Giornale Degli Orologi

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  • “Dialoghi sulla rappresentazione: il tempo”. A Genova e in Rete

    “Dialoghi sulla rappresentazione: il tempo”. A Genova e in Rete

    “Il tempo è la sostanza di cui è fatta la vita”, scrisse Benjamin Franklin. È forse questa la risposta alla domanda che ossessiona tutti: perché non abbiamo mai abbastanza tempo? Lo scrittore tedesco Stefan Klein, vincitore di moltissimi riconoscimenti internazionali, ha scelto di intitolare così – Il tempo: la sostanza di cui è fatta la vita – il suo intervento a Genova, giovedì 22 settembre (ore 17.30) a Palazzo Tursi, in via Garibaldi, 9. Klein sarà il quinto protagonista dei Dialoghi sulla rappresentazione, promossi e prodotti dal Teatro Pubblico Ligure. Il primo appuntamento è invece oggi, a Palazzo Tursi – e come tutti gli altri in diretta sulla pagina Facebook del Teatro – con Corrado Bologna su Il tempo ritrovato. Da Sant’Agostino a Gabriel García Márquez.

    I Dialoghi, un’istituzione genovese

    L’avrete capito: tema dei Dialoghi di quest’anno è il tempo. Dal tempo nella letteratura alla sostanza “materiale” che impregna l’universo. Dal tempo dei fisici, appunto, al non-tempo delle macchine. Passando per la misurazione del tempo, che ha impegnato l’umanità fin dalla notte dei tempi. Il matematico Piergiorgio Odifreddi spiegherà perché la durata di un anno può essere stabilita in tanti modi diversi, ma tutti matematicamente esatti.

    Ma andiamo con ordine. “Dal trapassato remoto al futuro semplice”: questo il sottotitolo della XV edizione dei Dialoghi sulla rappresentazione, appuntamento annuale (fin dal 2008) con la Direzione artistica di Sergio Maifredi. Odio, amore, contagio, coraggio, paura, denaro, potere, ingegno: questi i temi intorno a cui, di edizione in edizione, sono stati invitati a confrontarsi filosofi, ingegneri, architetti, scrittori, viaggiatori, artisti, giornalisti, economisti, storici… Invitati quest’anno a riflettere su un’altra questione che condiziona le nostre vite: il tempo.

    Gli appuntamenti…

    Come scrivevo sopra, la rassegna si apre oggi con Il tempo ritrovato. Da Sant’Agostino a Gabriel García Márquez. Un intervento di Corrado Bologna, già docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa di Letterature romanze medioevali e moderne, e Letterature comparate. «Letteratura», spiega il professore, «è narrare sé stessi, la propria esistenza e quella degli altri esseri umani, raccontare il mondo e la sua storia, anche inventando prospettive del tutto immaginarie». Tutta la letteratura europea – dalla Recherche du temps perdu di Marcel Proust a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez – si è d’altronde confrontata con il trascorrere del tempo.

    Per i fisici, invece, il tempo non è un concetto astratto. Da Newton ad Einstein, da Planck all’orologio cosmico, è stato protagonista di metamorfosi vertiginose, affascinanti e mostruose, fino alle più recenti domande ancora senza risposte. Rimane ad esempio da capire per quale motivo i buchi neri riescano ad annullarne la corsa. Guido Tonelli è fisico del Cern, professore ordinario dell’Università di Pisa e ricercatore associato dell’Istituto Nazionale per la Fisica della Materia, nonché uno dei protagonisti della scoperta del bosone di Higgs. E ci accompagnerà a immaginare il non-luogo del non-tempo da cui scaturirono le coppie indissolubili spazio-tempo e massa-energia. Venerdì 9 a Palazzo Reale di Genova, in via Balbi 10, e in diretta Facebook, il suo intervento dal titolo Tempo. Il sogno di uccidere Chrónos. Che rimanda all’ultimo volume da lui pubblicato con Feltrinelli.

    Sarà il matematico Piergiorgio Odifreddi – martedì 13 settembre, a Palazzo Tursi – a spiegare perché C’è un tempo per ogni cosa e un tempo per ogni calendario. Dagli egizi e dai romani. Dal calendario gregoriano a quello del poeta persiano Omar Khayyam, passando per le piene del Nilo e per il ragionamento che ha portato alla convenzione dell’anno bisestile. La storia dell’umanità ha visto il susseguirsi di modi diversi di calcolare la durata dell’anno, tutti esatti dal punto di vista della matematica. Ed è forse questo l’intervento che potrebbe interessare maggiormente gli appassionati di orologeria, per i quali le lancette, probabilmente, si fermeranno. Perché i Dialoghi sulla rappresentazione sono in grado di “rapire” la nostra mente.

    …tra scienze e letteratura

    “Un istante equivale a un miliardo di anni”: lo conferma in maniera inequivocabile la vita di Dostoevskij. Aveva 28 anni quando si trovò davanti al plotone d’esecuzione ma, invece dell’ordine di sparare, arrivò la grazia dello zar Nicola I. La pena di morte fu commutata in otto anni di lavori forzati in Siberia. Quell’evento segnerà per sempre lo scrittore, il suo modo di percepire e rappresentare il tempo, la vita, il mondo. Lo rilevano Laura Salmon, professore ordinario di Slavistica all’Università di Genova, e Daria Farafonova, traduttrice e docente alle Università di Macerata e Urbino, nell’incontro dal titolo Dostoevskij, la relatività e il tempo, mercoledì 14, di nuovo a Palazzo Tursi.

    Giovedì 22, sempre a Palazzo Tursi, arriva da Berlino Stefan Klein, protagonista appunto dell’appuntamento Il tempo: la sostanza di cui è fatta la vita, organizzato in collaborazione con il Goethe-Institut Genua (e tradotto in italiano). Considerato uno degli scrittori scientifici più influenti in Europa, Klein ci porterà alla scoperta dei ritmi circadiani, della psicologia della memoria e della percezione. Classificatosi per oltre un anno nelle liste dei bestseller con il libro The Science of Happiness, l’autore spiegherà perché il tempo ci sembra sempre poco. Come fare per prendercene cura e intanto prenderci cura anche di noi stessi.

    Ultimo protagonista dei Dialoghi sulla rappresentazione è Maurizio Ferraris, professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino e prolifico autore con all’attivo più di sessanta libri. Il suo l’intervento, Non c’è più tempo – giovedì 29 settembre a Palazzo Reale -, riporta il discorso sull’uomo, sul destino e sulla percezione del tempo. E, mentre traccia un percorso a 360° che riconduce idealmente al primo appuntamento, chiude l’interessante rassegna. Da seguire, anche solo in Rete.

  • Il tempo nelle canzoni II: il treno delle 7 e 40 e altri orari

    Il tempo nelle canzoni II: il treno delle 7 e 40 e altri orari

    La puntualità in viaggio

    La misura del tempo nelle canzoni può essere spesso imprecisa. C’è un caso però che richiede puntualità. Si tratta degli orari dei treni. Già nel 1941, Chattanooga Choo Choo di Glenn Miller (la voce era di Tex Beneke) ci diceva che per andare da New York a Chattanooga, Tennessee, si doveva prendere il treno di un quarto alle quattro («a quarter to four») alla Pennsylvania Station. Viaggio un po’ lungo, l’arrivo era previsto nella mattinata del giorno dopo, ma la carrozza ristorante («diner») era eccellente e alle 8 della mattina, prima colazione al bar: «Then you know that Tennessee is not very far».

    Sempre in America, ma nell’Arizona del 1880, si svolge un classico del western firmato da Delmer Daves, Quel treno per Yuma, del 1957; ma il titolo originale indicava appunto l’orario del treno, The 3.10 to Yuma. La canzone del film era affidata alle “tonsille d’acciaio” di Frankie Laine: «There is a lonely train called the 3.10 to Yuma. / The pounding of the wheels is more like a mournful sigh. / There’s a legend and there’s a rumor / when you take the 3.10 to Yuma: / you can see the ghosts of outlaws go ridin’ by in the sky, way up high».

    C’è un treno alle 3 e 10 per Yuma che non prende mai nessuno; il rumore delle rotaie somiglia a un lamento luttuoso. La leggenda dice che quando prendi quel treno per Yuma, vedi i fantasmi dei fuorilegge che cavalcano lassù, nel cielo. (Roba seria, noi invece avevamo «binario triste e solitario (…) tristi parallele della vita», Claudio Villa).

    Il tempo nelle canzoni. E nelle poesie

    Dal Far West alla Swinging London: nell’album Help! (1965) i Beatles incidono Ticket to Ride, lei se ne va, ha preso un biglietto per il treno, ma per dove e a che ora non si sa. Del resto però, nemmeno Carducci ci ha mai detto gli orari dei treni di cui scrive. Per esempio (1872) Alla stazione in una mattina d’autunno: in una mattina di novembre l’amata Lidia (Carolina Cristofori Piva) parte in treno da Bologna per Milano dove l’attende il marito Domenico.

    E a che ora Carducci aveva preso il treno che, traversando la Maremma toscana, lo porta Davanti San Guido (1878)? Niente anche qui. (Non farà meglio Montale nel mottetto Addii, fischi nel buio delle Occasioni: anche lì una stazione, lei che parte con un treno, sappiamo solo che è notte. E scopriremo, molto più tardi, che su quel treno Irma Brandeis, “Clizia”, se ne va per tornare in America. E i due amanti non si rivedranno più).

    Gli orari nelle canzoni

    Ma torniamo alle canzoni. Mogol (1969) scrive per Lucio Battisti le parole di 7 e 40: «Mi sono informato c’è un treno che parte alle sette e quaranta. / Non hai molto tempo, il traffico è lento nell’ora di punta». Chi canta è molto preciso sulle indicazione e i consigli: sa l’orario del treno e avverte la sua lei di muoversi per tempo per andare alla stazione perché a quell’ora c’è molto traffico.

    Potrebbe essere un addio, e invece no, perché lui, subito dopo che lei è uscita di casa, decide di raggiungerla, prendendo l’aereo: «C’è un volo che parte alle otto e cinquanta». È tutto calcolato al minuto, compreso anche il taxi. Le farà una sorpresa: «Con l’aereo in un’ora son lì / e poi di corsa un taxi. / Sono certo è così, / quando arrivi col treno mi vedi». Qui comunque c’è da registrare la novità: l’aereo, che è più veloce del treno. (Calcolando l’ora di volo, deve essere la tratta Roma-Milano o viceversa).

    Di aerei già c’era traccia in Calcutta, 1961, di Marino Marini: «Io parto per Calcutta / col volo delle tre». (Scritta nel 1959 con il titolo Tivoli Melodie dal tedesco Heino Gaze, era divenuta un successo mondiale nella versione americana di Laurence Welk col titolo, appunto, Calcutta). Nel 1968, Maurizio dei New Dada canterà: «Cinque minuti e un jet partirà», anche gli addii strazianti devono fare i conti con il progresso.

    Il treno metafora della vita

    La parola treno compare 59 volte nel canzoniere di Sanremo, ma solo due volte è associata a un orario. Nel 2017, dal rapper Clementino in Ragazzi fuori: «Aspetto il treno delle tre». E nel 1993 dall’esordiente Laura Pausini: «Marco se n’è andato e non ritorna più, / il treno delle 7:30 senza lui». Altrimenti abbiamo tutto un repertorio abbastanza comune di treni del Sud, di ultimi treni, di treni in ritardo, di treni che fischiano («Wa wa», Il ragazzo della via Gluck; ma La cremagliera delle Dolomiti fa: «Ciù ciù»).

    Treni come metafora della vita che passa e va, treni dei pendolari con posti in piedi. E ci sono naturalmente gli addii disperati, presenti un po’ dappertutto, per esempio nel francese J’entends siffler le train di Battiato. Certo, forse il treno più caro a noi italiani è quello di Azzurro: «Ma il treno dei desideri dei miei pensieri all’incontrario va», che sembra scritto oggi. Con noi che vorremmo andare al mare ma, causa Covid-19, siamo costretti a mantenere le dovute distanze. 

    Il tempo nelle canzoni: la durata

    Altro elemento che comporta la misura del tempo è la durata. Per esempio, quanto si deve aspettare perché lui/lei arrivi? Ma soprattutto quanto deve durare l’amore fisico perché sia soddisfacente? Dalla metà degli anni Sessanta sono le ragazze a giudicare gli uomini e le loro prestazioni erotiche, spesso con risultati negativi. Ornella Vanoni, Non sai fare l’amore, boccia senza appello quel ragazzone atletico che a letto è una frana. Lei che pure era disposta a credere nell’eternità «dopo avere amato te», e a perdonargli pure il fatto che lui si fosse addormentato subito dopo.

    Antonella Ruggiero dei Matia Bazar vorrebbe Un’ora d’amore. A Patty Pravo vanno bene venti minuti, in una pigra domenica mattina con la tv accesa: «Tu non ti muovere / che stai benissimo su di me / venti minuti d’amore / e sentire alla televisione di questa economia» (Il vento e le rose). Marcella Bella vorrebbe un «amore senza limiti» anche temporali, ma c’è sempre un’altra di mezzo e lei è sola con la sue voglie.

    Chi non conosce limiti spazio-temporali è la Carrà: «Com’è bello far l’amore da Trieste in giù (…) Tanti auguri a chi tanti amanti ha» (Tanti auguri). Anche i ruoli vanno cambiati, infatti Raffaella raccomanda alle ragazze: «A far l’amore comincia tu». Invece Mina sceglie la dipendenza («Se tu non fossi qui sarei una cosa morta, una candela spenta, una donna inutile»), anche per il tempo dell’amore che è lui a dettare perché «l’importante è finire». Ma lui, Bugiardo e incosciente, non le dà il tempo neppure di parlare e ricomincia subito a fare l’amore. Lei tace. E acconsente.

  • Un’ora sola ti vorrei: tempo e  orologi nelle canzoni italiane

    Un’ora sola ti vorrei: tempo e orologi nelle canzoni italiane

    Viaggio semiserio fra i testi di musica leggera, italiana e non, alla ricerca di riferimenti orari e orologieri. Un repertorio sull’idea del tempo nelle canzoni, compilato da Ranieri Polese. Con cui iniziamo una divertente (e divertita) collaborazione

    Il tempo nelle canzoni: gli orologi

    Le canzoni italiane (e non solo) hanno qualche problema con gli orologi. Nelle parole delle canzoni di Sanremo, dal 1952 al 2020, “orologio” compare solo 11 volte. E una volta sola, si deduce, si tratta di un orologio da polso: in Lentamente (Il primo che passa), 2019, Arisa cantava di «quell’orologio fermo / che hai lasciato sopra il letto». Lui, si capisce, ha passato la notte con lei e se n’è andato. Per sempre. Senza l’orologio, che si è fermato e «si è sciolto sopra al letto». Attenzione: non lasciare mai orologi sul letto se non volete che diventino liquidi come quelli di Dalí.

    Eppure il tempo è un elemento importante nelle canzoni. Un tempo che si può misurare, a volte, ma spesso è una dimensione soggettiva: minuti che durano un’eternità (Eternità, Ornella Vanoni), attimi senza fine (Senza fine, Gino Paoli), amori che fermano lo scorrere delle ore, addii che spezzano l’anima e arrestano le lancette degli orologi. Lontano dal Festival, nel 1968, Caterina Caselli cantava L’orologio che nel refrain ripeteva la domanda: «Ma dimmi per favore che ore sono al tuo orologio».

    Il tempo nelle canzoni: mezzanotte

    Eppure ci sono alcune ore canoniche di cui bisogna tener conto. Come mezzanotte, momento magico per l’amore come sapeva Joe Sentieri: «È mezzanotte, anzi lo era, fra un bacio e l’altro già rintoccano le due (…) fammi restare abbracciato con te fino alle tre» (È mezzanotte, Sanremo 1960). Ma se tre ore vi sembran poche, allora vale la pena di ricordare Bill Haley che nel 1954 cantava Rock Around the Clock, manifesto del rock nascente che di ore ne contava dodici facendo, appunto, il giro completo del quadrante: «One, two, three o’clock, four o’clock rock. / Five, six, seven o’clock, eight o’clock rock. / Nine, ten, eleven o’clock, twelve o’clock rock».

    Certo, mezzanotte è anche un’ora pericolosa, per esempio per le signorine italiane che non si devono «fidar di un bacio a mezzanotte» perché, complici le «stelle galeotte», lui si può spingere un po’ troppo in là e lei rischia di non essere più l’illibata fidanzatina che il maschio italiano porterà all’altare (Un bacio a mezzanotte, 1952). La pretesa dell’italiano di essere il primo e l’unico è dura a morire, come dimostra Adriano Celentano (Una carezza in un pugno, 1968): «A mezzanotte sai che io ti penserò, ovunque tu sarai sei mia»; ma ecco il dubbio e la minaccia: «Ma non vorrei che tu a mezzanotte e tre stai già pensando a un altro uomo (…) e la mia mano è diventata un pugno».

    Mezzanotte, comunque, sconta i postumi di una fama sinistra. Per Caterina Caselli (di nuovo L’orologio) è l’ora delle streghe, forse perché ricordava il celebre inizio de Il trovatore di Verdi, quando le guardie di notte ascoltano il pauroso racconto di Ferrando che ricorda come lo spirito maledetto di una vecchia strega continui ad apparire a mezzanotte. E in quel momento l’orologio del castello batte i dodici rintocchi! C’è poi Bruno Martino che, quando incide Dracula cha cha cha (dal film Tempi duri per i vampiri, di Steno, 1959) aggiunge un parlato che introduce la canzone: «È mezzanotte! L’ora dei vampiri. Dracula, aaaah!».

    Insomma, a quell’ora i morti viventi escono dalla tomba, i vampiri cominciano la loro caccia, le streghe si scatenano. Quindi, sarà anche l’ora dell’amore, ma dovete stare molto attenti. Perché si possono fare dei brutti incontri, tra gufi (Verso il sole, Al Bano 1997) e scarafaggi (Scarafaggi, Goffredo Canarini, 1975). Ed è soprattutto l’ora dei cuori solitari, che si aggirano come zombi romantici, perché sono stati abbandonati. Come Stefano Sani, che cantava: «Guardo l’orologio: Mezzanotte batte già, / ma la mia buonanotte, adesso chi me la dà?/ Lisa se n’è andata via» (Lisa, 1982). A mezzanotte Cenerentola, dopo aver ballato con il principe, perde la scarpina; e Milva, che non ha incontrato il principe, perde l’ultimo tram dopo una serata sbagliata (L’ultimo tram, 1964).

    Il tempo nelle canzoni: mezzogiorno

    Molto più povero il repertorio di mezzogiorno, un’ora che va bene per il western (Mezzogiorno di fuoco/High Noon, 1952) ma è poco adatta all’amore. A quell’ora le famiglie in vacanza al mare vanno a pranzo, ci si contenta di poco perché è Un giorno popolare (Viola Valentino, 1981). Un brano che ci dice molte più cose dei cosiddetti saggi socio-antropologici sugli italiani: «È mezzogiorno di un giorno popolare / nel ristorante gestione familiare, / e dopo uno spaghetto scarso e scivoloso / tutti speriamo in un secondo muscoloso. / E in questa situazione balneare / e mentre tutti pensano a mangiare / io penso agli affari miei».

    Canzoni e letteratura (alta)

    A volte, anche se le occasioni non sono tante, per indicare l’ora si ricorre a un testo letterario. Così fa Milva: complice la registrazione di Arnoldo Foà (metà anni ’50, un milione di copie vendute), che aveva reso popolare Federico García Lorca e il suo Lamento por Ignacio Sánchez Mejías, canta in Flamenco Rock: «Alle cinque della sera / non c’è il toro nell’arena, / alle cinque della sera sono a letto i matador. / Alle cinque della sera non si vede una mantilla / sui bastioni di Siviglia fanno il rock sì! Fanno il rock!».

    Comunque si giudichi il risultato, questo comunque è uno dei casi in cui la letteratura alta si travasa nelle canzoni. E lo fa con un poeta moderno, Lorca, quando qui, da noi, si tornava sempre al Medioevo e a Dante: «Ora nona, suona suona / e dimmi ancora è tardi non verrà», Borgo antico, il primo successo di Claudio Villa, 1949. L’ora nona, nelle regole monastiche, corrisponde alle 15; Dante, già citato nella canzone (il poeta che immortalò Paolo e Francesca), per esempio, facendo parlare l’antenato Cacciaguida (Paradiso, XV) scriveva: «Fiorenza dentro de la cerchia antica / ond’ella toglie ancora terza e nona».

    Claudio Villa, è vero, era “antico”, però, Quando, quando, quando (1962), successo mondiale del “moderno” Tony Renis, secondo alcuni acuti filologi si rifà a un celebre sonetto di Petrarca. «Dimmi (…) l’anno, il giorno e l’ora in cui», così la canzone; «Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, et l’anno / et la stagione, e ’l tempo, et l’ora, et ’l punto», così il Canzoniere, LXI. (Continua…)

  • Fotofever: Eberhard & Co. e l’arte di ritrarre il tempo

    Fotofever: Eberhard & Co. e l’arte di ritrarre il tempo

    Il corpo umano come la corteccia di un albero. Che espone i segni lasciati sulla pelle da ferite, malattie, preoccupazioni. O semplicemente dal tempo che passa. È ispirata al decadimento della natura l’opera di Margot Errante, “Peeling Bark 17”, che ha appena vinto l’Eberhard & Co. Award a Fotofever.

    Un premio inedito, realizzato appositamente per la fiera internazionale di fotografia contemporanea, che si è svolta dall’8 al 10 novembre al Carrousel du Louvre, a Parigi. Sostenuta per la prima volta dalla Casa di La Chaux-de-Fonds, Fotofever è ormai giunta all’ottava edizione. E quest’anno ha raggiunto un grande traguardo per la parità di genere: il 40 per cento di donne tra i 250 artisti provenienti da 20 Paesi (35 gli italiani!), presentati da 100 galleristi ed editori.

    Non poteva che essere una donna, italiana, la vincitrice del concorso promosso da Eberhard & Co. per un evento fondato e diretto da una donna, Cécile Schall, e curato da un’altra donna, Yuki Baumgarten, che si è distinto per una grande partecipazione femminile. Oltre che dei giovani, incoraggiati anche dai prezzi accessibili a tutti, professionisti o meno. Del resto Fotofever promuove da sempre la scena emergente internazionale e il collezionismo per tutti.

    In più, nell’anno del 180esimo anniversario della fotografia in Francia, ha scelto di rendere omaggio alla scena artistica francese e di sviluppare temi come la natura, l’architettura e il tempo. Dedicato al tempo, naturalmente, il premio promosso dalla storica Maison svizzera specializzata nella produzione di orologi ad alto contenuto tecnico, da sempre attenta al mondo dell’arte, e della fotografia in particolare.

    Non nuova a esperienze simili: basti ricordare “Tempo Ritrovato – Fotografie da non perdere”, progetto realizzato in occasione della quinta edizione di Mia Fair, nel 2015. E sono tuttora molti gli appuntamenti del settore cui la Marca partecipa in qualità di partner e sponsor, patrocinando la realizzazione di opere ispirate al tempo. La prestigiosa manifestazione parigina non è dunque che un’ulteriore conferma dell’attenzione di Eberhard & Co., piccolo produttore indipendente ma con ampi interessi culturali, per il mondo della fotografia.

    “Past, Present, Future”: questo il tema proposto ai fotografi in concorso al premio Eberhard & Co, aperto solo agli artisti rappresentati dalle gallerie espositrici. Invitati a fornire una personale interpretazione del concetto di tempo, hanno sottoposto le loro opere a una giuria di altissimo livello – sia tecnico che artistico -, presieduta da Pierre Mothes, vice-presidente di Sotheby’s Francia.

    La vincitrice Margot Errante, fotografa italiana che collabora con la galleria luganese Heillandi, ha ricevuto in premio dal Direttore generale di Eberhard & Co., Mario Peserico, un esemplare dello Scafograf 100, l’ultimo tra i modelli dedicati dalla Maison ai polsi femminili. “È per noi un onore”, ha commentato Peserico, “poter premiare un’artista come Margot Errante. Ammirabile talento artistico, sostenuto da un profondo bagaglio culturale multidisciplinare, che la rende interprete di un nuovo modo di esprimere la creatività, proprio del nostro tempo”.

    Non solo un concorso fotografico. Fotofever ha dedicato al tempo un intero percorso tematico, all’interno dell’Appartement du Collectionneur, all’ingresso dell’esposizione. Dove è stata presentata anche l’ultima novità di Eberhard & Co.: il nuovo modello Extra-fort Grande Taille Roue à Colonnes. Versione più sofisticata, dal punto di vista meccanico, del precedente calibro cronografico. La ruota a colonne, vale la pena ricordarlo, è quel dispositivo che presiede lo smistamento delle funzioni crono, e offre vantaggi in termini di precisione delle misurazioni, stabilità e “morbidezza” nell’avvio delle funzioni.

    Restano comunque immutate la tipica eleganza e la grande personalità dell’Extra-fort Grande Taille, che appartiene a una collezione simbolica di Eberhard & Co. L’Extra Fort è infatti la più antica tra le linee nel catalogo attuale della Maison: i primi modelli risalgono addirittura agli Anni Quaranta. Via via sviluppata in una lunga serie di versioni, è ormai diventata un “classico” nel segmento dei cronografi eleganti. Perfetta per illustrare il trascorrere del tempo.