31059 CP, cronografo in edizione limitata di 200 pezzi realizzato nel 2009 per celebrare la ricorrenza dei 100 anni dal primo volo italiano. Creato in collaborazione con l’Aeronautica Militare, l’orologio era un tributo al leggendario velivolo Flyer di Wilbur Wright. Il quale, nel 1909, fu invitato a Roma per mostrare le caratteristiche del proprio aeroplano alla Sezione Aeronautica del Genio militare.

    In seguito alle dimostrazioni, il Flyer di Wright fu adottato dal Genio e la scuola di volo militare fu fondata a Centocelle, vicino a Roma, dove sorse il primo aeroporto italiano. Il primo brevetto di pilota fu rilasciato nel settembre 1909 al tenente di vascello Mario Calderara. Egli, insieme al tenente Umberto Savoja, firmò nel febbraio 1910 il primo contratto con i fratelli Wright per produrre in Italia 5 aeromobili.

    Presentato il 4 ottobre 2009, il Chronoflyer 31059 CP aveva la cassa in acciaio da 42 mm, impermeabile fino a 5 bar. Era caratterizzato da un quadrante bianco con due contatori tono su tono e dalla finestra del datario a ore 4:30. A ore 12, insieme al logo di Eberhard & Co., riportava l’aquila dell’Aeronautica Italiana; a ore 6 c’era il logo “100” con le date dell’anniversario, 1909-2009.

    L’estetica richiama immediatamente gli orologi da pilota, nonostante il quadrante bianco anziché nero. Merito anche della corona oversize con la zigrinatura pronunciata, ideale per essere utilizzata indossando dei guanti. Il fondello è trasparente in vetro zaffiro e la massa oscillante riporta incisa in blu la scritta “1909- 2009 cento anni di volo italiano”.

    Nell’alto dei cieli

    Dagli albori dell’aeronautica, dal momento in cui il sogno del volo è diventato realtà, Eberhard & Co. ha messo competenza e passione al servizio dei piloti e dei professionisti del cielo. La ricerca della precisione e l’affidabilità proprie degli orologi della Marca ne hanno fatto degli strumenti imprescindibili prima per i pionieri, poi per gli appassionati che amano la meccanica e i velivoli.

    Ancora oggi i cronografi della Maison si distinguono nelle aste per le loro quotazioni e per l’interesse che suscitano tra gli amanti del vintage. Ciò testimonia da solo la forza e il valore del legame che stringe Eberhard & Co. al volo. Diceva Jim Morrison che «ognuno di noi ha un paio di ali, ma solo chi sogna impara a volare». Non solo chi sogna, evidentemente: anche chi realizza orologi eccellenti.

  • RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire: Richard Mille in trasparenza

    RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire: Richard Mille in trasparenza

    Se il grande filosofo e scrittore francese del ‘600 François de La Rochefoucauld vivesse oggi, forse indosserebbe un Richard Mille. Magari la referenza più recente, l’RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire. Perché in uno dei suoi aforismi più celebri dice che «non ci si dovrebbe stupire se non di potersi ancora stupire». Che è esattamente ciò che ho pensato quando ho visto le prime immagini (purtroppo solo quelle, per ora) di questo nuovo orologio. Stupore.

    Stupore soprattutto per l’inesauribile capacità del Marchio di padroneggiare i materiali più avanzati nella costruzione dei suoi orologi. Quartz TPT, Carbon TPT, ceramica, oro, titanio e, appunto, zaffiro. Dai più “semplici” ai compositi, l’abilità nel dare forma ai materiali fa di Richard Mille una delle manifatture più avanzate in questo campo. L’RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire non è che un’ulteriore prova di ciò, soprattutto per chi sa che cosa significa lavorare lo zaffiro.

    I signori dello zaffiro

    Significa sostanzialmente operare sul filo del masochismo. Perché lo zaffiro con cui sono costruite le casse degli orologi, come quella dell’RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire, è un materiale di sintesi, ossia creato in laboratorio. Tecnicamente è un corindone sintetico la cui particolarità non sta tanto nella trasparenza quanto nella durezza, inferiore solo a quella del diamante. 

    Che cosa comporti lavorare un materiale così duro e resistente, lo potete leggere in questo articolo sempre attuale. Io non ho gran che da aggiungere, se non che proprio Richard Mille è stato il primo marchio oltre 10 anni addietro a proporre questo materiale per la cassa di un orologio. Era il 2012: un’era geologica fa, se si considera che cosa è accaduto al mercato dell’orologeria nel mentre, dalla pandemia all’esplosione e alla successiva implosione della Cina, solo per citare due episodi chiave.

    Un primato del quale l’RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire prosegue l’eredità e per il quale, se possibile, porta ancora più in alto l’eccellenza. L’orologio del 2012 combinava un cronografo rattrapante e un tourbillon, due complicazioni di altissimo livello. Questo “si limita” a un tourbillon volante. Nel mezzo, però, ci sono 13 anni nei quali la scienza dei materiali e la tecnologia dei calibri si sono evolute a una velocità incredibile. Richard Mille, manco a dirlo, è rimasta al passo.

    I colori dell’RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire

    Fatta questa premessa, arrivo all’orologio di oggi. Che in realtà sono tre, perché il Brand ha lavorato con tre differenti colorazioni dello zaffiro. O meglio, del fondello in zaffiro: a una versione completamente trasparente si affiancano una con il fondello blu e una con il fondello rosa-lilla. Il perché della limitazione del colore al fondello può avere diverse ragioni, per come la vedo io.

    Indubbiamente, creare una cassa in zaffiro completamente colorata è complesso. Al corindone di base è infatti necessario aggiungere minerali o metalli perché il materiale assuma la colorazione desiderata: titanio e ferro per il blu, per esempio. Va da sé che non è facile trovare la giusta proporzione di “additivo” per arrivare alla nuance desiderata. Sicuramente Richard Mille non è un marchio che scende a compromessi, se deve spendere per arrivare alla qualità. Ma se si può trovare una soluzione “economica” in termini di costi e tempi di lavorazione, perché non usarla?

    Un altro motivo potrebbe essere “scenografico”: una cassa interamente in zaffiro colorato potrebbe rubare la scena al calibro, il vero protagonista nella realizzazione dell’orologio. Più banalmente, però, credo che la scelta sia caduta sul fondello colorato perché, nonostante sia solo una parte dell’orologio, per di più posteriore, dalle immagini che ho a disposizione (spero di avere prima o poi la possibilità di confermarlo dal vivo) vedo che la trasparenza della cassa ne cattura le sfumature rendendola quasi colorata anch’essa.

    Un modo furbo, se fosse così, per ottenere un risultato qualitativo altissimo, limitando gli sforzi sulla complessa produzione dello zaffiro colorato. Non a caso, la versione completamente trasparente è prodotta in soli 15 pezzi, quelle con il fondello blu e rosa lilla sono invece limitate a 10, per l’evidente difficoltà di realizzazione.

    Le finiture del calibro RM75-01

    Passo ora al movimento. Si tratta del calibro RM75-01 a carica manuale, con tourbillon volante e indicazione di ore e minuti. Nessun’altra complicazione, nessun contatore, nessun selettore di funzione. Qualcosa che sembrerebbe minimale, se non fosse un Richard Mille. Lasciando alle didascalie la maggior parte dei dettagli tecnici, vale la pena sottolineare qui che, oltre che per la complessità meccanica, il movimento si distingue per l’elevatissimo livello delle finiture.

    Le smussature, gli elementi di bloccaggio e le superfici di contatto sono lucidate a mano, così come lucidati sono i perni. Per l’effetto micropallinato delle fresature, in Richard Mille si sono serviti di microsfere in zaffiro. Sempre con sfere di zaffiro sono state sabbiate le superfici delle parti in acciaio (la platina e in ponti sono invece in titanio), le quali hanno invece i lati lucidi.

    Come in ogni movimento del Marchio, anche nel calibro RM75-01 è stata posta particolare cura nella realizzazione dei ruotismi. Le loro smussature concave sono state realizzate con utensili diamantati appositamente dedicati, in modo da ottenere una precisione di lavorazione al micron. Le facce delle ruote sono poi rifinite con una satinatura circolare e la rodiatura è effettuata prima che sia realizzata la dentatura, così da escludere difetti e imperfezioni una volta creata. Stesso motivo per cui le ruote stesse sono sottoposte a correzioni minime: la loro geometria non ne deve risultare alterata, per non compromettere le prestazioni del treno del tempo.

    Dna Richard Mille

    La cartella stampa con cui il Brand accompagna l’RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire parla di un orologio che «incarna un equilibrio metafisico. La modernità e la raffinatezza tecnica del suo calibro scultoreo si armonizzano con un’ispirazione senza tempo, che trae i suoi motivi dall’architettura storica e dalla dolcezza degli oceani: una dualità che riflette perfettamente l’approccio artistico e tecnico del Marchio, dove mondi diversi convergono per aprire nuovi orizzonti creativi per la Richard Mille».

    Concedo ai suoi estensori qualche licenza poetica. Del resto, le ragioni del marketing non sono quelle della tecnica né quelle della passione. In questo senso, focalizzare l’attenzione sulle nuance di colore ispirate alle tonalità del mare ci sta. Ma non dobbiamo dimenticare che questo orologio è soprattutto meccanica, tanto più stupefacente quanto più abbina una struttura architettonica complessa a una funzione di base come l’indicazione di ore e minuti, arricchita dal tourbillon volante.

    In questo senso, il cartellino del prezzo, che si aggira intorno ai 2 milioni di franchi svizzeri, è totalmente prevedibile e in linea con l’impegno in materiali, tecnologia, ricerca e sviluppo che la Manifattura ha messo nell’orologio. Un punto sul quale non ci si dovrebbe più stupire, per tornare a quanto ho scritto all’inizio. Richard Mille è questo: è innovazione, avanguardia meccanica, scienza dei materiali, ossessione per la ricerca. Tutto ciò ha un costo commisurato alla qualità del prodotto finale e l’RM 75-01 Flying Tourbillon Sapphire non fa eccezione. L’eccellenza e la perfezione non sono mai state per tutti.

  • Club Sport neomatik Worldtimer: Nomos e l’orologeria intelligente

    Club Sport neomatik Worldtimer: Nomos e l’orologeria intelligente

    «La creatività è l’intelligenza che si diverte». Prendo in prestito una frase attribuita ad Albert Einstein perché penso che sarebbe un pay-off perfetto per il Club Sport neomatik Worldtimer che Nomos Glashütte ha presentato all’ultimo salone di Watches and Wonders. E con questo confermo il debole che ho per il Marchio tedesco, che traspare in altri articoli che gli ho dedicato.

    Torno alla frase di apertura. Creatività, intelligenza, divertimento sono tre parole che si adattano bene alla filosofia di Nomos Glashütte e alle quali lascerò il compito di condurvi lungo le righe che leggerete sotto. Creatività, perché dal 2021 Nomos amplia costantemente la collezione Club Sport neomatik, a partire dalla prima referenza, il 42 mm Date. Da allora, ogni anno una nuova dimensione di cassa si è aggiunta alla linea più sportiva del Marchio.

    Ora è possibile scegliere tra il Nomos Club Sport neomatik in 34, 37, 39 e 42 mm e ciascun modello si distingue per il quadrante soleil in un colore specifico a seconda della dimensione. Finora, però, a parte il datario sulla versione da 42 mm, non erano disponibili complicazioni, per cui la linea era caratterizzata principalmente da orologi solo tempo. Con il nuovo Nomos Club Sport neomatik Worldtimer si cambia decisamente marcia.

    Ore del mondo in salsa sassone

    Nomos Glashütte ha già in collezione un sofisticato ore del mondo dal 2011, lo Zürich World Time. Da allora, ha realizzato diverse versioni limitate di questo orologio che è diventato “un classico”, grazie all’estetica elegante e alla speciale complicazione, destinato a un certo tipo di appassionato. Ora, dopo 14 anni, era giunto il momento di offrire un’alternativa più sportiva: Nomos lo ha fatto con il Club Sport Neomatik Worldtimer. Ecco qui l’intelligenza.

    Perché affiancare a un modello dal successo consolidato, e associato a un profilo ben preciso di cliente (anche per via del prezzo, che lo pone ai vertici della scala di Nomos), un orologio di tutt’altro sapore e di target differente, significa voler rinsaldare una competenza tecnica e una posizione. Farlo con una complicazione che è la stessa solo come funzione, ma è del tutto nuova come ingegnerizzazione e come visualizzazione, è intelligenza applicata al marketing.

    I quadranti del Club Sport neomatik Worldtimer

    E il divertimento? Per trovarlo, basta dare un’occhiata alla scorpacciata di quadranti che Nomos Glashütte propone per il Club Sport neomatik Worldtimer. Ci sono una versione argento e una versione blu, entrambe con una finitura galvanizzata a raggiera che, nella referenza argentata, ha una placcatura rodiata. Sono i due quadranti delle referenze che potremmo chiamare della collezione corrente.

    Accanto a esse, però, il Marchio ne presenta altre sei. Per ciascuna di queste sei coloratissime versioni, che non hanno il quadrante soleil, saranno realizzati solo 175 esemplari. Ognuna è caratterizzata da un nome e da una colorazione distintivi. Canyon, Dune, Glacier, Jungle, Magma, Volcano richiamano paesaggi naturali cui si ispirano le cromie dei quadranti. Un sottile e divertente riferimento a un ipotetico viaggio alla scoperta della Terra, da un fuso orario all’altro, essenza di ogni orologio worldtimer.

    Con questo profluvio di colori sembra quasi di essere tornati a Watches and Wonders 2024, quando il marchio presentò 31 versioni del Tangente 38 Date. Proprio come allora, queste edizioni limitate del nuovo Club Sport neomatik Worldtimer sono affascinanti e si adattano bene al modo di fare specifico di Nomos. Che affianca alla meccanica, appunto, il divertimento. In un ambiente come l’orologeria, che spesso si prende troppo sul serio, sdrammatizzare è salutare.

    Club Sport neomatik Worldtimer: si può fare

    Come ho già fatto in altri articoli, riservo le didascalie per approfondire l’estetica e la meccanica del Club Sport neomatik Worldtimer. Qui mi limito a una considerazione finale che condivido con voi: non voglio convincervi della mia idea, ma usarla per stimolarvi a farvene una vostra. Ed è una considerazione sul prezzo. Meno di 4.000 euro – ne costa 3.940 – per un ore del mondo con questo livello di meccanica e di finiture è qualcosa che in giro non si trova (per restare in Nomos, lo Zürich ne costa quasi 1.000 in più). Stesso prezzo per le sei edizione limitate e per le due di collezione corrente: non torniamo forse al concetto di intelligenza?

    Provoco. A Watches and Wonders 2025 ho notato che la corsa di gran parte dei marchi a occupare fasce di prezzo sempre più elevate pare non fermarsi, nonostante gli indicatori del mercato non siano tutti così incoraggianti. Va bene la preziosità dei materiali, vanno bene i costi di ricerca e sviluppo, va bene che nel lusso – e quindi anche in orologeria -, una volta alzati i prezzi non si può tornare indietro. Con il Club Sport neomatik Worldtimer abbiamo un orologio davvero nuovo nell’estetica e nella meccanica: queste novità, per essere implementate, avranno pur comportato dei costi per l’azienda Nomos Glashütte. O no?

    Creare qualcosa di nuovo e di ben fatto posizionandolo a un prezzo ragionevole sembra dunque possibile. E credo non sia necessario essere pragmaticamente sassoni per riuscirci, tanto più che parliamo di una manifattura di medie dimensioni. Forse basta porsi realmente come obiettivo l’interesse di chi vorrebbe comprare certi orologi per vera passione, ma si sente frustrato nel vederli sempre più irraggiungibili. Intelligenza anche in questo caso? No, solo buon senso.

  • Chronomètre Furtif: lo sportivo in nero di F.P.Journe

    Chronomètre Furtif: lo sportivo in nero di F.P.Journe

    Quando François-Paul Journe si muove, potete star certi che fa rumore. Non perché sia una persona goffa, naturalmente: il rumore lo fa con i suoi orologi. Come nel caso del Chronomètre Furtif da poco presentato. E la cosa può sembrare paradossale, perché un orologio che già dal nome sembra voler passare sotto silenzio, in realtà ha mosso un interesse “rumoroso” tra gli appassionati. Accade sempre così con le creazioni del Maestro, a maggior ragione se hanno origine da edizioni speciali o pezzi unici che, una volta usciti, diventano un sogno irrealizzabile.

    Non che il far entrare il Chronomètre Furtif in collezione corrente lo renda accessibile, ci mancherebbe. Ma rispetto all’orologio da cui deriva – il Chronomètre Furtif Bleu, pezzo unico con cassa e bracciale in tantalio realizzato per Only Watch 2024 -, il nuovo orologio diventa se non altro possibile. Con tutto ciò che questo aggettivo comporta se applicato a F.P.Journe

    Furtivo e misterioso

    Come ricorderete, se avete buona memoria, la scelta di dare al Chronomètre Furtif questo nome nasce dal fatto che l’orologio è stato ideato per essere appunto furtivo, nascosto, in un certo senso misterioso, sotto diversi punti di vista. Intanto, ha un quadrante realizzato in modo tale che l’ora può essere letta solo se è guardato da molto vicino e diventa praticamente invisibile a chi non indossa l’orologio.

    È furtivo anche nel senso che ha due complicazioni – l’indicazione delle fasi lunari e la riserva di carica – poste sul movimento e visibili solo attraverso il fondello. Il quadrante, infatti, è quello di un orologio solo tempo ed è in smalto Grand Feu lucidato a specchio, un processo che ha richiesto un anno e mezzo di test per essere perfezionato e proposto a livelli di eccellenza.

    Il quadrante del Chronomètre Furtif

    Parto da qui, perché il quadrante è la parte più eccezionale dell’orologio, a mio avviso. Durante la mia visita alla manifattura di F.P.Journe lo scorso autunno, ne ho parlato con alcune persone che mi hanno confermato quanto il lavoro che ci sta dietro sia complessissimo. Arrivare a questo tipo di finitura – una lucidatura già presente sul Chronomètre Furtif Bleu – è stato un vero rompicapo.

    Il quadrante è realizzato da Les Cadraniers de Genève, il laboratorio dedicato di F.P. Journe. La superficie, rifinita in smalto Grand Feu antracite lucidato a specchio su una base di oro bianco, appare quasi spoglia se la non si osserva da vicino. Solo quando la luce batte con la giusta angolazione, abbinata a quella del polso, i numeri e la minuteria cominciano ad apparire.

    Oltre alla cottura a Grand Feu, l’altro processo impegnativo è quello della lucidatura dello smalto. Dopo diverse cotture ad alta temperatura, lo smalto Grand Feu tende a presentare una trama a buccia d’arancia, che gli deriva dai processi successivi di fusione e raffreddamento. La superficie deve essere così accuratamente levigata per ottenere una finitura uniforme e a specchio. Una lavorazione artigianale difficile e delicata che fa salire alle stelle la desiderabilità del Chronomètre Furtif.

    In confronto alla fase di lucidatura, la creazione della minuteria e degli indici è quasi una passeggiata. Ci pensa infatti il laser a inciderli, rimuovendo lo strato superiore di smalto in modo che si sveli la texture dell’oro sottostante. Il risultato è una serie di indici quasi invisibili se non colpiti dalla luce giusta. Le lancette di ore e minuti – le classiche di F.P.Journe, a forma di goccia allungata – sono opache e rodiate; quella dei secondi, sottile e lunga, è bianca, forse l’elemento meno furtivo del quadrante.

    Potere ai materiali

    Non meno eccezionale è il lavoro svolto sul bracciale e sulla cassa, che ha le stesse dimensioni di quella del Chronomètre Furtif Bleu: 42 mm di diametro e 9,5 mm di spessore. Carrure, lunetta e bracciale, rivestiti in nero, sono in carburo di tungsteno, un materiale composito durissimo: la cui durezza raggiunge un valore di circa 9 sulla scala Mohs, poco sotto a quello del diamante. La Manifattura ha sfruttato questa proprietà del materiale per creare una struttura praticamente inscalfibile.

    Ma la durezza del carburo di tungsteno ha anche la proprietà di far aderire il rivestimento nero in modo più omogeneo e permanente, che resiste perfino se deformato sotto pressione. Inoltre, il carburo di tungsteno si distingue anche per la densità, circa il doppio di quella dell’acciaio. Il risultato è un orologio ben presente al polso nonostante lo spessore contenuto.

    Così come ha dato una bella gatta da pelare a Les Cadraniers de Genève per il quadrante, François-Paul Journe ha fatto lo stesso con la cassa, affidata a Les Boîtiers de Genève, la manifattura di proprietà per la produzione delle casse. Inutile dire che anche in questo caso si è dovuto ricorrere alle più avanzate conoscenze nell’ambito delle scienze dei materiali e delle tecnologie di fabbricazione per poterla realizzare. È stata progettata da Journe in persona, il quale ha poi collaborato direttamente con Les Boîtiers de Genève per la messa a punto. Come penso sappiate, per ideare ogni orologio, il Maestro parte dal movimento: cassa e quadrante vengono di conseguenza.

    Il lavoro sul bracciale

    La lunetta e la carrure in carburo di tungsteno hanno una finitura sabbiata, mentre le parti in tantalio – fondello e anello della lunetta – sono interamente lucidate. Operazione complessa: gli artigiani de Les Boîtiers de Genève hanno impiegato anni per perfezionare la lucidatura del tantalio, fino a trovare le giuste paste lucidanti, i dischi migliori con cui usarle e la velocità corretta di rotazione delle macchine lucidatrici.

    Il carburo di tungsteno caratterizza anche il bracciale del Chronomètre Furtif, che è completamente integrato nella cassa, creando un flusso visivo e strutturale senza soluzione di continuità. Come per la cassa, ha caratteristiche di eccezionale durezza e stabilità e richiede una lavorazione avanzata con utensili diamantati, a causa dell’estrema densità.

    La differenza vera con la cassa sta nel fatto che, qui, i componenti sono numerosi e non si lavora su un unico grande blocco di materiale. Ciascuna maglia del bracciale è rifinita singolarmente e montata con precisione, per garantire il comfort dell’orologio senza sacrificare la coerenza con il design complessivo del Chronomètre Furtif. Assemblato anch’esso da Les Boîtiers de Genève, il bracciale coniuga precisione ingegneristica ed estetica sobria. La fibbia pieghevole è in titanio con la chiusura in tantalio lucidato.

    Calibro 1522, il cuore del Chronomètre Furtif

    Il Chronomètre Furtif è animato dal Calibro 1522, che ha una caratteristica notevole: è il primo movimento di F.P.Journe con i secondi centrali. Poiché François-Paul Journe in persona ha puntato molto sull’efficienza meccanica del movimento, ha fatto “lavorare” i secondi centrali direttamente, posizionando la quarta ruota del treno del tempo al centro del movimento, per non appensatirlo inutilmente. L’alternativa, scartata, sarebbe stata quella di impiegare un treno di ingranaggi ausiliari azionato dalla quarta ruota, posizionata però a ore 6.

    Il movimento mantiene i due bariletti paralleli presenti anche nel Calibro 1304 che muove il Chronomètre Souverain. Si tratta di una soluzione impiegata per ottenere una coppia più elevata e stabile, che migliora in maniera evidente le prestazioni cronometriche piuttosto che allungare la riserva di carica.

    Il treno degli ingranaggi è distribuito lungo una platina principale molto ampia, capace di accogliere le funzioni nascoste, furtive. Nello specifico, l’ho accennato all’inizio, si tratta delle indicazioni dell’autonomia residua e delle fasi lunari, collocate nella zona più esterna del calibro. Per aggiungerle, è stato necessario arrivare a sei ponti totali, con la terza e la quarta ruota lungo la ruota di scappamento sorrette da due ponti singoli. Il bilanciere a spirale libera è sostenuto da un ponte trasversale completo, in modo da garantirne la stabilità.

    Chronomètre Furtif: oltre le convenzioni

    Nel complesso, quindi, con il Chronomètre Furtif François-Paul Journe ha dato l’ennesima prova d’autore. E, soprattutto, ha confermato la capacità di evolvere sempre, di restare al passo con la modernità, pur conservando una missione quasi sacerdotale di custode dell’orologeria classica svizzera e francese. Perché abbiamo a che fare con un orologio sportivo che esce dalle convenzioni, con un pezzo che va al di là delle aspettative per diversi motivi: dall’impiego di materiali moderni e industrialmente avanzati, al quadrante in smalto Grand Feu lucidato a specchio.

    Una prova d’autore, scrivevo. Un autore che dà ogni giorno di più l’impressione di divertirsi a sfidare i luoghi comuni prima ancora che i limiti dell’orologeria. E poco importa se il Chronomètre Furtif costa 85mila franchi svizzeri e se, data la complessità della lavorazione, la produzione sarà limitata a non più di 100 esemplari. Ha fatto rumore, farà comunque mettere in lista d’attesa molti malati di bellezza.

  • Mil-Ships: Bulova, la storia e il fascino del bronzo

    Mil-Ships: Bulova, la storia e il fascino del bronzo

    Per i nerd delle lancette, uno di filoni più eccitanti è quello degli collezioni nate da orologi creati su specifiche militari per essere assegnati ai soldati e ai reparti d’élite. A questa ristretta e ambitissima cerchia appartiene il Mil-Ships di Bulova. Dopo averlo lanciato nel 2021, il Marchio lo ripropone oggi in due nuove versioni, facendosi un regalo per i propri 150 anni di storia. O meglio, il regalo lo fa a quei nerd cui ho accennato all’inizio, perché trovano una referenza aggiornata, arricchita, in grado di far assaporare il gusto di una storia di quasi 70 anni fa. Una storia che risale a un altro mondo, ma ancora capace di affascinare.

    Tutto iniziò negli anni ’50 (o poco prima)

    È una storia vera, non una delle tante che circondano gli orologi con la loro mitologia esagerata, a volte persino falsa. Ed è vera perché collocabile in un periodo preciso, certificato dalle date e dagli archivi. Correva l’anno 1955 quando il Bureau of Ships della Marina degli Stati Uniti istruì un bando militare per trovare un orologio da destinare ai sommozzatori che lavorassero con gli esplosivi sottomarini. Il Bureau of Ships, nato nel 1940, aveva come compito principale la progettazione, la costruzione e la manutenzione delle navi, compresa la loro stabilità e navigabilità.

    Tra le caratteristiche richieste all’orologio vi erano, oltre all’ovvia impermeabilità, anche gli indici luminosi e la lunetta girevole. Queste specifiche erano identificate con la sigla MIL-W-22176 (SHIPS), dalla quale discende il nostro Mil-Ships. Poiché l’esercito americano era obbligato per legge ad acquistare le proprie forniture da produttori nazionali, le opzioni erano piuttosto limitate. Bulova era una scelta naturale: all’epoca aveva sede a New York ed era un punto fermo dell’orologeria americana da decenni. Inoltre, un MIL-SHIPS-W-2181 Submersible, mai commercializzato, fu sviluppato per la Marina americana. Accadde quando, durante la Seconda guerra mondiale, le due squadre d’élite EOD (Explosive Ordinance Disposal) e l’UDT (Underwater Demolition Teams), necessitavano di attrezzature altamente specializzate per supportare le proprie missioni.

    C’è Mil-Ships e Mil-Ships

    La Marina stabilì che le specifiche del MIL-SHIPS-W-2181 erano adeguate al tipo di missione. Così Bulova, sotto la guida del Generale in pensione Omar Bradley (uno dei più abili durante la Seconda guerra mondiale), creò una serie di prototipi che la Navy Experimental Diving Unit (NEDU) testò rigorosamente nel 1957. Tuttavia, pur registrando performance eccellenti nei test d’immersioni e di profondità, nel 1958 Bulova decise di non procedere con la produzione, lasciando in vita solo una manciata di prototipi, 12 per l’esattezza.

    Un anno prima si era ritirato dal bando l’altro partecipante, un importatore di nome Allen Tornek, che vendeva orologi Blancpain. Sapendo che il Fifty Fathoms era già un diver affidabile, aveva combinato il proprio cognome con un anagramma del nome Villeret, dove aveva sede Blancpain, per creare un marchio chiamato Tornek-Rayville. Al quale aggiunse, sul quadrante degli orologi, la sigla U.S. Obiettivo: far sembrare quei Blancpain rielaborati abbastanza americani.

    La storia, a questo punto, si fa piuttosto nebulosa. Sta di fatto che da questa nebbia, oggi, Bulova esce con una interazione del sul Mil-Ships che tanto interesse aveva destato alla sua uscita quattro anni fa. Una iterazione con alcuni aggiornamenti che rendono questo orologio, a parer mio, più interessante di quello del 2021.

    Il Mil-Ships del 2025

    Come sempre lascerò la maggior parte delle informazioni tecniche alle didascalie. Quello che mi preme evidenziare qui riguarda il lavoro fatto sulla cassa, che si esprime sostanzialmente in due dettagli: l’impiego del bronzo e la misura delle anse.

    Del bronzo è presto detto. Se è vero che il Mil-Ships del 2021 si proponeva di essere una riedizione molto fedele dell’orologio di 65 anni prima, è stata naturale la scelta della cassa in acciaio. Il bronzo, però, è materiale marino e nautico per eccellenza, quindi perfetto per una collezione come questa che ha un’eredità subacquea incontrovertibile. Se poi ci aggiungiamo la tendenza del bronzo, che conosciamo, ad assumere una patina originale con il passare del tempo e con l’esposizione all’aria, alla luce, all’acqua, al sudore, ecco un altra goduria per i nerd a caccia dell’unicità in ogni orologio.

    Sulle anse, invece, c’è qualcosa in più da dire. Nella versione precedente avevano una larghezza di 16 mm. Combinati con i 41 mm di diametro e i 15 di spessore della cassa, rendevano quel Mil-Ships un po’ “macrocefalo”, quasi sgraziato. Si trattava di preservare le dimensioni originali dei prototipi degli anni ’50, ma quell’estetica fece storcere un po’ il naso ai nerd più che ai puristi. La nuova versione ha portato la larghezza a 18 mm. Non una grande modifica, ma quei 2 mm in più fanno la differenza. Ho provato l’orologio al polso; sia visivamente (forse c’entra anche il bronzo, boh?), sia come vestibilità, il passaggio da 16 a 18 ha fatto bene al Mil-Ships, decisamente più equilibrato in questa nuova veste. Brava Bulova ad ascoltare i commenti degli appassionati.

    Equilibrato anche nel prezzo

    Vedremo se costoro apprezzeranno il fatto che il Brand, oltre che per l’uso del materiale della cassa, si è discostato dall’originale anche per il colore. Non più il nero ma questa volta un blu, più contemporaneo, affiancato da una versione color verde bosco. Qualcosa di più moderno ma sempre in linea con l’heritage militare dell’orologio. Indossati entrambi, personalmente trovo che quello blu abbia maggior carattere. Poi, de gustibus… In ogni caso, nella scelta del colore non influisce il prezzo: entrambe le referenze costano 890 euro

    Bulova festeggia così i 150 anni dalla fondazione con uno dei modelli più caratteristici della propria storia, legato alla ricca tradizione di orologi militari. Un’edizione celebrativa che mescola con equilibrio e intelligenza elementi artigianali e storici del mondo militare di riferimento con la tecnologia moderna. Anche oggi la collezione Mil-Ships, in onore allo scopo per cui Bulova creò l’originale, è sinonimo di precisione, resistenza e innovazione, valori che hanno definito il Marchio per oltre un secolo e mezzo. A una cifra più che abbordabile. Di questi tempi, è un dettaglio che può fare la differenza tra l’entrare in negozio e comprare, oppure passare, dare un’occhiata sconsolata e frustrata in vetrina ai cartellini dei prezzi (quando ci sono…) e tirare dritto.

  • BR-03 Skeleton: la tripletta di Bell & Ross a Ginevra

    BR-03 Skeleton: la tripletta di Bell & Ross a Ginevra

    Quando al recente Watches and Wonders Geneva ho toccato con mano il nuovo BR-03 Skeleton di Bell & Ross ho pensato a come, in orologeria, vi siano alcuni temi che dividono gli appassionati più o meno come i tifosi in un derby tra Inter e Milan. Datario sì, datario no; ardiglione o déployante; cassa tonda o cassa quadrata; scheletratura o quadrante pieno. Ecco, proprio quest’ultimo dilemma mi è venuto alla mente, perché con questa collezione il Brand francese potrebbe aver trovato una soluzione che mette d’accordo le due tifoserie.

    Lo ha fatto presentando tre referenze accomunate dallo stesso movimento, ma che declinano ciascuna a proprio modo il concetto di scheletratura. BR-03 Skeleton Black Ceramic, BR-03 Skeleton Grey Steel e BR-03 Skeleton Lum Ceramic hanno tratti simili ma un’anima unica e differente. Un’anima che, appunto, può accontentare i tifosi delle differenti versioni di quadranti scheletrati. Perché, se mettete gli orologi uno a fianco dell’altro sembrano simili, ma in realtà sono molto diversi tra loro.

    Il calibro del BR-03 Skeleton

    Parto dal punto di contatto, ossia dal movimento. Il calibro BR-CAL.328 è un ore, minuti e secondi sviluppato da Sellita appositamente per Bell & Ross. Del resto, tra le due aziende c’è una collaborazione di lunga data, grazie alla quale Sellita è diventata il più affidabile fornitore di movimenti per il Marchio transalpino.

    Il calibro BR-CAL.328 è un nuovo movimento automatico da 28.800 alternanze/ora, senza datario e con un’autonomia di 54 ore. I ponti superiori, con i quattro doppi bracci del movimento, sono collegati ciascuno a una delle quattro viti della lunetta, la firma estetica della collezione BR-03. Sebbene ognuna delle tre versioni esplori una differente strada creativa, sono tutte progettate attorno alla stessa struttura a X.

    Trattandosi di uno scheletrato, il movimento è parzialmente visibile dal quadrante, mentre per il fondello Bell & Ross ha scelto quello chiuso, tipico della collezione. Una scelta che credo dettata sia dalla volontà di coerenza con l’estetica della linea, sia perché il calibro è comunque un movimento industriale, rifinito il giusto ma senza essere wow. In questo senso apprezzo la scelta. Quanti di voi, come me, hanno visto marchi cavalcare il trend del fondello aperto mettendo in evidenza calibri poco più che ordinari che nulla aggiungono alla bellezza dell’orologio, quando non la rovinano?

    Altro punto di contatto è il diametro della cassa, la tipica quadrata della collezione BR-03: 41 mm. Lievi differenze negli spessori: 10,60 mm per il Black Ceramic, 9,65 per il Grey Steel e 11,25 per il Lum Ceramic. Un’altalena di millimetri dovuta principalmente alla necessità di armonizzare il materiale della cassa (ceramica in due referenze, acciaio in una) con la diversa struttura del quadrante. Proprio in quest’ultima sta il fattore che, secondo me, può accontentare chi ama la scheletratura e chi, invece, la guarda con diffidenza.

    BR-03: scheletrato, ma con giudizio

    Per come ha lavorato Bell & Ross, non abbiamo un’estetica estrema, ma una soluzione che lascia intravedere più che vedere il movimento, in ciascuna delle tre referenze. La più “nuda” è quella del BR-03 Skeleton Black Ceramic, che fonde scheletratura e trasparenza, rendendo il quadrante e il movimento un tutt’uno. Realizzata in ceramica nera opaca, la cassa incornicia un quadrante in vetro zaffiro fumé che offre uno sguardo furtivo al movimento. La leggibilità è sempre una priorità assoluta per Bell & Ross, che ha scelto qui degli indici neri applicati di forma baignoire, ossia a vasca da bagno. Come le lancette, sono trattati con Super-LumiNova a emissione verde.

    Il BR-03 Skeleton Grey Steel è la versione più scultorea della trilogia. Più che la scheletratura sono le finiture lucide e satinate della cassa in acciaio a catturare l’occhio. Finiture che si estendono fino al réhaut, le cui rientranze ospitano i muscolosi indici a bastone. Bruno Belamich, guru del design di Bell & Ross, definisce il BR-03 Skeleton Grey Steel un orologio che è «allo stesso tempo scultura orologiera e macchina brutalista dal design dirompente». In effetti, un richiamo nelle forme all’architettura brutalista c’è. Così come c’è la volontà dell’azienda di rendere esclusiva questa edizione, limitata a 100 esemplari.

    Limitato, ma a 250 pezzi, è anche il BR-03 Skeleton Lum Ceramic, a mio parere il più interessante dei tre. Parere non richiesto, ovviamente, ma avendo avuto la possibilità di provare gli orologi a Ginevra, non è una valutazione del tutto campata in aria. Anche perché qui, come nel Grey Steel, la scena alla scheletratura viene rubata da uno stratagemma. Là dall’acciaio scolpito, qui dalla luminescenza: che, come elemento decorativo, incornicia ed evidenzia con il Super-LumiNova verde – in tinta con le lancette e gli indici a baignoire – le aree aperte del quadrante.

    Rispetto per l’appassionato

    Tutti e tre i BR-03 sono dotati di due cinturini: uno in caucciù nero e uno in velcro nero di ispirazione aeronautica. I prezzi sono un po’ più cari rispetto alla media della collezione. Il BR-03 Skeleton Black Ceramic costa 6.400 euro, il Grey Steel 5.900, il Lum Ceramic 6.900. Di buono c’è il fatto che Bell & Ross, per quanto riguarda queste referenze, ha scelto di renderle disponibili subito dopo Watches and Wonders. Una tendenza che negli ultimi anni si è diffusa tra molti marchi, quando invece un tempo molte delle novità presentate a Ginevra sarebbero arrivate nelle boutique anche sei mesi dopo, a Dio piacendo.

    Una scelta che dimostra soprattutto un occhio di riguardo per il possibile acquirente, non più lasciato in attesa per un tempo interminabile di un modello visto al Salone. Tempo durante il quale, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe scordato di quell’orologio. Nella peggiore avrebbe virato su un modello già acquistabile, facendo perdere al Marchio un possibile cliente. Visto il posizionamento del prezzo, questa scelta prova anche a proporre all’appassionato qualcosa di più o meno abbordabile (per quanto non certo un entry price), in un mercato nel quale le cifre sono in costante crescita, a dispetto della congiuntura non rosea. Strategia coraggiosa e apprezzabile, vedremo se e quanto pagherà.

  • Heritage Tropic-Proof: gli anni ’60 secondo Alpina

    Heritage Tropic-Proof: gli anni ’60 secondo Alpina

    Sto seguendo con interesse il lavoro di Alpina dal momento in cui, lo scorso anno, è entrata sul mercato italiano. Un interesse nato perché, in passato, mi sono imbattuto in alcuni orologi vintage del Marchio come il Tropic-Proof e l’Alpina 4, decisamente affascinanti. Il mix di modernità e storicità che caratterizza le collezioni attuali del Brand deve molto a quella tradizione e il fatto che a Watches and Wonders Geneva Alpina abbia rilanciato proprio il Tropic-Proof mi è sembrato una mossa intelligente.

    Oggi l’interesse per le reinterpretazioni di orologi storici (non copie, attenzione) è in costante crescita. Il fatto che le nuove generazioni interessate all’orologeria vi si avvicinino molto spesso attraverso il canale del vintage, rende queste riedizioni ancora più “utili” per i brand che decidono di realizzarle. Sempre ammesso, naturalmente, che abbiano una storia credibile e autorevole che giustifichi queste operazioni. Alpina ce l’ha, perché il Tropic-Proof è stato per il Brand uno degli orologi simbolo degli anni ’60, oggi molto apprezzato dai collezionisti. Ecco perché ho deciso di dedicargli queste righe.

    Da dove viene il Tropic-Proof?

    Come ricorda il Marchio nella comunicazione a supporto del lancio, il Tropic-Proof nacque in un’epoca, gli anni ’60, nella quale i confini del mondo si allargarono definitivamente. Questo grazie soprattutto al boom dell’aviazione commerciale, iniziato un decennio prima. Regioni come, appunto, i Tropici, cominciarono a essere meta di un turismo d’avventura che necessitava di strumenti, come gli orologi, in grado di affrontare un clima particolarmente sfidante per la meccanica e la tecnologia.

    Ecco perché la scelta del nome Tropic-Proof. Per definire un orologio “a prova di Tropico”, un accessorio costruito con criteri e materiali affidabili. Una sorta di tool watch o adventure watch ante litteram, come lo chiamerebbe oggi chi parla bene. Un nome che compare sui quadranti di Alpina intorno alla metà degli anni ’60 ma le cui origini restano tuttora in parte oscure, come comunicano con onestà dalla Maison. 

    Se, infatti, è attestato un lancio ufficiale nel 1968, vi sono tuttavia indizi che suggeriscono come il nome Tropic-Proof fosse già attestato all’inizio del decennio stesso. Come si fa con un testo antico, in Alpina hanno svolto un’analisi filologica sui numeri di serie degli orologi, che si collocano tra il 760XXX e l’809XXX. Ebbene, da questa sequenza pare che la produzione di questo particolare orologio sia stata avviata a partire dall’anno 1965

    Ora come allora

    Sia come sia, oggi siamo nel 2025 e mi piace pensare che il Tropic-Proof compia 60 anni. L’occasione migliore per festeggiare con una riedizione che, per come la vedo io, è di una pulizia disarmante. In senso buono, si intende. Alpina ha realizzato il nuovo Heritage Tropic-Proof sia con il quadrante bianco, sia con quello nero. In entrambe le referenze l’aspetto richiama il modello del ’65 nelle lancette dauphine, negli indici sottili, sfaccettati e allungati (doppi al 3, 6, 9 e 12), e ancora nell’assenza del datario. Per fortuna, aggiungo, in Svizzera non hanno ceduto alla tentazione di mettercelo, in nome di chissà quale utilità o modernità, a scapito della cura filologica.

    Anche le proporzioni della cassa sono piuttosto fedeli all’originale, a partire dalla misura assai poco contemporanea – 34 mm – fino ad arrivare alle anse, allungate ma non troppo. Per quanto ne so, l’unica differenza sta nella bella finitura, perché nella nuova edizione abbiamo la cassa satinata rispetto a quella lucida di 60 anni fa. Anche il vetro, che oggi è in zaffiro con trattamento antiriflesso e ieri era in resina, mantiene la stessa forma cosiddetta glassbox degli anni ’60.

    Torno un attimo alla cassa per ricordare che la realizzazione di quella del Tropic-Proof del passato era stata affidata a uno dei maestri di questa parte fondamentale degli orologi: lo svizzero François Borgel. Attivo a Ginevra tra la fine del XIX e e i primi decenni del XX secolo, François Borgel lavorò per tutti i più importanti marchi elvetici registrando diversi brevetti. Ancora oggi, nelle referenze vintage, il punzone FB all’interno del fondello è sinonimo di cassa di altissima qualità. A proposito di fondello, qui è giustamente chiuso. Se riedizione deve essere, che lo sia fino in fondo.

    Il calibro dell’Heritage Tropic-Proof

    O, almeno, fin dove si può arrivare. Perché, per forza di cose, il calibro del nuovo Heritage Tropic-Proof di Alpina è un movimento moderno, erede di quello che era al cuore dell’antenato negli anni ’60. Allora si trattava del calibro a carica manuale Alpina 598R, progettato a partire dagli anni ’50 e diventato nel 1965 un modello di affidabilità e robustezza. Oggi è il calibro AL-480 che, come nella versione originale dell’epoca, è a carica manuale. Dotato di 17 rubini, lavora a 28.800 alternanze/ora e offre 42 ore di autonomia. Nasce su base Sellita ed è stato appositamente rilavorato da Alpina.

    Oltre che dal quadrante il movimento è protetto, come ho scritto, dal fondello chiuso in acciaio. Anche per questo, Alpina ha attinto a piene mani dal modello delle tradizione riprendendone l’estetica e decorandolo in maniera misurata. Oltre alla scritta “Heritage”, al numero della referenza e all’indicazione dell’impermeabilità (3 bar), ha al centro il logo storico di Alpina. A proposito, dimenticavo: lo stesso logo storico caratterizza il quadrante insieme alla scritta Tropic-Proof ma, rispetto alla referenza del 1965, è meno sottile e più ingombrante.

    Per concludere

    Entrambe le referenze hanno il medesimo cinturino in Alcantara beige con impunture tono su tono e fibbia ad ardiglione in acciaio. E costano 1.795 euro

    Visti e toccati con mano a Watches and Wonders Geneva, che dire? Credo che l’operazione nostalgia che Alpina ha messo in moto con l’Heritage Tropic-Proof, oltre ad avere un senso, come ho già scritto, potrà avere anche successo. Ottimo rapporto qualità-prezzo, estetica minima e curatissima, rigore storico e modernità; tutto questo va nella direzione di ciò che si proponeva il fondatore del Marchio, Gottlieb Hauser: creare orologi robusti e resistenti che fossero antimagnetici, impermeabili, antishock e in acciaio. Direi che ci siamo.

  • RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds: corpo Richard Mille, anima Ferrari

    RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds: corpo Richard Mille, anima Ferrari

    La scorsa settimana Richard Mille ha presentato il secondo orologio realizzato in collaborazione con Ferrari, l’RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds Chronograph Ferrari. Lo ha fatto durante un super-evento internazionale a Parigi, al quale ho avuto il privilegio di essere invitato. Tre giorni di esperienze di altissimo livello, in cui la ciliegina sulla torta è stata proprio la presentazione del nuovo pezzo. Anzi, dei nuovi pezzi, dal momento che la collezione è composta da due referenze: una in titanio e Carbon Tpt e una completamente in Carbon Tpt.

    Metto subito le mani avanti. In questo articolo non ho intenzione di entrare nei dettagli tecnici dell’orologio, al quale dedicherò un approfondimento più avanti. Viste le sue caratteristiche, è bene prendersi un pochino di tempo per capirlo e “digerirlo”. D’altro canto, però, giornalisticamente non sarebbe comprensibile attendere oltre per parlare dell’RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds Chronograph Ferrari.

    Scelgo così di introdurlo sfruttando al massimo l’opportunità che ho avuto a Parigi: non solo quella di vedere l’orologio, di toccarlo, di indossarlo, ma anche di sentirselo raccontare in prima persona da chi ne ha vissuto la genesi. Parlo dei pezzi da novanta di Richard Mille e Ferrari. Amanda e Alexandre Mille, figli di Richard e oggi ai vertici dell’azienda rispettivamente come Brand and Partnerships Director e come Sales Director; Tim Malachard, Marketing Director; Salvador Arbona, Technical Movement Director; Maxime Guenat, Operation Director; Gianfranco Saracino, Partnership Design Manager del Centro Stile Ferrari; Francesca Vernia, Head of Licensing and Partnership Ferrari.

    Un orologio molto Richard Mille

    La collaborazione tra Richard Mille e Ferrari inizia con i primi approcci nel 2020 e l’avvio della partnership un anno dopo. Nel 2022, come penso ricorderete, si concretizza con l’incredibile RM UP-01. Ebbene, proprio pensando a quell’orologio che, per come la vedo io, era poco Richard Mille e ancor meno Ferrari, avvicinandomi all’evento di Parigi mi aspettavo di trovarmi tra le mani un orologio molto “Cavallino Rampante”. Qualcosa, per chi ha un pochino di memoria, che ricalcasse la filosofia dell’RM 40-01 McLaren Speedtail del 2021. Un pezzo la cui cassa con forma a goccia ricalcava quella della carrozzeria dell’omonima supercar britannica.

    Niente di tutto questo. L’RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds Chronograph Ferrari è in tutto e per tutto un Richard Mille, nel quale il tocco del Centro Stile Ferrari si ritrova soprattutto nei dettagli più che nell’architettura complessiva. Ce lo ha confermato Alexandre Mille nel momento in cui ci ha detto che «l’UP-01 era fuori dagli schemi rispetto a ciò che la gente si aspettava dalla nostra collaborazione con Ferrari. Invece, l’RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds Chronograph è, in un certo senso, più classico e incarna l’orologio da corsa che abbiamo sempre sognato di creare con il Cavallino».

    E che il dettaglio sia il campo privilegiato dove far emergere l’estetica Ferrari, lo ha sottolineato anche Saracino: «Abbiamo cercato di creare un design fluido e aerodinamico, in cui anche la lunetta scende più in basso sulla cassa rispetto ai modelli precedenti. La forma dei pulsanti, poi, è direttamente ispirata ai fari posteriori della Ferrari SF90 Stradale. Queste luci dimostrano l’equilibrio tra tradizione e innovazione e la modernizzazione dei codici voluta da Flavio Manzoni, Direttore del Design Ferrari dal 2010». Pazienza se, per agevolare l’aerodinamicità della cassa, è stato necessario togliere per la prima volta i caratteristici “pilastri” di Richard Mille dalla carrure…

    L’ispirazione dell’RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds Chronograph

    Poiché l’RM 43-01 Tourbillon Split-Seconds Chronograph Ferrari è un orologio nato per la velocità, la scelta della complicazione cronografica rattrapante era ovvia, come ci ha ricordato Salvador Arbona: «Il cronografo sdoppiante si inserisce naturalmente nel mondo dell’automobile. Permette di fermare una lancetta per misurare un tempo intermedio continuando a misurare il tempo totale, il che è ideale per registrare i tempi sul giro in pista». Per farci capire al meglio quale e quanta tecnologia c’è nell’orologio, in occasione della presentazione Richard Mille ha creato delle riproduzioni in scala 18:1, funzionanti, del tourbillon, del meccanismo rattrapante e dell’indicatore dell’autonommia residua.

    Del resto il calibro RM43-01 è stato sviluppato in collaborazione con Audemars Piguet Le Locle (APLL), partner storico di Richard Mille. Una nuova iterazione che prosegue la storia dei cronografi rattrapanti del Marchio come, per esempio, l’RM 008 del 2003, l’RM 50 del 2012, l’RM 50-02 del 2018 e l’RM 50-04 del 2019. Rispetto al movimento base, ci ha ricordato Arbona, «abbiamo cambiato la posizione degli elementi per trovare un’armonia ispirata ai motori Ferrari e a Richard Mille. Abbiamo spostato il tourbillon a ore 5, una scelta inusuale, per creare un movimento che esprimesse l’idea di un motore».

    Una modifica che ha liberato uno spazio importante a ore 7, il quale andava riempito in qualche modo. È stato fatto inserendo un elemento flottante, con inciso il Cavallino Rampante, la cui forma si ispira direttamente alle linee del supporto dell’alettone montato sulla Ferrari 499P, «quella che ha vinto due volte a Le Mans», ha ricordato ancora Gianfranco Saracino. L’unico elemento, insieme ai tocchi di rosso e di giallo sulle lancette del cronografo, che richiama a prima vista l’eredità dei bolidi di Maranello.

    RM 43-01: prezzi e disponibilità

    Come ho scritto sopra, preferisco non entrare nei dettagli tecnici per dedicare all’orologio un pezzo successivamente. Vi lascio con i prezzi, che sono decisamente Richard Mille. La versione in titanio e Carbon TPT costa 1.150.000 franchi svizzeri, quella in Carbon TPT 1.350.000. Cifre inferiori a quelle dell’RM UP-01, che si aggirava intorno al milione e mezzo, ma comunque non banali. Per una tiratura limitata a 75 pezzi di ciascuna variante per le quali, ci hanno detto, una trentina è già pronta.

    «Non è mai il prezzo a dettare ciò che facciamo. Per noi è l’innovazione a essere sempre al primo posto, senza compromessi», ci ha detto Maxime Guenat. Lasciandosi anche sfuggire che le prossime creazioni che nasceranno dalla collaborazione con Ferrari saranno altrettanto inattese. C’è da credergli.

  • Fifty Fathoms Tech BOC IV: il cuore “blu” di Blancpain

    Fifty Fathoms Tech BOC IV: il cuore “blu” di Blancpain

    Ci sono momenti nei quali Blancpain dà una scossa alla collezione Fifty Fathoms e la mette al servizio dell’ambiente. Sono momenti nei quali fa tremendamente sul serio. Prova ne è il Fifty Fathoms Tech BOC IV da poco presentato. Per chi non lo ricordasse, infatti, il Marchio svizzero è tra quelli che maggiormente credono nella necessità di “dare il buon esempio”. Ossia: produco orologi subacquei sopraffini, destinati ai professionisti delle immersioni? Bene, allora devo fare in modo che l’ambiente nel quale costoro si tuffano, per diletto o per lavoro, sia il più integro possibile. Come? Destinando parte dei proventi delle vendite dei miei orologi subacquei al finanziamento di progetti di salvaguardia degli oceani e degli ambienti marini.

    L’amore per gli oceani

    Una strategia che ha un nome: Blancpain Ocean Commitment. Un omaggio al legame storico di Blancpain con gli oceani, nato nel 1953 con il lancio del primo, vero orologio subacqueo, il Fifty Fathoms. Un momento che segnò l’inizio del sostegno della marca all’esplorazione degli oceani e alle numerose iniziative di collaborazione con le comunità locali, per la conservazione della biodiversità.

    Nello specifico, con il Fifty Fathoms Tech BOC IV il Brand svizzero sostiene il Blancpain x Sulubaaï Marine Research Center, un’estensione del programma Sea Academy, inaugurato il 7 febbraio scorso. Dal 2020, Blancpain aiuta questo programma della Sulubaaï Environmental Foundation, un’iniziativa collaborativa per la gestione sostenibile delle risorse marine. Il programma si concentra sulla creazione di una rete di aree marine protette in collaborazione con le comunità locali intorno all’isola di Pangatalan e nella baia di Shark Fin, Palawan, Filippine

    Un’iniziativa che, per sostenersi, ha bisogno di fondi, precisamente di 100mila euro. Ecco perché Blancpain donerà 1.000 euro per ciascuno dei 100 orologi in cui è stata realizzata l’edizione limitata del Fifty Fathoms Tech BOC IV. Che costa, per completezza d’informazione 23.450 euro.

    Due parole sul Fifty Fathoms Tech BOC IV

    Che cos’ha dunque di speciale questo orologio? Intanto, da un punto di vista estetico si rifà al Fifty Fathoms Tech Gombessa presentato nel 2023. Quello aveva però la cassa da 47 mm, contro i 45 mm del Fifty Fathoms Tech BOC IV, e una speciale lunetta graduata con una scala di immersione che arrivava a 3 ore. Qui è sostituita dalla classica ghiera di 60 minuti.

    La cassa dell’orologio è in titanio. Il combinato disposto del metallo con il cinturino in caucciù è un inno alla leggerezza: ho indossato questo Fifty Fathoms durante la presentazione alla stampa italiana di settore e ve lo garantisco. L’assenza di anse e lo speciale aggancio del cinturino al lato cassa completano la vestibilità ottimale del tutto. Il fatto che lo abbia provato sul mio polso smilzo vale più di mille chiacchiere se scrivo qui che è ottimamente indossabile.

    L’estetica complessiva è quella della collezione Fifty Fathoms, con qualche dettaglio cui vale la pena accennare qui per lasciare poi parlare le didascalie. Un’estetica che rigurda la classica lunetta bombata con inserto in ceramica, il quadrante di un nero profondo sul quale gli indici applicati sono dei blocchi pieni di Super-LumiNova, l’ergonomia che rende il Fifty Fathoms Tech BOC IV prima di tutto un orologio professionale. Poi, caso mai, un accessorio.

    La collezione Fifty Fathoms e l’ambiente

    Come ho scritto, l’orologio è in 100 pezzi e per la vendita di ciascuno di essi Blancpain donerà 1.000 euro alla Sulubaaï Environmental Foundation. Come ricorda il nome dell’orologio (BOC è l’acronimo di Blancpain Ocean Commitment), è la quarta edizione destinata allo sviluppo di progetti del programma ambientale attivato dal Brand per creare iniziative a salvaguardia degli ambienti marini.

    Le tre precedenti edizioni limitate furono lanciate nel 2014, 2016 e 2018. Blancpain realizzò 250 pezzi per ciascuna di esse, contribuendo, sempre con 1.000 euro a orologio, alla realizzazione di altrettanti progetti di salvaguardia ambientale. Le operazioni sostenute dalle prime tre edizioni erano più complesse e necessitavano di 250mila euro ciascuna per la loro realizzazione. I Fifty Fathoms dedicati andarono tutti venduti nell’arco di breve tempo.

    Come Blancpain sottolinea, l’azienda non sceglie casualmente i progetti da sostenere. Essi devono rispondere a requisiti ben precisi, che incontrano i propositi e i valori della Maison. Il Presidente e Ceo di Blancpain, Marc Hayek, è coinvolto in prima persona nella scelta delle iniziative meritevoli di successo, in virtù della forte sensibilità ambientale e della passione per le immersioni che gli appartengono. La Manifattura fa il resto, mettendo a disposizione orologi di qualità, il cui prezzo passa in secondo piano (per chi se lo può permettere…) di fronte alla “missione” che ciascuno di essi ha. Un gioco di squadra e “di sponda” tra Manifattura, organizzazioni ambientaliste e appassionati collezionisti che trovo meritevole. 

    Blancpain non è l’unica manifattura a produrre orologi subacquei e a sostenere iniziative ambientali a tutela dei mari. La differenza con le altre manifatture sta nella qualità diver che realizza, ma soprattutto nell’impegno diretto dei vertici aziendali in tutti i processi legati a queste iniziative. Se si muove il capo, siate certi che il risultato sarà eccellente, come prodotto e come progetto globale.

  • LuxeConsult, Morgan Stanley e l’orologeria svizzera nel 2024

    LuxeConsult, Morgan Stanley e l’orologeria svizzera nel 2024

    I numeri ufficiali dei grandi marchi orologieri svizzeri sono da sempre meglio custoditi dei tre segreti di Fatima. Potreste torturare manager e amministratori delegati, ma non scucireste loro nemmeno una virgola su vendite, ricavi e fatturati. Per fortuna, però, in questo caso non serve scomodare il Papa per avere qualche idea. Anche quest’anno, come nei precedenti sette, ci hanno pensato la società di consulenza LuxeConsult e l’istituto finanziario Morgan Stanley a provare a fotografare le performance dei 50 brand principali sul mercato nel 2024.

    Lo hanno fatto elaborando stime relative a fatturato, numero di pezzi venduti, quote di mercato e prezzo medio, per limitarmi ai dati più significativi. Uno studio che, insieme al Deloitte Swiss Watch Industry Study, è lo strumento più chiaro e attendibile per avere un’idea della direzione presa dall’industria orologiera svizzera.

    La top 50 del report relativo al 2023 (fonte: LuxeConsult, Morgan Stanley Research estimates)

    Se, da un lato, il rapporto relativo al 2023 aveva mostrato un record nell’andamento del mercato, dall’altro indicava un potenziale rallentamento delle vendite per il 2024. Una frenata dovuta a un contesto macroeconomico e geopolitico incerti, che avrebbero potuto influire sulla domanda negli Stati Uniti, in Europa e soprattutto in Cina. Non che fosse necessario essere il Divino Otelma per prevederlo, ma i dati di export del 2024 hanno confermato in pieno le previsioni di LuxeConsult e Morgan Stanley e il loro nuovo rapporto annuale ci mette sopra il suo bel timbro.

    L’industria e le conferme di LuxeConsult e Morgan Stanley

    Come ho scritto poco più di un mese fa, secondo la Federazione svizzera dell’industria orologiera (FHS), esportazioni e fatturato globale nel 2024 sono calati. Chi lo ha visto come una normalizzazione, chi come l’inizio di una recessione. In ogni caso, gli attori dell’industria hanno lavorato all’insegna della prudenza. Se, da un lato, la FHS fornisce un’immagine generale del settore, il rapporto di LuxeConsult e Morgan Stanley ha il pregio di fare “nomi e cognomi”. Fuor di metafora, di analizzare le performance dei marchi affiancandovi numeri e percentuali. Stimati, sottolineo ancora.

    Ciò che colpisce nel rapporto annuale riferito al 2024 è la certificazione di una polarizzazione del mercato. Da una parte i grandi brand che non hanno quasi sofferto o hanno continuato a crescere; dall’altra, il medio e basso di gamma che ha registrato un calo delle vendite. È una dinamica comune a quasi tutte le categorie merceologiche che fanno parte dei beni di lusso, ma nell’orologeria la tendenza è ancora più evidente. Lo scorso anno, gli orologi con un prezzo superiore ai 50mila franchi hanno rappresentato il 33,5% del valore totale delle esportazioni svizzere.

    Inoltre, va sottolineato che nel 2024 non si è contratto solo il fatturato complessivo stimato dei primi 50 marchi, passato dai 36,127 miliardi di franchi del 2023 a 35,258 miliardi, ma anche il numero di pezzi venduti, passati da quasi 16 milioni a poco più di 13 milioni. Prima ho scomodato il Divino Otelma, ora scomodo Einstein: non serve essere un genio per capire che questa dinamica indica un aumento significativo del prezzo medio degli orologi nel corso di un anno. Certo, ci potranno anche essere marchi che hanno venduto meglio le referenze più costose, ma il trend generale parla di un innalzamento di buona parte delle soglie di prezzo.

    La top 10 di LuxeConsult e Morgan Stanley

    Entrando nel dettaglio dei marchi, la classifica dei primi dieci per fatturato non è cambiata dal 2023: Rolex, Cartier, Omega, Audemars Piguet, Patek Philippe, Richard Mille, Longines, Vacheron Constantin, Breitling, Tissot. Di questi, la metà è cresciuta rispetto all’anno prima, altri cinque sono calati. E dei cinque cresciuti, quattro sono brand indipendenti: Rolex (10,5 miliardi di franchi circa), Audemars Piguet (2,4 miliardi), Patek Philippe (2,3) e Richard Mille (1,6). Il quinto cresciuto è Cartier (a oltre 3 miliardi).

    La top 50 relativa al 2024. A fianco dei brand, una freccina indica chi è salito e chi è sceso: (fonte: LuxeConsult, Morgan Stanley Research estimates)

    Uno sguardo dettagliato alle prime posizioni evidenzia quella polarizzazione cui ho accennato all’inizio. Se i quattro indipendenti di cui sopra continuano a crescere pur in una situazione generale non facile, i gruppi quotati in Borsa hanno perso quote di mercato complessive. Giù LVMH – pur con le eccezioni di Bulgari e TAG Heuer, passato dal 15° all’11° posto -, Richemont e Swatch Group, che ha registrato un calo delle vendite del 14,6%. Stesso destino per altri indipendenti meno strutturati. Nello specifico, il dato aggregato di Rolex, Patek Philippe, Audemars Piguet e Richard Mille parla di una quota di mercato del 47%. Nel 2019, ultimo anno “sano” prima dello tsunami del Covid, questa percentuale si fermava al 36,8.

    Clamoroso il caso di Rolex che, pur essendo cresciuto meno nel 2024 rispetto al 2023, è arrivato ad avere una quota di mercato del 32%, dal 30% dell’anno prima. Solo Rolex, senza Tudor, che anzi è passato dalla 17a alla 21a posizione (da 545 a 360 milioni di franchi). Per quanto ne so, nessun altro marchio nel mondo del lusso ha una posizione così dominante nel proprio settore merceologico. A suffragare un aumento medio dei prezzi o la predilezione per referenze preziose, c’è la dinamica proprio di Rolex. Meno pezzi venduti (da 1 milione e 240.000 a 1 milione e 176.000) ma fatturato in crescita.

    I gioiellieri e gli indipendenti

    Un discorso a parte merita Cartier, secondo dietro a Rolex pur con uno scarto abissale (poco più di 3 miliardi di fatturato, 680.000 pezzi venduti e una quota di mercato dell’8%). È infatti, insieme a Van Cleef & Arpels, l’unico marchio del Gruppo Richemont in crescita. E non è un caso che entrambi siano gioiellieri e orologiai: l’altro brand con questa natura, Bulgari, è cresciuto anch’esso guadagnando quote di mercato (da 1% a 2%) e fatturato (da 445 milioni di franchi a quasi 500). L’altro gioielliere, Harry Winston, secondo LuxeConsult e Morgan Stanley, è finito nella spirale negativa di Swatch Group dimezzando il fatturato stimato, da 111 a 55 milioni.

    Il report evidenzia infine una tendenza interessante, soprattutto per i collezionisti. La crescita costante e continua dei piccoli marchi artigianali e indipendenti come H. Moser & Cie. e F.P. Journe. Manifatture da poche centinaia se non decine di pezzi all’anno, con prezzi medi di decine di migliaia di euro, stando alle analisi dello studio sono destinate a non conoscere crisi, almeno nel breve termine. Merito di una crescente attenzione verso l’altissima orologeria artigianale e della loro capacità di offrire prodotti con una forte identità distintiva. Non a caso, al 50° posto della classifica è entrato per la prima volta MB&F.

    Una tendenza, quest’ultima, che a suo modo è anch’essa polarizzazione. Anche se quella vera, su cui LuxeConsult e Morgan Stanley ci danno materia per pensare, si trova al vertice della piramide. Con i loro marchi, Rolex, Swatch Group, Richemont e Patek Philippe insieme hanno il 77% delle quote di mercato, che diventano l’82% se ci aggiungiamo LVMH. Too big to fail, insomma, tanto i gruppi quanto l’intera orologeria svizzera? Meditate gente, meditate…

  • MoonSwatch 1965: quando il Moonwatch… imparò a volare

    MoonSwatch 1965: quando il Moonwatch… imparò a volare

    Parafrasando la celebre hit di Britney Spears mi viene da scrivere “Oops! It did it again”. Swatch lo ha fatto ancora, ha lanciato un nuovo MoonSwatch, il MoonSwatch 1965. Questa volta l’occasione sono i 60 anni da quando lo Speedmaster di Omega ha ottenuto la qualifica di idoneità al volo spaziale. Un’occasione coerente con la collezione e con il rapporto che lega MoonSwatch e Speedmaster.

    Il lancio della collezione MoonSwatch a marzo del 2022 è stato l’unico, vero e indiscusso crack dell’orologeria degli ultimi anni. Un’onda lunga che per alcune referenze dura tuttora, anche grazie alla capacità di Swatch di tenere alta l’attenzione sulla linea con nuove uscite periodiche, non sempre a mio avviso coerenti come invece è quello del MoonSwatch 1965.

    MoonSwatch sì, MoonSwatch no

    Al di là dei Mission to Moon con la lancetta dei secondi in oro, con le fragole, i fiocchi di neve, le lanterne svizzere e altre amenità fuori controllo, alcune varianti degli scorsi anni hanno avuto senso. Penso ai due orologi con fasi lunari, il bianco e il nero, con Snoopy accoccolato sulle lune: coerente con la storia lunare dello Speedmaster e con il legame che lo unisce al bracchetto disegnato da Charles M. Schulz. 

    O ancora al Mission to Earthphase, con la complicazione delle fasi terrestri proposta come prima assoluta in orologeria. Una visione che gli astronauti avevano dalla superficie lunare per cui, anche qui, sensata. Un po’ meno, a mio avviso, il Mission to Super Blue Moonphase: l’omaggio alla luna piena di colore blu del 19 agosto, la prima superluna dell’anno, mi è tanto sembrato un modo furbo per tenere viva la collezione. Così come i tre orologi della linea Mission on Earth (Lava, Polar Lights e Desert): dopotutto parliamo di MoonSwatch, non di EarthSwatch.

    Invece stavolta, per come la vedo io, il MoonSwatch 1965 è totalmente sensato. Perché con il suo quadrante candido è un omaggio anche a tutti gli Speedmaster bianchi che, negli anni, sono diventate referenze ricercatissime dai collezionisti. E perché l’ottenimento della qualifica di idoneità al volo spaziale da parte del cronografo di Omega è una delle pietre miliari dell’orologeria, a prescindere dal fatto che l’orologio piaccia o meno.

    Altro che marketing…

    A tal proposito, in questo articolo voglio deliberatamente tralasciare di parlare del MoonSwatch 1965. O meglio, lascio che a farlo siano le didascalie per ciò che riguarda le caratteristiche dell’orologio, che in alcuni casi lo distinguono dagli altri pezzi della collezione, in altri sono quelle che ben conosciamo fin dal lancio del marzo 2022. Credo siano più interessanti un excursus storico (breve, lo prometto, e spero non noioso) sulla corsa allo spazio dell’orologeria negli anni  ’60 e il racconto di ciò che significa, per un orologio, essere abilitato all’uso in orbita.

    Una cosa che chi non è del settore considera spesso come un argomento di vendita, che Omega utilizza da sei decenni per rendere appetibile il proprio cronografo. Qualcosa che, invece, ha alle spalle una serie di procedure e di test rigorosissimi i quali, all’epoca, facevano tremare qualsiasi manifattura orologiera intendesse mandare i propri pezzi in orbita. Il fatto di averli superati era e rimane una conquista tecnologica per l’intero settore.

    Dalla storia al MoonSwatch 1965

    Con l’inizio del programma spaziale americano, la Nasa – l’Agenzia spaziale statunitense – tra le altre cose si mise anche alla ricerca di orologi e cronometri per il calcolo dei tempi a bordo delle navicelle. Dovevano essere strumenti estremamente affidabili per un programma spaziale che puntava a stabilire la superiorità degli Stati Uniti in quel settore, principalmente sull’Urss.

    La selezione ufficiale per avere strumenti capaci di sottostare a prove impegnative in situazioni ambientali estreme, senza perdere precisione e affidabilità, portò alla decisione di scegliere un solo modello prodotto da un singolo marchio. La Nasa chiese a dieci produttori di presentare domanda come fornitori: Elgin, Benrus, Bulova, Gruen, Hamilton, Longines, Mido, Lucien Piccard, Omega e Rolex.

    Stando ai documenti della Nasa presenti nell’archivio dell’Omega Museum di Bienne, risposero all’offerta formale della Nasa per ottenere i cosiddetti RFP (o Request for Proposals) solo quattro marchi dei dieci interpellati: Omega, Longines-Wittnauer, Rolex e Hamilton. Quest’ultima però scartata subito perché, pur realizzando ottimi cronografi certificati, aveva in produzione solo pezzi da tasca.

    Omega mise sul piatto lo Speedmaster ST105.003 – con il calibro Lemania 321 -, Longines-Wittnauer il cronografo 235T, Rolex il 6238, conosciuto anche come pre-Daytona, con un Valjoux 72 nella cassa. Tutt’e tre dovettero sottostare alle terribili prove da sforzo richieste dalla Nasa, che riassumo per comodità più sotto, ma solo lo Speedmaster, benché acciaccato, riuscì a ottenere risultati soddisfacenti. Lo testimonia il resoconto scritto dell’assistente Direttore per le operazioni dell’equipaggio a bordo del Lem di Apollo 11, con data 1° marzo 1965, quella celebrata dal MoonSwatch 1965.

    I risultati dei test

    Secondo il report, il Rolex si fermò due volte durante il test dell’umidità relativa; nel test ad alta temperatura la lancetta dei secondi si piegò e le altre lancette si bloccarono, cosa che indusse la Nasa a non effettuare altri test. Nel Longines-Wittnauer, il vetro si piegò e si staccò durante i test ad alta temperatura e di decompressione. Non furono effettuati ulteriori test su quel cronografo.

    Lo Speedmaster andò avanti di 21 minuti durante il test di decompressione e ne perse 15 durante quello di accelerazione, con anche la distruzione del materiale luminescente durante le prove. Tuttavia, come risultato globale dei test, funzionò in modo soddisfacente e la Nasa ne raccomandò l’impiego per la sua “maggiore precisione, affidabilità, leggibilità e facilità d’uso”.

    All’inferno e ritorno (per Omega)

    Che cosa dovette sopportare quell’orologio cui oggi il MoonSwatch 1965 rende omaggio per poter volare nello spazio? Undici, terribili test, di cui si trova oggi un resoconto nell’archivio storico di Omega. Test ad alte temperature, in cui era esposto a 70°C per 48 ore, poi a 93°C per 30 minuti in un vuoto parziale. Basse temperature: esposto a -18°C per 4 ore. Sotto vuoto: riscaldato in una camera a vuoto e poi raffreddato a -18°C per diversi cicli. Umidità: esposto a dieci cicli di 24 ore in condizioni di umidità superiore al 95%, con temperature tra 25°C e 70°C.

    E poi ancora, test di corrosione: esposto a un’atmosfera di ossigeno a 70°C per 48 ore. Resistenza agli urti: esposto a sei urti di 40 G in sei direzioni diverse. Accelerazione: sottoposto ad accelerazione progressiva a 7,25 G per circa cinque minuti e poi a 16 G per 30 secondi in tre assi. Bassa pressione: sottoposto a una pressione di 10-6 atmosfere a 70°C per 90 minuti, poi a 93°C per 30 minuti. Naturalmente, test in alta pressione: aria a 1,6 atmosfere per 60 minuti. Test di vibrazione, in cui era sottoposto a vibrazioni casuali su tre assi tra 5 e 2.000 Hz, con un’accelerazione di 8,8 G. Infine, il test del suono: bombardato a 130 decibel a frequenze da 40 a 10.000 Hz per 30 minuti.

    Insomma, un inferno, altro che argomento di marketing. Giusto quindi, da parte di Swatch, omaggiare quel traguardo e quella data con il MoonSwatch 1965 che, lo ricordo per i distratti, non è un Moonwatch. Ma se metterselo al polso può far sentire chi lo indossa parte della storia dell’orologeria, che cosa dire se non… missione compiuta?

  • Club Campus: vitamina firmata Nomos Glashütte

    Club Campus: vitamina firmata Nomos Glashütte

    Non so come la pensiate voi, ma per quanto mi riguarda un orologio mi piace se lo trovo divertente. Forma, colore, complicazioni, poco importa, basta che abbia quel non so che fuori dalle righe che ti invogli a indossarlo con piacere ogni mattina. E il Club Campus di Nomos Glashütte è un orologio che quel non so che ce l’ha, eccome. Anche nelle versioni presentate di recente con quadranti blu notte e giallo Sole.

    Svelato per la prima volta nel 2007, il Club è l’orologio sportivo di Nomos Glashütte, estremamente versatile. Nel corso della sua breve storia ha visto numerose iterazioni in termini di dimensioni, movimento e colori, per non parlare delle edizioni limitate. Tutti i modelli Nomos sono dotati di un calibro di manifattura ed è possibile scegliere tra orologi con calibro Alpha a carica manuale o con movimento automatico Neomatik.

    Nomos Glashütte e la creatività al potere 

    Detto questo, il fatto che il Club Campus mi faccia divertire non è solo apprezzamento estetico. Deriva anche dal fatto che ho toccato con mano la filosofia produttiva dalla quale nasce. E mi ha affascinato. Oltre sei anni fa, infatti, ho visitato la Manifattura di Nomos Glashütte, una realtà con il cuore del design a Berlino, nel Berlinerblau Studio, e la parte di produzione e amministrazione a Glashütte. Una Manifattura in cui l’intero processo produttivo, dal disegno al prodotto finito, è interno e rigoroso.

    «Nella creazione di un esemplare partiamo da un calibro esistente o dall’idea di svilupparne uno nuovo», mi raccontò Thomas Höhnel, Senior Product Designer di Nomos Glashütte. «Sulla base del calibro sviluppiamo un design, inizia un processo creativo cui partecipano diverse persone, da cui nascono il quadrante e l’aspetto globale dell’orologio». 

    Si vedeva all’interno dell’open space di Berlinerblau: Pantoni, mood boards, schizzi appesi alle pareti, creatività anche solo per cambiare un font o il disegno di una lancetta. «Il nostro è un design purista e funzionale, ma con un aspetto ironico che sdrammatizza la realtà», disse Höhnel. «I ragazzi che lavorano nello Studio hanno una formazione nell’ambito del design industriale e di prodotto, e molti di loro vengono da esperienze diverse da quella dell’orologeria. Il che ci consente di restare liberi e di guardare all’orologio con un occhio vergine».

    Nelle parole di Höhnel quando cita l’«aspetto ironico che sdrammatizza la realtà» trovo il quid che mi fa piacere il Club Campus. Ma non solo. Nonostante sia un’azienda relativamente piccola, Nomos Glashütte ha un approccio puro al prodotto per garantire un focus sull’orologio. Per sviluppare il proprio scappamento proprietario, lo Swing-System, ha investito oltre 11 milioni di euro e sette anni di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’università di Dresda. Per me un valore aggiunto.

    Colore e prezzo: la forza del Club Campus

    Spero, con questi dettagli, di fare in modo che anche voi guardiate le due nuove versioni del Club Campus di Nomos Glashütte con occhi capaci di andare al di là dell’estetica. E che capiate come mai la collezione continua a essere, anno dopo anno, una delle proposte più convenienti in ambito orologiero. Un tre lancette senza fronzoli, sottile e a carica manuale, disponibile con cassa da 36 o da 38,5 millimetri, con contenuti tecnici di prim’ordine a un prezzo concorrenziale.

    Le versioni con la cassa più piccola costano infatti 1.300 euro con il fondello chiuso e 1.500 con il fondello in vetro zaffiro. Quelle con cassa da 38,5 mm arrivano rispettivamente a 1.400 e 1.600 euro. E i colori appena lanciati sono, nelle intenzioni del Brand, una sorta di omaggio al cielo e all’astronomia, poiché il blu è chiamato Night Sky e il giallo Starlight.

    Nomos Glashütte introduce annualmente nella collezione Club Campus delle nuove varianti di colore. Lo scorso anno è stata la volta delle versioni Nonstop Red ed Endless Blue, dalle cromie molto sature. Quest’anno il Night Sky è quasi un viola scuro, con gli indici luminescenti del quadrante cosiddetto “California” in una tonalità pesca e i numeri della minuteria esterna stampati in un viola leggero. Starlight è invece un giallo brillante, direi quasi limone, che richiama i mesi estivi caldi, con i numeri romani e arabi in arancione chiaro e i numeri della minuteria in viola. In entrambi i modelli, la firma della collezione Club Campus è rappresentata dalla lancetta dei piccoli secondi di colore arancione bello carico.

    Come nasce il calibro Alpha

    Entrambi i colori, come accennato, sono disponibili in due dimensioni di cassa, 36 e 38,5 mm. Come altri orologi di Nomos Glashütte, al polso sembrano più grandi di quanto le dimensioni indichino. Un effetto dovuto alle anse, che tendono a essere più lunghe rispetto a quelle di molti altri marchi. La disponibilità di due diametri consente però all’orologio di adattarsi a diverse dimensioni di polso. E questo è certamente intenzionale, dato che lo stile e il prezzo si rivolgono principalmente a un pubblico giovane.

    Gli orologi possono avere il fondello in vetro zaffiro per dare un’occhiata al calibro Alpha, prodotto in-house, montato all’interno. Sebbene sia più costoso delle versioni con fondello chiuso, personalmente opterei per lo zaffiro. In passato ho posseduto un Tangente con fondello trasparente e vi assicuro che vedere le finiture del movimento significa avere a che fare con qualcosa che raramente si vede in orologi di questa fascia prezzo.

    Per i dettagli tecnici del calibro Alpha vi rimando alle didascalie. Aggiungo una cosa che viene ancora dalla mia visita in Manifattura, per farvi capire quale sia la cura che sta dietro alla realizzazione dei movimenti. Le parti meccaniche nascono nella sede di Schlottwitz, a due passi da Glashütte, dove si trova l’officina meccanica del Marchio, che ospita i reparti torni, fresatura, Cnc, finissaggio. Locali moderni nei quali convivono macchinari tedeschi, giapponesi e svizzeri, e dove solo il rumore degli stessi ricorda al visitatore che si trova nel cuore della produzione.

    Le parti prodotte a Schlottwitz tornano a Glashütte, nel polo tecnico insediato in un antico edificio, la Chronometrie. Qui, le stanze, i laboratori, la concentrazione di chi vi lavora ricordano quelle dei “cugini” svizzeri di La Chaux-de-Fonds. Qui si concentrano le fasi di pre-assemblaggio del Nomos Swing System, di assemblaggio dei calibri e degli orologi.

    La liena strategica del Club Campus

    La famiglia dei Club Campus si distingue per i suoi frequenti e vivaci aggiornamenti cromatici e, a differenza di altre collezioni in cui nuove tonalità sostituiscono quelle precedenti, Nomos Glashütte mantiene la disponibilità dei colori precedenti accanto alle nuove versioni. Un altro aspetto dell’orologio che mi diverte molto. Questa strategia crea un’ampia gamma di opzioni disponibili attraverso il sito dell’azienda e i rivenditori autorizzati, dando ai clienti la libertà di scegliere tra i modelli attuali e quelli passati.

    Una strategia che guarda anche al potenziale acquirente che, come scritto, potrebbe essere un giovane che si sta diplomando o laureando. L’azienda, tra l’altro, offre gratuitamente la possibilità di incidere una dedica sul fondello chiuso, ideale per ricordare momenti speciali. Se si mettono insieme tutti questi elementi e il prezzo decisamente abbordabile, si può capire come mai un orologio con molta meno storia rispetto a quella di altri marchi di questo segmento continui a presidiare con forza la propria nicchia. Il fatto che Nomos Glashütte sia il più grande produttore di orologi meccanici della Germania per numero di pezzi realizzati, passa quasi in secondo piano.

  • Patek Philippe Calendario Annuale 5396G: classic chic

    Patek Philippe Calendario Annuale 5396G: classic chic

    Una tra le bionde più celebri del cinema hollywoodiano disse una volta che “diamonds are a girl’s best friends”. Spesso, i diamanti sono i migliori amici delle donne anche sugli orologi, ma non è detto che non parlino anche agli uomini. Il caso della più recente referenza del Patek Philippe Calendario Annuale 5396G è emblematico. Dodici diamanti taglio baguette a fungere da indici su un orologio maschile non si vedono tutti i giorni. A meno che, appunto, non ti chiami Patek Philippe.

    Se dalle parti della Manifattura ginevrina prendono tremendamente sul serio la maestria tecnica, non sono meno esigenti per quanto riguarda l’eleganza. Che, come dice Giorgio Armani, “non è farsi notare, ma farsi ricordare” e che, in un calendario annuale o in un calendario perpetuo, è un equilibrio di estetica, tecnica, materiali. Tra cui ci sono anche i diamanti del Patek Philippe Calendario Annuale 5396G.

    Il Patek Philippe Calendario Annuale 5396 è stato introdotto nel 2006 come primo calendario annuale in una cassa in stile Calatrava. La Maison ha aggiornato l’ultima volta la linea del 5396 nel 2016, in occasione del 20° anniversario della complicazione. Con la nuova referenza, la collezione accoglie la versione più elegante. Sulla quale arriverò tra un attimo, non prima di aver ricordato come Patek “risolve” il problema della visualizzazione delle informazioni nei calendari annuali.

    Patek Philippe Calendario Annuale: uno e trino

    Patek Philippe offre almeno tre diverse indicazioni per la complicazione del calendario annuale. Abbiamo quella “classica”, come per esempio nella referenza 5146, con la visualizzazione basata sui tradizionali contatori secondari. C’è quella più moderna della referenza 5205, elaborata grazie a indicazioni basate su 3 finestrelle in sequenza, che vanno da ore 10 a ore 2. Tra di loro si trova una via di mezzo, un orologio che si affida sia all’impiego dei quadranti secondari, sia al design delle finestrelle. 

    Il Patek Philippe Calendario Annuale 5396G è esattamente questo: equilibrato, leggermente meno conservatore dei predecessori, ma tradizionale e fedele ad alcune referenze d’epoca. Il bello è che gli orologi sopra citati, pur nelle loro differenze evidenti, condividono come base lo stesso movimento automatico con secondi centrali, il calibro 324 S C. Modificato dalla Manifattura solo per cambiare il modo in cui le indicazioni si visualizzano sul quadrante.

    Patek Philippe ha inventato questo nuovo tipo di funzione del calendario nel 1996, con la referenza 5035. Il calendario annuale si colloca infatti tra il calendario completo standard, che deve essere corretto alla fine di tutti i mesi con meno di 31 giorni, e il calendario perpetuo. Quest’ultimo si adatta automaticamente ai mesi con 30 o 31 giorni, ma tiene conto anche del mese di febbraio e degli anni bisestili e richiede una correzione ogni 100 anni.

    Nel 1996, l’azienda ha presentato il brevetto di un orologio con calendario che richiede una sola correzione all’anno, al passaggio da febbraio a marzo, il che significa che riconosce automaticamente i mesi di 30 e 31 giorni. Un’alternativa semplificata -si fa per dire – e più accessibile rispetto al calendario perpetuo.

    Il Patek Philippe Calendario Annuale 5396G tra classico e moderno

    La visualizzazione del Patek Philippe Calendario Annuale 5396G è un mix di elementi del classico 5146, del più moderno 5205 e di alcuni calendari perpetui come il 5320. Da un lato, presenta ancora un contatore secondario al 6, con fasi lunari e indicazione delle 24 ore. Dall’altro, impiega le indicazioni delle finestrelle, che offrono una lettura chiara e immediata e rendono il quadrante meno affollato. Infine, le finestrelle del giorno della settimana e del mese sono posizionate al 12, proprio come nei tripli calendari d’epoca o in alcuni calendari perpetui di Patek Philippe.

    Il risultato è evidente: un quadrante molto bilanciato, aperto e leggibile, relativamente pulito. Tutti gli elementi necessari alla lettura delle informazioni sono posizionati sull’asse che va da ore 12 a ore 6. In questa referenza, a differenza di tutte le altre 5396, come abbiamo visto la peculiarità sta proprio negli indici: dodici diamanti taglio baguette (manca quello del 6, sacrificato dal contatore delle fasi lunari e dal datario, ma quello al 12 è doppio), intervallati da punti in oro bianco a segnare i minuti. Anche questo è un “marchio di fabbrica” di Patek Philippe.

    L’altro punto di forza del Patek Philippe Calendario Annuale 5396G è la cassa in oro bianco. Elegantissima e sobria, grazie anche al diametro ideale di 38,5 mm, rende l’orologio perfetto per qualsiasi polso. Per non parlare dello spessore di 11,2 mm, piuttosto prodigioso per un calendario annuale. Anche il rapporto tra lo spessore della lunetta e il diametro del quadrante è stato studiato dalla Maison in maniera ottimale: esso ingrandisce visivamente l’intero orologio e gli conferisce una bella presenza al polso. La cassa in oro bianco, come nel caso di altri modelli della referenza 5396, è interamente lucidata.

    Il calibro, il prezzo, la filosofia

    Nella cassa del 5396G lavora il calibro 26‑330 S QA LU 24H. Come ho scritto sopra, deriva da un movimento di Patek Philippe noto, il calibro automatico 324 con rotore centrale in oro. Questo movimento equipaggia diversi orologi, tra i quali il Nautilus, l’Aquanaut e altri calendari perpetui. Se volete sapere come funziona nella versione calendario settimanale, leggete questo articolo illuminante.

    Come si conviene a un movimento Patek Philippe, il calibro 26‑330 S QA LU 24H è finemente decorato a Côtes de Genève, sia sui ponti sia sulla massa oscillante, e a perlage sulle platine. È affascinante da guardare, ragion per cui anche questo 5396 è stato dotato di fondello in vetro zaffiro. Rimandandovi alle didascalie per ulteriori approfondimenti sul calibro, segnalo quello a parere non solo mio, è il tallone d’Achille: l’autonomia complessiva. Patek Philippe la accredita dalle 35 alle 45 ore. Un po’ pochino. Senza contare il fatto che una riserva di carica più lunga eviterebbe di mettere mano troppo spesso alle regolazioni del calendario; per quanto collaudate e sicure, meno si toccano, sempre meglio è.

    Il prezzo di 64.030 euro tasse incluse è in linea con i listini di Patek Philippe quando si parla di referenze di questo genere. Considerando solo i costi vivi dei materiali preziosi e i costi di sviluppo e realizzazione del calibro, è un prezzo comprensibile. Se pensiamo, oltretutto, che l’altra referenza 5396 attualmente a listino, con cassa in oro rosa e senza diamanti, è poco sotto i 60.000 euro. 

    Per quanto a Watches and Wonders 2024 questo Patek Philippe Calendario Annuale 5396G non sia stata una delle novità di punta, il suo ingresso in assortimento dimostra come la Manifattura continui ormai da anni a evolvere e a portare modernità nelle collezioni. Che nell’orologeria svizzera non è roba da poco.

  • Watch Angels x Frederique Constant: Worldtimer  fuori dalla comfort zone

    Watch Angels x Frederique Constant: Worldtimer fuori dalla comfort zone

    Uno dei modi in cui il web ha reso l’orologeria accessibile agli appassionati che vogliono farne una professione pur avendo a disposizione mezzi economici limitati, è il crowdfunding. Grazie alle raccolte fondi online sono infatti nati diversi marchi, che hanno rapidamente guadagnato reputazione creando collezioni proprie o in collaborazione con brand già affermati. Quest’ultimo è il caso del Watch Angels x Frederique Constant Worldtimer Manufacture. Un bell’orologio – metto le mani avanti -, che ha visto collaborare il Marchio svizzero fondato da Peter e Aletta Stas con uno dei collettivi orologieri, nonché manifattura, più interessanti in circolazione.

    Produttore di orologi svizzeri indipendente e a conduzione familiare dal 1979, Watch Angels crea i propri orologi secondo un flusso di lavoro che coinvolge azienda, partner e appassionati. Il partner o il designer interno forniscono la visione, il concetto e il design e ricevono in cambio un adeguato profitto per il loro lavoro intellettuale. Gli appassionati co-finanziano la produzione con Watch Angels, sostengono il creatore e hanno un orologio al prezzo di costo o all’ingrosso. Watch Angels industrializza e produce l’orologio ed è ricompensato con un giusto ritorno per investire in nuovi progetti. Come dice chi parla bene inglese, è un modello win-win, ossia nel quale tutti guadagnano qualcosa.

    Il successo del Frederique Constant Worldtimer Manufacture

    Nel caso del Watch Angels x Frederique Constant Worldtimer Manufacture, il guadagno dell’appassionato è un orologio interessante, che a suo modo stupisce l’appassionato. Perché cambia i codici di una delle collezioni più celebri di Frederique Constant senza snaturarne le caratteristiche.

    Introdotto per la prima volta nel 2012, il Frederique Constant Classics Worldtimer Manufacture è diventato rapidamente uno dei modelli più venduti del Marchio per l’interpretazione accessibile della complicazione delle ore del mondo. Nel corso degli anni, è stato presentato in diversi materiali e colori, spesso in edizioni limitate ora non più disponibili, ed è tuttora in catalogo in quattro versioni. Caratterizzato dalla presenza del planisfero nella parte centrale del quadrante e dalle forme bombate della cassa, è un orologio tra i più riconoscibili.

    Ebbene, ora la mano di Watch Angels interviene proprio sugli elementi caratterizzanti del Classics Worldtimer Manufacture, ridefinendoli o eliminandoli. Eppure, guardando l’orologio, non puoi dire che non sia un Frederique Constant. Proviamo a capire il perché.

    Cassa, corona e molto altro

    Intanto, il Watch Angels x Frederique Constant Worldtimer Manufacture ha una cassa di diametro inferiore rispetto a quella del Classics Worldtimer Manufacture. Passa da 42 a 40,5 mm, ma guadagna un po’ di spessore rispetto alla referenza precedente: 13,4 mm contro 12,15 mm. Un incremento singolare, dovuto principalmente, credo, al restyling della stessa cassa, considerando che il movimento incassato è il calibro FC-718 che muove anche le altre referenze della collezione corrente.

    Proprio la cassa è stata ridisegnata, nella carrure che ora è piatta e nelle anse, decisamente più corte. È sempre in acciaio, in tre parti, con un’impermeabilità di 5 bar, lavorata con un mix di finiture spazzolate e lucide. Queste ultime sono particolarmente evidenti sulla lunetta, mentre le anse e la parte centrale satinate creano un piacevole contrasto con le zone a specchio.

    Un altro dettaglio che costituiva una firma estetica della collezione, la corona, è stato anch’esso rivisto. È sempre scanalata, ma non è più a cipolla: ha la parte superiore piatta ma è comunque sufficientemente grande da garantire una presa confortevole per la carica dell’orologio e le regolazioni delle ore e dei fusi orari con le relative città. E, come in tutte le altre edizioni precedenti, non ci sono pulsanti o correttori incassati, da sempre uno dei valori aggiunti del Frederique Constant Worldtimer Manufacture.

    Watch Angels x Frederique Constant Worldtimer Manufacture: missione leggibilità

    Il lavoro più significativo è stato però svolto sul quadrante. Nel Watch Angels x Frederique Constant Worldtimer Manufacture sono infatti assenti due elementi base delle referenze presenti nella collezione: il datario a ore 6 e, soprattutto, il planisfero. Quest’ultimo, come ho scritto prima, è da sempre il dettaglio più riconoscibile di questa collezione e ora… puff… sparito. Gran bel coraggio da parte di Frederique Constant. Il bello, però, è che questo orologio non perde niente né dell’essenza del Marchio, né di quella della collezione cui appartiene.

    Il lavoro estetico ha infatti puntato alla chiarezza e alla leggibilità, da un lato sostituendo il planisfero con un quadrante di un bellissimo blu soleil, incorniciato dal giro della minuteria con finitura circolare, indici delle ore rodiati, applicati e sfaccettati perfettamente integrati nel design. Le lancette rodiate e lucidate a mano seguono i contorni degli indici per un’estetica coerente, mentre il “mirino” al centro del quadrante ha il compito di “legare” l’intera architettura visiva.

    L’altro lavoro svolto sul quadrante riguarda il disco delle città. Rispetto al precedente, che era piatto, questo è inclinato e, insieme al disco delle 24 ore, esalta la leggibilità dei 24 fusi orari. Leggibilità che Il risultato è un’estetica pulita e contemporanea concentrata sulla funzionalità dell’orologio, agevolata anche dalla rimozione del datario, in modo da consentire la lettura di tutte le posizioni delle città sul disco inclinato.

    Rispetto alle referenze delle collezione corrente, i segmenti del giorno e della notte sul disco delle 24 ore hanno un ulteriore tocco di eleganza. Sono divisi in due emisferi individuati da un sole lucido per il giorno e da una falce di luna levigata e sabbiata per la notte. Entrambi tridimensionali, a differenza di quelli stampati sul Frederique Constant Classics Worldtimer Manufacture, uniscono forma e funzione in modo gradevole.

    Acquirenti d’altri tempi

    Poco da dire sul movimento, per il quale lascio parlare le didascalie. Si tratta infatti, come ho scritto sopra, del collaudato calibro FC-718, il cui nome ha dato l’ispirazione per il numero dell’edizione limitata. Perché il Watch Angels x Frederique Constant Worldtimer Manufacture è realizzato in 718 pezzi, disponibili solo sul sito di Watch Angels secondo la versione moderna di quella che era la vendita à souscription.

    La sottoscrizione risale ai tempi di Abraham-Louis Breguet, che ideò un orologio semplice, di basso costo, da costruire in piccola serie su prenotazione e dietro il versamento di un anticipo (da qui il nome souscription), con saldo alla consegna. Un sistema che consentiva agli orologiai di non lavorare in perdita: l’ammontare dell’anticipo era stabilito in base alla previsione dei costi vivi e, soprattutto, tutelava l’artigiano nel caso il sottoscrittore diventasse uccel di bosco al momento del saldo.

    Apertosi il 13 febbraio, il periodo di sottoscrizione – solo sul sito di Watch Angels – terminerà il 13 marzo. Per i primi sottoscrittori il prezzo era di 3.990 franchi, oggi salito a 4.490, con la possibilità di pagare metà cifra ora e il saldo alla consegna, come un tempo.

    Come ricorda il Ceo di Frederique Constant, Niels Eggerding, nella cartella stampa che ha accompagnato il lancio dell’orologio, «fin dalla nostra fondazione, innoviamo collaborando con i partner di altissimo livello capaci di portarci fuori dalla nostra zona di comfort, condizione necessaria per sperimentare e innovare. La collaborazione con Watch Angels si colloca in questo approccio, portando anche il riscontro di una comunità di collezionisti, elemento questo, che rafforza ulteriormente il nostro modo di innovare, che include, tra l’altro, l’ascolto attento del mercato». Vediamo se i collezionisti daranno riscontro positivo a questa operazione.

  • Bvlgari x MB&F Serpenti: follemente geniale

    Bvlgari x MB&F Serpenti: follemente geniale

    Quando ho visto in anteprima gli schizzi preparatori e le immagini definitive del nuovo Bvlgari x MB&F Serpenti sono rimasto piuttosto confuso. Guardando prima i disegni abbozzati (ma mica poi tanto…) da parte di Fabrizio Buonamassa Stigliani, Direttore creativo dell’orologeria di Bulgari, poi le foto dell’orologio finito, non ho capito se avrei dovuto scrivere di follia o di genialità. Ci ho pensato su per un po’ e poi ho trovato la chiave di lettura: mettere sulle stesso piano i due stati mentali. Perché il Bvlgari x MB&F Serpenti è follemente geniale o genialmente folle, fate voi.

    Già la collaborazione tra un vulcano di idee e pozzo di scienza come Buonamassa Stigliani e uno dei più visionari maestri dell’orologeria contemporanea come Maximilian Büsser, patron di MB&F, è benzina sul fuoco della creatività. Se poi ci mettiamo il fatto che la capacità tecnica di Büsser, portata a sviluppare un’orologeria d’avanguardia, sia stata indirizzata a interpretare un orologio che più classico non si può, ecco fatta la frittata estetico-meccanica. Frittata in senso buono, naturalmente, perché il risultato è delizioso.

    Da cosa nasce cosa…

    Design e tecnologia orologiera, dunque, convivono nel Bvlgari x MB&F Serpenti. Parto dal design, perché ho avuto modo di ascoltare qualche aneddoto sulla nascita dell’orologio direttamente da Buonamassa Stigliani durante un recentissimo incontro a Roma. E la cosa più bella è stata sentire dalle sue parole come questa collaborazione sia nata in modo spontaneo, naturale: «Max, ho un’idea, ti mando un disegno. Quando lo ha mostrato in azienda, la risposta è stata unanime: dobbiamo farlo!». Sembra un gioco tra amici e invece ha dato vita a una creazione straordinaria.

    Ascoltando il Direttore creativo ho dato un senso ulteriore a quanto avevo letto sulla cartella stampa di Bulgari riguardo alle influenze del design automobilistico nella creazione di questa edizione limitata. Del resto, prima di entrare nell’azienda romana, Buonamassa Stigliani aveva lavorato per anni in Fiat, mettendo la propria matita al servizio delle vetture del gruppo.

    Come dice l’azienda, la sensazione che si ha osservando la cassa del Bvlgari x MB&F Serpenti è simile a quella che si ha di fronte a un’auto: la vista della cassa cambia del tutto a seconda che la si guardi di fronte, di lato, dall’alto o da sotto. E la cassa, insieme al movimento, è la vera star dell’orologio, gli elementi nei quali Buonamassa Stigliani e Büsser hanno messo tutta la loro enorme sapienza professionale.

    Misura 53 x 39 x 18 mm, dimensioni importanti specialmente in lunghezza e in spessore. Del resto, l’obiettivo era chiaro: mantenere i codici estetici del Serpente, facendo in modo che essi si fondessero insieme a quelli dei movimenti di MB&F. Perché i calibri sviluppati dal “collettivo” di Büsser non sono solo sublimi dal punto di vista tecnico, ma anche delle vere sculture meccaniche, che meritano di essere guardate almeno quanto la cassa.

    Cassa e vetri: le sfide del Bvlgari x MB&F Serpenti

    E per poterle guardare, cosa serve? Dei vetri zaffiri, ovviamente. Che nel caso dell’orologio sono ben cinque. L’estetica curvilinea della cassa del Bvlgari x MB&F Serpenti fa in modo che sia difficile da lavorare da un punto di vista delle finiture e dell’aerodinamica ed estende questa complessità ai cinque elementi in vetro zaffiro. Sono gli occhi del serpente, parte della testa, la sezione posteriore sfaccettata e il fondello.

    Una combinazione fra elementi metallici e in vetro zaffiro, tutti curvi, chiamata anche a garantire una impermeabilità consueta, fino a 3 bar. «I cinque vetri sono stati complicati da tenere insieme», ha raccontato Buonamassa Stigliani. «Il risultato iniziale non ci era piaciuto: e dopo quattro mesi abbiamo buttato tutto e ricominciato da zero».

    Per quanto la cassa del Bvlgari x MB&F Serpenti sia del tutto nuova, c’è stata comunque una base da cui partire, quella dell’HM10 Bulldog, orologio di MB&F del 2020. Il quale, però, ospitava un movimento diverso. Per cui, il calibro di manifattura creato da MB&F per questo Serpenti ha obbligato Buonamassa Stigliani a ripensare del tutto la cassa. «Credo che rispetto a quella, in MB&F abbiano cambiato almeno l’80% dei componenti. Infatti, rispetto al movimento del Bulldog, abbiamo abbassato il bilanciere, le due cupole, abbiamo ridisegnato la parte nascosta, cambiato la forma della platina, tolto la mascella».

    Un lavoro di restyling complesso e approfondito: «Dovevo disegnare questa cassa a forma di goccia e il vincolo, per me, era l’altezza del bilanciere. Non volevo fosse troppo alto perché la cassa è più piccola rispetto a quella del Bulldog e ci sarebbe stato il rischio di avere una forma curva che scendeva in modo troppo inclinato. Esteticamente non avrebbe funzionato». 

    Calibro vecchio o nuovo?

    Dire quindi che l’orologio è mosso dal calibro HM10 a carica manuale non è del tutto vero, dato il lavoro di adattamento fatto su componenti chiave quali il bilanciere, con relativo ponte, e la platina. Nello specifico, il bilanciere è anche qui volante, fissato al ponte tramite il proprio asse centrale. È sovradimensionato (misura 14 mm) ed è molto complesso da realizzare, in virtù anche delle quattro viti di regolazione tradizionali. Ha una frequenza bassa,18.000 alternanze/ora, un’autonomia di 45 ore e un’estetica del tutto funzionale a quella della cassa.

    Come ha ricordato Buonamassa Stigliani, nello sviluppo e creazione del calibro, MB&F ha lavorato sullo spessore per fare in modo che i componenti più visibili – il bilanciere e le cupole di ore e minuti – dessero vita al serpente al polso. E così è stato, perché tramite il movimento continuo delle parti della testa del rettile, visibili attraverso i tre vetri, l’orologio sembra davvero vivo, acceso, quasi pronto a dare uno scatto in avanti verso gli occhi di chi lo osserva. Come mai questo accada, provo a spiegarvelo un po’ di più nelle didascalie.

    Bvlgari x MB&F Serpenti: tre referenze limitate

    Come è comprensibile, l’orologio Bvlgari x MB&F Serpenti è stato creato in edizione limitata. Comprensibile perché la capacità produttiva di una manifattura come MB&F è per forza di cosa limitata, date le dimensioni contenute. Considerando che realizza circa 400 orologi all’anno e che questo pezzo per Bulgari lo costruisce dalla A alla Z, si capisce che farne 99 è uno sforzo industriale importante per l’azienda di Maximilian Büsser.

    I 99 pezzi sono divisi su tre referenze. La prima ha la cassa cassa in titanio grado 5 con cupole delle ore e dei minuti blu. La seconda ha la cassa in oro rosa 18 carati con occhi verdi. La terza versione è in acciaio inossidabile con rivestimento Pvd nero, animata da occhi rossi. Tutte hanno un cinturino in caucciù nero con fibbia nello stesso metallo della cassa. I prezzi? Vanno dai 132mila franchi svizzeri tasse escluse delle versioni in acciaio e in titanio ai 152mila franchi tasse escluse della versione in oro rosa. 

    Prima di lasciarvi alle didascalie, chiudo con un’affermazione di Fabrizio Buonamassa Stigliani che ho trovato nella cartella stampa e che riassume quanto ha raccontato a Roma nell’incontro con la stampa di settore: «Questo orologio è stato piacevole da progettare, ma tecnicamente molto impegnativo da realizzare. L’obiettivo era avere una visione totalmente diversa. Il Serpente è un soggetto magnifico, apprezzato da molti collezionisti. Credo che siamo riusciti nell’intento di offrire al Serpente di Bulgari un nuovo orizzonte. Non si tratta solo di un oggetto femminile legato al Dna del Marchio ma, per la prima volta, anche di un oggetto tecnico che parla il linguaggio estetico di Bulgari, mettendo in mostra al contempo l’expertise di MB&F. Come ogni buona collaborazione, è un progetto vantaggioso per tutti».

  • Orologeria svizzera: un 2024 zoppicante e un 2025 da decifrare

    Orologeria svizzera: un 2024 zoppicante e un 2025 da decifrare

    È inutile girarci intorno. Il 2024 è stato un anno complicato per l’orologeria svizzera. La parola più utilizzata negli ambienti dell’industria è “normalizzazione”, dopo anni strepitosi caratterizzati dal rimbalzo post-Covid. Una normalizzazione che si è tradotta in un -2,8% fatturato, sceso a meno di 26 miliardi di franchi dai 26,750 del 2023. Giù anche i volumi, con un -9,4% pari a -1,6 milioni di unità, che si sono attestati su un livello storicamente basso: 15,3 milioni di pezzi esportati. E anche se le statistiche della Federazione dell’industria orologiera svizzera (FH) sottolineano un +4,6% nel biennio 2022-’24, ad analizzare le percentuali dello scorso anno sui vari mercati, le cifre negative non sono poche.

    Anni strepitosi dopo la pandemia, scrivevo. Nel 2021 il ritorno ai livelli pre-crisi già a settembre e la performance positiva del quarto trimestre avevano prodotto i migliori risultati di sempre per il settore: 22,3 miliardi di franchi, +2,7% rispetto al 2019, con la FH che non considerava il 2020. Il +31,2% rispetto a quell’anno non fa statistica. Il 2021 aveva fatto segnare anche un +0,2% rispetto al record del 2014.

    Ancor meglio il 2022, con un export a 24,8 miliardi di franchi, +11,4% sul 2021. Il 2023 è stato invece l’anno delle prime avvisaglie. Chiuso con un +7,6% sul 2022 (a 26,7 miliardi di franchi), ha avuto due volti: dopo la crescita nella prima metà dell’anno (+11,8%), nel secondo semestre si è cominciato a tirare il freno a mano: +3,6%. Preludio a un 2024 zoppicante, in cui l’effetto rimbalzo è scemato. Dovuto a un mix di frenesia da revenge shopping e corsa all’acquisto principalmente per investimento, come tutte le bolle era destinato a scoppiare. E così è stato.

    Il 2024 dell’orologeria svizzera in alcuni mercati

    Gli Stati Uniti sono rimasti nel 2024 il primo mercato per l’orologeria svizzera e l’unico tra i primi cinque a crescere costantemente dal 2022: +5%, a oltre 4 miliardi di franchi. Per fortuna. Perché la zavorra del combinato disposto Cina-Hong Kong, che ha portato in rosso la cifra finale, avrebbe potuto fare danni peggiori senza la crescita americana e giapponese (il terzo mercato: +7,8%). Il -25,8% della Cina e il -18,7% di Hong Kong sono numeri pesanti, soprattutto perché a oggi non si vede una prossima inversione di tendenza. Sono cifre figlie di un mix tra instabilità geopolitica, congiunture economiche sfavorevoli e politiche nazionali restrittive.

    In tutto questo, l’Italia si è confermata nella Top 10 dei mercati per l’orologeria svizzera, piazzandosi decima e con un calo di fatturato tutto sommato contenuto, anno su anno: -1,6%, a poco più di un miliardo di franchi. Giusto per completezza, oltre a Usa e Giappone, solo due altri mercati tra i primi dieci hanno fatto registrare il segno più: Francia (+2,5%) ed Emirati Arabi (+0,6%).

    I grandi gruppi in chiaroscuro

    Numeri, quelli dell’export dell’orologeria svizzera nel 2024, che si riflettono nei dati dei grandi gruppi che producono o possiedono i principali marchi. Richemont, holding finanziaria elvetica che possiede gran parte dei brand dell’alto di gamma – da A. Lange & Söhne a IWC, da Jaeger LeCoultre a Cartier – dopo un primo semestre deludente, nel terzo trimestre dell’esercizio fiscale 2024/’25 (termina il 31 marzo prossimo) ha registrato risultati sopra le stime nelle principali divisioni e in quasi tutti i mercati. La crescita dei ricavi, a tassi correnti e costanti, è stata del 10%, a 6,2 miliardi di euro. Se da un lato le vendite del marchi della gioielleria (Buccellati, Cartier, Van Cleef & Arpels e Vhernier) hanno segnato +14%, il comparto orologi ha continuato a scendere, ma ha ridotto il calo: da -13% a -8%.

    Il gruppo francese del lusso LVMH, che possiede Bulgari, Hublot, TAG Heuer e Zenith, non ha fatto meglio. Il fatturato 2024 è sceso del 2% a 84,6 miliardi di euro dai quasi 86,2 miliardi del 2023. Giù del 17% anche i profitti. Senza entrare nel dettaglio, la divisione orologi e gioielli del Gruppo ha fatto segnare un -3% a 10,5 miliardi di franchi, dovuto principalmente, anche in questo caso, alle difficoltà in Asia.

    Dei grandi gruppi, l’unico orologiero puro è Swatch Group: anche qui le cifre sono quello che sono, per limitarsi ai dati macro. Fatturato netto di 6,735 miliardi di franchi, -12.2%, a tassi di cambio costanti (-14.6% a tassi attuali). Utile operativo a 304 milioni da 1 miliardo e 191 milioni del 2023. Margine operativo pari al 4.5% (15.1% nel 2023). Utile netto di 219 milioni contro i precedenti 890. Margine netto pari al 3.3% (esercizio precedente: 11.3%). Cash flow operativo di 333 milioni a fronte dei 615 del 2023. Liquidità netta di 1,376 miliardi da 1,988.

    Lo Stato a sostegno dell’orologeria svizzera

    Il quadro di difficoltà aveva spinto lo scorso settembre le autorità svizzere a sostenere il settore con misure straordinarie. Come testimonia il caso di Sowind Group, proprietario di Ulysse-Nardin e Girard-Perregaux, che aveva ricevuto il sostegno del Governo per continuare a pagare circa 50 dei suoi 320 lavoratori passati all’orario ridotto. 

    Lo aveva confermato a Bloomberg Patrick Pruniaux, Ceo e Presidente di Sowind Group, il primo Ceo di un marchio di orologi a rivelare che stava utilizzando il regime di lavoro a tempo ridotto per gestire i costi durante la flessione della domanda: «Per ora si tratta di una piccola crisi dell’orologeria, leggermente scollegata dall’economia. Quest’anno è una sfida», aveva dichiarato.

    Che 2025 sarà?

    Detto questo, da molti analisti il 2025 è visto ancora come un anno di prudenza, in attesa di un vero rimbalzo dell’orologeria svizzera nel 2026. Lo conferma, per esempio, Jean-Philippe Bertschy, esperto di orologeria che opera nella banca d’affari elvetica Vontobel e che recentemente ha dichiarato al sito swissinfo.ch: «La mancanza di appetito dei consumatori cinesi per i prodotti di lusso è la ragione principale di questa situazione complicata per il settore». Aggiungendo che «i marchi del lusso che offrono prodotti di alta qualità, emozionali e con un forte legame con la clientela continueranno a guadagnare quote di mercato. Si preannuncia invece un anno molto difficile per gli altri marchi e per tutti i fornitori del settore».

    Perché non va dimenticato che quella dell’orologeria svizzera è una filiera completa e complessa, della quale l’orologio è solo il prodotto finale. È un ecosistema composto da numerosi fornitori e subfornitori, spesso locali e di piccole dimensioni: i quali sono stati messi molto sotto pressione prima dal Covid e poi dall’andamento degli ultimi due anni. Per quanto i grandi marchi siano riusciti a mantenere i livelli occupazionali, il caso di Sowind che ho citato sopra (non isolato) rimane importante.

    Dazi sull’orologeria svizzera: c’è il rischio?

    A spingere il settore dell’orologeria svizzera alla cautela per il 2025 è ancora l’incertezza geopolitica globale, alla quale si è aggiunto il rischio di una “guerra dei dazi” su larga scala che il Neopresidente americano Donald Trump sembra avere già innescato. Per quanto la Svizzera non sia parte dell’Ue, contro la quale ha tuonato The Donald, nessuno sa con certezza se o come eventuali dazi saranno applicati dai governi nel 2025. Anche se è chiaro che, nel caso, non saranno utilizzati come generatori di entrate, ma come armi per costringere ad agire in settori non sempre legati al commercio.

    Ciò significa che c’è incertezza sulla possibilità che si applichino dazi, su quali siano gli obiettivi e sulla loro durata. Inoltre, in caso siano imposti, non si sa se l’industria degli orologi di lusso e in particolare l’orologeria svizzera sarà un bersaglio, sia dal lato dell’offerta sia da quello del consumo. L’industria orologiera globale è piuttosto piccola rispetto alla maggior parte degli standard del settore e quindi fare pressione su di essa non porterebbe a troppe concessioni politiche. In ogni caso, il peggior nemico dei mercati non è il segno meno, ma l’incertezza. E su questo fronte ce n’è tanta.

    Rimane comunque la possibilità concreta che eventuali dazi aumentino il prezzo d’acquisto di un nuovo orologio per i consumatori o che provochino un aumento dei prezzi delle parti e dei componenti dell’orologio stesso. Ciò che rende problematici gli aumenti dovuti ai dazi è il fatto che l’industria orologiera, in generale, ha fatto lievitare i prezzi al dettaglio negli ultimi anni. Un nuovo aumento creerebbe degli shock di mercato che impedirebbero a molti consumatori, intenzionati a comprare, di procedere con l’acquisto.

    Se i prezzi cominciassero a calare…

    Una risposta coraggiosa da parte dei marchi, non solo dell’orologeria svizzera, potrebbe essere una riduzione dei prezzi. Se i loro prodotti costassero meno, anche con l’applicazione di dazi i prezzi al dettaglio non apparirebbero così alti come per i prodotti di altri settori. Quindi, in un mercato in cui l’aumento dei costi sarebbe imposto unilateralmente, solo chi sarà in grado di avere costi di produzione più bassi potrà offrire ai consumatori prezzi competitivi.

    Molti brand potrebbero essere saggi fermando la corsa agli aumenti o invertendo la tendenza, in modo da rendere i loro prodotti più competitivi in un mercato in cui tutti gli orologi costeranno di più. In alternativa, i marchi che hanno aumentato i prezzi potrebbero non essere in grado di farli crescere ulteriormente e dovranno assorbire l’aumento dei costi di gestione, invece di trarre vantaggio dagli aumenti dei profitti dovuti ai prezzi più alti.

    Del resto, di fronte alla riduzione dei volumi e alla decrescita delle vendite in alcuni mercati storici, molti marchi hanno cercato di mantenere i profitti semplicemente chiedendo ai clienti di pagare di più. Peccato che alcuni beni di lusso costino più del doppio rispetto a pochi anni fa e molti abbiano registrato aumenti a doppia cifra nel giro di pochi anni. L’alternativa a un bagno di umiltà e a una politica commerciale più avveduta sarebbe un aumento degli stock, che indurrebbe marchi e retailer a politiche di sconto che preferirebbero evitare. Un cane che si morde la coda. Ecco perché per il 2025 l’orologeria svizzera – già di per sé un settore tutt’altro che cuor di leone – invoca prudenza. C’è da sperare che guardare al 2026 come all’anno del rilancio non sia solo uno spostare avanti il problema. Se così fosse, il problema rischierebbe di diventare davvero grosso.

  • RM 16-02 Extraflat, il lato fashion di Richard Mille

    RM 16-02 Extraflat, il lato fashion di Richard Mille

    Ammettetelo. Se c’è un marchio che non vi fa pensare immediatamente al concetto di ultrapiatto, questo è Richard Mille. Eppure, nelle collezioni del Brand esiste un orologio, l’RM 16-02, che fa della sottigliezza il suo punto di forza senza dimenticarsi, nell’estetica, di essere un Richard Mille in tutto e per tutto.

    Se è vero – come è vero – che Richard Mille, in generale, non fa rima con ultrapiatto, non dobbiamo però dimenticare che il Brand detiene attualmente il record tecnico per l’orologio meccanico più sottile con l’RM UP-01 Ferrari. Inoltre, risale a più di dieci anni fa il lancio dei Richard Mille Extraflat, la cui cassa rettangolare e spigolosa ha sempre costituito una sorta di deviazione interessante dai canoni del Brand. Orologi, oltretutto, che per molto tempo hanno avuto un prezzo vicino all’entry price del Marchio.

    Ora, Richard Mille presenta due nuove varianti dell’Extraflat. Una scelta che, forse, ci vuole far capire che in manifattura hanno deciso di posizionare questa collezione in modo più consistente e particolare all’interno delle famiglie di orologi. L’RM 16-02 Extraflat in titanio grado 5 o in Quartz Tpt color terracotta viene infatti comunicato come un oggetto di moda raffinato, un accessorio fashion con un’anima apparentemente lontana da quella sportiva che caratterizza direi la totalità delle collezioni di Richard Mille.

    RM 16-02 e il nuovo calibro

    Da un punto di vista tecnico, invece, la novità dell’RM 16-02 sta nell’evoluzione dell’architettura e nella realizzazione di una forma di cassa e di un movimento in parte già esistenti. Richard Mille definisce “nuovo” il calibro CRMA9 che anima l’RM 16-02 (il quindicesimo movimento di manifattura della Casa) perché ha molte parti nuove, ma condivide la struttura di base e le prestazioni con quelle di altri movimenti.

    Nel realizzare il CRMA9, gli ingegneri di Richard Mille si sono concentrati sull’utilizzo di nuovi stili di ponti e parti del calibro per creare una sensazione di freschezza e leggerezza non solo all’indosso, ma anche alla vista. La Manifattura ha puntato molto sul tema estetico dell’angolarità, che definisce la forma del quadrante, del movimento e persino della massa oscillante.

    Spigolosa e originale, a me che sono figlio degli anni ‘70 ricorda vagamente la testa di Jeeg Robot d’acciaio. Ma d’acciaio non è, bensì di platino, il cui peso specifico di 21,45 grammi per centimetro cubo lo rende il più pesante tra i metalli preziosi. Una caratteristica che va a tutto vantaggio della efficacia nella ricarica.

    Come ho scritto poco fa, la caratteristica più evidente del movimento che dà vita all’RM 16-02 è la leggerezza, data principalmente dal design della platina in titanio grado 5, che ricopre l’intera superficie visibile dell’orologio.

    Richard Mille sottolinea con un certo orgoglio che la scheletratura estrema del calibro CRMA9 – data da 67 aperture di diverse dimensioni – richiede la massima precisione nella fresatura e nella finitura di ciascuna delle suddette aperture. Servono quasi 2 ore di fresatura per lavorare una platina, oltre a decine di operazioni manuali separate per completare il processo di lavorazione. Il quadrante è in vetro zaffiro stampato, i ponti in titanio.

    Il lavoro sui materiali della cassa

    Tutta questa grande bellezza trova un’eco nella cassa dell’RM 16-02 Extraflat. Nonostante la forma squadrata, al polso dovrebbe risultare piuttosto comoda, grazie soprattutto all’assenza di anse e al cinturino in caucciù molto avvolgente. Le dimensioni sono in linea con quello che ci si aspetta da un Richard Mille e sono di circa il 10% in meno rispetto a quelle dei precedenti Extraflat: 36 mm di larghezza, 9,5 mm di spessore e 45,6 mm da ansa a ansa. Se nel mondo dell’orologeria uno spessore di 9,5 mm è considerato tutt’altro che ultrapiatto, per Richard Mille lo è eccome.

    Le casse impermeabili sono dotate di vetro zaffiro sul quadrante e sul fondello. Una delle due referenze dell’RM 16-02 ha la cassa interamente in titanio grado 5 mentre l’altra utilizza un materiale composito color terracotta: il Quartz TPT, che abbiamo imparato a conoscere. Questo colore terroso, marrone rossastro, potrebbe però essere una nuova tonalità per il Marchio, secondo me applicabile anche ad altre collezioni.

    Un quadrante per pochi

    Infine, un accenno al quadrante. Una delle definizioni più calzanti che ho letto in rete parla di “uno studio sul caos ordinato”, specialmente per quanto riguarda gli indici delle ore. Richard Mille li ha strutturati lavorando su una decalcomania a forma di filo che appare mentre attraversa il labirinto scheletrato del movimento, dando vita alle ore. Indici che si intuiscono più che leggersi veramente: una sfida estetica che a tratti potrebbe andare a scapito della leggibilità.

    Non tanto per la visibilità delle lancette, che appaiono ben presenti e distinguibili. Ciò che dà vita al caos ordinato è proprio la commistione tra il tema grafico degli indici e la scheletratura estrema della platina. Il risultato è, da una parte, una bella luce che attraversa il quadrante dell’orologio; dall’altra un groviglio inestricabile, tanto bello quanto enigmatico nella lettura. 

    RM 16-02 Extraflat tra moda e meccanica

    Anche i nuovi RM 16-02 Extraflat si inseriscono nella fascia prezzo più bassa del Brand: 120mila franchi svizzeri per la versione in titanio, 140mila per quella in Quartz TPT, sempre tasse escluse. Ma, a mio avviso, si inseriscono anche in un discorso interessante. La forma della cassa, il disegno del quadrante, il movimento stesso molto architettonico sembrano voler posizionare Richard Mille non solo come marchio meccanicamente sopraffino ma anche come esempio di design contemporaneo

    Allo stesso modo, la scelta di presentare i nuovi orologi con una serie di scatti indossati (sia su un polso maschile sia su uno femminile), molto orientati sullo stile dei servizi di moda, sembra volerli collocare come oggetti aspirazionali. Una cosa non comunissima in orologeria, almeno fatta così, e soprattutto inusuale per Richard Mille. Il modo in cui la Maison ha scelto di presentare i più recenti RM 16-02 Extraflat è forse un segnale: anche per chi può ambire a un orologio così può essere utile un approccio aspirazionale, per aiutarlo a immaginare come e dove indossarlo.

  • L.U.C Lunar One, la meccanica elegante di Chopard

    L.U.C Lunar One, la meccanica elegante di Chopard

    Chi di voi ha la avuto la pazienza di leggere i miei articoli in passato, sa che ho un debole per la linea L.U.C di Chopard. Pur avendo una predilezione per gli orologi sportivi, le linee classiche ed equilibrate e la meccanica sopraffina di questa collezione difficilmente tradiscono le mie aspettative. Lo stesso è accaduto con i nuovi L.U.C Lunar One appena svelati. Se avete tempo, cercherò di farvi capire il perché.

    L.U.C e le fasi lunari

    Non torno sulla genesi e sulla storia della collezione L.U.C: in rete c’è molto materiale e, se volete un rapido excursus, potete leggerlo qui. Comincio invece con il sottolineare come, negli ultimi mesi, si stia assistendo a un rifiorire di orologi con fasi lunari. Dal più recente Speedmaster Moonphase Meteorite al Classique 7787 Moonphase di Breguet, fino ad anteprime di Watches & Wonders ancora sotto embargo di cui non posso scrivere nulla, il nostro satellite torna protagonista al polso. 

    A dire il vero, all’interno della L.U.C, le fasi lunari sono presenti da due decenni. Da quando è stata introdotta per la prima volta da Chopard nel 2005 la complicazione con calendario e funzione astronomica, il modello L.U.C Lunar One che la ospita è rimasto l’unico orologio della sua categoria dotato di un’indicazione orbitale di precisione delle fasi lunari attraverso una finestra che ruota.

    Ora, Chopard rinfresca la linea Lunar One introducendo due referenze caratterizzate da nuovi colori di quadrante, in un certo senso intramontabili. Abbiamo infatti un blu, ormai presente nell’orologeria di qualunque fascia, e un salmone, che si abbina a referenze classiche o dal sapore vintage scatenando le brame degli appassionati. Sia il quadrante, sia la meccanica, sia la cassa di questi nuovi L.U.C Lunar One hanno molte cose da raccontare, la maggior parte delle quali trovate all’interno delle didascalie. Qui, però, non posso passare sotto silenzio un aspetto interessante, che riguarda proprio la cassa.

    È tutto oro quello che luccica

    Quella delle due nuove referenze appena presentate è in oro rosa (quadrante blu) o in oro bianco (quadrante salmone). In entrambi i casi si tratta di oro etico, materiale sul quale Chopard ha probabilmente la sensibilità più fine tra i grandi marchi dell’orologeria. Impegnata da anni in quello che chiama il “Viaggio verso il Lusso Sostenibile”, l’azienda ha deciso che una delle tappe di questo percorso sarebbe stato l’approvvigionamento responsabile dell’oro necessario alla produzione dei propri orologi e gioielli.

    Da luglio 2018, Chopard ha iniziato a impiegare il 100% di oro etico, reperito attraverso due schemi trasparenti e tracciabili. Da una parte l’oro estratto responsabilmente dalle miniere artigianali e su piccola scala, che consente a Chopard di disporre della tracciabilità completa dalla miniera al mercato. Dall’altra l’acquisto dell’oro – lavorato dalla fonderia interna all’azienda – attraverso raffinerie certificate dalla catena di custodia di RJC – il Responsible Jewellery Council, la principale organizzazione mondiale per la definizione di standard di sostenibilità per l’industria della gioielleria e dell’orologeria.

    Entrambe le versioni di cassa uniscono l’impiego di oro etico a una lavorazione raffinata, secondo gli elevatissimi standard di Chopard, e a dimensioni che rendono l’orologio comodo e ben proporzionato. Nonostante la presenza contemporanea di due complicazioni come il calendario perpetuo (con gran data) e le fasi lunari, i due nuovi L.U.C Lunar One differiscono dai precedenti per lo spessore della cassa, che si ferma a 11,6 millimetri per 40,5 mm di diametro. La forma è cosiddetta bassine, ossia caratterizzata da una base più stretta e dalla lunetta bombata e lucida. Un profilo che si ispira agli orologi da tasca nati dall’eredità creativa di Louis-Ulysse Chopard nel XIX secolo.

    Il quadrante del L.U.C Lunar One

    Del quadrante, oltre ai due colori, anticipo qualcosa qui per lasciare alle didascalie il resto. Si tratta di un quadrante molto pulito, nel quale la disposizione dei contatori è piuttosto classica. A ore 3 i mesi dell’anno con l’indicazione dell’anno bisestile, a ore 6 piccoli secondi e fasi lunari, a ore 9 giorno della settimana e indicatore delle 12/24 ore. Il lavoro pregevole fatto da Chopard sta nell’aver disposto in modo equilibrato i contatori, bilanciandoli con la gran data a ore 12, senza affollare il quadrante e senza sacrificare la leggibilità.

    Oltre a questo c’è poi la pregevole lavorazione guilloché a mano. Di quadranti guilloché se ne trovano ormai a centinaia, ma le manifatture in grado di lavorarli a mano e non utilizzando macchine Cnc sono poche e, va da sé, le più pregevoli. Dalla presentazione del primo L.U.C 1860 nel 1997, nei quadranti della collezione Chopard ha deliberatamente tramandato l’eredità orologiera dell’arte del guilloché. La Maison possiede infatti alcuni rari torni con i quali artigiani specializzati guidano i loro bulini su superfici metalliche sottili, per dare vita a motivi ripetuti, precisi al decimo di millimetro.

    Anche i quadranti di entrambe le referenze sono in oro etico, e sono lavorati con uno speciale trattamento galvanico per ottenere il colore salmone o il colore blu. L’abbinamento delle due cromie ai differenti tipi di oro della cassa è stato fatto per far risaltare ancora di più la bellezza e la luminosità dei quadranti.

    Movimento e prezzo

    Due parole finali sul movimento, prima di lasciarvi ai dettagli delle didascalie. Si tratta del calibro L.U.C 96.13.L con certificazione di cronometro da parte del Cosc. È un movimento che prende origine nel 2005 quando Chopard, introducendo per la prima volta una complicazione in un’evoluzione del calibro L.U.C 96.01-L, presentò una delle sue pietre miliari: un calendario perpetuo con gran data e un grado di precisione astronomica che solo poche manifatture potevano vantare, allora come ora.

    Il calibro di manifattura L.U.C 96.13.L è a carica automatica e ha uno spessore più che invidiabile di soli 6 mm. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia di 65 ore grazie all’energia erogata dai due bariletti sovrapposti, soluzione che la Manifattura ha battezzato Chopard Twin. Oltre alle lavorazioni, ciò che lo impreziosisce è il microrotore in oro etico 22 carati, che personalmente amo tantissimo. Oltre che dalla certificazione Cosc, di cui ho scritto poco fa, la sua eccellenza è “timbrata” anche dal Punzone di Ginevra, che garantisce la qualità e la provenienza degli orologi prodotti nel cantone della città svizzera fin dal 1886.

    Purtroppo, anche i L.U.C Lunar One rientrano tra quegli orologi che mi fanno perdere il sonno, ma che sono al di fuori della mia disponibilità economica. Sia la referenza in oro rosa sia quella in oro bianco costano 92.200 euro, un prezzo giustificato dal costo della materia prima, certo, ma anche dalla meccanica sublime che incassano. L’eccellenza si paga, come è giusto che sia, anche se, rispetto a orologi simili di altri top brand, il fatto che Chopard abbia contenuto il costo finale a 5 cifre e non a 6 non è una banalità. Così non sembrerà di… chiedere la Luna.

  • Historiques 222: il carattere d’acciaio di Vacheron Constantin

    Historiques 222: il carattere d’acciaio di Vacheron Constantin

    Dell’Historiques 222 di Vacheron Constantin scrivemmo tre anni fa, quando a Watches and Wonders la Maison ginevrina presentò una riedizione del mitico orologio del 1977 in oro giallo. Un pezzo per pochi: sia per il prezzo, sia perché l’oro giallo non è portabile da tutti, sia per la “cultura” necessaria ad apprezzarlo. Oggi, in occasione dei 270 anni della Maison che si celebrano in questo 2025, Vacheron Constantin torna alle radici del 222 con una versione in acciaio e quadrante blu anch’essa fedelissima all’originale. C’è da scommettere che sia solo il primo di una serie di referenze con le quali il marchio intende festeggiare la ricorrenza a cifra tonda.

    Il “mistero” del nuovo Historiques 222

    Della storia del 222 e delle sue origini trovate tutto nell’articolo del 2022. Anni ’70, bracciale integrato, dimensioni generose per l’epoca: non penso sia il caso di ritornarci. Meglio concentrarsi sul pezzo appena presentato, che ho avuto il privilegio di provare al polso in anteprima un paio di mesi fa. Nell’occasione, Vacheron Constantin organizzò degli incontri privati con la stampa italiana per anticipare il nuovo Historiques 222, sotto embargo strettissimo. Anzi, nel più fitto mistero, visto che scoprii che si trattava di questo pezzo solo quando mi presentai all’appuntamento.

    L’effetto wow funzionò alla grande. Sarà perché sono un po’ frescone, ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte a un Historiques 222 in acciaio. Evidentemente Vacheron Constantin ha ascoltato i mormorii del mercato e degli appassionati, che chiedevano una versione più accessibile dell’orologio.

    Le sensazioni al polso sono esattamente quelle che ci si aspetta da questa referenza. A partire dalla vestibilità offerta dal bracciale articolato, dal design identico a quello della versione in oro. Morbido e confortevole, grazie alla struttura piuttosto articolata, ha le maglie ben compatte con i perni di giunzione nascosti e la chiusura pieghevole a farfalla a tre lame. 

    Anche qui, la cassa misura 37 mm di diametro con lo spessore molto contenuto di 7,95 mm. La combinazione diametro, spessore e morbidezza del bracciale rende perfetto l’Historiques 222 anche su polsi piccoli, nonostante il peso generoso dell’acciaio si senta tutto. 

    La lunetta scanalata, la croce di Malta incisa nell’angolo in basso a destra della cassa, la cassa stessa dalla forma tonneau sono tutti elementi che ritornano nella versione in acciaio dell’Historiques 222. Bello il dettaglio della croce di Malta a contrasto: qui è dorata e spicca sull’acciaio che la circonda, nella referenza del 2022 era argentata per farla emergere dal giallo dell’oro.

    Quadrante e calibro

    Una menzione speciale merita il quadrante blu mat. Il colore è bello pieno, uniforme, molto contemporaneo, identico a quello di quasi 50 anni fa. Le lancette sono a bastone così come gli indici, allungati, e insieme alla finestra del datario incorniciata a ore 3 offrono un’ottima leggibilità. Lo confermo personalmente, avendolo provato e avendo qualche difficoltà nel mettere a fuoco le scritte da vicino.

    A proposito di scritte, proprio come nella referenza in oro giallo, anche qui “Automatic” a ore 6 riporta lo stesso carattere tipografico del 1977. Una riedizione filologica che testimonia quanto l’importanza della reinterpretazione del proprio patrimonio storico stia a cuore a Vacheron Constantin

    Per quanto riguarda il calibro, nulla è cambiato rispetto alla referenza in oro. È sempre il 2455/2 di manifattura a carica automatica, visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro: 28.800 alternanze/ora, 40 ore circa di autonomia, Punzone di Ginevra. Anche la massa oscillante è sempre la stessa, in oro giallo, personalizzata 222 e con un decoro scanalato che ricorda il design della lunetta.

    Historiques 222: oggetto del desiderio

    Secondo Christian Selmoni, Style & Heritage Director della Casa, «ripercorrere il passato di Vacheron Constantin significa analizzare gran parte della storia dell’orologeria. Dato che siamo una delle più antiche Maison in attività, abbiamo senz’altro un maggiore dovere della memoria. Lo si è capito fin dal 1755, dunque sentiamo la responsabilità di preservare e perpetuare questa storia per le generazioni future».

    In questa frase c’è praticamente tutta la filosofia che ha portato a questa iterazione dell’Historiques 222. Come ho già scritto, era un orologio che appassionati e cultori stavano aspettando come alternativa all’oro giallo per i motivi di cui sopra. Buona cosa che non sia in edizione limitata ma, come tutti i pezzi di pregio dei grandi marchi, in produzione limitata. L’esclusività fa crescere l’attesa, l’attesa aumenta il desiderio: chi ama questo mondo sa quanto forte sia questa leva nel determinare il successo di vendita di un orologio.

  • Multifort Mechanical Limited Edition: Mido ai raggi X

    Multifort Mechanical Limited Edition: Mido ai raggi X

    Devo essere sincero: mi piacciono gli orologi belli ma anche e soprattutto quelli che mi fanno divertire. Come nel caso del Mido Multifort Mechanical Limited Edition che il brand di Swatch Group ha presentato sul finire del 2024. Per quanto un genio come Italo Calvino sostenesse che «il divertimento è una cosa seria», l’idea che alcuni marchi di orologeria decidano ogni tanto di non prendersi sul serio fa bene a tutta l’industria, spesso ingessata e impegnata a “darsi un tono”. Questo Mido Multifort va nella direzione opposta.

    La “radiografia” del Mido Multifort 

    Perché è un orologio che, letteralmente, si mette a nudo. Non lo fa utilizzando il ben noto mezzo della scheletratura, ma fingendo quasi di essere radiografato. Un espediente estetico interessante, che richiama alcuni tentativi simili operati da altri marchi, ma che nel Mido Multifort Mechanical Limited Edition si traduce in maniera del tutto originale. Perché lavora sulla luminosità, “accendendo” la meccanica in modo inconsueto.

    Il gioco a effetto è tutto sul quadrante, che imita l’aspetto del movimento Unitas montato all’interno della cassa. Mido utilizza il Super-LumiNova bianco per disegnare sul quadrante color antracite la forma dei componenti nascosti del calibro, come se si trattasse di un’immagine ai raggi X. Il materiale luminescente crea un contorno allegro, che si illumina di blu e arancione al buio, con tutti i componenti chiave del calibro – ruote, organo regolatore, bariletto – ben evidenziati. 

    Come ho scritto prima, il Mido Multifort Mechanical Limited Edition prosegue la recente tendenza dei cosiddetti quadranti disegnati, che distinguono orologi in cui il movimento all’interno della cassa viene come suggerito da uno schizzo sul quadrante. Penso a pezzi di altissima orologeria come l’Octo Finissimo Automatic 140th Anniversary e l’Octo Finissimo Sketch di Bulgariil pezzo unico di Czapek creato per l’asta TimeforArt. Mido porta lo stesso concetto a un livello molto più accessibile: in cui il quadrante dei suoi orologi di punta rivela la meccanica attraverso un uso intelligente del lume.

    Il calibro Unitas

    La cassa in acciaio del Mido Multifort Mechanical Limited Edition è classica per la collezione ed è di grandi dimensioni. Un diametro di 44 mm per uno spessore di 12,2 mm sono misure non usuali nell’orologeria degli ultimi anni, che tende alla riduzione dei millimetri. Sono però comprensibili, considerando che il calibro misura 37,2 mm e che la cassa conserva la classica robustezza che caratterizza la collezione Multifort fin dagli esordi nel 1934. L’impermeabilità di 100 metri e il vetro zaffiro con doppio rivestimento antiriflesso ne completano le caratteristiche.

    Scrivevo del calibro da 37,2 mm di diametro. È un movimento a carica manuale su base ETA 6498-1 ossia, per chi ha qualche esperienza in materia, quello che è noto anche come calibro Unitas, dal nome dell’azienda che per prima lo produsse, la Unitas Watch Co. SA di Tramelan, nel Giura svizzero. Insieme al 6497, è un movimento che, pur nella sua semplicità (o proprio per questo), si è guadagnato fama e rispetto al pari – mi sbilancio – di mostri sacri come gli ETA 2824 e 2892, l’El Primero e il Valjoux 7750.

    Uno dei movimenti più importanti e più longevi dell’industria svizzera, questo calibro a carica manuale, semplice, senza fronzoli ma affidabile, è stato prodotto a partire dagli anni Cinquanta e trae origine dai classici calibri degli orologi da tasca. Il grande diametro si è dimostrato un vantaggio per aiutare la rinascita dell’orologeria meccanica degli anni ’90. Lo ricorda il caso di Panerai, che nelle varie riedizioni di quel decennio, grandi e ben vistose, utilizzò l’Unitas 6497, il calibro più impiegato nelle scuole di orologeria perché facile da capire, smontare e rimontare. Inoltre, sia il Lépine 6497 sia il Savonette 6498, oltre a essere affidabili, precisi e robusti, erano facili da regolare secondo gli standard cronometrici. 

    I dettagli del Mido Multifort Mechanical Limited Edition

    Il calibro del Mido Multifort Mechanical Limited Edition, reso visibile non solo dal fondello a vista ma anche dalla “radiografia” sul quadrante, si conferma quindi un movimento “da fatica”, ma nel senso più nobile del termine. Sempre all’interno di Swatch Group, qualche anno fa anche Hamilton ha incassato il 6498-1 nel Khaki Aviation Pilot Pioneer.

    L’occhio di riguardo per questo orologio da parte di Mido, che dimostra di tenerci molto, è testimoniato dal fatto che lo ha completato con la bellezza di due cinturini e un bracciale. Quest’ultimo, in acciaio satinato, a tre file, è affiancato da un cinturino in pelle marrone rétro-chic dall’effetto patina e da uno in tessuto sportivo, la cui impuntura bianca è anch’essa luminescente come il quadrante. Per quello che può valere o interessare la mia opinione, penso che la configurazione con il cinturino in tessuto sia la più azzeccata, perché dà maggior equilibrio estetico all’orologio.

    Chiudo ricordando che, come dice il nome stesso della referenza, si tratta di una edizione limitata a 999 pezzi. Con essa, Mido ha voluto chiudere l’anno di celebrazioni del 90° anniversario della collezione Multifort. Il prezzo di 1.590 euro pone questo orologio nella fascia più alta del portafoglio della Marca, a testimoniare l’importanza data a questa referenza. Divertente sì, ma con un carattere tutto suo. Che, alla fine, può anche contare più della meccanica.

  • Vulcain Nautical Legacy Massena LAB: un tuffo nel passato

    Vulcain Nautical Legacy Massena LAB: un tuffo nel passato

    Il bello di un marchio come Vulcain è che, quando lancia un nuovo orologio, difficilmente passa inosservato. E, soprattutto, spinge me e i colleghi a scriverne. Lo avete visto due anni fa con la collezione Chronographe 1970’s, un neo-vintage storicamente coerente. Lo avete rivisto all’inizio del 2024 con lo Skindiver Lagoon x Ocarat e, un paio di mesi fa, con il Cricket President 36 Pistacchio Green. Il nuovo Vulcain Nautical Legacy Massena LAB ha avuto lo stesso effetto.

    Da Manufacture Ditisheim a Fabrique Vulcain

    Non è solo per una questione di estetica o di meccanica, ma anche per una legittimazione storica che fa della manifattura Vulcain uno dei marchi a mio avviso più interessanti tra quelli meno considerati dal cosiddetto mainstream. Ed è un peccato, perché il Brand – fondato nel 1858 a La Chaux-de-Fonds come Manufacture Ditisheim da Maurice Ditisheim e divenuto Fabrique Vulcain 40 anni dopo – ha una storia con molto da raccontare. Basti dire che è l’inventore della complicazione della sveglia per gli orologi da polso, che ha fatto la fortuna anche di manifatture a oggi ben più quotate.

    Questa innovazione, presentata per la prima volta nel 1947, aveva il pregio di dare forma a un meccanismo di sveglia sufficientemente potente da essere udito senza problemi da chi indossava gli orologi. Il suono, simile al cri-cri di un grillo, ispirò il nome della collezione, Cricket (grillo, in inglese), che ancora oggi è sinonimo di Vulcain.

    Il resto della fortuna di cui hanno goduto e godono gli orologi del Marchio è legato agli Stati Uniti. A partire da Harry S. Truman, furono infatti molti i presidenti americani a indossare un Vulcain, da Eisenhower a Nixon a Lyndon Johnson. Il Brand si guadagnò così il soprannome di Watch of Presidents (a volte in coabitazione con un altro, celebre marchio svizzero), guadagnandosi così una forte reputazione globale. Senza contare che, nel percepito di molti non addetti ai lavori, è ancora oggi considerato americano e non svizzero.

    Vulcain Nautical Legacy Massena LAB e gli anni ‘50

    Vengo finalmente al nuovo Vulcain Nautical Legacy Massena LAB. Che vede appunto lo zampino di Massena LAB, lo studio di design orologiero che ha sede a New York ed è stato fondato da William Massena. Da tempo nel settore orologiero come giornalista, banditore, rivenditore e collezionista, Massena è stato per alcuni anni membro della giuria del GPHG e fiduciario della Horological Society of NY. Il bello di Massena LAB è che, oltre ad avere alcune collezioni proprie, ha come business il disegno, lo sviluppo e la creazione di edizioni limitate in collaborazione con altri marchi, principalmente indipendenti. Il Vulcain Nautical Legacy Massena LAB ne è un esempio.

    Si tratta di un orologio subacqueo ispirato agli anni ’50: con un bel quadrante marrone, lancette ridisegnate di ispirazione vintage e un cinturino in caucciù nero progettato da Massena LAB. L’orologio conserva il know-how tecnico del Vulcain Cricket Nautical cui rimanda, uno dei primissimi orologi subacquei con allarme udibile anche sott’acqua, uscito nel 1961. Per questa creazione, Vulcain e Massena LAB sono partiti da una domanda: come sarebbe oggi il Cricket Nautical se fosse stato creato un decennio prima, negli anni ’50?. 

    Quadrante di fascino

    La prima risposta arriva dal quadrante. In molti orologi di quel decennio, ha un color marrone-bruno, virato dalla tonalità originale a causa dell’azione della luce sui pigmenti del quadrante stesso. Una colorazione che, in gergo orologiero, è chiamata “tropical”. Ecco perché nel Vulcain Nautical Legacy Massena LAB il quadrante è stato ricolorato di un ricco marrone cioccolato, che brilla sottilmente alla luce. Le lancette, completamente ridisegnate e uniche per questa collaborazione con Massena LAB, sono a bastone (ore), a freccia (minuti), a freccia (sveglia) e lollipop (secondi centrali). 

    Ciò che differenzia le lancette principali è il colore. Quelle di ore e minuti sono riempite di lume beige, con trame di lume abbinate sul quadrante, e hanno una luminescenza verde in condizioni di scarsa illuminazione o in acque profonde. Quella della sveglia è di un rosso acceso con lume beige sulla punta. Il colore del lume imita il trizio dell’epoca e richiama l’ispirazione vintage dell’orologio. 

    Geniale ma poco utile

    Come avrete capito, il bello di questo orologio sta tutto o quasi nel quadrante. Poiché si tratta di un diver d’ispirazione vintage, il quadrante presenta una scala di decompressione che troviamo anche nel Cricket Nautical del 2023 e che è un’invenzione del team di Hannes Keller, pioniere svizzero delle immersioni profonde che collaborò alla creazione del primo Cricket Nautical nel 1961. La scala si rivela attraverso un’apertura sul quadrante e, per impostarla correttamente, chi indossa l’orologio deve prima determinare la durata e la profondità dell’immersione utilizzando la corona a ore 4 per ruotare la parte superiore del quadrante. 

    Il funzionamento ricorda un po’ quello della scala del Mido Decompression Timer. Se utilizzata correttamente, questa scala rivelata dall’apertura sul quadrante indica al subacqueo per quanti minuti deve fermarsi a 9, 6 e 3 metri prima di tornare in superficie. Si tratta di una funzione complessa – a ben vedere poco utile al giorno d’oggi, considerando le innumerevoli e precisissime diavolerie elettroniche da polso disponibili per i subacquei -, ma di indubbio fascino. Inoltre, il quadrante rotante fa riferimento a protocolli di immersione stabiliti decenni fa, che non sono necessariamente gli standard di oggi.

    Vulcain Nautical Legacy Massena LAB: vintage sì, “fintage” no

    Parlando della cassa in acciaio, misura 42 mm per 17,5 di spessore. Un’altezza importante, dovuta al fatto che si tratta di un diver e perché la cassa è dotata di un “triplo fondello” chiuso che funge da camera di risonanza. Esso consente al suono della sveglia di avere un volume sufficientemente forte da essere udito sott’acqua, avvisando chi lo indossa che è ora di iniziare la risalita.

    Il Vulcain Nautical Legacy Massena LAB è alimentato dal calibro Cricket Alarm V10 a carica manuale, che lavora a una frequenza di 18.000 alternanze/ora e ha un’autonomia di 52 ore. Il calibro, sviluppato in-house, ha due bariletti: uno è la fonte di energia per la cronometria mentre l’altro alimenta la funzione di allarme. Entrambi i bariletti si caricano ruotando la corona a ore tre: in senso orario per la funzione di tempo e in senso antiorario per il sistema di allarme. Il pulsante a ore 2 inserisce e disinserisce la sveglia.

    Il Vulcain Nautical Legacy Massena LAB è in edizione limitata di 25 esemplari, costa 4.950 dollari e può essere acquistato sia sul sito di Vulcain, sia su quello di Massena LAB. Un prezzo importante, che può essere un ostacolo anche per chi ama orologi dal sapore vintage come questo. Il quale rimane, dal mio punto di vista, un pezzo ben fatto e certamente non “fintage”. Che ha il pregio di mantenere vivo l’interesse su un Marchio e su una collezione capaci di segnare, in orologeria, un’epoca e un gusto ormai perduti.

  • Promaster, 35 anni a tutto Citizen

    Promaster, 35 anni a tutto Citizen

    Lo so, qualcuno di voi alzerà il ditino e penserà che parlare del 35° della collezione Promaster di Citizen alla fine dell’anno in cui si celebra la ricorrenza non sia una genialata. In realtà, la scelta di aspettare l’ultimo minuto, o quasi, è dovuta al fatto che si tratta di una linea talmente centrale nell’offerta di Citizen da meritare una certa dose di “meditazione”. In più, in questo 2024 Citizen ha presentato diverse referenze del Promaster di cui ancora non abbiamo scritto e che vale la pena raccontare sul finire dell’anno. Non senza aver prima rapidamente accennato alle origini della collezione.

    La famiglia dei Promaster, come è facile immaginare se sapete fare di conto, arrivò sul mercato nel 1989 e debuttò con tre modelli: l’Altichron, che era mosso dal calibro C040; il precursore dello Sky, equipaggiato dal calibro C080; e il subacqueo Aqualand, con calibro C020 e certificazione ISO 6425. In realtà, il nome Aqualand vide la luce prima, nel 1985, abbinato al primo orologio da immersione dotato di profondimetro digitale. Proprio questa caratteristica configurò l’arrivo dell’Aqualand come una sorta di rivoluzione tra i diver professionali. L’affidabilità dell’orologio era garantita da 3 batterie al litio chiuse da un fondello sigillato in modo ermetico grazie all’impiego di 6 viti.

    La linea Promaster si è evoluta nei successivi 35 anni mantenendo un forte focus sull’Aqualand (poi Marine) e valorizzando progressivamente le referenze Sky. Citizen ha esteso le prestazioni della collezione a referenze pensate per l’outdoor e identificate dai nomi di Geo Trekker e di Land. In questo modo ha portato Promaster a posizionarsi in tutti i tre classici ambiti destinati agli orologi-strumento, pensati per l’esplorazione: mare (Marine), terra (Land), cielo (Sky).

    Promaster Sky Eco-Drive Radio-Controlled

    Per parlare delle novità del 35° anniversario (sulle quali vi rimando poi alle didascalie per ulteriori dettagli e approfondimenti) parto proprio dal Promaster Sky, per il quale Citizen ha realizzato una referenza in edizione limitata con cassa in acciaio da 46,7 mm di diametro e 13,8 mm di spessore. L’orologio si presenta senza anse e ha il bracciale integrato; l’estetica parla di una finitura di angoli e spigoli che alterna parti lucide a zone spazzolate.

    La maggior parte dei componenti della cassa e del bracciale è dotata di un rivestimento Duratect grigio, mentre la finitura Duratect della corona, della parte interna della lunetta, del regolo calcolatore e dei pulsanti è rosa ambrato, una sfumatura definita Sakura. Nonostante il nuovo Promaster Sky sia pensato per un utilizzo professionale in cielo, è garantito con un’impermeabilità fino a 20 bar, grazie anche all’impiego del vetro zaffiro e del fondello avvitato.

    Promaster L.E. NY 0160 e NY0161 (Fugu)

    La ricorrenza del Promaster, per ciò che riguarda la linea Marine, trova la celebrazione in due edizioni limitate della Serie NY, ispirate al design reso celebre e ricercato dal modello originale NY004 del 1989. Che era dotato di una lunetta seghettata il cui design era pensato per agevolarne l’utilizzo con i guanti da immersione.

    L’impiego di quell’orologio da parte dei subacquei professionisti ha decretato la reale funzionalità della lunetta. E ha dato origine al soprannome con cui è conosciuta la referenza, ossia “Fugu”, pesce palla in giapponese. Un nome diventato così iconico da essere riportato sul fondello delle nuove varianti in edizione limitata e celebrative dei 35 anni di Promaster, una con quadrante blu e una con quadrante nero.

    Le due nuove referenze mantengono caratteristiche ed elementi distintivi della stessa linea: 20 bar di impermeabilità (standard ISO 6425), indici delle ore di nuova concezione introdotti nel 2018, esclusiva lunetta con denti seghettati.

    Eco-Drive combination watch (Land)

    Questo nuovo Promaster dedicato al mondo della terra (Land) è caratterizzato da un nuovo calibro, il movimento Eco-Drive U822, che è il cuore di tre nuovi modelli di orologi combinati. Il movimento di nuova concezione combina indicazioni analogiche con indicazioni digitali visibili nel display tra ore 2 e ore 10.

    Il display digitale è stato aggiornato con uno schermo Lcd a segmenti chiamato Memory-in-Pixel (Mip). Si tratta di una nuova tecnologia in grado di offrire una risoluzione più elevata per una migliore visibilità, sia in ambienti al chiuso, sia soprattutto in ambienti all’aperto. Inoltre, per dimensione e forma, il display offre la visualizzazione di un numero maggiore di informazioni.

    Il quadrante analogico presenta lancette grandi e leggibili combinate con numeri arabi e indici a barra. La finitura opaca riduce i riflessi e garantisce che il display analogico sia sempre chiaramente visibile. Il réhaut può essere ruotato tramite la corona a ore 8 per utilizzare l’orologio come bussola. Il cinturino in poliuretano è stato realizzato con una miscela che contiene Benebiol, materia prima basata sulla biomassa che garantisce una maggiore durata.

    Eco-Drive combination watch Limited Edition (sempre più Land)

    La serie Land ospita anche un altro orologio combinato analogico e digitale, alimentato dal sistema Eco-Drive, realizzato in edizione limitata. La cassa in acciaio è trattata con rivestimento Duratect grigio scuro e misura 43,9 mm di diametro per 14 mm di spessore. È dotata di una corona zigrinata, per una presa facilitata anche con i guanti. Anche i pulsanti sono lavorati per essere utilizzati agevolmente e sono posizionati due sul lato destro e uno a sinistra a ore 8, il cui scopo è quello di azionare la lunetta interna della bussola. 

    L’orologio ha il vetro zaffiro piatto a protezione del quadrante e il fondello decorato con il logo dell’anniversario. Il bracciale di serie è in acciaio con trattamento Duratect come la cassa, ma in occasione dell’anniversario è stato previsto anche un cinturino intercambiabile in tessuto Cordura. Il quadrante ha il display digitale, con lo schermo Lcd in Memory-in-Pixel (Mip) posizionato tra ore 10 e ore 2. La parte analogica è costituita dalle tre lancette centrali e dai due contatori a ore 4 e a ore 8. 

    Il modello è sempre alimentato dal nuovissimo calibro Eco-Drive U822, che offre funzioni di cronografo, sveglia, timer per il conto alla rovescia, world timer, indicatore dell’autonomia residua. L’orologio ha 20 bar d’impermeabilità, in linea con il resto della gamma Promaster.

    Promaster Eco-Drive Radio-Controlled Geo Trekker 

    Il nuovo Promaster Geo Trekker è radiocontrollato con sistema Eco-Drive e offre la funzionalità delle ore del mondo su 26 città, oltre al datario perpetuo. Sul quadrante è possibile visualizzare l’ora approssimativa dell’emisfero settentrionale allineando il disco dell’Universal Time Coordinated (UTC), posizionato nel contatore a ore 6, con l’anello esterno del contatore stesso. Il disco dell’Utc realizza un giro completo al giorno: e poiché in un giorno ci sono 86.400 secondi, ecco che il nuovo movimento prende nome di Calibro H864.

    Il disco Utc è decorato con una mappa molto dettagliata dell’emisfero settentrionale. Il carattere tipografico dei nomi delle città attorno al quadrante e dei numeri sul disco Utc s’ispira a quelli presenti sulle mappe del mondo e sulle carte di navigazione dell’era delle scoperte. La lancetta dei minuti, lunga e ampia, e quella delle ore, oversize come gli indici, garantiscono una perfetta leggibilità anche al buio, grazie al trattamento luminescente.

    Il design aperto della lunetta e del quadrante, insieme alla forma leggermente conica della cassa, aumentano ulteriormente la leggibilità e rendono il peso e lo spessore dell’orologio più leggeri. Il fondello è decorato con l’incisione di una mappa dell’emisfero settentrionale.

    Promaster Eco-Drive Radio-Controlled Geo Trekker Limited Edition

    Nella linea Promaster del 35° esce anche un nuovo con Geo Trekker in edizione limitata a 1.000 esemplari per l’Italia, supportato dal sistema Eco-Drive e dotato del nuovissimo calibro H864. Il quadrante è realizzato in policarbonato riciclato al 100%, stampato con inchiostro a colori strutturali sviluppato da FujiFilm Corporation.

    Questa tecnologia innovativa conferisce al quadrante una brillantezza che crea un effetto di profondità. Il quadrante è sormontato da un vetro zaffiro antiriflesso mentre la cassa e il cinturino sono in acciaio inossidabile con rivestimento Ip grigio. L’orologio è appunto animato dal nuovo calibro H864 e dal sistema Eco-Drive, alimentato dalla luce e brevettato da Citizen.

    Il calibro H864 offre specifiche di precisione di ±15 secondi al mese e la funzione worldtimer su 26 città, insieme al datario perpetuo. L’impermeabilità è garantita fino a 20 bar. Il fondello è decorato con l’incisione di una mappa dell’emisfero settentrionale – ed è serrato a vite, come la corona. Il contatore a ore 6 riporta l’ora nelle principali città dell’emisfero settentrionale. L’immagine del mondo vista dal Polo Nord ruota con il passare del tempo e mostra sull’anello esterno l’ora universale coordinata (Utc), indicata da una freccia.

  • UR-230 Polaris: lo Stormtrooper di Urwerk

    UR-230 Polaris: lo Stormtrooper di Urwerk

    Il commento più bello che ho letto sul nuovo UR-230 Polaris di Urwerk l’ho trovato su un sito specializzato americano. Riferendosi al predecessore di questo orologio, ossia l’UR-230 Eagle, l’autore scrive che la nuova referenza “somiglia più a uno Stormtrooper che a Darth Vader”. Non serve essere dei fan di Guerre Stellari per capire che la differenza principale tra i due orologi, esteticamente parlando, sta nel colore della cassa: nera quella dell’Eagle, bianca quella del Polaris. Il cui nome richiama proprio il concetto di candore.

    Il carosello dell’UR-230 Polaris

    All’UR-230 Eagle avevamo dedicato una pillola all’interno di uno dei nostri oroscopi, circa un annetto fa. Se andate a rivedere l’immagine a corredo e la confrontate con quella del Polaris, capite subito la citazione alla George Lucas di cui sopra. E capite subito che anche questo UR-230 adotta il sistema di affissione dell’ora “vagabonda” simile a quello impiegato dall’UR-100 Electrum, di cui scrissi tempo fa, tipico della manifattura svizzera. Simile, ma non uguale, perché pare che in Urwerk non si annoino mai, per cui hanno sostituito i tre dischi delle ore con altrettanti prismi.

    Per il nuovo UR-230 Polaris, la Manifattura ha infatti sviluppato una versione sofisticata della complicazione a satelliti girevoli che è la firma meccanica di Urwerk. Su un carosello a tre braccia, altrettanti prismi rotanti recano ciascuno quattro numeri, uno per ogni faccia. Scorrono lungo una sezione di 120 gradi, con la faccia dell’ora corrente rivolta verso l’osservatore. Ciascun prisma è inserito in una lancetta retrograda tridimensionale in alluminio che indica i minuti. Terminata la corsa dei 60 minuti, la lancetta scatta e ritorna allo 0, dove accoglie il prisma che indica l’ora successiva. E così via.

    Il sistema ingegnoso funziona grazie al calibro automatico di manifattura UR-7.30 con doppio bariletto, che lavora a 28.800 alternanze/ora per 48 ore circa di riserva di carica. Un’autonomia piuttosto contenuta, si potrebbe pensare, nonostante il doppio bariletto. Non dimenticate però che stiamo parlando di un calibro ingegneristicamente piuttosto complesso che necessita di molta energia per alimentare il tipo di visualizzazione a satellite. Con i minuti retrogradi, oltretutto: il che significa che la lancetta, durante il suo moto, immagazzina progressivamente la molta energia che le serve per ritornare allo 0 con uno scatto fulmineo, una volta “sganciata” un’apposita leva. Energia che, scatto dopo scatto, inesorabilmente scema.

    Turbine di protezione

    Va da sé che un movimento del genere sia piuttosto delicato. Per proteggerlo, Urwerk ha sviluppato un doppio set di ammortizzatori, presente anche nell’UR-230 Eagle, che lavora tramite l’impiego di turbine. Si tratta di una prima mondiale, a testimonianza del continuo lavoro di ricerca e sviluppo portato avanti dal Marchio.

    Il primo set di turbine ha il compito di attenuare l’impatto di qualsiasi urto esterno sulla cassa, garantendo così la robustezza e la durata dell’orologio. Uno dei due interruttori circolari sul retro della cassa consente di disattivare/bloccare il rotore automatico perché, in questo modello, la carica manuale è ancora possibile tramite la corona. Lo scollegamento del rotore protegge le altre parti del calibro nel caso in cui il rotore stesso si muova a una velocità pericolosa per la sua incolumità, quando è sottoposto a forza G elevata. In questo caso, chi indossa l’orologio deve prevedere il rischio e impostare l’orologio in modalità di carica manuale. Un indicatore a lancetta sul quadrante a ore 1 permette di capire se la modalità di carica automatica è impostata (On) o meno (Off) in quel momento.

    L’aria che tira

    L’altro set, che dà vita alla complicazione del cosiddetto “freno ad aria”, ha un funzionamento un po’ più complesso. Un secondo interruttore, anch’esso sul fondo cassa, consente a chi indossa l’orologio di modificare la velocità del flusso d’aria intorno al rotore automatico. Le turbine agiscono come una valvola che consente l’ingresso di maggiore o minore aria nella camera che ospita il rotore. Quando l’aria viene limitata nel passaggio da una zona all’altra, il rotore automatico si muove più lentamente.

    La regolazione del sistema modifica l’attrito degli ingranaggi, con il sistema meccanico che ne cambia la velocità di movimento. Il rotore automatico, protetto da un cuscino d’aria, resiste agli urti e ai movimenti estremi. Se non si desidera disattivare completamente il rotore, è possibile limitarne il moto in modo che continui a caricare automaticamente la molla, ma non così liberamente come se non vi fosse alcuna limitazione nel flusso d’aria.

    Questo sistema non è nuovissimo. Un concetto simile è utilizzato nella maggior parte dei movimenti degli orologi con ripetizione minuti che utilizzano un regolatore: tramite un flusso d’aria, rallenta il funzionamento della suoneria di una ripetizione minuti in modo da migliorare la percezione del suono. I regolatori del flusso d’aria sono storicamente utilizzati in una varietà di motori e macchine, ma l’applicazione di questo concetto a un rotore automatico da parte di Urwerk è nuova e interessante. Sicuramente favorisce una maggiore interazione tra il movimento dell’orologio e chi lo indossa. Come nel caso del primo set di ammortizzatori, anche per il “freno ad aria” c’è un indicatore a ore 11 che segnala la modalità inserita.

    La cassa dell’UR-230 Polaris

    Detto del movimento, vengo alla cassa, che è l’altra chicca dell’UR-230 Polaris. È realizzata in un composito stratificato la cui base polimerica ospita fogli di ceramica intrecciati con strati di fibra di vetro. Utilizzato nell’industria aerospaziale e in quella medicale, questo nuovo materiale ad alte prestazioni combina i vantaggi di ciascuno dei suoi componenti. Per esempio, le ceramiche classiche sono sì dure e resistenti, ma poiché si creano con un processo di sinterizzazione a caldo, sono inclini a frantumarsi in caso di forte impatto. Grazie alle fibre di vetro che contiene, questa ceramica di Urwerk è sostanzialmente infrangibile.

    La resina che incapsula le lastre a base di fibre è di colore bianco, mentre la fibra di vetro è di un color argento molto chiaro. Grazie alla lavorazione della cassa, gli strati di materiali diversi finemente impilati riflettono la luce sui diversi colori; l’effetto è variabile a seconda della curva della cassa stessa e dell’angolo con cui la luce la colpisce. Un po’ come nel caso della fibra di carbonio, che ha un’estetica irregolare e scintillante. Nello specifico, il bianco dell’UR-230 Polaris è vivo, cambia costantemente e in modo sottile e contrasta con il calibro Urwerk UR-7.30, che è quasi completamente nero. A differenza dell’Eagle, l’UR-230 Polaris non ha il coperchio che celava alla vista la parte superiore del quadrante, il quale qui rimane pienamente visibile.

    Vista la particolarità dell’orologio, preferisco lasciare ulteriori dettagli nelle didascalie, in modo che siano le immagini a parlare. Ricordo che l’UR-230 Polaris è, come tipico delle creazioni di Urwerk, una edizione limitata: 35 pezzi. Il prezzo è in linea con i “giocattoli” che nascono dalla mente di Felix Baumgartner e Martin Frei, alla guida della manifattura: 160.960 euro. Ma volete mettere la goduria di avere al polso uno Stormtrooper meccanico?

  • Chronographe 1887: l’anima rétro di Eberhard & Co.

    Chronographe 1887: l’anima rétro di Eberhard & Co.

    «Impara a essere calmo e sarai sempre felice»: è una massima dello yogi indiano Paramahansa Yogānanda, vissuto nel secolo scorso. Mi è venuta alla mente pochi giorni fa, con l’uscita sul mercato dei nuovi Chronographe 1887 di Eberhard & Co. Per la messa a punto di questi due orologi la Maison de l’Aigle si è presa tutta la calma e il tempo di cui aveva bisogno, dal momento che li aveva presentati, poco più che prototipi, lo scorso aprile, a Watches and Wonders Geneva.

    Quasi otto mesi di attesa, però, sono stati ben ripagati. Perché quello che avevamo avuto la possibilità di provare al polso, ben sapendo che si trattava di qualcosa di provvisorio, pare non tradire le attese, ora che è diventato un prodotto finito. Scrivo pare perché ancora non ho avuto la possibilità di toccare con mano le due versioni dei Chronographe 1887 definitivi, ma l’impressione è quella che il loro look and feel – come dice chi sa le lingue – sia il medesimo di quello provato nei saloni ginevrini la scorsa primavera.

    Chronographe 1887: comodità e stile

    Parto proprio da qui, da quell’esperienza di indosso, per dire che i Chronographe 1887 di Eberhard & Co. sono due orologi ben vestibili. Il diametro delle casse in acciaio, in entrambe le versioni, è di 41,5 mm, mentre varia lo spessore. Nelle referenze con calibro manuale, limitate a 250 pezzi, è di 13,9 mm, che salgono di un mezzo millimetro netto a 14,4 nella versione automatica, non limitata. Inutile sottolineare come un calibro manuale necessiti di minore spazio per via dell’assenza della massa oscillante, consentendo uno spessore della cassa più contenuto.

    La comodità che ricordo al polso è data anche dalla curvatura delle anse, leggera quanto basta per evitare che diventino spigolose alle estremità, ma che fasciano il polso nella maniera corretta. Nel dare forma alla cassa, Eberhard & Co. si è ispirata al suo ampio retaggio storico, con un disegno che ricorda alcuni modelli del Brand degli anni ’30. Il tocco di modernità è dato dall’alternanza di finiture lucide e satinate tra lunetta, ansa e carrure.

    Buona parte dell’aura vintage dei Chronographe 1887 deriva anche dalla corona. Ha il design conico, le dimensioni sovradimensionate e la zigrinatura bella tosta tipiche di un tempo. E ospita all’interno un pulsantone decorato con la E di Eberhard incisa: serve ad attivare la funzione flyback o ad azzerare il cronografo dopo che questo è stato attivato o fermato con il pulsante rettangolare a ore 2. Sì, perché su entrambe le referenze del Chronographe 1887, il calibro è arricchito dalla complicazione flyback.

    Il lavoro sui calibri

    Non torno sulle caratteristiche di questa complicazione, di cui potete leggere qui. Quello che mi interessa sottolineare è il fatto che Eberhard & Co. l’ha introdotta sia sull’automatico sia sul manuale – quando, in un’ottica di esclusività e anche di “risparmio”, avrebbe potuto utilizzarla solo nell’edizione limitata. Invece no. Io leggo questa scelta come un segno di fiducia nel proprio prodotto e, soprattutto, come una forma di rispetto per l’appassionato, al quale offrire una complicazione top di gamma indipendentemente dalla volontà di acquisto o capacità di spesa.

    Il discorso sul flyback mi porta dritto dritto a parlare del movimento dei due orologi. Quello a carica manuale è il calibro EB 280, cronografo meccanico da 28.800 alternanze/ora e circa 63 ore di autonomia. Quello a carica automatica è l’EB 380, che lavora anch’esso a 4 Hz, ma ha una riserva di carica leggermente inferiore: 60 ore. Entrambi i movimenti sono stati appositamente sviluppati da Eberhard & Co. in collaborazione con Manufacture AMT e creati sulla base del calibro AMT 5100 con complicazione flyback e ruota a colonne. Nel cronografo manuale, quest’ultima è blu, a dare al calibro un ulteriore tocco di esclusività.

    Manufacture AMT è una consociata di Sellita che ha sede a Granges, in Svizzera, e che ha in produzione anche movimenti di fascia alta. Sviluppa e produce calibri proprietari di livello superiore per terze parti che vogliono personalizzare i movimenti con il proprio design e le proprie specifiche anziché utilizzare calibri standard impiegati da altri. L’idea, nemmeno tanto nascosta, è che Manufacture AMT possa competere con produttori come Kenissi o La Joux-Perret. Oltre ai due movimenti del Chronographe 1887, uno dei progetti recenti di Manufacture AMT reso noto è il calibro TAG Heuer TH31-00, movimento proprietario con certificazione COSC incassato nell’Aquaracer 200 in oro massiccio.

    L’estetica dei Chronographe 1887

    Nella galleria fotografica trovate altre informazioni sul calibro e alcuni dettagli in più. Mi preme qui arrivare all’aspetto a mio avviso più interessante dei Chronographe 1887, al di là delle finezze tecniche della meccanica: il quadrante. O meglio, i quadranti. Perché per ciascuna delle due referenze, Eberhard & Co. ha scelto diverse versioni: guscio d’uovo o nero semi-opachi nella Édition Limitée (con una variante color bronzo e contatori cronografici argenté); bianco o nero lucido, argenté o blu Clous de Paris nell’Automatique. Tutte le versioni sono coerenti, ciascuna a proprio modo, con la vocazione heritage degli orologi.

    Nello specifico, il quadrante guscio d’uovo è tremendamente vintage ed esalta la grafica scelta da Eberhard & Co. che, a parte pochi dettagli, si ritrova sugli orologi. La caratteristica principale è la presenza contemporanea di una scala telemetrica periferica e di una tachimetrica interna a chiocciola (assenti però sui quadranti Clous de Paris) che ricorda quelle degli anni ’30. Per un veloce ripasso sulla differenza tra scala tachimetrica e telemetrica andate a questa pagina

    A differenziarli, invece, ci sono gli indici. Per l’edizione limitata del Chronographe 1887, Eberhard & Co. ha optato per gli indici a bastone, con la versione bronzo che reca al 12 e al 6 i numeri arabi. Nella versione automatica, gli indici sono in numeri arabi, lucidi e a rilievo; nelle referenze con quadrante a Clous de Paris coesistono indici romboidali sfaccettati e numeri romani applicati. Diverse opzioni in base al gusto di chi si avvicina a questi orologi.

    Inequivocabilmente Eberhard

    Il pensiero che mi è venuto vedendo finalmente sul mercato i nuovi Chronographe 1887 è che, in fin dei conti, ciò che rende piacevoli gli orologi di Eberhard & Co. è il loro stile riconoscibile. Il quale, a dirla tutta, ha sempre un non so che più italiano che svizzero, che gli deriva dalla storia e dal management attuale. Di conseguenza gli orologi del Marchio, che siano solo tempo o cronografi, da uomo o da donna, hanno personalità e stile.

    Trovo la presenza audace e il look rétro di questa collezione divertenti e ammalianti. Così come trovo filologica la scelta di associare una fibbia ad ardiglione al cinturino in alligatore. Sono esemplari allo stesso tempo conservatori e massimalisti, contemporanei e vintage, essenziali e complicati. Queste contraddizioni intrinseche rendono tanti orologi di Eberhard & Co. affascinanti, cosa particolarmente vera per questi nuovi Chronographe 1887.

  • RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition: puro Richard Mille

    RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition: puro Richard Mille

    Fa sempre una certa impressione quando un marchio mette sul mercato la versione “ultima e definitiva” di un orologio. Ancora di più se si tratta dell’RM 032, per molti il Richard Mille meno Richard Mille di tutti. Un po’ per via della cassa tonda anziché tonneau, quella che ha reso il Marchio unico e riconoscibile; un po’ per via del legame con il mare, all’apparenza distante dal mondo delle corse automobilistiche cui Richard Mille è da sempre legato, nella Formula 1 ma anche tra le ruote classiche. Eppure l’RM 032, oggi nella veste di Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition, rimane uno dei pezzi più distintivi del Brand, perciò sono certo che a qualche appassionato una lacrimuccia sia scappata nel sapere che non sarà più prodotto.

    Tredici anni di RM 032

    Che gli orologi della collezione RM 032 siano particolari e a modo loro straordinari è evidente fin dal primo sguardo. Ho avuto l’opportunità di tenerne tra le mani un paio durante una mia visita alla boutique Ninety di Ginevra, che gestisce il secondo polso certificato del Brand, e lo confermo. Così come confermo che il loro Dna è tremendamente Richard Mille per la ricerca della precisione tecnica e della perfezione formale, in un design che, pur se tondo, trascende la banalità in cui scivolano altri marchi.

    La collezione RM 032 nasce nel 2011 con la prima referenza e, trattandosi del primo subacqueo di Richard Mille, la scelta della forma, per quanto spiazzante, risultò coerente con la funzione per la quale l’orologio era stato progettato. Del resto è meno complesso impermeabilizzare una cassa tonda rispetto a una di forma, perché priva di angoli o spigoli che sono punti di debolezza in balia della pressione dell’acqua. Detto questo, la Manifattura non poteva limitarsi a riprendere pedissequamente i codici dei diver tradizionali ma doveva piegarli alla propria visione.

    Ecco dunque la cassa oversize tipica dei subacquei forgiata in materiali tecnologici e leggerissimi quali il carbonio o il titanio. Ecco la scheletratura del quadrante che, invece di penalizzare la leggibilità delle informazioni – questione di vita o di morte nella progettazione di un diver -, la esaltava grazie all’utilizzo intelligente del materiale luminescente. Il tutto abbinato a dimensioni maschie e vistose, perfettamente in linea con la storia e l’immagine del Marchio.

    Un sistema raffinato

    L’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition si inserisce senza tentennamenti all’interno di questo solco estetico e tecnico. Specialmente da quest’ultimo punto di vista, la maestria degli ingegneri di Richard Mille è più che evidente e mi piace partire da un dettaglio che dà l’idea di quanto pensiero ci sia dietro a un orologio così. Perché da sempre chi progetta diver si concentra sulla tenuta stagna di corona e pulsanti: ma chi pensa alla pressione che l’acqua esercita su questi ultimi? E che, se potente, può azionarli involontariamente?

    Ebbene, per questo RM 032 Richard Mille ha sviluppato e brevettato un sistema che può bloccare i pulsanti e garantire impermeabilità fino a 30 bar. Si aziona ruotando un apposito anello posto all’interno della corona: se sull’anello compare un indice verde, il sistema è sbloccato, se l’indice è rosso è azionato. In questo modo eventuali sovrapressioni o urti sulla corona non danneggiano il movimento e si migliora la resistenza all’acqua grazie a una maggiore pressione sulle guarnizioni.

    Questo sistema è la punta di diamante del lavoro compiuto da Richard Mille sulla cassa dell’orologio, ben presente al polso grazie ai 50 mm di diametro e ai 17,8 di spessore. Come nelle precedenti referenze dalla collezione, la cassa ha un design curvo ed è realizzata in tre parti. Sia la lunetta fissa sia quella girevole unidirezionale sono in titanio grado 5; mentre la prima è satinata con smussi lucidati, la seconda è micropallinata e con trattamento superficiale Dlc. Anche la parte centrale della cassa è in titanio grado 5 con inserti in Carbon Tpt, materiale di cui sono composti anche il fondello e le anse: se non vi ricordate che cosa è, rinfrescatevi la memoria qui.

    Due parole sul cuore dell’RM 032

    Il movimento racchiuso nella cassa è il calibro automatico RMAC2 sul quale si potrebbero scrivere un sacco di cose perché racchiude alcune delle soluzioni tecniche che hanno reso unico il lavoro di Richard Mille. A partire dal rotore a geometria variabile che ottimizza il processo di ricarica del doppio bariletto. Grazie al design esclusivo, l’impostazione delle alette può essere regolata in modo da adattare la velocità di riavvolgimento delle molle dei bariletti al livello di attività di chi indossa l’orologio. A seconda di come sono posizionate le alette, l’inerzia del rotore fa in modo che la ricarica sia accelerata in caso di attività sedentaria o rallentata in caso di attività dinamica.

    Non si tratta di una novità, in quanto il sistema è già presente su diverse referenze. In sostanza, aiuta a migliorare l’uniformità della coppia erogata dalle molle per un periodo più lungo. Un risultato che si ottiene moltiplicando il numero di rotazioni in modo da ridurre la pressione e l’attrito sui denti, sui cuscinetti e sui perni. In questa maniera, si ottiene un consistente miglioramento delle prestazioni a lungo termine del calibro. Per la cronaca, l’autonomia complessiva è di 50 ore.

    Al perfetto funzionamento del movimento nel cuore dell’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition contribuiscono anche altri importanti accorgimenti tecnici. Per esempio, ponti e platina in titanio grado 5, una lega composta da un 90% di titanio, un 6% di alluminio e un 4% da vanadio. Si tratta di un bilanciamento che migliora le proprietà meccaniche del materiale di base e dà all’intero movimento rigidità e superfici perfettamente piane, fondamentali per il funzionamento impeccabile del treno del tempo. Il calibro è un cronografo flyback. La pressione del pulsante a ore 4 a cronografo avviato consente di azzerarlo senza premere il pulsante di stop, posizionato a ore 1.

    Uno sguardo al quadrante

    Prima di lasciarvi alle didascalie con dettagli ulteriori, passo al quadrante. Come ho scritto sopra, la scheletratura estrema non va a danno della leggibilità delle informazioni, che non sono poche. Oltre a essere un cronografo, l’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition è anche un calendario annuale con gran data. Quest’ultima è ben visibile a ore 12 in una finestra ed è composta da una coppia di dischi rotanti. Sia il cambio data sia il cambio mese (indicato con numeri arabi) sono istantanei.

    L’indicazione del mese è forse quella meno evidente, posizionata com’è in una piccola finestrella a ore 4:30. Se non altro, però, la regolazione dei mesi è automatica e tiene conto della lunghezza diversa di 30 o 31 giorni, ad eccezione del passaggio da febbraio a marzo, quando è necessario l’intervento manuale. Poca roba, considerando l’architettura complessiva dell’orologio.

    Anche in questa referenza, come nelle altre della collezione RM 032, è presente a ore 3 un ingegnoso sistema che consente di verificare a colpo d’occhio se l’orologio sta funzionando: l’indicatore di marcia. Poco utile per chi dovesse indossarlo in ambito urbano, decisamente di più per chi in immersione, magari con poca visibilità, dipende dall’orologio per non rischiare la pelle.

    Graficamente si presenta quasi come fosse un’elica ed è costituito da un disco rotante che si muove alla velocità di due giri al minuto al di sotto di un disco fisso finestrato. Sulla superficie del disco mobile si susseguono settori ricoperti di Super-LumiNova e settori neri, visibili alternativamente attraverso le aperture del disco fisso. In questo modo, è facilmente vedere se il disco ruota, sia di giorno sia di notte. E se il disco ruota, il sub può stare tranquillo: l’orologio funziona.

    RM 032: l’“elefante” di Richard Mille?

    Detto che l’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition è disponibile sia con cinturino nero sia con cinturino giallo, che è in edizione limitata di 80 esemplari, che costa 210.000 franchi svizzeri escluse le tasse, per una volta chiudo un articolo con una citazione presa in prestito da altri. Non per pigrizia, ma perché è esattamente il mio punto di vista su questo orologio. Il fatto che provenga da un sito come Hodinkee, per molti una bibbia del settore, è puramente casuale.

    Chiude così il suo pezzo, parlando dell’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition, Malaika Crawford: «Quello che non si può mai mettere in discussione di Richard Mille è l’identità di marchio davvero singolare. Nonostante l’uso di una tradizionale forma circolare (perché si tratta di un orologio subacqueo), rispetto alla più comune forma tonneau, è inconfondibilmente Richard Mille. Il materiale, la tipografia, l’estetica spudoratamente forte. Ma parliamo di un elefante di 50 mm nella stanza! Un Richard Mille rotondo è un Richard Mille? Direi di sì».

  • Citizen e le strategie di brand: intervista a Hiroyuki Ota

    Citizen e le strategie di brand: intervista a Hiroyuki Ota

    Durante il viaggio a Parigi all’evento per i 100 anni del primo orologio marchiato Citizen non ho intervistato solo l’ingegnere dei movimenti, Sochiro Morita. Ho intervistato anche Mr. Hiroyuki Ota, Direttore generale di Citizen Watch Europe. In oltre 20 anni di esperienza nel settore, ha gestito il business degli orologi completi ma anche i principali mercati nel settore dei movimenti. Con lui abbiamo parlato di visione e strategia del marchio, in Europa e nel mondo.

    Il Giornale degli Orologi: Ci sono differenze di percepito del brand Citizen tra mercati europei e mercato giapponese?
    Hiroyuki Ota: Diversamente da quanto si può pensare, ci sono molti punti in comune tra la percezione del brand in Giappone e in Europa. In quanto marchio giapponese è percepito in entrambi i mercati come un brand molto affidabile, tecnologico, preciso e accurato. Aspetti come EcoDrive, radiocontrollato, super titanio sono visti ovunque come garanzia di questa affidabilità e di continua ricerca dell’innovazione.

    GdO: Qual è il principale concetto alla base della comunicazione di brand da parte di Citizen?
    HO: La nostra comunicazione si basa su una filosofia di base, su un concetto abbastanza facile da capire: “Better starts now”, il meglio comincia ora. Una decina di anni fa rielaborammo il nostro branding lavorando con alcune agenzie per capire come esprimere al meglio la nostra filosofia; conducemmo anche molte interviste al nostro staff interno per capirlo. Il risultato è stato proprio “Better starts now”, perché avevamo capito di stare lavorando per fare sempre meglio, partendo dai modelli del passato. È diventato un punto centrale per noi e oltre a comunicare questa filosofia, ci impegniamo per applicarla ogni giorno nel nostro lavoro.

    GdO: Nel 2018 c’è stato l’orologio per il centenario del Brand, nel 2024 il modello da tasca per il centenario del primo orologio: qual è l’importanza delle serie celebrative o limitate nell’offerta di Citizen e nella comunicazione del Marchio?
    HO: Non è sempre necessario creare un’edizione limitata. Sono ottime quando vogliamo focalizzarci su un modello specifico, mentre il nostro obiettivo è fare in modo che ciascun modello della collezione corrente abbia un successo duraturo e che lo si possa comprare anche dopo diversi anni. Ecco perché è meglio riservare le edizioni limitate o i pezzi unici che possono attirare l’attenzione dell’appassionato solo nel caso di particolari referenze.

    GdO: Quali sono le collezioni di maggior successo in Europa?
    HO: Da almeno un paio d’anni le collezioni con movimento meccanico. Prima, il fatturato derivante dai modelli meccanici era più basso perché ci focalizzavamo sull’EcoDrive. La strategia non è cambiata, sono aumentati i consumatori e gli appassionati che apprezzano i modelli meccanici di Citizen, principalmente la collezione Tsuyosa. Dopo il lancio, ha avuto una rapida diffusione tra i collezionisti che ne hanno apprezzato, oltre al movimento, l’estetica. Per esempio, in Germania, i modelli che vendevano di più avevano quadranti neri o blu; ora non dico che non si vendano più, ma le nuove collezioni Tsuyosa hanno cambiato tutto e ora vendono bene anche gli orologi con i quadranti gialli o colorati in genere. In sostanza, il bilanciamento tra movimento meccanico, quadranti di colori diversi, ottima qualità e prezzo competitivo ha reso molto popolare la collezione. Questo successo ha aiutato altre collezioni come quelle alimentate dal calibro EcoDrive.

    GdO: Qual è la comunicazione giusta per far amare Citizen a un pubblico competente e appassionato come quello italiano?
    HO: È importante raccontare l’unicità di Citizen. E questa unicità sta sia nella nostra tecnologia, sia nel design. Anche se abbiamo anche modelli molto tradizionali, ogni anno sviluppiamo nuovi orologi e cerchiamo di fare in modo che siano “molto Citizen” sotto ogni punto di vista. Per esempio, ogni anno abbiamo una forte comunicazione sul super titanio, un materiale difficile da lavorare e da tagliare, ancora più del titanio. Ci vuole una tecnologia avanzata, al servizio di un design distintivo. E, cosa molto importante, al giusto prezzo. L’azienda investe molto per fornire orologi di alta qualità, comunicando che cosa c’è dietro ciascun pezzo in termini di ricerca e sviluppo. Penso sia il modo migliore per spiegare Citizen a un consumatore evoluto come quello italiano. E, insisto, al giusto prezzo.

    GdO: Quanto è importante per voi il corretto posizionamento in termini di prezzo?
    HO: Negli ultimi anni molti marchi hanno alzato i prezzi senza offrire aggiornamenti o migliore qualità: Citizen non lo fa. Noi pensiamo prima al consumatore che ai margini; a volte è necessario aumentare i prezzi ma non per avere più margini, bensì per creare il giusto prodotto, con i giusti materiali e le giuste tecnologie, a un costo corretto.

  • I movimenti Citizen: intervista a Soichiro Morita

    I movimenti Citizen: intervista a Soichiro Morita

    In questo 2024 Citizen ha festeggiato i 100 anni dal primo orologio con il proprio marchio. Una celebrazione che ha avuto due momenti importanti: una mostra itinerante di pezzi storici e un evento internazionale, a Parigi, lo scorso ottobre. Per la mostra, Citizen ha esplorato un vasto archivio di oltre 6.000 pezzi, selezionandone 100 in 12 categorie simbolo della propria essenza e del proprio design. Il tour, partito da Tokyo, origine dell’azienda, si è poi spostato a New York e, infine, a Parigi. Inoltre, è stato creato un orologio da tasca in edizione limitata ispirato all’originale del 1924 e realizzato in soli 100 esemplari per tutto il mondo.

    L’azienda, fondata nel 1918 nel Shokosha Watch Research Institute, nel 1924 adottò il nome “Citizen”, “cittadino”, per il primo esemplare prodotto, da tasca. Il nome voleva esprimere l’idea di un orologio disponibile per il maggior numero possibile di persone, che l’avrebbero utilizzato e apprezzato negli anni successivi. Il nome si legò nel 1930 all’azienda, che assunse la denominazione di Citizen Watch Co. Ltd. 

    Noi de Il Giornale degli Orologi eravamo a Parigi in occasione dell’evento, insieme a pochissimi altri giornalisti selezionati. Così ho avuto modo di intervistare Mr. Shoichiro Morita, ingegnere dei movimenti di Citizen, che ha lavorato ad alcuni dei più importanti calibri del Marchio giapponese. Ecco che cosa mi ha raccontato.

    Il Giornale degli Orologi: Il movimento EcoDrive è uno dei vostri vanti: possiamo aspettarci aggiornamenti in futuro?
    Lo scorso anno abbiamo sviluppato e messo in commercio il modello EcoDrive 365. È chiamato così perché una volta carico ha un’autonomia di 365 giorni, ma non è solo l’autonomia a essere stata migliorata. Abbiamo migliorato l’estetica, per esempio disegnando il modello in modo che sia maggiormente in evidenza la lancetta dei secondi. In quanto ingegnere, ragiono sempre per capire come migliorare le funzioni di un orologio o di un movimento. Anche se siamo completamente soddisfatti delle nostre attuali collezioni, siamo convinti che ci sia sempre qualcosa che si può migliorare. Ecco perché sviluppiamo e aggiorniamo continuamente i nostri orologi: perché siano capaci di dare emozioni a chi li indossa. Vedremo sotto questo aspetto gli aggiornamenti più importanti.

    GdO: Invece, quali sviluppi possiamo attenderci per i movimenti radiocontrollati?
    S.M. Nel settore dei radiocontrollati abbiamo sviluppato di recente un movimento, e di conseguenza un orologio, con le fasi lunari, l’Attesa Hakuto-R, che oltre alle informazioni sulle ore dà a chi lo indossa l’emozione di una complicazione come questa. È l’esempio di come vogliamo sviluppare nel futuro la tecnologia radiocontrollata: qualcosa che non assolva solo alcune funzioni pratiche, ma che dia spazio anche alle emozioni. Da un punto di vista tecnico, il radiocontrollato si basa sulla tecnologia Gps, la cui “antenna” ha delle dimensioni ancora importanti; la sfida attuale sta nel renderla sempre più piccola senza diminuirne la performance. Penso quindi che questo lavoro di miniaturizzazione sarà il prossimo focus su cui lavorare. Come ingegnere ritengo che la tecnologia Gps e quella dei movimenti radiocontrollati dovranno essere sviluppate insieme, una non può e non deve escludere l’altra.

    GdO: Pensate di introdurre nuove complicazioni nei movimenti della Serie 8?
    S.M. Per quanto riguarda i movimenti meccanici della Serie 8 lavoriamo su un concetto di minimalizzazione. Ragion per cui non credo che in futuro ci saranno complicazioni sugli orologi di questa serie quanto, invece, una sempre maggiore semplificazione.

    GdO: I movimenti Miyota sono realizzati su specifiche Citizen o in maniera “autonoma” da parte dell’azienda?
    S.M. Miyota appartiene a Citizen ma produce movimenti che poi commercializza all’esterno del gruppo. I movimenti a marchio Miyota sono prodotti anche da Citizen, ma tutti i movimenti utilizzati da Citizen sono fabbricati da Citizen stessa, che infatti ha in produzione un gran numero di calibri. Questo ci dà un grande vantaggio competitivo su altri marchi anche perché, come ho detto prima, lavoriamo su ciascun calibro con l’obiettivo di migliorarlo costantemente. 

    GdO: In passato Citizen è stata pioniere nei movimenti ultrapiatti: pensate di svilupparne ancora in futuro?
    S.M. È una domanda alla quale per me oggi non è facile rispondere in maniera concreta. Negli anni ‘70 c’era un modello che è esposto anche qui (alla mostra itinerante, a Parigi, ndr), l’Exceed Gold, per la cui realizzazione l’obiettivo era quello di avere un movimento che stesse al di sotto del millimetro di spessore. Una sfida importante, per cui ciò che mi sento di dire è che in futuro avremo la possibilità di lavorare per raggiungere quel risultato. È un po’ come nel caso della precisione. Quando negli anni ’70 fu sviluppato l’orologio al quarzo Crystron Mega, si riuscì a ottenere una precisione di circa +/-3 secondi all’anno. Nel 2018 siamo riusciti a sviluppare un movimento con una precisione cronometrica di +/-1 secondo. Allo stesso modo, penso che anche per quanto riguarda lo spessore dei movimenti ci siano margini per scendere ancora di più.

  • L’Universal Genève Polerouter torna a volare

    L’Universal Genève Polerouter torna a volare

    In orologeria come in altri settori merceologici, non sono pochi i marchi che si fanno prendere la mano dal cosiddetto storytelling. Se vogliono spingere un prodotto non particolarmente forte, ci costruiscono intorno un bel racconto e provano a vendere una storia prima che un oggetto. Per fortuna esiste un orologio come l’Universal Genève Polerouter che una storia vera e bella ce l’ha, eccome. Una storia che oggi il glorioso Marchio svizzero – in via di rinascita dopo anni di oblio, grazie all’acquisizione da parte delle società di investimenti privati Partners Group e CVC Capital Partners nel 2023 – rilancia con orgoglio. Sì, ma qual è questa storia?

    Polo d’attrazione

    Essa intreccia i destini dell’Universal Genève Polerouter con quelli del vettore scandinavo SAS, nato nel 1946 dalla fusione dei vettori nazionali danese, svedese e norvegese. Qualche anno dopo, SAS fu la prima compagnia al mondo a collegare l’Europa e la costa pacifica degli Usa, sorvolando l’Artico. Il 15 novembre 1954 un DC-6B SAS decollò da Copenhagen, fece scalo in Groenlandia, poi in Canada, per atterrare a Los Angeles il 16 novembre, risparmiando dieci ore di viaggio rispetto alla normale rotta via New York. Fu il primo volo commerciale a seguire la Rotta Polare.

    Tutti gli equipaggi di quei voli dovettero partecipare a un addestramento speciale alla SAS’s Arctic Flight School, poiché sorvolare il Polo Nord significava tenere conto di fattori critici per gli aeromobili, legati sia alle bassissime temperature dovute a quota e latitudine, sia al forte campo magnetico presente al Polo. Campo magnetico che, come sappiamo, influenza negativamente anche i movimenti degli orologi meccanici. Ecco perché Universal Genève fornì agli equipaggi orologi da polso resistenti al forte magnetismo presente nella regione polare. Nacquero così i Polerouter (originariamente Polarouter, “quelli che viaggiano sulla rotta polare”), divenuti poi i cronometri ufficiali SAS.

    Per sperimentare le nuove rotte attraverso il Polo Nord e definire le tecniche di navigazione, tra il 1952 e il 1954, furono utilizzati i voli di consegna (da Long Beach, in California) dei quattordici aerei Douglas DC-6B destinati alla SAS. Durante il 1957, SAS fu poi la prima compagnia a collegare, attraverso il Polo, Copenaghen a Tokyo via Anchorage, in Alaska. Sempre con piloti equipaggiati dall’Universal Genève Polerouter. Il collegamento attraverso l’Alaska era necessario poiché l’Urss non avrebbe permesso alla compagnia, come agli altri vettori occidentali, di volare attraverso la Siberia. Ricordiamo che si era in piena Guerra Fredda e che anche lo spazio aereo cinese era chiuso.

    Breve storia dell’Universal Genève Polerouter

    Questo è il lato bello della storia dell’Universal Genève Polerouter legato all’aviazione. C’è poi quello legato all’orologeria che è altrettanto affascinante, perché coinvolge il nome mitico di Gérald Genta. Questo modello fu infatti uno dei primi disegnati dal “padre” del Royal Oak e del Nautilus, che all’epoca aveva poco più di vent’anni. 

    Proprio nella sua forma al servizio della funzione (non solo tenere il tempo ma proteggere il calibro dai campi magnetici) si espresse da subito il fascino del Polerouter. Il quadrante era infatti caratterizzato da un forte effetto tridimensionale derivante dalla combinazione di due parti: un anello di tensione con gli indici delle ore fissati al vetro e un quadrante ricurvo a protezione del movimento automatico. Calibro che all’inizio fu il 138 SS con sistema di ricarica cosiddetto “bumper”, in cui il rotore tornava alla posizione originaria dopo aver ruotato di 180 gradi e aver urtato una serie di molle, anziché compiere una rotazione completa di 360 gradi come avviene di solito nei movimenti automatici di oggi. La cassa era da 34,5 mm con anse bombate. 

    Nel 1955 fu sostituito dal calibro 215, che presentava una complicazione della data e un sistema di ricarica a microrotore decentrato, un piccolo rotore incorporato nel movimento sullo stesso piano del bilanciere e dello scappamento. In questo modo si conservavano i vantaggi della carica automatica, mantenendo il movimento sottile. C’è una controversia su chi abbia sviluppato per primo questa tecnologia: Universal Genève rilasciò i movimenti “Microtor” con la scritta “Patent Rights Pending” dal 1955, anche se la Buren Watch Company (in seguito acquisita dalla Hamilton Watch Company) aveva brevettato il sistema nel 1954. 

    Intorno al 1962, l’Universal Genève Polerouter fu equipaggiato con il calibro 69, che introdusse miglioramenti nel sistema del rotore per ottimizzare l’efficienza della carica e ridurre gli intervalli di manutenzione.

    L’Universal Genève Polerouter oggi

    Tutto questo è il passato, in cui l’orologio fu creato anche in versione “Calatrava”, poi in chiave subacquea, quindi con lancette “Broad arrow” e persino a batteria. Che cosa c’è, invece, nel presente dell’Universal Genève Polerouter? Modelli celebrativi. Se nelle scorse settimane il brand aveva lanciato il nuovo sito ufficiale, annunciando l’uscita dei primi modelli per il 2026, di fronte al 70° anniversario del primo volo transpolare, celebrato il 15 novembre scorso, non ha potuto far finta di nulla.

    In quella data ha presentato a Copenhagen 3 orologi, ciascuno un pezzo unico, che sono un tributo al Polerouter delle origini e al suo rapporto con SAS. Sono riproduzioni pressoché esatte dei modelli degli anni ’50 e ’60 e hanno tutti le stesse dimensioni d’antan: 35 mm di diametro per 9,95 mm di spessore e un notevole 45,4 mm da ansa ad ansa, misura dovuta alla classica forma allungata delle anse dell’Universal Genève Polerouter. A questi modelli il Brand ha riservato una particolare lavorazione a guilloché dei réhaut per renderli brillanti, a contrasto con la satinatura del quadrante, mantenendo il design che ha reso celebre il Polerouter, aggiornato però alla contemporaneità.

    Pezzi unici e sartorialità

    Nel trio di orologi, uno si distingue per la lavorazione, tanto da richiamare l’idea di Universal Genève come “Le Couturier de la Montre” – più o meno “lo stilista dell’orologio” – con la quale era noto negli anni ’60. Ha la cassa e il bracciale in oro bianco, quest’ultimo creato da Laurent Jolliet, l’ultimo artigiano chaîniste, catenista orafo, in Svizzera, su design tradizionale di Universal Genève. Il quadrante blu, caratteristico di SAS, reca il nuovo logo di Universal Genève è i loghi SAS storico e contemporaneo. L’orologio sarà battuto da Phillips in Association with Bacs & Russo a maggio 2025 a favore del CFP Arts di Ginevra, il centro di formazione di arti applicate che promuove la conoscenza del savoir-faire orologiero per le generazioni future.

    A differenza del Polerouter SAS che sarà messo all’asta da Phillips, gli altri due modelli-tributo Polerouter entreranno a far parte del patrimonio Universal Genève. Uno di questi ha la cassa, la lunetta interna e lancette in oro rosso 18 carati, abbinate a un quadrante nero. L’altro ha la cassa, la lunetta interna, le lancette e il quadrante in acciaio. Su entrambi i quadranti si trovano sia il logo Universal Genève sia quello storico di SAS in oro rosso a contrasto. Nessun bracciale ma un cinturino in pelle di vitello con fibbia ad ardiglione.

    Naturalmente la medesima cura riservata all’estetica caratterizza il movimento. Per equipaggiare questi nuovi Universal Genève Polerouter, il Brand ha scelto un calibro originale Microtor 1-69 degli anni Sessanta da 18.000 alternanze/ora e circa 57 ore di riserva di carica. Fedele fino in fondo all’originale, tanto dentro quanto fuori.

    Identità da non tradire

    Personalmente ho sempre trovato il Polerouter originale un bellissimo orologio, in virtù del suo look essenziale, bilanciato ma estremamente elegante, specialmente nelle versioni senza datario, quelle del Gérald Genta duro e puro. Per cui penso sia un peccato che, almeno al momento, il Brand si sia limitato a dei pezzi unici. Ovvio che ci sono ragioni di tipo industriale con una pianificazione dei lanci di prodotto nei prossimi anni che non poteva essere forzata, anche solo per un anniversario importante come quello della Rotta Polare.

    Tuttavia, come si suol dire, se il buongiorno si vede dal mattino, credo che varrà la pena attendere un paio d’anni per vedere che cosa uscità dagli atelier di Universal Gèneve. Del resto, la testa pensante (e i soldi…) è la medesima che sta dietro a Breitling, quel Georges Kern che ha dimostrato di saper lavorare con i marchi di grande tradizione rispettandola senza stravolgerla. La manifattura di Meyrin è una di queste realtà e mi auguro che Kern mantenga questo approccio ragionato. I tre Polerouter one-of-a-kind promettono bene.

  • Breguet Marine Tourbillon Équation Marchante: la sublime equazione

    Breguet Marine Tourbillon Équation Marchante: la sublime equazione

    Orologio che vince non si cambia. Per parlare del Breguet Marine Tourbillon Équation Marchante 5887 prendo in prestito un’espressione classica del mondo dello sport e sostituisco la parola “squadra” con “orologio”. Perché con la referenza 5887 la Maison ha creato un oggetto capace di evolvere senza cambiare, di mantenere un’identità estetica e tecnica riconoscibile che ha bisogno di aggiornamenti misurati, limitati principalmente al metallo della cassa e al colore del quadrante. L’equilibrio complessivo dell’orologio è infatti così preciso da non necessitare di stravolgimenti. Basta a se stesso e piace ai collezionisti. That’s it, direbbero a Londra.

    In effetti il Marine Tourbillon Équation Marchante 5887 fu lanciato da Breguet a Baselworld nel 2017. Un battito di ciglia se rapportato ai tempi dell’orologeria, un’era geologica fa se si pensa a che cosa è accaduto dall’uscita di Swatch Group da Basilea a oggi, tra saloni defunti, pandemie, mercati impazziti e quasi rinsaviti. Eppure il nostro orologio è sempre lì. Sette anni fa, quello che è il modello di punta della collezione Marine fu presentato in due versioni, una in oro rosa 18 carati con quadrante argentato e l’altra in platino con quadrante blu.

    Nel 2020, in occasione del 220° anniversario del tourbillon, Breguet aggiunse un’altra versione in oro rosa e quadrante marrone, per allargare l’offerta a un colore che, allora come oggi, era molto apprezzato. Oggi tocca al quadrante nero e, di nuovo, alla cassa in platino. Orologio che vince non si cambia, appunto. Specialmente per quello che riguarda la complicazione regina che ospita, ossia l’equazione del tempo.

    Il Breguet Marine e l’equazione del tempo

    Per spiegare in breve in che cosa consiste, possiamo dire che l’equazione del tempo indica la differenza tra l’ora solare e l’ora civile media. Ossia lo scostamento, durante il corso dell’anno, tra il tempo indicato da un orologio solare e quello indicato dall’orologio che comunemente usiamo. Due tempi che non coincidono, perché questo scostamento può variare, in un anno, da un massimo di 16 minuti e 25 secondi tra il 31 ottobre e il 1° novembre, a un minimo di -14 minuti e 15 secondi tra l’11 e il 12 febbraio.

    Entrando un filino più nel dettaglio, questo scostamento è dovuto all’azione combinata tra l’inclinazione dell’asse terrestre (pari a 23 gradi e 27 primi) e l’eccentricità dell’orbita ellittica della Terra, ossia il rapporto fra la distanza di un fuoco dal centro dell’ellisse e la lunghezza del semiasse maggiore dell’orbita. Quanto maggiore è il valore dell’eccentricità (quello dell’orbita terrestre è pari a 0,017), tanto più allungata è l’ellisse.

    Non c’è bisogno di spiegazioni più approfondite, sia perché non sono Margherita Hack, sia perché credo che a pochi di voi interessi. Quanto scritto sopra dovrebbe far capire due cose: che l’equazione del tempo è fondamentalmente una complicazione priva di utilità pratica, ma un virtuosismo meccanico e matematico di altissima fattura; e che poche sono le manifatture a possedere le capacità tecniche per realizzarla e racchiuderla in un orologio da polso.

    In particolare, l’equazione del tempo nel Breguet Marine Tourbillon è chiamata “marciante” proprio perché è leggibile in modo istantaneo grazie alla presenza di due lancette dei minuti in continuo movimento: una di tipo Breguet à pomme che indica l’ora civile; e l’altra, la cui estremità reca un anello dorato, diamantato e plissettato, per la lettura dell’ora solare.

    Ingegneria e astronomia

    Tanto la lettura è immediata sul Breguet Marine Tourbillon Équation Marchante 5887, quanto il meccanismo che la consente è complesso. Esso è controllato dal tourbillon e da una camma a forma di fagiolo, entrambi visibili a ore 5 perché posizionati sotto un disco di zaffiro su cui sono riportate le iniziali dei mesi dell’anno. In questo modo è possibile seguire il funzionamento della camma rotante, il cui fagiolo è in realtà una forma di analemma. Vale a dire un diagramma grazie al quale è possibile leggere la differenza tra il mezzogiorno vero e il mezzogiorno medio nelle varie parti del mondo, in qualsiasi giorno dell’anno.

    Questa camma, la cui progettazione ha richiesto calcoli molto precisi basati sul moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole, compie un giro completo intorno al proprio asse nell’arco di un anno. Un tastatore, a sua volta collegato a un rastrello, legge sulla camma le informazioni in essa contenute e le trasmette alla lancetta dei minuti dell’equazione marciante. Grazie a un differenziale si corregge la marcia della seconda lancetta dei minuti in base alle informazioni trasmesse dal tastatore, così che indichi correttamente il tempo solare. I calcoli alla base della complicazione sono stati elaborati in rapporto al meridiano di Greenwich, in modo da consentire la lettura della differenza fra tempo medio e tempo solare, qualunque sia il meridiano cui ci si riferisce.

    Un virtuosismo tecnico che fa quasi scomparire un’altra complessità del Marine Tourbillon Équation Marchante 5887, ossia il tourbillon. Che a casa Breguet è il pane quotidiano e che, come l’equazione del tempo, qui non è una funzione che definiremmo pratica, visto che è più utile su un orologio da tasca o da tavolo che su uno da polso. Ma Breguet non è un brand “pratico” e non dovrebbe diventarlo, se vuole restare Breguet.

    Il calendario perpetuo del Breguet Marine

    Mi viene da sorridere a pensare che l’altra grande complicazione dell’orologio, il calendario perpetuo con indicazione retrograda del datario, possa essere quasi derubricata a un dettaglio di routine. La si vede distribuita nella metà superiore del quadrante e strutturata con due finestrelle, rispettivamente a ore 10:30 e 1:30, nelle quali compaiono il giorno della settimana e il mese, quest’ultimo con a fianco l’eventuale anno bisestile. A ciò si abbina un indicatore ad arco per la data, individuata da una lancetta retrograda a forma di àncora, giusto per ricordare in quale collezione di Breguet ci troviamo.

    Completa la serie delle informazioni presenti sul quadrante un discreto indicatore dell’autonomia residua. Ha la forma di un piccolo arco posizionato da ore 7 a ore 8, tra il cerchio delle ore e la parte centrale del quadrante. Quando il Breguet Marine Tourbillon Équation Marchante 5887 è al massimo della propria carica, l’indicatore e completamente blu e si “svuota” man mano che l’autonomia diminuisce.

    L’architettura meccanica dell’orologio è sorretta dal calibro di manifattura a carica automatica 581DPE, lo stesso che equipaggiava le precedenti referenze del Marine Tourbillon Équation Marchante. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un solo bariletto, capace però di erogare potenza per una carica di circa 80 ore.

    Estetica codificata

    Tutto questo ben di Dio è al servizio dell’estetica propria della collezione Marine, specialmente per ciò che riguarda il quadrante. È in oro bianco con finitura nera e si struttura in quattro settori. Il più interno è un disco nero decorato manualmente a guilloché, con il classico motivo a onde del Marine. C’è poi il giro delle ore color argento, lavorato con una satinatura circolare, sul quale spiccano i numeri romani neri in oro, applicati. Segue un altro cerchio, nero, che riporta gli indici piramidali in oro trattati con Super-LumiNova. Più all’esterno il réhaut, decorato con un motivo ondulato.

    Una geometria piuttosto articolata, come si vede, che tuttavia è ben bilanciata esteticamente. Forse un po’ “importanti” le presenze del tourbillon e della camma, ma si può capire: sono il cuore meccanico dell’orologio, hanno una struttura non banale ed è giusto che si prendano il proprio spazio, anche visuale. Il tutto è racchiuso nella classica cassa da 43,9 mm di diametro del Marine Tourbillon Équation Marchante, qui in platino. Lo spessore di 11,8 mm è di tutto rispetto se si considera le complicazioni che ospita.

    Come sempre, prima di lasciarvi alle didascalie chiudo con il prezzo: 297.000 euro. E con una notazione. La storia della collezione Breguet Marine ha origini lontane, poiché il suo nome deriva dal titolo di “horloger de la Marine Royale” di cui Abraham-Louis Breguet fu insignito nel 1815. Il nome di Breguet sarà legato alla Marina reale francese per decenni, poiché anche il figlio e il nipote le fornirono cronometri. Nel 1990, la Maison cavalcò questa storia per presentare la collezione Marine, ispirata proprio all’aspetto classico e alla grandezza tecnica dei cronometri da marina. La linea, rinfrescata nel 2018, è tuttora uno dei pilastri della Maison. Di fronte a un orologio come questo si capisce il perché.

  • RM 17-02 Tourbillon Titanium: vecchia scuola Richard Mille

    RM 17-02 Tourbillon Titanium: vecchia scuola Richard Mille

    Non nascondo di essere sempre un po’ in difficoltà quando mi trovo a scrivere di Richard Mille. A maggior ragione di fronte a un orologio come il nuovo RM 17-02 Tourbillon Titanium. Non tanto perché è un Marchio che richiede preparazione e competenza tecnica, quanto perché, in questo caso, è riuscito a mettere insieme due “campioni” dell’alta orologeria come il tourbillon e il titanio senza fare un plissé. Ossia creando un orologio dai contenuti tecnici mostruosi, come suo solito, con una normalità tale da dare al risultato finale una naturalezza eccezionale.

    L’RM17-02 è stato presentato all’inizio di quest’anno con il modello in edizione limitata a 30 pezzi con cassa in White Quartz TPT, uno dei materiali di fascia più alta di Richard Mille, usato anche nell’RM 65-01 e in altri esemplari. Ma il titanio è il materiale con cui Richard Mille ha iniziato la carriera, insieme alla nanofibra di carbonio, e quindi la nuova versione in titanio è perfettamente coerente con l’orologio e con la storia del Brand.

    Il movimento dell’RM 17-02 Tourbillon Titanium

    Voglio partire proprio dai contenuti tecnici dell’RM 17-02 Tourbillon Titanium, soffermandomi su alcuni aspetti del calibro RM17-02, un movimento a carica manuale, extra-piatto, con tourbillon. Intanto, il bilanciere. È a inerzia variabile con spirale libera, una soluzione ampiamente utilizzata da Richard Mille all’interno delle proprie collezioni. Poiché il bilanciere, con le sue oscillazioni, regola la velocità di rotazione del ruotismo dell’orologio, più è libero nell’oscillare, maggiore è l’isocronismo.

    La regolazione del bilanciere si ottiene modificando la frequenza delle rotazioni. In questo caso la spirale è libera perché la variazione della frequenza non avviene utilizzando la classica racchetta (che accorcia o allunga la spirale facendo “camminare” più velocemente o più lentamente il movimento), ma variando il momento inerziale di spinta grazie allo spostamento di alcune masse presenti sul bilanciere stesso. Il tutto per rendere il più elevato possibile il grado di precisione.

    È una soluzione tecnica impiegata principalmente dai marchi dell’alto di gamma perché comporta importanti investimenti in ricerca e sviluppo, sia sul lato ingegneristico sia su quello dei materiali. E Richard Mille non la impiega solo nell’RM 17-02 Tourbillon Titanium – date un’occhiata per esempio all’RM 35 dedicato a Nadal o al , perché è fin dalle origini un Marchio votato all’utilizzo delle tecnologie più avanzate. Un Brand abituato a cercare il massimo delle prestazioni attraverso il massimo della ricerca ingegneristica.

    Al bilanciere si abbina il bariletto cosiddetto a rotazione veloce, perché compie un giro in 6 ore anziché nelle consuete 7 ore e mezza. Grazie a questa caratteristica, la molla di carica rischia minori aderenze occasionali alle superfici interne, che causano rallentamenti nella marcia; così le prestazioni cronometriche migliorano molto. Allo stesso modo, poiché migliora il delta alla curva di rilascio della forza della molla, ne beneficia il rapporto fra riserva di carica e regolarità di marcia.

    Titanio e non solo

    Quanto sopra si traduce in una frequenza di oscillazione a 21.600 alternanze/ora per circa 70 ore di autonomia. Prestazioni e ingegnerizzazione che si avvalgono di una ricerca spinta sull’uso dei materiali. La platina e i ponti sono realizzati in titanio grado 5, una lega biocompatibile, altamente resistente alla corrosione e straordinariamente rigida, che consente al treno di ingranaggi di funzionare senza sforzo.

    La lega è composta per il 90% da titanio, per il 6% da alluminio e per il 4% da vanadio. Questa combinazione aumenta ulteriormente le proprietà meccaniche del materiale, il che ne spiega il frequente utilizzo nell’industria aerospaziale, aeronautica e automobilistica. La platina scheletrata e i ponti sono stati sottoposti a test di validazione intensivi e completi, in modo da ottimizzare la loro capacità di resistenza.

    Richard Mille e l’architettura della cassa

    Il calibro RM 17-02 è racchiuso all’interno della cassa anch’essa in titanio, che apparentemente è la “classica” tonneau di Richard Mille ma che in realtà ha alle spalle una storia complessa. È stata infatti oggetto di studio durante un intero anno, perché elaborata secondo specifiche rigorose e metodi di progettazione utilizzati nella creazione delle auto di Formula 1. Così come in queste ultime c’è uno sviluppo sinergico tra il telaio e il motore, allo stesso modo la manifattura di Richard Mille ha sviluppato in parallelo cassa e movimento.

    La cassa misura 40,10 mm di larghezza, 48,15 mm di lunghezza e 13,08 mm di spessore ed è costituita da tre parti. È in titanio spazzolato, con un look che fa tanto vecchia scuola Richard Mille. Perché sono sicuro, avendo maneggiato diversi orologi del Marchio con la cassa nei materiali più avveniristici, che in molti si sono scordati di quanto sia bello ed essenziale il look in titanio spazzolato su un orologio del Brand.

    Oltretutto, una cassa con caratteristiche costruttive e prestazioni insospettabili in un orologio dall’aspetto tanto delicato. A partire dall’anello di incassaggio, sostituito da una soluzione che prevede il montaggio del movimento su un telaio con due cuscinetti in gomma fissati da 4 viti in titanio grado 5. La cassa è tenuta insieme da 12 viti sagomate in titanio grado 5 e altrettante rondelle in acciaio resistenti all’abrasione.

    È inoltre impermeabile fino a 50 metri, grazie alle 2 guarnizioni O-ring in nitrile. Questo nonostante l’utilizzo, ormai consolidato nelle collezioni di Richard Mille, della corona dinamometrica. Che, come qualcuno saprà, ha la funzione di proteggere l’albero di ricarica preservando il bariletto dai danni provocati da torsione o pressione eccessive. E la corona, si sa, se non ben protetta è un formidabile punto di debolezza per la tenuta stagna della cassa.

    RM 17-02 Tourbillon Titanium: una considerazione

    Infine, il quadrante dell’RM 17-02 Tourbillon Titanium. Se si può chiamare così una costruzione architettonica nella quale estetica e ingegneria sono l’una a supporto dell’altra. Sulla scheletratura “classica” di Richard Mille spiccano i numeri gialli che galleggiano sul quadrante in zaffiro e aggiungono un non so che di sbarazzino, molto moderno anche per il Marchio. Il trattamento Pvd blu sui ponti potrebbe essere un po’ troppo tosto per qualcuno, ma a onor del vero si nota molto di più sul fondo cassa che sul quadrante.

    Nelle didascalie potete trovare altri dettagli sull’orologio. Chiudo dicendo che ho avuto l’impressione che l’uscita dell’RM 17-02 Tourbillon Titanium sia passata un po’ sotto silenzio. Certo, Richard Mille non ha bisogno di fare grandi proclami quando mette sul mercato un nuovo pezzo. Perché è sicura che sarà audace, accattivante e abbastanza unico da non aver bisogno di parole. In questo senso, l’ultimo nato è la perfetta rappresentazione di ciò che rende il Marchio così desiderabile. Anche senza sparare i fuochi artificiali.

    p.s. Il prezzo dell’orologio non è dichiarato ufficialmente, ma dovrebbe aggirarsi attorno a 800mila euro.

  • Frederique Constant e l’incanto delle pietre dure

    Frederique Constant e l’incanto delle pietre dure

    Quello di Frederique Constant è un caso industriale bello e interessante. Considerate i tempi dell’orologeria, dove le grandi maison hanno alle spalle storie pluricentenarie. Poi prendete Frederique Constant, un marchio che in poco più di 35 anni ha guadagnato una posizione di prestigio tanto nell’orologeria di media gamma quanto nell’alto di gamma: vi troverete di fronte, se il paragone vi convince, un ragazzino in un mondo di nonni. Ma un ragazzino prodigio.

    La capacità di bruciare le tappe della manifattura ginevrina si rivela in modelli come il Classic Tourbillon Manufacture e il Classic Moonphase Date Manufacture. Due cavalli di battaglia del savoir-faire del Brand, oggetto di questo articolo nelle loro ultime, preziose versioni con quadranti in avventurina e in malachite. Ma la perizia tecnica e artigianale necessaria per creare questi orologi, caratterizzati da quadranti in pietre dure, non sarebbe stata raggiunta da Frederique Constant senza una solida base di modelli di media gamma che ha preso forma in anni di ricerca e sviluppo. 

    Essa costituisce oggi il core business di un’azienda capace però di elevarsi fino a vette notevoli, sia come tecnica sia come estetica. Un esempio ve lo avevamo già raccontato un annetto fa: il Classic Tourbillon Manufacture con quadrante in meteorite. Quest’anno, lo stesso modello è proposto con il quadrante in avventurina, affiancato dal Classic Moonphase Date con quadrante in malachite. Un lavoro importante e artigianale con le pietre dure che è anche una prova d’artista. Non è difficile capire perché.

    La perizia per le pietre dure

    Lavorare le pietre dure non è una passeggiata. Tanto per dare un’idea dei materiali, l’avventurina blu è un minerale di biossido di silicio della famiglia dei quarzi. Il colore deriva da piccole inclusioni di rame e di dumortierite, un minerale che si forma in rocce metamorfiche ricche di alluminio, ad alte temperature dopo un lento raffreddamento. Il nome viene dall’italiano “a ventura”, a indicare le scagliette micacee distribuite “a caso” sulla superficie della pietra; un parallelo con il nome dato al vetro che un artigiano veneziano del ‘700 ottenne facendo cadere per errore della limatura di rame nella pasta vetraria.

    La pietra avventurina è un materiale duro, pari a 7 sulla scala di Mohs, che misura la durezza dei minerali e va da 1 a 10. Non è dunque facile da lavorare in lastre sottili, necessarie per la creazione dei quadranti: più sono sottili, più il rischio di spezzarle è alto. Una situazione che vale ancora di più per la malachite, il cui nome deriva dal greco Μολοχίτης (verde malva) e che non appartiene alla famiglia dei quarzi ma è un minerale di rame della classe dei carbonati. Essa è infatti meno dura dell’avventurina (3,5-4 Mohs) e quindi ancor più delicata se lavorata in lastre sottili e in piccole dimensioni.

    Comprensibile dunque che per il Classic Tourbillon Manufacture Avventurina e il Classic Moonphase Date Manufacture Malachite Frederique Constant abbia sviluppato le migliori capacità artigianali. Con il risultato non indifferente di creare due linee i cui orologi (in serie limitata, 36 per ciascuna di esse) sono in sostanza tutti dei pezzi unici, date le caratteristiche irripetibili di ciascuna lastra di materiale che costituisce il quadrante.

    Il Classic di Frederique Constant incontra l’avventurina

    Venendo ai due orologi protagonisti di queste righe, parto dal Classic Tourbillon Manufacture Avventurina. Oltre al quadrante, ciò che lo rende un pezzo di alta orologeria è il tourbillon, il cuore del calibro FC-980 che lo anima. Un movimento del quale ho scritto in un articolo dell’ottobre scorso, cui vi rimando per le caratteristiche e i dettagli tecnici. Ricordo solo che la gabbia del tourbillon, composta da 81 elementi, compie una rotazione completa su sé stessa in un minuto.

    La cassa è quella classica, tonda del Classic Manufacture, misura 39 mm di diametro e ha uno spessore piuttosto contenuto, 10,99 mm. È in oro bianco ed è completamente lucidata a specchio, una lavorazione che rende l’orologio ancora più pregiato, se possibile. Tipica della collezione è anche la corona oversize, a cipolla, con una zigrinatura molto pronunciata che la lavorazione lucida riesce a rendere elegante. Bel dettaglio.

    A ogni movimento del polso il quadrante in avventurina blu si accende di riflessi di luce, la quale colpisce le pagliuzze della pietra in ogni direzione e in ogni direzione viene poi diffusa. I giochi luminosi sono accentuati dagli indici applicati e allungati, le cui sfaccettature derivate dal taglio diamante fanno anch’esse da specchi riflettenti. Stesso discorso per le eleganti lancette di ore e minuti lucidate a mano. Come nelle altre referenze del Classic Tourbillon Manufacture, anche qui l’a finestra’apertura del tourbillon campeggia, ampia e ben visibile, a ore 6.

    Frederique Constant e la malachite: incontro di unicità

    Se nel Classic Tourbillon Manufacture Avventurina il calibro FC-980 ha mantenuto le stesse caratteristiche di quello incassato nelle altre referenze della linea, il calibro FC-716 che anima il Classic Moonphase Date Manufacture Malachite ha avuto un notevole incremento di prestazioni rispetto a quelli inseriti nelle altre referenze della collezione. Ha un’autonomia quasi raddoppiata, passando da 38 a 72 ore, grazie a un bariletto dedicato la cui architettura ha comportato la modifica di tutti i ponti del movimento. Nonostante ciò, le dimensioni originali della famiglia di calibri sono rimaste invariate.

    Un risultato notevole, che ha consentito di utilizzare la cassa del Classic Manufacture, anch’essa in oro bianco e lucida ma in questo caso da 40 mm di diametro e 12,4 mm di spessore. È leggermente meno sottile del tourbillon per la presenza del disco delle fasi lunari, che è visibile dall’apertura bilobata sul quadrante a ore 6, circondata dal contatore con il disco del datario. La Luna è di colore argento e si accorda alla cassa in oro bianco; lo sfondo del cielo stellato è grigio-verde, in tinta con la malachite del quadrante.

    Personalmente è un quadrante che apprezzo molto. Gli artigiani di Frederique Constant hanno scelto di mantenere le striature della malachite orizzontali, in modo da rendere l’estetica complessiva molto equilibrata. Le striature del quadrante proseguono anche all’interno del contatore della data e delle fasi lunari, a conferma del fatto che il lavoro di taglio è svolto su un unico pezzo di minerale. Indici applicati e lancette sono come quelli del tourbillon in avventurina; ciò che cambia, qui, è l’aggiunta della minuteria, realizzata secondo una tradizionale tipologia chemin de fer, che riecheggia i canoni del secolo scorso.

    In conclusione

    Nel lasciarvi alle didascalie per ulteriori dettagli, immagino che ora abbiate capito la premessa di questo articolo. Frederique Constant sa creare allo stesso modo orologi per quasi tutti e orologi per pochi. Pezzi in grado di far sognare, altri capaci di essere compagni di polso quotidiani. Senza i secondi non potrebbero esserci i primi, senza i primi la manifattura di Ginevra sarebbe solo una delle tante. E mi sento di dire che non è ciò a cui ambiscono i fondatori, Aletta e Peter Stas, bravi nel mantenere l’obiettivo di offrire un’orologeria di lusso Swiss Made a un prezzo giusto. Il Classic Tourbillon Manufacture Avventurina e il Classic Moonphase Date Manufacture Malachite sono lì a dimostrarlo.

  • Turbine Splash: il tocco d’artista di Perrelet

    Turbine Splash: il tocco d’artista di Perrelet

    Perrelet, chi era costui? Mi permetto di usare lo stesso attacco di un mio pezzo di qualche giorno fa, perché quando si parla di questo Brand accade una cosa strana. Si pensa subito al Turbine, il suo modello più emblematico, senza sapere bene che Abraham-Louis Perrelet, dal quale la Maison prende il nome, fu uno degli orologiai più geniali del ‘700. E il suo spirito innovatore rivive anche negli esemplari attuali, come il nuovo Turbine Splash. Ma procediamo con ordine.

    Abraham-Louis Perrelet, il pioniere

    Fin dagli anni ’70 del ‘700, Abraham-Louis Perrelet (1729/1826) si dedicò al perfezionamento di un sistema che, a partire da un impulso iniziale, avrebbe dovuto continuare a funzionare all’infinito. Nel 1777 mise a punto un’invenzione rivoluzionaria: il movimento a carica automatica. Ancora oggi quest’invenzione continua a lasciare il segno nella storia dell’orologeria.

    Perrelet sviluppò anche il primo contapassi e fu il primo a creare orologi con scappamento a cilindro, calendario ed equazione del tempo. Lavorò per perfezionare ulteriormente i treni degli ingranaggi e per migliorare i pignoni, lo scappamento e l’esclusivo meccanismo di carica automatica che lo ha reso celebre.

    La nascita del Turbine

    Senza entrare in noiosi dettagli storici, credo sia abbastanza chiaro da queste poche righe che Abraham-Louis Perrelet fu un genio assoluto e che il Turbine, simbolo del Marchio odierno, è figlio di una storia di grande valore.
    La Maison Perrelet tornò sugli scudi nel 1995, rendendo omaggio al suo fondatore e al suo lavoro pionieristico nello sviluppo del meccanismo a carica automatica. Per celebrare questa rinascita, la manifattura creò allora il Double Rotor, dotato di un rotore sul lato del quadrante e di un secondo rotore al di sotto di esso. A titolo informativo, Perrelet nel 2004 entra a far parte di Festina Group.

    Perrelet lanciò il primo Turbine nel 2009. Era concepito come un orologio per l’aviazione che raffigurava sul quadrante il meccanismo della turbina di un motore a reazione, in una cassa di forma concava con indici luminosi e un’estetica elegante e slanciata. Le 12 pale, in titanio o in altri materiali leggeri, ruotavano per imitare la turbina di un jet, creando un’immagine suggestiva che simboleggiava l’approccio di Perrelet all’orologeria dinamica. 

    Negli anni ci furono diversi sviluppi della collezione e furono introdotti anche esemplari complicati. Ricordo, nel 2013, il Turbine Chrono e il Turbine Tourbillon, due delle complicazioni orologiere più popolari, sviluppate internamente nei laboratori della Maison Perrelet. Nel 2012 era uscito il Turbine Diver, nel 2014 arriva il Turbine Pilot e nel ’16 la versione Gmt. Tanto per rendervi l’idea di quanto sia ricca si sia arricchita nel tempo la linea.

    Turbine Splash: omaggio all’arte

    Del resto, una struttura “scenografica” come quella del Turbine si presta a innumerevoli interpretazioni estetiche. Le pale rotanti, oltre a essere piacevolmente ipnotiche, sono in grado di giocare con il quadrante sottostante, le cui forme e decorazioni possono trarre dinamicità dal movimento continuo della turbina. E possono essere il valore aggiunto di un orologio che, per la sua stessa natura, non è mai uguale a se stesso. A maggior ragione nel caso del nuovo Turbine Splash.

    Il nome e l’estetica rimandano all’incontro virtuale di due geni. Uno della meccanica, Abraham-Louis Perrelet, l’altro dell’arte, Jackson Pollock. Presentato alla recente edizione della Windup Watch Fair di Chicago, negli Stati Uniti, il Turbine Splash è un orologio in edizione limitata dalla forte vocazione artistica.

    Il Turbine Splash prende il nome dagli schizzi di colore che caratterizzano il quadrante al di sotto delle pale. Macchie irregolari di verde fluo, giallo, viola, fucsia, azzurro e arancione su uno sfondo nero, che ricordano il Turbine Rainbow del 2022. Entrambi sono ispirati alla tecnica pittorica del dripping, resa celebre da Jackson Pollock negli anni ’40 e ’50 negli Stati Uniti. Una tecnica nella quale il colore – smalti opachi o vernici industriali – si lascia gocciolare sulla tela distesa a terra da un contenitore forato oppure viene schizzato direttamente con le mani o utilizzando bastoni o pennelli, come se fossero delle fruste.

    Nel Turbine Rainbow, il quadrante sottostante era decorato con piccole gocce di vernice che sembravano cadere casualmente dal pennello del pittore americano. Nel Turbine Splash, invece, il colore ricorda le performance di action painting nelle quali l’artista gettava le tinte sulle tele, dalla latta o direttamente con le dita. Con il Turbine Splash, Perrelet ha creato un orologio che vuole esprimere una creatività libera e giocosa, audace e originale.

    La turbina del Turbine

    Da un punto di vista tecnico, la turbina del Perrelet Turbine è composta da 12 pale che ruotano intorno a un asse centrale. Quando l’orologio è indossato, le pale si attivano a ogni movimento del polso e la turbina inizia a ruotare. In questo modo, gli spazi vuoti tra le pale rivelano l’immagine sottostante, che diventa più visibile maggiore è la velocità di rotazione. 

    Per quanto possa sembrare banale, la turbina ha una struttura complessa: le pale, realizzate in alluminio anodizzato nero, hanno nella loro parte inferiore cinque piccoli pesi in tungsteno – minerale dal peso specifico molto elevato, simile a quello dell’oro -, necessari per garantire un perfetto equilibrio durante la rotazione. L’assemblaggio della turbina richiede quindi la massima abilità da parte degli orologiai di Perrelet, in modo che le pale possano ruotare senza problemi ogni volta che il movimento del polso fornisce l’energia per attivarla.

    La turbina, in sé, non ha alcun valore funzionale: non serve a caricare l’orologio né a regolarne la marcia. È a tutti gli effetti un esercizio di stile, attraverso il quale Perrelet rivela sia l’abilità e la competenza dei propri maestri orologiai, sia lo spirito di innovazione che caratterizza la Manifattura fin dalle sue origini. Un’eredità, come abbiamo visto poco sopra, tramandata da Abraham-Louis Perrelet, grazie alla quale la turbina è diventata il simbolo della Manifattura.

    Turbine Splash: colore e total black

    Tornando al Turbine Splash, balza subito all’occhio il contrasto tra i colori del quadrante sottostante (verde neon, giallo, viola, fucsia, azzurro, arancione) e il look nero. Il design riprende quello del Turbine EVO, entrato in catalogo nel 2019 per celebrare il decimo anniversario della collezione. La cassa è tonda e maschia, con i suoi 44 mm di diametro e 13,82 mm di spessore. Se da un lato è leggerissima, perché costruita in policarbonato e fibra di carbonio forgiato, dall’altro gli stessi materiali la rendono resistente agli urti, ai graffi e agli agenti chimici. Inoltre, grazie alle sue proprietà di isolamento termico, la fibra di carbonio protegge il movimento dalle variazioni di temperatura che possono alterarne la marcia, con ricadute sulla precisione dell’orologio.

    La leggibilità dell’ora è assicurata dalle grandi lancette a forma di daga rivestite di Super-LumiNova bianco; la lancetta centrale dei secondi, di colore rosso, spicca sul movimento delle turbine. Oltre che nel quadrante sottostante alle pale, il Turbine Splash di Perrelet ha dei tocchi di colore sul giro delle ore. E sono tocchi di colore interessanti, per come sono resi. I contorni degli indici a bastone sono nelle stesse tonalità degli schizzi del quadrante inferiore. Gli indici al trizio sono incapsulati in tubi di borosilicato sotto forma di gas. All’interno di essi si trova uno strato di fosforo che, quando viene attivato dagli elettroni del trizio, emette un bagliore intenso e duraturo: la visibilità al buio è decisamente superiore a quella di tanti altri orologi.

    Un calibro di manifattura

    Altrettanto interessante, oltre all’estetica, è il movimento. Si tratta del calibro P-331-MH di manifattura, a carica automatica, preciso e affidabile. Ha un’autonomia di 42 ore e lavora a una frequenza di 28.800 alternanze/ora; è visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro incorniciato da un anello in acciaio con trattamento Pvd nero. I ponti sono rifiniti con un motivo a grana circolare, mentre la massa oscillante rodiata e traforata è montata su cuscinetti a sfera e ornata dal logo Perrelet.

    Il calibro P-331-MH è stato lanciato da Perrelet nel 2021 e presenta alcune modifiche sostanziali rispetto ai movimenti che lo hanno preceduto. I denti della ruota dello scappamento hanno una finitura superficiale migliorata e l’àncora è dotata di palette in rubini di qualità superiore, per ottenere prestazioni più elevate e garantire un grado di affidabilità maggiore. Inoltre, il nuovo sistema di lubrificazione degli invertitori consente di ottimizzare le prestazioni del sistema di carica bidirezionale. Il bilanciere è dotato di un ammortizzatore Incabloc a doppio cono, che aumenta la protezione dagli urti.

    La combinazione di questi aggiornamenti meccanici ha permesso al calibro P-331-MH di ottenere la certificazione Chronofiable rilasciata dal Laboratoire Dubois di La Chaux-de-Fonds. Inoltre, è anche certificato cronometro dal Cosc.

    Come ho scritto sopra, si tratta di un’edizione limitata: 99 pezzi, la cui numerazione è riportata sul fondello in zaffiro di ciascuno. La cosa bella (e non da tutti) è che, pur essendo limitato, è acquistabile anche sull’e-commerce di Perrelet. Il prezzo del Turbine Splash è da limited edition: 5.200 euro. Del resto, la qualità si paga. E, in questo caso, ci si porta a casa anche un pezzo di storia dell’orologeria, come avete visto. Abraham-Louis Perrelet l’ha fatta con il movimento automatico, Abraham-Louis Breguet con il tourbillon. Come dire: un nome, una garanzia.

  • Patek Philippe Calatrava: femminile singolare

    Patek Philippe Calatrava: femminile singolare

    Calatrava, chi era costui? Permettetemi di parafrasare una celebre frase de I promessi sposi” per cominciare queste righe su uno dei Patek Philippe che, per le appassionate e gli appassionati, non ha bisogno di presentazioni. Ho dato la precedenza alle appassionate non per compiacere i fanatici della parità di genere un tanto al chilo, che vanno per la maggiore in questi anni di politicamente corretto sfrenato, ma perché l’idea è quella di parlare di due referenze femminili della collezione, le 4997/200. E ho esordito con quella reminiscenza letteraria perché penso che non tutti conoscano l’origine di questo nome ormai leggendario. Ebbene, parto da qui.

    Sì, anche Patek Philippe è stata in crisi

    Da uno scenario che, oggi, ci sembrerebbe fantascienza: Patek Philippe in crisi. Perché era esattamente questa la situazione dell’allora Patek, Philippe & Cie all’inizio del XX secolo. Nonostante i numerosi brevetti e premi collezionati in passato, oltre a un’ampia lista di clienti che comprendeva alcuni dei più importanti collezionisti dell’epoca, l’azienda si trovò in difficoltà.

    Se all’inizio degli anni Trenta, l’orologio da polso era ancora un fenomeno relativamente nuovo, che aveva guadagnato popolarità grazie alla sua diffusione durante Prima Guerra Mondiale, a poco a poco cominciò ad accreditarsi come strumento affidabile, utile anche per lontano dal campo di battaglia. Allo stesso tempo, l’orologio da tasca, associato alle ferrovie, diventava sempre più obsoleto con l’avvento delle automobili e degli aerei. 

    La salvezza per l’azienda arrivò grazie ai fratelli Jean e Charles Henri Stern, che nel 1932 acquistarono una quota di controllo nell’azienda. La loro famiglia possedeva già la Fabrique de Cadrans Stern Frères, un’azienda produttrice di quadranti che riforniva Patek e altri produttori svizzeri. I fratelli sapevano che il modo migliore per risanare l’azienda sarebbe stato quello di introdurre un modello semplice e mainstream che avrebbe ampliato il fascino dei loro orologi, al di là dei collezionisti di fascia alta. Un orologio che però avrebbe dovuto mantenere l’eccezionale reputazione di Patek Philippe per la qualità. La soluzione fu il Calatrava Referenza 96, il primo modello a introdurre referenze numerate nelle collezioni di Patek Philippe.

    L’origine del nome Calatrava

    E, a proposito di semplicità, la scelta cadde proprio sul nome Calatrava. Ossia sul nome della croce che, dal 27 aprile 1887, era stata registrata come logo dell’azienda insieme al nome Patek, Philippe & Cie. Semplicità perché essenza stessa del marchio. Il simbolo cruciforme fu utilizzato per la prima volta sugli stendardi dei cavalieri di Calatrava, che difesero l’omonima fortezza nel sud della Spagna dall’assalto dei Mori, nel XII secolo. 

    Jean Adrien Philippe, co-fondatore della Maison, lo scelse appunto nel 1887 per l’estetica che lo rendeva immune alle mode passeggere, per la grafica ornamentale e perché incarnava i valori dei cavalieri di Calatrava, analoghi a quelle di Patek Philippe: coraggio e indipendenza. Inoltre, i quattro gigli che costituiscono la croce ricordano anche il fiore usato un tempo come ornamento dei blasoni reali francesi. Lo stesso giglio è presente sullo stemma del Dipartimento dell’Eure-et-Loir, nella Francia centrale, dove si trova il paese natale di Jean Adrien Philippe, La Bazoche-Gouet. 

    Calatrava per signora

    Spero che questo excursus storico-onomastico possa essere stato utile a chi ha meno familiarità con la storia di Patek Philippe. Ora però, veniamo alla sostanza, ossia alle referenze femminili Calatrava 4997/200G e 4997/200R. I due orologi sono relativamente recenti: quello in oro rosa (200R) è stato presentato nel 2023, quello in oro bianco (200G) nel 2021. La loro origine è però più lontana: diretto precedente è il Calatrava per signora Ref. 4897 in oro rosa, con il quadrante guilloché color cioccolato e il calibro 215 a carica manuale, presentato nel 2009. Ma risale ancora prima, al 2006, la Ref. 4896 in oro bianco con quadrante blu, animato dal calibro 16-250, sempre a carica manuale. Un orologio declinato negli anni in diversi colori (bruno, blu notte, crema, grigio argento), con diamanti tondi o taglio baguette sulla lunetta, e che nel 2021 ha ispirato la rivisitazione in oro bianco.

    Le due referenze attuali differiscono tra loro solo per il materiale della cassa e per il colore: blu quella in oro bianco, viola quella in oro rosa. La forza di questi due orologi sta nella loro capacità di mantenere l’eleganza e la sobrietà tipiche della collezione, pur ricorrendo all’impiego delle pietre preziose sulla lunetta e del sofisticato guillochage sul quadrante.

    La cassa misura 35 mm di diametro, una dimensione decisamente femminile ma non così ridotta come ci hanno abituati gli orologi “per lei”. Lo spessore strepitoso di 7,4 mm è merito del movimento ultrapiatto di cui parlerò tra poco. Perché, intanto, la cassa merita qualche parola in più, soprattutto per la lavorazione lucida che la distingue. Una finitura quasi a specchio che fa apparire l’orologio più grande di quanto in realtà sia. Una finitura che esalta la luce dei 76 diamanti che adornano la lunetta con il loro mezzo carato e passa di peso. 

    L’ipnotico quadrante

    Non c’è dubbio sul fatto che la lunetta sia la parte più femminile del Calatrava Referenza 4997. Con lei fa il paio il quadrante, che in entrambe le versioni di colore ha una bellissima lavorazione guilloché con un motivo a onde concentriche inciso a rilievo. Le onde originano dal centro del quadrante e si irradiano fino alla lunetta dividendo lo spazio in dodici settori. Sulla “cresta” di ciascuna di queste onde sono posizionati gli indici allungati a dardo, applicati e in oro rosa o bianco a seconda della versione e con finitura opaca.

    Patek Philippe ricorda che l’effetto di profondità che caratterizza questa lavorazione del quadrante è dato dall’applicazione su di esso di oltre cinquanta strati di lacca traslucida. Una finitura che i più attenti di voi avranno forse visto su un altro pezzo femminile del brand ginevrino: il Twenty~4, con la cassa rettangolare divenuta un segno distintivo della collezione. Le lancette a daga, eleganti e sfaccettate, completano l’estetica dei Calatrava 4997, che come nella migliore tradizione della collezione sono privi di datario. L’essenzialità prima di tutto.

    Maestria meccanica

    Scrivevo poco sopra che lo spessore straordinariamente contenuto della cassa è merito principalmente del movimento. Ebbene sì, perché il calibro 240 di Patek Philippe che dà vita all’orologio è uno dei fiori all’occhiello della Manifattura, spesso solo 2,53 mm. È un movimento automatico a micro-rotore presente anche in altri Calatrava e nel Golden Ellipse, con 27 rubini, una frequenza di marcia di 21.600 alternanze/ora e un diametro di 27,5 mm. A carica completa ha un’autonomia di almeno 48 ore.

    Questo movimento è dotato di un bilanciere Gyromax e di una spirale Spiromax, e ha un micro-rotore in oro massiccio 22 carati. Il calibro 240 fa da base per altri calibri esclusivi di Patek Philippe: 240 HU (con 24 fusi orari), 240 LU CL C (con data e carta celeste e indicazione della Via Lattea), 240 PS IRM C LU (con data a lancette, fasi lunari, indicatore della riserva di carica), 240 Q (con calendario perpetuo con giorno, data, mese, anno bisestile, indicatore delle 24 ore, fasi lunari), 240 SQU (scheletrato e inciso a mano).

    Un Calatrava da tramandare

    Il carattere sofisticato di questo orologio è sottolineato dal cinturino. Naturalmente è in tinta con il colore del quadrante ed è fabbricato in pelle spazzolata, con una finitura satinata che dà davvero l’impressione di avere al polso una striscia di seta, tanto la lavorazione è sapiente. La fibbia – non avrebbe potuto essere diversamente – è un bell’ardiglione nello stesso materiale della cassa.

    Nota di merito per il pricing applicato a questi Calatrava al femminile. Entrambe le versioni costano infatti 38.970 euro. Un prezzo da Patek Philippe, penserete voi. Un prezzo da Patek Philippe, confermo io, fatto però dalla somma di tante eccellenze, a partire dai materiali delle casse e della lunetta, fino ad arrivare al calibro di manifattura. Come dice il claim delle campagne della Maion: “Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”. Ecco perché, chi lo può acquistare, passa oltre il cartellino.

  • Broadsword Recon Bronze: in missione con Bremont

    Broadsword Recon Bronze: in missione con Bremont

    Visto che l’argomento di questo articolo è il Broadsword Recon Bronze di Bremont, metto le mani avanti e dico che cosa penso di questo marchio inglese: è un brand per pochi, che lavora bene ed è a tratti sottostimato. Sicuramente l’ingresso come Ceo, a marzo del 2023, di quella vecchia volpe dell’orologeria che è Davide Cerrato ha dato una svolta sensibile alla qualità degli orologi e allo stile delle collezioni. Senza però una base solida su cui costruire, difficilmente si sarebbero visti pezzi interessanti come il Broadsword Recon Bronze in poco meno di un anno e mezzo.

    Bremont, una storia in volo

    La base solida di cui parlo è un’azienda fondata dai fratelli Nick e Giles English nel 2002, che ha nell’anima la passione per il volo. Il padre, Euan English, fu un pilota della RAF e un ingegnere aeronautico. Fin da piccoli, i fratelli impararono a pilotare aerei storici e aiutarono il padre a restaurare orologi d’epoca, auto e aerei, alcuni dei quali essi pilotano ancora oggi. 

    Il destino, però, aveva in serbo per loro una beffa. Nel 1995, l’aereo della Seconda Guerra Mondiale su cui volavano Nick e il padre ebbe un incidente. Euan morì, Nick si salvò per miracolo ma con numerose fratture e Giles, in pista su un altro aereo nell’attesa di decollare, apprese la notizia via radio. Da allora, per i fratelli la perdita del padre fu un promemoria di quanto la vita fosse breve e non andasse sprecata. Nick e Giles abbandonarono le proprie carriere per dedicarsi a ciò che più li appassionava, l’orologeria. Così nacque Bremont.

    Il nome è anch’esso legato a un imprevisto di volo. Circa tre anni dopo l’incidente, i fratelli stavano attraversando la Francia a bordo di un biplano degli anni Trenta quando li sorprese il maltempo. Furono costretti a un atterraggio di emergenza in un campo di proprietà di un agricoltore, Antoine Bremont, ex pilota di guerra con la passione per il restauro di macchinari d’epoca e orologi da carrozza. Antoine li aiutò riparando l’aereo nel suo fienile e accogliendoli in casa per diversi giorni, finché il tempo non migliorò.

    La passione di quell’uomo era così simile a quella del padre Euan che, quando si trattò di trovare un nome al proprio brand, i fratelli ebbero pochi dubbi. Ritenendo che il nome English fosse un po’ ridondante per un marchio di orologi britannico, Bremont sembrò loro perfetto.

    L’estetica del Broadsword Recon Bronze

    L’excursus sulle origini di Bremont – la cui prima collezione ha visto la luce nel 2007 – mi è sembrato necessario, proprio alla luce del fatto che non è un marchio per tutti. Nonostante nel 2021 abbia inaugurato la propria manifattura, “The Wing”, di oltre 3.000 metri quadri, nel sud-est dell’Inghilterra. E nonostante quest’anno abbia fatto la sua prima apparizione a Watches and Wonders Geneva, in uno stand molto bello e molto frequentato. Il Broadsword Recon Bronze appena presentato è “figlio” di tutto questo.

    Si tratta di un orologio di ispirazione militare, come lo è tutta la collezione Broadsword. Questa referenza però è discendente diretta del Broadsword Recon presentato lo scorso anno in edizione limitata di 200 pezzi e andato esaurito in un amen. Lo si vede dalla scelta di proporre anche qui, come nel Recon del 2023, il quadrante cosiddetto sandwich, introdotto per la prima volta in collezione da Bremont dopo averlo impiegato in occasione di una collaborazione con Bamford. 

    A beneficio di chi non sa o non ricorda, un quadrante sandwich è costituito da due strati: quello inferiore è ricoperto di materiale luminescente, quello superiore ha numeri e indici incisi che lasciano intravedere la parte luminescente sottostante. Nel Broadsword Recon Bronze, il quadrante è nero opaco, in metallo, e il materiale luminescente è Super-LumiNova vintage a emissione verde. Bello il lavoro fatto sul sandwich dal brand. Non sono incisi solo gli indici delle ore, ma anche quelli del 15, 30, 45 e 60 sul contatore di piccoli secondi.

    Al servizio di Sua Maestà

    Come è facilmente intuibile, ciò che distingue questa referenza dal Broadsword Recon è la cassa. Una cassa in due pezzi in solido bronzo, una mattonella da 40 mm diametro per 12,5 mm di spessore. Purtroppo non ho ancora avuto modo di indossarlo, ma queste dimensioni, unite a una distanza da ansa ad ansa di 47 mm e a un design delle anse contenuto, mi danno l’impressione di una buona vestibilità. 

    Del resto ha una vocazione militare e, al polso di un soldato, la vestibilità è più che necessaria. Vocazione visibile in più dettagli. Il Broadsword Recon Bronze rende omaggio agli orologi cosiddetti “Dirty Dozen”, commissionati per l’esercito britannico durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il ministero della Difesa di Sua Maestà li richiedeva per distribuirli al personale militare. 

    Poi, in gergo militare recon è l’abbreviazione di reconnaissance, termine che si riferisce alla raccolta di informazioni su un nemico o su un potenziale campo di battaglia, spesso condotta da unità militari speciali. Nelle operazioni notturne, recon si riferisce anche a un tipo specifico di ricognizione effettuata al buio, spesso da piccole squadre di soldati altamente addestrati che utilizzano attrezzature speciali per muoversi e raccogliere dati senza essere scoperti.

    Grazie a una partnership ufficiale con il Ministero della difesa, che rende omaggio alle Forze Armate di Sua Maestà, Bremont è diventato l’unico marchio di orologi di lusso autorizzato a utilizzare i simboli araldici di tutt’e tre le forze armate britanniche: Royal Navy, British Army e Royal Air Force. Simboli che si trovano in rilievo sul fondello in acciaio dell’orologio. Dato che questa referenza è stata progettata e approvata dalle Forze Armate prima che fossero decretati i nuovi stemmi, una volta aggiornati, tutti i fondelli della Armed Forces Collection di Bremont saranno aggiornati di conseguenza.

    Broadsword Recon Bronze: il calibro

    Il fondello chiuso e la cassa proteggono il calibro Bremont BE-95-2AV da 11 linee e ½. Si tratta di un movimento automatico che è una versione modificata dell’Eta 2824 o del Sellita SW200. Un movimento onesto, da 28.800 alternanze/ora e 38 ore di riserva di carica, con ruota del bilanciere Glucydur e spirale Nivaflex. Un calibro senza fronzoli né particolari finiture, adatto a un cosiddetto “tool watch”.

    Se è fuori discussione il fatto che esistano orologi meno cari alimentati da movimenti con questa stessa architettura di base (il Broadsword Recon Bronze, in edizione limitata di 100 pezzi, costa 4.150 euro) è importante notare che il calibro BE-95-2AV è classificato come cronometro in base alle norme ISO 3159, e garantisce quindi una precisione di marcia di -4/+6 secondi al giorno. L’orologio è completato da un cinturino in tessuto da vela nero con una fibbia ad ardiglione in bronzo, come la cassa.

    Chiudo con una bella frase di uno dei fratelli, Nick, che ho trovato in rete e che riassume lo spirito di Bremont, soprattutto se visto nel filone storico della grande orologeria inglese. «Molte grandi invenzioni nel campo dell’orologeria meccanica moderna provengono da orologiai britannici e la nostra storia è davvero straordinaria. Per noi, essere un’azienda orologiera britannica significa poter raccontare queste storie, educare, e se riuscissimo a rinvigorire l’orologeria britannica in qualche modo, sarebbe davvero molto, molto speciale». La strada mi pare quella giusta.

  • Parigi 2024, Omega fa il tris di orologi

    Parigi 2024, Omega fa il tris di orologi

    Non si può dire che Omega, in qualità di cronometrista ufficiale delle Olimpiadi di Parigi 2024, non si sia mossa per tempo nella creazione di orologi dedicati alla ricorrenza. A un anno esatto dall’inaugurazione dei Giochi, il 26 luglio 2023, aveva presentato a Parigi il Seamaster Diver 300M Parigi 2024, in concomitanza con l’avvio del countdown olimpico.

    Poi, a metà aprile, a 100 giorni dalla cerimonia di apertura, è stata la volta dello Speedmaster Chronoscope nei colori della competizione. Infine, eccoci sotto data con il terzo orologio olimpico, il Bronze Gold Edizione Parigi 2024. Una sorpresa, una scelta che predilige l’eleganza alla sportività. Proprio per questo motivo parto da lui, non solo perché è la novità.

    Bronze Gold Edizione Parigi 2024: la novità

    Con il Bronze Gold Edizione Parigi 2024 Omega compie un’operazione interessante. Riesce a condensare in un orologio dall’estetica classica buona parte dei richiami alla sportività e alla tradizione olimpica che caratterizzano il Marchio. Parto dai materiali. La cassa è una bella misura da 39 mm di diametro per 11,7 mm di spessore, creata in Bronze Gold, da cui il nome della referenza. 

    Come i più attenti di voi sapranno, si tratta di una lega proprietaria di Omega, al pari del Sedna Gold, del Moonshine Gold e del Canopus Gold. La troviamo anche in una referenza dello Speedmaster Chronoscope e in un Seamaster 300.

    Il vantaggio di avere una fonderia propria, sta anche in questa capacità che ha il Brand di creare leghe uniche. Il fatto che il Bronze Gold sia costituito da oro (37,5%), palladio e argento può interessare o meno. Ciò che mi attira di più è la tonalità particolarmente calda di questo materiale, che ben ricordo perché ho potuto provare sia il Chronoscope, sia il Seamaster 300.

    Quindi Bronze Gold, ossia due metalli delle medaglie olimpiche. E l’argento? Voilà, eccolo nel quadrante, realizzato interamente con questo metallo, come ricorda la dicitura Ag925 al centro. L’estetica molto classica è un’alternanza di lavorazioni a Clous de Paris e a satinatura circolare. La prima si trova nella parte centrale del quadrante stesso e in quella dei piccoli secondi a ore 6; la seconda è invece nell’anello dei piccoli secondi e nel doppio giro esterno della minuteria. Molto bello il logo Omega, che nel Bronze Gold Edizione Parigi 2024 è scritto con i caratteri che aveva negli anni ’30.

    Con un occhio alla tradizione

    Perché è lì che si trova l’altro richiamo alla tradizione olimpica del Brand. Se il suo impegno come cronometrista dei Cinque cerchi risale ai Giochi di Los Angeles 1932, di pochi anni posteriore è l’orologio al quale si ispira, nell’estetica, il Bronze Gold Edizione Parigi 2024: la cosiddetta referenza CK 859 del 1939. Un pezzo cui Omega aveva già reso omaggio alcuni anni fa con un’edizione numerata in acciaio, anch’essa con quadrante in argento ma liscio, lancette e indici azzurrati.

    Il tocco di classe di quell’edizione numerata era il fondello in vetro zaffiro, che consentiva la visione del calibro Omega 8926 a carica manuale. Lo stesso calibro incassato nell’edizione per Parigi 2024, il cui fondello è però chiuso per consentire di ospitare il logo dei Giochi. Un peccato, perché le finiture del calibro 8926 sono superlative, per essere un movimento industriale; merito soprattutto delle Côtes de Genève radiali sui ponti. Oltre all’estetica c’è anche tanta tecnica, poiché parliamo di un calibro Co-Axial certificato Master Chronometer dal METAS, con tutto ciò che questo significa

    Speedmaster Chronoscope Parigi 2024: medaglia d’oro (Moonshine)

    Nel rimandarvi alle didascalie per ulteriori dettagli sull’orologio, passo agli altri due esemplari che Omega ha creato per le Olimpiadi di quest’anno. Parto dal più recente, lo Speedmaster Chronoscope Parigi 2024. Un orologio che ha le medesime caratteristiche della collezione lanciata nel 2021 e di cui ho scritto in questo articolo, al quale potete fare riferimento per rinfrescarvi la memoria sui dettagli generali della linea. Che viene estesa con gli orologi olimpici introducendo nuovi materiali e nuovi colori.

    Sono infatti due gli Speedmaster Chronoscope Parigi 2024, uno con cassa in acciaio e uno con cassa in oro Moonshine, usato per la prima volta in collezione. Per entrambi le stesse misure: 43 mm per 13 mm e una distanza da ansa ad ansa di 48,6 mm. Oltre al materiale della cassa, li distingue anche quello della lunetta: nella referenza in acciaio è in alluminio anodizzato, in quella in oro è in ceramica nera.

    Il quadrante è identico nelle due referenze: opalino bianco-argentato con la configurazione del Chronoscope a due contatori, che sono scuri a contrasto. Hanno una finitura concentrica che riprende quella del disco della minuteria, i cui indici in numeri arabi sono in oro Moonshine. Tonalità dell’oro che si trova sui numeri e sulle scale dei due contatori, sulle lancette del cronografo e su quelle di ore e minuti.

    Il calibro e il bracciale

    Come nel caso del Bronze Gold Edizione Parigi 2024, anche in questi orologi il fondello è chiuso. E, come sopra, è un peccato. Il calibro Omega Co-Axial Master Chronometer 9908 presente nella cassa della referenza in acciaio, così come il 9909 alloggiato in quella in oro, hanno anch’essi una finitura eccellente. Si tratta dello stesso movimento a carica manuale impiegato nello Speedmaster ’57 (là ha in più la data), con la platina a 3/4 lavorata a Côtes de Genève radiali che originano dal bilanciere, posizionato in basso a destra. Il cronografo ha la ruota a colonne con innesto verticale e il doppio bariletto, per un’autonomia di 60 ore. 

    Lo Speedmaster Chronoscope per Parigi 2024 può essere scelto con il bracciale metallico associato alla cassa, dotato di fibbia pieghevole con microregolazione, oppure con un cinturino in pelle con fibbia ad ardiglione. Il cinturino è traforato e sportivo nella versione in acciaio, liscio ed elegante in quella in oro.

    Seamaster Diver 300M Parigi 2024: scintillante

    L’orologio meno recente lanciato da Omega per Parigi 2024 è il Seamaster Diver 300M, che compie oggi un anno. Ha in sé i tratti che lo caratterizzano fin dagli esordi della collezione, ragion per cui ha scelto di distinguersi per un dettaglio ben visibile: la lunetta in oro Moonshine, lega che per la prima volta il Brand impiega in questa gamma. Ha la scala di immersione in rilievo positivo, con i numeri ulteriormente messi in risalto dalla finitura lucida che contrasta con quella grené della lunetta. Una lavorazione che personalmente trovo molto elegante e che Omega ha riservato, all’interno della collezione, ad alcune referenze particolari.

    Mi vengono in mente quelle dei primi anni 2000 dedicate all’America’s Cup o alcune create in occasione del rilancio della collezione, nel 2018. Tra di esse il modello di punta in titanio, tantalio e oro Sedna, con questa lega che arricchiva la corona, la valvola di decompressione, alcuni elementi del bracciale e la lunetta. Tra gli orologi olimpici, ricordo il Seamaster Diver 300M dedicato ai Giochi invernali di Pechino 2022, con lunetta in rilievo in titanio come quella del Nekton Edition.

    È tutt’oro quel che luccica

    Il quadrante in ceramica bianca ha il motivo a onde che troviamo sulle referenze moderne del Seamaster Diver 300M; ha una finitura opaca sulla quale spiccano le creste lucide delle onde. Nel quadrante vi sono sottili riferimenti alle Olimpiadi di Parigi 2024; il carattere tipografico dei numeri del datario è il medesimo di quello dei Giochi e il logo dell’evento è presente sulla lancetta dei secondi, a due terzi circa della lunghezza. Un escamotage che dà alla lancetta un sapore “lollipop” leggero e sportivo.

    A proposito di lancette, quelle del Seamaster Diver 300M Parigi 2024 hanno un trattamento Pvd in oro Moonshine e gli indici delle ore, applicati, sono realizzati nello stesso materiale. Il richiamo alla lunetta è evidente, così come quello al metallo della medaglia destinata agli atleti migliori. Una medaglia che chi indossa l’orologio può portare idealmente al polso: sul fondello è applicato un medaglione in oro Moonshine ablato al laser con inciso il logo olimpico.

    Insomma, anche quest’anno Omega ha messo in campo tutta la propria potenza di fuoco per fare delle Olimpiadi la vetrina perfetta attraverso cui mostrare di cosa è capace. Lo ha fatto non solo con l’enorme dispiegamento di uomini e mezzi portati a Parigi, ma anche e soprattutto con la forza che le deriva dall’essere il terzo marchio di orologi svizzeri per fatturato stimato. Perché, gira che ti rigira, quello è il suo business e quello sa fare terribilmente bene: tre esemplari per un unico evento, non sono bruscolini. Tre, come i gradini del podio olimpico, che il Marchio occupa ormai a pieno titolo.

  • PR100 Tour de France: Tissot, pedali e passione

    PR100 Tour de France: Tissot, pedali e passione

    La passione che lega l’orologeria al ciclismo è di lunga data e coinvolge molti marchi. Lo stiamo vedendo in questi giorni, mentre Tissot accompagna come cronometrista ufficiale il Tour de France, cui ha dedicato il nuovo cronografo PR100 Tour de France. Un orologio che ha il pedale nel Dna: non solo per l’estetica che lo contraddistingue, ma anche per il fatto di appartenere a una delle collezioni di cronografi del Brand dall’animo fortemente sportivo. 

    Tissot è partner ufficiale per il cronometraggio del Tour de France dal 2016, anche se il legame tra il Brand e la corsa gialla è molto più antico, poiché Tissot è stato cronometrista anche dal 1988 al 1992. Negli ultimi anni ha realizzato un orologio in serie speciale per ogni edizione della corsa e anche per il Tour 2024 la tradizione continua. In un anno, oltretutto, in cui la Grande Boucle ha espresso un grande affetto per l’Italia. Lo scorso 29 giugno la gara è infatti partita da Firenze (dove, per l’occasione, Tissot ha inaugurato la propria boutique) e, dopo aver attraversato Emilia Romagna e Piemonte, è arrivata a casa.

    L’estetica del PR100 Tour de France: uno scatto in avanti

    Anche per il 2024, quindi, il Marchio di Le Locle ha sfornato per l’occasione il PR100 Tour de France. Un cronografo che per gli appassionati di orologeria e pedivelle diventa, anno dopo anno, l’occasione per arricchire la propria collezione. Ebbene, dal mio punto di vista quest’anno l’orologio è più raffinato di quelli presentati nelle precedenti edizioni, a partire dalle finiture della cassa e dal design complessivo.

    Intanto, la cassa in acciaio satinato ha la lunetta liscia e lucida, a differenza delle versioni del 2022 e del 2023. Queste ultime erano infatti caratterizzate da un rivestimento in Pvd nero che dava loro un aspetto più dinamico, sportivo meno elegante. L’introduzione della lunetta liscia ha comportato l’eliminazione della scala tachimetrica. Come conseguenza, il quadrante è più ampio e leggibile, nonostante il diametro della cassa sia di 40 mm – contro, per esempio, i 45 mm del modello pensato per il Tour de France 2022.

    È vero che il PR100 Tour de France è comunque un orologio ispirato da uno sport di velocità, ma personalmente trovo che la mancanza della scala tachimetrica non tolga nulla al pezzo. A meno che non si voglia calcolare la velocità media di un ciclista in una specifica tappa del Tour, non sono molte le situazioni quotidiane il cui utilizzarla. Se poi l’assenza fa guadagnare ariosità e leggibilità al quadrante, ben venga. 

    I dettagli del PR100 Tour de France

    Il quadrante del PR100 Tour de France ha dettagli ben rifiniti. È nero, con una lavorazione granulosa che, nelle intenzioni dei designer di Tissot, dovrebbe richiamare quella dell’asfalto su cui si disputa la corsa. Il layout è quello classico del PR 100, a tre contatori (o tri-compax, per chi vuol parlare bene): quello dei 30 minuti, quello del decimo di secondo e infine dei secondi continui. La finitura concentrica li fa risaltare nettamente dal resto del quadrante.

    Belli e sottili gli indici a bastone, che aiutano il quadrante “a respirare” e gli danno anche una certa tridimensionalità, perché appoggiano l’estremità esterna al disco liscio della minuteria. Le lancette del decimo di secondo e quella dei trenta minuti sono gialle, colore simbolo del Tour de France che torna anche in quella dei secondi cronografici. In più, quest’ultima ha il contrappeso a forma di bicicletta, piuttosto ingombrante alla vista ma coerente con la “missione” dell’orologio. La finestra del datario è a ore 4:30, posizione che personalmente trovo incomprensibile ma che è giustificata dal disco data del calibro. Il datario è liscio: fosse stato granuloso come il quadrante, forse sarebbe stato meno evidente.

    Movimento e bracciale

    Che cosa intendevo poco fa parlando del disco data? Mi riferivo al fatto che il PR100 Tour de France è mosso da un calibro al quarzo, costruito da Eta, anch’essa parte di Swatch Group come Tissot. Si tratta del calibro cronografico G10.212 AD, con le indicazioni dei tre contatori di cui sopra e un disco data periferico. Per come è strutturato questo disco, l’unica altra posizione in cui la data risulterebbe leggibile in modo decente sarebbe quella classica a ore 3 ma, come penso immaginiate anche voi, la presenza di un datario lì sarebbe rovinosa per l’intera estetica dell’orologio.

    L’orologio è completato da un bracciale in acciaio a tre file completamente satinato con fibbia pieghevole a farfalla. È fornito con un bel cinturino ibrido, con la parte interna in gomma e quella esterna in pelle. Le piccole traforature ricordano quelle sull’impugnatura dei manubri. Il nero del cinturino lo armonizza al colore del quadrante, i profili gialli richiamano le lancette cronografiche e sono un ulteriore tributo alla Grand Boucle.

    Non di solo Tour vive Tissot

    La corsa gialla è l’occasione per ricordare che all’interno della collezione il PR100 Tour de France non è certo l’unico cronografo. Oltre all’edizione speciale legata al ciclismo, la linea PR100 offre altri tre cronografi: che si distinguono dal PR100 Tour de France per alcuni dettagli, mentre condividono le dimensioni della cassa, il movimento al quarzo e il lay-out a tre contatori.

    Intanto, hanno quadranti azzurro ghiaccio, blu scuro o verde, tutti con finitura soleil e non grené. Poi, il bracciale in acciaio non è completamente satinato ma ha la maglia centrale lucida (non è presente un cinturino aggiuntivo); il disco della data è bianco e non tono su tono; le lancette cronografiche non sono colorate ma in acciaio, in tinta con quelle di ore e minuti.

    I prezzi sono in linea con la vocazione di Tissot a creare orologi robusti, affidabili, ben rifiniti a un prezzo accessibile. In questo caso, su quest’ultimo aspetto influisce anche l’impiego di un movimento al quarzo. Il PR100 Tour de France costa 495 euro, 100 euro in meno per il PR 100 standard. Insomma, hai voluto il cronografo? Ora indossalo e… pedala.

  • Ocean Star 39: Mido alla… prova costume

    Ocean Star 39: Mido alla… prova costume

    Se esistesse anche per gli orologi l’ossessione della prova costume, direi che il nuovo Mido Ocean Star 39 l’ha superata a pieni voti. Anche il subacqueo principe delle collezioni di Mido si è infatti sottoposto a quella “cura dimagrante” che è tanto di tendenza nell’orologeria da qualche anno a questa parte. Un passaggio dalla taglia L alla S che lo ha reso, se possibile, ancora più sexy.

    Ocean Star 39: il diver 2.0

    Fuor di metafora, specialmente nel segmento degli orologi subacquei – storicamente e funzionalmente caratterizzati da dimensioni piuttosto generose e dei quali fa parte l’Ocean Star 39 – si assiste a una diffusa tendenza alla diminuzione dei diametri, causata da diversi motivi. Da una parte la volontà di rendere gli orologi sportivi più vestibili anche su polsi sottili, tipicamente quelli femminili. Non è un mistero, infatti, che il target donna sia sempre più al centro degli appetiti dei marchi, grazie anche a una generale maturazione della conoscenza e della cultura orologiera da parte del gentil sesso. Maturazione che spinge la cliente in rosa a cercare una maggiore qualità meccanica, estetica, dei materiali.

    Dall’altra parte c’è il fatto che – diciamocelo – le persone che si immergono con un diver meccanico sono sempre meno, vista la proliferazione di strumenti digitali da polso notevolmente più precisi, se non più affidabili. L’orologio subacqueo è sempre più un accessorio urbano, sportivo nell’accezione casual del termine. Qualcosa da indossare più in spiaggia che sott’acqua, più in ufficio a Milano che nei fondali di Pantelleria. Ragion per cui le dimensioni più piccole, come quelle dell’Ocean Star 39, aiutano la vestibilità di tutti i giorni e permettono una lettura agevole del tempo, che non è più questione di vita o di morte come può accadere in immersione.

    Questione di centimetri

    Detto questo, arrivo al nuovo Mido Ocean Star 39, un orologio che ha molto da raccontare, non solo per quanto riguarda le sue dimensioni riviste. Del resto, la collezione Ocean Star è un esempio di come Mido sia in grado di combinare design accattivante, qualità costruttiva e un pedigree subacqueo di prim’ordine. Il tutto mantenendo un rapporto qualità-prezzo difficilmente battibile. Lo fa da parecchio tempo, visto che la collezione Ocean Star festeggia quest’anno il suo 80° anniversario. Quale occasione migliore per regalarsi una silhouette tutta nuova, sottile e atletica?

    L’operazione dimagrimento è ancora più pregevole se si pensa che l’Ocean Star 39 non deriva da un modello esistente come, per esempio, l’Ocean Star 600 Chronometer. È un orologio subacqueo compatto, sottile e classico, con proporzioni bilanciate. Se il diametro di 39 mm è già di per sé una dichiarazione di vestibilità, ciò che fa davvero la differenza è lo spessore: 10,5 mm, compresi il fondello e il vetro. Il tutto con un’impermeabilità di 20 bar e una misura da ansa ad ansa di 46 mm. Ben al di sotto dei fatidici 50 mm, per molti il discrimine tra comodità e scomodità. Numeri che in questa fascia di mercato pochi concorrenti hanno.

    L’estetica dell’Ocean Star 39

    Il design dell’Ocean Star 39 è quello classico degli orologi subacquei non “spinti”, con la cassa simmetrica priva delle spallette proteggi corona. È in acciaio, prevalentemente con finitura spazzolata e qualche superficie lucidata. Ciò che spicca nell’orologio, però, sono la scelta dei colori e la decorazione del quadrante, dalle quali emerge una volta di più la vocazione più stilosa e meno professionale pensata da Mido per questo pezzo.

    Il quadrante ha infatti un motivo ondulato in rilievo che, nella versione messa al centro della campagna di comunicazione dal brand, è ulteriormente impreziosito da un effetto sfumato che passa dal nero a ore 12 al blu marino a ore 6. Lo stesso effetto è presente sulla lunetta e fa sembrare l’Ocean Star 39 quasi un orologio GMT.  

    La decorazione del quadrante è ben evidente, ma nel complesso non disturba la leggibilità delle ore, almeno nella versione blu e nera e in quella più tradizionale nella quale lo sfumato va dal nero al grigio scuro su quadrante e lunetta. Qualche difficoltà in più si potrebbe avere nella referenza con il quadrante color champagne (o sabbia, se preferite, visto che è il colore dell’anno) non sfumato. La leggibilità, qui, è meno favorita dai tocchi in oro Pvd su indici, lunetta e lancette. Decisamente più “cattiva” è la versione con cassa in acciaio con rivestimento Pvd nero.

    Il segreto sta nel calibro

    Buona parte del segreto delle dimensioni contenute dell’Ocean Star 39 sta nel lavoro fatto dai designer di Mido sull’orologio. Un lavoro che non sarebbe stato però possibile senza l’impiego, all’interno della cassa, di un movimento adeguato. Se infatti questo orologio subacqueo è così sottile, è grazie al suo calibro. Mentre la maggior parte degli orologi di Mido incassa il collaudato Calibro 80 – ossia il Powermatic 80, elaborato su base ETA 2824 -, l’Ocean Star 39 è animato da un movimento nuovo per il Marchio in questa collezione, ossia il Calibro 72

    Il calibro è nuovo per Mido nella Ocean Star ma è già impiegato in alcune referenze della collezione Baroncelli Heritage. E non è nuovo per Swatch Group, poiché deriva dall’ETA A31.111, a sua volta un’evoluzione del più sottile ETA 2892, utilizzato con alcune differenze da Longines come calibro L888 e da Union Glashütte come calibro UNG-07. Lavora a una frequenza discreta, 25.200 alternanze/ora e, come dice il nome, ha una riserva di carica di tutto rispetto di 72 ore. La spirale Nivachron antimagnetica di cui è dotato è ormai lo standard per i calibri del gruppo.

    Prima scrivevo del rapporto qualità-prezzo che caratterizza gli orologi del Brand, sempre interessante. Ebbene, l’Ocean Star 39 non fa eccezione: 1.190 euro per le tre versioni in acciaio satinato, 1.260 euro per la referenza con trattamento Pvd nero. Pur non dimenticando che per tante persone mille e rotti euro sono un sacco di soldi, è indubbio che l’orologio è “magro” non solo nelle forme ma anche nel prezzo, specialmente se paragonato ad alcuni concorrenti. Un occhio al polso e uno al portafoglio: per Mido, uno strabismo più bello di quello di Venere.

  • Retrovision ’47, Hautlence mette la radio al polso

    Retrovision ’47, Hautlence mette la radio al polso

    Io che sono diversamente giovane, quando ho visto il Retrovision ’47 di Hautlence ho pensato immediatamente a un’orecchiabile canzone della mia infanzia, Video Killed the Radio Stars, dei semisconosciuti The Buggles. Un motivetto il cui video, due anni dopo, diede il via alle trasmissioni di Mtv, il 1° agosto 1981, a mezzanotte e un minuto. E che mi torna in testa come il classico dei tormentoni estivi ora che mi accingo a scrivere del Retrovision ’47. Ossia di un oggetto che fatico a definire orologio, anche se nasce a tutti gli effetti per segnare l’ora.

    Il colpo di genio del Retrovision ’47

    Quali siano la storia e la filosofia costruttiva di Hautlence, l’ho accennato poco più di un anno fa in questo articolo, al quale vi rimando per rinfrescarvi la memoria. E, se leggete bene, c’è anche una coincidenza interessante. Là scrivevo del Linear Series 2 e di come mi avesse impressionato una volta visto a Watches and Wonders. Per il Retrovision ’47 è stata più o meno la stessa cosa, a dimostrazione di quanto l’appuntamento ginevrino valga il prezzo del biglietto, specialmente per ciò che mettono in mostra i marchi cosiddetti indipendenti.

    Fatta questa premessa, arrivo al Retrovision ’47 perché, per coloro che sono alla ricerca di novità e originalità, questo orologio è semplicemente una bomba. Ed è nato (come spesso accade per gli orologi di Hautlence e di H. Moser & Cie.) per far parlare. Creato come pezzo unico, ha un design dichiaratamente ispirato all’apparecchio radiofonico Model 5A5 della General Television & Radio Corp., realizzato negli anni ’40. Un esercizio di stile e di design per immaginare il tipo di orologio che Hautlence avrebbe potuto costruire se fosse stata fondata allora e non vent’anni fa.

    Ebbene, nonostante il Marchio non avesse previsto di metterlo in commercio, questo modello ha talmente colpito nel segno, è stato accolto con così tanto entusiasmo da convincere il management a moltiplicare per dieci il pezzo unico iniziale. Così il Retrovision ha dato vita a un’edizione limitata di 10 esemplari. Se pensiamo poi che un orologio più che su un polso si appoggia sul radio… ebbene, il cerchio si chiude.

    Una cassa non banale

    In sostanza, quindi, Hautlence ha preso quasi in toto il design rétro di quella radio, lo ha ridotto di scala e lo ha trasformato in un orologio meccanico di altissima qualità. Le differenze visive sono minime – nel Retrovision ’47 mancano le due manopole del ricevitore radio ed è comparsa una seconda maniglia a ore 6 – perché uno degli obiettivi di Hautlence è chiaro: preservare il più possibile l’identità estetica della radio, anziché richiamarla in modo vago con il design e la scelta dei colori.

    Il risultato è una cassa dalle linee rettangolari smussate, che misura 44,4 mm di larghezza e 39,2 mm da ansa a ansa, con uno spessore tutto sommato contenuto: 12,1 mm. Il Retrovision ‘47 è leggerissimo perché ha la cassa in titanio grado 5. Oltre alla forma particolare – ancora più notevole se si considera la difficoltà di lavorazione di questa lega -, la cassa ha un’altra peculiarità: è dipinta a mano. Nessun procedimento industriale sarebbe stato in grado di riprodurre l’aspetto marmorizzato verde e bianco del guscio in bachelite della radio Model 5A5.

    Il piccolo quadrante è in ottone placcato oro ed è decorato nella parte centrale con un motivo che ricorda il cosiddetto Nastro di Möbius, che Hautlence ha adottato come logo. È protetto da un vetro zaffiro con trattamento antiriflesso, ma il Marchio non specifica se applicato su un solo lato o su entrambi. La griglia dell’altoparlante a fianco del quadrante, la cornice di quest’ultimo e le due “maniglie” curve sui lati verticali della cassa – che fungono da anse – sono in titanio grado 23 lucido, un’altra brutta bestia da lavorare con questo tipo di finitura. 

    Il movimento di manifattura

    Il fatto che qualche riga sopra io abbia definito il Retrovision ’47 un orologio meccanico di altissima qualità è dovuto non solo alle finiture, ma anche e soprattutto al movimento. Che Hautlence ha reso visibile attraverso un fondello in cristallo zaffiro trasparente, anche se forse avrebbe potuto fare di meglio senza esagerare con le scritte.

    Considerando le dimensioni ridotte del fondello, l’averci messo “Model ED 20 Made to operate only on 21.600 A/h – Guaranteed Autonomy for 72 hours – Proudly produced in Switzerland” crea qualche difficoltà nella piena visione del calibro. Per quanto le scritte siano traslucide, un movimento di alta manifattura come il D20 automatico meriterebbe di essere messo maggiormente in luce e non mortificato come se fosse un qualunque movimento industriale.

    Lasciato spazio a questa considerazione del tutto personale, riservo qualche dettaglio tecnico in più sul movimento per le didascalie, accennando solo a quanto già si legge sul fondello: il calibro lavora a 3 Hz e ha circa 3 giorni di autonomia. E, a proposito di vedo-non-vedo, la griglia sul quadrante non ha solo una funzione estetica, ma anche quella di celare parzialmente alla vista la star del calibro D20: il tourbillon volante a un minuto. Che dà il meglio di sé al buio.

    Poiché la griglia lo nasconde parzialmente, Hautlence ha pensato a un tocco magico: lo ha circondato con un motivo a onde radio ricoperto di Super-LumiNova grigia su sfondo nero, che emette un bagliore verde al buio come gli indici sul quadrante. Un effetto suggestivo, che esalta l’ispirazione radio-vintage del Retrovision ’47 ed è del tutto privo di funzionalità pratica. Se si considera inoltre che anche gli indici sul quadrante hanno la stessa luminescenza verde, ma che le lancette non hanno alcun punto di Super-LumiNova, il risultato (voluto) è più una radio che un orologio.

    Retrovision ’47: per chi cerca altro

    Chiudo con qualche considerazione. Come credo molti di voi abbiano capito, personalmente ho un debole per i marchi indipendenti. Anche se spesso tendono a strafare, in termini di design più che di complicazioni, compromettendo quello che in orologeria è inderogabile: la leggibilità. È un peccato di gioventù, un’esuberanza tipica di brand poco più che adolescenti, che denota però voglia di osare e di rompere, se non gli schemi (un orologio servirà sempre a segnare le ore, altrimenti sarà un oggetto diverso), almeno qualche tradizione codificata.

    Ebbene, penso che nel caso del Retrovision ’47 Hautlence non abbia voluto rompere un bel niente se non le scatole ai tradizionalisti in servizio permanente effettivo. Lo ha fatto con un orologio visionario, giustamente inserito in quel segmento premium che il Marchio occupa stabilmente e a pieno diritto.

    Dopotutto, 60mila franchi svizzeri non sono una cifra per chiunque. Lo sono, probabilmente, per quanti cercano un pezzo insolito con un’accattivante estetica rétro. Un esemplare che vuole allontanarsi stilisticamente non solo dalla normalità del “già visto” in orologeria, ma anche dalle linee moderne e tecniche che caratterizzano il catalogo di Hautlence. Che dire: beati loro.

  • Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Il compianto e storico direttore de La Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, scrisse una volta che “l’Olimpiade è una parentesi tra le contraddizioni dello sport”. Tra poco meno di un mese cominceranno i Giochi di Parigi 2024, un momento di sfida non solo per gli atleti, ma anche per chi deve misurarne le prestazioni. Parliamo di Omega, o meglio, di Swiss Timing, la società di Swatch Group che ha sede nella località svizzera di Corgémont e tiene il tempo dei Cinque Cerchi.

    Fondata nel 1972, affonda le radici a più di un secolo fa, alle prime attività di cronometraggio sportivo dei “marchi gemelli” Omega e Longines, i cui team timing si fusero in Swiss Timing nel 1988. L’ho visitata poco tempo fa e ho avuto occasione di parlare con Alain Zobrist, che è Ceo della società ed Head of Olympic Timing per Omega. Il quale mi ha raccontato complessità, emozioni e curiosità dietro all’importante compito di cronometrista olimpico, con vista su Parigi 2024.

    Il Giornale degli Orologi: Quando cominciò il rapporto tra Omega e i Giochi olimpici?
    Alain Zobrist: La storia è cominciata circa 90 anni fa, nel 1932: quando Omega è stata selezionata come cronometrista ufficiale dei Giochi olimpici di Los Angeles. Inviò un solo orologiaio dalla Svizzera, con 30 cronografi. Fu selezionata perché i suoi 30 cronografi erano certificati con la precisione al decimo di secondo, la più grande innovazione dell’epoca.

    GdO: Com’era il cronometraggio prima del 1932?
    AZ: Ciascun giudice aveva il proprio cronografo, non c’era uniformità. E le differenze nella qualità della rilevazione erano troppe.

    GdO: Che squadra porterete a Parigi 2024?
    AZ: Avremo 550 cronometristi e 350 tonnellate di attrezzatura. Abbiamo cominciato a prepararci tre anni fa con una squadra fissa a Parigi. La collaborazione è a tutti i livelli, anche con gli architetti che hanno progettato le strutture, in modo da avere lo spazio per le nostre attrezzature, le connessioni eccetera. Circa 10 giorni prima della cerimonia di apertura prepareremo tutto, ce ne vorranno un paio per allestire e per gli ultimi test: l’obiettivo è essere pronti due giorni prima della cerimonia.

    GdO: Quando comincia la preparazione di un’olimpiade?
    AZ: Circa 3 anni prima dell’evento. Il team per Los Angeles 2028 andrà in California tra circa un anno, ma abbiamo già un gruppo di lavoro per Milano-Cortina 2026.

    GdO: C’è un limite alla misurazione della precisione?
    AZ: Penso che l’innovazione non abbia limiti nel nostro campo. I limiti sono altrove. Posso arrivare a cronometrare al milionesimo di secondo, ma il punto sta nell’adattare il cronometraggio alle esigenze di ciascuno sport: è lo sport che impone il limite. Per esempio, nel nuoto avrebbe senso misurare al millesimo di secondo? A mio avviso no, perché in questo sport già un centesimo di secondo equivale al tocco di un’unghia. La precisione nella misurazione del tempo teoricamente non ha limiti, ma oggi quello che interessa di più è forse monitorare ciò che accade durante la prestazione, più che il risultato finale, ed è possibile grazie allintelligenza artificiale.

    GdO: Quali discipline, secondo lei, hanno avuto i maggiori benefici dal vostro lavoro?
    AZ: Non ne sceglierei una in particolare. Cerchiamo di sviluppare la nostra tecnologia in modo olistico, non solo per alcune discipline: diciamo che tutti ne hanno beneficiato in misura diversa. Anche alcuni al di fuori delle Olimpiadi, come nei motori: non tutti sanno che in GT2 abbiamo introdotto un sistema per la gestione del track limit attraverso l’intelligenza artificiale, prima che esso fosse adottato in Formula 1.

    GdO: Per l’intelligenza artificiale, Parigi 2024 sarà un bel banco di prova. Come contribuisce al vostro lavoro?
    AZ: In due modi. Da una parte misurando i dati, dall’altra analizzandoli. Sono due protocolli distinti che lavorano in sinergia. Abbiamo iniziato nel 2017 a usare i primi modelli di intelligenza artificiale, applicandoli per la prima volta ai Giochi invernali del 2018. Serve tempo per sviluppare e provare questo tipo di soluzioni e non dimentichiamo che abbiamo perso due anni a causa del Covid.

    GdO: A Parigi 2024 sarà più difficile cronometrare o elaborare i dati?
    AZ: Cronometrare. Per avere i dati corretti devi avere un cronometraggio perfetto. Ho detto tutto

    GdO: Quanto è importante per voi avere alle spalle un grande gruppo come Swatch?
    AZ: Fondamentale. Lavoriamo per coprire oltre 500 eventi sportivi all’anno, abbiamo soluzioni adatte a oltre un centinaio di sport. Del resto è una vocazione del gruppo, che ha molti altri marchi impegnati nel cronometraggio sportivo di diverse discipline. Il contratto del Comitato Olimpico è con Swatch Group: questo è un investimento che il gruppo fa con l’intero movimento olimpico.

    GdO: C’è un episodio che è stato per lei la maggior fonte di soddisfazione da quanto fa questo lavoro?
    AZ: Le due Olimpiadi durante il Covid, Tokyo 2020 e Pechino 2022, perché in 8 mesi abbiamo dovuto gestire due eventi mostruosi come questi. È stato molto sfidante per tutto il nostro team, oltretutto in un ambiente particolare. Essere stati capaci di farlo, con la qualità con cui lo abbiamo fatto, con alcune innovazioni, è stato un grande risultato per l’azienda. 

    GdO: Quando sviluppate una nuova tecnologia lo fate in collaborazione con gli atleti?
    AZ: Sì. Di solito andiamo dove si allenano o gareggiano, parliamo con gli allenatori e lo staff per capire come possiamo esserci utili a vicenda. Devono avere la massima fiducia nella nostra tecnologia, per questo li coinvolgiamo sempre nell’intero processo. Normalmente cominciano a provare i nostri sistemi un paio di anni prima dei Giochi, in modo che possano farci avere per tempo le loro impressioni e suggerirci eventuali miglioramenti.

    GdO: Quali sono le competenze che deve mettere nel suo lavoro come Ceo?
    AZ: Io ho una formazione economica e di marketing, non sono un ingegnere. Penso non ci siano differenze tra guidare Swiss Timing e guidare un’altra azienda. Devi sapere apprezzare le persone, capire come farle crescere come professionisti e umanamente, coinvolgere gli elementi migliori e farli lavorare al meglio come squadra. Il lavoro di squadra per me è il centro di tutto.

  • RM 65-01: l’estate a colori di Richard Mille

    RM 65-01: l’estate a colori di Richard Mille

    Anche in Svizzera, come nel Nord Italia, l’estate si fa attendere. Richard Mille, però, prova a pensare positivo e lancia un’estensione di gamma del suo apprezzatissimo RM 65-01 dedicata alla bella stagione. E come si fa a dedicare un orologio all’estate? Lo si colora nel modo più fantasioso, possibilmente con delle cromie belle accese che si adattino ai cocktail a bordo piscina o alle giornate spensierate in barca.

    È esattamente ciò che ha fatto Richard Mille con le due nuove referenze del cronografo rattrapante RM 65-01. Perché l’orologio è ormai a catalogo da alcuni anni e sul Giornale degli Orologi gli abbiamo già dedicato un approfondimento tempo fa: un articolo al quale vi rimando per i principali dettagli tecnici sul funzionamento di questo pezzo di Richard Mille, nonché per quelli relativi al calibro. Prima di parlare dei nuovi colori e del materiale delle casse, penso però sia interessante spendere due parole sulla presenza ricorrente del cronografo rattrapante nella storia di Richard Mille.

    L’RM 65-01 e la funzione rattrapante

    Il cronografo rattrapante (o sdoppiante, per meglio dire), come l’RM 65-01, è una complicazione utile nelle corse automobilistiche e nelle competizioni sportive che coinvolgono più partecipanti. Permette di misurare contemporaneamente più eventi che iniziano nello stesso momento ed è una delle complicazioni più difficili da integrare nell’architettura di un orologio. 

    Richard Mille ha presentato il suo primo cronografo rattrapante nel 2004, l’RM 004. Una delle nuove caratteristiche sviluppate per quell’orologio era la quasi totale eliminazione del salto iniziale della lancetta dei secondi cronografici. Lo sviluppo dei componenti sdoppianti aveva permesso di ridurre il consumo energetico di questa funzione di circa il 50% rispetto al normale. 

    L’RM 008 del 2005 è stato invece il primo cronografo rattrappante con tourbillon progettato nel XXI secolo. Presentava tutte le caratteristiche dell’RM 004, con l’aggiunta di un tourbillon composto da 85 pezzi e dal peso di soli 0,34 grammi. Nella sua seconda versione, la platina dell’orologio è passata dal titanio alla nanofibra di carbonio, per garantire la tenuta del sistema di ingranaggi del movimento in ogni circostanza.

    L’RM 050 ha poi mostrato caratteristiche più raffinate rispetto a quelle dell’RM 008 e le ha portate a un livello ancora più alto. Gli ingegneri di Richard Mille hanno ottenuto la nuova qualifica di “cronografo da competizione” ottimizzandone la precisione cronometrica, l’affidabilità a lungo termine e il peso. L’RM 050 era infatti più leggero del 20% rispetto all’RM 008, con il movimento che pesava solo 9,5 grammi.

    Infine, prima dell’RM 65-01 con il suo calibro da 36.000 alternanze/ora, è stata la volta dell’RM50-03. Sviluppato in collaborazione con il team McLaren di Formula 1 nel 2017, questo modello è il cronografo rattrappante con tourbillon più leggero al mondo: 38 grammi. Un risultato ottenuto grazie all’uso di un materiale nuovo, il Graph Tpttm. Il cronografo è in grado di resistere a urti fino a 5.000 G.

    I nuovi colori dell’RM 65-01

    Dopo questo excursus, eccomi alle nuove referenze “estive” dell’RM 65-01. Un orologio già in collezione con cassa in oro rosso e Carbon Tpt, in titanio, in Carbon Tpt e in Quartz Tpt grigio. Colori austeri per la bella stagione, affiancati adesso da due nuove casse, una azzurro pastello e una giallo scuro. Per entrambe, Richard Mille ha di nuovo scelto come materiale il Quartz Ttp.

    Si tratta, come ho scritto, di un materiale già impiegato dal Marchio e sviluppato da un’azienda svizzera, la North Thin Ply Technology, il cui payoff è “il materiale giusto, nel posto giusto, con il processo giusto”. Musica per le orecchie del signor Richard Mille, il quale si è affidato come partner a questa impresa che, con i suoi materiali, crea scafi e vele ed è attiva nell’industria automobilistica, aerospaziale e ferroviaria.

    Il Quartz Tpt si sposa quindi con la filosofia di avanguardia di Richard Mille. A dare vita a questo composito sono molteplici strati di fibre di silice, impregnati con resine sviluppate appositamente per il Brand orologiero. Gli strati così composti sono fatti catalizzare a una temperatura di 120 gradi e a una pressione di 6 bar. Il risultato è un materiale uniforme, resistente, personalizzabile con colori che rimangono stabili e durano nel tempo.

    I due nuovi RM 65-01 sono in edizione limitata di 120 pezzi ciascuno e sono entrambi completati da un cinturino in caucciù dal classico design di Richard Mille, che ricorda le prese d’aria delle auto sportive. Per altri dettagli tecnici vi rimando alle didascalie e vi lascio con la curiosità del prezzo che, come sempre accade per questi orologi, è su richiesta. Io, se fossi in voi, un passaggio in boutique a chiedere lo farei: mal che vada, guardate le teche e sognate a occhi aperti. Questo sì, per fortuna, ancora non costa nulla.

  • Singer Reimagined 1969: re-immaginazione al potere

    Singer Reimagined 1969: re-immaginazione al potere

    “Mainstream: espressione usata prevalentemente in ambito artistico (musica, cinema, letteratura, ecc.), per indicare la corrente più tradizionale e anche più seguita dal grande pubblico”. Così definisce l’enciclopedia Treccani un anglicismo usato, spesso a sproposito, anche in orologeria. E mainstream è la parola che mi viene in mente, ma a rovescio, quando penso a Singer Reimagined. Perché è tra i marchi meno “allineati” e, proprio per questo, mi piace non poco.

    Non si può dire che Singer Reimagined non tenga fede con il proprio nome alla missione che si è data: re-immaginare l’orologeria meccanica. O, almeno, un certo tipo di orologeria meccanica: quella che punta all’originalità abbinata all’eccellenza. Lo fa con la collezione 1969, lanciata a giugno 2023 e composta dal Chronograph Ref. SR201 e dal Timer Ref. SR301. Entrambi gli orologi avevano la cassa e il bracciale in acciaio in acciaio e il quadrante laccato nero.

    Ora la collezione 1969 si amplia con quattro nuove versioni, due in acciaio con quadrante color argento spazzolato e due con cassa in bronzo e quadrante verde opaco. Fondamentalmente un’estensione di gamma, a mio parere azzeccata. Per vedere se la pensate anche voi come me, mi permetto di prendere qualche riga per raccontarvi la genesi del Marchio e i suoi due punti di forza: l’estetica e la meccanica.

    La filosofia di Singer Reimagined

    Singer Reimagined appartiene al Gruppo Singer, la cui specializzazione non è sugli orologi ma su qualcosa di vicino a questo mondo: le auto. Ha sede in California e si è costruito fama e reputazione grazie ai restauri su misura della Porsche 911. Il Marchio orologiero nasce invece nel 2015 dall’incontro tra Rob Dickinson, fondatore di Singer Vehicle Design, e Marco Borraccino, designer italiano di orologi.

    Una collaborazione a distanza tra due continenti. Borraccino è in Svizzera, Dickinson in California, ma la distanza non impedisce loro di scambiarsi idee e pareri su auto e orologi, con un punto di contatto forte: il fascino che su entrambi esercitano i miti della meccanica e della micromeccanica. In particolare, in quest’ultimo campo, i due hanno le idee chiare su quelli che sono i modelli intramontabili: i cronografi sportivi classici della fine degli anni ‘60 e ‘70.

    Perché allora non pensare a orologi capaci di re-immaginare l’alta orologeria? Serviva una terza anima in questo sodalizio, qualcuno che avesse non solo le idee e i sogni, ma anche le capacità tecniche per dare vita a quanto i due fondatori avevano nella testa. L’incontro decisivo con questa terza anima avviene di lì a poco, quando Marco Borraccino condivide la propria idea di un cronografo mai visto prima con il maestro orologiaio Jean-Marc Wiederrecht.

    Nel 2017 Wiederrecht dà vita al movimento AgenGraphe, che sarebbe diventato la base tecnica per buona parte delle collezioni di Singer Reimagined – tra le quali Track1, Flytrack e 1969. E quando Marco Borraccino immagina l’orologio dei sogni, il Singer Track1 Launch Edition, attinge dai modelli degli anni ’70 più amati, a partire dall’Heuer Autavia e dall’Omega FlightMaster. L’ecodi questi due pezzi si trova nella collezione 1969 di Singer Reimagined che, tuttavia, non sarebbe quello che è senza la meccanica sopraffina.

    Tutto (o quasi) parte dal calibro

    Quando nel paragrafo sopra ho scritto del calibro AgenGraphe, non vi è suonato qualcosa nella memoria? AgenGraphe non vi ricorda per caso Agenhor? Se è così, allora bravi. Perché questa manifattura di calibri e complicazioni di altissima qualità, non a caso partecipata da H. Moser & Cie, è stata fondata proprio da Jean-Marc Wiederrecht e da sua moglie Catherine. Ed ha all’attivo numerose collaborazioni con il Gotha dell’alta orologeria (una per tutte: quella con Van Cleef & Arpels, sfociata in diverse “complicazioni poetiche”).

    Il fatto che AgenGraphe sia un calibro con indicazione centrale fa in modo che non sia necessario leggere la misura del tempo breve in un punto diverso dal centro del quadrante. Inoltre, il movimento ha un altro vantaggio: la modularità. Le diverse parti che lo compongono possono essere aggiunte o tolte in base alle necessità o alle richieste del marchio cliente.

    AgenGraphe è anche un calibro estremamente preciso. La rilevazione del tempo ha infatti un salto istantaneo, senza latenza, mentre normalmente il salto dei cronografi inizia intorno al 58° secondo e dura circa due secondi. Una precisione che necessita della migliore visualizzazione possibile delle informazioni da parte di chi indossa l’orologio. Ecco perché i designer di Singer Reimagined hanno posizionato le lancette dei secondi, dei minuti e delle ore al centro del quadrante: campo libero per chi guarda.

    Singer Reimagined 1969 Chronograph…

    Visto che ho scritto del calibro AgenGraphe, questa volta parto dal movimento per parlare dei nuovi 1969, iniziando dal 1969 Chronograph. Sulla base dell’AgenGraphe è infatti nato il cuore di questo orologio, il calibro Singer Reimagined AGH 6365, elaborato e prodotto da Agenhor sulla base delle richieste arrivate dal Marchio. Si tratta di un calibro automatico con ruota a colonne e indicazione centralizzata, chiamata 3-60: 60 ore, 60 minuti cronografici, 60 secondi cronografici.

    I cronografi Singer sono gli unici che permettono di cronometrare eventi fino a 60 ore, grazie a un’ingegnosa architettura. Nel 1969 Chronograph, le lancette dei secondi, dei minuti saltanti e delle ore saltanti sono montate al centro e puntano tutte sulla medesima scala, base 60. L’indicazione dell’ora del giorno è visibile nella parte inferiore del quadrante ed è erogata tramite due dischi rotanti. La loro grafica e le frecce che indicano l’ora sono in Super-LumiNova.

    Il calibro AGH 6365 del 1969 Chronograph ha un’autonomia di 3 giorni. Il sistema di carica automatica è posto sotto al quadrante: in questo modo, attraverso il fondello in vetro zaffiro, il calibro AGH 6365 è completamente visibile e sembra quasi un calibro manuale. Nello specifico, conta 491 componenti e 56 rubini e lavora a 21.600 alternanze/ora. 

    … e 1969 Timer

    Analoga cura e ingegnosità è stata messa nel calibro AGH 6363 a carica manuale, che lavora nella cassa del 1969 Timer. Stesse 21.600 alternanze/ora e stessa riserva di carica di 72 ore del 6365. Si tratta di una versione re-ingegnerizzata del calibro Flytrack di Singer Reimagined, dotata di una funzione ingegnosa governata dal pulsante a ore 2, che ha comportato lo spostamento della corona di carica a ore 4. Perché un pulsante in più su un orologio solo tempo?

    Perché l’AGH 6363 è dotato di un sistema di azzeramento combinato con un dispositivo flyback. Premendo il pulsante a ore 2 è possibile misurare il tempo trascorso in modo immediato, utilizzando la lancetta centrale dei secondi. È un sistema per eseguire misurazioni istantanee e sequenziali, senza che interferiscano con il funzionamento regolare dell’orologio.

    Grazie a un dispositivo di frizione brevettato, si può dissociare la lancetta centrale dei secondi dal movimento, mantenendola ferma, e la si può rimettere in moto rilasciando il pulsante. In questo modo, la lancetta centrale dei secondi diventa un contatore di un minuto. Con il pulsante a ore 2 si azzera e si riavvia rapidamente il cronometraggio, senza utilizzare la consueta sequenza start-stop-reset.  

    Le due nuove referenze

    Le due nuove referenze, Chronograph ref. SR201-S e Timer ref. SR301-S, combinano i quadranti color argento spazzolato soleil con la cassa e il bracciale in acciaio inossidabile di Singer Reimagined. Lo stile del marchio è riconoscibile dal design, contemporaneo e classico al tempo stesso. Con i loro 40 mm di diametro, i modelli stanno bene sia sui polsi femminili sia maschili.

    L’estetica nitida dei quadranti argentati e delle casse abbinate tono su tono amplificano l’eleganza e il fascino della collezione. La finitura spazzolata soleil del quadrante crea un gioco di luci che si fonde con la finitura della cassa. Questo colore del quadrante è anche un omaggio alla prima Track1 Launch Edition, edizione limitata del 2017 che ha dato il via alla storia di Singer Reimagined.

    Interessante il design del bracciale, composto da due elementi a contrasto: le maglie spazzolate ad H e le maglie centrali arrotondate e lucide. Il bracciale garantisce vestibilità e comfort, anche per mezzo del meccanismo di microregolazione che consente di adattarne la lunghezza fino a 2 cm. La regolazione può anche essere fatta senza togliere l’orologio dal polso. 

    Ben diverse le casse in bronzo del Chronograph ref. SR203 e Timer ref. SR303, una novità per Singer Reimagined. Il bronzo è infatti un materiale robusto e resistente, che si evolve e cambia visivamente a seconda dell’ambiente circostante. Per via delle sue particolari proprietà è spesso preferito all’acciaio, in quanto non solo è durevole, ma anche resistente alla corrosione dell’acqua salata e alle condizioni atmosferiche estreme.

    La cassa in bronzo scolpito da 40 mm dei due orologi è evidenziata dai bordi lucidi e si combina con il quadrante verde opaco, con inserti color crema e tocchi dorati, che esalta il look vintage dei 1969 Bronze, rendendo omaggio a un’epoca sinonimo di avventura. Per questi primi modelli in bronzo, Singer Reimagined ha scelto un’altra “prima”, il cinturino. Si tratta di un cinturino realizzato a mano, in tessuto e pelle verde, abbinato al colore del quadrante e chiuso da un velcro. Una scelta estetica e pratica, che si sposa con la vocazione outdoor delle due referenze.

    L’intelligenza di Singer Reimagined

    Insomma, re-immaginare l’orologeria tradizionale non è certo facile, soprattutto perché è un campo nel quale il “già visto” è all’ordine del giorno. Per uscire dal mainstream con cui ho aperto questo articolo servono idee, visione e la capacità di tradurle in un progetto solido, in grado di convincere mercato e appassionati. Una sfida non banale, alla quale il marchio Singer Reimagined si è avvicinato con intelligenza e umiltà.

    Lo ha fatto puntando su ciò che serve a distinguersi con un prodotto di qualità: meccanica ed estetica. Solo abbinando queste due componenti base dell’orologeria di qualità in modo che si sposino a un’idea forte e visionaria, è possibile provare ad avere successo in un mercato sempre più esigente e orientato verso l’alto di gamma.

    Un mercato nel quale il marketing deve lasciare spazio alla sostanza, dove lo storytelling deve essere funzionale al prodotto e non viceversa. Ebbene, la collezione 1969, a mio parere, va esattamente in questa direzione: tanto arrosto e poco fumo. Perché di fumo, su lancette e quadranti, ne abbiamo già fin troppo.

  • Omega Speedmaster Moonwatch: c’è bianco e bianco…

    Omega Speedmaster Moonwatch: c’è bianco e bianco…

    Quando il nuovo Omega Speedmaster Moonwatch con quadrante bianco è stato lanciato, ai primi di marzo, ha generato un effetto curioso in chi si è trovato a scriverne o a parlarne. Ossia, il focalizzarsi in maniera quasi maniacale ed esaustiva sul collegamento tra il colore del quadrante e quello delle tute spaziali che gli astronauti impiegano per le attività extraveicolari. Un parallelo suggerito dalla comunicazione di Omega a supporto della nuova referenza. Parallelo indubbiamente vero e significativo che ai più è parso come l’unico argomento figo su cui insistere, senza pensare a che cosa significa il bianco nella storia dello Speedmaster. Un parallelo così abusato dai media, che mi ha indotto ad aspettare un po’ prima di scrivere del cronografo.

    È vero che al cronografo è associato, dalla maggior parte dei non addetti ai lavori, il quadrante nero. Perché lo Speedmaster è nato così e così è stato consacrato il Moonwatch dall’epopea delle missioni lunari della Nasa. Ma è altrettanto vero che i quadranti bianchi hanno un posto non di secondo piano nella storia dell’orologio. Referenze che sono diventate oggetti di culto per molti appassionati, che hanno una storia alle spalle spesso non meno interessante di quella del cronografo di nero vestito. Vale la pena soffermarcisi un attimo.

    White is the new black

    Il predecessore più illustre è forse il cosiddetto Moonwatch “Albino”, lanciato da Omega in occasione dei 40 anni dello Speedmaster, nel 1997. Prodotto in soli 500 pezzi e in esclusiva per il mercato italiano, aveva un quadrante bianco sporco, quasi un crema, che si differenziava da quello dell’orologio attuale. 

    Una referenza che vale la pena di ricordare anche per un altro paio di dettagli. Intanto perché era dotata di un doppio vetro zaffiro, uno sul quadrante (al posto dell’esalite) e uno sul fondello. Quest’ultimo consentiva la visione del calibro 1863 introdotto per la prima volta quell’anno. Così come per la prima volta, in quel 1997, fece la comparsa sullo Speedmaster il Super-LumiNova, seconda chicca dell’“Albino”.

    La storia dello Speedmaster Moonwatch “tutto bianco” passa poi per il celebre Alaska Project, referenza ricercatissima del 2008 la cui storia parte però quasi quarant’anni prima. Dai prototipi sviluppati per la Nasa a fine anni ’60, con quadranti color argento/bianco. La funzione del colore non era estetica ma pratica: riflettere meglio la luce solare e il calore, particolarmente aggressivi al di fuori dell’atmosfera terrestre. 

    Caratteristiche di quel modello erano le due lancette del cronografo a forma di capsula spaziale. Anche in questo caso, non per bellezza ma per praticità: puntavano verso le tracce dei minuti e delle ore ed erano meglio leggibili in condizioni difficili, a causa delle vibrazioni a bordo delle navicelle spaziali. La loro forma avrebbe caratterizzato i modelli successivi degli anni ’70, arrivando fino alla referenza del 2008 (e al Moonswatch Misson To Mars).

    L’ultimo Speedmaster Moonwatch tutto bianco che voglio ricordare è l’Apollo 13 Silver Snoopy Award presentato a Baselworld 2015 per celebrare i 45 anni della pericolosa missione. Un’altra edizione limitata, stavolta di 1.970 pezzi, con calibro Omega 1861, quadrante bianco con scritte e lancette nere.

    Il bello dello Speedmaster Moonwatch bianco? Il quadrante

    Lo Speedmaster Moonwatch è uscito anche con versioni panda, come una delle referenze dedicate alle Olimpiadi di Tokyo 2020, o come l’ultimo Silver Snoopy Award del 2020, con i contatori blu. Ma andrei troppo per le lunghe se ne scrivessi, per cui eccoci all’ultimo bianco della serie. Che, mi sbilancio subito, trovo davvero bello. Come sempre, cercherò di farvi capire perché il mio apprezzamento è motivato e non è solo una sensazione a pelle. 

    E per questo vi dico che la bellezza dell’orologio sta proprio nel quadrante. O meglio, nella sua laccatura. Non si tratta infatti di un bianco piatto, ma di un colore che, grazie proprio alla finitura laccata, impreziosisce l’estetica dell’orologio. L’effetto è quasi quello della porcellana Arita giapponese o dello smalto Grand Feu che tanto è apprezzato nell’alta orologeria svizzera. E il bello è, a mio avviso, che un risultato così è ottenuto con processi industriali e non “artigianali”.

    È un concetto che ho già espresso parlando del Bulova Marine Star: guai a demonizzare le lavorazioni industriali, se queste portano dei risultati di alto livello. E nel caso del quadrante di questo Speedmaster Moonwatch, il livello c’è. Specialmente perché la laccatura dà all’orologio una luminosità uniforme che ha il pregio di accentuare il design cosiddetto “step” del quadrante, smussandone e ammorbidendone contemporaneamente le finiture.

    Ricordo che il design “step” individua i diversi livelli di profondità che, sul quadrante, hanno l’anello della minuteria, la parte centrale e i contatori cronografici. Profondità differenti unite tra loro proprio dai gradini (step) del design, che in questo orologio sono smussati, morbidi e omogenei all’intera estetica dell’orologio. Una sensazione che diventa certezza se si osserva il quadrante lateralmente. Gli indici neri delle ore, applicati, spiccano in modo forte insieme alla punta rossa della lancetta dei secondi cronografici, contrastando la morbidezza dell’insieme.

    Meccanica e design

    Per strizzare ancora di più l’occhio ai collezionisti, Omega ha messo sulla lunetta tachimetrica il celebre “Dot over 90”. Detto che la lunetta nera è in alluminio anodizzato, ricordo l’importanza del dettaglio del “Dot over 90”. Indica infatti il posizionamento del puntino indicatore al di sopra del numero 90 sulla lunetta stessa e non al fianco di esso. Non è banale, perché questa posizione è tipica degli Speedmaster Moonwatch prodotti prima del 1970. Che oggi, ça va sans dire, sono le referenze di gran lunga più ricercate.

    Per il bracciale e i cinturini, Omega ha fatto le cose in grande con tre opzioni. Naturalmente è presente il classico bracciale del Moonwatch, d’ispirazione vintage, a cinque file e con le maglie incurvate, che alternano finiture lucide e satinate. Per chi preferisce sentirsi il polso più leggero, sono disponibili anche un cinturino racing in pelle nera micro-traforata con impunture bianche o uno in caucciù con trattamento antibatterico. Bello il dettaglio che lo caratterizza: la parte interna è decorata con un motivo in rilievo che riproduce la superficie lunare.

    Poco da dire sul movimento. O meglio, ci sarebbe tanto da dire, ma il calibro manuale Co-Axial Master Chronometer 3861 che lavora nella cassa è piuttosto noto. Realizzato nel 2019, dopo quattro anni di sviluppo, introduce rispetto ai predecessori alcune migliorie: come l’autonomia di 50 ore, la resistenza ai campi magnetici fino a 15.000 gauss, lo scappamento Co-Axial e la spirale del bilanciere in silicio.

    Come dice il nome, è certificato Master Chronometer e approvato dal Metas, l’ufficio di metrologia della Confederazione svizzera. Che cosa significhi questo in termini di precisione, lo potete leggere qui. Di certo, Omega sottopone ogni singolo Moonwatch a otto rigorosi test prima di fargli lasciare la Manifattura per essere supervisionato dall’Istituto elvetico di metrologia.

    Lo Speedmaster Moonwatch che parla al cuore

    Che dire quindi in più? Ah, certo. Che se volete acquistare questo orologio, lasciate perdere l’e-commerce ufficiale Omega. Al momento, per quanto ci è stato comunicato dalle nostre fonti, lo Speedmaster Moonwatch bianco è disponibile solo nelle boutique monomarca – a fronte, dicono, di una breve lista d’attesa, e con un prezzo che va da 8.700 a 9.100 euro -, mentre per la reperibilità sull’e-commerce e nei concessionari autorizzati ancora non ci sono notizie precise.

    Chiaro segnale del fatto che Omega ci ha preso, creando quella desiderabilità intorno all’oggetto che è croce e delizia per i brand. L’orologio piace, è fuori di dubbio. Piace perché ha meccanica, perché ha estetica e perché, lo abbiamo visto, ha qualcosa che va al di là delle tute spaziali. Di fronte a orologi come questo, la sostanza riesce a parlare al cuore di più e meglio di quanto non sappia fare il marketing. Pensateci.

  • Marine Star: il diver Bulova preciso e… democratico

    Marine Star: il diver Bulova preciso e… democratico

    Anche se il meteo ce la mette tutta per non farcelo ricordare – almeno al Nord Italia -, l’estate è vicina. E, con l’estate, le giornate al mare. E, con le giornate al mare, i tuffi e le immersioni con un orologio subacqueo al polso. A differenza di alcuni marchi che, inspiegabilmente, lanciano i propri diver a luglio, Bulova si è mossa per tempo e ai primi di aprile ha presentato i nuovi Marine Star. Una bella sorpresa, devo dire.

    Quando li ho visti nelle immagini in cartella stampa, l’impatto non è stato sconvolgente. Mi sembravano anonimi, un po’ troppo omologati a una certa estetica di diver che dava l’impressione del già visto. Per fortuna, pochi giorni fa ho avuto l’opportunità di toccare con mano i Marine Star, di provarli, di indossarli. E, come spesso mi capita, l’idea iniziale è cambiata. Non ho problemi ad ammettere di aver giudicato troppo frettolosamente dalle apparenze. Solo gli stolti restano pervicacemente attaccati alle proprie idee.

    Il segreto è nel movimento

    Che cosa mi abbia indotto a ribaltare la valutazione, è presto detto. I Marine Star di Bulova, edizione 2024, sono una buona combinazione di tecnica e di estetica. Unita a una vestibilità insospettabile. Questo, almeno, per le referenze pensate al maschile, di cui scriverò in questo articolo. Per completezza segnalo infatti che esistono versioni al femminile, sulle quali non mi soffermerò e che mi hanno lasciato un po’ più freddino.

    Ho scritto di tecnica ed estetica. Parto da quest’ultima, perché è come l’essenziale del Piccolo Principe: invisibile agli occhi. Mi riferisco infatti al calibro, celato all’interno della cassa dal fondello chiuso. Per questi Marine Star, Bulova ha scelto il suo affidabile movimento Precisionist che, come molti di voi immagino sapranno, non è un quarzo qualsiasi. È un quarzo ad alta frequenza, che vibra a una frequenza altissima: 262 kHz e rotti.

    Un movimento che il Marchio alloggia già in alcune collezioni come la Curv o come la Lunar Pilot e che debutta quest’anno nella linea diver. Senza entrare troppo nel dettaglio, ricordo che il calibro ha fatto capolino nel 2010 all’interno dell’omonimo orologio Precisionist, con prestazioni impensabili per un movimento al quarzo. Se, infatti, prima di allora la frequenza di oscillazione standard dei calibri al quarzo si attestava sui 32,768 kHz ormai dagli anni ’70, i 262,144 kHz del Precisionist erano una vera bomba. Significava moltiplicare per 8 la frequenza e arrivare a uno scarto di precisione di meno di 10 secondi all’anno.

    Marine Star e il quarzo ad alta precisione

    Prestazioni delle quali beneficia oggi anche la collezione Marine Star e che Bulova ha raggiunto sostanzialmente modificando la forma del quarzo, che è l’anima del movimento. In un classico orologio al quarzo, una corrente elettrica accuratamente calibrata dalla batteria eccita un cristallo di quarzo a forma di diapason, che inizia a vibrare a una particolare frequenza. Questa vibrazione crea impulsi elettrici a una frequenza costante; i circuiti integrati dell’orologio li utilizzano per attivare il “motore”. Che, a sua volta, sposta gli ingranaggi, e quindi le lancette, di una piccola distanza a ogni impulso.

    Se negli orologi meccanici la forza di gravità e i forti campi elettromagnetici possono alterare la regolarità del movimento di alcuni componenti, che perdono così precisione, anche i meccanismi degli orologi al quarzo possono avere problemi. Per esempio, se si modifica la temperatura del diapason o se ne contamina la superficie con un po’ di sporco o di polvere, la frequenza di oscillazione può cambiare, alterando l’intero sistema.

    Il Precisionist utilizza un paio di trucchi tecnologici per superare questi punti deboli. In primo luogo, proprio la forma cui ho accennato sopra. La maggior parte degli orologi al quarzo impiega cristalli a forma di diapason a due punte; il Precisionist impiega una sorta di forchetta a tre rebbi, capace di moltiplicare per 8 la frequenza di oscillazione. Ciò significa che l’orologio può misurare frazioni più piccole di ogni secondo, fornendo dati precisi da tradurre nel movimento delle lancette.

    In secondo luogo, gli ingegneri di Bulova hanno affrontato il problema delle fluttuazioni di temperatura aggiungendo un regolatore ai circuiti del Precisionist. Il circuito dell’orologio rileva così le variazioni di temperatura e si adatta alle corrispondenti variazioni degli impulsi elettrici del cristallo di quarzo. Una piccola regolazione che parrebbe insignificante, ma le minime variazioni nell’intensità degli impulsi all’alta frequenza di oscillazione del cristallo possono sommarsi a deviazioni che altererebbero l’accuratezza del calibro al variare della temperatura.

    L’estetica del Bulova Marine Star

    Detto questo, in soldoni che cosa cambia per chi indossa un orologio con questo calibro, oltre alla precisione? Lo scorrere fluido della lancetta dei secondi, che pare quasi quello di un automatico. Possiedo un Lunar Pilot con movimento Precisionist e quando lo indosso mi imbambolo a guardare quella lancetta. Mi è accaduto anche nella prova del Marine Star e questo la dice lunga sia sul fatto che dovrei farmi vedere da uno bravo, sia sulla qualità percepita di questo orologio.

    Che, per i più, va al di là del calibro non visibile e passa per i dettagli della cassa e del quadrante. Quest’ultimo è disponibile in quattro varianti di colore: nero, blu, grigio e giallo. È decorato in rilievo con un motivo che richiama le onde del mare e, benché sia inciso a macchina, è qualitativamente ben fatto. Chi ha detto che il guillochage e altre decorazioni sono di qualità solo se fatte a mano?

    La lettura dell’ora è facile, grazie alle lancette a daga e agli indici oversize applicati; questi ultimi sono a bastone, tranne quello delle 12 che è il classico diapason, logo di Bulova. Il rivestimento luminescente fa egregiamente la sua parte aiutando nella lettura, così come la punta rossa della lancetta dei secondi. Un po’ sbilanciate la distribuzione delle scritte: brand, nome della collezione e impermeabilità a ore 12, mentre a ore 6 c’è solo il valore della frequenza e il simbolo dell’infinito, a indicare il calibro Precisionist.

    La cassa è in solido acciaio, 43 mm di diametro per 12 di spessore. Molto bella, al tatto e alla vista, la ghiera in ceramica. Unica pecca: è fissa e non girevole, un dettaglio non proprio da diver. Che cosa dire, dunque, di questi nuovi Marine Star? Del fatto che Bulova si sia mossa per tempo, ho già scritto. Arrivare prima, in questo senso, significa togliere opportunità ai competitor. Che nella fascia prezzo di Bulova non sono pochi e in questo senso il tempismo è ancora più importante.

    A questo aggiungo solo che, anche in questo caso, il marchio ha optato per rendere la propria collezione di diver accessibile ai più. Come potete leggere qui, non è la prima volta che accade ed è un segnale: la bella orologeria sa essere anche democratica. Non ci resta che attendere l’estate…

  • Locman Montecristo 500 Metri: signore degli abissi

    Locman Montecristo 500 Metri: signore degli abissi

    Se siete diversamente giovani come lo sono io, vi ricorderete lo spot televisivo in cui quella buonanima di Mike Bongiorno portava una grappa in cima alle vette più alte delle Alpi. Dal Monte Bianco, al Rosa, al Cervino, il payoff era “Sempre più in alto!”. Ecco, per il Locman Montecristo ribaltiamo lo slogan di Mike e diciamo “Sempre più in basso!”. Non perché la qualità sia scaduta, anzi. Ma, letteralmente: perché, con il nuovo Locman Montecristo 500 Metri, l’esemplare simbolo della Marca elbana tocca profondità cui non era mai arrivato prima.

    Gli esordi del Locman Montecristo

    Un risultato raggiunto in coincidenza dei 15 anni dalla rinascita della collezione. Era infatti il 2009 quando Locman rilanciò quello che sarebbe poi diventato il suo bestseller. In tutta onestà, per il successo che ha incontrato in tre lustri di vita, a me sembra che sia sul mercato da molto più tempo. Proprio perché il nuovo Locman Montecristo si fece subito notare e distinguere per alcuni tratti che, all’epoca, si allontanavano dallo stereotipo di orologio del Marchio.

    Intanto, all’interno della cassa alloggiava un movimento meccanico a carica automatica rielaborato dalla Scuola italiana di orologeria (S.I.O.), fondata proprio da Locman tre anni prima. Non era un movimento di manifattura nel senso più puro dell’espressione, ma comunque un ottimo calibro che aveva già in sé un’ambizione: il rilancio dell’orologeria tricolore che è alla base della missione aziendale odierna del Marchio.

    Oltre al calibro, fece il suo debutto la cassa brevettata, in titanio e acciaio. Una spinta decisa sui materiali, già nelle corde di Locman che, nei decenni precedenti, aveva dato una scossa al mercato con i suoi orologi in alluminio. Per non parlare dei pezzi in oro e radica di erica delle origini (il primo Montecristo Automatico, appunto), una fusione di materiali che alcuni marchi contemporanei rivendicano come propria, ma che il Brand faceva sua già a metà degli anni ’80.

    La nuova cassa era leggera anche visivamente, grazie a un’estetica che sarebbe diventata poi caratteristica del Locman Montecristo. Mi riferisco alle anse triple, la cui scheletratura (se possiamo chiamarla così), con la relativa alternanza di pieni e vuoti, toglie peso alla struttura dell’orologio. Specialmente se vi si aggancia un cinturino in caucciù.

    C’è pressione e pressione

    Detto questo, arrivo al nuovo Locman Montecristo 500 Metri. Che, come potete facilmente intuire dal nome e dalla mia introduzione, garantisce per la prima volta nella storia della collezione una impermeabilità fino a 500 metri. Che poi, come ben sapete, quando si parla di impermeabilità è sempre meglio e più corretto parlare di atmosfere o di bar, anziché di metri. Termini tra i quali, vuoto per pieno, c’è un rapporto di 1 a 10: 1 bar, 10 metri. 10 bar, 100 metri. 50 bar, 500 metri.

    Dettaglio non banale, perché se si considera che l’acqua della doccia può uscire a 5 bar o più, lavarsi con al polso un orologio con impermeabilità garantita fino a 3 bar non è proprio salutare per l’orologio in questione… Ne ho incontrati di orologiai che raccontano di clienti arrabbiati perché si sono ritrovati la cassa allagata dopo una doccia o dopo un tuffo da uno scoglio o da una barca. Avete idea della pressione che si esercita sull’orologio impattando con l’acqua da diversi metri d’altezza?

    Un problema che con la nuova referenza non si pone. Intanto perché è in tutto e per tutto un Montecristo e poi perché 50 bar di impermeabilità non sono noccioline. Il Dna della collezione è visibile non solo nella cassa (43 mm di solido acciaio e titanio) ma anche nella vocazione subacquea professionale dell’orologio. Il quadrante è ampio, chiaro, leggibile. Indici e lancette sovradimensionate sono roba da vero diver. La ghiera unidirezionale in ceramica è bella da vedere e utile da consultare, grazie agli indici e al triangolo a ore 12 luminescenti. Dettaglio di stile: nelle diverse referenze, il colore della scala di immersione da 0 a 15 è ripreso dalla punta della lancetta dei secondi.

    La valvola dell’elio

    Ciò che rende questo Locman Montecristo 500 Metri un diver di razza è la presenza della valvola di decompressione, posta a ore 8. Giusto per differenziarsi da altri “colleghi” che la piazzano a ore 10, a ore 2, a ore 4, a ore 9. A beneficio di tutti, ricordo che la funzione di questa valvola è quella di preservare il movimento dai danni che potrebbe provocare la penetrazione di molecole di elio all’interno della cassa, fpermettendo loro di uscire..

    Nelle immersioni in acque profonde, i subacquei devono respirare una miscela di ossigeno e di elio per evitare gli effetti della narcosi da azoto. L’elio sostituisce infatti l’azoto in modo che non si manifesti quella pericolosa condizione che, a profondità elevate, causa malori e disorientamento. Poiché, però, le molecole di elio sono molto piccole, possono penetrare nelle guarnizioni dell’orologio. I fase di risalita, poi, le molecole di elio si espandono e creano una pressione interna tale da far saltare il vetro come un tappo di champagne, danneggiando irrimediabilmente l’orologio. Ecco dunque che la valvola consente al gas intrappolato nella cassa di uscire in modo sicuro.

    Il posizionamento del Locman Montecristo 500 Metri

    Il nuovo orologio è proposto in quattro varianti, che si differenziano per la presenza del cinturino in caucciù o del bracciale in acciaio e per la finitura della cassa. In due referenze, infatti, è presente un trattamento Pvd blu o nero che la rende molto sportiva. I prezzi vanno da 1.498 euro a 1.690 euro: un posizionamento in linea con quello delle altre referenze dei Locman Montecristo automatici professionali.

    Automatici, perché nella cassa di questa nuova referenza non lavora il calibro sviluppato dalla S.I.O., bensì un movimento svizzero Sellita SW200. Uno dei calibri più affidabili in circolazione (io lo definisco “un mulo”) in quanto a robustezza e precisione, il cui impiego qui è una scelta intelligente da parte di Locman. Incassare un movimento ben fatto e collaudato, di derivazione industriale, consente di contenere il costo dell’orologio garantendone comunque la qualità. Non poco e non da tutti, di questi tempi.

  • Calatrava Alarm Travel Time: la complicazione semplice di Patek Philippe

    Calatrava Alarm Travel Time: la complicazione semplice di Patek Philippe

    Se siete lettori affezionati delle nostre pagine, sapete probabilmente che del Patek Philippe Calatrava Travel Time abbiamo scritto più e più volte. Sia perché l’orologio in questione è un pezzo che ci piace molto, sia perché ogni volta che Patek Philippe ne lancia una referenza nuova, troviamo sempre cose nuove da dire. 
    Al recente Watches and Wonders Geneva, la Maison ha portato una nuova variante dell’orologio, la referenza 5520RG-001, che è un Calatrava Alarm Travel Time. Abbina dunque alla complicazione “da viaggiatore” del doppio fuso orario, quella della suoneria. In un design che prima dal 2015 (anno di introduzione del Travel Time) e poi dal 2019 (arrivo della versione Alarm) rende questo orologio incredibilmente riconoscibile.

    Patek Philippe Calatrava a chi?

    Se oggi gli orologi da pilota hanno ormai trovato il loro “posto nel mondo” all’interno del catalogo attuale del Brand, quando nel 2015 il Patek Philippe Calatrava Pilot Travel Time ref. 5524 entrò sul mercato suscitò più di una semplice curiosità: fu una specie di terremoto. Colse molti di sorpresa, perché ritenevamo che quell’orologio si discostasse dall’estetica tipica di Patek Philippe. Vero, ma non troppo.

    Il design era indubbiamente del tutto diverso da quello degli orologi senza tempo della serie Calatrava e metteva in discussione quanto gli appassionati si aspettavano dalla tradizione del Marchio ginevrino. Gli scettici allignano ancora oggi, nonostante sia ormai accertata, spiegata ed evidente l’ispirazione tratta dalla storia di Patek Philippe, che negli anni Trenta produceva orologi da pilota “ad angolo orario”, o siderometri, per usi militari.

    In ogni caso, la referenza 5524 divenne in breve un successo commerciale di Patek Philippe, tanto che nel 2018 il modello subì una cura dimagrante per adattarsi ai polsi più piccoli: la referenza 7234R, in oro rosa, aveva la cassa da 37,5 mm e nel 2020 fu seguita da una versione in oro bianco. Nel mezzo, il Calatrava Alarm Travel Time 5520P in platino, tuttora in catalogo.

    Anche se il nome “Pilot” è stato abbandonato, l’essenza della collezione è rimasta inalterata. Quell’orologio ha infatti mantenuto il design e la funzionalità distintivi della ref. 5524, introducendo però una complicazione aggiuntiva: un dispositivo di allarme di 24 ore con indicazione digitale dell’ora della sveglia. Esattamente quello di cui stiamo parlando oggi.

    Sfide tecniche ed ergonomiche

    La nuova referenza 5520RG-001 ha i suoi punti di forza nell’estetica (l’ho scritto sopra e ci torno più avanti) e nella meccanica da leccarsi i baffi. Che significa essenzialmente il calibro AL 30-660 S C FUS, lo stesso che anima la versione in platino del 2019 e che, racconta Patek Philippe, ha comportato circa cinque anni di studio e sviluppo prima di essere portato in produzione. 

    Perché la necessità di mettere a punto un nuovo meccanismo di suoneria e di combinarlo con la complicazione dei due fusi orari pone diverse problematiche. In primis lo spessore. Così, per mantenere la cassa la più sottile possibile, la Maison ha sviluppato un movimento integrato, invece di inserire un modulo per la suoneria sopra a un movimento esistente. L’altro obiettivo degli ingegneri di Patek Philippe era quello di creare un orologio facile da usare. Non una banalità e, spesso, nemmeno una priorità quando si sviluppa un pezzo di Alta Orologeria come il Patek Philippe Calatrava Alarm Travel Time. 

    Il risultato è il calibro automatico AL 30-660 S C FUS, composto da 574 parti, tra cui il bilanciere Gyromax brevettato da Patek Philippe, dotato di una spirale Spiromax in Silinvar. Pur non essendo stato comunicato quanti di questi componenti ci siano nella suoneria, è stato specificato che il calibro è coperto da quattro brevetti.

    Il primo è un meccanismo anti-contraccolpo per la programmazione dell’ora della sveglia, che compensa il gioco meccanico consentendo di impostare la suoneria con una precisione di un minuto al quarto d’ora successivo. Ad esempio, alle 12:14, la sveglia può essere impostata alle 12:15. Altri due brevetti riguardano le funzioni logiche dell’allarme e la sua visualizzazione digitale. Ultimo, il meccanismo che disattiva il dispositivo di avvolgimento della molla dell’allarme quando il display dell’allarme stesso mostra che è inserito.

    Diamoci una svegliata!

    Come la data, anche la sveglia di 24 ore è abbinata all’indicazione dell’ora locale. Quando si attiva, un martello colpisce un gong che gira intorno al movimento, come se fosse una ripetizione minuti ma ridotta a una singola nota. L’attivazione del martello dura circa 35 secondi, a una frequenza di 2,5 Hz pari a 2,5 colpi al secondo, per un totale di un’ottantina di colpi. Un regolatore centrifugo assicura una cadenza regolare e sostenuta della suoneria, come in una ripetizione minuti.

    Se il proprietario desidera interrompere in anticipo la suoneria, basta che prema il pulsante a ore 2. Se preferisce lasciare che la sveglia completi il proprio ciclo, questa si spegnerà automaticamente. La transizione dall’attivazione allo spegnimento è segnalata dall’indicatore a forma di campana posto sul quadrante a ore 12: quando diventa nero, significa che la sveglia ha completato il suo processo.

    L’energia necessaria ad alimentare il meccanismo della suoneria è fornita da un bariletto a molla separato, messo in tensione attraverso la corona posizionata a ore 4. Una frizione incorporata impedisce che si possa applicare una tensione eccessiva. Il movimento è dotato di un meccanismo di arresto dei secondi che consente di regolare con precisione l’ora. Certificato dal Sigillo Patek Philippe, ha una tolleranza di -3/+2 secondi al giorno e un’autonomia compresa tra 42 e 52 ore.

    La complessità del meccanismo è del tutto nascosta dalla semplicità di utilizzo dell’orologio. Una volta individuata la lancetta che corrisponde all’ora locale o all’ora di casa, le indicazioni sui pulsanti forniscono una chiara guida per un uso corretto, per la quale vi rimando alle didascalie. Inoltre, i blocchi di sicurezza impediscono le impostazioni accidentali, aggiungendo un ulteriore livello di rassicurazione.

    Perché amiamo il Patek Philippe Calatrava Alarm Travel Time

    La novità della referenza 5520RG del Patek Philippe Calatrava Alarm Travel Time è principalmente estetica. Sta nel quadrante bicolore grigio soleil e nero ebano, con cifre arabe applicate e lancette a gladio in oro bianco antracite, sottolineate da un rivestimento luminescente. L’anello della data a ore 6 e l’anello della minuteria chemin-de-fer sono neri, una tonalità che si estende al contorno dei grandi numeri arabi luminescenti applicati e alle lancette dell’ora locale. La lancetta dell’ora di casa è antracite e scheletrata, priva di luminescenza. La lancetta centrale dei secondi e la lancetta della data a ore 6 sono invece colorate di bianco.

    Al platino della versione già in collezione, si affianca in questa referenza l’oro rosa. Un materiale molto caldo, che in abbinamento con il colore del quadrante e soprattutto con il cinturino in pelle di vitello marrone con finitura vintage dà all’orologio un aspetto seducente e contemporaneo.

    Oltre che ulteriori dettagli tecnici, potete trovare nelle didascalie anche qualche informazione più precisa per potere leggere il quadrante dell’orologio in maniera consapevole. Una consapevolezza necessaria anche per acquistare il nuovo Patek Philippe Calatrava Alarm Travel Time, visto il prezzo: 261.360 euro. L’eccellenza ha un costo, perché la Maison ha inserito questo orologio nella categoria Grandi Complicazioni, con una scelta che non ha trovato tutti d’accordo. 

    Personalmente non ci trovo nulla di strano. Le grandi complicazioni non sono solo legate all’astronomia, alle ripetizioni minuti, ai calendari perpetui. Abbinare una funzione di allarme così raffinata a una complicazione travel time è tutto fuorché banale, ve lo garantisco. E non perché io sia un guru dell’orologeria, ma perché a Watches and Wonders ho visto e provato l’orologio e confermo: l’eccellenza ha un costo, ma regala anche emozioni senza pari.

  • L’Heure Exquise: il cielo poetico firmato Trilobe

    L’Heure Exquise: il cielo poetico firmato Trilobe

    Trilobe è un marchio di cui ho già scritto e di cui torno a scrivere volentieri. Tra l’altro, scriverò di un orologio del quale avete già avuto modo di adocchiare una versione super-ricercata circa un mesetto fa. Un orologio talmente bello e particolare, a mio parere, che ho deciso di dedicare un articolo alla sua versione più basica. Se questo aggettivo ha senso parlando di Trilobe, atelier nel quale la meccanica incontra la poesia in modo esteticamente ineccepibile. L’orologio in questione è L’Heure Exquise della collezione Les Matinaux, nella versione Blue.

    L’eredità di Trilobe

    Presentato alla recente edizione di Watches and Wonders Geneva, L’Heure Exquise è pensato e realizzato in puro stile Trilobe. Ossia con l’affissione dell’ora resa possibile attraverso dischi rotanti e decostruiti, secondo l’idea visionaria del direttore creativo e fondatore, Gautier Massonneau

    La collezione Les Matinaux risale al 2018 e prende nome dalla raccolta di poesie di René Char del 1950. Appena presentata, si capiva subito di che pasta era fatta, grazie a un’indicazione del tempo senza lancette per ore, minuti e secondi. Al contrario, gli orologi utilizzavano una visualizzazione “vagabonda”, con tre dischi rotanti combinati a tre puntatori fissi per indicare l’ora. 

    Le successive serie Nuit Fantastique e Une Folle Soirée avevano ulteriormente ampliato questo concetto, mentre per il nuovo Les Matinaux L’Heure Exquise Massonneau è tornato alla sua idea iniziale. A essa ha aggiunto la prima complicazione del Brand: quella delle fasi lunari. Il modo in cui lo ha fatto, però, è a mio parere spettacolare.

    Un disco in continuo movimento

    Il meccanismo funziona attraverso una ruota dentata con 59 ingranaggi, che evoca l’orbita della Luna intorno alla Terra, completando un ciclo di 29,5 giorni. Gli orologiai di Trilobe, però, non si sono accontentati di introdurre una complicazione piuttosto comune. Per la prima volta, infatti, le fasi lunari sono state collegate in modo coassiale alla ruota dei secondi, sotto un cielo stellato dinamico e ipnotico.

    Se si osserva bene, si nota un disco in vetro zaffiro con stelle bianche tampografate. Il vetro zaffiro stellato ruota al ritmo dei secondi e l’indicazione di questi ultimi diventa quindi una rappresentazione astratta del tempo, indicando più che altro il fatto che l’orologio è in funzione. Al di sotto di esso, un disco blu rifinito con scanalature concentriche si muove su un disco di ottone testurizzato al laser, che riporta raffigurata la superficie della Luna.

    Il risultato è un quadrante in continuo movimento, con un dinamismo accentuato che contrasta con lo scorrere di ore e minuti, più lento. L’affissione attraverso dischi e non attraverso lancette dà infatti un’idea di maggiore staticità al quadrante, che grazie alla rotazione del cielo stellato risulta così vivo e sorprendente.

    L’Heure Exquise e gli anelli rotanti

    Per quanto riguarda la lettura del tempo dell’Heure Exquise, un anello più esterno riporta le ore e uno più interno i minuti. Essi continuano a scorrere sul quadrante, ma una leggera inclinazione dei numeri verso destra accentua il movimento dei dischi, evidenziando il trascorrere del tempo. Come in altre creazioni di Trilobe, il sistema dei dischi è decentrato verso ore 7, punto nel quale gli anelli arrivano a sfiorarsi pur senza toccarsi.

    Un unico puntatore trilobato (logo del Marchio) è posizionato a ore 12 e funge sia da indicatore per le ore sia per i minuti. Una soluzione diversa da quella utilizzata nella prima collezione Les Matinaux e anche da quella della collezione Nuit Fantastique. Nella prima i puntatori erano tre, uno ciascuno per ore, minuti e secondi. Nella seconda ce n’era uno solo per le ore, mentre i minuti comparivano in un’apertura del quadrante.

    Potrebbe sembrare banale aver trovato una terza soluzione per l’affissione dell’ora, ma non lo è. La tipologia di indicazione che utilizza i dischi è infatti molto vincolata dalla natura e dalla posizione dei dischi stessi. L’impiego di un solo puntatore nell’Heure Exquise è possibile proprio grazie alla particolare decentratura degli anelli rispetto al puntatore stesso e di un anello rispetto all’altro.

    Il movimento e la cassa dell’Heure Exquise

    Il movimento che anima l’Heure Exquise di Trilobe è il calibro di manifattura X-Centric che il Marchio ha già utilizzato nella collezione Les Matinaux, al quale ha aggiunto il modulo per le fasi lunari. Del resto, il tipo di indicazione dell’ora è la medesima: ciò che cambia è il modo in cui è visualizzata sul quadrante, non il motore dell’orologio. Si tratta di un calibro automatico con micro-rotore, visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro, che lavora a 28.800 alternanze/ora e ha 48 ore di autonomia.

    La cassa è disponibile in due misure, associate a un diverso materiale: 40,5 mm o 38,5 mm per la versione in titanio, solo 40,5 mm per quella in oro rosa. Lo spessore è contenuto sotto i 10 mm (9,2 per la precisione), con una distanza da ansa ad ansa che è di 45,5 mm nella referenza con cassa da 38,5 e di 48 nella referenza da 40,5. Per un polso sottile come il mio consiglio la prima delle due misure. I prezzi? Molto interessanti per i contenuti che offre l’orologio: le due referenze in titanio costano entrambe 14.500 euro, quella in oro rosa 26.500 euro.

    Prima di lasciarvi alle didascalie per ulteriori dettagli su l’Heure Exquise, chiudo con una riflessione. Nella cartella stampa, Trilobe si lascia andare a citazioni del poeta simbolista francese Paul Verlaine, invita a contemplare cielo e luna dalla propria finestra, parla della relatività del concetto di tempo. Tutto bello, tutto vero. In un orologio così, però, come ho scritto all’inizio, meccanica, estetica e poesia si incontrano in modo naturale. Per come la vedo io, basta indossarlo e lasciarlo parlare al polso: dirà al cuore di un appassionato molto di più di qualsiasi verso in rima.

  • Mido Ocean Star Gmt Special Edition: la forza è nel dettaglio 

    Mido Ocean Star Gmt Special Edition: la forza è nel dettaglio 

    Mido è un marchio che negli ultimi anni sta lavorando molto bene. Posizionato nel segmento medio dei brand di Swatch Group, può contare su una solida base di appassionati e su una storia ultracentenaria che annovera collezioni di successo. Tra queste, la Mido Ocean Star è la più vocata alla sportività, grazie a un fortissimo legame con il mare. È una collezione che ha un’identità estetica precisa, ma che è anche capace di rinnovarsi in termini di tecnologia, di materiali e di complicazioni. Lo dimostra una delle novità che ho avuto modo di toccare con mano ai primi di marzo, quando sono state presentate alla stampa italiana. Parlo del Mido Ocean Star Gmt in edizione speciale, che ha delle caratteristiche interessanti da raccontare.

    Prima, però, vorrei spendere due parole su un dettaglio che forse non tutti conoscono. Un dettaglio che spiega come mai, nel tempo, Mido è diventata una delle marche più affidabili in termini di impermeabilità, visto che con l’Ocean Star parliamo di una collezione subacquea. Un dettaglio che rende affine il Marchio a una… buona bottiglia di vino.

    La sfida dell’impermeabilità

    Questo dettaglio si chiama Aquadura ed è un sistema che Mido ha iniziato a utilizzare negli anni ’30 per impermeabilizzare i propri orologi, impiegando un materiale semplice e naturale: il sughero. Probabilmente è stato sperimentato per la prima volta da Mido nel 1934, quando Bernard Taubert, della celebre famiglia ginevrina specializzata nella fabbricazione di casse, mostrò in azienda la propria cassa decagonale impermeabile.

    Il sistema con la guarnizione in sughero era stato brevettato da Taubert nel 1929 per sigillare la corona, il punto debole di tutti gli orologi, specialmente dei subacquei. Nel sistema Aquadura, lo stelo della corona passava attraverso una minuscola guarnizione di sughero, compressa in un alloggiamento che garantiva la tenuta anche se la corona non era completamente inserita. Come una bottiglia di vino che rimane sigillata anche se il tappo è tirato a metà.

    Poiché le guarnizioni sono minuscole, il sughero utilizzato doveva essere di ottima qualità. Stando all’azienda, due terzi delle guarnizioni furono scartati proprio perché non di qualità. Il sughero naturale era riscaldato e ingrassato, ma la vera difficoltà stava nel taglio di questo materiale fragile. Se un minuscolo pezzo fosse caduto nella cassa, sarebbe stato sufficiente a bloccare il movimento. Ecco perché l’assemblaggio era più difficile e più costoso rispetto a quello delle guarnizioni in plastica. Nel 2008, in occasione del 90° anniversario della fondazione di Mido, il direttore Franz Linder presentò a Baselworld il Mido Jubilee, che utilizzava proprio il sistema Aquadura.

    Il Mido Ocean Star Gmt si fa piccolo (o quasi)

    Fatto l’excursus storico, arrivo alla referenza di oggi, il Mido Ocean Star Gmt Special Edition. L’orologio rappresenta una bella evoluzione all’interno del segmento Gmt della linea, che attualmente conta sei modelli. È una bella evoluzione perché questa novità è l’unica da avere la cassa da 40,5 mm contro i 44 mm delle altre referenze.

    I puristi del subacqueo, quelli che «un diver sotto i 43 mm non è un diver», non vedranno di buon occhio il ridimensionamento. Io che l’ho provato al polso vi assicuro che con questa misura l’orologio guadagna in portabilità e non perde nulla in leggibilità. Perché poi, magari, questi del ditino alzato pensano anche che mentre sei sott’acqua in Polinesia non t’interessa conoscere che ore sono a casa tua, ma si entusiasmano per l’estetica più che gradevole che l’orologio in questione ha, grazie all’aggiunta della funzione Gmt.

    In effetti, il quadrante è chiaro e pulito. L’indicazione delle 24 ore è riportata sia sulla lunetta in alluminio (ore pari), sia sul réhaut interno (ore dispari). Quest’ultimo si stacca bene dal blu intenso del quadrante, grazie alla finitura argentata con satinatura verticale. A fare da ponte tra quadrante e réhaut ci sono gli indici, con il nuovo disegno a dente di squalo. Negli altri Mido Ocean Star Gmt hanno la classica forma a bastone.

    I punti di forza del nuovo Mido Ocean Star Gmt

    Per quanto riguarda il calibro, non c’è molto da dire. Non perché non sia un movimento di valore, ma perché sul Calibro 80 di Mido ci siamo già soffermati in passato. Ricordo solamente che si tratta di un movimento automatico sviluppato su base dell’Eta C07.661: ha la spirale amagnetica Nivachron e lavora a 21.600 alternanze/ora.

    Così come accade per il calibro R808 di Rado e il Powermatic 80 di Tissot, anche questo movimento ha un’autonomia di 80 ore. Una batteria di calibri nati su base Eta che ha potuto beneficiare delle sinergie e delle risorse interne a Swatch Group, cui Eta appartiene. Un esempio di ottimizzazione delle economie di scala del quale beneficiano più marchi.

    Poco sopra ho scritto del design a dente di squalo degli indici. Ebbene, il predatore più temuto dei mari è richiamato anche dal bracciale in acciaio a maglia fitta con il quale è equipaggiato l’orologio. Il design richiama infatti quello dei bracciali cosiddetti “sharkproof”, molto diffusi negli anni ’60 e ’70. Al polso è morbido e vestibile, come ho potuto verificare di persona. In alternativa, il Mido Ocean Star Gmt Special Edition è fornito anche con un cinturino Nato in tessuto.

    Una doppia scelta che conferma l’attenzione di Mido al bilanciamento tra qualità e prezzo. L’orologio costa infatti 1.440 euro, una cifra a mio avviso interessante per i contenuti di questo diver e per il suo posizionamento rispetto ad altre referenze concorrenti. Un prezzo che mi ispira una considerazione con cui chiudo, rimandandovi alle didascalie per ulteriori dettagli. Per chi non lo sapesse, il nome Mido viene dallo spagnolo “yo mido”, io misuro, sottinteso “il tempo”. Pezzi come questo dimostrano che il Marchio misura anche la capacità di spesa di chi ama l’orologeria di qualità, ma non ha a disposizioni le cifre a volte poco giustificate che molti brand richiedono.

  • Vacheron Constantin Overseas crono: performance in verde

    Vacheron Constantin Overseas crono: performance in verde

    Scrisse una volta il filosofo francese Henri Bergson che «esistere è cambiare, cambiare è maturare, maturare è continuare a creare se stessi senza fine». Una frase che è quasi la sintesi della storia del Vacheron Constantin Overseas. Un orologio dalla storia relativamente breve, ma capace di lasciare un segno fortissimo nel mercato e nel cuore degli appassionati.

    Sarà anche per questo che, a Watches and Wonders 2024, la Maison ginevrina ha portato un’estensione di gamma della collezione, caratterizzata da un contrasto pazzesco: cassa e bracciale in oro rosa e quadrante verde. Un colore che, stando a quanto raccontato dai signori di Vacheron Constantin, ha necessitato di diversi anni di sviluppo e di prove per ottenere la sfumatura corretta. Un verde unico, diverso da quelli che vediamo in altri marchi e marchietti.

    I nuovi Vacheron Constantin Overseas verdi sono declinati in quattro versioni: un automatico con cassa da 35 mm arricchita di pietre preziose, un solo tempo con datario da 41 mm, un dual time con lo stesso diametro di cassa e un cronografo da 42,5 mm. Mi concentrerò su quest’ultimo modello perché è quello che, a mio avviso, ha i maggiori contenuti tecnici ed estetici. Non me ne voglia chi considera il cronografo una complicazione superflua. Ma prima di arrivare a questo nuovo verdone, faccio un passo indietro nella storia dell’Overseas, lo sporty-chic del Marchio.

    La seduzione dello sporty-chic

    È interessante, perché un marchio caratterizzato da una fortissima classicità come Vacheron Constantin ha dovuto a un certo punto cedere alla tendenza dello sporty-chic. Era il 1977 quando il giovane Jorg Hysek disegnò il 222, con il quale Vacheron Constantin celebrava il proprio 222° anniversario. Prodotto in quantità limitate, in diverse versioni e materiali, il 222 ebbe più successo dopo essere uscito dal catalogo a metà degli anni ’80, diventando più tardi un’icona dell’orologeria. Infatti, il vero boom degli sporty-chic del Marchio arrivò nel 1996, proprio con la linea Overseas.

    Erano anni in cui il gruppo Vendôme Luxury aveva da poco acquisito da Investcorp Vacheron Constantin, che aveva intrapreso lo sviluppo dell’Overseas qualche mese prima della cessione. Il compito di ridefinire lo sporty-chic della Casa era stato affidato a un team di progettazione che comprendeva Dino Modolo, un designer di orologi esterno, e Vincent Kaufmann, interno all’azienda. L’idea di base non prevedeva solo uno sportivo di fascia alta: il target del Vacheron Constantin Overseas era quello dei viaggiatori, amanti di referenze sportive ma anche eleganti.

    La nascita del Vacheron Constantin Overseas

    L’Overseas nacque così attorno a una cassa di forma tonneau, dotata di una lunetta scanalata che ricordava la croce di Malta. Un bracciale integrato con maglie geometriche completava le linee dell’orologio. In tutto questo, il primo Overseas aveva un diametro contenuto di 37 mm, un’impermeabilità fino a 15 bar ed era animato dal calibro automatico VC1310.

    A questa prima versione seguirono due modelli con casse più piccole, rispettivamente da 35 mm e 24 mm, e nel 1999 arrivò il cronografo, l’antenato di quello attuale di cui scriverò tra poco. Ancora un attimo di pazienza, perché nel 2004 ci fu la prima evoluzione della collezione Overseas, rivista grazie a un design più moderno, in particolare nel bracciale: ridisegnato e più ergonomico, era caratterizzato dal motivo della mezza croce di Malta, simbolo della Maison. 

    I designer di Vacheron ne modernizzarono anche l’integrazione con la cassa, estendendo la maglia centrale fino alla lunetta. Furono tolte le spallette proteggi-corona e, grazie ai nuovi quadranti e alle aumentate dimensioni della cassa (42 mm), l’orologio assunse un aspetto più sportivo. Nella cassa si trovavano i calibri VC1126 e VC1137 e una gabbia in ferro dolce offriva al movimento una protezione completa dai campi magnetici.

    La più recente e finora definitiva modernizzazione della famiglia di orologi avvenne nel 2016, quando il Vacheron Constantin Overseas si tradusse in una collezione più sofisticata, senza perdere nulla del carattere avventuroso della linea. Fu ancora la matita di Vincent Kaufmann a disegnare un orologio con linee più fluide, la cui cassa accentuava la forma a botte e in cui un disco, posto al di sotto della lunetta, sottolineava l’apertura del quadrante. La lunetta a croce di Malta passò da 8 a 6 tacche e si estese fino al bordo della cassa. 

    Il verde del Vacheron Constantin Overseas

    Proprio di quest’ultimo restyling sono figlie anche le referenze di Watches and Wonders 2024. Come anticipato, scegliendo fior da fiore, mi focalizzo sul cronografo. E parto dal quadrante, visto che è ciò che a Ginevra ha fatto parlare di più. Perché questo particolare punto di verde è stato ottenuto con la stesura di diversi strati di laccatura traslucida, che ha come effetto quello di accentuare la profondità del lay-out. La satinatura soleil completa il lavoro di finitura a dir poco maniacale da parte degli artigiani di Vacheron Constantin.

    Nel cronografo, i contatori dei piccoli secondi, dei 30 minuti e delle 12 ore hanno una finitura concentrica che stacca con il resto del quadrante e dà l’impressione di una tonalità di verde1 ancora più scura. Il giro interno della minuteria, con satinatura concentrica, ospita gli indici in oro rosa applicati, sfaccettati ed evidenziati dal Super-LumiNova. Ancora più scuro il giro esterno della minuteria, graduato a 5 minuti.

    Molto bello il dettaglio delle lancette, tutte in oro rosa, che va apprezzato da vicino. Mentre le lancette delle ore e dei minuti, a daga, sono sfaccettate e lucide, quelle dei secondi cronografici e dei tre contatori hanno una lavorazione satinata verticale. Un’alternanza di finiture che accentua molto la qualità, percepita e reale, di questo Vacheron Constantin Overseas cronografo.

    Finiture eccellenti

    All’inizio ho scritto di contrasto pazzesco tra il verde e l’oro rosa. Del verde ho detto, eccomi all’oro, che trionfa sia nella cassa sia nel bracciale, senza concedere nulla alla banalità. Come ho scritto sopra, la cassa misura 42,5 mm, una dimensione consueta per un cronografo che va a braccetto con i 12,67 mm di spessore. A Ginevra l’ho indossato sul mio polso sottile e vi posso assicurare che veste comunque molto bene. Chiaramente, il peso dell’oro rosa si sente tutto, ma l’orologio scivola comunque bene sotto al polsino.

    Bella l’alternanza di lavorazioni satinate e lucide. Troviamo le prime sul fondello, sul bracciale, sulla parte superiore della cassa e sull’anello al di sotto della lunetta. Che è lucida al pari della corona, dei pulsanti cronografici e del lato cassa. Lucide sono anche le parti interne delle maglie del bracciale, che appaiono e scompaiono a seconda della flessibilità di quest’ultimo.

    Il combinato disposto cassa-bracciale, come scrivevo poco fa, si fa sentire al polso. Per fortuna di chi non è un culturista, anche questo Vacheron Constantin Overseas cronografo (come tutti gli esemplari della collezione) è fornito di un cinturino in caucciù verde e di uno in pelle di vitello anch’esso verde, con impunture grigie. Grazie al meccanismo di sgancio rapido (l’ho provato, funziona ed è facile da usare), alternando bracciale e cinturini pare davvero di indossare tre orologi diversi.

    Il calibro del Vacheron Constantin Overseas crono

    Ultimo, ma non meno importante, è il calibro. Come sempre è di manifattura, ed è il 5200, introdotto da Vacheron Constantin nel 2016 con l’ultimo restyling della collezione Overseas. Attualmente è infatti il movimento cronografico che equipaggia tutte le referenze di questa linea ed è un esempio di affidabilità.

    Lavora a 28.800 alternanze/ora, arriva fino a 52 ore di autonomia e, come negli standard moderni, attiva la funzione cronografica tramite una ruota a colonne. La massa oscillante è caratteristica e riconoscibile, grazie all’incisione con la rosa dei venti che è tipica del Vacheron Constantin Overseas. L’oro di cui è fatta ha la giusta densità per assicurare una ricarica efficace.

    Il calibro è marchiato dal prestigioso Punzone di Ginevra. A beneficio di quanti non lo conoscessero, si tratta di una certificazione riservata agli orologi fabbricati nella città svizzera. In origine i requisiti cui sottostare per potersene fregiare erano legati principalmente alle finiture e alle lucidature dei diversi componenti. Oltre che certificare la qualità del calibro e assicurare precisioni e prestazioni, testimoniava l’alto livello di finitura manuale. Negli ultimi anni i requisiti per ottenere il Punzone di Ginevra includono anche test sul movimento incassato e sul corretto funzionamento dell’orologio esposto a condizioni particolari.

    Insomma, un orologio bello, portabile, ma non per tutti. Non solo per il prezzo – 88.000 euro -, ma perché è pensato per chi ha in sé spirito d’avventura ed eleganza. E credo siano in pochi ad averli insieme. Il tema scelto da Vacheron Constantin per le collezioni di quest’anno è From Geometry to Artistry, dalla geometria all’arte (o alla tecnica, se preferite); per come ho avuto modo di sperimentare dal vivo, se l’Overseas cronografo verde fosse sui banchi di scuola e svolgesse questo tema, si meriterebbe un bel 9.

  • Garmin Marq Gen 2: versatilità al potere

    Garmin Marq Gen 2: versatilità al potere

    Non c’è dubbio che, con la collezione Marq, Garmin abbia fatto centro. Il suo lancio nel 2019 costituì una specie di rivoluzione nel mondo degli smartwatch. Per la prima volta, un’intera collezione di questo tipo di device entrava nell’alto di gamma dell’orologeria, grazie a un misto di avanguardia tecnologica e di materiali eccellenti. Questi ultimi, tra l’altro, fino a quel momento riservati al mondo dorato degli orologi meccanici di pregio.

    Quella linea di orologi, destinata agli appassionati di fitness (Athlete), vela (Captain), motori (Driver), outdoor (Expedition) e volo (Aviator) è stata per tre anni il vanto di Garmin e la punta di diamante del segmento premium dell’orologeria connessa. Poi, come è tipico dell’elettronica di consumo, sono maturati i tempi per un suo aggiornamento. E, a ottobre 2022, ecco il lancio della seconda generazione di Garmin Marq, la Gen 2, con l’introduzione di cinque nuovi luxury tool watch: Athlete, Adventurer, Golfer, Captain e Aviator. Una collezione che ha visto l’ingresso dello smartwatch pensato per gli amanti del golf e l’uscita di quello dedicato al motorsport.

    Garmin Marq e l’arrivo del carbonio

    Lo scorso anno, poi, Garmin ha accentuato ancora di più la ricerca della prestazione attraverso l’uso di materiali e tecnologie, introducendo il carbonio all’interno della collezione. Una strategia che ha portato il Brand ad affiancare al titanio questo materiale ad alta tecnologia e basso peso, con un obiettivo ben preciso: il miglioramento delle prestazioni e dell’esperienza di utilizzo di tutte le referenze della linea.

    Non sto a ricordare che cosa ha comportato l’ingresso del carbonio nella collezione Garmin Marq, con l’introduzione dei modelli Golfer, Athlete e Commander: penso sia sufficiente che rileggiate questa mia prova al polso. Una prova che, oltre a una generale impressione positiva, mi aveva lasciata aperta qualche curiosità, soprattutto in quanto possessore di un Marq Athlete con cassa in titanio. In particolare, mi incuriosiva la possibilità di provare insieme entrambi i Garmin Marq, quello in carbonio e quello in titanio. Esperienza che, grazie alle amiche e agli amici di Garmin Italia ho avuto la possibilità di fare e che condivido insieme a voi.

    Non solo per gli “specialisti”

    Lo faccio in una maniera un po’ diversa dal solito, ossia inserendo un buon numero di immagini all’interno della gallery e lasciando parlare loro. Quello che posso dire in più riguarda sostanzialmente l’impressione generale che si ha potendo mettersi al polso in sequenza le diverse referenze della collezione, in entrambe le configurazioni di materiale. La più importante è una: per indossare e portare un Garmin Marq, non bisogna essere necessariamente velisti, golfisti, piloti, escursionisti o super-atleti. 

    Quella che i fan dell’inglese chiamano “user experience” al polso è di altissimo livello con qualsiasi referenza e non bisogna temere, per così dire, di non sfruttare al 100% le infinite funzioni e possibilità di ciascun orologio. È un po’ la stessa situazione in cui ciascuno si trova quando ha in mano il proprio smartphone. Quanti di voi utilizzano tutte le app e le funzioni di un iPhone, di un Samsung o di qualsiasi altro telefonino? E quanti di voi possono dirsi smanettoni o appassionati di elettronica per il solo fatto di possederlo? Con la linea Garmin Marq Gen 2 funziona allo stesso modo.

    Le varie anime di Marq Garmin

    Nel Golfer sono precaricate le mappe di 43.000 campi da golf di tutto il mondo, ma può darsi che qualcuno lo acquisti perché adora il verde della lunetta in ceramica o del cinturino in tessuto jacquard. Il Captain consente di pilotare la propria barca utilizzando l’orologio anziché il timone, ma non è detto che lo comprino solo gli skipper. Magari piace per la combinazione di colori o perché ha la funzione Garmin Pay. Non tutti hanno un brevetto di volo, ma dell’Aviator si possono amare l’aspetto, simile a quello dei Gmt meccanici, o il comodo bracciale in titanio a tre maglie.

    Ecco il succo di quanto mi sono portato a casa dalla prova al polso multipla della collezione Garmin Marq Gen 2: i vari modelli sono smartwatch (o tool watch, se preferite) per tutti. L’alta tecnologia e la specificità di ciascuno non devono essere dei limiti e gli orologi non devono essere visti solo come strumenti professionali.

    La ricchezza di funzioni è, appunto, una ricchezza, ma a guidare la scelta può essere qualcosa di diverso dalla “destinazione d’uso” dell’orologio. Io che amo l’escursionismo e la montagna, possiedo un Athlete e non un Adventurer. Del resto, la libertà di scegliere dà sapore alla nostra vita. Anche quando si tratta di un orologio.

  • Nomos Glashütte Tangente 38 e i colori del tempo

    Nomos Glashütte Tangente 38 e i colori del tempo

    «Prenditi il diritto di sorprenderti», scriveva il grande autore ceco Milan Kundera. Una frase che Nomos Glashütte potrebbe utilizzare per le novità presentate a Watches and Wonders Geneva. Proprio alle parole di Kundera ho pensato tirando le somme del Salone, perché gli orologi capaci di lasciarmi di stucco non sono stati tantissimi, a dire il vero. Però, sfogliando il catalogo mentale che mi sono fatto dopo cinque giorni passati a galoppare tra gli stand, il primo marchio che associo alla parola sorpresa è proprio quello sassone.

    La cosa curiosa è che Nomos Glashütte ha portato a Ginevra un solo modello, il suo best seller Tangente 38 con cassa in acciaio, ma lo ha declinato in un modo molto originale e, per quanto ne so, mai visto prima. Una scelta che potrebbe sembrare spiazzante a chi non conosce la storia del Marchio e la sua filosofia di prodotto, ma che è perfettamente in linea con tutto questo.

    Alle radici di Nomos Glashütte

    Ve lo spiego in poche parole, prima di arrivare al Tangente 38 presentato a Watches and Wonders Geneva. Fondata nel 1990, circa otto mesi prima di A. Lange & Söhne, da Roland Schwertner, uomo di finanza alieno al mondo delle lancette, Nomos Glashütte ha applicato la propria idea di design agli orologi fin dai primi modelli del 1992.

    È una realtà relativamente piccola, con un approccio industriale puro al prodotto che punta al reinvestimento degli utili in azienda per garantire un focus costante sull’orologio. Non è banale il fatto che il marchio sia tra i pochi ad aver sviluppato un proprio scappamento proprietario, lo Swing-System. Un progetto per il quale Nomos Glashütte ha investito oltre 11 milioni di euro e impiegato sette anni di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’università di Dresda.

    Qualche anno fa, ho avuto il privilegio (perché tale lo considero) di visitare la manifattura di Nomos Glashütte in Sassonia. O meglio, le manifatture. Perché la realtà industriale del marchio è policentrica, con un quartier generale a Glashütte, nell’edificio della vecchia stazione ferroviaria, e due siti produttivi. Uno poco lontano, a Schlottwitz, dove si fabbricano le parti meccaniche, che poi finiscono nell’altro sito di Glashütte, la Chronometrie, sul fianco occidentale della valle. Qui si concentrano le fasi di pre-assemblaggio dello Swing-System e di assemblaggio di calibri e orologi.

    Il cuore creativo è invece a Berlino, al Berlinerblau, il design studio di Nomos Glashütte. Un centro nel quale i designer si confrontano mettendo a fattor comune idee, spunti, suggerimenti per abbozzare le linee delle collezioni. Chi ci lavora ha una formazione nell’ambito del design industriale e di prodotto e molti vengono da esperienze diverse dall’orologeria. Ciò consente loro di guardare all’orologio con un occhio più libero.

    Allegria al polso

    Proprio da qui, ci scommetto, è nata la sorpresa del Tangente 38 visto a Ginevra. Che è un orologio ormai da anni in collezione corrente ma che per il Salone è stato vestito da Nomos Glashütte con 31 combinazioni di colore. Il risultato è una collezione di 31 diverse versioni del Tangente, ciascuna limitata a 175 pezzi, in onore degli oltre 175 anni di tradizione orologiera della valle di Glashütte.

    Ce n’è davvero per tutti i gusti. Si va dal tono su tono tra quadrante e contatore dei piccoli secondi a versioni nelle quali questi due elementi contrastano in maniera decisa. I designer del Marchio hanno poi giocato sul colore degli indici, del giro della minuteria, del disco data, creando accostamenti audaci insieme ad altri più “rassicuranti”. Ciò che rimane costante è il colore delle lancette, bianche, perfettamente leggibili anche sui quadranti più chiari.

    Ciascun orologio, quindi ciascuna combinazione di colore, è poi individuata da un nome specifico. Una specie di Pantone in salsa sassone che mescola termini tedeschi – Schlossgrün, Schneesturm, Nachtgesang, per fare degli esempi – ad altri più internazionali e ben riconoscibili come Peace, Love, Stop, Go. Un dettaglio che fa capire l’attenzione alla qualità di questi orologi: ciascun nome è inciso sul fondello, insieme al numero progressivo dell’edizione limitata.

    Nomos Glashütte e il lavoro sul calibro

    Fondello che, per inciso, è aperto. Perché il calibro di manifattura, a carica manuale, che anima l’orologio, il DUW 4101, merita di essere visto. Lanciato nel 2015, è un’evoluzione del calibro precedente, chiamato Nomos Beta, e incorpora lo scappamento proprietario Swing-System riconoscibile per la spirale del bilanciere blu. Il calibro vanta anche il primo brevetto ottenuto da Nomos Glashütte per il meccanismo del datario. È integrato nel movimento e l’anello della data è posizionato intorno ad esso: in questo modo la finestra di visualizzazione, posta sul bordo del quadrante, è molto ampia.

    Il calibro DUW 4101 lavora a 21.600 alternanze/ora, offre 42 ore di autonomia ed è dotato del cosiddetto fermo macchina: estraendo la corona per regolare l’ora, si fermano anche i piccoli secondi. È regolato in sei posizioni ed è caratterizzato dalla platina a tre/quarti tipica dell’orologeria sassone. La decorazione comprende sia finiture a perlage, sia a Côtes de Genève, che in azienda chiamano Côtes de Glashütte.

    Sul cinturino, il Marchio ha messo un po’ meno fantasia che sui quadranti, dotando gli orologi solo di una versione in grigio chiaro o di una in grigio scuro in tessuto, entrambe con fibbia ad ardiglione in acciaio. La sorpresa, invece, è arrivata dal prezzo: 1.925 euro, ossia 175 euro in meno rispetto alla referenza base del Tangente 38, mantenendo lo stesso standard di qualità elevato. Un modo di festeggiare questi benedetti 175 anni in maniera rispettosa del cliente e del suo portafogli. Vi pare poco? 

  • Speake Marin Ripples Dune date e il fascino del deserto

    Speake Marin Ripples Dune date e il fascino del deserto

    Una volta il legame tra la sabbia e il tempo era espresso dalla clessidra. Oggi è espresso dal quadrante o dall’ispirazione da cui nasce un orologio. È una tendenza nella quale si inserisce il nuovo Speake Marin Ripples Dune date. Una novità appena presentata a Watches and Wonders Geneva che, già dal nome, dovrebbe richiamare qualcosa alle vostre orecchie attente. E che giustifica in pieno il riferimento alla sabbia citato all’inizio.

    Una collezione, la Ripples, sulla quale Speake Marin punta forte fin da quando è nata, nel 2022. Prova ne è il fatto che pochi giorni fa il Marchio ha svelato in anteprima una delle referenze portate a Ginevra quest’anno. E indovinate un po’! Si trattava di un altro Ripples, l’Infinity Date con quadrante bianco argenté che arricchisce una linea destinata, ci potete giurare, a crescere ancora.

    C’è sabbia e sabbia

    Sabbia, dicevo. Non molto tempo fa, abbiamo scritto dell’Hamilton Ventura Dune, creato sulla base della collaborazione attivata dal marchio con Legendary Entertainment e Warner Bros. Pictures per il film di fantascienza di Denis Villeneuve. Lì, la sabbia, oltre che nella pellicola, era presente come richiamo all’interno dell’originale confezione, realizzata sul modello del tempio della popolazione Fremen, protagonista del film.

    Proprio in questi giorni, sempre a Ginevra, IWC presenta una versione del Portugieser Chronograph con il quadrante di un colore che il marchio ha chiamato, guarda caso, Dune. A metà tra il sabbia e lo champagne. È abbinato a una cassa in acciaio e ha lancette dorate e indici applicati in oro, oltre a un cinturino in pelle di alligatore nero. Insomma, dire che il color sabbia è di tendenza è ancora poco. Perché di sicuro mi sfuggono molti altri esempi.

    Tutti i colori dello Speake Marin Ripples

    E per fortuna mi sfuggono, perché altrimenti rischierei di andare lungo e di spingere troppo in là il racconto dello Speake Marin Ripples Dune date. Come avrete facilmente capito, il nome di questa nuova referenza è dato dal particolare colore del quadrante che richiama, dicono dall’azienda, quello della sabbia del deserto. Dopo il Blue Jeans e il Metallic Green, interpretazioni diverse e contemporanee di due colori di tendenza in orologeria, lo Speake Marin Ripples si veste ora di un sabbia anch’esso molto particolare.

    Non torno sulla storia e sulle caratteristiche della collezione Ripples. Le potete leggere qui in maniera precisa ed esaustiva. Quello che mi preme sottolineare in primis dello Speake Marin Ripples Dune date è proprio la tonalità particolare del sabbia, molto tenue, quasi trasparente. Molto meno carica, per capirsi, del color oro del quadrante che troviamo sul Ripples Gold. Un colore interessante perché si adatta sia a un gusto maschile sia a uno femminile. Del resto, il diametro della cassa, 40,3 mm, è una misura molto apprezzata dalle signore. Il materiale è l’acciaio, classico di tutte le referenze della collezione Speake Marin Ripples.

    Tornando però al quadrante, in questa referenza gli artigiani del Marchio sono riusciti, se possibile, ad accentuarne ulteriormente la profondità e la tridimensionalità. Risultato ottenuto lavorando a mano una a una ciascuna delle caratteristiche onde e utilizzando una speciale vernice per trattare la placca di ottone, satinata e rodiata, del quadrante. Si chiama zapon ed è impiegata comunemente come protettivo dalle ossidazioni per dorature, argentature, metalli e leghe.

    Il color sabbia tenue fa risaltare ancora di più il contatore dei piccoli secondi, a ore 1:30 come è caratteristica della collezione. È di un verde molto profondo, oserei definirlo un verde bosco, con lavorazione soleil. È il primo Ripples con un contrasto così marcato tra contatore dei secondi e quadrante; nelle versioni come la Blue Jeans o la Black Original, pur spiccando non poco, è comunque un tono su tono.

    Speake Marin Ripples Dune, meccanica ed estetica

    Qualche parola, infine, sul movimento. Si tratta del medesimo calibro di manifattura, l’SMA03-TD, che anima le altre due referenze con data della collezione, gli Speake Marin Date e Infinity Date. Un movimento per nulla banale, perché realizzato completamente in-house da Le Cercle des Horlogers, il laboratorio svizzero di proprietà situato a La Chaux-de-Fonds. E non è banale in quanto la posizione del contatore dei piccoli secondi ne ha comportato una re-ingegnerizzazione completa. In una configurazione classica, infatti, il treno del tempo avrebbe interferito con il modulo destinato alla regolazione dell’ora.

    Inoltre, il calibro SMA03-TD è frutto di un lavoro a quattro mani tra la parte tecnica e la parte di design di Speake Marin. L’obiettivo di questa sinergia era quello di creare un calibro che avesse un diametro (30 mm) e uno spessore (3,9 mm) che consentissero all’orologio di essere confortevole su polsi di diverse dimensioni. Maschili e femminili, appunto.

    Per quanto riguarda le caratteristiche più basiche, il calibro SMA03-TD lavora a 28.800 alternanze/ora, ha un’autonomia di 52 ore ed è montato su 31 rubini. Dimenticavo. Lo spessore, che porta quello complessivo dell’orologio al di sotto dei 10 mm (9,20 mm), è frutto anche dell’utilizzo di un micro-rotore, soluzione tecnica che adoro. Il micro-rotore è in tungsteno, un metallo pesante il cui peso specifico di 19,10 kg/dmè molto vicino a quello dell’oro (19,36 kg/dm3): perfetto perché ottimizza la carica dell’orologio in breve tempo ed è naturalmente meno costoso del metallo giallo.

    Alle didascalie lascio il compito di aggiungere qualche informazione in più. Chiudo con il prezzo, 24.900 franchi, che lo pone in linea con gli altri Ripples Date, quindi un filo più caro di quelli senza data. E concludo con una considerazione. In poco più di vent’anni di vita Speake Marin annovera 11 calibri di manifattura e una produzione d’élite di circa 600 pezzi all’anno. Se continuerà a creare orologi così ben fatti, presto in azienda potrebbero avere un problema di domanda superiore all’offerta. Magari già c’è, ma in fondo, come pensano tanti Ceo, è il migliore dei problemi che si possono avere.

  • Mido Multifort Tv Big Date: vivere a colori

    Mido Multifort Tv Big Date: vivere a colori

    Un orologio divertente. Tanto divertente. È la prima cosa che ho pensato quando ho tenuto tra le mani, in anteprima, il Mido Multifort Tv Big Date S01E01. Era il 5 marzo scorso, giusto un mesetto fa, in occasione della presentazione delle novità 2024 del marchio alla stampa italiana.

    Una presentazione con svariate nuove referenze delle più diverse collezioni, che si è illuminata quando Claudia Samarati, la Brand manager italiana di Mido, ha estratto dal cilindro questo pezzo inatteso. Un orologio capace, come si suol dire, di sbloccare un ricordo in più di uno dei giornalisti e blogger presenti.

    Qualcuno di noi si aspettava che la collezione Mido Multifort sarebbe stata rinfrescata con nuove misure di cassa del Multifort Tv, cosa che in effetti è stata (ma non ne parlo qui). Quando però è apparso il Big Date S01E01 è stata una sorpresa per tutti. È vero che gli ultimi anni hanno visto un’esplosione di colori di ogni tonalità sui quadranti di molti marchi, ma nessuno aveva prima d’ora pensato di metterci direttamente il monoscopio del televisore. Nessuno, perché nessuno ha in collezione un orologio ispirato apertamente al televisore.

    Dal passato al presente

    Non tornerò sulle caratteristiche di questa linea. Ne abbiamo scritto qui in maniera esaustiva lo scorso giugno, quando abbiamo avuto modo di essere presenti al lancio del Mido Multifort Tv Big Date al Museo della Radio e della Televisione Rai di Torino. Una collezione il cui design richiama lo schermo televisivo, un’estetica molto diffusa in orologeria negli anni ’70. Il nuovo Mido Multifort Tv Big Date S01E01 aggiunge a quella forma un contenuto ad hoc: un quadrante ispirato appunto al mitico monoscopio della Rai del tempo che fu.

    Ecco perché lo sblocco del ricordo quel giorno di marzo. Benché rinvigorita da giovani e promettenti leve, parte della stampa italiana di settore ha un’età che le consente di ricordare bene quell’immagine sullo schermo del televisore di casa. Un’immagine fissa dalla tarda sera al primo mattino, solitamente accompagnata da un tono continuo, che negli ultimi 14 minuti prima dell’inizio dei programmi era sostituita da selezioni musicali.

    Il quadrante vivo

    Ebbene, proprio qui, nel quadrante, il Mido Multifort Tv Big Date S01E01 ha il suo punto di forza. Oltre a essere strutturato esattamente come un monoscopio − con la parte superiore a colori e quella inferiore grigia, divise da una banda nera − quello che lo impreziosisce è la lavorazione. È infatti rifinito in modo da apparire composto da piramidi sfaccettate in rilievo di diverse dimensioni, i cui colori e disposizione richiamano appunto quelle del monoscopio televisivo. 

    Mido dice che le diverse dimensioni delle piramidi, insieme ai loro colori, creano un’impressione visiva di movimento sul quadrante in stile schermo tv. Come ho scritto sopra, ho avuto la possibilità di provare al polso l’orologio: vi posso assicurare che la descrizione del Brand non è il classico ricamo lessicale a uso e consumo del marketing. No, il quadrante è davvero mosso e vivace, al contrario del monoscopio.

    Attenzione però. Quadrante mosso non significa quadrante confuso. A una prima impressione in fotografia, tutto questo trionfo di prismi e colori può dare un’idea di affollamento e di scarsa leggibilità. La prova al polso dice un’altra cosa (per questo, se possibile, la consiglio sempre): le informazioni sul quadrante sono molto chiare. La cosa più importante in un orologio.

    La leggibilità del Mido Multifort Tv Big Date S01E01

    Merito di alcuni dettagli di design sui quali gli specialisti di Mido hanno lavorato non poco. Gli indici trapezoidali ai quarti d’ora e gli indici a punti ai cinque minuti contrastano bene con lo sfondo televisivo, anche perché sono applicati e leggermente svasati rispetto al quadrante stesso. Un altro stratagemma che accentua la tridimensionalità dell’insieme.

    Inoltre il quadrante è evidenziato in nero e bordato di Super-LumiNova bianco. Un trattamento luminescente aggressivo, che nel Mido Multifort Tv Big Date S01E01 è stato applicato anche alle lancette sfaccettate di ore e minuti. In questo modo la leggibilità in condizioni di luce scarsa è sempre ottima, quasi l’orologio fosse uno schermo tv acceso nella notte.

    Oltre alla trovata geniale del quadrante, questa nuova referenza del Mido Multifort Tv Big Date contiene (anche nel nome), l’altra caratteristica che lo scorso anno ne ha decretato il successo: la gran data in doppia finestra a ore 12. Che, garantisco in prima persona, non si perde nel tripudio di colori ma continua a essere ben visibile e gradevole. Se si aggiunge il fatto che il vetro zaffiro ha un trattamento antiriflesso su entrambi i lati, la visione precisa dell’ora è assicurata al 100%.

    Carattere d’acciaio

    La cassa è in solido acciaio e ha le dimensioni della collezione Multifort Tv Big Date che già conosciamo: 40 x 39,2 mm e una distanza da ansa ad ansa di 46,85 mm. Queste misure, unite alle anse molto corte, lo rendono ben indossabile. Non ricordo la misura precisa dello spessore, ma l’esperienza una volta al polso è comunque confortevole. I 10 bar di impermeabilità sono un dato non banale per un orologio che vuole essere sportivo sì, ma portabile anche nella quotidianità.

    Molto ben fatto anche il bracciale in acciaio, con maglie ad H satinate ed elementi centrali lucidi. Sul Mido Multifort Tv Big Date S01E01 sono previsti anche due cinturini in caucciù, uno giallo e uno azzurro, con motivi a rilievo che ricordano quelli del quadrante. Provvidenzialmente, Mido li ha dotati di fibbia ad ardiglione.

    Mido Multifort e il calibro Mido 80

    Sul movimento c’è poco da dire che già non si conosca. È l’affidabile calibro automatico Mido 80, sviluppato su base ETA C07.651. Fa parte della famiglia di calibri che alcuni marchi di Swatch Group hanno potuto creare grazie alle sinergie con ETA, come il Powermatic 80 di Tissot o l’R808 di Rado. I quali hanno come caratteristica comune quella di arrivare a 80 ore di autonomia e l’utilizzo della spirale antimagnetica Nivachron, affidabile e testata in cinque posizioni.

    Per il resto, il calibro Mido 80 lavora a una frequenza relativamente bassa, 21.600 alternanze/ora, caratteristica che va anch’essa a vantaggio della lunga autonomia. Mido crede così tanto nella bontà del suo movimento che lo rende visibile attraverso il fondello trasparente.

    Per questo orologio così allegro e originale, il Brand ha previsto una tiratura limitata: 999 pezzi. Facile prevedere che in molti rimarranno a bocca asciutta ed è un peccato. Per chi, come cantava Alessandra Amoroso in una canzone, ama vivere a colori, mettersi al polso il nuovo Mido Multifort Tv Big Date S01E01 sarebbe davvero un bel colpo.

    Il prezzo? 1.550 euro. Assolutamente in linea con gli altri orologi del Brand.

  • Citizen Promaster Godzilla: il mostro è tornato

    Citizen Promaster Godzilla: il mostro è tornato

    Se bazzicate siti e forum di orologeria, saprete che Citizen può contare su una comunità di appassionati nutrita e competente, forse una delle più numerose e, come si dice, sul pezzo. Per cui, se volete avere un’idea di com’è la nuova edizione del Citizen Promaster Godzilla, leggete le righe qui sotto. Ma se volete capire come è stata accolta dal pubblico, prima ancora che dal mercato, dopo aver terminato questo articolo fatevi un giro tra quei forum e quei siti: difficilmente troverete qualche opinione negativa.

    Perché l’accoppiata tra due simboli indiscussi del Giappone come Citizen e Godzilla è di per sé una combo perfetta, come direbbero i giovani. Se poi si considerano la qualità e l’estetica della referenza da poco presentata, non si fa fatica a comprendere che anche questo Citizen Promaster Godzilla è destinato ragionevolmente ad avere successo. Non solo tra i fan del Marchio, del mostro e degli orologi subacquei professionali.

    Dall’Autozilla all’Ecozilla

    Perché non dobbiamo dimenticare che in fin dei conti proprio di questo si tratta: di un subacqueo professionale. Un subacqueo professionale che ha le sue origini nel cosiddetto Autozilla prima ed Ecozilla poi, come sono stati familiarmente chiamati dai collezionisti. Due orologi che, un po’ per il design un po’ per le dimensioni (e per la loro origine nipponica), evocavano il feroce lucertolone, ma i cui soprannomi richiamavano le loro principali caratteristiche tecniche. Del primo, il Promaster 1000m Titanium Divers Watch del 2002 con cassa da 55 mm, rimandava al calibro automatico. Del suo successore, uscito sul mercato due anni dopo, il movimento Eco-Drive a energia solare.

    Le più recenti versioni di Ecozilla – o, per meglio dire, del Diver’s Eco-Drive 300M – sono del 2023, una con cassa in acciaio grezzo, l’altra con un rivestimento Dlc grigio scuro. Sempre generose le dimensioni: 48,2 mm, comprese le lunette da immersione unidirezionali. Generose anche le prestazioni del movimento Eco-Drive Calibro B873: 6 mesi di autonomia con una carica completa e precisione di +/- 15 secondi al mese.

    Del 2021 è invece la versione a mio avviso più affascinante del Godzilla, prima dell’attuale. In due edizioni limitate di 500 pezzi l’una, i Citizen Promaster Marine Red Fugu e Grey Fugu avevano, come si intuisce dal nome, due colori diversi. Ciascuno di essi, però, riportava sul quadrante la sagoma delle punte posteriori presenti sul dorso di Godzilla e il profilo del mostro inciso sul fondello. Due modelli di deciso impatto, ai quali però gli attuali non hanno nulla da invidiare.

    L’estetica del Citizen Promaster Godzilla

    Intanto c’è da dire che per lanciare la doppia edizione limitata del nuovo Citizen Promaster Godzilla, il Marchio approfitta di una ricorrenza: il 70° anniversario della serie di film dedicati al rettile fantascientifico. Il nuovo Citizen Promaster Eco-Drive Professional Diver 300M Godzilla (così si chiama per esteso) dà al robusto orologio subacqueo del Brand una direzione visiva più oscura e aggressiva. Grazie ai tocchi ispirati a Godzilla, qui molto sottili, a mio avviso potrebbe essere l’Ecozilla più indossabile visto fino a oggi.

    Questo nonostante le dimensioni non siano proprio contenute. Per essere Godzilla, del resto, un pegno va pagato. Come diametro ha i classici 48,2 mm, bilanciati (al rialzo) da uno spessore monstre di 18,5 mm. La cassa in acciaio senza anse ha un rivestimento grigio antracite sabbiato opaco che ne aumenta visivamente la presenza imponente, cui si accompagna un peso non indifferente. Ricordiamoci però qual è la sua vocazione.

    Come nei predecessori, nel nuovo Citizen Promaster Godzilla il corpo principale della cassa è arrotondato e leggermente svasato, con robusti accenti zigrinati lungo il bordo superiore e spallette proteggi-corona squadrate, e relativamente piccole, a ore 9. La superficie superiore della cassa, all’esterno della lunetta, dà invece una svolta visiva alla collezione. Introduce infatti un motivo vagamente camouflage che “muove” l’estetica dell’orologio, aggiungendovi un tocco stilistico deciso. 

    Secondo Citizen questo pattern, utilizzato anche per i quadranti, dovrebbe contenere immagini nascoste di Godzilla, ma francamente a me viene difficile individuarle. Proverò a capirci di più quando avrò l’orologio tra le mani. Tuttavia, la cosa non è necessariamente negativa poiché sfuma un po’ la presenza del mostro che, altrimenti, rischierebbe di farsi troppo ingombrante.

    Invece sul fondello del nuovo Citizen Promaster Godzilla, il rettile è evidente grazie a un’incisione con la forma dell’impronta della zampa. Incisione che, tutto sommato, risulta superficiale e leggera, non ingombrante. 

    Limitato e professionale

    Sebbene la forma e le proporzioni della cassa rimangano invariate rispetto al resto della famiglia Ecozilla, il nuovo Godzilla dà l’impressione di essere più equilibrato e vestibile dei precedenti. Un risultato che Citizen ha raggiunto, credo, principalmente grazie all’impiego di colori scuri (si sa, il nero sfina) e al design complessivo che privilegia l’ergonomia.
    Totalmente privo di anse, l’orologio sporge davvero poco sui polsi piccoli. In più, il cinturino nero in caucciù ha una tonalità simile a quella della cassa e rende il design più coeso. Senza contare che veste in modo più aderente rispetto a un eventuale bracciale in acciaio. 

    Il Citizen Promaster Godzilla 2024 è proposto in due opzioni di quadrante con motivo camouflage: una sui toni del rosso, dal nero al mattone, e una sui toni del verde. Quest’ultima è in edizione limitata di 2.500 pezzi, quella rossa è tirata in 3.000 esemplari. Grazie al motivo scuro e screziato, i quadranti creano diversi giochi di luce a seconda della direzione da cui proviene la fonte luminosa.

    Ovvio che, trattandosi di uno strumento professionale, l’estetica non può del tutto sbarrare il passo alla funzionalità. Gli indici applicati sul quadrante, gli indici di immersione incisi sulla lunetta e le due grandi lancette a daga per ore e minuti (quest’ultima arancione, nera la prima) rendono il layout ben leggibile a colpo d’occhio sott’acqua. Con un po’ di fantasia, mi pare possano anche evocare la bocca spalancata di Godzilla coronata di denti, specialmente nella versione con quadrante rosso. Ah, a proposito di funzionalità: la cassa è impermeabile fino a 30 bar.

    Altre caratteristiche del Citizen Promaster Godzilla

    Nella cassa del nuovo Citizen Promaster Godzilla lavora il movimento al quarzo Eco-Drive Calibro B873 alimentato dalla luce, sviluppato internamente dal Brand. Una presenza che rende l’orologio decisamente Ecozilla. Il Cal.B873 è lo stesso che equipaggiava gli Ecozilla del 2023 ed è da anni un punto fermo nella gamma Citizen. Pensato per un utilizzo professionale e intensivo, deve offrire di conseguenza prestazioni in generale eccellenti. E lo fa. Come ricordavo più su, il marchio dichiara una precisione di +/-15 secondi al mese, con sei mesi di autonomia a fronte di una carica solare completa.

    Per chiudere il cerchio del design, Citizen equipaggia questi orologi con un cinturino in caucciù nero dotato della classica prolunga a fisarmonica. Come la cassa, anche il cinturino è identico a quello dei precedenti modelli Ecozilla. Però la colorazione generale più scura gli conferisce un aspetto più uniforme rispetto ai precedenti – anche se non riporta nessuna decorazione, ma sia del tutto liscio e piuttosto uniforme.

    La forza sta nel nome

    Chiudo con una riflessione. Nonostante prevalgano nella comunità degli appassionati, i soprannomi dati dai fan ad alcuni modelli di orologi non sono quasi mai riconosciuti formalmente dai marchi. Avete mai sentito Rolex parlare delle proprie referenze chiamandole Kermit, Hulk, Batman? È piuttosto raro, infatti, che l’industria dell’orologeria, formale e un po’ ingessata, utilizzi qualcosa di diverso dai nomi “ufficiali” o, persino, dai numeri di referenza.

    Il fatto che Citizen stessa abbia finito con l’affibbiare il nomignolo di Godzilla ad alcuni dei propri subacquei più celebri la dice lunga sia sulla permeabilità (positiva) del Marchio agli stimoli esterni, sia alla capacità di incidere da parte della community di appassionati. A mio avviso è un bel segnale, quasi un invito a non prendersi troppo sul serio, ogni tanto. In un settore come questo, farebbe bene a molti.

  • Ninety Geneva, Dean Harding e l’usato certificato di Richard Mille

    Ninety Geneva, Dean Harding e l’usato certificato di Richard Mille

    Nel 2020 c’è stata l’apertura, a Londra, della boutique Ninety, affiliata a Richard Mille e primo rivenditore ufficiale del secondo polso del superbrand svizzero. Allora, il nostro Augusto Veroni aveva scritto un pezzo illuminante sul secondo polso che vi invito a leggere qui. Perché sono passati quasi quattro anni, ma le analisi e i principi illustrati da Augusto nell’articolo rimangono tuttora validissimi.

    Il secondo polso e la strategia di Ninety

    Quello che invece è cambiato è l’andamento del mercato del secondo polso, la cui bolla si è un po’ sgonfiata lo scorso anno dopo un post-Covid ruggente e un 2022 da record. A metà 2023 il Bloomberg Subdial Watch Index segnava un calo dell’8% dei prezzi nei precedenti 24 mesi e del 19% in un anno. Questo nonostante Deloitte, sempre lo scorso luglio, prevedesse una crescita del business del secondo polso per gli orologi svizzeri dai circa 20 miliardi di euro del 2023 a 35 miliardi entro il 2030.

    In tutto questo, rispetto al 2020 c’è stato un altro fenomeno interessante: i grandi marchi hanno cominciato a gestire internamente il secondo polso dei propri modelli. Non solo per provare a tenere sotto controllo il cosiddetto mercato grigio, ma anche per offrire diverse e migliori garanzie agli acquirenti. Tra i marchi che lo fanno, Richard Mille con Ninety è stato un precursore e ci ha visto lungo. Così lungo che ha da poco aperto un’altra boutique per il secondo polso, questa volta a Ginevra, adiacente alla propria boutique monomarca in cui vende le novità.

    Ninety Geneva: la parola a Dean Harding

    Una mossa importante, della quale ho voluto capire di più. Grazie al gentile invito del team Pr internazionale di Richard Mille, ho potuto visitare Ninety Geneva di persona e fare due chiacchiere con Dean Harding, Direttore generale di Ninety. Per avere un quadro preciso della strategia del Brand sul secondo polso, che cosa c’è di meglio se non andare a cercare informazioni direttamente alla fonte?

    Il Giornale degli Orologi: Da Londra a Ginevra, l’idea che Richard Mille ha avuto con Ninety – gestire in prima persona il proprio secondo polso – non cambia?
    Dean Harding: L’idea di base nasce dal fatto che ci sono clienti che entrano nelle boutique Richard Mille nel mondo e comprano orologi nuovi, ma allo stesso tempo ce ne sono tanti che amano vendere e comprare, perché il trading orologiero è molto divertente. È chiaro che fare queste operazioni con un superbrand come Richard Mille è piuttosto particolare. È molto diverso farlo con un 35-02 rispetto a un Rolex Submariner. L’idea era dunque quella di creare una realtà che desse a questi clienti la possibilità di vendere e comprare, se lo volevano fare.

    GdO: Come funziona da parte vostra il processo di acquisto?
    DH: Abbiamo regole stringenti perché operiamo a stretto contatto con le boutique Richard Mille. Se qualcuno entra lì chiedendo di vendere il proprio orologio e le verifiche sul pezzo sono positive, la persona ci viene presentata dalla boutique. L’orologiaio effettua un controllo dell’orologio prima di mandarcelo, dopodiché, una volta elaborata la valutazione, la sottoponiamo al cliente. Noi paghiamo direttamente la boutique e non il cliente, con il quale è la boutique stessa a rapportarsi, a seconda se egli vuole acquistare un altro orologio oppure no

    GdO: I clienti Richard Mille hanno imparato a conoscervi?
    DH: In questo momento i nostri clienti affezionati sanno bene chi siamo e sono contenti di rivolgersi a noi per permutare o anche solo per vendere. A volte lo fanno semplicemente perché vogliono rinfrescare la propria collezione. Abbiamo clienti che vengono da noi con pezzi storici, con le prime referenze dei primi anni 2000. Penso ai Felipe Massa di cui sono stati prodotti pochissimi pezzi e sono tra gli orologi più ricercati.

    GdO: Non rischiate di intaccare il business del nuovo?
    DH: Se i clienti del Brand sanno chi siamo, non tutti gli altri sono però a conoscenza del lavoro di Ninety. Spesso siamo noi a raccontare ai clienti frustrati dal fatto di non trovare ciò che cercano nelle boutique Richard Mille che gestiamo l’usato e che possono in alternativa rivolgersi a noi. Siamo comunque molto attenti a non sovrapporci con il business delle boutique e siamo selettivi nell’acquisire e proporre gli orologi. Lo facciamo specialmente con i pezzi discontinuati o con le edizioni limitate, che non si possono comprare in boutique perché non sono più in vendita.

    GdO: Acquistate anche pezzi in collezione corrente?
    DH: Di tanto in tanto sì. Sono orologi che rientrano dopo poco essere stati venduti, per i motivi più diversi e personali, ma non è il nostro focus. Siamo lo stesso gruppo, è chiaro, ma non entriamo in competizione con le boutique, non ha senso. 

    GdO: Non tutte le culture vedono però di buon occhio il secondo polso…
    DH: Abbiamo a Londra una forte base clienti del Qatar e nella loro cultura il concetto del secondo polso è sconosciuto, vanno sempre e solo sul nuovo. Per questo facciamo anche molta educazione su questo tipo di clientela, proveniente da un’area geografica nella quale siamo molto forti. Lo stesso layout commerciale di Ninety a Londra è diverso e ben distinto dalla boutique Richard Mille, a differenza di Ginevra dove sono affiancate. Con la clientela degli Emirati è invece diverso, perché per esempio a Dubai esistono già molti negozi di usato.

    GdO: Che tipo di lavoro fate sugli orologi che acquistate?
    DH: Nelle boutique abbiamo alcuni degli orologiai meglio formati e possiamo fare controlli e un servizio completo in-house con rigorosi test. Nel caso non si possano effettuare interventi su determinate parti, ci obbligano a sostituirle. Ogni orologio è fornito in condizioni praticamente pari al nuovo, con due anni di garanzia internazionale che è un plus notevole. Molto spesso, infatti, i nostri clienti non sono locali e se ci sono problemi possono andare nelle boutique Richard Mille a loro più vicine. È molto diverso da quanto offrono altri operatori del secondo polso. Lo vediamo anche a Londra, dove in Mount Street vicino alla nostra boutique ci sono molti negozi di orologi usati con pezzi in vetrina in condizioni pessime. Comprare direttamente da noi è un grande plus.

  • Baume & Mercier Riviera Maréographe: signore delle maree

    Baume & Mercier Riviera Maréographe: signore delle maree

    Lo scorso agosto avevamo scritto di una interessante complicazione, le indicazioni di marea. Pochi e prestigiosi marchi si sono cimentati, nel tempo, con questa affascinante indicazione e pochi sono gli orologi da polso che la possono sfoggiare. A essi si aggiunge ora il Baume & Mercier Riviera Maréographe, l’ultimo nato di una collezione storica sulla quale il Marchio, negli ultimi anni, è tornato a spingere con forza.

    Baume & Mercier Riviera, elegante e poliedrico

    Lanciato nel 1973, il Baume & Mercier Riviera si inserì in una tendenza nata da poco (quella degli orologi sporty-chic con bracciale integrato) e nacque da un’idea estetica semplice ma efficace. I designer del marchio collegarono i 12 numeri sul quadrante con altrettanti segmenti, creando così non un vero e proprio cerchio ma un poligono, un dodecagono. Che divenne in breve il simbolo stesso della nuova collezione.

    Allo stesso tempo il nome stesso divenne evocativo di un particolare stile di vita elegante e rilassato, che si nutriva dei tramonti e del blu della Costa Azzurra. Nel corso degli anni, il Riviera è passato attraverso casse di differenti materiali, movimenti al quarzo, a diapason, automatici. È diventato subacqueo, ha accolto le ore del mondo, il calendario completo, le fasi lunari. Ha indossato il vestito sportivo del cronografo.

    Il tutto senza mai cambiare pelle: che nel suo caso significa un design classico e sempre contemporaneo, non solo all’interno delle collezioni del Marchio ma nell’intero panorama dell’orologeria. A dirla tutta, l’introduzione dell’indicazione delle maree mi ha in un primo momento spiazzato: per quanto mancasse in collezione, è roba davvero di nicchia. Poi però, pensando alla filosofia del Baume & Mercier Riviera, mi è stata subito evidente la perfetta coerenza del Maréographe. 

    Come funziona la complicazione

    Andando al sodo, in che cosa consiste questa funzione e come si visualizza sull’orologio? Si gestisce tutto con il disco contatore a ore 6, una sorta di grafico temporale meccanico di indicazione delle maree. L’influenza maggiore su di esse è esercitata dalla Luna, che orbita intorno alla Terra in circa 24 ore e 50 minuti. Per cui l’intervallo tra le due alte o basse maree è di circa 12 ore e 25 minuti e il disco è diviso in quattro quadranti, uno per ciascuno delle quattro maree.

    Le maree di maggior ampiezza sono indicate nei quadranti con decorazione circolare, quelli lisci indicano le maree di minore ampiezza. All’esterno del disco è presente un anello delle 24 ore diviso in AM e PM (2×12 ore). Premendo il pulsante a ore 4, l’indicatore delle maree si sposta di circa 25 minuti a ogni pressione; Baume & Mercier consiglia di impostarlo sulla marea più alta, utilizzando l’anello delle 24 ore e posizionando la freccia dell’indicatore il più possibile vicino all’ora di picco.  Naturalmente, per conoscere il picco devi consultare i dati di una tavola delle maree relativi alla località in cui ti trovi.

    Effettuata la regolazione, è possibile calcolare l’intervallo tra le due alte e le due basse maree aggiungendo all’orario impostato il tempo di 12 ore e 25 minuti. Naturalmente si tratta di un calcolo non preciso al minuto, non quanto potrebbe esserlo uno effettuato con un mareografo digitale presente, per esempio, in alcuni modelli di Casio. Non c’è dubbio però che quella del Baume & Mercier Riviera Maréographe sia una complicazione con un certo fascino.

    Il calibro Baumatic

    Per il resto, il calibro che muove l’orologio è una variante del collaudato Baumatic. Si tratta del calibro BM14-1975AC3 da 28.800 alternanze/ora e, soprattutto, 120 ore di riserva di carica. Un movimento automatico che assicura una resistenza superiore al magnetismo e intervalli di manutenzione più ampi rispetto ai cinque anni di solito consigliati, grazie a lubrificanti sviluppati ad hoc per rendere questo calibro molto affidabile. Non a caso, Baume & Mercier offre un’estensione di garanzia di 6 anni oltre ai 2 anni standard.

    La qualità delle finiture del calibro è di buon livello, anche se si può sempre alzare l’asticella. I ponti sono decorati a perlage, la platina è sabbiata e rifinita con motivi colimaçon; la massa oscillante scheletrata riporta motivi a Côtes de Genève ed è anch’essa lavorata con finitura colimaçonné.

    L’estetica del Baume & Mercier Riviera Maréographe

    Esteticamente l’orologio è talmente organico alla collezione Riviera che, se guardato da lontano al polso di una persona, credo possa essere facilmente scambiato per la referenza con le fasi lunari. Se non fosse per la presenza, qui, del cinturino in caucciù e, là, del bracciale in acciaio.

    La cassa da 43 mm è la classica dodecagonale del Baume & Mercier Riviera, nata come ho scritto sopra semplicemente unendo con dei segmenti gli indici delle 12 ore. A proposito di indici, in questa referenza sono caratterizzati dal numero romano a ore 12 e sono rodiati e rivettati a ore 3 e 9 con rivestimento in Superluminova bianca ad emissione blu. Gli indici delle altre ore sono applicati.

    Per altri dettagli estetici vi rimando alle didascalie, ma mi piace segnalare un paio di particolarità. Intanto il cinturino integrato, con un bel motivo a grana fine di riso e senza l’ingombrante costola centrale che si trova in altri cinturini della collezione. E poi il fatto che si tratta di un’edizione limitata a 500 pezzi, come è riportato dall’incisione sul fondello. Il prezzo al pubblico è di 5.390 euro.

    Che dire… Con la complicazione che indica il ciclo delle maree, Baume & Mercier mi ha stupito come non faceva da tempo e ha centrato per questa collezione una perfetta combo, come direbbero i giovani. Magari, per centrarne un’altra, come prossima complicazione da aggiungere al Riviera suggerisco il cosiddetto “Regatta Time”, con il conto alla rovescia dell’inizio di regata. Più nautico e marinaro di così…

  • Streamliner Perpetual Calendar, l’eleganza salmone di Moser

    Streamliner Perpetual Calendar, l’eleganza salmone di Moser

    Il pittore tedesco Hans Hofmann disse una volta che «la capacità di semplificare significa eliminare il superfluo in modo che solo il necessario possa parlare». Il Moser Streamliner Perpetual Calendar non è un quadro ma un orologio, eppure nella recente versione Concept Smoked Salmon incarna alla perfezione le parole di Hofmann. Qui, il necessario non parla: si fa sentire a pieni polmoni perché difficilmente si può trovare in giro in un orologio tanto essenziale quanto complesso, tanto elegante quanto funzionale.

    La stessa azienda parla di un modello “estremamente sobrio, privo di noiosi contatori, indici e loghi. Semplice in apparenza, ma in realtà incredibilmente ingegnoso, si concentra esclusivamente sull’essenziale”. Come del resto fa l’intera filosofia di prodotto di H. Moser & Cie., in cui il verbo principale è “togliere” e non “aggiungere”. In questo Streamliner Perpetual Calendar però, ci sono due difficoltà in più. Da una parte la complicazione del calendario perpetuo, dall’altra una finitura del quadrante tra le più esclusive del Brand, introdotta da poco ma già un cult.

    Il calendario perpetuo e il Moser Streamliner

    Senza entrare troppo nel dettaglio, ricordo che il calendario perpetuo consente all’orologio di mostrare la data esatta tenendo conto delle lunghezze dei vari mesi, inclusa quella di febbraio che cambia in base al ciclo degli anni bisestili. Come ben sappiamo oggi, nel 2024.

    Detto questo, il calendario perpetuo è una complicazione ben nota a H. Moser & Cie. Nel 2005 il Marchio di Neuhausen am Rheinfall scelse questo tipo di calendario per battezzare il proprio ritorno sulla scena mondiale dell’alta orologeria. Anche se non era ancora la Moser di oggi, quel pezzo fu già un caso di scuola per la classicità e l’armonia di forma e funzione che lo caratterizzava. Sono passati 19 anni, ma la musica non è cambiata.

    Quell’orologio era il Perpetual 1, che con le sue linee pulite, la sua classicità e la sua semplicità fece guadagnare ad H. Moser & Cie. il primo premio nella categoria Complicated Watch al GPHG 2006. Oggi il Brand innova il calibro HMC 341 del Perpetual 1, che diventa HMC 812 e passa dalla versione con i piccoli secondi a quella con i secondi al centro. Un cambio sostanziale che adatta la complicazione alla modernità della collezione Streamliner e più specificamente del Moser Streamliner Perpetual Calendar. Che con il quadrante color salmone diventa ancora più seducente.

    La collezione Streamliner ospita però la complicazione del calendario perpetuo già dal 2021, quando il Brand lanciò lo Streamliner Perpetual Calendar. La nuova referenza è la discendente diretta di quella di 3 anni fa, con però la grande differenza del quadrante. Qui parliamo del “salmone affumicato” che ha debuttato lo scorso anno nello Streamliner Centre Seconds Smoked Salmon e che nel Moser Streamliner Perpetual Calendar Concept Smoked Salmon si evolve ulteriormente.

    La nudità del quadrante

    Non nella finitura e nel colore. Quest’ultimo cambia a seconda del movimento del polso, passando da tonalità cioccolato a nuance dorate, attraverso un’ampia gamma di sfumature. Così come lo Streamliner Centre Seconds Smoked Salmon, anche questo orologio è un’edizione speciale disponibile in collezione solo per un anno. Perciò, il quadrante ha una finitura griffé verticale presente solo in queste edizioni, grazie alla quale la luce non smette di giocare sulla superficie. Così, il quadrante stesso passa continuamente dal nero a un effetto specchio. 

    La differenza tra i due quadranti salmone sta nel fatto che quello del calendario perpetuo si spoglia completamente. Niente indici, niente piccola minuteria, niente logo, nemmeno quello segreto tanto caro ad H. Moser & Cie. Ciò che rimane sul volto di questo Moser Streamliner sono solo le indicazioni del calendario perpetuo.

    Per segnare le ore, i minuti e i secondi centrali, le lancette sono tridimensionali e realizzate in due parti. Sono tutte dotate di inserti in Globolight, un materiale a base di ceramica che contiene Super-LumiNova e garantisce una leggibilità eccezionale. Anche la lancetta dell’autonomia residua, a ore 10, ha un piccolo inserto in questo materiale prodigioso. Minimalista è anche la lancetta dei mesi: centrale, piccolissima, rossa e con decalco bianco.

    Merita qualche parola in più la gran data, la quale lavora utilizzando due dischi sovrapposti che funzionano uno dopo l’altro, da 1 a 15 e da 16 a 31. Grazie al cambio data istantaneo, chiamato dal Brand “Flash Calendar”, il passaggio alla mezzanotte è fulmineo. La finestrella del datario è a ore 4, allineata alla corona di carica. Questa posizione inusuale ha costretto gli ingegneri di Moser a inclinare i numeri di 26 gradi. La data può essere regolata in qualsiasi momento del giorno, sia spostandosi avanti, sia indietro.

    Precisione e innovazione nel calibro

    Manca qualcosa, direte voi. Se il Moser Streamliner Perpetual Calendar Concept Smoked Salmon è un calendario perpetuo, dov’è l’indicazione dell’anno, compreso quello bisestile? Va bene spogliare il quadrante, ma il segno distintivo del perpetuo non deve essere tolto di mezzo. E infatti c’è. Non sul quadrante ma sul fondello. L’indicazione avviene attraverso una “ruota” divisa in 12 settori, con tre serie di 4 anni ciascuna, nelle quali l’anno bisestile è indicato da un settore nero.

    Un trucco che serve a mantenere la pulizia del quadrante e che mi dà l’occasione di passare a parlare del calibro. Che è sempre l’HMC 812 a carica manuale che abbiamo già trovato sul calendario perpetuo del 2021. Anche qui è visibile attraverso il vetro zaffiro del fondello. Realizzato in-house, ha una strepitosa autonomia di 168 ore, frutto sostanzialmente di due accorgimenti: un doppio bariletto e una frequenza piuttosto bassa, 18.000 alternanze/ora. 

    Per la cronaca, il calibro HMC 812 è dotato di spirale Straumann, nata dalla collaborazione tra Moser e la controllata Precision Engineering AG, erede dell’Institut Straumann AG. Senza entrare in tecnicismi, questa spirale migliora la precisione del movimento. È chiamata così in omaggio al prof. Reinhard Straumann, che all’inizio degli anni ’30 brevettò il Nivarox e le relative tecnologie di produzione.

    Nivarox è una lega di nichel-ferro il cui nome è un acronimo dal tedesco “nicht variabel oxydfest”, più o meno “non variabile e non ossidante”. La sua proprietà principale è quella di avere un coefficiente di elasticità che rimane notevolmente costante nonostante il cambio di temperatura. In sostanza, le spirali realizzate con questa lega hanno una costante elastica che non varia con la temperatura, consentendo al bilanciere dell’orologio di mantenere il tempo in modo più preciso.

    Le forme sexy dello Streamliner Perpetual Calendar

    Chiudo con il bracciale e la cassa, che nella collezione Streamliner sono eccezionali almeno quanto i quadranti. Come i più informati di voi dovrebbero sapere, il nome della collezione viene dall’affinità che il design morbido di questi orologi ha con quello dei primi treni ad alta velocità che negli anni ‘20 e ’30 portavano lo stesso nome. 

    Convogli con forme sinuose che nel Moser Streamliner Perpetual Calendar Concept Smoked Salmon si trasformano in una cassa a cuscino in acciaio da 42,3 mm di diametro, impermeabile fino a 12 atmosfere. Le curve della cassa sono prolungate dal bracciale integrato, anch’esso in acciaio. Le maglie snodate alternano finiture spazzolate verticali a superfici lucide. Il loro disegno porta il bracciale ad arcuarsi leggermente per seguire la linea del polso.

    Anche la lunetta, che si integra al design discreto dello Streamliner Perpetual Calendar, ha una finitura spazzolata soleil come quelle della cassa, che le alterna a superfici lucide con forme cave e satinate sui lati. Il vetro zaffiro è leggermente bombato, tipo Glassbox, e dona ulteriore morbidezza alle forme complessive dell’orologio, molto sexy. È troppo se uso questo aggettivo? Provatelo al polso, accarezzatelo e vedrete che sarete d’accordo con me. In un’epoca di politicamente corretto, di schwa, di asterischi… almeno questo concedetemelo.

  • Hamilton Ventura Dune: orologeria da fantascienza

    Hamilton Ventura Dune: orologeria da fantascienza

    Ho visto il nuovo Hamilton Ventura Dune creato sulla base della collaborazione attivata dal Brand con Legendary Entertainment e Warner Bros. Pictures per il film di fantascienza Dune – Parte Due (in uscita nelle sale). L’ho guardato con attenzione e mi è venuta una riflessione storica semiseria che condivido con voi.

    Provate a pensare. Quando comparvero i primi orologi alcuni secoli fa, a molte persone saranno sembrati degli oggetti fantascientifici. Macchine in grado di misurare il tempo e di tradurlo in qualcosa di visibile, concreto, tangibile. Oggetti ancora più incredibili una volta miniaturizzati e portati dalla torre al tavolo, dal tavolo alla tasca, dalla tasca al polso. Insomma, fin dalle origini l’orologio ha portato con sé un’idea di futuro, di progresso, di scienza. O di fantascienza, appunto.

    L’origine degli Hamilton Ventura Dune

    Riflessione stramba? Non so. Però andate al cinema a vedere la pellicola, che è un piccolo capolavoro di fantascienza, e forse anche a voi gli Hamilton Ventura Dune nati da questa collaborazione sembreranno gli orologi giusti al posto giusto. Anche perché la loro stessa genesi è interessante per spiegare questa collocazione tra presente e futuro.

    Prima di Dune – Parte Due, ogni volta che Hamilton era stata coinvolta nella realizzazione di un orologio per un film aveva operato sostanzialmente in tre modi: utilizzando pezzi della collezione corrente, cercando nei propri ricchi archivi o creando referenze del tutto nuove. Per gli Hamilton Ventura Dune, invece, il processo creativo è stato diverso, guidato in un certo senso dalla produzione cinematografica.

    È stato il regista Denis Villeneuve a chiedere al Brand di lavorare in sinergia con il responsabile degli oggetti di scena del film, Doug Harlocker. L’obiettivo era quello di mettere a fattor comune la visione della produzione e l’esperienza di Hamilton per realizzare un pezzo destinato a un mondo che sfida le regole degli orologi tradizionali. 

    I designer di Hamilton hanno lavorato senza informazioni pregresse su quella che avrebbe dovuto essere la funzione del dispositivo da polso. Si sono lasciati ispirare dal romanzo che ha dato origine al film e dal film stesso e hanno creato un pezzo che, alla fine, si è dimostrato perfettamente in linea con lo spirito del libro e della pellicola. Così in linea che sia Harlocker sia il regista Villeneuve lo hanno approvato personalmente. Quel dispositivo è stato battezzato Desert Watch in onore del paesaggio che caratterizza il pianeta della storia, Arrakis. Da esso, è nato l’Hamilton Ventura Dune destinato a noi Terrestri.

    L’estetica e il film

    Già la scelta del modello Ventura è stata una dichiarazione d’intenti, visto che si tratta dell’orologio da sempre più “futuristico” di Hamilton. La cassa di design fece innamorare anche Elvis Presley e nel 1957, con il suo movimento elettromeccanico, divenne il primo orologio elettrico al mondo. Di lì a poco, nel 1965, sarebbe uscito il romanzo Dune di Frank Herbert.

    Poi, forse per sottolineare il legame forte di questa collaborazione, il Marchio ha creato ben due orologi ispirati al film, entrambi in edizione limitata. Lanciati in concomitanza con l’uscita di Dune – Parte Due, sono l’Hamilton Ventura XXL Bright Dune Limited Edition (in 3.000 esemplari) e l’Hamilton Ventura Edge Dune Limited Edition (in 2.000 esemplari). Se la loro estetica è ispirata alla collazione simbolo del Brand, le variazioni sul tema sono audaci.

    L’estetica di entrambe le referenze è totalmente nera, con tocchi di blu luminoso sul quadrante. Quello del Ventura XXL Bright Dune, se attivato premendo un pulsante, s’illumina e diventa blu. Quello del Ventura Edge Dune ha un display digitale dello stesso colore, ispirato agli occhi dei Fremen, la popolazione protagonista del film. Il display imita gli elementi in rilievo che caratterizzano l’oggetto di scena. Le linee blu luminose sul quadrante del Ventura Bright riproducono invece quelle presenti nel design del quadrante del Desert Watch del film.

    Sia il Ventura XXL Bright Dune, sia il Ventura Edge Dune hanno un calibro al quarzo. Il primo, la cui cassa ha design più leggero, ha l’affissione dell’ora tramite lancette. Il secondo ha un look più robusto, da tool watch, con il quadrante e le proporzioni più simili al Desert Watch, e ha l’affissione digitale. Entrambi hanno una confezione speciale, quasi una capsula spaziale con all’interno misteriose scritte in alfabeto Fremen.

    La strategia del Brand per gli Hamilton Ventura Dune

    I due Hamilton Ventura Dune dimostrano ancora una volta che il marchio è molto attivo nel settore cinematografico. Non è solo un fattore di product placement. Ogni volta che un orologio compare all’interno di un film, genera un potenziale nuovo pubblico per il Marchio. E non c’è dubbio che con un film come Dune – Parte Due, così come con l’ultimo Indiana Jones, questo potenziale sia enorme, vista la dilagante passione per la fantascienza e il successo di Dune del 2021.

    Per questo motivo non ho dubbi che Hamilton riuscirà a vendere tutti i 5.000 esemplari in pochissimo tempo. Credo che molti fan pagherebbero volentieri per orologi come questi, anche alla luce del prezzo: 1.845 euro per l’Hamilton Ventura XXL Bright Dune, 2.595 euro per l’Hamilton Ventura Edge Dune. È vero, si tratta di due orologi al quarzo e a qualcuno certi prezzi potranno sembrare eccessivi. Non dimentichiamo però che il prezzo è dato anche dal fatto che si tratta di esemplari legati a questo capitolo della saga che non saranno più prodotti. E che, soprattutto, si tratta di orologi pensati per diventare a breve oggetti da collezione. L’esclusività, intesa come non riproducibilità, si paga. È marketing, non fantascienza.

  • Locman Aethalia: estetica, meccanica e coerenza

    Locman Aethalia: estetica, meccanica e coerenza

    La strada intrapresa da Locman per valorizzare la bella orologeria italiana sa prendere direzioni inaspettate. Una di queste si chiama Locman Aethalia. Un tributo alla culla del marchio, l’Isola d’Elba, che nel nome rimanda proprio alla storia millenaria di questo pezzo di terra a un tiro di schioppo dalle coste toscane, con vista sulla Corsica.

    Per dare il nome al Locman Aethalia Marco Mantovani, il Presidente del marchio, e il suo team sono andati a ripescare antiche testimonianze storiche. Sono tornati a un’epoca in cui Roma ancora doveva nascere e l’Italia era terreno di conquista per i Greci in cerca di nuovi spazi. Proprio i navigatori ellenici, veleggiando sotto costa davanti all’isola, videro bagliori e scintille sprigionate dai forni che gli antichi abitanti dell’Elba utilizzavano per lavorare il ferro, di cui il territorio era ricco. Scintilla, αιθαλία, appunto, era il nome perfetto per quella terra che sorgeva dal mare come un miraggio.

    Il progetto LocmanX

    Locman, un marchio attentissimo non solo al made in Italy ma anche alle forti tradizioni locali, non poteva certo lasciarsi sfuggire questo riferimento colto e prezioso. Tanto più che serve a connotare una collezione, Aethalia, che è preziosa di suo. E un progetto, LocmanX, che lo è ancora di più.

    Come mi aveva raccontato lo stesso Mantovani lo scorso anno durante un’intervista, LocmanX individua le collezioni che montano movimenti di manifattura e che già solo per questo parlano a clienti con una particolare passione per la meccanica e orientati su una fascia prezzo importante. Insieme a Aethalia, a LocmanX appartiene anche la collezione Decimo Canto.

    Con un movimento di manifattura, nel caso del Locman Aethalia lo stacco rispetto alla fascia prezzo degli orologi con calibri standard diventa evidente, così come cambiano le dinamiche industriali di prodizione. È un tipo di approccio completamente differente ed è giusto, per come la vedo io, che il Brand abbia creato all’interno della propria offerta una distinzione ben chiara.

    Un calibro italiano

    Nel caso di Locman, se parliamo di movimenti di manifattura parliamo di Oisa. La partnership con questa storica azienda produttrice di calibri è stata raccontata con cura sulle nostre pagine, come potete leggere qui. Una collaborazione che è diventata una storia industriale da studiare, che si pone come obiettivo la rinascita e il rilancio della filiera dell’orologeria made in Italy.

    Una storia che ha portato come primo risultato alla creazione di un movimento 100% italiano, il calibro 29-50 Cinque Ponti a carica manuale, che abbiamo già ampiamente descritto in questo articolo. È il cuore meccanico della collezione Locman Aethalia, oltre che di altri orologi di fascia alta del Brand elbano. E non penso sia il caso di ritornare sulle sue caratteristiche tecniche, che potete scoprire leggendo il pezzo linkato poco più su.

    Quello su cui vale la pena insistere è invece la volontà di Locman di collocare questa collezione nel segmento più alto. Un posizionamento dettato sì dall’impiego di un calibro pregiato, ma anche dal valore storico e celebrativo di Locman Aethalia, cui ho fatto cenno all’inizio, dalla preziosità dei materiali utilizzati, dai dettagli di stile, dal design decisamente audace.

    Il quadrante del Locman Aethalia

    Mi focalizzerò proprio su questi ultimi punti, perché sono gli aspetti qualificanti dell’orologio, al di là della preziosità meccanica. Parto dal quadrante, che Locman ha strutturato in modo piuttosto complesso, dividendolo sostanzialmente in tre zone: parte centrale, disco della minuteria, réhaut, ciascuna caratterizzata da un’estetica differente.

    La parte centrale è a mio parere la più interessante, caratterizzata da una bella lavorazione a Clous de Paris; anche se effettuata a macchina e non a mano, l’effetto estetico è notevole. In questa zona trova spazio a ore 12 il logo Locman, mentre a ore 6 il logo Oisa 1937 ricorda a tutti qual è il calibro meccanico che si cela al di sotto del quadrante. Sotto a questo logo non può mancare, orgogliosamente, il Tricolore italiano.

    Il disco della minuteria ha invece una lavorazione liscia, con gli indici stampati, che porta l’occhio verso il réhaut, strutturato su due livelli. Una parte inclinata verso il disco liscio riporta i pallini luminescenti in corrispondenza degli indici; una parte piatta esterna, a contatto con la lunetta, ha la minuteria a chemin-de-fer. Le lancette a daga, luminescenti, di ore e minuti e la lancetta dei secondi centrali completano la struttura del quadrante.

    Un’estetica inedita

    Notevole l’architettura della cassa. Per realizzare il Locman Aethalia, il marchio ha puntato su una cassa in tre parti: lunetta, carrure e fondello a vite. Ciò che salta all’occhio è proprio la carrure, caratterizzata dal design ipertrofico delle anse. Un’estetica ardita, che individua in maniera netta questa collezione, anche e soprattutto nelle proporzioni. A fronte di una cassa da 40 mm, la distanza da ansa ad ansa (il cosiddetto lug-to-lug) arriva a 49 mm: un rapporto che, sulla carta, non favorisce certo la migliore vestibilità.

    Sulla carta. Locman ha infatti adottato alcuni accorgimenti per consentire di mantenere l’estetica particolare dell’orologio senza sacrificarne, per quanto possibile, l’indossabilità. Intanto, la cassa è in titanio, quindi particolarmente leggera. Poi è stata disegnata una buona curvatura delle anse in modo che possano seguire il più possibile la forma del polso.

    Infine, il cinturino non è agganciato sul bordo dell’ansa ma più o meno a due terzi della distanza tra il bordo stesso e la cassa; in questo modo, lo spazio tra cassa e cinturino è quasi impercettibile e si accentua l’avvolgenza di quest’ultimo. Come saprà chi di voi legge i miei articoli, io ho un polso piccolo. Ho provato l’orologio e devo dire che non è scomodo, nonostante l’impatto visivo rimanga piuttosto importante.

    Resta comunque la volontà di differenziare il Locman Aethalia in maniera netta, soprattutto nell’estetica, dal resto dell’assortimento. Sia con questa collezione sia con Decimo Canto, il lavoro fatto dal Brand sul design delle casse traccia una linea di demarcazione piuttosto netta con quello che è, da sempre, il percepito di Locman da parte degli appassionati. Una scelta che, come mi ha ricordato Mantovani nell’intervista citata all’inizio, rafforza la mission dell’azienda senza snaturarla.

    Locman Aethalia e la sfida alle convenzioni 

    Chiudo segnalando che l’orologio è disponibile con il cinturino in pelle naturale italiana pienofiore, prodotta da concerie toscane e lavorata a mano. In alternativa c’è un bracciale in titanio a tre file. Esiste anche una preziosissima versione con cassa in oro 18 carati e cinturino in alligatore color testa di moro.

    Naturalmente cinturino, bracciale e materiale della cassa incidono sul prezzo finale dell’orologio. La versione con cassa in titanio e cinturino in pelle costa 3.980 euro, che diventano 4.158 se si sceglie il bracciale. La cassa in oro fa lievitare il costo del Locman Aethalia fino a 18.900 euro: una bella sfida, che parla a un target decisamente di nicchia.

    Una sfida che ha portato Locman a sterzare decisamente verso un nuovo pubblico e una nuova concezione di orologeria. Una concezione nella quale l’eccellenza meccanica e il design distintivo diventano i pilastri su cui costruire non una nuova identità di brand, ma un posizionamento alternativo e coraggioso. In bocca al lupo per la nuova avventura.

  • Zenith Chronomaster Sport Titanium: l’eleganza leggera

    Zenith Chronomaster Sport Titanium: l’eleganza leggera

    Nelle ultime due settimane mi è capitato per due volte di avere tra le mani lo Zenith Chronomaster Sport Titanium. Mica poco, considerando che si tratta di una super-novità. L’ho incrociato prima a Milano, a fine gennaio, per la presentazione in anteprima alla stampa. Poi la scorsa settimana, a Oslo, quando è stato lanciato ufficialmente in occasione delle partite che hanno aperto la stagione 2024 dell’Ultimate Tennis Showdown. Che, per chi non lo sapesse, è il campionato tennistico fondato da Patrick Mouratoglou, ambasciatore del Brand.

    Zenith Chronomaster Sport Titanium: cosa ne penso

    Di solito lascio in fondo agli articoli le impressioni sugli orologi di cui scrivo. Lo faccio perché, presumibilmente, ai lettori interessa conoscere prima le caratteristiche delle referenze mentre del mio parere possono legittimamente fregarsene, o prenderlo per quello che è. Un punto di vista personale, appunto. Ma per lo Zenith Chronomaster Sport Titanium faccio un’eccezione, parto da me. E dico subito che questo orologio può ingannare.

    Quando l’ho indossato e osservato in quel di Milano, non mi ha fatto una grandissima impressione. Benché io abbia un polso da Barbie, amo sentirlo appesantito dall’orologio. Ebbene, cassa e bracciale in titanio non sono proprio la combo perfetta per la pesantezza. E poi quell’aspetto grigio uniforme me lo ha fatto sembrare un po’ anonimo.

    Siccome però quando non ho sensazioni positive al polso ci resto male come quando perde l’Inter, mi sono ripromesso di provare a guardare lo Zenith Chronomaster Sport Titanium senza troppi filtri. Di non pensare alla prima impressione e di ragionare in modo oggettivo, sapendo che avrei aspettato al varco l’orologio di lì a poco a Oslo, dove sono stato invitato dal Marchio. Ha funzionato.

    Ho lasciato da parte idee e preconcetti e ho avuto un po’ più di tempo per far entrare l’orologio in sintonia con il polso. Così, ho visto i suoi presunti punti di debolezza trasformarsi in punti di forza ed essere complementari. Perché la sportività insita nel nome si esalta con il titanio più che con l’acciaio: materiale, quest’ultimo, più tosto ma meno performante. Il look total grey, al contrario, gli dà un non so che di elegante, quasi sartoriale. Un po’ come i calciatori che passano dalla maglia e dal pantaloncino in campo al completo giacca e cravatta, nei momenti istituzionali con la propria squadra.

    L’estetica dello Zenith Chronomaster Sport Titanium

    Insomma, detto che anche un orologio può insegnare a non giudicare dalle apparenze, è meglio che adesso mi metta a scrivere di questo Zenith Chronomaster Sport Titanium. In realtà non c’è da dire molto di più di quanto scrisse Augusto Veroni in occasione del lancio della linea Chronomaster Sport. Perché la referenza presentata a Oslo ricalca lo stile, l’estetica, le dimensioni dei suoi fratelli in acciaio che tanto continuano a piacere ad appassionati e collezionisti.

    Detto del grigio che è il colore dominante, spiccano sul quadrante i classici tre contatori del Chronomaster, leggermente sovrapposti come da tradizione, che Zenith ha colorato seguendo un progressivo alleggerimento cromatico che va da ore 3 a ore 9. Il contatore dei 60 secondi a ore 3 è color antracite, quello dei 60 minuti a ore 6 è di un grigio più leggero, quello dei piccoli secondi a ore 9 è argento. Tutti spiccano sul grigio nichel del quadrante, sul quale la scritta 36.000 VpH a ore 12 al di sotto del logo è un graffio bordeaux tremendamente figo. A mio avviso.

    Anche questo cronografo non riporta sulla lunetta una classica scala tachimetrica bensì una scala che misura il decimo di secondo, caratteristica di culto del movimento El Primero. La lunetta – a differenza di quanto accade nelle versioni in acciaio in cui è anch’essa in acciaio o in ceramica – qui è in titanio. La lavorazione satinata soleil richiama quella del quadrante e contribuisce all’uniformità visiva, oltre che cromatica, di cui ho scritto sopra.

    La cassa da 41 mm dello Zenith Chronomaster Sport Titanium ha un’impermeabilità dichiarata di 10 bar, non male per un cronografo con queste caratteristiche tecniche e con un calibro ad alta frequenza. L’orologio può essere acquistato con il bracciale a tre file in titanio oppure con un cinturino integrato in caucciù. Io ho avuto modo di provare il bracciale in titanio, che ho trovato morbido. Sarei stato curioso di provare la comodità o meno della fibbia déployante montata sul cinturino, che personalmente non amo perché per me il cinturino vuole l’ardiglione. Punto. Sarò talebano ma su questo non cambio idea.

    Il calibro e il prezzo

    Del calibro El Primero 3600 che anima l’orologio credo sia rimasto ben poco da dire. Le 36.000 alternanze/ora o 5 Hz non influenzano negativamente la riserva di carica, che arriva a 60 ore come nelle altre referenze in acciaio. Sicuramente merita un elogio per le prestazioni, per l’evoluzione coerente con la storia di questo movimento, per l’approccio contemporaneo e ispirato della decorazione.

    Questa si allinea perfettamente con il tema del titanio grigio, che caratterizza il movimento e che è visibile attraverso il fondello in zaffiro. Il calibro 3600 presenta una massa oscillante scheletrata a forma di stella con finitura satinata e caratteristiche degne di nota come la ruota a colonne azzurrata, viti azzurrate e componenti color oro, che aggiungono un tocco di estetica agli elementi tecnici di cui è costituito.

    Aggiungo un dettaglio non di secondo piano, che non si vede dalle immagini né si legge in cartella stampa. Si può apprezzare solo utilizzando l’orologio ed è una peculiarità che viene proprio dal calibro, più precisamente dalla ruota a colonne. L’innesto dei pulsanti cronografici è morbido e delicato, sia nel momento dell’avvio/arresto, sia nella rimessa a zero. Per gli appassionati (o impallinati, in questo caso) garantisco che è un dettaglio importante, oltre che godurioso.

    Chiudo con i prezzi, che Zenith è riuscita a contenere entro una scala ragionevole all’interno della collezione, nonostante gli orologi in titanio siano spesso più costosi di quelli in acciaio. La versione con cinturino costa quanto le versioni braccialate in acciaio con quadrante verde, bianco o nero: 11.800 euro. Quella braccialata costa 12.300 euro, ossia meno dell’edizione boutique in acciaio con lunetta a tre colori e di quella firmata dalla star della NFL Aaron Rodgers.

  • Piaget Polo 79 e l’intelligenza artigianale

    Piaget Polo 79 e l’intelligenza artigianale

    Dura la vita di un simbolo. Prendete il Piaget Polo: è uno di quei pezzi che hanno segnato tanto un’epoca quanto l’intero corso dell’orologeria contemporanea. Un simbolo, appunto, non solo della propria Maison ma di un modo di vivere e intendere l’orologio. E il duro della sua vita sta proprio lì: nel dover essere sempre all’altezza del proprio status di simbolo. Nel non tradire mai le aspettative di chi sa che nel Piaget Polo non trova semplicemente un accessorio. 

    Questo è ancora più vero oggi che il modello compie 45 anni, ricorrenza che la Manifattura di La Côte-aux-Fées ha deciso festeggiare da par suo con il nuovo Piaget Polo 79. Un lasso di tempo che nella storia dell’orologeria rischia di essere quasi irrilevante, ma che nel caso del Polo è stato più che sufficiente per trasformarlo in qualcosa di riconoscibile, apprezzato, desiderato. Qualcosa capace di attraversare i decenni e le mode, mantenendo intatto il proprio fascino. E anche il proprio aspetto, come vedrete tra non molto.

    Piaget Polo e lo stile di un’epoca

    Se siete bravi in matematica e attenti nel leggere, avrete calcolato che il Polo nacque nel 1979, ossia sul finire degli anni ’70. Di quel decennio che diede vita a molti stili, movimenti, tendenze, e che nel campo del design da polso vide nascere l’orologio sportivo di lusso. Per i brand, questi nuovi codici si espressero attraverso l’esplorazione di colori audaci e nuovi materiali e, soprattutto, attraverso la dissolvenza dei vecchi confini estetici cui si era abituati. 

    La parola d’ordine era “integrazione” e molti marchi lanciarono linee sinuose e sportivieche vedevano il bracciale in metallo incontrarsi perfettamente con la cassa, in un tutt’uno coerente. Una tendenza non limitata a pochi modelli: piuttosto un fenomeno che interessò l’intero settore dell’orologeria. 

    In questo panorama dinamico ed edonistico, spiccava il Piaget Polo. Frutto dell’ingegno di Yves Piaget, era sfacciatamente progettato per i suoi tempi e immediatamente riconoscibile grazie alla perfetta integrazione tra cassa, quadrante e bracciale. Un’integrazione ottenuta grazie all’alternanza di superfici satinate con altre lucide, lavorate con il motivo godron. Una parola che indica l’intaglio di una modanatura arrotondata, o una scanalatura corta spesso ovale utilizzata come decorazione, ma che è di fatto intraducibile.

    Perché è un concetto visivo, non fonetico. Che in orologeria si legò da subito al Polo, per via di quel design intrepidamente contemporaneo, possibile solo grazie agli oltre 100 anni di maestria tecnica ed estetica di Piaget. Anche il nome Polo fu una scelta deliberata di Yves Piaget, per caratterizzare l’orologio verso uno sport d’élite che celebrava i valori del Marchio. Un approccio atletico ma elegante che ha accompagnato fino a oggi la cosiddetta “Piaget Society”, chic e alla moda. Così il jet-set cedette al fascino del Piaget Polo, assicurando il successo continuo del suo design visionario.

    Trova le differenze

    Arrivo ai giorni nostri e vi invito a rileggere quanto ho scritto qualche riga più sopra a proposito di mantenere intatto fascino e aspetto. Perché il Piaget Polo 79 appena presentato sembra uscito da una capsula del tempo. Che ci riporta agli albori degli anni ’80, una decade caratterizzata da leggerezza, edonismo e glamour, tratti che l’orologio di Piaget incarnava alla perfezione. E che incarna anche oggi.

    Provate a cercare online qualche pubblicità d’epoca del primo Polo. Oppure – so che è un suggerimento che a Piaget potrebbe non piacere – fatevi un giro sulle piattaforme dedicate al secondo polso e cercate il modello vintage. Trovato qualcosa? Bene, allora affiancate l’immagine dell’orologio attuale e quella dei pezzi di 40 e passa anni fa e aguzzate la vista, come nel gioco della Settimana Enigmistica, per cercare le differenze.

    Ebbene, ne scoprirete poche. Con il nuovo Piaget Polo 79, la Maison ha messo in atto una tra le operazioni di ripresa dell’originale più fedeli che si possano trovare oggi. Il nuovo modello ha lo stesso aspetto di quello di un tempo, con il bracciale caratterizzato dall’alternanza di maglie satinate orizzontali e maglie lucide con motivo godron. Un’alternanza che prosegue su cassa e quadrante, in un continuum in cui l’opulenza dell’oro giallo è temperata dall’eleganza della forma.

    La rastrematura del bracciale accentua la fluidità delle forme complessive dell’orologio, che appare leggero, nonostante l’oro giallo che lo costituisce lo renda ben presente al polso. Il Piaget Polo 79 sfiora infatti i due etti di peso. I 38 mm di diametro per 7,45 di spessore costituiscono una proporzione a dir poco perfetta per dare vita a una referenza che è pura gioia di vivere, tradotta in design e materiali preziosi.

    La meccanica del Piaget Polo 79

    Come immagino abbiate capito, per me la meccanica conta a volte più dell’estetica. Nel caso di questo orologio, però, le scale di importanza si invertono, nonostante il movimento incassato sia un calibro top. E non potrebbe essere diversamente, un po’ perché Piaget è una maison da calibri eccelsi, un po’ perché il Polo è stato, nella sua storia, una specie di “laboratorio” sul quale provare l’alchimia tra preziosità dei materiali e movimenti diversi. Sempre ultrapiatti.

    Come ricorda Piaget, i primi Polo erano dotati del calibro 7P, lanciato dal brand nel 1976 e all’epoca riconosciuto come il movimento al quarzo più sottile al mondo. All’inizio degli anni ’80, fu sostituito da un quarzo ancora più sottile, il calibro 8P, spesso solo 1,95 mm. Alcuni modelli di Piaget Polo, però, montavano anche il celebre calibro a carica manuale 9P, uno dei movimenti meccanici più sottili con i suoi 2 mm di spessore.

    Nel Piaget Polo 79 continua l’accoppiata tra oro e movimenti meccanici. Nella cassa si trova infatti il calibro automatico 1200P1. Sviluppato sulla base del 1200P, lavora alla frequenza di 21.600 alternanze/ora (3 Hz), con un’autonomia complessiva di circa 44 ore. Come nella migliore tradizione Piaget, lo spessore contenuto (2,35 mm) lo rende perfetto per questo orologio dall’eleganza senza tempo. Rispetto al 1200P, spicca la massa oscillante del micro-rotore in oro giallo, con il sigillo Piaget.

    «Abbiamo dovuto soddisfare questa nuova richiesta dei nostri clienti, che sono abituati ad acquistare solo orologi eleganti», spiegava all’epoca Yves Piaget. «Ora, invece, dedicano sempre più tempo allo sport. È un cambiamento che fa parte dello stile di vita contemporaneo. I nostri clienti vogliono essere raffinati e indossare un bell’orologio anche durante l’attività fisica. E così abbiamo creato questa linea sportiva, che è impermeabile e resistente agli urti».

    Il Piaget Polo 79 è la riproposizione di quel mondo, di quello stile di vita. In un mondo in cui si fa un gran parlare di IA, intelligenza artificiale, questo orologio è una delle più azzeccate creazioni nate dalla IA, intelligenza artigianale. Qualcosa che solo marchi come Piaget hanno. E sanno usare.

  • Longines Conquest Heritage e la riserva di carica “poetica”

    Longines Conquest Heritage e la riserva di carica “poetica”

    Secondo la saggista americana Adrienne Rich, «the moment of change is the only poem», ossia «il momento del cambiamento è l’unica poesia». Il fatto che Longines definisca “poetica” la complicazione che caratterizza il nuovo Longines Conquest Heritage Central Power Reserve, sembra dare ragione alla scrittrice.

    Perché questa particolare indicazione della riserva di carica dà continuamente un volto nuovo al quadrante dell’orologio. Come accade, lo ha spiegato in maniera impeccabile durante la presentazione dell’orologio alla stampa Giuseppe Miccio, Head of Product Development di Longines. Ma prima è meglio se facciamo un passo indietro.

    L’importanza del Longines Conquest

    Il Longines Conquest Heritage Central Power Reserve nasce da un obiettivo che il Brand si è dato – semplice, almeno sulla carta: sviluppare i migliori prodotti rimanendo autentico e fedele alla propria storia. Una storia che parla principalmente di tool watch dedicati all’aviazione e alla navigazione, con lunette girevolifunzioni flybackindicazioni Gmt ecc.

    Questo, invece, è un orologio classico, ma con un’accortezza, che Miccio ci ha ricordato: «Longines non crea repliche ma opera reinterpretazioni a livello di design e di qualità dei materiali». Nello specifico, il progetto del Longines Conquest Heritage Central Power Reserve è iniziato nel 2020 con lo sviluppo del movimento, a cui è seguito quello dell’orologio nel suo insieme. Ed è un progetto che viene da lontano, come la collezione Conquest.

    È un nome forte, perché fu il primo dato da Longines a un orologio nel 1954. Prima del Conquest gli orologi erano infatti identificati con i numeri di serie. Dopo soli cinque anni dal lancio della collezione, nel 1959 fu introdotta la complicazione della riserva di carica centrale, indicata sul quadrante tramite l’impiego di due dischi girevoli. Un modello unico che, allora come oggi, nessun altro brand aveva in portafoglio. Con il quale Longines festeggia i 70 anni della collezione.

    Come si legge la riserva di carica

    Il funzionamento della complicazione, mossa da un calibro automatico, è semplice e intuitivo. Il volto dell’orologio presenta un disco centrale che riporta l’indicatore della riserva di carica di forma rettangolare; un disco esterno con le ore di autonomia residua; il resto del quadrante.

    Quando non si indossa l’orologio, il disco centrale ruota in senso orario fino a quando termina la riserva di carica e l’indicatore arriva a 0, mentre il disco esterno rimane fermo. Quando si carica, indossandolo o utilizzando la corona, il disco esterno gira in senso orario e quello interno rimane fisso, fino a che l’indice della massima autonomia – 64 ore – torna a coincidere con l’indicatore rettangolare.

    Se, quando ha raggiunto la massima autonomia, si continua a caricare l’orologio tenendolo al polso, entrambi i dischi girano. Così, come ha sottolineato Miccio, «il quadrante è vivo, in movimento, con un aspetto sempre differente».

    Il lavoro sul design

    Come ho scritto sopra, si tratta della medesima complicazione adottata sul modello del 1959 (da 35 mm), aggiornata però nelle dimensioni e nelle proporzioni. Perché il lavoro fatto sul Longines Conquest Heritage Central Power Reserve è proprio di un bilanciamento tra il diametro della cassa (38 mm) e quello dei dischi. Con una cassa più grande, i dischi sarebbero stati troppo piccoli, con una cassa più piccola, gli elementi sul quadrante sarebbero risultati troppo affollati a scapito della leggibilità. E poi, 38 mm sono adeguati a un orologio che vuole essere classico, un dress watch.

    Un diametro la cui scelta è stata dettata sì dall’estetica, ma prima di tutto dal movimento ospitato dalla cassa. Tutto è partito dal calibro Longines L896.5, sviluppato ex novo sulla base del calibro L.888 (su base ETA) al quale è stata aggiunta la complicazione della riserva di carica. Quella indicata sul quadrante è di 64 ore, ma Longines fa sapere che può arrivare fino a 72 ore, un’autonomia di tutto rispetto e adeguata agli standard qualitativi degli orologi del Brand.

    La qualità costruttiva

    A proposito di qualità, come è ormai comune per i movimenti di Longines, anche il calibro L896.5 è dotato della spirale in silicio che lo rende immune agli effetti nefasti del magnetismo terrestre sulla regolarità di marcia. Ma, come ha detto Miccio durante la presentazione, ci sono molti altri componenti antimagnetici nel calibro (senza però specificarli), i quali gli consentono di soddisfare ampiamente la normativa ISO 764:2020 che impone i parametri minimi di antimagnetismo agli orologi meccanici.

    I due livelli di test di resistenza al magnetismo cui sono sottoposti i calibri si riferiscono ai valori dettati dalla normativa rispettivamente di 4.800 Ampère/metro (circa 60 Gauss) oppure di 16.000 Ampère/metro (circa 200 Gauss). Ebbene, il calibro L896.5 è risultato resistente fino a 800 gauss, un ottimo valore per un orologio classico pur appartenente a una collezione dal Dna sportivo.

    Il posizionamento del Longines Conquest Heritage Central Power Reserve

    Per i dettagli delle finiture di cassa e quadrante vi rimando alle didascalie. Chiudo con qualche informazione di servizio. Intanto, per il Longines Conquest Heritage Central Power Reserve non è previsto un bracciale ma solo un cinturino in pelle nera o grigia. Il colore va in base a quello del quadrante, che è disponibile in tre versioni: opalino, grigio antracite o nero.

    Non contenti di aver messo sul mercato un orologio così importante per la storia del Marchio, a Saint-Imier hanno anche pensato di creare due edizioni limitate, ciascuna di 70 esemplari. Una in oro giallo, l’altra in oro rosa. Dello stesso metallo sono le fibbie dei cinturini e, dettaglio di stile non banale, le masse oscillanti del movimento, che è a vista. Naturalmente i prezzi sono ben diversi a seconda delle referenze: quelle in oro costano entrambe 18.450 euro, quella con cassa in acciaio scende alla cifra più abbordabile di 4.300 euro.

    Un prezzo al top nella collezione Conquest, dove solo l’edizione del cronografo creata insieme allo sciatore Marco Odermatt, ambassador del Brand, costa di più. E che è spostata verso l’alto all’interno del portafoglio di Longines, in cui attualmente la maggior parte delle referenze si trova tra i 1.000 e i 5.000 euro. Un posizionamento, quello del Longines Conquest Heritage Central Power Reserve, dettato sia dal lungo lavoro di ricerca e sviluppo che l’ha portato a vedere la luce, sia dal prestigio della collezione. Per valutare se è corretto o meno, vi invito come sempre a farvi un giro da un concessionario a vederlo da vivo: è già disponibile. Io l’ho toccato con mano, l’ho analizzato, squadrato, indossato: vi assicuro che Longines lo ha messo esattamente dove è giusto che stia.