Approfondimenti

Il futuro della Storia: i tecnici Omega riscrivono il passato

{"autoplay":"false","autoplay_speed":"3000","speed":"300","arrows":"true","dots":"true","loop":"true","nav_slide_column":5}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

Il Calibro 19 linee e il Co-Axial a carica manuale. Nei due “nuovi” movimenti, i tecnici Omega si sono serviti della storia come di un trampolino di lancio. Che segna l’evoluzione della marca

Con certi talebani ho poca pazienza: mi pesano sulle palle e sullo stomaco. Faccio fatica a sopportare quel tipo di collezionista convinto di avere ragione sempre, certo d’essere l’unico a difendere la purezza di un passato che proprio essendo passato va visto con rispetto, certo. Ma agli effetti pratici è solo il trampolino sul quale l’atleta di oggi fa tuffi meravigliosi.

Ok, mi spiego meglio. Omega ha questo nome perché i fratelli Brandt, figli del fondatore, ebbero l’idea di realizzare un movimento meccanico “definitivo”. L’Omega, appunto, perché è l’ultima lettera dell’alfabeto greco. Dopodiché il diluvio. Presuntuosetti, ma c’è da capirli: riescono ad introdurre metodi industriali nell’orologeria dell’epoca (siamo nel 1894), il che vuol dire produzione di qualità costante e intercambiabilità dei pezzi. L’intercambiabilità è importante perché in caso di guasto (e all’epoca i guasti erano frequenti), sviti il pezzo “cattivo”, lo butti via e lo sostituisci con un altro, senza doverlo praticamente rifare con un lavoro lungo e costoso. E la produzione industriale comporta che dopo un forte investimento iniziale i prezzi calano e quindi il successo cresce, cresce fino a far diventare Omega, oggi, quella che era una piccola fabbrica famigliare. Bene. Gran bel passato.

Arriviamo ai giorni nostri e il direttore del Museo Omega, Petros Protopapas, che per queste cose è meglio di un cane da tartufi, scova una serie di scatole in cui sono contenuti i pezzi di ricambio del Calibro 19 linee, il Calibro Omega, appunto. Cosa farne? Si rivolge ai tecnici Omega e qui nasce la sfida al passato. Bisogna capirli, i tecnici: fanno cose meravigliose, ma i discorsi, le commemorazioni e l’ammirazione sembrano sempre andare a gente morta da un pezzo che se solo vivesse oggi considererebbe fantascienza i risultati attuali.

I tecnici Omega, dei quali torneremo a parlare in futuro spiegando perché siano degni di essere storia già oggi, pensano di rimettere in produzione il Calibro 19 linee, in 19 esemplari, appunto. Ma dal momento che di orologi da tasca storici con quello stesso movimento ce ne sono ancora parecchi in circolazione, pensano di far capire meglio a cosa siano serviti questi 125 anni trascorsi da allora. Non hanno in mente un falso, come i talebani del collezionismo sospettano, ma vogliono piuttosto far comprendere come sarebbe stato il Calibro Omega se avesse potuto godere di alcune scoperte moderne.

Il lavoro di ipotesi tecnica lascia così com’erano la platina, i ponti, lo scappamento, la molla del bilanciere ed altre parti. Rivede in chiave moderna l’incastonatura delle pietre di scorrimento (i rubini), il treno d’ingranaggi, il bariletto e soprattutto gli oli lubrificanti, essenziali. I tecnici Omega, per quanto mi riguarda, intervengono con mano leggera: io avrei cambiato anche il bilanciere. Sarebbe stato straordinario inserire anche una versione “da tasca” dello scappamento Co-Axial, ma questo avrebbe comportato anche la necessità di rivoluzionare l’architettura stessa del Calibro 19 linee Omega: un po’ troppo.

Sta di fatto che la mano leggera dei tecnici viene interpretata come un imbroglio, come un tradimento dello spirito del collezionista, che mal sopporta persino i restauri conservativi. Una visione stretta e statica della storia, storia che in realtà è un fiume inarrestabile. Devi sapere da dove vieni, ma sempre guardando al futuro. Ed è esattamente questo lo spirito con cui sono nati i 19 esemplari dell’orologio da tasca con il Calibro Omega. Un ponte fra passato e futuro.

Un ponte ribadito dalla prima versione a carica manuale di quello che io chiamo il Calibro Co-Axial. Negli ultimi 15 anni i tecnici Omega hanno conquistato un solido posto nel futuro della storia realizzando prima l’innovativo scappamento del tecnico inglese George Daniels, che altre marche illustri avevano detto impossibile da mettere in pratica. Poi sintetizzando lo scappamento Daniels nello scappamento Co-Axial, più leggero e semplice da produrre (pur se ha richiesto di passare ad un ordine superiore di tolleranze: dal micron al decimo di micron). Poi i materiali amagnetici che hanno consentito di creare un movimento così poco sensibile dai campi magnetici da sfidare le possibilità degli strumenti di misura (15.000 gauss). E infine i lubrificanti, che ora arrivano a durare sei anni senza bisogno di interventi di manutenzione.

Ne parleremo in altra sede, ma in sei anni un orologio percorre l’equivalente di 18 milioni di chilometri da parte di un’automobile, tanto per avere un riferimento. Nessun’altra marca di orologi, negli ultimi vent’anni, ha investito in ricerca e sviluppo quanto ha fatto Omega. E i risultati sono qui, chiari, tangibili e a prezzi concorrenziali.

Per ribadirlo, allora, ecco che i tecnici Omega hanno scodellato il Calibro Co-Axial per i puristi più intransigenti: un movimento a carica manuale. Perché per i puristi (e con buone argomentazioni tecniche) i movimenti più precisi ed affidabili sono quelli a carica manuale, come dimostra del resto lo Speedmaster, il cronografo Omega a carica manuale usato dalla Nasa. Ecco allora l’Omega Trésor con il Calibro 8929: meccanico a carica manuale, doppio bariletto, scappamento Co-Axial, totalmente antimagnetico. Cassa in oro, belle decorazioni, splendido quadrante in smalto. Come dire: massimo rispetto per il Calibro 19 linee, ma noi tecnici di oggi siamo mica da meno…

Alcuni indirizzi utili: Rivenditori autorizzati Omega

Condividi l'articolo