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Tag: Valeria Verga

  • Le scelte di Valeria Verga. Consigli di stile per  Natale e dintorni

    Le scelte di Valeria Verga. Consigli di stile per Natale e dintorni

    «Ho scelto quattro orologi – due da donna e due da uomo -, adatti alle prossime feste natalizie». Così Valeria Verga ci presenta gli esemplari che saranno al centro della nostra conversazione di oggi. L’idea è quella di farci dare qualche suggerimento su cosa indossare nelle giornate di festa che stanno per arrivare, che si tratti del Natale in famiglia o del cenone di Capodanno. Consigli di stile da parte di un’esperta, potremmo definirli correttamente. Ma bando alle formalità: preferiamo un più colloquiale “le scelte di Valeria” perché qui ci sentiamo davvero tra amici. Possiamo essere spontanee, ridere e parlare liberamente.

    Del resto io e Paola siamo arrivate in corso Vercelli 19 trafelate, ma appena varcata la soglia di Luigi Verga Orologi abbiamo dimenticato il caos e il traffico cittadini. Valeria ci accoglie con un luminoso sorriso, l’atmosfera è calda e rilassata, lo spazio attorno a noi è elegantemente addobbato… C’è perfino l’Albero di Natale con inattese (ma a pensarci bene inevitabili) decorazioni color fucsia. Cosa stiamo aspettando? La location è scintillante, gli orologi sono pronti sul plateau, la padrona di casa si presta a farci da modella. Tra una chiacchiera e l’altra, possiamo scattare il nostro servizio fotografico che illustrerà le scelte di Valeria.

    Un femminilissimo bijou

    Cominciamo dal Manchette di Frederique Constant, un autentico bijou «che ricorda tanto un esemplare degli anni Trenta», spiega Valeria. «È un orologio che si può tranquillamente portare tutti i giorni, sia in occasioni eleganti che in occasioni sportive, perché ha proprio l’aspetto di un bracciale, inteso come pezzo di gioielleria». In effetti – per come è fatto e complici le luci tutt’attorno – brilla in modo pazzesco… «E poi c’è il quadrante in onice che lo impreziosisce ulteriormente». Già, ricordo che il Manchette aveva colpito anche me, la prima volta che l’ho visto a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera. Ma trovate i miei commenti al riguardo in questo articolo, quindi evito di ripetermi…

    «Una volta al polso, poi, risulta eccezionale: il bracciale è molto morbido, flessibile, piacevolissimo da indossare. Merito di quella struttura così particolare: che non è a grana di riso perché è completamente differente, anche se ne ricorda la vestibilità per quanto è articolata». Da Frederique Constant la definiscono a Clou de Paris: ma, rispetto alla lavorazione tradizionale, qui ciascun elemento è tronco e sfaccettato come il taglio di una pietra preziosa. Con Valeria concordiamo che la trama sembra composta da piccoli lingotti di metallo, o magari da quadrotti di cioccolato fondente, simili a quelli usati dagli chef. Per questo il Manchette è così sfavillante, nel suo acciaio luicido. «Ovviamente monta un movimento al quarzo», conclude.

    Quando si dice sport-chic

    Passiamo ad altro. Il prossimo femminile fra le scelte di Valeria è il Panerai Luminor Due Goldtech™ con quadrante in madreperla. «È proprio il quadrante in madreperla a renderlo elegante e sportivo allo stesso tempo», afferma. «Perché sappiamo tutti che la cassa del Luminor è estremamente sportiva, con quel caratteristico ponte proteggi-corona che ne rivela l’ascendenza subacquea. Ma con un quadrante così, sempre luminoso ma non invasivo, l’orologio risulta più elegante del solito. Quindi lo vedrei bene abbinato anche a un abbigliamento più formale, più chic». E aggiunge: «Ma è l’accostamento oro rosa, madreperla e cinturino rosso a renderlo molto femminile, oltre che molto festoso».

    Il che, credo, dipenda in gran parte dal materiale con cui è fatto: il Panerai Goldtech™. Un’esclusiva lega d’oro, sviluppata e utilizzata dalla Casa fiorentina, quasi una versione tecnologicamente avanzata dell’oro rosa. Oltre al 75% di oro include un significativo 24% di rame e una piccola parte, l’1%, di platino. Mentre l’alta percentuale di rame conferisce un colore rosso inteso e profondo, il platino è un metallo dalla funzione “stabilizzante”. Ne deriva un oro dal colore unico, caldo e brillante, durevole nel tempo, che acquisisce uno splendore ancora maggiore grazie alla finitura lucida. Mi sia concessa una piccola digressione personale: il Panerai, sotto le luci del negozio, “sparava” infiniti riflessi sotto qualsiasi angolazione: fotografarlo è stato un vero incubo…

    E poi c’è da considerare la questione delle dimensioni: la cassa a cuscino di questo esemplare di Luminor Due Goldtech™ misura 38 mm di diametro, che per la maggior parte dei polsi femminili è un formato grande ma non troppo. Adatto proprio alle signore che amano gli orologi preziosi, sì, ma non leziosi, e hanno una predilezione per quelli maschili. «In realtà questo è uno di quegli orologi che potremmo definire – concedimi il termine un po’ démodé – “unisex”. Cioè che possono mettere anche gli uomini dal polso sottile o comunque non esagerato. E quelli cui piacciono gli orologi non eccessivamente sportivi, ma grintosi».

    Classico, ma tecnologico

    Terminati i femminili, è la volta dei maschili. Le scelte di Valeria a questo punto prevedono il Baume&Mercier Clifton con fasi di luna. «Un orologio molto semplice, estremamente “pulito” ma insieme molto elegante, raffinato. Un “classico” senza tempo». Vale a dire: cassa in oro rosa di dimensioni contenute (39 mm di diametro), quadrante bianco perla su cui spicca la complicazione a ore 6. «Il classico orologio che puoi indossare anche a una serata speciale, un evento particolare. Per esempio, per andare alla Scala una sera, un modello così mi sembra adeguato all’occasione». Sì, quando si partecipa a certe manifestazioni, ciò che si indossa al polso non è un dettaglio da sottovalutare. Si può sfoggiare anche qualcosa di ricercato, che nella quotidianità magari non si mette mai, per dimostrare il proprio buon gusto e la propria cultura orologiera.

    «Al di là dell’estetica, un altro punto di forza del Clifton è il Baumatic, il movimento di manifattura con 5 giorni di autonomia», racconta Valeria. Vero: sviluppato e prodotto in esclusiva da Valfleurier, azienda che appartiene a Richemont Group proprio come Baume&Mercier, è un calibro che i lettori del Giornale degli Orologi conoscono bene, fin dal primo lancio. Per entrare nei dettagli, rimando a quanto scritto altrove. Qui mi limito a riassumerne le caratteristiche essenziali. I componenti in silicio ne garantiscono la resistenza ai campi magnetici e contribuiscono all’affidabilità e alla costanza di marcia. Quindi, lo scarto medio giornaliero di +4/-6 secondi al giorno, conforme agli standard del COSC. E poi ha ben otto anni di garanzia, se registrato sul sito ufficiale. Senza dimenticare tutti i vantaggi della lunga autonomia, che credo sia inutile ripetere qui.

    Di forma, con personalità

    Da una “piccola complicazione” all’altra, concludiamo queste “scelte di Valeria” con il Franck Muller Double Retrograde Hours. «Un saltarello che non è il classico saltarello… Perché è in grado di segnare, appunto saltando, le ore diurne distinte da quelle notturne. Ora, io amo molto le complicazioni, ma ancora di più quando sono sviluppate in modo particolare, diverso dal solito, come in questo caso. In pratica durante la giornata leggi le ore sull’arco di cerchio più chiaro, dal tardo pomeriggio in poi sull’arco blu scuro. Mentre i minuti sono rappresentati al posto delle ore. Tra l’altro, anche se il quadrante è pieno di informazioni, risulta comunque ben leggibile».

    Anche questo esemplare è in oro rosa, però ha la tipica cassa Cintrée Curvex che ha reso famoso il Marchio, sebbene non eccessiva come altri modelli della stessa collezione. «Tutt’altro, ha una misura molto portabile: lo si indossa con disinvoltura anche su un polso piccolo come il mio», prosegue Valeria. «Poi, sarà che a me gli orologi “di forma” piacciono, ma in particolare apprezzo molto questa forma tonneau, con il vetro bombato che dona al quadrante un’incredibile profondità». Anche qui ci troviamo davanti a un orologio che si può mettere in occasioni diverse: è molto eclettico, anche se più formale e in qualche modo impegnativo. «È comunque elegante. Elegante e originale, perché non è il classico orologio rotondo portato dal 99% delle persone».

    E conclude: «Personalmente sono convinta di una cosa, e la ripeto sempre. L’orologio è come un vestito: non basta vederlo e toccarlo, lo devi provare, lo devi sentire su di te. Chiunque ti può dare mille consigli, ma poi – alla fine della fiera, come dicono qui a Milano – sei tu che lo devi portare, sei tu che lo devi sentire come adatto a te. Per esempio, è capitato mi mettessero al polso un determinato tipo di orologio che magari mi piaceva anche, ma che poi, una volta indossato, non faceva per me. Al contrario, mi è successo di provare un orologio troppo grande, perfino sproporzionato sul mio polso, ma di sentirlo “mio”. E di riuscire a portarlo con nonchalance». Messaggio ricevuto.

  • Valeria Verga: colore ed empatia nel cuore di Milano

    Valeria Verga: colore ed empatia nel cuore di Milano

    «Chi entra in negozio non rischia certo di non riconoscermi: che io sia in tailleur o in abbigliamento formale, il mio colore di capelli non passa inosservato. Ormai fa parte non solo di me, ma anche del tocco personale che ho dato alla mia attività: basta vedere la nuova pagina pubblicitaria per capirlo». No che non passano inosservati i capelli fucsia di Valeria Verga, Presidente di Luigi Verga Orologi. Quel «colore decisamente non ordinario, che mi rappresenta in toto», come dice lei, è una firma grintosa nella boutique di orologeria e gioielleria di corso Vercelli a Milano, che nell’ultimo anno ha iniziato un restyling. «Per renderla ancora più vicino alla mia visione personale e capace di raccontare con coerenza la mia identità», spiega Valeria Verga in quest’intervista a tutto tondo tra l’andamento del business e le strategie di rilancio, racconti di vita e sogni. 

    Estrosa ed estroversa: si riconosce in questi due aggettivi?
    «Sono aggettivi che si legano molto bene alla mia personalità: mi ci rivedo molto, anche se la mia parte estroversa non sempre si esprime allo stesso modo, sa quando deve mediare. Quando lavori a contatto con il pubblico, devi avere la capacità di capire chi preferisce un approccio più formale e chi, invece, si esprime meglio quando si trova davanti una persona più aperta ed espansiva. Per quanto riguarda l’estrosità… ça va sans dire… basta guardarmi…».

    L’accoglienza friendly è uno dei punti di forza della sua boutique? 
    «Assolutamente sì: accoglienza ed empatia devono essere punti di forza imprescindibili. Chi entra in negozio − che sia un nuovo cliente o qualcuno che conosco da tempo − deve sempre avere la sensazione di sentirsi a casa e ben accolto. Mettere a proprio agio le persone le aiuta ad esprimersi meglio e permette anche a noi di comprendere più chiaramente le loro esigenze. In questo modo, non solo si crea un rapporto lavorativo solido, ma spesso nasce qualcosa che va oltre, e che molte volte si trasforma in una piacevole amicizia».

    Un’amicizia nata in negozio?
    «Ne potrei raccontare parecchie, limitarne una sola sarebbe riduttivo.
    Quando si crea un fil rouge con la persona che hai di fronte, e da entrambe le parti c’è predisposizione all’ascolto e alla comunicazione, è naturale che la conversazione non si limiti all’orologeria. Si aprono mille porte, mille possibilità di scambio. E da lì nascono legami che, con il tempo e la fiducia, si trasformano in amicizie spesso molto forti e importanti. Tutto questo mi rende personalmente orgogliosa e profondamente felice».

    Dopo l’esperienza del lockdown la componente umana è ancora più richiesta nella sua attività? O nota una maggiore chiusura da parte dei clienti?
    «Subito dopo il lockdown, forse a causa del lungo periodo di isolamento, ho notato molta più diffidenza e timore nelle persone. Avevamo bisogno di riabituarci ad essere animali sociali, a ritrovare un po’ di fiducia in noi stessi e negli altri. Oggi, a distanza di anni, vedo invece una grande voglia di comunicare e di sentirsi parte di qualcosa. La mia realtà è piccola rispetto a molte altre, ma proprio per questo permette di creare legami autentici e un vero senso di appartenenza».

    Le vendite stanno risentendo della congiuntura negativa? 
    «Senza dubbio questo periodo rappresenta una sfida per molti settori, in particolare per quello del lusso. Non trattandosi di beni di prima necessità, è naturale che la nostra attività risenta maggiormente degli avvenimenti che accadono nel mondo e attorno a noi. Nonostante ciò, continuo a mantenere uno sguardo positivo: pur registrando un fisiologico, leggero calo, possiamo ritenerci soddisfatti di come stiamo affrontando questa fase. Il lavoro, fortunatamente, non manca e gli appassionati di orologi restano sempre curiosi di scoprire le novità e di venire a trovarci per un acquisto o una consulenza».

    Quale strategia sta mettendo in atto per reagire?
    «Affrontiamo il momento giorno per giorno: elaborare strategie a lungo termine avrebbe poco senso, poiché rischierebbero di dover essere modificate rapidamente. Stiamo investendo molto nella comunicazione, sia sulla stampa tradizionale sia sui social. Ci stiamo muovendo attivamente online e attraverso eventi, sia interni sia esterni al negozio. L’obiettivo è non perdere il contatto con il pubblico e coinvolgerlo in ogni nostra iniziativa».

    Avete intanto avviato un rinnovamento della boutique.
    «L’ultimo anno è stato un periodo di grande fermento, segnato da trasformazioni importanti e da un susseguirsi di iniziative che hanno dato nuova energia al nostro percorso. Tra i cambiamenti più significativi abbiamo avviato un restyling degli ambienti e un aggiornamento dell’immagine del negozio, Il progetto di rinnovamento è tuttora in evoluzione e nasce dal desiderio di creare uno spazio immediatamente riconoscibile, accogliente e in sintonia con chi lo vive. Parallelamente, continuiamo a sviluppare nuove collaborazioni, eventi e proposte. Prosegue anche la nostra partnership con il prestigioso Tennis Club Milano Alberto Bonacossa, cornice d’eccezione nella quale abbiamo vissuto un’esperienza particolarmente significativa in occasione dell’edizione 2025 del Trofeo Bonfiglio – Internazionali d’Italia Juniores».

    In una precedente intervista al Giornale degli Orologi ha affermato di non avere alcun timore per la concorrenza digitale. Nel frattempo è cambiato qualcosa? Avete aperto la porta all’e-commerce e alle criptovalute?
    «Rimango assolutamente della stessa idea di qualche anno fa: per vendere un orologio del genere devi poter raccontare una storia, spiegare le caratteristiche tecniche e non solo, devi saper creare un’emozione in chi lo indossa. L’orologio è un oggetto profondamente personale, parla di noi e ci rappresenta. Avere la possibilità di conoscerlo nei dettagli, comprenderne la creazione e poterlo provare sono, per me, caratteristiche indispensabili e imprescindibili. Non temo l’e-commerce, anche se so che il mondo evolve e che dobbiamo evolverci con lui. Per quanto riguarda le criptovalute, invece, non mi sento ancora predisposta: probabilmente perché non ho una preparazione adeguata nel settore, continuo a guardarle con un certo scetticismo».

    La vostra clientela resta prevalentemente italiana? 
    «Negli ultimi anni stiamo accogliendo con entusiasmo un pubblico sempre più internazionale, attratto dalla dimensione più riservata e genuina del nostro quartiere. La nostra clientela è estremamente variegata: ci sono gli abitanti della zona, i visitatori curiosi, gli appassionati che cercano marchi specifici e chi ama scoprire stili nuovi. In questo equilibrio si esprime la nostra visione: una boutique che vive profondamente il suo territorio e dialoga con il mondo».

    I principali insegnamenti trasmessi da papà Valerio?
    «Di insegnamenti ce ne sarebbero davvero tanti. Bastava guardarlo mentre lavorava, o ascoltarlo parlare e raccontare: ogni gesto, ogni parola era un insegnamento. Aveva quel modo tranquillo e misurato di raccontare che ti incantava, ti trascinava dentro le sue storie facendotele vivere come se fossi lì con lui. Tra i valori che più mi ha trasmesso ci sono sicuramente il rispetto, l’empatia, l’ascolto. Ma anche la professionalità, la serietà, l’onestà – personale e professionale. Potrei andare avanti ancora a lungo, ma non voglio annoiare nessuno… La verità è che non potrò mai aspirare a diventare come lui, ma mi basterebbe assomigliargli anche solo un pochino».

    Ricorda la prima volta che ha affiancato suo padre al bancone?
    «Purtroppo non ho avuto molte occasioni di passare del tempo dietro il bancone con papà, ma in quelle rare volte in cui è accaduto potevi solo ascoltarlo, osservare ogni suo gesto e assisterlo durante la vendita. Cercavi di assorbire il più possibile: conoscenze sull’orologeria, modi di fare, insegnamenti di lavoro e di vita. Non ricordo la primissima volta in assoluto, ma ogni volta con lui è sempre stata come una prima volta».

    Studi in biotecnologie, specializzazione al Cnr… Valeria Verga si stava preparando a un futuro completamente diverso. Poi cosa è successo?
    «Ho studiato biotecnologie a indirizzo medico e ho frequentato il Cnr per la specializzazione in medicina, ma purtroppo non ho portato a termine il percorso universitario. Dico “purtroppo” perché mi sarebbe davvero piaciuto proseguire su quella strada, ma a volte la vita ti mette davanti a un bivio. Nel mio caso, la scelta era tra continuare gli studi o aiutare papà nel negozio di corso Vercelli, in un momento in cui c’era bisogno di qualcuno della famiglia in rappresentanza. Sono felice della decisione che ho preso, anche se a volte mi chiedo quale sliding door avrei incontrato se avessi scelto diversamente. Non mi pento di nulla: anzi, oggi quella scelta mi fa sentire ancora più vicino a lui».

    “Portare avanti la tradizione familiare, una scelta morale”, mi disse…
    «E lo ripeto con assoluta convinzione. Portare avanti un’eredità che da anni fa parte della storia di Milano è sì un onore, ma anche un grande onere. Eppure ti fa sentire parte di qualcosa di bello, di solido, di profondamente radicato nella città e nel cuore dei milanesi».

    Dagli studi medici le è rimasta la predisposizione a cercare di capire le persone?
    «Sempre. E, se ci penso, il progetto iniziale era medicina, con specializzazione in cardiologia o neurologia. La mia curiosità per ciò che abita tra i pensieri e il cuore delle persone è rimasta la stessa: un tempo sognavo di poter togliere il “brutto” da quelle parti del corpo e curarle; oggi cerco di fare qualcosa di simile, ma attraverso l’ascolto. Non posso dire di comprendere tutto e tutti, ma il desiderio di farlo non mi manca mai».

    La richiesta più strana e il cliente più “curioso” che ha ricevuto.
    «Mamma mia… come rispondere a una domanda del genere? Forse è più complicata delle altre, proprio nella sua semplicità. Diciamo che ogni persona, a modo suo, è unica e speciale: ognuno può risultare particolare o curioso. Non esistono davvero richieste “strane”. Esiste un ventaglio infinito di desideri e domande che, a seconda di chi le osserva e le ascolta, possono sembrare più o meno insolite».

    In cosa principalmente è cambiato il suo mestiere in questi vent’anni?
    «Il mondo si evolve e noi dobbiamo evolverci con lui. Vent’anni fa il lavoro era decisamente diverso, così come il contatto con il pubblico. Tuttavia, da questo punto di vista, il cambiamento non è stato così radicale: le persone continuano a desiderare un rapporto umano. Forse oggi è solo diventato più complesso, perché tutto ruota attorno ai social. Il modo di comunicare è cambiato e anche il linguaggio dei giovani è diverso; ma una volta compresa questa nuova grammatica e imparato a padroneggiarla, tutto diventa più semplice.

    Sono nata in un’epoca in cui il digitale stava appena emergendo e non posso dire di essere del tutto pratica. Proprio per questo mi affido a persone che possano supportarmi: ragazzi giovani che mi affiancano e mi aiutano. Uno degli insegnamenti più preziosi che ho ricevuto è l’importanza di dare spazio ai giovani, perché rappresentano la nostra nuova linfa. Unendo le mie competenze alla loro freschezza e alla loro dimestichezza con il digitale, si creano sinergie capaci di parlare a un pubblico a 360 gradi, sia online sia di persona».

    Cosa sogna oggi Valeria Verga per sé stessa e per la sua attività?
    «Qui potremmo davvero scrivere un libro lungo quanto Il Signore degli Anelli… o forse anche Shantaram.
    Sogno molte cose, dal poter viaggiare e vedere il mondo conoscendo nuove culture al vivere in una casetta nel bosco come Biancaneve. Amo perdermi nella natura in solitudine: mi rigenera e ricarica, per me è un momento catartico che mi aiuta a ricaricare le energie. Di sogni ne ho moltissimi nel cassetto: chissà che un giorno tirandone fuori uno alla volta non si possano avverare tutti, prima o poi.

    Per la mia attività ovviamente sogno che si evolva sempre al meglio, che si radichi sempre di più nel cuore delle persone – esse siano cittadini milanesi o del mondo. Vorrei vederla prosperare e avere da essa sempre maggiori soddisfazioni: non è un gioco, è parte della mia vita. E quindi sogno in grande per lei e per me».

  • Valeria Verga: «La ripresa è un’incognita. Ma noi siamo sempre gli stessi»

    Valeria Verga: «La ripresa è un’incognita. Ma noi siamo sempre gli stessi»

    All’ingresso mascherine, guanti monouso e gel disinfettante a disposizione dei clienti. Personale in guanti e mascherina, probabilmente a turni, ad accogliere in negozio due persone per volta. Banchi e sedute sanificati dopo ogni visita. E controllo della temperatura corporea, su gentile richiesta, per ciascun cliente che varchi la soglia di ingresso. Valeria Verga, titolare della boutique di alta orologeria e gioielleria di corso Vercelli a Milano, sta scaldando i motori per la riapertura dopo quasi due mesi di lockdown per l’emergenza Coronavirus.

    La data da segnare in agenda è domani, martedì 19 maggio. «La nostra settimana inizia sempre di martedì. Come tutti, siamo felici di potere riaprire. Speriamo che possa essere un segnale per un “ritorno alla normale quotidianità”. Ma siamo ovviamente coscienti che, in questa fase, le cose non saranno esattamente come prima», afferma Valeria. «Per la tutela della salute di tutti, dei nostri clienti e del nostro staff, dovremo attenerci a determinate regole. Da buoni cittadini, ci adegueremo a quanto previsto dal Decreto ministeriale e successive modifiche». Negli ultimi giorni al civico 19 di corso Vercelli si è completata la sanificazione dell’aria condizionata e dei locali.

    Quattro anni fa il negozio gestito da Valeria Verga è stato ampliato con tre banchi di vendita, un salottino e un laboratorio con quattro tecnici specializzati. Nessun timore della concorrenza digitale. «L’orologio è un oggetto che va provato, visto, toccato. Ti deve trasmettere emozioni. Tutto questo non può accadere attraverso la rete. C’è bisogno di avere di fronte una persona», spiega Valeria. «L’Italia è un Paese piccolo: se esci di casa trovi, magari nella città vicina, un rivenditore che ti può mostrare l’oggetto che vorresti acquistare, con personale in grado di consigliarti e guidarti. Noi non facciamo altro che essere professionali e disponibili con i clienti a cui offriamo servizi, cercando di coccolarli».

    Un’arte imparata da papà Valerio (89 anni), nella boutique di via Mazzini, da quando Valeria ne aveva 15. «È un’enciclopedia dell’orologeria. Mi ha trasmesso così tanti insegnamenti che faccio fatica a individuare i fondamentali: sicuramente la serietà e la professionalità, con i clienti e con i colleghi. Quando ho iniziato a lavorare in negozio sapevo che l’orologio fa tic-tac. E lì mi fermavo. Ho imparato tutto sul campo: da mio padre prima di tutto; ma anche da mio fratello, che lavorava da più anni di me, e dai colleghi che mi hanno affiancata».

    Negli ultimi due mesi sono cambiate tante cose. Piano piano riscopriremo la bellezza delle nostre antiche abitudini. E chissà che nei piccoli-grandi piaceri non riusciremo a trovare armonia ben prima di quanto possiamo ora immaginare. «In negozio l’attività si svolgerà come d’abitudine. Il nostro servizio non cambia, resta quello di sempre», sottolinea Valeria Verga.

    «Naturalmente, avendo l’obbligo di guanti, mascherine, distanziamento, mancheranno gli abbracci agli amici che siamo soliti incontrare. Non potremo andare magari insieme a bere un caffè, ma saremo come sempre pronti ad offrirlo. Noi non siamo cambiati. Siamo sempre gli stessi e continueremo a mettere i clienti a proprio agio, a seguirli e a consigliarli nelle loro scelte. Non ci potremo abbracciare. Ma la battuta, la chiacchierata, mantenendoci a debita distanza, si può sempre fare. Questo non ce lo toglie nessuno!».

    Provocatoria, vera, umana: Valeria Verga, nipote del fondatore della ditta Luigi Verga, guida da diciassette anni la boutique di corso Vercelli. Suo padre Valerio, che assieme al primogenito Umberto porta avanti il negozio storico di via Mazzini, le affidò nel 2003 la direzione del terzo punto vendita familiare a Milano. Lei ci pensò poco. «Sono nata tra gli orologi. Fin da piccola ho frequentato il negozio di papà, sono cresciuta in mezzo alle lancette. Portare avanti la tradizione familiare è stata una scelta morale», confessa.

    La vita di Valeria in realtà sembrava andare in una direzione diversa. Laurea in Biotecnologie, specializzazione al Cnr, era avviata a studiare le malattie genetiche. «Da bambina volevo diventare medico: cardiochirurgo o neuropsichiatra», racconta. E si accorge di non aver mai smesso di imparare a conoscere le persone, distinguendone le mille sfaccettature e confrontandosi con loro. «È questo l’aspetto che più mi piace del mio lavoro», commenta.

    Espansiva, solare e gioiosamente eccentrica, Valeria si considera la parte estrosa della famiglia. Può capitare di trovarla – sempre perfettamente a suo agio, tra piccoli capolavori di orologeria e gioielleria – con i capelli fucsia. Oppure in jeans, maglietta e anfibi. «Non so essere diversa da quella che sono. E questo mi ripaga. Tanti mi dicono di sentirsi liberi di entrare in negozio, anche quando sono a spasso la domenica in jeans e sneakers. Da noi non è mai capitato», sottolinea, «che un cliente sentisse quella soggezione che può bloccare all’ingresso di una boutique di lusso. Siamo in una zona poco turistica. E anche grazie alla nostra posizione ho stabilito rapporti umani amichevoli con i miei clienti».

    Proprio la posizione del suo negozio può essere l’asso nella manica per la ripartenza. «Questa pandemia – come tutti ben sappiamo – ha arrestato sia l’arrivo degli stranieri nel nostro territorio, molti dei quali si recavano a Milano proprio per fare acquisti, sia dei turisti italiani provenienti da altre regioni. Ma in corso Vercelli il flusso turistico ha sempre avuto un impatto minimo. Noi abbiamo prevalentemente una clientela locale, che ci segue da lungo tempo e che contiamo di poter rivedere a breve».

    Aspettative, speranze e ansie sulla ripartenza: «La ripresa sarà un’incognita in questo momento. Probabilmente ci sarà sicuramente chi avrà voglia di buttarsi indietro questa difficile situazione e avrà il desiderio di gratificarsi con l’acquisto dell’orologio dei propri sogni. Altri, per comprensibili e svariate ragioni, preferiranno essere più cauti nelle spese. Non abbiamo la sfera di cristallo per prevedere il futuro; ma ci auguriamo di poter soddisfare nel tempo le richieste dei nostri clienti. Vedremo, passo dopo passo, come evolverà la situazione».

    Nuove dinamiche e tanta pazienza. «È un periodo difficile e complicato; ma i marchi stanno facendo il possibile per ritornare alla normalità. Purtroppo quest’anno le fiere, che eravamo soliti visitare, sono state annullate. L’organizzazione di Watches & Wonders di Ginevra (ex Sihh) si è comunque adeguata, presentando le novità 2020 nel salone virtuale del 25 aprile scorso», riferisce Valeria Verga.

    E continua: «Da parte di altre marche che dovevano esporre a Baselworld stiamo ancora attendendo di conoscere le date in cui saranno svelate le nuove creazioni. Alcune case ci hanno già contattato con video-conferenze per presentarci e raccontarci i nuovi prodotti. Probabilmente i tempi di consegna delle novità saranno un po’ rallentate, anche perché in Svizzera le aziende sono state chiuse per alcune settimane. Il 2020 sarà sicuramente un anno diverso. Ma tutti noi faremo del nostro meglio per fronteggiare questa nuova sfida».

    Stolto chi non impara dalle difficoltà, cogliendone opportunità. «Questo periodo di lockdown, anche se non piacevole per ovvi motivi, mi ha consentito di avere più tempo per me stessa», conferma Valeria, confidando che la gestione del negozio, solitamente, non le lascia molto tempo da dedicarsi. «Mi sono concentrata su di me», aggiunge, «ritrovando il piacere per le piccole cose. Mi è mancato non poter incontrare i miei genitori e gli amici più stretti. Ma mi ha anche aiutato a comprendere chi sono realmente le persone che hanno maggior valore nella mia vita. Adesso però è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e di ripartire. Io, insieme ai miei collaboratori, ce la metterò tutta!». Buon lavoro!