Attualità

I viaggi spaziali dell’Omega Speedmaster

{"autoplay":"false","autoplay_speed":"3000","speed":"300","arrows":"true","dots":"true","loop":"true","nav_slide_column":5}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

I test, gli ostacoli, l’affidabilità (vincente). Come e perché il cronografo di Omega è stato scelto per equipaggiare gli astronauti. I “dietro le quinte” raccontati da un protagonista dei programmi Nasa

Pubblichiamo un’intervista esclusiva a James H. Ragan, l’ingegnere della Nasa che si occupava della tecnologia in dotazione agli astronauti. Celebriamo così il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna dell’Apollo 11. Con l’Omega Speedmaster al polso di Aldrin.

Nel 2009 venne festeggiato il 40° anniversario del primo allunaggio. Omega ebbe l’ottima idea di radunare a Basilea (in quella che era la più importante fiera mondiale dell’orologeria) alcuni dei più famosi astronauti della Nasa: Stafford, Cernan, Aldrin, Duke e altri ancora. A loro si aggiungeva uno “sconosciuto” Jim Ragan, che nessuno sembrava interessato ad intervistare.

Ragan, allora allegro pensionato sessantottenne, era per la Nasa quel che Q (che sta per Quartermaster), ovvero il maggiore Goeffrey Boothroyd, era per James Bond: il fornitore ufficiale di tecnologia, quella ovviamente non fornita dalla Nasa stessa. Per 36 anni, dal 1963 al 1999, Ragan aveva sottoposto a test le attrezzature della Nasa, dalle macchine fotografiche agli orologi, appunto. Ne ricavai un’intervista che per motivi di spazio non pubblicai integralmente. Ma visto che ho conservato la registrazione originale sono andato a riascoltarla, ricavandone alcune considerazioni tecniche inedite.

Ragan conferma per prima cosa il metodo di selezione: emissari della Nasa in incognito acquistano alcuni orologi in diversi negozi. Si tratta fondamentalmente di cronografi perché era da subito evidente che questa tipologia, in grado di effettuare rilevamenti di intervalli temporali, poteva essere utile in volo. I test rivelano rapidamente la superiorità dello Speedmaster in relazione alle esigenze della Nasa.

In particolare per la mancanza di automatismo di ricarica, oltretutto inutile in assenza di gravità. «Si tratta di una leva asimmetrica fortemente sbilanciata verso l’estremità opposta al perno di rotazione», spiega Ragan. «In nessun orologio avrebbe potuto resistere già all’accelerazione del decollo». Ma anche per il particolare sistema di gestione delle funzioni cronografiche, un sistema “a navette” (piuttosto raro) che alla solidità della ruota a colonne unisce la semplicità di realizzazione. E quel che non si può rompere, per la legge “inversa” di Murphy, non si romperà.

Jim Ragan scoppia in una gran risata quando gli chiedo di raccontarmi delle pressioni esercitate su di lui perché scegliesse un orologio Made in Usa. «Ce ne furono di molto insistenti. Contro lo Speedmaster e contro altri oggetti che avevamo scelto, come le macchine fotografiche Hasselblad. A quei tempi era molto difficile accettare che qualcuno costruisse oggetti migliori dei nostri: era quasi considerato antipatriottico. Ma noi potevamo facilmente dimostrare con test inoppugnabili quanto le nostre scelte fossero motivate. E non credo che le marche concorrenti sarebbero state felici se avessimo dovuto render pubblico la differenza tra lo Speedmaster e i loro cronografi…».

Ma era poi così importante avere buoni orologi in navette spaziali che erano il trionfo del futurismo elettronico? «In realtà sì, e per noi le ragioni erano chiarissime. Vede, il nostro compito era quello di armonizzare, livellandole verso l’alto, tutte le apparecchiature usate nelle missioni spaziali. Ci sono stati spaventosi incidenti a causa di un semplice O-Ring difettoso. Non volevamo alcun anello debole. E che avessimo bisogno di ottimi orologi ci fu chiaro sin dalle prime riunioni per stabilire cosa portare a bordo. L’elettronica, per certi versi – e specialmente a quei tempi – è molto più difficile da testare della meccanica, soprattutto in termini di affidabilità.

«Usavamo la miglior elettronica realizzata con i migliori materiali, ma a dire il vero gli ingegneri come me sapevano benissimo che l’affidabilità raggiunta non era sufficiente. E proprio per questo utilizzavamo più circuiti elettronici identici: per avere una riserva. La meccanica, la grande micromeccanica, invece, aveva già raggiunto livelli di affidabilità tanto elevati che, a parte una piccola modifica alla cassa, la sostituzione di cinturini, e, in qualche caso, dei lubrificanti, non abbiamo mai dovuto intervenire. Gli Speedmaster sono sempre stati identici a quelli che si potevano trovare nelle orologerie.

«E la scelta si è rivelata giusta quando, nel 1969, c’è stato “il caso” dell’Apollo 13. Potrei dirle che è stata una premonizione, ma non è così. Sta di fatto che se i ragazzi non avessero avuto al polso i loro “antiquati” Speedmaster meccanici, quando tutti i sistemi elettronici di bordo vennero spenti per risparmiare le batterie… Non so se sarebbero qui a raccontare la loro avventura. Da allora lo Speedmaster ha assunto anche il valore di un potente talismano, per tutti gli astronauti: provi a chiedere cosa ne pensano e vedrà».