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Tag: cronometraggio sportivo

  • Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Il compianto e storico direttore de La Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, scrisse una volta che “l’Olimpiade è una parentesi tra le contraddizioni dello sport”. Tra poco meno di un mese cominceranno i Giochi di Parigi 2024, un momento di sfida non solo per gli atleti, ma anche per chi deve misurarne le prestazioni. Parliamo di Omega, o meglio, di Swiss Timing, la società di Swatch Group che ha sede nella località svizzera di Corgémont e tiene il tempo dei Cinque Cerchi.

    Fondata nel 1972, affonda le radici a più di un secolo fa, alle prime attività di cronometraggio sportivo dei “marchi gemelli” Omega e Longines, i cui team timing si fusero in Swiss Timing nel 1988. L’ho visitata poco tempo fa e ho avuto occasione di parlare con Alain Zobrist, che è Ceo della società ed Head of Olympic Timing per Omega. Il quale mi ha raccontato complessità, emozioni e curiosità dietro all’importante compito di cronometrista olimpico, con vista su Parigi 2024.

    Il Giornale degli Orologi: Quando cominciò il rapporto tra Omega e i Giochi olimpici?
    Alain Zobrist: La storia è cominciata circa 90 anni fa, nel 1932: quando Omega è stata selezionata come cronometrista ufficiale dei Giochi olimpici di Los Angeles. Inviò un solo orologiaio dalla Svizzera, con 30 cronografi. Fu selezionata perché i suoi 30 cronografi erano certificati con la precisione al decimo di secondo, la più grande innovazione dell’epoca.

    GdO: Com’era il cronometraggio prima del 1932?
    AZ: Ciascun giudice aveva il proprio cronografo, non c’era uniformità. E le differenze nella qualità della rilevazione erano troppe.

    GdO: Che squadra porterete a Parigi 2024?
    AZ: Avremo 550 cronometristi e 350 tonnellate di attrezzatura. Abbiamo cominciato a prepararci tre anni fa con una squadra fissa a Parigi. La collaborazione è a tutti i livelli, anche con gli architetti che hanno progettato le strutture, in modo da avere lo spazio per le nostre attrezzature, le connessioni eccetera. Circa 10 giorni prima della cerimonia di apertura prepareremo tutto, ce ne vorranno un paio per allestire e per gli ultimi test: l’obiettivo è essere pronti due giorni prima della cerimonia.

    GdO: Quando comincia la preparazione di un’olimpiade?
    AZ: Circa 3 anni prima dell’evento. Il team per Los Angeles 2028 andrà in California tra circa un anno, ma abbiamo già un gruppo di lavoro per Milano-Cortina 2026.

    GdO: C’è un limite alla misurazione della precisione?
    AZ: Penso che l’innovazione non abbia limiti nel nostro campo. I limiti sono altrove. Posso arrivare a cronometrare al milionesimo di secondo, ma il punto sta nell’adattare il cronometraggio alle esigenze di ciascuno sport: è lo sport che impone il limite. Per esempio, nel nuoto avrebbe senso misurare al millesimo di secondo? A mio avviso no, perché in questo sport già un centesimo di secondo equivale al tocco di un’unghia. La precisione nella misurazione del tempo teoricamente non ha limiti, ma oggi quello che interessa di più è forse monitorare ciò che accade durante la prestazione, più che il risultato finale, ed è possibile grazie all‘intelligenza artificiale.

    GdO: Quali discipline, secondo lei, hanno avuto i maggiori benefici dal vostro lavoro?
    AZ: Non ne sceglierei una in particolare. Cerchiamo di sviluppare la nostra tecnologia in modo olistico, non solo per alcune discipline: diciamo che tutti ne hanno beneficiato in misura diversa. Anche alcuni al di fuori delle Olimpiadi, come nei motori: non tutti sanno che in GT2 abbiamo introdotto un sistema per la gestione del track limit attraverso l’intelligenza artificiale, prima che esso fosse adottato in Formula 1.

    GdO: Per l’intelligenza artificiale, Parigi 2024 sarà un bel banco di prova. Come contribuisce al vostro lavoro?
    AZ: In due modi. Da una parte misurando i dati, dall’altra analizzandoli. Sono due protocolli distinti che lavorano in sinergia. Abbiamo iniziato nel 2017 a usare i primi modelli di intelligenza artificiale, applicandoli per la prima volta ai Giochi invernali del 2018. Serve tempo per sviluppare e provare questo tipo di soluzioni e non dimentichiamo che abbiamo perso due anni a causa del Covid.

    GdO: A Parigi 2024 sarà più difficile cronometrare o elaborare i dati?
    AZ: Cronometrare. Per avere i dati corretti devi avere un cronometraggio perfetto. Ho detto tutto. 

    GdO: Quanto è importante per voi avere alle spalle un grande gruppo come Swatch?
    AZ: Fondamentale. Lavoriamo per coprire oltre 500 eventi sportivi all’anno, abbiamo soluzioni adatte a oltre un centinaio di sport. Del resto è una vocazione del gruppo, che ha molti altri marchi impegnati nel cronometraggio sportivo di diverse discipline. Il contratto del Comitato Olimpico è con Swatch Group: questo è un investimento che il gruppo fa con l’intero movimento olimpico.

    GdO: C’è un episodio che è stato per lei la maggior fonte di soddisfazione da quanto fa questo lavoro?
    AZ: Le due Olimpiadi durante il Covid, Tokyo 2020 e Pechino 2022, perché in 8 mesi abbiamo dovuto gestire due eventi mostruosi come questi. È stato molto sfidante per tutto il nostro team, oltretutto in un ambiente particolare. Essere stati capaci di farlo, con la qualità con cui lo abbiamo fatto, con alcune innovazioni, è stato un grande risultato per l’azienda. 

    GdO: Quando sviluppate una nuova tecnologia lo fate in collaborazione con gli atleti?
    AZ: Sì. Di solito andiamo dove si allenano o gareggiano, parliamo con gli allenatori e lo staff per capire come possiamo esserci utili a vicenda. Devono avere la massima fiducia nella nostra tecnologia, per questo li coinvolgiamo sempre nell’intero processo. Normalmente cominciano a provare i nostri sistemi un paio di anni prima dei Giochi, in modo che possano farci avere per tempo le loro impressioni e suggerirci eventuali miglioramenti.

    GdO: Quali sono le competenze che deve mettere nel suo lavoro come Ceo?
    AZ: Io ho una formazione economica e di marketing, non sono un ingegnere. Penso non ci siano differenze tra guidare Swiss Timing e guidare un’altra azienda. Devi sapere apprezzare le persone, capire come farle crescere come professionisti e umanamente, coinvolgere gli elementi migliori e farli lavorare al meglio come squadra. Il lavoro di squadra per me è il centro di tutto.

  • Omega alle Olimpiadi: la rivoluzione del cronometraggio

    Omega alle Olimpiadi: la rivoluzione del cronometraggio

    E alla fine Omega alle Olimpiadi rivoluziona il cronometraggio sportivo. Abbiamo visto, nell’articolo precedente (qui) che Omega entra da protagonista nel cronometraggio grazie alla capacità di rispondere alle richieste tecniche delle associazioni di cronometristi. I quali, però, sono ben lontani dal comprendere fino a che punto il loro lavoro deve essere standardizzato. Il capriccio e le furbizie dei regolamenti sembrano dominare le Olimpiadi in un periodo in cui le prestazioni degli atleti sono sempre più simili e il rischio di confondersi si moltiplica. È proprio Omega la prima a capire che per uscire da questa situazione bisogna fare un salto tecnologico, automatizzando il cronometraggio delle Olimpiadi per azzerare o quasi gli errori umani. Errori che devastarono, letteralmente, i Giochi olimpici di Los Angeles del 1932.

    Gli inaccettabili limiti umani e l’imparzialità della tecnologia

    In ben cinque gare il primo e il secondo classificato avevano fatto registrare lo stesso tempo. Ma il caso clamoroso scoppiò quando Thomas Edward “Eddie” Tolan (Usa, 1908/1967) vinse i 100 metri piani su Ralph Metcalfe (Usa, 1910/1978), benché tutti avessero visto con chiarezza quest’ultimo tagliare per primo il filo di lana. I cronometristi (ce n’erano ben tre, all’arrivo, per ogni concorrente: il tentativo era di fare una media degli errori umani, diminuendone le conseguenze) avevano fermato il tempo di Metcalfe su 10,3 secondi, mentre dei tre di Tolan due si erano fermati a 10,3 e uno a 10,4. Alla fine il Presidente della giuria Gustavus T. Kirby – inventore tra l’altro del “Chronocinema” (una cinepresa che filmava la parte finale delle gare, sperimentalmente usata per rilevare i tempi al centesimo di secondo) – assegnò la vittoria a Tolan.

    Kirby motivò così la decisione: «I sette giudici e il sottoscritto hanno visionato il filmato del finale di gara diverse volte. Possiamo affermare che Tolan ha vinto e precisamente per 5 centesimi di secondo. Entrambi i concorrenti hanno raggiunto il nastro del traguardo nello stesso preciso momento, ma le regole puntualizzano che la gara è vinta solo quando il busto dell’atleta ha attraversato completamente la linea del traguardo indicata sul terreno. E Tolan l’ha attraversata prima di Metcalfe». L’anno seguente la regola fu modificata e da allora il vincitore è chi attraversa per primo la linea con qualsiasi parte del corpo. La cinepresa di Kirby fece una brutta fine e si riparlò di qualcosa di simile solo con l’introduzione del fotofinish.

    La brutta esperienza di Omega alle Olimpiadi di Los Angeles, in cui la Casa aveva introdotto i primi contasecondi sdoppianti – una importante innovazione tecnologica in grado di rilevare i tempi intermedi -, convinse i dirigenti che l’evoluzione del cronometraggio doveva necessariamente passare per un concetto fondamentale. Diminuire il peso dei cronometristi nel determinare le classifiche. Omega decise di volersi mettere al servizio degli atleti prima ancora che degli organizzatori, cercando di sviluppare sistemi automatizzati in grado di fornire risultati univoci e potenzialmente identici per ogni partecipante. Una vera e propria rivoluzione che ancor oggi è alla base del cronometraggio sportivo. Ma ci volle molto tempo.

    La tecnologia uccise le star del cronometraggio

    Il primo passo furono le cellule fotoelettriche. La prima fotocellula mobile e indipendente, in grado di resistere ad ampie variazioni di temperatura, fu costruita nel 1945 e utilizzata da Omega alle Olimpiadi di Londra del 1948. Come spiegava Omega: «Questo nuovo dispositivo sostituisce le limitate capacità visive dell’occhio nudo con una fotocellula estremamente sensibile, mentre i riflessi umani sono sostituiti da una corrente elettrica velocissima. Il principio si basa sull’utilizzo di un raggio di luce proiettato lungo la linea del traguardo. Nel momento in cui un corridore interrompe il raggio attraversandolo, i contasecondi si attivano. Poiché tutte le funzioni sono elettroniche, il livello di precisione è tale che i tempi potrebbero essere forniti al millesimo di secondo».

    E ancora: «Questo dispositivo supera di gran lunga tutti i precedenti. Grazie alla fotocellula, è possibile fare a meno di tutta l’attrezzatura speciale come il nastro del traguardo e il tubo idropneumatico». Era ufficialmente nato il moderno cronometraggio sportivo.

    Alle Olimpiadi di Helsinki, nel 1952, è il momento del quarzo, già da molto tempo usato negli orologi e ritenuto ormai affidabile. Almeno dai tecnici. I cronometristi erano più che perplessi, forse perché iniziavano a vedere la fine del proprio potere assoluto. L’Omega Time Recorder pesava 17 chili, funzionava ad una frequenza di 10 kHz, e non doveva dipendere da inaffidabili sistemi di alimentazione elettrica, sostituiti da una batteria. Era preciso ai 5 centesimi di secondo nell’arco delle 24 ore. Il cronometro era dotato di una stampante ad alta velocità in grado di stampare i tempi al centesimo di secondo, ma nulla di tutto ciò compare sui fotofinish ufficiali pubblicati all’epoca: dovevano essere tenuti segreti.

    L’Omega Time Recorder fu estremamente utile. Nella finale dei 100 metri, ad esempio, Lindy Remigino (Usa, 1931/2018) ed Herbert McKenley (Giamaica, 1922/2007) ottennero lo stesso tempo rilevato elettronicamente: 10,79 secondi; ma nell’elenco ufficiale dei risultati ai primi quattro corridori il tempo assegnato fu di 10,4 secondi. L’Omega Time Recorder non era ancora ufficialmente accettato.

    E vogliamo parlare del nuoto?

    Olimpiadi di Roma, 1960. Si utilizzò il rilevatore semi-automatico Swim-Eight-O-Matic, ma furono ancora i cronometristi, i giudici d’arrivo e gli arbitri a stabilire l’ordine d’arrivo dei concorrenti. La finale dei 100 metri stile libero fece gridare allo scandalo. È il brasiliano Manuel dos Santos il primo a girare dopo i primi 50 metri, ma è superato prima dall’australiano John Devitt e poi dall’americano Lance Larson che alla fine sembrò prevalere. L’americano uscì dalla piscina ed esultò, posando per i fotografi accanto a Devitt, ma in quel momento arrivò il giudice capo H. Runströmer. Guardò negli occhi Devitt e gli disse: «È lei il vincitore». Una decisione che lasciò tutti a bocca aperta. Urla e proteste. Il giudice capo svedese fu irremovibile e, regolamento alla mano, affermò: «Sono io che decido. E basta».

    Il retroscena: per ogni concorrente c’erano tre cronometristi. Per Larson avevano registrato 55.0, 55.1 e 55.1 secondi, mentre i tempi di Devitt erano tutti uguali: 55.2. Per i cronometristi era tutto chiaro. A bordo vasca c’erano però anche tre giudici che stabilivano chi fosse il vincitore, e tre che stabilivano chi fosse il secondo. Tra i giudici per il primo posto, due sostenevano che il vincitore fosse Devitt e solo uno era a favore di Larson. Tra i giudici per il secondo posto, due davano secondo Devitt e uno Larson. I sei giudici erano quindi tre contro tre. Fecero appello al capo giudice, che decretò Devitt vincitore stabilendo che i tempi dovessero essere ignorati. Si arrotondò allora il tempo di Larson a 55.2 secondi.

    La storia, fra proteste e ricorsi ufficiali, si trascinò per oltre un anno: le immagini al rallenty della Cbs dimostrano che Larson arrivò primo e le apparecchiature elettroniche – non ufficiali – lo confermarono, evidenziando un vantaggio di 0,06 secondi di Larson su Devitt. Ma i giudici non accettarono nessuna di queste prove. Nel 1961 Max Ritter, tesoriere del Comitato olimpico statunitense e membro del Comitato esecutivo della Fina, scrisse ai tecnici del cronometraggio Omega: «Un sistema con piastre di contatto automatiche, interamente automatizzato, sarebbe la soluzione migliore, ma temo ci siano ancora troppi ostacoli tecnici da superare».

    Omega alle Olimpiadi di Città del Messico

    Olimpiadi di Città del Messico, 1968: il cronometraggio manuale è sostituito da quello elettronico, sempre più automatizzato. Gli atleti non sono più schiavi delle decisioni di sia pur pochi giudici fuori di testa o dell’errore umano. A proposito di questo errore, per compensare l’allungamento dei tempi rilevati (a causa della più rapida reazione delle macchine rispetto ai cronometristi), gli atleti ebbero sistematicamente un abbuono di 0,05 secondi. Questa frazione di secondo corrispondeva al tempo necessario ai cronometristi per spingere il bottone di attivazione del contasecondi dopo aver visto il fumo prodotto dalla pistola dello starter. In realtà studi biometrici successivi dimostrarono che il ritardo medio poteva allungare i tempi di 0,24 secondi: un’eternità, nelle gare veloci. Un vero e proprio inghippo, l’ultimo, per non creare casino con i record registrati con il cronometraggio manuale. E l’ultimo errore.

    Le due novità di Omega più apprezzate dagli atleti furono il Photosprint e le piastre automatiche di contatto per le gare di nuoto. Il Photosprint Omega, messo a punto nel 1963, filmava i partecipanti, in tutte le competizioni di atletica, al passaggio della linea d’arrivo. La possibilità di sviluppare e stampare foto in soli 30 secondi, per la verifica dei casi dubbi, si rivelò determinante per la decisione, da parte degli organizzatori, di passare definitivamente al cronometraggio elettronico. I cronometristi tradizionali furono relegati al ruolo di riserve, nel caso di guasti tecnici. Non furono mai più necessari.

    Per il nuoto furono ufficialmente utilizzate per la prima volta piastre di contatto alte 90 centimetri, larghe 240 e immerse per due terzi nell’acqua. Le piastre reagivano al minimo tocco degli atleti, ma restavano insensibili all’onda anteriore prodotta dal moto del nuotatore. Il tempo non era più rilevato da una batteria di cronometristi: era lo stesso atleta, toccando la superficie della piastra, a fermare il contasecondi. Va anche notato come pistola dello starter, altoparlanti e segnale di inizio fossero finalmente sincronizzati per mettere ciascun atleta nelle stesse condizioni.

    Lo Swim-O-Matic, successore dello Swim-Eight-O-Matic, permetteva di misurare il millesimo di secondo, relegando nel dimenticatoio le dispute tra giudici e cronometristi. Tuttavia, nonostante l’efficacia degli strumenti elettronici di cronometraggio, i record di nuoto e atletica erano ancora prudentemente registrati al decimo di secondo. Stupidità e pregiudizi sono duri a morire, ma come vedremo la tecnologia di Omega alle Olimpiadi finirà per prevalere definitivamente. (Continua)

  • Il cronometraggio. Le Olimpiadi di Omega: storia, curiosità e laser

    Il cronometraggio. Le Olimpiadi di Omega: storia, curiosità e laser

    Alla fine le Olimpiadi di Tokyo 2020 si faranno nel 2021. Senza pubblico, senza qualche atleta che teme i contagi, ma si faranno. Il segnale lo ha dato alla fine della primavera proprio Omega, storico partner e sponsor dei Giochi olimpici. Come? Spedendo dalla Svizzera circa 400 tonnellate di attrezzature, 85 tabelloni per fornire al pubblico i risultati (più 350 specifici per i diversi sport), 200 chilometri di cavi, 530 tecnici del cronometraggio che gestiranno, fra l’altro, 900 volontari. Più diavolerie tecnologiche come sciabolate di raggi laser invisibili e intelligenze artificiali ben controllate dai tecnici di Omega.

    Roba tosta, insomma. Ma ne parliamo un altro giorno. Perché il cronometraggio sportivo è forse la punta di diamante dell’orologeria, un sistema di misurazione straordinariamente complesso al servizio di… No, anche di questo parleremo più avanti, in una delle tre puntate in cui divideremo questo percorso.
    Abbiate pazienza. Voglio cominciare con un po’ di storia che sarà utile per comprendere meglio i veri significati del cronometraggio sportivo. E per condire il tutto con gocce di gossip storico da spargere sull’altrettanto storica tradizione dell’arbitro/giudice cattivo e cornuto. Che non nasce mica ieri. Ha radici più profonde…

    Il giudice/arbitro è un cornuto

    Dissolvenza e apertura su una scena idilliaca, con musica baldanzosa. Il sorriso del trionfo, l’esultanza della vittoria tanto attesa, la telecamera inchiodata sul primo piano di chi ha prevalso su tutti. In sovraimpressione il tempo del vincitore. Dietro tanta gioia e poche, apparentemente scarne cifre, una storia iniziata nel 1821, quando il primo cronografo misurò la durata delle corse dei cavalli allo Champ de Mars di Parigi.

    Il cronografo, ossia l’orologio in grado di misurare con la miglior precisione un intervallo di tempo, nasce da esigenze molteplici, assai diverse fra loro: la necessità di misurare la durata di un esperimento scientifico, ad esempio, ma anche quella di valutare i tempi delle prime produzioni industriali; e soprattutto la durata delle gare sportive, che avevano un ruolo sempre più rilevante nell’immaginario collettivo. Il campione sportivo deve essere certificato nella sua lotta contro il tempo, nel suo tentativo di battere sé stesso e gli avversari.

    I primi cronografi (il suffisso graphein nasce dal fatto che i tempi venivano effettivamente scritti su un foglio o un quadrante di carta intercambiabile) non erano eccezionalmente precisi né le circostanze lo richiedevano. A determinare il vincitore era il giudice di gara che, coadiuvato da un certo numero di assistenti, si basava semplicemente su quel che vedeva. E proprio l’imprecisione dell’occhio umano sarà all’origine di un decisivo passo avanti per la precisione del cronometraggio. Ma all’inizio il punto era non farsi imbrogliare sulle scommesse alle corse dei cavalli. Un giudice (cattivo e cornuto come un diavolo, più che per l’intervento di una moglie di discutibile onestà) decideva tutto e non era poi così difficile corromperlo per aggiustare a proprio vantaggio una corsa. Ma com’era la faccenda, era affrontata un po’ alla lontana.

    Verso la fine dell’Ottocento l’opinione pubblica mondiale si appassionava ad una polemica sempre più vivace: i pittori non sapevano ritrarre la realtà, ingannati dai propri occhi. Ad esempio, non erano in grado di riprodurre come si conviene l’andatura dei cavalli, secondo molti “esperti”. Grandi pittori come il parigino Édouard Manet (1832/1883) produssero una notevole quantità di quadri “alle corse dei cavalli” perché si vendevano molto, molto bene. Ciascun pittore aveva il proprio punto di vista e Manet era particolarmente astuto nel ritrarre una sorta d’istantanea di una corsa in pieno svolgimento. Non va dimenticato che le corse dei cavalli, all’epoca, erano lo sport più apprezzato, e non solo dall’aristocrazia. C’erano tifosi tosti come quelli del calcio oggi e non erano rare le risse proprio sulle discrepanze d’opinioni relativamente alle decisioni dei giudici cattivi, cornuti e venduti.

    Ma i cavalli volano o non volano?

    Così nel 1872 l’uomo d’affari (nonché governatore della California) Leland Stanford pensa bene di chiedere al fotografo inglese Eadweard Muybridge di confermare la propria ipotesi: un cavallo, durante il galoppo, solleva contemporaneamente le quattro zampe almeno per un istante. Vola. Muybridge accetta l’incarico, sia pur distratto da un episodio tragico: nel 1874 scopre (a proposito di corna) che la moglie ha un amante. E lo uccide. Al processo (in quel periodo Muybridge viveva nella zona di San Francisco) viene assolto per “omicidio giustificato” (l’equivalente del nostro “delitto d’onore: tutto il mondo è paese…) e riprende quindi le ricerche sul movimento dei cavalli.

    Nel 1878, Muybridge decide di piazzare 24 macchine fotografiche lungo un’ideale linea parallela al percorso che un cavallo dovrà compiere. Ogni fotocamera è azionata da un filo di lana che viene spezzato dal cavallo nel suo moto. La sequenza di fotografie così ottenute dimostra che effettivamente per un istante il cavallo rimane sospeso sul terreno; ma non quando le zampe sono in completa estensione, come alcuni ritenevano, bensì nel momento in cui le zampe si raccolgono contro il corpo.

    La cosa cambiò il destino delle arti figurative, ma anche del cronometraggio. Perché qualcuno ebbe la buona idea di applicare il “metodo Muybridge” (una macchina fotografica sulla linea d’arrivo, azionata dalla rottura del filo da parte del primo classificato) anche sui campi sportivi, sin dai campionati americani d’atletica del 1891. Nasce così il moderno cronometraggio, per certi versi basato ancor oggi sul medesimo principio. L’invenzione più conosciuta, nel cronometraggio olimpico, è o non è il fotofinish, introdotto da Omega alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1932?

    Cronometraggio, sì. Ma come e perché?

    A questo punto appare evidente che la determinazione del vincitore si deve basare su due elementi distinti: da un lato la durata dell’impresa sportiva; dall’altro l’individuazione precisa di chi ha tagliato il traguardo per primo. Il concetto è semplice, ma metterlo in pratica è ben altra cosa…

    Per quanto riguarda la durata fino a (relativamente) poco tempo fa si credeva che tutto dipendesse da un buon cronografo; o, meglio ancora, da quei contasecondi professionali che erano lo strumento indispensabile di ogni professionista del cronometraggio. Lo starter dà il via, o spara un colpo (si dice che l’abitudine del colpo di pistola sia nata per un concorrente un po’ debole d’udito che non aveva sentito il via, complice il tifo degli spettatori). Il cronometrista aziona il contasecondi e lo arresta alla fine della gara. Tutto qui.

    Sbagliato. Fra il colpo dello starter e il momento in cui il cronometrista preme il pulsante c’è un intervallo rilevante: almeno un quarto di secondo per un professionista allenato. Ma non tutti i cronometristi hanno lo stesso ritardo e nemmeno il singolo cronometrista è implacabilmente regolare. E poi c’è la percezione, spesso a distanza, di chi vede tagliare il traguardo, ma reagisce con un ulteriore ritardo, che si somma al primo e che non è mai, mai costante. Per ovviare a questo problema si provvede a moltiplicare cronometristi, giudici e cronografi, che Omega trasforma in vere e proprie batterie di strumenti gestiti in maniera “automatica”.

    L’ultima parola però spetta al giudice. Ma il giudice, anche se buono e non cornuto, può comunque sbagliare. E quando un atleta si è preparato quattro anni per l’Olimpiade, quando ha sudato, sofferto e si è allenato per quel momento e si vede vanificare tutto per l’errore, sia pure in buona fede, di un giudice o di un cronometrista, sapendo che la prossima occasione non sarà domani, ma fra altri quattro anni… Beh, per usare un eufemismo, si arrabbia, si arrabbia molto.

    E a ben vedere anche la foto al passaggio del traguardo (quella del filo di lana collegato alla macchina fotografica) non è che sia infallibile. Poniamo che il primo classificato sia nascosto fra altri due concorrenti più lenti di lui, ma magari apparentemente in anticipo per un errore di prospettiva. Anche lui si arrabbia, si arrabbia molto. Si incazza davvero. E allora? E allora c’è Omega che trova la soluzione. Ne riparliamo presto. (Continua…)