Giornale Degli Orologi
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Tag: orologi da tasca

  • Il Museo dell’Orologeria di Sedrina. “Il tempo e i suoi orologi”

    Il Museo dell’Orologeria di Sedrina. “Il tempo e i suoi orologi”

    A circa 15 chilometri da Bergamo, in direzione nord, lungo la strada che porta in Valle Brembana, si trova Sedrina. Da poco più di un anno è stato inaugurato un piccolo, ma assai ricco museo privato, dedicato all’arte dell’orologeria. In una casa antica in via IV Novembre 6, al piano terra, è possibile ammirare oltre cento esemplari, realizzati tra il XV secolo e la metà del ‘900. Parliamo del Museo dell’Orologeria di Sedrina, costituito dagli orologi della collezione Sonzogni, che Ivano Sonzogni, orologiaio e attuale curatore con il figlio Antonio dell’esposizione, mi ha illustrato con passione e competenza. L’esatta denominazione del Museo è Il Tempo e i suoi orologi. A dimostrazione dell’interesse suscitato dalla raccolta, i visitatori sono già migliaia, provenienti anche da altre regioni e dall’estero.

    Una passione con radici antiche

    Lancette e ingranaggi sono nel Dna della famiglia: già il nonno di Ivano, Battista, e i suoi fratelli erano orologiai e restauratori di orologi da torre. La famiglia è originaria di Maroncella, una frazione di Brembilla (nella valle omonima, sempre in provincia di Bergamo), che gravitava però su Sedrina. Un mestiere che dal nonno è passato al figlio Antonio e da questi ai due nipoti, i fratelli Ivano e Mauro. Questa terza generazione gestisce da molti anni una bottega di orologeria e restauro nel non lontano centro di Villa d’Almè.

    Fu nonno Antonio il primo in famiglia a pensare di raccogliere gli antichi movimenti degli orologi da campanile, spesso rottamati per essere sostituiti da sistemi elettromeccanici prima, e in seguito elettronici. Una quarta generazione, rappresentata da Antonio, figlio di Ivano, prosegue la tradizione orologiera di famiglia.

    Il Museo dell’Orologeria di Sedrina: un’esperienza incredibile

    Quando si entra nella prima sala, si è accolti dal ticchettio di decine di orologi da torre, tutti funzionanti: una visione quasi surreale. L’impatto è notevole. Se ultimamente è di gran moda offrire nei musei esperienze “immersive”, con effetti visivi e sonori artificiali, qui la cosa è diversa. Nessuna simulazione: i suoni, i movimenti dei pendoli, i rintocchi delle campane sono reali, e l’effetto, naturalmente, ben altra cosa.

    Partendo dagli esemplari in ferro forgiato, più antichi, è possibile seguire tutte le tappe dell’evoluzione della meccanica dell’orologeria monumentale. Caratteristica notevole della raccolta è la presenza di un buon numero di esemplari bergamaschi. Alcuni sono singolari per le soluzioni tecniche e per le peculiari caratteristiche strutturali. Ben rappresentata è anche la produzione, iniziata nell’800, dei Frassoni di Rovato Bresciano, la cui lunga e complessa storia aziendale meriterebbe una trattazione separata.

    Frassoni fu il massimo produttore industriale di grandi orologi in Italia, tra ‘800 e ‘900, arrivando ad espandere le proprie capacità produttive fino ad avere 150 dipendenti e persino una fonderia interna. Fu l’unica azienda italiana del settore in grado di competere, per produzione e qualità, con i migliori produttori d’Oltralpe.

    Orologi nostrani, orologi forestieri. Non solo da torre

    Se visitare il Museo dell’orologeria di Sedrina è un’occasione unica per esaminare da vicino un gran numero di pezzi prodotti tra Bergamo e Brescia, non mancano gli esempi di altre manifatture. L’appassionato troverà pezzi provenienti da altre regioni italiane, oltre che esempi della produzione tedesca e francese.

    Caratteristica comune a tutti gli esemplari è il fatto di essere stati restaurati ed essere perfettamente funzionanti. Dalle imponenti strutture a gabbia di ferro forgiato fino a insolite variazioni sul tema dei telai a doppio portale o dei flatbed, dal telaio orizzontale in ghisa, per ognuno Ivano ed Antonio illustrano peculiarità e caratteristiche al visitatore interessato.

    Una saletta attigua è il regno dell’orologeria domestica e di piccole dimensioni. Una cinquantina di pendole e una trentina di orologi da tasca sono esposti in questo locale, la cui parte centrale è occupata da ben tre banchi completi da orologiaio. Raccogliendo antiche attrezzature, i Sonzogni hanno potuto ricostruire tre postazioni-tipo: una per il ‘700, una per il ‘900 ed una che ricostruisce il posto di lavoro di un orologiaio del Duemila. Una bella raccolta di libri e volumi specialistici testimonia la passione e lo studio che i curatori e proprietari del Museo dedicano ai loro esemplari.

    Un museo in evoluzione

    Inaugurato nel 2024, il Museo dell’Orologeria di Sedrina è una realtà viva. Ivano Sonzogni mi ha voluto svelare in anteprima le novità in arrivo. «Stiamo allestendo nel sotterraneo uno spazio che ricostruirà fedelmente l’interno di una fucina e di un laboratorio in cui anticamente si costruivano gli orologi da campanile», ci ha confidato.

    «Avremo torni, incudini, attrezzi, tutto ciò che serviva per produrre i grandi esemplari, grazie al recupero di attrezzature d’epoca, cui abbiamo evitato il triste destino della dispersione». Non si sa ancora quando questa nuova sezione sarà inaugurata, ma di certo aggiungerà un ulteriore elemento di attrazione, che non mi risulta essere presente in analoghi musei italiani.

    Come visitarlo?

    Il Museo dell’Orologeria di Sedrina è solitamente aperto al pubblico la domenica mattina, ma è possibile concordare visite su appuntamento. Essendo una struttura privata, è sempre consigliabile contattare per tempo i curatori, al numero 327 017 9127, per verificare gli orari e avere conferma della possibilità di visitarlo. Il biglietto d’ingresso è di 3 euro. Potrei raccontarvi molto di più, ma non voglio anticipare altro, per non privarvi del piacere di una visita che vi lascerà, ne sono certa, stupiti e soddisfatti.

  • “Early American Pocket Watches”: antichi orologi americani in mostra

    “Early American Pocket Watches”: antichi orologi americani in mostra

    Nei giorni scorsi, nei locali della celebre Horological Society di New York, si è aperta una mostra per molti aspetti unica e avvincente. Intitolata Early American Pocket Watches, tratta dei primi orologi da tasca statunitensi, compresi alcuni realizzati in America prima che nascessero gli Stati Uniti.

    Sono tutti esemplari prodotti, o quantomeno assemblati o commercializzati, sul territorio d’Oltreoceano nel periodo che va dagli inizi del Seicento, epoca della prima colonizzazione, fino ai primi anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza, datata 1776. Early American Pocket Watches riunisce buona parte della raccolta a tema di un grande collezionista, Richard Newman, la più ricca a livello globale. Il Giornale degli Orologi ha avuto l’onore di intervistarlo, e di raccogliere quindi dalla sua voce testimonianze e informazioni preziose. Ma, prima di avventurarci a scoprire cosa c’era nelle tasche degli americani d’antan, penso sia opportuno presentare il contesto.

    La Horological Society of New York

    La Horological Society of New York (HSNY) è un’importante associazione statunitense che raduna gli appassionati di storia dell’orologeria degli States. Fondata nel lontano 1866, aggrega tutti coloro che hanno a che fare, ad alto livello, con l’arte della misura del tempo. Uno dei suoi punti d’orgoglio è la magnifica biblioteca, che con oltre 25.000 volumi sul tema è sicuramente una delle più complete del Pianeta. Conosciuta e apprezzata dagli appassionati, l’HSNY è un punto di riferimento anche per l’incessante attività divulgativa, che prevede l’organizzazione di mostre, conferenze, workshop, incontri con i protagonisti del settore.

    Tra i suoi membri, troviamo i più qualificati specialisti americani in materia di orologeria. Uno di loro è proprio Richard Newman, che è anche mio collega nella prestigiosa Confraternita inglese degli Orologiai, la Clockmakers Company. Approfittando di questo legame, e dato che avevo avuto in passato scambi epistolari con Rich per ragioni di studio di un suo pezzo italiano, ho potuto fare quattro chiacchiere con lui a proposito della mostra Early American Pocket Watches.

    Chi è Richard Newman

    Richard Newman non è solo il proprietario dei pezzi esposti, ma è anche il curatore della mostra e l’autore del testo del catalogo, corredato da eccellenti fotografie, in cui ha magistralmente descritto ogni pezzo. Forte di un Master in Business Administration (MBA), Rich ha lavorato per tutta la vita nel settore bancario, iniziando come Information Technology Manager nella Sears World Trade di Chicago e ricoprendo per oltre 35 anni il ruolo di Managing Director nella First Chicago Bank e in JP Morgan Chase, per i Capital Markets e le International Commerce Cards.

    Fine conoscitore della meccanica, Rich è anche un sincero appassionato di tutto quell’universo di significati che un orologio porta con sé: l’autore, l’epoca, il contesto sociale, il significato e anche il valore di testimonianza, a volte persino politica o confessionale. Il catalogo, di conseguenza, riflette proprio il suo personale approccio all’orologio. Analizza con pari competenza ogni pezzo, la specifica storia e il contesto in cui è stato creato. Di fatto è fra i massimi esperti – oserei dire, il massimo esperto – nella storia dell’orologeria statunitense, un campo di ricerca di nicchia.

    Ma cosa ha fatto scaturire in lui questa passione? «Amo fare ricerca e condividerla con altri: ammetto di essere rimasto stupito nel constatare quanto carente fosse la ricerca sull’orologeria americana», mi ha risposto prontamente Rich. «Mi sono reso conto che era un settore negletto, forse perché – ingiustamente – ritenuto di poco interesse e ancor minore importanza. Man mano che reperivo notizie e informazioni sui primi orologiai, attivi in quelle che erano le colonie americane, cresceva in me la convinzione che avrei dovuto raccontare le loro storie, i loro contributi alla costruzione di una Nazione che non era ancora nata. Mi sembrava doveroso tributare loro il rispetto e l’ammirazione che certamente meritavano».

    Rich Newman racconta Early American Pocket Watches

    La raccolta di un collezionista di lunga data non può che incuriosirci – e parlo anche a nome della redazione. Quindi vogliamo sapere come e quando ha iniziato a raccogliere simili esemplari. Il suo primo pezzo, per esempio, è qui in mostra? «Ero a un raduno della NAWCC (la più grande associazione di orologeria statunitense, che vede Newman a capo della sezione dedicata all’orologeria inglese, NdR), venticinque anni fa. Avevo seguito con interesse una conferenza di David Cooper ed ebbi l’occasione di prendere in mano un orologio da tasca sul cui movimento compariva la parola “Boston”: risaliva a 250 anni prima.

    Fu un’illuminazione: mi resi conto che il tema era affascinante, e che non se ne sapeva quasi nulla. Fu proprio con l’aiuto di Cooper che acquistai il mio primo American Watch, costruito in America da John Cairns di Providence (Rhode Island), datato 1800. È qui esposto, insieme a un altro pezzo dello stesso autore, di poco precedente. Non sappiamo quanti orologi abbia realizzato Cairns: di certo, se ne conoscono tre, e due sono qui».

    Nelle teche di Earl American Pocket Watches si trovano 42 pezzi in totale: sono una selezione dalla sua raccolta, o la ha presentata al completo? «Questi in mostra sono la maggior parte dei miei pezzi. Ho raccolto anche un buon numero di movimenti, che mi interessano soprattutto per ragioni di studio, e di orologi americani che risalgono a un periodo posteriore rispetto a quello che si è voluto trattare in questa occasione».

    Gli highlight della mostra

    Rich e io amiamo scavare alla ricerca di informazioni sui nostri amati orologi. Dietro ogni oggetto c’è una storia, ci sono gli uomini che lo hanno progettato, realizzato, commercializzato, venduto e posseduto. Gli chiedo dunque di accompagnarci alla scoperta dei pezzi di Early American Pocket Watches che ritiene più affascinanti. «Il primo è sicuramente l’orologio realizzato da John Wright, presente al numero 1 del catalogo. L’ho scoperto nel 2011: l’importanza deriva dall’epoca in cui è stato creato. Testimonia, infatti, che sul territorio americano esistevano veri orologiai, costruttori, che dovevano contare su importazioni regolari di materiali e attrezzature dall’Europa, per poter lavorare. Fino alla sua scoperta, si era ritenuto che la costruzione autoctona di orologi in America fosse iniziata molto più tardi».

    E poi? «Direi l’orologio che compare al numero 3 del catalogo, firmato Joshua Lockwood. Un esempio, rarissimo, di orologio che apparteneva a un uomo ricco, che aveva molti schiavi nelle proprie piantagioni. È una testimonianza di quella che poteva essere la migliore qualità disponibile, in fatto di orologi, in quei tempi a Charlestown.
    Aggiungerei anche il numero 7, un Nautical Watch, cioè un orologio destinato ad aiutare i naviganti, a firma Robert Leslie. Anche qui il significato storico è preminente: si tratta del primo esemplare creato da un americano. Proprio dalla scoperta di questo pezzo presero l’avvio gli studi su Leslie, che oggi consideriamo il più importante orologiaio americano del XVIII secolo. Il suo ricordo era andato perduto: tutto ricominciò dopo che scrissi il mio primo articolo su di lui, cui fece seguito un pezzo, scritto da altri, su Antiquarian Horology, la rivista dell’Antiquarian Horological Society inglese».

    Tecnologie d’epoca

    Appassionante: ma quando gli orologiai Americani iniziarono a cercare di rivaleggiare con gli Europei, anche a livello di raffinatezza meccanica? «Le consiglierei di soffermarsi – insieme ai suoi lettori – sull’orologio numero 11. L’autore è americano, anche stavolta, ed è Moses Morse. Il suo orologio utilizza un raro tipo di scappamento, detto di Debaufre. Anche il numero 38, a firma Baldwin & Jones, era per i propri tempi un prodigio di modernità e tecnologia. Si basa su quello che ai tempi era lo scappamento di più recente invenzione, il Massey 1. Un pezzo come questo dimostra anche l’attenzione della committenza, che desiderava avere un esemplare davvero al passo con quello che la tecnologia poteva offrire».

    Leggendo lo splendido catalogo, ho però anche notato che molti calibri erano, di fatto, importati dall’Europa e poi rifiniti, incassati e firmati in America. La circolazione dei movimenti non finiti era pratica comune anche in Europa, all’epoca. A quando risale il più antico degli orologi made in USA che lei è riuscito a identificare? Si trova nella sua collezione? «Non possiamo dire di avere prove certe, ma gli esperti che hanno esaminato l’orologio di John Wright, che risale al 1715 circa, sospettano che Wright lo abbia rifinito a New York. Una notizia curiosa: esiste ancora la documentazione contabile di un suo parente, tale Richard Wright, che nello stesso periodo lavorava a Cronton, vicino a Prescot, in Inghilterra. Con ogni probabilità era lui il fornitore di John. Parliamo sempre dell’orologio al numero 1 del catalogo».

    Ho notato che diversi pezzi del primo periodo “federale”, cioè subito dopo la Dichiarazione di Indipendenza, quali i numeri 36, 38 e 40 portano incisa sul piede del coq, il ponte del bilanciere, l’indicazione Patent (brevetto). Qual è il brevetto cui fanno riferimento? «Sono orologi che montano alcune varianti di uno scappamento libero di precisione, progettato in modo da ridurre al minimo gli attriti. Sono tutte varianti dello scappamento di Massey, tra cui troviamo anche un esempio del tipo più antico, quello che viene tecnicamente definito come Tipo 1».

    Uno sguardo più ampio

    Tutti gli orologi in mostra sono firmati da orologiai, o distributori, di origini britanniche. Non c’erano italiani orologiai, in quel periodo, in America? «Non ne ho mai trovato traccia. Sicuramente, ragioni economiche e religiose spinsero orologiai francesi, tedeschi e inglesi a emigrare in America. Fra l’altro, numerosi soldati inglesi venuti qui durante la Guerra di Indipendenza, tra i quali molti abili orologiai, decisero poi di stabilirsi in via definitiva. Sarebbe interessante confrontare le loro condizioni di vita e di lavoro con quelle degli orologiai in Italia, nel medesimo periodo…».

    Credo che la mostra Early American Pocket Watches, grazie alla sua incessante attività di ricerca dei rari pezzi sopravvissuti e delle loro storie, costituisca un contributo importante per l’aumento della consapevolezza del patrimonio orologiero. Cosa importante, sia per gli specialisti che per coloro che si avvicinano a quest’Arte per la prima volta. Far conoscere le capacità degli uomini che li hanno creati, illustrare il loro valore di testimonianze storiche, è cosa meritoria.

    Quindi chiedo a Rich se riscontera segni di un aumento di interesse verso questi orologi, o verso gli orologi da tasca in generale, nell’America degli ultimi anni. «Il fenomeno della passione per l’orologeria da polso, per i brand e per la loro storia sta generando un rinnovato interesse verso l’orologeria da tasca antica. La capacità artigianale, l’arte, la tecnologia e la moda sono fenomeni iterativi. L’orologeria ne è una dimostrazione evidente. Quanto a me, sono felice quando posso imparare qualcosa di nuovo e incontrare altri collezionisti».

    Early American Pocket Watches: ulteriori informazioni

    «Vorrei invitare tutti i lettori del GdO a venire a New York per trascorrere qualche ora nella sede della HSNY, per poter visitare la mostra, ma anche per accedere alla biblioteca o seguire una lezione di orologeria pratica», conclude Newman. «Sarebbe perfetto se potessero con l’occasione anche recarsi alla National Convention della NAWCC che si terrà a giugno a York, in Pennsylvania. È la più grande fiera didattico-commerciale del mondo, nel settore dell’orologeria: ci saranno oltre 500 espositori, 20 conferenze e laboratori, con oltre 1000 partecipanti. Poco lontano si può anche visitare il National Watch and Clock Museum, il più importante degli Stati Uniti».

    Non ci resta che ringraziare Richard Newman per la cortesia, per l’invito e per la generosità con cui ci ha concesso le immagini e i materiali per le foto nella gallery.
    La mostra Early American Pocket Watches resterà aperta fino alla fine di dicembre 2025. Ulteriori informazioni possono essere trovate sul sito dell’HSNY. L’ingresso è gratuito.

  • Gli orologi per il mercato ottomano, meraviglie da Mille e una notte

    Gli orologi per il mercato ottomano, meraviglie da Mille e una notte

    Per secoli potenza fondamentale nello scacchiere euroasiatico, l’Impero che aveva per capitale Costantinopoli seppe esprimere autentici capolavori di arte e scienza. Guerrieri indomabili, navigatori esperti, mercanti abilissimi, gli Ottomani divennero molto ricchi. Ambiziosi e colti, furono clienti ideali per quegli esemplari che oggi definiamo proprio orologi per il mercato ottomano.

    Ma come si riconoscono gli orologi per il mercato ottomano? La prima, fondamentale caratteristica è la presenza, sul quadrante, di una numerazione particolare: espressa non in cifre romane (I, II, III…), né in quelle cosiddette arabe (1, 2, 3…), ma secondo il sistema di notazione islamico. Il numero più facilmente riconoscibile è il 5, che assomiglia a un chicco di grano aperto in mezzo, quasi un nostro “zero”.

    L’argomento è vasto: ci si potrebbe scrivere un volume. Farò quindi una breve carrellata e mi limiterò alle diverse tipologie degli orologi da tasca per il mercato ottomano.

    Un po’ di storia

    Orologi domestici e da persona di grande qualità erano stati da sempre uno dei doni di Stato più apprezzati: ne sono testimonianza i magnifici esemplari, oggi conservati nel Museo del Palazzo del Topkapi di Istanbul. Cose da sovrani: forse, indulgenti a una ricchezza e a uno sfarzo che appartenevano più all’Oriente idealizzato dagli Occidentali che a un vero gusto locale. Erano, comunque, pezzi meravigliosi e divennero simbolo di lusso e di perfezione meccanica.

    Non immaginiamoci di aver stupito, nel XVII secolo, dei guerrieri incolti con i nostri orologi da portare addosso: la lavorazione dei metalli, la tecnologia e la scienza ottomane erano di tutto rispetto. Risale infatti al XVI secolo un trattato di orologeria meccanica, scritto in turco ottomano, in cui si descrivono esemplari di grandi e piccole dimensioni, compresi quelli da portare in saccoccia. Proprio per questi, il sapiente orologiaio autore del trattato raccomanda di usare sempre, per le molle, l’acciaio di Venezia! L’uso di orologi da indossare non è descritto nel testo come novità o stranezza. Erano oggetti costosi, per pochi, ma ben noti e molto ben costruiti.

    I mercati cambiano

    Le guerre che dilaniarono l’Europa tra ‘500 e ‘600 obbligarono i costruttori di orologi a cercare altri mercati: così avvenne. Esistono esemplari seicenteschi, realizzati in Inghilterra con il tipico quadrante “turco” – come si diceva allora –, ben prima che il bilanciere fosse dotato di molla e che la conoide avvolgesse una catena, dato che si usava ancora il budello.

    Alcuni produttori occidentali, notando la grande perizia delle maestranze locali, aprirono filiali nell’Impero. Talvolta, facevano costruire i pezzi completamente in loco; altre volte inviavano il movimento, che era poi decorato e dotato di cassa con ornamenti e decorazioni graditi ai compratori del posto. Si tratta di una storia ancora tutta da studiare.

    Tra i pezzi che non è difficile reperire sul mercato antiquario, vi sono gli orologi inglesi prodotti tra la fine del ‘700 e il 1840 soprattutto da due atelier: George Prior e Markwick Markham. Sostanzialmente erano classici “solo tempo”, con il quadrante in cifre turche e la cassa in argento, ma dotati di un’ulteriore cassa esterna di protezione, quasi sempre in tartaruga. Talvolta, le casse erano persino quattro! Gli orologi più comuni, pur essendo ottimi pezzi, ben costruiti, generalmente sono sobri e non presentano complicazioni di sorta.

    Arriva Breguet

    La grande svolta estetica nella produzione di orologi per il mercato ottomano avvenne con l’incontro a Parigi tra Abraham-Louis Breguet ed Esseid Ali Effendi, ambasciatore del Sultano in Francia. Effendi, uomo di cultura raffinata, decise che il Sultano e la cerchia dei suoi fedelissimi dovessero poter esibire orologi di Breguet. Incantato dalla bellezza, dalla qualità e capace di apprezzare la complessità meccanica, Effendi di fatto spalancò a Breguet la porta dell’Impero.

    Il vero punto di svolta fu quando, nel 1804, Effendi commissionò a Breguet, per conto del Sultano Selim III, un orologio a ripetizione superlativo, tanto stupefacente che il sultano scrisse di proprio pugno una lettera di complimenti al grande orologiaio. Nella lettera, gli comunicava che il nome di Breguet a Costantinopoli era diventato mitico e che ogni principe avrebbe desiderato un suo orologio. Breguet iniziò a ricevere tali e tanti ordini da dover stabilire, a partire dal 1811, un proprio ufficio a Costantinopoli, che affidò all’allievo Leroy.

    Per il Sultano e i suoi protetti Breguet realizzò importantissime “pendole simpatiche” e orologi da tasca impreziositi dai migliori smalti che gli artisti ginevrini potessero offrire. Si tratta di esemplari che attualmente sono in buona parte musealizzati. Quei pochi che appartengono a collezioni private, se ritornano sul mercato antiquario, raggiungono cifre da capogiro.

    La fine dell’Impero

    La produzione di pezzi destinati alla Sublime Porta proseguì fino agli inizi del XX secolo, soprattutto attraverso atelier svizzeri che continuavano, pur seguendo le evoluzioni del gusto, a incantare i compratori con smalti raffinatissimi. Molto rari tuttavia sono gli orologi per il mercato ottomano che presentano caratteristiche meccaniche significative, per esempio di tipo astronomico.

    Quello che per secoli era stato un impero potente cessò di esistere nel 1922. L’opera di modernizzazione su modello occidentale voluta da Kemal Atatürk cambiò completamente le secolari tradizioni locali, imponendo, fra l’altro, l’uso dell’alfabeto e dei numeri occidentali. Ma quegli esemplari rimasero come indelebile testimonianza. Se passate da Istanbul, dedicate una giornata alla visita del Museo del Topkapi. Un luogo di rara bellezza, colmo di tesori: come essere in una fiaba delle Mille e una notte.

  • Pocket Genius. Preziosi orologi da tasca in mostra a New York

    Pocket Genius. Preziosi orologi da tasca in mostra a New York

    La prestigiosa biblioteca Jost Bürgi Research Library, all’interno della Horological Society of New York, ospita e apre al pubblico Pocket Genius. The Watch Collection of Alex Ku. Un’eccezionale selezione di antichi orologi da tasca, dal XVII al XX secolo, provenienti appunto dalla raccolta di un giovane collezionista californiano, Alex Ku. Che ha saputo riunire in soli sette anni un elevato numero di orologi da tasca, tutti di grande e grandissima qualità: si va dagli esemplari insigni per epoca a quelli con grandi complicazioni, dai capolavori di oreficeria alle più ricercate soluzioni meccaniche.

    Il titolo della mostra, come spiega lo stesso Mr. Ku nella prefazione al catalogo, deriva da una celebre frase di Sir David Salomons, che all’inizio del Novecento raccolse la più importante collezione di esemplari Breguet mai realizzata. L’ingegnere e industriale britannico diceva infatti: «Portare un bell’orologio Breguet è come avere in tasca il cervello di un genio». Nelle righe vergate da Alex Ku traspaiono anche l’entusiasmo e la passione della sua ricerca, che conferma anche «come gli orologiai inglesi ed europei interagissero tra loro e condividessero tecnologie durante l’età d’oro dello sviluppo orologiero».

    L’opinione del curatore

    Abbiamo parlato dei contenuti di Pocket Genius con Robert Frishman, per gli amici Bob, curatore della mostra e del catalogo, restauratore e personaggio molto noto nell’ambiente dell’orologeria antiquaria statunitense, che fra l’altro mi onora della sua amicizia.

    Mr Frishman, qual è il senso principale di un’esposizione come questa, in un momento in cui il mercato – specialmente quello italiano – si mostra mediamente poco interessato agli orologi da tasca?
    Forse la vera ragione sta nel desiderio di far avvicinare anche i giovani – che sembrano confinare il loro concetto di orologeria al solo polso – a questa parte della scienza della misura del tempo che fu fondamentale in passato e che può ancora regalare, a chi estrae l’orologio dal taschino, l’impagabile sensazione di “tenere il tempo nelle proprie mani”. Sicuramente, un intento divulgativo ma anche il piacere di mostrare in quanti modi e con quanta varietà il tema, apparentemente semplice, dell’orologio da tasca abbia potuto essere declinato nei secoli.

    Pocket Genius sta riscuotendo successo?
    Sicuramente sì, ma è stata aperta da poco (il 20 giugno scorso, ndr) ed è ancora presto per parlare di numeri. I primi risultati sono molto promettenti.

    Qual è il suo pezzo preferito? So che la domanda è difficile, quando la scelta è ampia…
    Veramente, con tanti pezzi di qualità, sorge quasi il timore che sceglierne uno possa sminuire il valore degli altri… Ma se devo operare una scelta, opterei per i pezzi di Potter e Fasoldt, autori americani che ai più alti livelli, rappresentati qui in mostra, hanno saputo dimostrare di essere all’altezza dei più raffinati costruttori svizzeri.

    Gli higlight di Pocket Genius

    La mostra è strutturata in quattro sezioni: Orologiai storici, Scappamenti, Complicazioni ed Estetica. Fra i tanti pezzi esposti, in tutto una sessantina di esemplari, s’incontrano quindi le creazioni dei più grandi maestri del passato: da George Graham a Ferdinand Berthoud, da John Arnold a Louis Leroy, da Jean-Antoine Lépine fino – naturalmente – ad Abraham-Louis Breguet.

    A noi in particolare piace ricordare un ripetitore a quarti con ore a salterello realizzato proprio di Abraham-Louis Breguet; un esemplare con scappamento coassiale di Fasoldt; e un prezioso orologio-gioiello realizzato da Patek Philippe per Tiffany & Co.
    Nelle teche è esposto anche un modello dello scappamento Co-Axial di George Daniels prestato per l’occasione dal suo allievo prediletto, l’orologiaio britannico George W. Smith.

    Informazioni pratiche

    L’esposizione si può visitare dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 17, al 20 West 44th Street (Suite 501), Midtown Manhattan. Per ulteriori informazioni si rimanda alla corrispondente sezione del sito dell’associazione. A corredo è stato realizzato un catalogo dalla trattazione completa ed esaustiva, illustrato con splendide fotografie di Atom Moore: lo si può acquistare nel bookshop dell’Associazione o consultare e scaricare in pdf dal sito stesso.

    Pocket Genius resterà aperta sino a dicembre. Se avrete modo di essere nella Grande Mela, non perdetela!