Giornale Degli Orologi
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  • La precisione: cos’è e cosa non è. Le 10 cose da sapere

    La precisione: cos’è e cosa non è. Le 10 cose da sapere

    Abbiamo già scritto in passato più di un articolo sulla precisione. Forse anche troppi. Ma dal momento che non tutti hanno ancora le idee chiare, sulla precisione, tentiamo un breve decalogo per vivere felici. Con la consapevolezza che…

    1. La precisione assoluta è praticamente impossibile. La perfezione non è di questo mondo e gli orologi non fanno eccezione. Ma possono cercare di avvicinarsi il più possibile alla “precisione assoluta”. E a dire il vero lo fanno. Ma…
    2. La precisione degli orologi è testata in laboratorio. I risultati ottenuti in laboratorio non sono quelli degli orologi indossati. Perché ognuno di noi ha un tipo di vita (più o meno sedentaria) e perché nessuno di noi rispetta alcune regole di base. Soprattutto quelle più critiche. Ai produttori va imputato un certo atteggiamento nebbioso. Loro testano in laboratorio, ottengono buoni risultati e per loro tutto finisce lì. Dovrebbero essere più chiari sulle variabili che influiscono in maniera pesante sulla precisione.
    3. I test sono sempre discutibili. Non tanto nei risultati, quanto per il loro significato. Il Cosc (Côntrole Officiel Suisse des Chronomètres) verifica la precisione dei movimenti, ma quando li monti nella cassa i risultati possono essere diversi. E infatti molti marchi (Breitling, Rolex e Tag Heuer, tanto per fare qualche nome) eseguono un controllo finale della precisione sugli orologi completi prima che vengano spediti ai negozi. Omega, ad esempio, fa eseguire prima un controllo dal Cosc e poi dal Metas – che è l’ufficio metrico della Confederazione svizzera. E infine (come fanno gli altri) se qualcosa non va, l’orologio “impreciso” torna indietro per verificare se l’imprecisione dipende da una causa strutturale (un errore di produzione, ad esempio) o da una regolazione non ottimale. Proprio per ovviare a questo problema Jaeger-LeCoultre sottopone la produzione a ben 1000 ore di controlli e successive regolazioni fini. E tanti altri, da Patek Philippe ad Audemars Piguet, da Parmigiani Fleurier a Chopard, hanno elaborato protocolli sempre più severi per i propri test. Che però, si torna all’inizio, valgono solo in condizioni di laboratorio. Poi l’orologio va al polso e tutto può cambiare in maniera anche evidente.
    4. È possibile fare di più? Sì. È sempre possibile fare meglio. Ma costa caro e il gioco non vale la candela. Bisognerebbe spendere somme molto rilevanti per ottenere miglioramenti di entità ormai minima. Qualche decimo di secondo in più – e per giunga in laboratorio – non vale qualche decina di euro in più. Ma è una delle cose che i produttori dovrebbero spiegare meglio. Perché…
    5. Perché i test vengono effettuati in condizioni di laboratorio e “ad oggetto nuovo” anche in molti altri settori. Qualcuno davvero crede che la potenza del motore di un’auto sia – su strada e dopo qualche tempo – quella dichiarata nelle specifiche? Ma valutare la potenza di un motore è più difficile che valutare la precisione di un orologio e comunque nessuno si accorge davvero se c’è qualche differenza. Per gli orologi è diverso.
    6. Rimandando agli articoli già scritti (qui), mi limito a ricordare che in una giornata di sono 84.600 secondi. 10 secondi di errore al giorno (al polso) equivalgono ad uno scarto dello 0,0115 per cento. Parliamo di un oggetto minuscolo, sottoposto ad urti, variazioni di temperatura, vibrazione e tanto altro ancora. Un errore davvero minimo, direi da record. Ma gli stessi 10 secondi al giorno in un mese diventano 300. Ossia 5 minuti al mese. Quei 5 minuti al mese che alcuni considerano troppi. Insopportabilmente troppi. 10 secondi al giorno – “su strada” – corrispondono ad un errore – in laboratorio – di circa 3/5 secondi. Una prestazione notevole.
    7. Fermo restando che vorrei sapere quanti hanno davvero necessità di una precisione migliore di 10 secondi al giorno, viene da chiedersi cosa rende tanto diversa la precisione in laboratorio da quella al polso. Le cause sono davvero molte e variano dal sistema di regolazione dell’anticipo e del ritardo, che può “sregolarsi” per urti o vibrazioni, alla viscosità dei lubrificanti. Alzi la mano chi fa eseguire i “tagliandi” dell’orologio alle scadenze previste dalla garanzia. Pochi, pochissimi, vero? Ma le cause che incidono in maniera più evidente sulla precisione sono altre.
    8. I campi magnetici, innanzitutto. E li troviamo sempre più dappertutto. Calamite d’ogni genere, sistemi di ricarica a induzione, magneti ormai persino sulla parte posteriore di certi cellulari e così via. Non sarebbe sbagliato fare, una volta l’anno, il controllo dell’impermeabilità e una smagnetizzazione. Non richiede tempi lunghi e può far molto. Tranne (parlo della smagnetizzazione) gli Omega, che dei campi magnetici anche potenti se ne fregano serenamente.
    9. L’autonomia residua. Quando l’autonomia residua scende ad un terzo circa di quella complessiva l’orologio diventa impreciso. Ma, mi dirai tu, c’è la ricarica automatica. Certo, ma la ricarica automatica non è il moto perpetuo. E anche quella dipende dalla lubrificazione. Per non parlare della vita sedentaria. Chi possiede un orologio con indicazione dell’autonomia residua sa bene che qualunque orologio può avere limiti logici e ben comprensibili di ricarica quotidiana, che nel fine settimana può diventare ancora più critica. Non è mica un sacrificio o una vergogna, ricaricare manualmente anche gli orologi automatici, una o due volte la settimana. Anche su questo, comunque, sarebbe bene che la comunicazione delle marche fosse più chiara. A partire da Breguet per arrivare a Rolex, della parola “perpetuo” si è abusato molto per secoli. E però è anche vero che solo pochi, pochissimi di noi leggono il libretto d’istruzioni. Vero?
    10. Avere cura del proprio orologio è una regola fondamentale. Un orologio meccanico è un concentrato eccezionale di microtecnologie. Eppure tutti, o quasi, lo trattano peggio di quanto non facciano con oggetti meno delicati. Non è vero! protesterai tu. Allora prova a dare un’occhiata attenta alla cassa del tuo orologio. Se noti, sull’acciaio o altri metalli, segni, scalfitture o veri e proprie incisioni, allora ricorda che ognuno è l’effetto di un urto, una strisciata pesante o comunque il “ricordino” di un evento traumatico. Così traumatico, appunto, da lasciare il proprio marchio sul metallo. Un evento traumatico che – come minimo – ha impedito al bilanciere di lavorare come il bilanciere avrebbe voluto. Certi orologi sono veri e propri miracoli di micromeccanica. Ma non fanno miracoli. Non ancora, almeno.
  • La precisione è ben altro. Parte IV

    La precisione è ben altro. Parte IV

    Sempre a proposito dei problemi che riguardano la precisione, ci sono poi quelli di cui sono “colpevoli” i dati tecnici: lubrificazione e magnetismo, innanzitutto. In entrambi i casi i ricercatori, negli ultimi anni, sono riusciti in una specie di miracolo. Il magnetismo, ad esempio, è totalmente sconfitto, anche se per ora soltanto da alcune marche di orologi. Il problema nasce dal fatto che le parti ferrose dell’orologio (soprattutto la spirale, la molla nel bariletto, i perni e alcune leve) se immerse in un campo magnetico si “contagiano” magnetizzandosi permanentemente.

    Il problema degli effetti negativi del magnetismo sugli orologi è ben conosciuto da secoli. Ad esempio, è per questa ragione che ponti e platina sono realizzati in ottone rodiato: il ferro e i suoi derivati creerebbero una massa di materiale magnetizzabile e quindi magnetizzato. In alternativa qualcuno usa alpacca (A. Lange & Söhne in primis), titanio (ad esempio Richard Mille), alluminio o persino oro (come François-Paul Journe). L’importante è che non si magnetizzi.

    Per alcune parti, come il bilanciere, sono state inventate leghe come il glucydur e soprattutto l’invar e l’elinvar, che hanno persino procurato il Nobel al suo inventore: il fisico svizzero Charles Edouard Guillaume, nato guarda caso a Fleurier (dove lavorano ancor oggi marchi come Parmigiani, Chopard e Bovet). Ma solo di recente Omega è riuscita a trovare una combinazione di materiali tale da garantire l’assoluta indifferenza a campi magnetici fino ai limiti delle attuali possibilità di misurazione. Ribadite, recentemente, da un altro materiale: il Nivaflex sviluppato in collaborazione fra Audemars Piguet e Swatch Group.

    Per gli altri orologi i tecnici procedono ad una smagnetizzazione in occasione d’ogni intervento di manutenzione. Ma quanti di noi rispettano le cadenze consigliate per questi interventi? In alternativa un buon palliativo sono gli apparecchi “casalinghi” per la smagnetizzazione: costano poco, non hanno effetti radicali, ma comunque migliorano la situazione. Ricordo che dagli altoparlanti d’ogni tipo ai motori elettrici non ben schermati i campi magnetici sono in agguato dappertutto. Persino nelle calamite da frigo e in quelle per la chiusura delle borse.

    Qualche parola, sempre parlando di materiali, sul silicio, totalmente antimagnetico, che sembrava essere la soluzione per alcune parti dell’organo regolatore. Si è scoperto recentemente che può essere soggetto a microfratture da invecchiamento e per questa ragione proprio al Politecnico di Milano si sta studiando il silicio 2.0, esente o meno sensibile a problemi di invecchiamento. Il problema è che gli orologi vengono realizzati nella speranza di farli durare in eterno, con un po’ di manutenzione e sostituendo le componenti usurate.

    Probabilmente le tecnologie per creare leghe metalliche continueranno ad essere utilizzate nel futuro (e comunque sono sostanzialmente così semplici da poter essere usate anche in modo artigianale). Non è detto invece che la tecnologia per produrre oggetti in silicio non sia destinata a cadere nell’oblio, visto che quella dei nanotubi di carbonio sembra essere molto promettente ai fini dell’elettronica, principale utilizzatore di questi materiali.

    Per quanto riguarda la lubrificazione, infine, abbiamo già pubblicato un paio di articoli sull’argomento. Anche qui, comunque, ricordo che sono stati fatti passi da giganti passando dai 12 mesi di una volta ai 6, anche 7 anni di oggi fra un cambio d’olio e l’altro. È vero, superando i limiti l’orologio non “grippa” perché l’energia in ballo è poca rispetto alla qualità dei materiali (a alla presenza di materiali come i rubini sintetici usati per i perni più veloci), ma certamente rallenta e come non bastasse causa il deterioramento delle parti maggiormente sottoposte a frizione. Comunque, la precisione va a farsi benedire.

    Mi sembra che per ora possiamo chiuderla qui, tenendo presente che questo è solo un lungo riassunto di temi che affronteremo meglio, uno per uno, con interviste a tecnici specializzati: non dimentichiamo che io sono soltanto un divulgatore di scienza altrui e come tale ho un compito limitato.

  • La precisione è ben altro. Parte III

    La precisione è ben altro. Parte III

    E poi si sono studiate le cause che influiscono negativamente sulla costanza di marcia. Sorpresa! Al primo posto fra i “cattivi” c’è il nostro modo di usare l’orologio. Tre le cause principali. Sul gradino più basso del podio c’è l’abitudine a tenere largo sul polso il cinturino o il bracciale. La medaglia d’argento se la prendono urti e vibrazioni. Medaglia d’oro la vita sedentaria.

    1) Fateci caso, anche se non volete confessarlo. Il problema sta nel fatto che ogni tanto diamo un bel colpo di polso per riportare l’orologio nella giusta posizione, dopo che è scivolato di lato. Il che equivale ad una micidiale botta, ad un urto che fa mica bene alla precisione di un oggetto che funziona con quantità d’energia minime e comunque enormemente più basse di quella sviluppata nella “botta di polso”. Anche per questo gli orologiai cercano subito di gestire al meglio il nostro modo d’indossare l’orologio: persino lo sviluppo delle vendite telematiche prevede la possibilità di regolare da sé i bracciali. Sto parlando sempre, è chiaro, di orologi meccanici, non al quarzo.

    2) Urti e vibrazioni: una vera maledizione. Ciascuno di noi è disposto a giurare su tutti i testi religiosi del mondo di aver trattato il proprio orologio meglio di un figlio. Ma basta osservare attentamente il metallo per rendersi conto che non è vero: graffi e ammaccature sono la prova che accidenti se l’orologio non è stato trattato in guanti bianchi. Per ammaccare o graffiare il metallo ce ne vuole… Il problema è che noi non ne abbiamo percezione: come quando scopriamo di avere un livido senza ricordare come ce lo siamo procurato. Neghiamo e il negoziante non può mica scatenare una rissa sull’argomento, con il rischio che offesi lo molliamo in favore di un negoziante più compiacente e ruffiano. Ok: più “diplomatico”. Ogni segno sulla cassa o sul bracciale corrisponde a uno shock tale da variare la costanza di marcia.

    Ancora più maledette, poi, sono le vibrazioni. Non è possibile determinare quali siano le vibrazioni (di quale frequenza e applicate per quanto tempo) che “fanno male” alla costanza di marcia di un orologio, visto che ciascun esemplare differisce un po’ da ogni altro. Si fanno prove statistiche, si fanno tentativi di ogni tipo, ma le frequenze di vibrazione sono pressoché infinite e per giunta bisogna valutare l’intervallo di tempo in cui il nostro orologio deve sopportarle. Sta di fatto che la costanza di marcia va a quel paese.

    Un esempio personale. Avevo un orologio, anni fa, sul quale un eccellente tecnico si incaponiva a dimostrarmi la sua bravura nel regolare l’anticipo e il ritardo. Ma il mio orologio arrivava a ritardi quotidiani di venti, anche trenta secondi al giorno. Il duello fra il mio orologio e il tecnico è andato avanti fin quando ho sostituito gli pneumatici della mia auto, facendo l’equilibratura dei cerchioni. Miracolo: l’orologio era diventato straordinariamente preciso. Come mai? Facevo ogni giorno lo stesso percorso in auto, con una parte in autostrada; l’imperfetta equilibratura dei cerchioni causava una vibrazione che si trasmetteva al volante e quindi alla mano e all’orologio. Tutto qui. E magari fossi andato in moto non succedeva nulla. O forse sì. Vai a saperlo, con le vibrazioni…

    3) Trionfante e tronfia sul podio c’è la sedentarietà. Vedete, tutti noi (me compreso, ma un po’ di meno) siamo convinti che il sistema di ricarica automatica sia una sorta di moto perpetuo che fornisce al nostro orologio – automaticamente, appunto – l’energia necessaria per funzionare, sempre. In realtà non è così. La maggior parte dei sistemi automatici di ricarica agisce in una sola direzione: potete capirlo semplicemente osservando il comportamento della massa oscillante, del rotore. Se va più veloce in un senso che nell’altro, allora la ricarica è unidirezionale e il sistema ricarica solo nel verso più lento.

    Un buon sistema di ricarica – in una persona attiva ma non troppo – riesce più o meno a fornire quotidianamente la stessa energia che l’orologio ha consumato per il proprio funzionamento. Il che non è poco, tenendo presente che nelle ore notturne l’orologio, fermo, continua a funzionare, ma non ricarica. Il vero problema è di solito nel fine settimana, quando ci svegliamo più tardi e/o ce la pigrottiamo rilassati. O magari, se siete sportivi, cambiate orologio con uno meno prezioso. Dove è il problema, se comunque l’orologio non arriva magari a fermarsi?

    Ecco: l’energia viene accumulata in una lunga molla piana contenuta nel bariletto, sia che provenga  dal sistema automatico di ricarica, sia dall’intervento manuale sulla corona. Il bariletto fornisce energia con una coppia QUASI sempre costante, diciamo uguale, per spingere il bilanciere a ruotare sul proprio asse: ogni semi oscillazione è completata da un’altra, causata dalla spinta della molla piana (la spirale) montata sul bilanciere stesso. La spirale fornisce (quasi, minuscolo) sempre la stessa energia ma, se quella che proviene dal bariletto è inferiore, allora il bilanciere comincia a far cose strane (su questo argomento ci sono dottissime dissertazioni tecniche che qui vi risparmio) e la costanza di marcia va a farsi benedire. L’orologio diventa molto impreciso.

    Tendenzialmente l’energia residua nel bariletto non dovrebbe mai scendere sotto un terzo di quella complessiva. Per questo molti orologi hanno l’indicatore di autonomia residua. La soluzione sarebbe semplice: caricare a mano l’orologio una o due volte la settimana, oppure munirsi di uno di quei supporti elettrici ruotanti sul quale montare il nostro orologio ogni sera e trovarlo sempre in condizioni energetiche ottimali la mattina. Quanti lo fanno? Pochissimi. Quanti lamentano l’imprecisione del proprio orologio? Tantissimi.

    A questi tre problemi non è facile trovare rimedio, per i produttori. È vero, ci sono sistemi di ricarica bidirezionali, che però hanno bisogno di un dispositivo, l’invertitore, spesso delicato, bisognoso di lubrificazione e comunque non tale da raddoppiare l’energia prodotta dal rotore. In altri casi sono stati adottati bariletti multipli o quantomeno doppi, ma il risultato è “solo” quello di ridurre il problema, non eliminarlo davvero. I reparti ricerca e sviluppo lavorano alacremente per trovare una soluzione, che però non sembra ancora vicina. Anzi: a dirla tutta la soluzione definitiva alle asimmetrie energetiche, secondo la maggior parte dei tecnici, non è fisicamente possibile.

  • La precisione è ben altro. Parte II

    La precisione è ben altro. Parte II

    Ma a cosa diavolo serve la precisione? Ne abbiamo davvero bisogno? O si tratta piuttosto di un capriccio, di un gioco al mio è meglio del tuo? Ed è la precisione il giusto metro per valutare la qualità di un orologio?

    Cominciamo col dire che livelli di precisione che non ci piacciono sono in realtà veri miracoli della tecnologia micromeccanica. Calcoliamo insieme: in una giornata ci sono 86.400 secondi. Un orologio la cui variazione complessiva rispetto all’ora media sia di +10 secondi al giorno farebbe quindi registrare, in un mese, circa 5 minuti di anticipo. Tanti, troppi, per alcuni. Ma consideriamo che per valutare aritmeticamente lo scarto dobbiamo dividere i secondi di scarto per quelli che compongono una giornata: 10/86400. Il risultato è 0,000157407 (il 407 è periodico). Ossia un errore percentuale dello 0,015 per cento.

    Ora la domanda da farsi è: quanti oggetti meccanici complessi conosciamo che funzionano 24 ore al giorno tutti i giorni, che sono esposti a forti variazioni di temperatura (pensate ad esempio alla differenza fra la parte dell’orologio a contatto con il polso e quella superiore, al freddissimo o al caldissimo), a urti di ogni tipo (un applauso è devastante), a vibrazioni, a campi magnetici e quant’altro che però, comunque, restano precisi allo 0,015 per cento?

    Eppure, tutti noi vogliamo di più: perché? Non certo per esigenza reale. A parte rarissimi casi di professionisti (dal cronometraggio sportivo all’aeronautica, e così via) che però si affidano ad altri mezzi di misura del tempo, generalmente elettronici, noi comuni mortali possiamo aver bisogno al massimo di un’approssimazione ai cinque minuti, se siamo persone puntuali. E questa precisione di solito ci serve poche volte al giorno senza mai essere una questione di vita o di morte. Ma la precisione è sinonimo di qualità e nessuno vuole ammettere che il proprio orologio è un compromesso qualitativo. In realtà l’equazione orologio preciso uguale orologio migliore è un po’ campata in aria, come vedremo. Eppure…

    Eppure, tutti noi vogliamo di più e le case produttrici devono in qualche modo adeguarsi.
    Negli ultimi anni i produttori hanno lavorato molto bene, cercando di offrire orologi sempre più precisi a prezzi più bassi. Più bassi, sia chiaro, non tanto in assoluto quanto rispetto al potere medio di spesa, visto che i prezzi assoluti non scendono mai. Hanno lavorato su due piani diversi e al tempo stesso ben integrati. Da un lato hanno migliorato i metodi di produzione e dall’altro – dopo aver studiato le principali cause di alterazione della costanza di marcia – hanno cercato di intervenire su aspetti precisi, nel tentativo di minimizzarne gli effetti. In pratica, hanno cercato di raddrizzare la linea zigzagante della costanza di marcia e poi di renderla il più possibile vicina a quella dell’ora di riferimento.

    Migliorare il metodo di produzione vuol dire, di solito, automatizzare tutte le fasi di produzione in cui l’intervento di un tecnico qualificato non è poi essenziale. Grandi progressi, ad esempio, sono stati fatti nella produzione di ponti, platine e ruotismi. I ponti sono quegli elementi che fissano alla platina (la piattaforma del movimento, la “scheda madre” meccanica) tutti gli elementi imperniati, ossia leve, molle e ruotismi. Introdurre l’automazione robotica computerizzata si traduce in una migliore costanza qualitativa (meno movimenti da scartare perché non conformi alle specifiche, e meno differenze fra orologi apparentemente identici) e nella possibilità di diminuire le tolleranze, che ormai in certi casi arrivano ai decimi di micron.

    Un lavoro importante perché, ad esempio, in un treno d’ingranaggi l’errore è dato dalla somma delle tolleranze dei singoli pezzi che compongono, appunto, quel treno di ingranaggi. Vorrei far notare che ciò ha richiesto investimenti enormi in ricerca e sviluppo. Quando ho iniziato ad occuparmi d’orologeria, più di trent’anni fa, mi venivano mostrate con orgoglio macchine in grado di operare automaticamente con tre o quattro punte utensili diverse. Oggi si lavora con macchine teoricamente prive di limiti.

    La domanda è: questi metodi di lavorazione hanno ucciso la “poetica” dell’orologeria? La risposta è no, perché comunque in fase di finitura e armonizzazione delle componenti la mano umana è sempre fondamentale. Solo che mentre una volta i tecnici generici erano la maggioranza, oggi il gioco è in mano ai tecnici specializzati e progettisti, che hanno approfittato delle possibilità date dai computer per scatenare la propria fantasia. Fermo restando che negli orologi “complicati” l’automazione ha ancor oggi un’importanza solo relativa.

  • La precisione è ben altro. Parte I

    La precisione è ben altro. Parte I

    Apparentemente abbiamo tutti le idee chiare: la precisione di un orologio è lo scarto del nostro orologio rispetto ad un segnale orario “certo”. Una volta era quello della radio o della televisione, oggi quello del computer. A questo proposito una prima digressione (Zig!): in Windows l’orologio di riferimento è sincronizzato con il sito “time.windows.com”, ma possiamo cambiarlo con quello che preferiamo. Basta andare in Impostazioni/data e ora e cliccare, nella finestra che si aprirà, su “ora Internet” e poi “cambia impostazioni”. Cercate su Internet il vostro fornitore d’ora preferito (sorpresa: ce ne sono tantissimi) e il gioco è fatto.

    Torniamo al punto, anche se ogni tanto procedere zigzagando è un bel divertimento. Bisogna essere fedeli al nostro segnale orario perché la prima regola è riferirsi sempre ad una sola fonte: due fonti diverse (ad esempio il segnale orario di una emittente radiofonica e quello del nostro cellulare) possono differire, anche sensibilmente, di qualche secondo. E noi finiremo per accusare il nostro orologio di nefandezze di cui è innocente.

    Zag! La ventiquattresima parte del giorno solare medio. Con questa definizione l’ora è sostanzialmente costante durante tutto l’anno. Cosa non vera perché il tempo solare, quello vero, è ondivago. La differenza fra ora media civile e ora solare è detta “equazione del tempo” e alcuni orologi sono in grado di indicarla. Ci sono comunque minime variazioni dovute al fatto che la velocità di rotazione della Terra varia lentamente nel tempo. È chiaro che il tempo vero è un bel casino: non ne esiste una definizione fisica, se non le approssimazioni convenzionali che usiamo per fini civili.

    Il giorno solare medio è pari a 24 ore, ovvero 86.400 secondi. A causa del lentissimo rallentamento della rotazione terrestre (negli ultimi 100 anni il giorno si è allungato di circa 1,7 millisecondi), la durata media del giorno solare vero è oggi lievemente superiore a 86.400 secondi, per cui molto lentamente il giorno astronomico “rimane indietro” rispetto a quello civile: negli ultimi decenni, in media di poco meno di un secondo all’anno. Per questo motivo, dal 1972 è stato talvolta aggiunto un secondo al termine del 30 giugno o, più spesso, del 31 dicembre, in modo da compensare questo ritardo. Questo secondo aggiuntivo è chiamato “secondo bisestile”, per analogia con il giorno aggiunto all’anno bisestile. Fino al 2017 incluso vi sono stati 27 secondi bisestili. Un bel casino, dicevo.

    Qual è il miglior sistema, il miglior orologio, quanto a precisione? Gli orologi atomici che registrano le vibrazioni di un atomo, necessari in astronomia. All’Osservatorio di Neuchâtel stanno tentando di farne uno all’atomo di idrogeno riducendone le dimensioni, che prima erano quelle di un armadio piccolo. Un chip di circa due millimetri di lato: sarebbe il migliore orologio da polso. La precisione però sarebbe un po’ discutibile: un secondo ogni 3.000 anni. Sempre che esistessero batterie in grado di durare così tanto. Discutibile perché oggi i migliori orologi atomici (sperimentali) perdono un secondo ogni cinque miliardi di anni: wow! Ma a cosa serve? A scopi astronomici, dicevo, dove l’unità di tempo è l’anno luce, ossia la distanza percorsa dalla luce in un anno. La precisione, insomma, non è poi quella sciocchezzuola che normalmente crediamo di conoscere meglio delle nostre tasche.

    Un’altra cosa importante da considerare è che lo scarto di un orologio dall’ora di riferimento non è una linea retta parallela rispetto a quella dell’ora media (sia pure da tale retta distante di qualche secondo). No. Ogni orologio rallenta o accelera, durante la giornata, per una serie di cause che poi analizzeremo. È per questo che i tecnici preferiscono parlare di “costanza di marcia”, piuttosto che di precisione. È per questo che gli stessi enti per la misurazione degli orologi, dal Cosc al Metas, passando per quelli interni di altri produttori, indicano la costanza di marcia con valori in più o in meno (ad esempio +6/-4 secondi al giorno) rispetto all’accuratezza assoluta. Se un orologio avesse una costanza di marcia impeccabile, rappresentabile con una linea retta parallela a quella dell’ora media, allora basterebbe semplicemente accostare le due linee, con una regolazione dell’anticipo o del ritardo, per ottenere la precisione assoluta. Un sogno di fatto impossibile da realizzare.

  • Breguet Tradition 7077, un laboratorio tecnico senza pari

    Breguet Tradition 7077, un laboratorio tecnico senza pari

    Una leggenda, una notizia falsa: la convinzione che i cronografi siano orologi di grande precisione non ha nessun fondamento tecnico. Al contrario: ogni volta che si aziona la parte cronografica, quella per misurare con precisione (questo sì) gli intervalli di tempo, la parte orologio è costretta ad un comportamento anomalo. L’azionamento del cronografo causa una improvvisa richiesta d’energia che non ha influenza solo sull’autonomia complessiva (il bariletto deve dare più energia per il cronografo e quindi ne rimane meno per la parte orologio), ma anche e soprattutto sull’amplitudine.

    L’amplitudine è l’ampio (appunto) angolo compiuto dal bilanciere nelle sue oscillazioni in un senso e nell’altro. E le variazioni di amplitudine hanno sempre effetti perversi sulla costanza di marcia, che in definitiva si traducono in minore precisione. La cosa peggiore è che nessuno può stabilire a priori quante volte verrà azionato il cronografo. Quindi qualunque regolazione in fabbrica è una approssimazione destinata ad essere comunque smentita dai fatti. Tranquilli: fra poco cerco di farla ancora più semplice.

    Breguet ha una storia che tutti, più o meno conosciamo: prende il nome dal Leonardo da Vinci dell’orologeria moderna, quell’Abraham-Louis Breguet che ha inventato più o meno tutto quel che c’era da inventare. Oggi la maggior parte degli orologi cerca di migliorare – grazie a nuovi materiali e al progresso tecnologico in generale – quanto già proposto da Abraham-Louis Breguet nei suoi orologi da tasca. Persino a livello estetico. Un Genio, appunto.

    Per non lasciare in secondo piano la genialità, i tecnici della moderna Breguet tendono a mettersi nei suoi panni, cercando di pensare come lui, di creare un “Breguet pensiero” che fornisca quella voglia di sperimentare tipica di ALB. E lo fanno allegramente anche con la collezione d’orologi che appare più vicina ai tempi dell’orologiaio maximo: la collezione Tradition.

    Il Breguet Tradition 7077, ad esempio, cerca di superare i problemi dovuti all’interazione fra cronografo e orologio sdoppiando totalmente le funzioni. Perché comprende un cronografo e un orologio normale. Ciascuno con il proprio bilanciere, con il proprio scappamento e con il proprio treno d’ingranaggi. Che porta, nel caso dell’orologio, alle due lancette di ore e minuti, nel quadrantino al 12. E a quelle del cronografo: lunga lancetta dei secondi crono al centro, lancetta retrograda dei 20 minuti (per non farsi mancare niente, ma anche per motivi estetici) circa all’11.

    Dicevo dei motivi estetici. Sia ALB che i dirigenti odierni sono sempre attenti a sviluppare forme di simmetria volutamente imperfetta, per non risultare noiosa. Nel caso del Breguet Tradition 7077 la struttura è data dal quadrantino centrale, al 12, di ore e minuti. Ai suoi lati l’indicatore dell’autonomia residua del bariletto (al 2; quella totale è di 55 ore) e la lancetta retrograda dei minuti crono. Più in basso i due ampi bilancieri e infine al 6 la piccola lancetta che indica l’inserimento della funzione cronografo. Ma torniamo subito alla tecnica.

    Per separare totalmente il cronografo dall’orologio “solo tempo” sarebbe stato necessario introdurre un secondo bariletto. E però basta osservare il movimento (meccanico a carica manuale) per rendersi conto che non c’è spazio per un secondo bariletto. Il quale, oltretutto, andrebbe caricato a parte: soluzione poco raffinata, anche perché ci puoi scommettere la pensione della nonna che, quando ti serve il cronografo, scopri che il relativo bariletto è vuoto come il cervello di certi politici.

    Pensa che ti ripensa, i tecnici odierni di Breguet pescano nel passato e tornano alla soluzione più antica, la molla lineare. Una lunga barretta metallica, la versione “culturista” di quella utilizzata per far scattare il datario. La si nota trionfare, con il suo ponte, al centro del movimento visto dal fondello. E come viene “armata”, come viene caricata, questa molla? Direttamente dal pulsante di arresto: ogni volta che lo si preme, una serie di rimandi pantografici ne amplificano la corsa e vanno a caricare la molla – che di conseguenza è sempre pronta a fornire energia per il successivo riavvio del cronografo. Una soluzione di raffinata eleganza per la sua sintesi tecnica.

    Ovviamente c’è il lato inverso della medaglia: la molla lineare è ovviamente più corta di quella a spirale contenuta nel bariletto, e può quindi immagazzinare e poi cedere una quantità limitata di energia, che in questo caso è sufficiente per 20 minuti di rilevamento cronografico. Ma bisogna capire che il Breguet Tradition 7077 non è un normale cronografo sportivo, bensì un laboratorio tecnico di soluzioni geniali.

    A proposito delle quali concludo accennando al fatto che i due bilancieri funzionano a velocità diverse: 3 Hz (21.600 alternanze/ora) quello dell’orologio, e 5 Hz (36.000 alternanze/ora) il cronografo, ottenendo in tal modo maggiore precisione e la lettura al decimo di secondo. Già, ma di solito i bilancieri più “veloci” sono più piccoli per una questione di massa e momento d’inerzia. Come mai qui hanno lo stesso diametro? Beh, questo ve lo spiego in una delle didascalie per non rendere insopportabilmente lungo questo testo… 😊

    Alcuni indirizzi utili: Boutique e rivenditori Breguet