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  • Oris: intervista esclusiva al Ceo Italia, Marco Gemperli

    Oris: intervista esclusiva al Ceo Italia, Marco Gemperli

    All’ultima edizione di Watches and Wonders ho visto cose belle, cose meno belle e ho avuto alcune conferme, in positivo e in negativo, su un po’ di brand. Tra le belle conferme inserisco l’evoluzione che, da qualche anno, sta interessando Oris. Un ottimo lavoro sulle referenze più apprezzate – dal Big Crown Pointer Date all’Artelier, dall’Aquis al ProPilot – ha portato la Casa di Hölstein a un interessante  posizionamento in termini di qualità e di prezzo che, oggi, lo rende una valida alternativa a marchi magari più noti ma non per questo più pregiati.

    Per capirne di più, ho deciso di farmi raccontare il Brand da qualcuno che ne conosce bene le dinamiche. Chi meglio di Marco Gemperli, Ceo di Oris Italia? Ecco dunque il risultato di una chiacchierata che ha confermato, almeno ai miei occhi, la bontà del progetto Oris. Che, in un 2026 ancora complicato per il mercato, potrebbe dare al Marchio più di una soddisfazione.

    Chi è Marco Gemperli

    Parliamo della sua storia professionale. Lei arriva all’orologeria dopo esperienze in altri settori industriali: che cosa l’ha spinta ad accettare questa sfida e perché proprio con Oris? 
    «Prima di entrare nell’orologeria ho avuto la possibilità di lavorare in ambiti molto diversi: bancario, assicurativo, turistico e persino nel mondo della cucina. Nonostante le differenze tra questi settori, c’è sempre stato un filo conduttore nel mio percorso professionale: i ruoli legati al marketing e alle vendite, in cui comprendere le persone, costruire relazioni e sviluppare il marchio sono elementi fondamentali.

    Allo stesso tempo, però, ho sempre nutrito una grande fascinazione per l’industria orologiera svizzera. L’orologeria meccanica è un universo unico, perché riesce a combinare competenza tecnica, artigianalità, emozione e tradizione in un modo che pochi altri settori possono offrire. Quando, più di undici anni fa, si è presentata l’opportunità di entrare in Oris, ho percepito immediatamente che si trattava di qualcosa di speciale. Ho iniziato come Region Manager e, nel corso degli anni, ho avuto il privilegio di crescere all’interno dell’azienda, diventando prima Region Director e oggi Commercial Director e Ceo di Oris Italia. Un percorso che mi ha permesso di conoscere il Brand sotto molti punti di vista: commerciale, strategico e umano. Per me lavorare in Oris rappresenta davvero il lavoro dei sogni».

    La strategia di Oris

    Oris è un marchio che, a mio avviso, ha scelto la coerenza in quanto a qualità del prodotto, design delle collezioni e posizionamento di prezzo. Perché questa strategia? 
    «Penso che credibilità e autenticità nel lungo periodo siano molto più importanti delle tendenze momentanee. Oggi i consumatori sono estremamente informati, soprattutto nel mondo dell’orologeria, e riescono subito a capire quando un marchio è autentico e quando invece segue semplicemente logiche di marketing. Oris ha costruito la propria reputazione offrendo orologi meccanici svizzeri di alta qualità a un prezzo corretto e accessibile. Oggi proponiamo un livello di raffinatezza tecnica, ricerca sui materiali e maturità di design che probabilmente i pionieri degli anni Sessanta non avrebbero potuto immaginare. Eppure il nucleo emotivo del marchio – l’idea di creare orologi onesti e innovativi – è rimasto esattamente lo stesso.

    Questo approccio, unito al fatto che investiamo solo negli aspetti davvero importanti – qualità dei movimenti, integrità del design, affidabilità, sostenibilità ed esperienza del cliente -, evitando eccessi inutili, ci permette di restare fedeli a ciò che siamo realmente. È proprio questa coerenza che ha consentito a Oris di costruire una comunità molto fedele attorno a collezioni come Aquis, Big Crown o Divers Sixty-Five. Il nostro obiettivo non è competere sull’esclusività artificiale, ma creare orologi che le persone abbiano davvero piacere di indossare ogni giorno». 

    Mercato italiano…

    Lei è Ceo di Oris Italia: quanto conta il mercato italiano nel business del Brand, sia in termini di volumi sia di valore? 
    «L’Italia è da sempre uno dei mercati europei più importanti per Oris, non solo dal punto di vista commerciale, ma anche culturale. I collezionisti italiani hanno una sensibilità straordinaria per il design, la storia e la qualità meccanica. Sono appassionati, competenti e molto coinvolti emotivamente nel mondo dell’orologeria. Per un marchio come Oris questo è fondamentale, perché i nostri orologi combinano credibilità tecnica e forte identità estetica. Inoltre, l’Italia è un mercato maturo, dove autenticità e coerenza vengono apprezzate più dell’hype del momento. Dal punto di vista del business, il mercato italiano continua ad avere un’importanza strategica sia in termini di volumi sia di visibilità del Brand. Abbiamo ancora un enorme potenziale di crescita, come dimostra anche la solida rete di rivenditori specializzati che ci supporta quotidianamente». 

    Che prospettive vede per il mercato italiano in generale e, al suo interno, per un marchio come Oris? 
    «Il mercato italiano resta selettivo, ma sano, e con un importante potenziale di crescita. Come dicevo prima, oggi i consumatori sono più consapevoli e informati rispetto al passato: cercano prodotti con contenuto, forte identità e valore nel lungo periodo. Credo che questo contesto favorisca marchi come Oris, perché c’è una crescente attenzione verso brand autentici e trasparenti, piuttosto che eccessivamente corporate».

    …e sfide globali

    «Allo stesso tempo, il mercato sta affrontando diverse sfide globali – dalle pandemie alle tensioni geopolitiche e alle guerre – che inevitabilmente hanno un impatto sull’intero settore. I consumatori sono comprensibilmente più cauti nelle spese discrezionali, compresi gli orologi, e il mindset generale è diventato più prudente, soprattutto nella nostra fascia di mercato. Questo rende ancora più importante offrire un valore reale.

    In Oris lavoriamo costantemente per creare orologi con un posizionamento di prezzo corretto e accessibile rispetto alla qualità effettiva del prodotto e al valore percepito. Inoltre, molti giovani si stanno avvicinando all’orologeria meccanica attraverso marchi indipendenti. Cercano qualcosa di personale, meno convenzionale, e credo che Oris sia perfettamente posizionata per interpretare questa evoluzione». 

    Le collezioni Oris

    Ci parli della collezione Heritage Star Edition, la vostra novità più importante presentata quest’anno a Watches and Wonders.
    «La Star Edition è molto più di un semplice orologio d’ispirazione vintage: rappresenta un capitolo fondamentale della storia di Oris e, in molti aspetti, dell’orologeria svizzera stessa. Ma rappresenta anche le nostre origini. Il nuovo modello celebra il 60° anniversario dell’originale Oris Star del 1966, il primo orologio del marchio dotato di un movimento con scappamento ad ancora prodotto internamente, dopo che Oris riuscì a superare le limitazioni imposte dal cosiddetto Swiss Watch Statute. Quella battaglia legale, guidata dal Dr. Rolf Portmann, restituì a Oris la libertà di innovare sul piano meccanico.

    Dal punto di vista del design, abbiamo voluto restare estremamente fedeli al modello originale: la cassa tonneau da 35 mm, le proporzioni vintage, il vetro in stile plexiglas e l’architettura minimale del quadrante conservano perfettamente lo spirito dell’orologio degli anni Sessanta. Ciò che rende la Star Edition particolarmente importante per noi è il fatto che esprima perfettamente l’identità di Oris: indipendenza, autenticità, continuità storica e orologeria meccanica accessibile». 

    Su quali altre collezioni punterete? 
    «Le collezioni Aquis e Big Crown Pointer Date restano due pilastri strategici per il Brand a livello globale. La prima è diventata un punto di riferimento nel segmento degli sportivi di lusso contemporanei grazie alla combinazione di robustezza, versatilità e design molto riconoscibile; la seconda rappresenta invece la continuità della tradizione Oris dal 1938. Le interpretazioni più recenti hanno dimostrato quanto questo concetto sia ancora attuale. Allo stesso tempo stiamo investendo molto anche in collezioni più eleganti, come dimostra la nuova linea Artelier presentata quest’anno, che racconta un altro lato del Marchio: una sofisticazione discreta, ma con un forte contenuto meccanico». 

    Il profilo del consumatore

    Qual è l’identikit del vostro cliente-tipo, in Italia e non solo?
    «Il cliente Oris è generalmente una persona indipendente, che cerca autenticità più che status symbol. A livello internazionale, il nostro pubblico va dal collezionista esperto, che apprezza la storia e la credibilità tecnica del marchio, fino agli appassionati più giovani che acquistano il loro primo vero orologio meccanico svizzero.

    In Italia, in particolare, i clienti hanno spesso una sensibilità estetica molto raffinata. Apprezzano proporzioni equilibrate – né troppo piccole né troppo grandi -, coerenza nel design e profondità storica. Sono inoltre molto informati e profondamente interessati al prodotto in sé. Quello che accomuna i clienti Oris nel mondo è una certa mentalità: danno valore alla sostanza, all’indipendenza e all’individualità. In molti aspetti riflettono la filosofia stessa del marchio: Be Independent. Ed è un aspetto estremamente importante per noi». 

  • Giorgio Galli e Timex Atelier: storia d’amore e di design

    Giorgio Galli e Timex Atelier: storia d’amore e di design

    Parlare di design e di orologeria con Giorgio Galli è illuminante. Il Direttore creativo di Timex Group non è solo la mente che ha dato forma ad alcuni dei pezzi più riconoscibili del Marchio americano: è una persona che, disegnando orologi da oltre due decenni per svariati brand, conosce tendenze, gusti e richieste di un mercato nel quale la scelta del prodotto – con buona pace degli impallinati di meccanica – è in larga parte guidata proprio dal design.
    Una bella responsabilità, alla quale lui e Timex hanno dato sostanza in un recente passato con le collezioni S1 e S2, di cui potete leggere qui e qui. Oggi, almeno temporaneamente, chiudono il cerchio con le creazioni della linea Timex Atelier, che trovate illustrate nella gallery. L’ideale continuazione delle collezioni precedenti, nella quale la matita di Giorgio Galli è ben evidente. Ce la racconta lui stesso, insieme a qualche “trucco del mestiere” che ogni bravo designer di orologi deve conoscere e applicare, senza timore.

    La firma estetica di Giorgio Galli per Timex

    Il tipo di cassa che ha il tuo design è diventato ormai riconoscibile: da dove nasce questa tua idea di forma?
    Ho creato la prima cassa scheletrata nel 1996, su un marchio sempre di Timex ma in licenza, Nautica. Da allora mi sono portato dietro questa firma, anche se negli anni l’ho abbandonata e ripresa più volte. Questo progetto è partito anni fa, quando ho chiesto a Timex se potevo creare qualcosa di completamente mio e che, bene o male, avrebbe potuto uscire un po’ dalle regole del Brand. Quasi a scatola chiusa. Nel momento in cui ho avuto l’ok, sono partito e ho recuperato ciò che era il mio Dna di design sull’orologio, perché sapevo benissimo che l’orologeria è un mondo talmente pieno di prodotti che è difficile fare qualcosa di diverso, di nuovo, che però non pretenda di essere rivoluzionario. Così siamo usciti negli anni scorsi con la serie S1, poi con la serie S2, che si è evoluta ancora di più anche a livello di costruzione: cassa in titanio, anima centrale in carbonio, vetro zaffiro. Era un esperimento, che però ha funzionato benissimo.

    Con quelle collezioni avete alzato il percepito del Marchio.
    Abbiamo capito che c’era spazio per elevare Timex a un livello diverso. Lo abbiamo fatto crescere in dieci anni di lavoro, pezzo per pezzo, anche con collaborazioni che hanno creato un’attenzione sul Brand che prima non c’era. Attraverso questi esperimenti, questo lavoro sul Marchio, abbiamo capito che c’era la possibilità di fare qualcosa di diverso. Vediamo spazio per poter trasferire parte della filosofia di Timex in una fascia più alta. Quidi orologi relativamente semplici nel design, che comunicano qualcosa dell’anima del Brand, con una qualità superiore ma in una fascia di prezzo accessibile; per questo tipo di prodotto, con questa qualità, siamo a un livello di costo relativamente basso, dove diamo qualcosa in più: il design è uno di questi fattori.

    Il progetto Timex Atelier

    Come nella linea Timex Atelier.
    Lo vedi da come è costruita la cassa. Abbiamo cercato di prendere elementi della serie S, perché quello che è importante in un brand è un’identità, costruita al di là dell’architettura della cassa. Lo si vede anche nel quadrante, pulito, con alcuni codici che tornano e che abbiamo trasferito in varie forme a seconda della tipologia di orologio. Abbiamo un subacqueo, un Gmt, un cronografo e usciranno altri prodotti…. Tutti con un’idea di base: avere un’identità precisa e riconoscibile. Non volevamo fare il me too di altri brand, perché il rischio c’è sempre. Avere un’identità è la cosa più difficile. Per cui, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso le cose che hanno funzionato, che un po’ mi rappresentano, che rappresentano Timex, le abbiamo trasferite in questo progetto e cerchiamo di mantenerle. Perché la parte più complessa poi è la disciplina: contenere questo tipo di design o cercare di farlo evolvere, senza avere degli slanci troppo in avanti, altrimenti si rischia di fare qualcosa che non ti appartiene.

    A livello di design c’è stato un modello più complesso degli altri da ragionare e da creare? Oppure, tutto sommato, una volta trovata l’identità e declinata, il lavoro non è stato più complesso?
    Direi il diver, perché per garantire l’impermeabilità a 20 bar con questo tipo di costruzione di cassa è molto complesso. C’è un grosso lavoro di ingegneria, per cercare soprattutto di mantenere la fascia di prezzo che volevamo, però con le stesse caratteristiche tecniche. Abbiamo risolto benissimo il diver e il suo successo commerciale ci sta dando ragione. Non solo per il design, ma anche per la storia che abbiamo saputo costruire.

    La filosofia creativa di Giorgio Galli

    In quanto designer, la tua è una responsabilità importante: per quanto ne so, nella scelta di un orologio i driver principali sono il brand, il design e poi, magari il movimento. Senti questa responsabilità nel momento in cui prendi in mano una matita? 
    Siamo talmente presi con talmente tanti progetti che non ho il tempo di pensarci. Sicuramente è una responsabilità, perché non sai mai se un orologio venderà o non venderà, per cui fino all’ultimo è un mistero. Non mi è mai riuscito di prevedere se un pezzo disegnato da me avrebbe venduto tantissimo o meno: c’è un fattore di imprevedibilità che precede la produzione e ti induce a lavorare sul tuo istinto. Però sì, la responsabilità c’è.

    Da che cosa parte Giorgio Galli nel disegno? Leggibilità, ergonomia?
    Dipende dal prodotto. Intanto il comfort. Un orologio deve stare bene al polso ed essere comodo, specialmente quando vai su dimensioni un po’ più grosse; cercare di contenere, di creare un orologio che vada bene per tutti non è facile. Poi la leggibilità, che chiaramente dipende anche dal tipo di orologio. Penso a un diver, che ha una leggibilità diversa rispetto a quella di un prodotto più centrato sul design. In questo senso, il nostro diver è l’esempio perfetto. Su orologi un po’ più fashion è relativamente meno importante.

    E nel cronografo? Cambia qualcosa se devi disegnare un automatico o un quarzo?
    Non particolarmente. È chiaro che sul meccanico ci sono certe caratteristiche che ti vincolano, come le lancette che sono un po’ più vicine al vetro, mentre il quadrante del quarzo può essere più profondo. Sono piccoli dettagli che cerchi di mitigare poi con il design.

    Il posizionamento di Timex Atelier

    La collezione Atelier ha posizionato Timex a livello diverso rispetto a qualche anno fa: il consumatore lo ha percepito?
    Sì, soprattutto nel consumatore diretto Atelier aiuta ad aumentare la percezione del brand Timex rispetto a quello che era all’origine. È un riposizionamento che aiuta anche la fascia in cui si trova il marchio.

    C’è un motivo per cui il cronografo è stata l’ultima creazione?
    In realtà è stato l’ultimo a uscire ma il primo che ho disegnato. A oggi è la referenza più cara, motivo per cui la sua introduzione doveva essere un po’ mitigata, anche se era il prodotto perfetto per poter lanciare Timex Atelier. Dovevamo però costruire una collezione che avesse senso anche dal punto di vista del posizionamento di prezzo in relazione al Brand, per cui siamo partiti dal Marine, poi passati al GMT24 e adesso eccoci al crono. È tutta una questione di progredire in maniera logica. È quel passo giusto, graduale, che va fatto per rispetto nei confronti del consumatore, senza arroganza.

    Il rapporto con il brand

    Nel design, in orologeria, c’è ancora spazio per inventare?
    In ciò che si vede oggi c’è tanto recupero delle origini, ma personalmente penso ci sia spazio per creare qualcosa di nuovo, l’importante è che sia coerente con il brand. Serve avere la collocazione giusta, perché l’orologeria è un mondo molto conservativo anche a livello di design: il consumatore, a seconda dei mercati, fa fatica uscire dalla propria comfort zone.

    Quanta libertà nel creare ti lascia il Brand?
    Con Timex ho una grossa libertà, anche grazie alla fiducia che si è instaurata nel tempo. Lavoro per il Mrand da tanti anni e soprattutto il Ceo raramente interviene, se non in maniera positiva. Ti dà quella libertà che normalmente trovi in altri ambiti. Ma c’è anche un percorso avviato, in cui sono stati già sviluppati molti prodotti e si conosce bene la direzione da seguire. È una questione di mettere i tasselli giusti, di mantenere una coerenza, come dicevo prima, per evitare salti in avanti che possono portarti dove non devi stare.

    Che cosa ti piace di più e che cosa di meno nel momento in cui lavori su un orologio nuovo?
    Di più, immedesimarmi in quello che sarà il prodotto e pensare a dove andrà. L’orologio è soprattutto un oggetto emozionale, per cui operi su quello. Di meno, lavorare sul posizionamento prezzo.

  • Citizen e le strategie di brand: intervista a Hiroyuki Ota

    Citizen e le strategie di brand: intervista a Hiroyuki Ota

    Durante il viaggio a Parigi all’evento per i 100 anni del primo orologio marchiato Citizen non ho intervistato solo l’ingegnere dei movimenti, Sochiro Morita. Ho intervistato anche Mr. Hiroyuki Ota, Direttore generale di Citizen Watch Europe. In oltre 20 anni di esperienza nel settore, ha gestito il business degli orologi completi ma anche i principali mercati nel settore dei movimenti. Con lui abbiamo parlato di visione e strategia del marchio, in Europa e nel mondo.

    Il Giornale degli Orologi: Ci sono differenze di percepito del brand Citizen tra mercati europei e mercato giapponese?
    Hiroyuki Ota: Diversamente da quanto si può pensare, ci sono molti punti in comune tra la percezione del brand in Giappone e in Europa. In quanto marchio giapponese è percepito in entrambi i mercati come un brand molto affidabile, tecnologico, preciso e accurato. Aspetti come EcoDrive, radiocontrollato, super titanio sono visti ovunque come garanzia di questa affidabilità e di continua ricerca dell’innovazione.

    GdO: Qual è il principale concetto alla base della comunicazione di brand da parte di Citizen?
    HO: La nostra comunicazione si basa su una filosofia di base, su un concetto abbastanza facile da capire: “Better starts now”, il meglio comincia ora. Una decina di anni fa rielaborammo il nostro branding lavorando con alcune agenzie per capire come esprimere al meglio la nostra filosofia; conducemmo anche molte interviste al nostro staff interno per capirlo. Il risultato è stato proprio “Better starts now”, perché avevamo capito di stare lavorando per fare sempre meglio, partendo dai modelli del passato. È diventato un punto centrale per noi e oltre a comunicare questa filosofia, ci impegniamo per applicarla ogni giorno nel nostro lavoro.

    GdO: Nel 2018 c’è stato l’orologio per il centenario del Brand, nel 2024 il modello da tasca per il centenario del primo orologio: qual è l’importanza delle serie celebrative o limitate nell’offerta di Citizen e nella comunicazione del Marchio?
    HO: Non è sempre necessario creare un’edizione limitata. Sono ottime quando vogliamo focalizzarci su un modello specifico, mentre il nostro obiettivo è fare in modo che ciascun modello della collezione corrente abbia un successo duraturo e che lo si possa comprare anche dopo diversi anni. Ecco perché è meglio riservare le edizioni limitate o i pezzi unici che possono attirare l’attenzione dell’appassionato solo nel caso di particolari referenze.

    GdO: Quali sono le collezioni di maggior successo in Europa?
    HO: Da almeno un paio d’anni le collezioni con movimento meccanico. Prima, il fatturato derivante dai modelli meccanici era più basso perché ci focalizzavamo sull’EcoDrive. La strategia non è cambiata, sono aumentati i consumatori e gli appassionati che apprezzano i modelli meccanici di Citizen, principalmente la collezione Tsuyosa. Dopo il lancio, ha avuto una rapida diffusione tra i collezionisti che ne hanno apprezzato, oltre al movimento, l’estetica. Per esempio, in Germania, i modelli che vendevano di più avevano quadranti neri o blu; ora non dico che non si vendano più, ma le nuove collezioni Tsuyosa hanno cambiato tutto e ora vendono bene anche gli orologi con i quadranti gialli o colorati in genere. In sostanza, il bilanciamento tra movimento meccanico, quadranti di colori diversi, ottima qualità e prezzo competitivo ha reso molto popolare la collezione. Questo successo ha aiutato altre collezioni come quelle alimentate dal calibro EcoDrive.

    GdO: Qual è la comunicazione giusta per far amare Citizen a un pubblico competente e appassionato come quello italiano?
    HO: È importante raccontare l’unicità di Citizen. E questa unicità sta sia nella nostra tecnologia, sia nel design. Anche se abbiamo anche modelli molto tradizionali, ogni anno sviluppiamo nuovi orologi e cerchiamo di fare in modo che siano “molto Citizen” sotto ogni punto di vista. Per esempio, ogni anno abbiamo una forte comunicazione sul super titanio, un materiale difficile da lavorare e da tagliare, ancora più del titanio. Ci vuole una tecnologia avanzata, al servizio di un design distintivo. E, cosa molto importante, al giusto prezzo. L’azienda investe molto per fornire orologi di alta qualità, comunicando che cosa c’è dietro ciascun pezzo in termini di ricerca e sviluppo. Penso sia il modo migliore per spiegare Citizen a un consumatore evoluto come quello italiano. E, insisto, al giusto prezzo.

    GdO: Quanto è importante per voi il corretto posizionamento in termini di prezzo?
    HO: Negli ultimi anni molti marchi hanno alzato i prezzi senza offrire aggiornamenti o migliore qualità: Citizen non lo fa. Noi pensiamo prima al consumatore che ai margini; a volte è necessario aumentare i prezzi ma non per avere più margini, bensì per creare il giusto prodotto, con i giusti materiali e le giuste tecnologie, a un costo corretto.

  • I movimenti Citizen: intervista a Soichiro Morita

    I movimenti Citizen: intervista a Soichiro Morita

    In questo 2024 Citizen ha festeggiato i 100 anni dal primo orologio con il proprio marchio. Una celebrazione che ha avuto due momenti importanti: una mostra itinerante di pezzi storici e un evento internazionale, a Parigi, lo scorso ottobre. Per la mostra, Citizen ha esplorato un vasto archivio di oltre 6.000 pezzi, selezionandone 100 in 12 categorie simbolo della propria essenza e del proprio design. Il tour, partito da Tokyo, origine dell’azienda, si è poi spostato a New York e, infine, a Parigi. Inoltre, è stato creato un orologio da tasca in edizione limitata ispirato all’originale del 1924 e realizzato in soli 100 esemplari per tutto il mondo.

    L’azienda, fondata nel 1918 nel Shokosha Watch Research Institute, nel 1924 adottò il nome “Citizen”, “cittadino”, per il primo esemplare prodotto, da tasca. Il nome voleva esprimere l’idea di un orologio disponibile per il maggior numero possibile di persone, che l’avrebbero utilizzato e apprezzato negli anni successivi. Il nome si legò nel 1930 all’azienda, che assunse la denominazione di Citizen Watch Co. Ltd. 

    Noi de Il Giornale degli Orologi eravamo a Parigi in occasione dell’evento, insieme a pochissimi altri giornalisti selezionati. Così ho avuto modo di intervistare Mr. Shoichiro Morita, ingegnere dei movimenti di Citizen, che ha lavorato ad alcuni dei più importanti calibri del Marchio giapponese. Ecco che cosa mi ha raccontato.

    Il Giornale degli Orologi: Il movimento EcoDrive è uno dei vostri vanti: possiamo aspettarci aggiornamenti in futuro?
    Lo scorso anno abbiamo sviluppato e messo in commercio il modello EcoDrive 365. È chiamato così perché una volta carico ha un’autonomia di 365 giorni, ma non è solo l’autonomia a essere stata migliorata. Abbiamo migliorato l’estetica, per esempio disegnando il modello in modo che sia maggiormente in evidenza la lancetta dei secondi. In quanto ingegnere, ragiono sempre per capire come migliorare le funzioni di un orologio o di un movimento. Anche se siamo completamente soddisfatti delle nostre attuali collezioni, siamo convinti che ci sia sempre qualcosa che si può migliorare. Ecco perché sviluppiamo e aggiorniamo continuamente i nostri orologi: perché siano capaci di dare emozioni a chi li indossa. Vedremo sotto questo aspetto gli aggiornamenti più importanti.

    GdO: Invece, quali sviluppi possiamo attenderci per i movimenti radiocontrollati?
    S.M. Nel settore dei radiocontrollati abbiamo sviluppato di recente un movimento, e di conseguenza un orologio, con le fasi lunari, l’Attesa Hakuto-R, che oltre alle informazioni sulle ore dà a chi lo indossa l’emozione di una complicazione come questa. È l’esempio di come vogliamo sviluppare nel futuro la tecnologia radiocontrollata: qualcosa che non assolva solo alcune funzioni pratiche, ma che dia spazio anche alle emozioni. Da un punto di vista tecnico, il radiocontrollato si basa sulla tecnologia Gps, la cui “antenna” ha delle dimensioni ancora importanti; la sfida attuale sta nel renderla sempre più piccola senza diminuirne la performance. Penso quindi che questo lavoro di miniaturizzazione sarà il prossimo focus su cui lavorare. Come ingegnere ritengo che la tecnologia Gps e quella dei movimenti radiocontrollati dovranno essere sviluppate insieme, una non può e non deve escludere l’altra.

    GdO: Pensate di introdurre nuove complicazioni nei movimenti della Serie 8?
    S.M. Per quanto riguarda i movimenti meccanici della Serie 8 lavoriamo su un concetto di minimalizzazione. Ragion per cui non credo che in futuro ci saranno complicazioni sugli orologi di questa serie quanto, invece, una sempre maggiore semplificazione.

    GdO: I movimenti Miyota sono realizzati su specifiche Citizen o in maniera “autonoma” da parte dell’azienda?
    S.M. Miyota appartiene a Citizen ma produce movimenti che poi commercializza all’esterno del gruppo. I movimenti a marchio Miyota sono prodotti anche da Citizen, ma tutti i movimenti utilizzati da Citizen sono fabbricati da Citizen stessa, che infatti ha in produzione un gran numero di calibri. Questo ci dà un grande vantaggio competitivo su altri marchi anche perché, come ho detto prima, lavoriamo su ciascun calibro con l’obiettivo di migliorarlo costantemente. 

    GdO: In passato Citizen è stata pioniere nei movimenti ultrapiatti: pensate di svilupparne ancora in futuro?
    S.M. È una domanda alla quale per me oggi non è facile rispondere in maniera concreta. Negli anni ‘70 c’era un modello che è esposto anche qui (alla mostra itinerante, a Parigi, ndr), l’Exceed Gold, per la cui realizzazione l’obiettivo era quello di avere un movimento che stesse al di sotto del millimetro di spessore. Una sfida importante, per cui ciò che mi sento di dire è che in futuro avremo la possibilità di lavorare per raggiungere quel risultato. È un po’ come nel caso della precisione. Quando negli anni ’70 fu sviluppato l’orologio al quarzo Crystron Mega, si riuscì a ottenere una precisione di circa +/-3 secondi all’anno. Nel 2018 siamo riusciti a sviluppare un movimento con una precisione cronometrica di +/-1 secondo. Allo stesso modo, penso che anche per quanto riguarda lo spessore dei movimenti ci siano margini per scendere ancora di più.

  • Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Il compianto e storico direttore de La Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, scrisse una volta che “l’Olimpiade è una parentesi tra le contraddizioni dello sport”. Tra poco meno di un mese cominceranno i Giochi di Parigi 2024, un momento di sfida non solo per gli atleti, ma anche per chi deve misurarne le prestazioni. Parliamo di Omega, o meglio, di Swiss Timing, la società di Swatch Group che ha sede nella località svizzera di Corgémont e tiene il tempo dei Cinque Cerchi.

    Fondata nel 1972, affonda le radici a più di un secolo fa, alle prime attività di cronometraggio sportivo dei “marchi gemelli” Omega e Longines, i cui team timing si fusero in Swiss Timing nel 1988. L’ho visitata poco tempo fa e ho avuto occasione di parlare con Alain Zobrist, che è Ceo della società ed Head of Olympic Timing per Omega. Il quale mi ha raccontato complessità, emozioni e curiosità dietro all’importante compito di cronometrista olimpico, con vista su Parigi 2024.

    Il Giornale degli Orologi: Quando cominciò il rapporto tra Omega e i Giochi olimpici?
    Alain Zobrist: La storia è cominciata circa 90 anni fa, nel 1932: quando Omega è stata selezionata come cronometrista ufficiale dei Giochi olimpici di Los Angeles. Inviò un solo orologiaio dalla Svizzera, con 30 cronografi. Fu selezionata perché i suoi 30 cronografi erano certificati con la precisione al decimo di secondo, la più grande innovazione dell’epoca.

    GdO: Com’era il cronometraggio prima del 1932?
    AZ: Ciascun giudice aveva il proprio cronografo, non c’era uniformità. E le differenze nella qualità della rilevazione erano troppe.

    GdO: Che squadra porterete a Parigi 2024?
    AZ: Avremo 550 cronometristi e 350 tonnellate di attrezzatura. Abbiamo cominciato a prepararci tre anni fa con una squadra fissa a Parigi. La collaborazione è a tutti i livelli, anche con gli architetti che hanno progettato le strutture, in modo da avere lo spazio per le nostre attrezzature, le connessioni eccetera. Circa 10 giorni prima della cerimonia di apertura prepareremo tutto, ce ne vorranno un paio per allestire e per gli ultimi test: l’obiettivo è essere pronti due giorni prima della cerimonia.

    GdO: Quando comincia la preparazione di un’olimpiade?
    AZ: Circa 3 anni prima dell’evento. Il team per Los Angeles 2028 andrà in California tra circa un anno, ma abbiamo già un gruppo di lavoro per Milano-Cortina 2026.

    GdO: C’è un limite alla misurazione della precisione?
    AZ: Penso che l’innovazione non abbia limiti nel nostro campo. I limiti sono altrove. Posso arrivare a cronometrare al milionesimo di secondo, ma il punto sta nell’adattare il cronometraggio alle esigenze di ciascuno sport: è lo sport che impone il limite. Per esempio, nel nuoto avrebbe senso misurare al millesimo di secondo? A mio avviso no, perché in questo sport già un centesimo di secondo equivale al tocco di un’unghia. La precisione nella misurazione del tempo teoricamente non ha limiti, ma oggi quello che interessa di più è forse monitorare ciò che accade durante la prestazione, più che il risultato finale, ed è possibile grazie all‘intelligenza artificiale.

    GdO: Quali discipline, secondo lei, hanno avuto i maggiori benefici dal vostro lavoro?
    AZ: Non ne sceglierei una in particolare. Cerchiamo di sviluppare la nostra tecnologia in modo olistico, non solo per alcune discipline: diciamo che tutti ne hanno beneficiato in misura diversa. Anche alcuni al di fuori delle Olimpiadi, come nei motori: non tutti sanno che in GT2 abbiamo introdotto un sistema per la gestione del track limit attraverso l’intelligenza artificiale, prima che esso fosse adottato in Formula 1.

    GdO: Per l’intelligenza artificiale, Parigi 2024 sarà un bel banco di prova. Come contribuisce al vostro lavoro?
    AZ: In due modi. Da una parte misurando i dati, dall’altra analizzandoli. Sono due protocolli distinti che lavorano in sinergia. Abbiamo iniziato nel 2017 a usare i primi modelli di intelligenza artificiale, applicandoli per la prima volta ai Giochi invernali del 2018. Serve tempo per sviluppare e provare questo tipo di soluzioni e non dimentichiamo che abbiamo perso due anni a causa del Covid.

    GdO: A Parigi 2024 sarà più difficile cronometrare o elaborare i dati?
    AZ: Cronometrare. Per avere i dati corretti devi avere un cronometraggio perfetto. Ho detto tutto. 

    GdO: Quanto è importante per voi avere alle spalle un grande gruppo come Swatch?
    AZ: Fondamentale. Lavoriamo per coprire oltre 500 eventi sportivi all’anno, abbiamo soluzioni adatte a oltre un centinaio di sport. Del resto è una vocazione del gruppo, che ha molti altri marchi impegnati nel cronometraggio sportivo di diverse discipline. Il contratto del Comitato Olimpico è con Swatch Group: questo è un investimento che il gruppo fa con l’intero movimento olimpico.

    GdO: C’è un episodio che è stato per lei la maggior fonte di soddisfazione da quanto fa questo lavoro?
    AZ: Le due Olimpiadi durante il Covid, Tokyo 2020 e Pechino 2022, perché in 8 mesi abbiamo dovuto gestire due eventi mostruosi come questi. È stato molto sfidante per tutto il nostro team, oltretutto in un ambiente particolare. Essere stati capaci di farlo, con la qualità con cui lo abbiamo fatto, con alcune innovazioni, è stato un grande risultato per l’azienda. 

    GdO: Quando sviluppate una nuova tecnologia lo fate in collaborazione con gli atleti?
    AZ: Sì. Di solito andiamo dove si allenano o gareggiano, parliamo con gli allenatori e lo staff per capire come possiamo esserci utili a vicenda. Devono avere la massima fiducia nella nostra tecnologia, per questo li coinvolgiamo sempre nell’intero processo. Normalmente cominciano a provare i nostri sistemi un paio di anni prima dei Giochi, in modo che possano farci avere per tempo le loro impressioni e suggerirci eventuali miglioramenti.

    GdO: Quali sono le competenze che deve mettere nel suo lavoro come Ceo?
    AZ: Io ho una formazione economica e di marketing, non sono un ingegnere. Penso non ci siano differenze tra guidare Swiss Timing e guidare un’altra azienda. Devi sapere apprezzare le persone, capire come farle crescere come professionisti e umanamente, coinvolgere gli elementi migliori e farli lavorare al meglio come squadra. Il lavoro di squadra per me è il centro di tutto.

  • Guido Terreni e “l’orchestra” Parmigiani

    Guido Terreni e “l’orchestra” Parmigiani

    Parlare con Guido Terreni non è mai banale. Il Ceo di Parmigiani Fleurier è uno dei pochi manager dell’orologeria con un’idea di prodotto che è anche, soprattutto, un’idea di futuro. Il suo è un approccio al mercato e all’industria indirizzato da una visione lucida e netta, riflessa nella chiarezza degli orologi che l’azienda ha cominciato a realizzare dal momento del suo arrivo, un paio di anni fa.

    Una visione che non prescinde dai valori che Michel Parmigiani ha trasmesso a Terreni e che lui ha fatto propri con una rapidità e una facilità che non mi stupiscono, conoscendo la persona. Con lui, a Watches and Wonders, ho fatto una bella chiacchierata, piena di spunti preziosi che mi piace condividere con voi.

    Michel Parmigiani ama dire che non bisogna pensare che in orologeria sia già stato inventato tutto. E allora, che cosa manca da inventare?
    Tantissimo. Abbiamo progetti in cantiere fino al 2029 e quello di quest’anno è il Minute Rattrapante, una prima mondiale. La nostra filosofia è quella di pensare al futuro. Ciò che ho sempre fatto nella gestione dell’orologeria è utilizzare l’arte meccanica per creare qualcosa che sia proiettato in avanti. L’industria ha un po’ rallentato sotto questo aspetto, perché negli ultimi 20-30 anni abbiamo visto molti orologi che sono riedizioni di se stessi e questo per me non è interessante. Siamo forse l’unica categoria merceologica in cui nove prodotti su dieci non sono stati disegnati dalla nostra generazione. Certo, questo è anche un valore, perché poter dare a un prodotto un ciclo di vita praticamente infinito è affascinante, ma ogni pietra miliare del nostro settore al momento della sua uscita era di rottura, innovativa: non vedo perché non si possa continuare a fare questo.

    Gli orologi Parmigiani sono capolavori di sottrazione. Togliere il più possibile per arrivare all’essenziale. Come ci riuscite?
    È una mia fissazione. Io penso che il superfluo non serva a nulla. In un orologio come il Tonda PF – che è apparente semplicità, perché in realtà non è per nulla semplice – la bellezza di un disegno minimalista è stata la cosa più difficile da ottenere. Ma non è minimalismo brutale, come poteva essere un certo purismo del secolo scorso. La semplicità è una questione di misura e la misura è una questione di gusto. Esiste una componente emotiva e razionale nel design per la quale non c’è una ricetta ma solo sensibilità, la coerenza di ciò che stai facendo. Per essere interessante devi sapere quando fermarti nel momento in cui togli e sapere che cosa tenere.

    Come il GMT Rattrapante dello scorso anno?
    In quell’orologio abbiamo operato la rivisitazione di una funzione molto comune, senza seguire un libro già scritto ma partendo dal concetto di una funzione che quando non ti serve non c’è. Per ottenere questo risultato, in Parmigiani dovevamo non mettere delle cose che spesso in un GMT ci sono. Se vuoi avere l’esperienza di un orologio che quando non viaggi è un due lancette pulito ed elegante, non puoi avere funzioni superflue sul quadrante. Quindi le tolgo per puntare al bello e alla facilità d’uso. È una questione solo di equilibrio e gusto. 

    Tempo fa mi raccontasti di aver passato i primi mesi in Parmigiani a studiare. Che cosa hai imparato?
    In realtà ho iniziato a studiare il marchio tre mesi prima di entrare in azienda e ho imparato un sacco di cose. Ho potuto respirare i valori di Michel grazie al solo fatto di averlo presente tra noi, anche se con un ruolo non operativo. Questi valori sono due, molto forti, e sono il fondamento della marca. Uno è un patrimonio culturale enorme. Michel Parmigiani è un’enciclopedia vivente, non solo di nozioni ma anche di capacità di gestire l’arte meccanica in tutte le fasi della sua storia. Un quadrante del ‘700 da restaurare necessita di tecniche diverse da uno del ‘900 e lui le padroneggia tutte. Ha una conoscenza di una profondità incredibile.

    E il secondo?
    Il secondo è legato al primo, è la non ostentazione. Chi restaura lavora sul lavoro di qualcun altro, per cui la sua mano deve sparire; significa che hai competenze e capacità enormi, però il tuo ego non deve essere visibile. 

    Understatement come quello dei vostri orologi. E dei vostri clienti.
    Un cliente Parmigiani ama possedere un oggetto colto, raffinato, rifinito ai massimi livelli ma non ostentato. È un cliente discreto, perché il vero lusso non è mostrare il proprio potere d’acquisto ma avere la consapevolezza di ciò con cui ci si accompagna. Quindi è cultura del prodotto in generale, non solo dell’orologio. Un cliente educato al bello e alla capacità di goderne, non lo fa in piazza ma in privato. Questo è il nostro cliente, perché il vero lusso è dietro le quinte.

    Questa filosofia vi aiuta anche in mercati dove invece l’ostentazione è un valore?
    Fortuna vuole che questo tipo di persona è trasversale alle culture, anche in mercati nuovi come la Cina, dove ho avuto modo di incontrare collezionisti raffinatissimi, anche più formali di noi. Sono curiosi, cercano marchi meno conosciuti e lo fanno con competenza. Sono molto attratti dagli indipendenti e da chi ha uno stile che non è stravagante, ma che ha quella singolarità nella proposta che lo rende interessante.

    Dove finisce il Ceo e dove inizia il creativo in Guido Terreni?
    Per come intendo il ruolo del Ceo, io sono un direttore d’orchestra che però scrive anche la musica ogni tanto. Non posso però essere anche l’interprete, ho bisogno di persone che suonino a tempo, che interpretino le emozioni che cerchiamo di sviluppare. Tutto questo ha necessitato un periodo di focalizzazione su ciò che, come Parmigiani, avremmo voluto fare e avremmo voluto essere. Il credo di questa nuova direzione è stato difficile all’inizio, ma ora siamo allineati. Ormai penso che sia chiaro a tutti qual è il nostro messaggio in orologeria. 

    Che cosa ti manca da imparare ancora in Parmigiani?
    Moltissime cose, perché è una storia appena iniziata, è il rinascimento di un marchio che deve durare nel tempo. Siamo stati tutti sorpresi, io per primo, dalla rapidità dell’apprezzamento verso di noi. Per il GMT Rattrappante dello scorso anno abbiamo sette volte la domanda rispetto a quello che abbiamo messo in produzione. La dimensione di questa domanda rispetto a ciò che immaginavamo un anno fa è frutto della creatività, del desiderio che c’è attorno alla marca. Il rovescio della medaglia è che si è creato questo desiderio e si è un po’ frustrati perché i clienti devono attendere il loro orologio per alcuni mesi.

    Un problema comune a tanti marchi, purtroppo…
    È un aspetto non facile da gestire, dobbiamo imparare a essere più vicini ai nostri clienti finali in attesa, far loro capire che cosa comporta, in termini di filiera e di investimenti industriali, dover accelerare la produzione. Mettere tutto in sincronia nella supply chain o nella produzione è molto complesso, è un lavoro di organizzazione produttiva che stiamo cercando di gestire nella maniera meno problematica possibile. Dobbiamo migliorare anche la capacità di dire esattamente a un cliente in attesa quando arriverà il suo orologio.

    Non è che poi a forza di aspettare, certi clienti mollano il colpo?
    Un’altra cosa che dobbiamo fare è proprio continuare a mantenere la desiderabilità nel lungo periodo. Non ci interessa avere triplicato il business in tre anni: è bello, ma è un punto di partenza, non di arrivo. E poi un cliente come il nostro va continuamente stimolato e interessato. L’asticella si alza ogni anno di più, creando prodotti che non si devono cannibalizzare. Ciò che ho fatto in passato deve rimanere interessante, in modo da dare un’offerta il cui contenuto orologiero continui a essere al cuore di quello che realizza Parmigiani, in una maniera molto fresca.

    Un esempio di questa freschezza, Guido Terreni lo aveva raccontato qualche tempo fa direttamente ad Augusto Veroni, parlando del Tonda PF Automatic da 36 mm. Un orologio reinventato da Parmigiani in una dimensione di cassa che ne ha reso le proporzioni ancora più equilibrate, con un dettaglio prezioso. Sono i diamanti taglio baguette che costituiscono gli indici, nelle versioni Warm Grey e Deep Ruby, quest’ultima premiata al GPHG 2022 nella categoria Ladie’s Watch.

    Una scelta e una lavorazione non banali, che Terreni spiegava così a Veroni: «La forma rettangolare riproduce lo stile degli indici della collezione e in base a questa disegniamo la baguette. Usare un diamante taglio baguette costa due volte e mezzo un diamante rotondo, ma non è il prezzo che conta. La baguette è giusta per quello stile, per quell’orologio. L’abbiamo chiamata “baguette misteriosa” perché abbiamo usato la tecnica del sertissage invisibile, con il quadrante che funge da binario. Dentro di esso viene fatta scorrere la baguette, tagliata apposta solo nella sua parte non visibile. Nessuno l’aveva fatto prima per gli indici, infatti c’è un brevetto che stiamo depositando. In questo tipo di affichage non è più la griffe che tiene la pietra ma è come se la pietra disegnasse l’indice, rispettando lo stile dell’orologio».

    Se non è coerenza questa…

  • Uno slogan per ripartire: Make Zenith Great Again

    Uno slogan per ripartire: Make Zenith Great Again

    Un tempo era Harrods, oggi è Waterfront – Costa Smeralda. Poco importa perché location e sostanza non cambiano. Per la stagione estiva la banchina del Porto Vecchio di Porto Cervo, in Sardegna, cambia destinazione d’uso e si trasforma in un esclusivo mall a cielo aperto. Tra i pop-up store aperti fino all’8 settembre, da quest’anno, anche quello di Zenith (che ha colto l’occasione per il lancio di un Defy El Primero 21 Porto Cervo realizzato in soli 25 esemplari). Aria nuova per il marchio della stella, che dall’arrivo di Julien Tornare in veste di Ceo sta velocemente cambiando pelle. Perché e percome lo abbiamo chiesto a lui.

    Distribuzione e prodotto, in che direzione volete andare?
    In quanto alla distribuzione quando sono arrivato (dal 1° maggio 2017 n.d.r.) avevamo 841 punti vendita. Siamo scesi a 714 ma vorrei arrivare a circa 500/600. Stesso discorso per il prodotto. Parlando di numero di referenze, ai tempi di Thierry Nataf se ne contavano più di 800. Quando sono salito in carica ne erano rimaste circa 170. Ora siamo a 118, ma voglio scendere ancora perché il mio obiettivo è 100. A livello di collezioni c’era inoltre un po’ di caos per via di nomi che cambiavano, e la gente era confusa. Ora è tutto molto più semplice. Abbiamo quattro linee: Elite e Chronomaster che sono già ben affermate e che per me rappresentano il lato classico di Zenith. Sopra di queste, il Defy, una famiglia che incarna creatività, innovazione, spirito contemporaneo e che vedrà anche modelli di alta orologeria. E il Pilot, che considero anch’esso moderno nonostante il suo look vintage.

    L’impressione è che si debba ricostruire un po’ anche il percepito della marca… Fino a un paio di anni fa Zenith era considerato un brand dal grande potenziale ma un po’ malato, e in cerca di una buona cura…
    Proprio così. Diciamo che ora ci stiamo rimettendo. Siamo usciti dall’ospedale ma siamo ancora in convalescenza. Zenith è un grande brand con una storia importante alle spalle ma non posso che darle ragione, ha avuto qualche problema di salute. Qualcuno ha preferito definirlo una sorta di Bella Addormentata. Il mio compito è di prendere questo brand, la sua storia, il suo Dna, e di capitalizzare tutto questo. Portandolo nel XXI secolo senza però dimenticare il suo passato. Ciò che intendo fare è rimuovere la polvere, per renderlo cool e contemporaneo agli occhi dei clienti di oggi.

    L’anno scorso avete stupito con il Defy Lab. D’accordo il discorso sull’innovazione, ma non pensa che così ci si allontani un po’ troppo dalle origini della marca?
    No, e la ragione è semplice, siamo sempre all’interno del nostro Dna. Per me la storia di Zenith si può riassumere in due concetti: cronometria e precisione. Con il suo innovativo oscillatore siamo andati sostanzialmente a incrementare la precisione dell’orologio. Una direzione perfettamente in linea con il nostro spirito. Quando mi sono insediato, Mr. Biver mi ha chiesto se volessi utilizzare solo movimenti di manifattura. I nostri punti forti sono cronometria e precisione. Ecco perché questo nuovo sistema è coerente, magari fuori dagli schemi ma perfettamente in linea con la nostra filosofia. 

    Rumors dicono che state lavorando anche su un cronografo dotato del medesimo principio… qualche novità a riguardo?
    Ci stiamo lavorando, effettivamente, anche se con tutta probabilità non lo vedremo quest’anno. Parlando di Defy Lab il mio obiettivo è quello di far sì che non venga percepito alla stregua di un orologio “concept”, di quelli che vengono realizzati solamente in un numero limitatissimo di esemplari. Perché paradossalmente fare una decina di pezzi è una cosa fattibile ma produrne centinaia è tutto un altro paio di maniche. Per questo motivo, parlando di Defy Lab, il mio primo vero obiettivo è quello di riuscire a lanciarlo entro la fine dell’anno in una serie di 200/250 esemplari. E solo dopo porteremo a compimento il cronografo.

    Quindi la vera sfida sarà produrlo su larga scala?
    Esattamente, e non è un caso che il modello si chiami Defy Lab. Perché chi lo compra, per me, si porta a casa un “pezzo” della nostra ricerca, quasi fosse un prototipo.

    Pensa che questo nuovo sistema possa costituire il futuro dell’orologeria o, in maniera più realistica, una sorta di “nuova via” destinata a correre in parallelo con quella più tradizionale?
    Penso che ci sarà spazio per entrambe. Credo realmente che sia un sistema molto interessante in quanto in grado di avvicinarsi in maniera incredibile alle performance fornite dal quarzo, ma non penso che ucciderà l’industria orologiera che conosciamo oggi. Proprio come Mr. Biver penso che molti altri brand possano essere interessati ad acquistare da noi questo sistema, perché non è solo preciso ma anche superiore in termini di manutenzione in quanto, non essendoci frizioni, non necessita di olio.

    Intende brand del gruppo LVMH oppure…
    Prima di tutto, naturalmente. Ma anche altri, siamo aperti a tutti. È un sistema che spingerà tutti a pensare oltre, e quindi sarà interessante anche per questo. Indipendentemente che intendano acquistarlo direttamente o meno