Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Omega Speedmaster

  • Milano Cortina 2026 e il cronometraggio di Omega

    Milano Cortina 2026 e il cronometraggio di Omega

    Manca un mese esatto ma se ne parla ormai da parecchio tempo. Quest’anno, almeno dal punto di vista dello sport, inizia con grandi gioie e soddisfazioni. Per gli atleti che si porteranno a casa meritate medaglie, ma anche per quelli che, fedeli al serafico motto “l’importante non è vincere, ma partecipare”, saranno stati in gara ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio con discipline che oltre al molto popolare sci, riservano momenti di spettacolo non molto diffusi in Italia come bob, hockey, slittino, pattinaggio artistico e di velocità. In tutto questo, è ancora una volta confermato il ruolo di Omega come cronometrista ufficiale, che mette in campo una ben consolidata e sperimentata tecnologia in questo settore di precisione.

    Soprattutto grazie al supporto di Swiss Timing, una società che fa parte di Swatch Group, come la stessa Omega (ma anche Longines e Tissot, a loro volta e a vario titolo coinvolti nella misurazione dei tempi nello sport). Proprietaria di un’altissima competenza nella ricerca e nello sviluppo, oltre che nella produzione e nel brevetto di apparecchiature specifiche per il cronometraggio. Grande attesa, dunque, ma anche un gran valore aggiunto dal fatto che eventi del genere mancavano da molti anni nel nostro Paese. Ultimi appuntamenti: nel 1956, sempre Cortina d’Ampezzo, e nel 2006, Torino.

    Gli Omega per Milano Cortina 2026

    Al di là dell’aspetto prettamente specialistico e giustamente omaggiando anche quello commerciale e collezionistico, Omega ha iniziato un proprio “conto alla rovescia” lo scorso 29 ottobre. Quando mancavano esattamente 100 giorni al debutto dei Giochi Olimpici Invernali, ha presentato lo Speedmaster Milano Cortina 2026. Nello specifico, un cronografo automatico in acciaio con 52 ore di autonomia e un ben equilibrato diametro “unisex” di 38 millimetri. Particolari che lo riguardano sono certi dettagli come il quadrante bianco laccato “effetto ghiaccio”, la scala tachimetrica sulla lunetta in ceramica blu e il fondello personalizzato dai loghi olimpici.

    Dal punto di vista del prodotto, comunque, Omega aveva già lanciato all’inizio dell’anno scorso un altro orologio dedicato ai Giochi Olimpici Invernali, dall’estetica molto “classica”: un Seamaster solo tempo automatico con la cassa in oro Moonshine™ (le lega esclusiva di Omega). Mentre già corrono ben accreditate voci di un nuovo lancio in grande stile il prossimo febbraio, proprio in concomitanza con lo svolgimento di Milano Cortina.

    Fra memoria e progettazione

    Contemporaneamente al lancio dello Speedmaster e all’avvio del countdown, Omega ha anche invitato un ristretto numero di giornalisti in un’avvincente trasferta Oltralpe. Che ci ha portati a vistare non solo il sito produttivo della Maison a Bienne, ma anche il Museo Olimpico di Losanna. Qui sono custoditi cimeli e immagini a testimonianza della storia dei Giochi, dall’antichità greca ai giorni nostri. Interessanti e di grande valore artistico poi le opere a tema sparse nel parco circostante, tra cui spiccano capolavori di Botero, Rodin e Tinguely.

    Ancora e soprattutto, all’interno dello speciale “tour olimpico” elvetico, abbiamo avuto modo di visitare il “sancta sanctorum” del cronometraggio: proprio la sede della società Swiss Timing, a Corgémont, nel Canton Berna. Il luogo di nascita e di sviluppo delle tecnologie per il cronometraggio di precisione e la gestione dei risultati per più di un centinaio di discipline sportive. Dove avviene la progettazione e la produzione dei tabelloni elettronici, dei sistemi di fotofinish e dei software per la distribuzione dei risultati ai media. 

    Il progredire della tecnologia

    Proprio a proposito del cronometraggio professionale, vale la pena ricordare che esattamente 20 anni fa, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006, Omega aveva applicato i transponder alle caviglie degli atleti. Quella speciale tecnologia perfezionò la misurazione dei tempi di gare particolarmente competitive come quelle dell’inseguimento a squadre con pattini su ghiaccio.

    In due decenni, il settore della misurazione dei tempi – totali, parziali e intermedi, tutti immediatamente confrontabili tra loro e con scansioni sempre più piccole – ha fatto grandi progressi. Come è logico immaginare, ma anche per via dell’Intelligenza Artificiale, che gestisce sensori di movimento e sistemi di posizionamento. In questo modo speciali telecamere permettono per esempio la registrazione in tempo reale di altezza e lunghezza di un salto nel pattinaggio artistico, mentre in quello di velocità il rilevamento automatico delle false partenze.

    Omega a Milano Cortina 2026

    Per i prossimi Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026, invece, Omega mette in campo qualcosa come 300 cronometristi, 130 tonnellate di attrezzature, 80 tabelloni tra generali e specifici, circa 100 chilometri tra cavi e fibre ottiche. Per capire la portata del progresso tecnologico del settore in meno di un secolo, basta ricordare che il Marchio svizzero – attivo dal 1848 – aveva iniziato già nel 1932 il cronometraggio ai Giochi Olimpici di Los Angeles, seguite nel ’36 da quelle invernali di Garmish-Partenkirchen, nelle Alpi Bavaresi. Ma all’epoca inviò un unico tecnico attrezzato con una ventina di cronometri a carica manuale e con precisione a 1/10 di secondo.

    Mentre oggi, per i 116 eventi nelle 8 discipline sportive di Milano Cortina 2026, mette a dispizione attrezzature all’avanguardia. Solo per citare gli strumenti più eclatanti, meritano almeno un cenno lo Scan O’Vision Myria, fotocamera da fotofinish in grado di registrare fino a 10.000 immagini digitali al secondo. E lo speciale chip fissato allo scarpone dello sciatore con sensori radar e di movimento, in modo da misurare in tempo reale e continuo la velocità, l’accelerazione e la decelerazione di ogni atleta.

  • Omega Dark Side of the Moon, guida ai nuovi modelli in ceramica

    Omega Dark Side of the Moon, guida ai nuovi modelli in ceramica

    Ci sono molti lati oscuri e sconosciuti nel nostro Universo, nello spazio infinito del sistema solare, della nostra galassia e dei gruppi di galassie di cui conosciamo l’esistenza. Insomma, luoghi lontani, lontanissimi da raggiungere. Persino per la luce. E poi ce n’è uno, carico di fascino e mistero, vicino a noi più di quanto immaginiamo. Ne avvertiamo l’invisibile esistenza soprattutto di sera, in quelle notti in cui la Luna si manifesta ai nostri occhi in tutta la sua bellezza. È il lato oscuro, nascosto, della Luna, opposto a quello che riusciamo a vedere. Perché, si sa, la Luna impiega lo stesso tempo a ruotare su se stessa e a girare intorno a noi, quindi mostra alla Terra sempre la stessa “faccia”. L’altra, quella opposta, sfugge alla vista ma non all’immaginazione.

    Ed è questa che nel 2013 ha ispirato Omega a dar vita, all’interno della linea di orologi Speedmaster, alla collezione Dark Side of the Moon, il “Lato oscuro della Luna” per l’appunto. Quello cantato anche dai Pink Floyd nell’omonimo album del 1972, rimasto nella memoria collettiva e non solo dei rockettari. Una collezione che, vuoi per il soggetto extraterrestre cui si ispira, vuoi per il legame stretto che dai primi anni Sessanta a oggi Omega mantiene con la Luna, è subito diventata iconica. Non quanto la collezione dei Moonwatch, ma quasi. Perché, voglio sottolinearlo, gli Omega Dark Side of the Moon, pur essendo degli Speedmaster, non sono Moonwatch.

    Omega e la Luna, un legame indissolubile

    La collezione non nasce solo per celebrare il lato oscuro della Luna in sé. Ha origine da una missione spaziale, non di secondaria importanza: l’Apollo 8 del 1968. La prima del programma spaziale americano Apollo, con equipaggio, a lasciare l’orbita terrestre e a entrare in quella della Luna, orbitandole intorno per poi tornare sulla Terra. Gli astronauti a bordo – Frank Borman, Jim Lovell e William Anders – sono stati quindi i primi esseri umani a uscire dalla gravità terrestre, a osservare la Terra dallo spazio nella sua interezza e a entrare nel campo gravitazionale lunare. Non solo. Furono anche i primi a osservare con i loro occhi il lato nascosto della Luna, il famoso Dark Side of the Moon.

    E fra i primi a vagare nello spazio interrompendo ogni contatto radio con la Terra. Prima che ciò accadesse, Lovell, pilota del modulo di comando, comunicando con il Kennedy Space Center, pronunciò la celebre frase: «We’ll see you on the other side», ossia «Ci vediamo dall’altra parte». Lui e gli altri astronauti, in quella missione, avevano al polso un orologio Omega Speedmaster. Ecco, il primo Omega Dark Side of the Moon nasce nel 2013 per ricordare quell’impresa. Poi – lo sanno tutti – altri Speedmaster avrebbero accompagnato, a luglio del 1969, gli astronauti della successiva missione Apollo 11, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, nel primo allunaggio della storia.

    Alla versione già in commercio Dark Side of the Moon Apollo 8, Omega affianca oggi sette nuove referenze, di cui vi descrivo alcune particolarità.

    Una meccanica esclusiva

    Tutt’e sette i nuovi orologi hanno la cassa in ceramica di 44,25 mm di diametro e, come da tradizione Speedmaster, tutt’e sette sono cronografi. In più sono certificati Master Chronometer e incassano movimenti di manifattura dotati dell’esclusivo scappamento Co-Axial. Ora, i fan di Omega, i lettori più affezionati del Giornale degli Orologi così come i più esperti e informati in orologeria sanno benissimo di cosa sto parlando. Per tutti gli altri credo sia opportuno almeno ricordare in breve di cosa si tratta, rimandando comunque i più interessati a eventuali approfondimenti.

    Lanciato nel 1999, lo scappamento Co-Axial è stato inventato dal maestro orologiaio George Daniels e messo a punto dalla stessa Omega. Ha una costruzione tale da permettere un minor attrito fra i suoi componenti e una minore lubrificazione, che si traducono in una maggiore affidabilità e costanza di marcia. Di conseguenza riduce anche la necessità di eseguire nel tempo interventi di manutenzione. La questione ovviamente è molto complessa di come ve la sto raccotando in queste righe. Per saperne di più, potete andare a leggere la spiegazione scritta in queste pagine da Augusto Veroni.

    La definizione Master Chronometer invece si riferisce a una certificazione di cronometria rilasciata dal Metas (Istituto Federale di Metrologia), che è un ente indipendente – come del resto è indipendente il Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres). Rispetto alla certificazione di cronometro del Cosc, però, si basa su un più rigido protocollo di test, si applica all’intero orologio e non solo al movimento, richiede requisiti più severi e garantisce scarti di minore entità: 0/+5 secondi al giorno (contro i -4/+6 del Cosc). È stata introdotta da Omega nel 2015, dapprima su alcuni esemplari e poi via via su un numero sempre più ampio di orologi con l’obiettivo di raggiungere l’intera produzione.

    Omega Dark Side of the Moon: quattro movimenti di manifattura

    I nuovi Omega Dark Side of the Moon, dicevo, si differenziano fra loro sia per quanto riguarda l’estetica che per la meccanica. Li possiamo suddividere in quattro gruppi: Dark-Dark, Dark-Red, Dark-White e Grey-Grey. Non si tratta di categorie ufficiali, mi raccomando: ma solo di indicazioni utili a riconoscere le sette diverse versioni.

    Dark-Dark. Cominciamo dalla prima variante (che comprende le referenze 310.92.44.51.01.005 e 310.92.44.51.01.003). I due orologi hanno total look nero e sono animati dal calibro Omega 9900 Black Edition, a carica automatica: in cui il nero si ritrova sulle platine, sui ponti, sulla massa oscillante e su tutti gli altri elementi del movimento osservabili attraverso il fondello in vetro zaffiro. Entrambi mostrano due contatori – con i secondi continui a ore 9, mentre quello a ore 3 ha le lancette dei minuti e delle ore cronografiche coassiali – e il datario a ore 6. Si distinguono tra loro per il cinturino in caucciù oppure in tessuto, per essere più precisi in nylon che riveste un interno in caucciù.

    Dark-Red. Passiamo quindi al modello che dispone della lancetta centrale dei secondi cronografici di colore rosso (referenza 310.92.44.51.01.001). Integra il calibro Omega 9908 a carica manuale, anch’esso interamente brunito. Si tratta ancora di un cronografo bicompax, con ore e minuti crono in un unico contatore e i secondi continui nell’altro, tuttavia privo di datario. Ed è disponibile solo con il cinturino in caucciù.

    Dark-White. Altri due esemplari (referenze 310.92.44.51.01.004 e 310.92.44.51.01.002) rappresentano la versione rivisitata dell’Omega Dark Side of the Moon originale. Molto simili ai modelli all black, sono caratterizzati però da indici e lancette in oro bianco che offrono un’ottima visibilità. Montano lo stesso movimento dei precedenti, il calibro Omega 9900 a carica automatica – qui però in versione non annerita -, e riportano quindi ore e minuti crono in un unico contatore, secondi continui e datario. Anch’essi sono corredati di due cinturini, in caucciù o in tessuto.

    Grey-Grey. Gli ultimi due, infine, inaugurano la sotto-collezione Grey Side of the Moon (referenze 310.92.44.50.06.00 e 310.92.44.50.06.001). Sono equipaggiati dal calibro Omega 3869 a carica manuale, senza data, che ricrea sul quadrante la classica configurazione tricompax 3-6-9 – tanto amata dagli appassionati di cronografi -, con ore e minuti crono in due contatori separati e i secondi continui. Anche qui la differenza fra i due esemplari sta nel diverso materiale dei cinturini.

    La ceramica Omega

    Non temete per i tanti numeri: quello che ho appena scritto risulta molto intuitivo se guardate le immagini sopra e leggete le rispettive didascalie. Ci tengo però a sottolineare che tutti i nuovi Omega Dark Side of the Moon presentano un’architettura ridisegnata, dai profili più sottili rispetto ai modelli del passato. Il che è stato possibile anche grazie alle migliorate tecniche di lavorazione della ceramica, che Omega ha affinato in quattro anni di sviluppo.

    In effetti, la maestria con cui la Maison di Biel produce e lavora la ceramica è evidente. Per esempio, il doppio strato (in ceramica, appunto) di cui si compongono i quadranti ripropone il già apprezzato effetto di profondità che si osserva negli altri Speedmaster. Aggiungo poi che le versioni Dark-White utilizzano per la scala tachimetrica della lunetta e per il logo sulla corona il Liquidmetal. Ricordo che è un materiale ceramico speciale contenente zirconio, titanio, rame, nichel e berillio, tre volte più resistente ai colpi e ai graffi dell’acciaio inossidabile.

    La funzione fuso orario

    Se leggete le specifiche dei modelli con movimento Omega 9900, Omega 9900 Total Black e Omega 9908, vi trovate di fronte alla funzione fuso orario. Che può essere, a una prima osservazione, attribuita al contatore a ore 9, con le lancette di ore e minuti crono coassiali. Scambiare quel contatore per un secondo fuso orario è davvero un attimo. In realtà, l’Omega Dark Side of the Moon può mostrare un fuso orario per volta.

    Ma se volate da un capo all’altro del mondo, vi basterà, una volta giunti a destinazione, estrarre la corona in posizione 2 (le posizioni sono in tutto tre), e ruotarla in avanti o indietro per far scattare la lancetta delle ore di un’ora in avanti o di un’ora indietro, senza modificare la posizione dei minuti. Al passaggio, in un verso o nell’altro, delle ore 24, la data avanza oppure indietreggia. Si tratta quindi di una caratteristica aggiuntiva per rendere più facile la vita dei grandi viaggiatori che posseggono un Dark Side of the Moon e altri Omega. L’attenzione al cliente si rivela anche in queste “piccole cose”.

    Omega Dark Side of the Moon: dal contrasto bianco-nero al total black

    Dal punto di vista estetico, la nuova collezione può davvero soddisfare tutti i gusti. Se i modelli con contrasto bianco-nero sono leggibili con ogni tipo di luce, la versione total black però mi ha lasciato un po’ perplesso. La scelta di proporre in nero qualsiasi elemento visibile sul quadrante, dalle lancette agli indici al lay-out, può rendere difficile la consultazione delle informazioni. L’unico aiuto alla leggibilità arriva dalla differente riflessione della luce da parte delle superfici lucide e di quelle opache. La finestrella della data per esempio fa luce su un disco in cui il nero è usato tanto per lo sfondo quanto per i numeri. Se avete qualche problema di presbiopia, l’assoluta mancanza di contrasto potrebbe non fare al vostro caso.

    Opinione personale, s’intende. Il nostro Direttore, Daniela, Fagnola, afferma al contrario di apprezzare le versioni total black, da lei soprannominate Phantom. Sostiene che si tratta di una delle tendenze più affermate nell’orologeria contemporanea. Una tendenza che, in fondo, è figlia del nostro tempo. Proprio perché ormai leggere l’ora al polso è quasi pleonastico, visto che la si ritrova ovunque negli strumenti tecnologici di cui siamo circondati (dallo smartwatch al computer al forno a micronde…), l’orologio assume altre valenze. Per esempio di accessorio che cattura l’attenzione, e in questo senso può anche essere in qualche modo “misterioso”. Fermo restando il suo valore di “status“, di oggetto che trasmette, a chi li sa cogliere, messaggi di cultura, passione, possibilità economiche. Ma non divaghiamo.

    Decisamente più leggibile l’esemplare Dark-Red con lancetta centrale rossa. Che è anche una delle più sottili: 13,02 mm contro i 15,09 mm dei modelli total black e di quelli con contrasto bianco-nero.

    Grey Side of the Moon, le due facce della Luna sullo stesso orologio

    Se parliamo di spessore, che di un orologio determina spesso la vestibilità e la praticità d’uso, a spiccare è la versione Grey Side of the Moon a carica manuale. Con i suoi 12,97 mm surclassa la referenza da 13,02 mm e stacca nettamente i restanti modelli che si attestano sui 15,09 mm di spessore. L’assenza infatti di un rotore di carica, come spesso capita, permette ai progettisti di ridurre lo spessore del calibro e, di conseguenza, quello della cassa destinata a ospitarlo.

    Ma la versione Grey Side of the Moon ha a mio parere un altro plus dalla propria parte. Prende spunto dalla frase pronunciata da Jim Lovell, quando la navicella, dopo aver sorvolato il lato nascosto della Luna, riprese i contatti con la Terra: «The Moon is essentially grey». Ossia «La Luna è essenzialmente grigia». Questo speciale modello esibisce, grazie a precise incisioni laser, entrambe le facce della Luna. La faccia visibile si trova sul quadrante parzialmente scheletrato; quella invisibile su platina e ponti del movimento, ed emerge osservando l’orologio dall’oblò in vetro zaffiro sul fondello. La stessa frase è incisa lungo l’anello in acciaio che incastona il vetro.

    Considerazioni finali e prezzi

    Per riassumere: sulla qualità dei materiali impiegati e sulla maestria di Omega nella lavorazione e finitura degli elementi in ceramica, c’è poco da dire. I nuovi Dark Side of the Moon esaltano entrambi gli aspetti più di quanto facessero i precedenti. Costano più dei Moonwatch, ma hanno un diametro maggiore e vantano lo scappamento Co-Axial e la certificazione Master Chronometer. Premessa indispensabile per introdurre i prezzi. Vale a dire: 15.600 euro per i Dark-White, 15.900 euro per i total black e il Dark-Red, 16.300 euro per le varianti Grey Side of the Moon. Siamo mediamente al doppio di un Moonwatch di base. A decidere se tale prezzo è giustificato o meno sarà lo stesso mercato.                           

  • L’Omega Speedmaster e i 60 anni della “qualificazione” Nasa

    L’Omega Speedmaster e i 60 anni della “qualificazione” Nasa

    Gli anniversari rappresentano per il mondo dell’orologeria occasioni straordinarie per riportare alla memoria o celebrare modelli che, in un modo o nell’altro, hanno fatto la storia di un marchio. Nuove complicazioni, materiali inediti, genesi di collezioni divenute iconiche nel tempo sono motivi più che validi per riprendere gli orologi a distanza di decadi, rivisitarli in chiave moderna e proporli agli appassionati. Omega, dobbiamo ammetterlo, vanta primati di prestigio assoluto, molti dei quali legati alla collezione di cronografi a carica manuale Speedmaster.

    Considerata un’icona fuori dal tempo, la serie di Omega Speedmaster ha per esempio prodotto la referenza 105.012-65 che il 20 luglio 1969 ha accompagnato gli astronauti della missione Apollo 11 nel primo allunaggio della storia. Un’impresa memorabile che – come tutti sanno – è valsa allo Speedmaster in questione e ai modelli che ne hanno tratto ispirazione negli anni a venire il nome di Moonwatch (Orologio della Luna). 

    Non tutti sanno però che una precedente referenza della stessa serie (la 105.003) aveva già partecipato a importanti missioni spaziali statunitensi. E che la certificazione con cui la Nasa ha dichiarato quell’esemplare idoneo alla conquista dello spazio risale al 1° marzo 1965. Ecco, in questo 2025 Omega festeggia il 60° anniversario di quello storico traguardo. Di cui, nei paragrafi che seguono, provo a ripercorrere le tappe.

    Un orologio meccanico da affiancare ai misuratori elettronici

    Anno 1963. Si conclude il progetto Mercury, il primo programma spaziale a stelle e strisce ad aver inviato esseri umani in orbita intorno alla Terra. Sette astronauti in tutto, passati alla storia come i “Mercury Seven”, hanno di fatto inaugurato la corsa allo spazio, affidandosi totalmente alle strumentazioni elettroniche dei vari moduli. Strumentazioni tanto avanzate (in relazione ai tempi, s’intende) quanto dipendenti dalla corrente elettrica fornita dagli accumulatori di bordo.
    Ma per le missioni future gli astronauti chiedono di poter affiancare ai misuratori elettronici degli orologi meccanici, il cui funzionamento fosse indipendente dalla corrente elettrica. La richiesta è ufficialmente inoltrata a Donald Kent “Deke” Slayton, Direttore delle Operazioni Nasa per i programmi spaziali Mercury, Gemini e Apollo.

    Anno 1964. Slayton accoglie la richiesta e la inoltra a diverse manifatture orologiere chiedendo l’invio di cronografi meccanici di alta qualità. Questi sarebbero stati sottoposti a rigorosi test interni coordinati dall’ingegnere James Ragan. A spedire i propri campioni ai laboratori Nasa – secondo alcune fonti – sono soltanto quattro marche. Secondo altre sarebbero state dieci.
    Noi del Giornale degli Orologi conosciamo anche una versione inedita alla quale sentiamo però di dar credito. In un’intervista rilasciata dallo stesso Ragan ad Augusto Veroni, di cui qui trovate un estratto, l’ex ingegnere fa riferimento a orologi acquistati da emissari della Nasa in incognito presso diversi rivenditori americani.

    Le prime selezioni. E Omega va avanti

    In un caso o nell’altro, Omega partecipa alla storica selezione. Alcuni orologi sono scartati in partenza, non possedendo i requisiti di base per poter accedere ai test. Ne restano tre: Omega, con lo Speedmaster ref. 105.003, è fra questi. È un cronografo da 39,7 mm di diametro, con indici luminosi in trizio (il Super-LumiNova sarebbe arrivato quasi 35 anni più tardi), scala tachimetrica sulla lunetta, vetro in plexiglas, pulsanti crono di medie dimensioni e assenza di spallette di protezione per la corona.

    Ad animarlo il famoso calibro 321 basato su ruota a colonne. I test hanno inizio. Due degli orologi in prova si fermano già al primo, quello dell’alta temperatura: 70° C per le prime 48 ore, 90° C per i successivi 30 minuti. Deformazione delle lancette e del vetro zaffiro le cause principali del fallimento. L’Omega Speedmaster ne esce indenne e va avanti. 

    L’accelerazione del razzo Saturn V

    Vi lascio immaginare quali e quanti test l’orologio selezionato avrebbe dovuto superare per essere considerato così affidabile da essere incluso fra gli strumenti in dotazione ai piloti. Le missioni non ammettono errori, né possibilità di recupero: un orologio deve funzionare dalla partenza al rientro sulla Terra. Qualsiasi anomalia di marcia o arresto non sarebbero stati in alcun modo rimediabili. Badate bene che un orologio meccanico poteva fare la differenza fra il successo e l’insuccesso di una missione, come qualche anno più tardi avrebbe dimostrato la missione Apollo 13. Anche a tal riguardo vi sveliamo alcune curiosità nella nostra intervista a James Ragan.

    Senza entrare nel merito delle condizioni fisiche e delle continue variazioni di temperatura e pressione cui gli orologi sarebbero stati sottoposti, vi ricordo che le accelerazioni subite dai piloti durante le varie sequenze di lancio sono ai limiti della tolleranza per qualsiasi adulto non opportunamente allenato e formato. Vi do giusto qualche numero.
    Il mitico Saturn V, il razzo che ha portato in orbita il LEM (Lunar Excursion Module, il mezzo che si sarebbe poi posato sulla superficie lunare quella notte di luglio del 1969), nella prima sequenza di lancio aveva il compito di raggiungere un’altitudine di 61 km a una velocità di 8.600 km/h in appena due minuti e mezzo. L’accelerazione necessaria era tale da far raggiungere al Saturn V i 2 km di quota alla velocità di 1.800 km/h.        

    11 test in tutto. L’Omega Speedmaster è l’unico a superarli

    I test riservati agli orologi furono in tutto 11. Quei test, come in più occasioni l’ingegnere Nasa James Ragan ha ricordato, erano gli stessi cui erano sottoposti gli altri strumenti di bordo. «Il fatto che un orologio riuscisse a superare quei test sorprese persino me», ricorda Ragan. «Quello specifico ambiente era stato creato per i dispositivi destinati alle navicelle. Era tutt’altro che facile. Quei test erano i più estremi cui si potesse sottoporre un dispositivo».

    Senza entrare nel merito di ciascuna prova, mi limito a elencarle per tipo. Test alle alte temperature, test alle basse temperature, test sottovuoto, test di umidità, test di corrosione, test di resistenza agli urti, test di accelerazione, test alle basse pressioni, test alle alte pressioni, test di vibrazione e test del suono. Il test di accelerazione, ritenuto cruciale per un orologio che doveva seguire un razzo spaziale nella sua complessa fase di lancio, consisteva nel sottoporre l’orologio a una forza massima di 7,25 G per 5 minuti, per poi incrementarla fino a 16 G, lungo tre assi, per un intervallo di tempo pari a 30 secondi. G è l’accelerazione di gravità, quella subita da qualsiasi corpo in caduta libera in un campo gravitazionale, e assume un valore medio di 9,8 m/s2. Moltiplicando per 16 questo valore, si ottiene l’impressionante accelerazione di 156,8 m/s2.   

    Prima dell’Apollo 11. Le missioni del programma Gemini

    L’unico ad arrivare fino alla fine del percorso segnando sempre l’ora esatta fu l’Omega Speedmaster ST 105.003. La Nasa, quel 1° marzo 1965, era finalmente in possesso dell’orologio che avrebbe preso parte alle successive missioni spaziali con equipaggio.

    Solo dopo tre settimane infatti, l’Omega Speedmaster ST 105.003 avrebbe accompagnato gli astronauti Virgil Ivan “Gus” Grissom e John Young nella missione Gemini 3. Poi, dopo aver beneficiato di alcuni miglioramenti, Edward White nella celebre e fotografata “passeggiata spaziale” del 1965, nella missione Gemini 4. E ancora, nel 1968, nella missione Apollo 8 che per la prima volta svelò all’occhio umano “l’altro lato della Luna”. Per consegnarsi definitivamente alla Storia (quella con la “S” maiuscola), il 20 luglio 1969, con la missione Apollo 11, il primo e memorabile allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. 

    È importante sottolineare che gli esemplari utilizzati in quegli anni oltre i confini terrestri erano gli stessi destinati da Omega alla vendita. Gli stessi cioè che le persone comuni potevano ammirare nelle vetrine dei negozi e comprare. L’unica modifica apportata e richiesta dagli stessi piloti consisteva in un cinturino in Velcro® che permetteva di indossarli sopra la tuta spaziale.        

    Gli Omega Speedmaster Moonwatch oggi

    Faccio una premessa a scanso di equivoci: tutti i Moonwatch sono Speedmaster, ma non tutti gli Speedmaster sono Moonwatch. Questo perché la serie dei cronografi Speedmaster è nata nel 1957 ispirandosi al mondo delle auto da corsa, non all’esplorazione spaziale. La mitica lunetta con scala tachimetrica, pensata per misurare la velocità media di un’auto sulla distanza di 1 km, ne è una diretta testimonianza.

    Gli attuali Omega Speedmaster ’57 (diametro di 40,5 mm) rappresentano infatti l’evoluzione di quei primi modelli. Gli Speedmaster First Omega in Space (diametro di 39,7 mm) si ispirano invece a un esemplare precedente a quello che ha ottenuto la qualificazione Nasa del ’65 e che quest’anno festeggia i 60 anni. Si tratta dell’Omega CK 2998 indossato dall’astronauta Walter Schirra il 3 ottobre 1962 per la missione Sigma 7 del progetto spaziale Mercury. Non un orologio testato in particolari condizioni, ma – stando a quanto tramandato – una scelta personale del pilota.

    Poi ci sono gli Speedmaster Dark Side of the Moon (diametro di 44,24 mm), ispirati agli esemplari utilizzati dagli astronauti dell’Apollo 8 che nel 1968 hanno visto per la prima volta la “faccia nascosta della Luna”. E ancora gli Speedmaster Calibro 321 (diametro di 39,7 mm), che montano un movimento sviluppato a partire da quello in uso fino al 1968. Interamente revisionato, è il risultato di due anni di studi e ricerche nei quali il Marchio ha utilizzato addirittura la Tac per esplorare l’interno dell’ST 105.003 che aveva al polso Eugene “Gene” Cernan durante l’Apollo 17 del 1972.

    E veniamo ai Moonwatch derivati da quello usato per il primo sbarco sulla Luna del 1969, base per i modelli contrassegnati dalla dicitura “Professional”. Hanno tutti la cassa di 42 mm di diamtero, il vetro in esalite (plexiglas) o zaffiro sintetico a seconda delle referenze, calibro Omega 3861 a carica manuale (come l’originale) e sono fatti di vari materiali che spaziano dall’acciaio inossidabile all’oro Sedna o all’oro Canopus. Emblematico il fondello a vite che riporta incise le famose scritte: Flight-Qualified by Nasa in 1965 for all manned space missions. E ancora: The first watch worn on the Moon. Il resto è storia.        

  • MoonSwatch 1965: quando il Moonwatch… imparò a volare

    MoonSwatch 1965: quando il Moonwatch… imparò a volare

    Parafrasando la celebre hit di Britney Spears mi viene da scrivere “Oops! It did it again”. Swatch lo ha fatto ancora, ha lanciato un nuovo MoonSwatch, il MoonSwatch 1965. Questa volta l’occasione sono i 60 anni da quando lo Speedmaster di Omega ha ottenuto la qualifica di idoneità al volo spaziale. Un’occasione coerente con la collezione e con il rapporto che lega MoonSwatch e Speedmaster.

    Il lancio della collezione MoonSwatch a marzo del 2022 è stato l’unico, vero e indiscusso crack dell’orologeria degli ultimi anni. Un’onda lunga che per alcune referenze dura tuttora, anche grazie alla capacità di Swatch di tenere alta l’attenzione sulla linea con nuove uscite periodiche, non sempre a mio avviso coerenti come invece è quello del MoonSwatch 1965.

    MoonSwatch sì, MoonSwatch no

    Al di là dei Mission to Moon con la lancetta dei secondi in oro, con le fragole, i fiocchi di neve, le lanterne svizzere e altre amenità fuori controllo, alcune varianti degli scorsi anni hanno avuto senso. Penso ai due orologi con fasi lunari, il bianco e il nero, con Snoopy accoccolato sulle lune: coerente con la storia lunare dello Speedmaster e con il legame che lo unisce al bracchetto disegnato da Charles M. Schulz. 

    O ancora al Mission to Earthphase, con la complicazione delle fasi terrestri proposta come prima assoluta in orologeria. Una visione che gli astronauti avevano dalla superficie lunare per cui, anche qui, sensata. Un po’ meno, a mio avviso, il Mission to Super Blue Moonphase: l’omaggio alla luna piena di colore blu del 19 agosto, la prima superluna dell’anno, mi è tanto sembrato un modo furbo per tenere viva la collezione. Così come i tre orologi della linea Mission on Earth (Lava, Polar Lights e Desert): dopotutto parliamo di MoonSwatch, non di EarthSwatch.

    Invece stavolta, per come la vedo io, il MoonSwatch 1965 è totalmente sensato. Perché con il suo quadrante candido è un omaggio anche a tutti gli Speedmaster bianchi che, negli anni, sono diventate referenze ricercatissime dai collezionisti. E perché l’ottenimento della qualifica di idoneità al volo spaziale da parte del cronografo di Omega è una delle pietre miliari dell’orologeria, a prescindere dal fatto che l’orologio piaccia o meno.

    Altro che marketing…

    A tal proposito, in questo articolo voglio deliberatamente tralasciare di parlare del MoonSwatch 1965. O meglio, lascio che a farlo siano le didascalie per ciò che riguarda le caratteristiche dell’orologio, che in alcuni casi lo distinguono dagli altri pezzi della collezione, in altri sono quelle che ben conosciamo fin dal lancio del marzo 2022. Credo siano più interessanti un excursus storico (breve, lo prometto, e spero non noioso) sulla corsa allo spazio dell’orologeria negli anni  ’60 e il racconto di ciò che significa, per un orologio, essere abilitato all’uso in orbita.

    Una cosa che chi non è del settore considera spesso come un argomento di vendita, che Omega utilizza da sei decenni per rendere appetibile il proprio cronografo. Qualcosa che, invece, ha alle spalle una serie di procedure e di test rigorosissimi i quali, all’epoca, facevano tremare qualsiasi manifattura orologiera intendesse mandare i propri pezzi in orbita. Il fatto di averli superati era e rimane una conquista tecnologica per l’intero settore.

    Dalla storia al MoonSwatch 1965

    Con l’inizio del programma spaziale americano, la Nasa – l’Agenzia spaziale statunitense – tra le altre cose si mise anche alla ricerca di orologi e cronometri per il calcolo dei tempi a bordo delle navicelle. Dovevano essere strumenti estremamente affidabili per un programma spaziale che puntava a stabilire la superiorità degli Stati Uniti in quel settore, principalmente sull’Urss.

    La selezione ufficiale per avere strumenti capaci di sottostare a prove impegnative in situazioni ambientali estreme, senza perdere precisione e affidabilità, portò alla decisione di scegliere un solo modello prodotto da un singolo marchio. La Nasa chiese a dieci produttori di presentare domanda come fornitori: Elgin, Benrus, Bulova, Gruen, Hamilton, Longines, Mido, Lucien Piccard, Omega e Rolex.

    Stando ai documenti della Nasa presenti nell’archivio dell’Omega Museum di Bienne, risposero all’offerta formale della Nasa per ottenere i cosiddetti RFP (o Request for Proposals) solo quattro marchi dei dieci interpellati: Omega, Longines-Wittnauer, Rolex e Hamilton. Quest’ultima però scartata subito perché, pur realizzando ottimi cronografi certificati, aveva in produzione solo pezzi da tasca.

    Omega mise sul piatto lo Speedmaster ST105.003 – con il calibro Lemania 321 -, Longines-Wittnauer il cronografo 235T, Rolex il 6238, conosciuto anche come pre-Daytona, con un Valjoux 72 nella cassa. Tutt’e tre dovettero sottostare alle terribili prove da sforzo richieste dalla Nasa, che riassumo per comodità più sotto, ma solo lo Speedmaster, benché acciaccato, riuscì a ottenere risultati soddisfacenti. Lo testimonia il resoconto scritto dell’assistente Direttore per le operazioni dell’equipaggio a bordo del Lem di Apollo 11, con data 1° marzo 1965, quella celebrata dal MoonSwatch 1965.

    I risultati dei test

    Secondo il report, il Rolex si fermò due volte durante il test dell’umidità relativa; nel test ad alta temperatura la lancetta dei secondi si piegò e le altre lancette si bloccarono, cosa che indusse la Nasa a non effettuare altri test. Nel Longines-Wittnauer, il vetro si piegò e si staccò durante i test ad alta temperatura e di decompressione. Non furono effettuati ulteriori test su quel cronografo.

    Lo Speedmaster andò avanti di 21 minuti durante il test di decompressione e ne perse 15 durante quello di accelerazione, con anche la distruzione del materiale luminescente durante le prove. Tuttavia, come risultato globale dei test, funzionò in modo soddisfacente e la Nasa ne raccomandò l’impiego per la sua “maggiore precisione, affidabilità, leggibilità e facilità d’uso”.

    All’inferno e ritorno (per Omega)

    Che cosa dovette sopportare quell’orologio cui oggi il MoonSwatch 1965 rende omaggio per poter volare nello spazio? Undici, terribili test, di cui si trova oggi un resoconto nell’archivio storico di Omega. Test ad alte temperature, in cui era esposto a 70°C per 48 ore, poi a 93°C per 30 minuti in un vuoto parziale. Basse temperature: esposto a -18°C per 4 ore. Sotto vuoto: riscaldato in una camera a vuoto e poi raffreddato a -18°C per diversi cicli. Umidità: esposto a dieci cicli di 24 ore in condizioni di umidità superiore al 95%, con temperature tra 25°C e 70°C.

    E poi ancora, test di corrosione: esposto a un’atmosfera di ossigeno a 70°C per 48 ore. Resistenza agli urti: esposto a sei urti di 40 G in sei direzioni diverse. Accelerazione: sottoposto ad accelerazione progressiva a 7,25 G per circa cinque minuti e poi a 16 G per 30 secondi in tre assi. Bassa pressione: sottoposto a una pressione di 10-6 atmosfere a 70°C per 90 minuti, poi a 93°C per 30 minuti. Naturalmente, test in alta pressione: aria a 1,6 atmosfere per 60 minuti. Test di vibrazione, in cui era sottoposto a vibrazioni casuali su tre assi tra 5 e 2.000 Hz, con un’accelerazione di 8,8 G. Infine, il test del suono: bombardato a 130 decibel a frequenze da 40 a 10.000 Hz per 30 minuti.

    Insomma, un inferno, altro che argomento di marketing. Giusto quindi, da parte di Swatch, omaggiare quel traguardo e quella data con il MoonSwatch 1965 che, lo ricordo per i distratti, non è un Moonwatch. Ma se metterselo al polso può far sentire chi lo indossa parte della storia dell’orologeria, che cosa dire se non… missione compiuta?

  • Speedmaster Moonphase Meteorite: Omega, la Luna e lo Spazio

    Speedmaster Moonphase Meteorite: Omega, la Luna e lo Spazio

    Prima o poi doveva succedere. Perché è un’associazione naturale, quasi ovvia: se c’è un orologio che è legittimato ad ammantarsi di materiale extraterrestre non può che essere questo. Lo Speedmaster, certo – e cos’altro, se no? L’esemplare che nello Spazio c’è andato davvero: e ha partecipato a innumerevoli missioni della Nasa, non solo al polso degli astronauti del programma Apollo, ma anche di quelli del programma Gemini e prima ancora del programma Mercury, sin dalla fine degli anni Cinquanta. Ecco allora che Omega presenta finalmente una speciale versione dello storico modello con quadrante e altri dettagli in “roccia spaziale”: lo Speedmaster Moonphase Meteorite, appunto.

    Una complicazione appropriata

    Ma – come il nome lascia intendere – in questa inedita interpretazione dell’orologio che è andato sulla Luna c’è un altro elemento importante da sottolineare. Niente che riguardi l’estetica, intendiamoci. Invece una particolarità meccanica che qui trova (mi ripeto) una collocazione appropriata e quanto mai plausibile: le fasi lunari. La complicazione astronomica più poetica, incastonata a ore 6, diventa l’essenza meccanica (concedetemi l’ossimoro) del nuovo esemplare. Tanto più che è parte di un movimento che appare ora per la prima volta e che quindi potrebbe essere stato messo a punto ad hoc. Il calibro Co-Axial Master Chronometer 9914, di cui parleremo poi, a carica manuale come vuole la tradizione del Moonwatch.

    Sia chiaro, non è la prima volta che le fasi di luna appaiono nello Speedmaster. Avevano esordito in passato, nel lontano 1985, con il calibro 866 che le esponeva in un’insolita posizione a ore 12, e tornarono in diverse referenze degli anni Ottanta e Novanta. Poi, dal 2003, rieccole in vari modelli Professional, equipaggiati dal calibro 1866, evoluzione del precedente movimento su base Lemania. Più di recente, le fasi lunari si ritrovano nello Speedmaster Moonphase presentato a Baselworld nel 2016. Animato dal calibro 9904, potrebbe essere considerato l’immediato predecessore del nuovo Speedmaster Moonphase Meteorite, sebbene le differenze fra i due esemplari non siano poche. C’è da dire infatti, che rispetto a quello, Omega ha apportato numerosi cambiamenti…  

    Le caratteristiche dello Speedmaster Moonphase Meteorite

    La cassa, prima di tutto. In acciaio, misura 43 mm di diametro (contro i precedenti 44,25 mm e più coerente con i 42 degli altri Speedmaster in catalogo, in quell’ottica contemporanea di revisione delle dimensioni). Dall’architettura asimmetrica come di consueto e con le caratteristiche anse “a lira”, ha la lunetta in ceramica blu oppure nera con la scala tachimetrica impressa in smalto bianco. Completa il look il bracciale in acciaio, a tre file, del genere definito “Nixon” dai fan di Omega (dal nome del Presidente americano cui fui offerto un Moonwatch nel 1969). Infine, il vetro zaffiro a box che fornisce maggior profondità al quadrante in meteorite.

    Già, il quadrante in meteorite, protagonista assoluto dell’habillage. Ho chiesto informazioni a Omega sulle origini del materiale ferroso: e la risposta è che proviene dalla meteorite Muonionalusta, proprio come i display dei Constellation Meteorite, la collezione uscita più o meno un annetto fa. Ma il legame fra le due famiglie di orologi va anche oltre. Perché l’esperienza accumulata in quell’occasione nel trattamento cromatico delle meteoriti è stata utile anche adesso. Il quadrante dello Speedmaster Moonphase Meteorite è stato infatti colorato di grigio o di nero con un rivestimento galvanizzato.

    Sempre a proposito di meteoriti, Omega dichiara invece la provenienza di quella utilizzata per le due Lune poste a ore 6, che indicano rispettivamente le fasi percepite nell’emisfero settentrionale e meridionale del Pianeta. Si tratta proprio di una meteorite lunare, appositamente tagliata in due minuscoli cabochon che così forniscono una rappresentazione realistica del nostro Satellite. E, per accentuare ancora di più il senso dello story-telling (potenza del marketing!), lo sfondo che le circonda riproduce esattamente la collocazione delle stelle nel cielo di Biel/Bienne la notte dell’allunaggio dell’Apollo 11, in quel 20 luglio 1969.

    Un movimento evoluto

    Passiamo dunque al calibro Co-Axial Master Chronometer 9914, che chiaramente appartiene alla famiglia di calibri 99XX, montati all’interno di altri esemplari in catalogo. Tipo il 9908 dello Speedmaster Chronoscope del 2021 (o anche dell’ultima versione uscita l’estate scorsa per le Olimpiadi). Oppure il 9906 degli Speedmaster 57 “colorati” lanciati nel 2022. A carica manuale, come scrivevo sopra, è uno sviluppo del calibro 9900, con la platina della complicazione sovrapposta al movimento cronografico di base. Il che comunque non va troppo a influire sul volume complessivo, visto che il movimento ha uno spessore di 7,15 mm. La cassa invece misura 13,6 mm (di spessore) contro i 16,85 dello Speedmaster Moonphase del 2016, che però era un automatico.

    La costruzione rimane quella degli altri esemplari. Dal fondello dell’orologio si vede la platina aperta sul bilanciere, fissato con un grande ponte massiccio e fulcro della decorazione. In sintesi, si tratta di un cronografo con ruota a colonne, spirale in silicio e autonomia di 60 ore. Altre particolarità tecniche sono sottintese alla definizione Co-Axial Master Chronometer. Quindi, scappamento Co-assiale e certificazione del Metas, l’Istituto federale di metrologia che lo ha sottoposto a 8 rigorosissimi test (dopo che il movimento è stato certificato dal Cosc). E che ne garantisce non solo la costanza di marcia ma anche la resistenza ai campi magnetici fino a 15mila gauss. Trovate comunque ulteriori dettagli nelle didascalie della gallery.

    Prezzo e disponibilità dello Speedmaster Moonphase Meteorite

    Mancano ancora le ultime informazioni, quelle che tanti appassionati vorrebbero sapere per prime. Il prezzo dello Speedmaster Moonphase Meteorite è di 19.100 euro, indipendentemente dalla versione. Che non sono pochi, ve ne do atto, ma sui quali influisce non solo il quadrante in meteorite ma ancor più lo sviluppo del movimento. Poi la disponibilità: l’orologio non è ancora in vendita online, ma come al solito sarà innanzitutto distribuito nei negozi monomarca. Quindi il consiglio agli interessati è di recarsi in boutique (in Italia sono quattro: Roma, Milano, Firenze e Venezia) a chiedere informazioni. E valutarne l’acquisto dopo averlo attentamente analizzato con un lentino. Anche a costo di restare incantati fra le figure di Widmanstätten e le Côtes de Genève arabescate. Quando si dice stregati dalla Luna…

  • First Omega in Space: torna lo Speedmaster vintage

    First Omega in Space: torna lo Speedmaster vintage

    L’epopea spaziale di Omega ritorna, ancora una volta, sotto i riflettori. L’occasione è l’anniversario di un’impresa del programma Mercury, celebrata con la riedizione di uno storico orologio: lo Speedmaster CK 2998. Una sigla poco nota alla gente comune, ma che fa entusiasmare i collezionisti e i fan della Marca anche solo al sentirla nominare. Perché è la referenza del cosiddetto First Omega in Space: il primo Omega, appunto, ad andare nello spazio.

    Presentato lo scorso 3 ottobre in una versione fedele all’originale nell’estetica, il nuovo First Omega in Space ora monta un calibro Master Chronometer. Fa parte quindi di quella generale revisione operata dalla Maison di Biel per riaggiornare la meccanica dei propri modelli più rappresentativi, alla luce delle tecnologie di ultima generazione. Ma la storia di questo esemplare merita di essere raccontata per bene, quindi partiamo dall’inizio.

    Lo Speedmaster, si sa, nasce nel 1957. Due anni dopo, nel ’59, Omega realizzò la seconda generazione della famiglia di orologi, con lo stesso movimento della precedente – il mitico calibro 321 (Lemania 2321) – ma con delle modifiche evidenti. Piccoli dettagli che facevano però la differenza: le lancette Alpha al posto di quelle Broad Arrow, la lunetta con la scala tachimetrica in alluminio nero e non più in acciaio, il cinturino in pelle invece del bracciale.

    L’orologio di Schirra

    Proprio di questo modello si innamorò Walter Schirra – Wally, per gli amici – pilota della US Navy di origine sarda nonché aspirante astronauta del programma Mercury. Uno dei primi 7 scelti dalla Nasa in una rosa di 110, con l’obiettivo di mandare l’Uomo nell’orbita terrestre. La leggenda vuole che Schirra acquistò lo Speedmaster CK 2998 in una gioielleria di Houston, qualche mese prima di partire per lo Spazio, conquistato forse dal design del quadrante ispirato al cruscotto delle auto sportive italiane, probabilmente per farsi un regalo in vista della missione. O almeno così si dice…

    Schirra era stato nominato infatti pilota di riserva del lancio Mercury-Atlas 7, nel maggio 1962, anche se poi in realtà non partì con quella navicella volo che fu invece assegnata a Scott Carpenter. Partì invece come pilota titolare della missione successiva, la Mercury-Atlas 8, lanciata da Cape Canaveral il 3 ottobre 1962: a bordo della capsula Sigma 7, orbitò per 6 volte attorno alla Terra e raddoppiò il tempo di permanenza nello spazio rispetto alle missioni precedenti. In un’operazione registrata negli annali della Nasa come “da manuale”.

    Per la cronaca, durante la permanenza negli spazi ristretti della Sigma 7, in quelle 9 ore e passa di volo, aveva al polso il suo Speedmaster. Lo aveva indossato a titolo personale, con l’intenzione di utilizzarlo come back-up per l’orologio di bordo. Anche se non fu una scelta ufficiale dell’agenzia spaziale (né l’orologio né gli apparecchi interni al veicolo spaziale furono allora sottoposti a test specifici), il CK 2998 funzionò perfettamente. Divenne così, di fatto, il primo Omega nello spazio. E inaugurò la serie di esemplari utilizzati – poi su protocollo Nasa – per le esplorazioni spaziali.

    Il successo del CK 2998 nel tempo

    Alla fine, l’esemplare di proprietà di Schirra tornò “a casa”. Omega lo riacquistò a un’asta di Sotheby’s, il 19 febbraio 1994, e presumibilmente lo conserva fra i propri cimeli, nelle raccolte del Museo di Biel. Tanto per capirci sulla preziosità degli orologi appartenuti a Schirra, un altro Speedmaster dell’astronauta fu venduto da RR Auction nel novembre del 2022, per quasi due milioni di dollari: era un pezzo commemorativo in oro, donatogli durante una cena di gala organizzata nel 1969 all’Hotel Warwick di Houston… Ma non divaghiamo.

    A Baselworld 2012, per festeggiare il 50° anniversario della Missione Mercury-Atlas 8, la Manifattura presentò un nuovo Speedmaster First Omega in Space. Un’edizione speciale numerata, non limitata, rimasta in produzione fino al 2021. Molto simile all’originale: stesso design simmetrico della cassa con le anse dritte, stesso quadrante a tre contatori con il logo in rilievo, stesso cinturino in pelle marrone effetto vintage. Poche le differenze, alcune microscopiche e visibili solo dall’occhio esperto di un “impallinato”, altre irreversibilmente sostanziali.

    Tra le prime, le lancette dei tre contatori: ad Alpha quella dei secondi continui, a bastoncino quelle dei totalizzatori cronografici; poi l’assenza del Dot over Ninety sulla scala tachimetrica (il puntino in corrispondenza del 90, un’ossessione per certi amatori). Tra le seconde modifiche, il quadrante piatto (non a gradini), il vetro zaffiro a box (esalite, addio) e ovviamente il calibro 1861, all’epoca l’ultima evoluzione del leggendario 321. Sempre a carica manuale, aveva 2 giorni di autonomia e lo smistamento delle funzioni crono a navette.

    Il nuovo First Omega in Space 2024

    E arriviamo finalmente ai nostri giorni. Il First Omega in Space attuale riprende anch’esso il design originario ma si distingue dai precedenti in alcuni dettagli e componenti. La cassa in acciaio misura 39,7 mm di diametro e presenta le consuete anse dritte (sebbene leggermente diverse dall’esemplare di 12 anni fa). Filologicamente corretta la lunetta: sempre in alluminio anodizzato nero, ma con l’amato Dot over Ninety redivivo. Il vetro zaffiro ha una nuova forma bombata, che ricorda molto di più quello in esalite degli esordi.

    Il quadrante torna a essere a gradini, ma cambia leggermente colore: diventa ora grigio-blu scuro, grazie a un trattamento Cvd (Chemical Vapor Deposition, deposizione chimica da vapore), con una finitura spazzolata soleil. Ci sono le consuete lancette centrali Alpha di ore e minuti, a bastone per i secondi cronografici; di nuovo Alpha quella nel contatore dei secondi continui, a bastoncino per le ore e i minuti crono. Indici anch’essi a bastone marroni, effetto vintage. Il logo applicato a ore 12 è accompagnato dal font storico per le scritte Omega e Speedmaster.

    Come accennavo all’inizio, la differenza fondamentale sta ovviamente nel movimento. Il nuovo First Omega in Space è equipaggiato dal modernissimo calibro 3861, l’ultimo erede del 321, presente anche in altri Speedmaster attuali. Sempre a carica manuale, è dotato però di scappamento Co-Axial, 50 ore di autonomia e spirale in silicio; antimagnetico fino a 15mila gauss, vanta la certificazione del Metas. Trovate ulteriori informazioni nella gallery qui in alto.

    Prezzi e disponibilità

    Il First Omega in Space di oggi è declinato in tre versioni: con il cinturino in pelle di vitello marrone, simile al pezzo d’epoca, oppure nero (entrambe con impunture beige a contrasto); in alternativa con il bracciale in acciaio a tre file, dai link centrali piatti, con un sistema di micro-regolazione per meglio adattarlo al polso. Cambiano, di conseguenza, i prezzi: 8.400 euro (con cinturino) e 8.800 (con bracciale). Lo si trova comunque già in vendita nelle boutique monomarca (non online). Che certo in assoluto non sono pochi, ma vanno valutati per la storia e per la qualità complessiva. Se mi dovessi mettere nei panni di un collezionista, sinceramente un pensierino ce lo farei…

  • Omega Speedmaster Moonwatch: c’è bianco e bianco…

    Omega Speedmaster Moonwatch: c’è bianco e bianco…

    Quando il nuovo Omega Speedmaster Moonwatch con quadrante bianco è stato lanciato, ai primi di marzo, ha generato un effetto curioso in chi si è trovato a scriverne o a parlarne. Ossia, il focalizzarsi in maniera quasi maniacale ed esaustiva sul collegamento tra il colore del quadrante e quello delle tute spaziali che gli astronauti impiegano per le attività extraveicolari. Un parallelo suggerito dalla comunicazione di Omega a supporto della nuova referenza. Parallelo indubbiamente vero e significativo che ai più è parso come l’unico argomento figo su cui insistere, senza pensare a che cosa significa il bianco nella storia dello Speedmaster. Un parallelo così abusato dai media, che mi ha indotto ad aspettare un po’ prima di scrivere del cronografo.

    È vero che al cronografo è associato, dalla maggior parte dei non addetti ai lavori, il quadrante nero. Perché lo Speedmaster è nato così e così è stato consacrato il Moonwatch dall’epopea delle missioni lunari della Nasa. Ma è altrettanto vero che i quadranti bianchi hanno un posto non di secondo piano nella storia dell’orologio. Referenze che sono diventate oggetti di culto per molti appassionati, che hanno una storia alle spalle spesso non meno interessante di quella del cronografo di nero vestito. Vale la pena soffermarcisi un attimo.

    White is the new black

    Il predecessore più illustre è forse il cosiddetto Moonwatch “Albino”, lanciato da Omega in occasione dei 40 anni dello Speedmaster, nel 1997. Prodotto in soli 500 pezzi e in esclusiva per il mercato italiano, aveva un quadrante bianco sporco, quasi un crema, che si differenziava da quello dell’orologio attuale. 

    Una referenza che vale la pena di ricordare anche per un altro paio di dettagli. Intanto perché era dotata di un doppio vetro zaffiro, uno sul quadrante (al posto dell’esalite) e uno sul fondello. Quest’ultimo consentiva la visione del calibro 1863 introdotto per la prima volta quell’anno. Così come per la prima volta, in quel 1997, fece la comparsa sullo Speedmaster il Super-LumiNova, seconda chicca dell’“Albino”.

    La storia dello Speedmaster Moonwatch “tutto bianco” passa poi per il celebre Alaska Project, referenza ricercatissima del 2008 la cui storia parte però quasi quarant’anni prima. Dai prototipi sviluppati per la Nasa a fine anni ’60, con quadranti color argento/bianco. La funzione del colore non era estetica ma pratica: riflettere meglio la luce solare e il calore, particolarmente aggressivi al di fuori dell’atmosfera terrestre. 

    Caratteristiche di quel modello erano le due lancette del cronografo a forma di capsula spaziale. Anche in questo caso, non per bellezza ma per praticità: puntavano verso le tracce dei minuti e delle ore ed erano meglio leggibili in condizioni difficili, a causa delle vibrazioni a bordo delle navicelle spaziali. La loro forma avrebbe caratterizzato i modelli successivi degli anni ’70, arrivando fino alla referenza del 2008 (e al Moonswatch Misson To Mars).

    L’ultimo Speedmaster Moonwatch tutto bianco che voglio ricordare è l’Apollo 13 Silver Snoopy Award presentato a Baselworld 2015 per celebrare i 45 anni della pericolosa missione. Un’altra edizione limitata, stavolta di 1.970 pezzi, con calibro Omega 1861, quadrante bianco con scritte e lancette nere.

    Il bello dello Speedmaster Moonwatch bianco? Il quadrante

    Lo Speedmaster Moonwatch è uscito anche con versioni panda, come una delle referenze dedicate alle Olimpiadi di Tokyo 2020, o come l’ultimo Silver Snoopy Award del 2020, con i contatori blu. Ma andrei troppo per le lunghe se ne scrivessi, per cui eccoci all’ultimo bianco della serie. Che, mi sbilancio subito, trovo davvero bello. Come sempre, cercherò di farvi capire perché il mio apprezzamento è motivato e non è solo una sensazione a pelle. 

    E per questo vi dico che la bellezza dell’orologio sta proprio nel quadrante. O meglio, nella sua laccatura. Non si tratta infatti di un bianco piatto, ma di un colore che, grazie proprio alla finitura laccata, impreziosisce l’estetica dell’orologio. L’effetto è quasi quello della porcellana Arita giapponese o dello smalto Grand Feu che tanto è apprezzato nell’alta orologeria svizzera. E il bello è, a mio avviso, che un risultato così è ottenuto con processi industriali e non “artigianali”.

    È un concetto che ho già espresso parlando del Bulova Marine Star: guai a demonizzare le lavorazioni industriali, se queste portano dei risultati di alto livello. E nel caso del quadrante di questo Speedmaster Moonwatch, il livello c’è. Specialmente perché la laccatura dà all’orologio una luminosità uniforme che ha il pregio di accentuare il design cosiddetto “step” del quadrante, smussandone e ammorbidendone contemporaneamente le finiture.

    Ricordo che il design “step” individua i diversi livelli di profondità che, sul quadrante, hanno l’anello della minuteria, la parte centrale e i contatori cronografici. Profondità differenti unite tra loro proprio dai gradini (step) del design, che in questo orologio sono smussati, morbidi e omogenei all’intera estetica dell’orologio. Una sensazione che diventa certezza se si osserva il quadrante lateralmente. Gli indici neri delle ore, applicati, spiccano in modo forte insieme alla punta rossa della lancetta dei secondi cronografici, contrastando la morbidezza dell’insieme.

    Meccanica e design

    Per strizzare ancora di più l’occhio ai collezionisti, Omega ha messo sulla lunetta tachimetrica il celebre “Dot over 90”. Detto che la lunetta nera è in alluminio anodizzato, ricordo l’importanza del dettaglio del “Dot over 90”. Indica infatti il posizionamento del puntino indicatore al di sopra del numero 90 sulla lunetta stessa e non al fianco di esso. Non è banale, perché questa posizione è tipica degli Speedmaster Moonwatch prodotti prima del 1970. Che oggi, ça va sans dire, sono le referenze di gran lunga più ricercate.

    Per il bracciale e i cinturini, Omega ha fatto le cose in grande con tre opzioni. Naturalmente è presente il classico bracciale del Moonwatch, d’ispirazione vintage, a cinque file e con le maglie incurvate, che alternano finiture lucide e satinate. Per chi preferisce sentirsi il polso più leggero, sono disponibili anche un cinturino racing in pelle nera micro-traforata con impunture bianche o uno in caucciù con trattamento antibatterico. Bello il dettaglio che lo caratterizza: la parte interna è decorata con un motivo in rilievo che riproduce la superficie lunare.

    Poco da dire sul movimento. O meglio, ci sarebbe tanto da dire, ma il calibro manuale Co-Axial Master Chronometer 3861 che lavora nella cassa è piuttosto noto. Realizzato nel 2019, dopo quattro anni di sviluppo, introduce rispetto ai predecessori alcune migliorie: come l’autonomia di 50 ore, la resistenza ai campi magnetici fino a 15.000 gauss, lo scappamento Co-Axial e la spirale del bilanciere in silicio.

    Come dice il nome, è certificato Master Chronometer e approvato dal Metas, l’ufficio di metrologia della Confederazione svizzera. Che cosa significhi questo in termini di precisione, lo potete leggere qui. Di certo, Omega sottopone ogni singolo Moonwatch a otto rigorosi test prima di fargli lasciare la Manifattura per essere supervisionato dall’Istituto elvetico di metrologia.

    Lo Speedmaster Moonwatch che parla al cuore

    Che dire quindi in più? Ah, certo. Che se volete acquistare questo orologio, lasciate perdere l’e-commerce ufficiale Omega. Al momento, per quanto ci è stato comunicato dalle nostre fonti, lo Speedmaster Moonwatch bianco è disponibile solo nelle boutique monomarca – a fronte, dicono, di una breve lista d’attesa, e con un prezzo che va da 8.700 a 9.100 euro -, mentre per la reperibilità sull’e-commerce e nei concessionari autorizzati ancora non ci sono notizie precise.

    Chiaro segnale del fatto che Omega ci ha preso, creando quella desiderabilità intorno all’oggetto che è croce e delizia per i brand. L’orologio piace, è fuori di dubbio. Piace perché ha meccanica, perché ha estetica e perché, lo abbiamo visto, ha qualcosa che va al di là delle tute spaziali. Di fronte a orologi come questo, la sostanza riesce a parlare al cuore di più e meglio di quanto non sappia fare il marketing. Pensateci.

  • Gli anniversari dell’orologeria, un 2022 da festeggiare 

    Gli anniversari dell’orologeria, un 2022 da festeggiare 

    Nel 2022 l’orologeria festeggia parecchi anniversari. Per una serie di fortuite coincidenze che si sono create nell’ultimo secolo, l’anno in corso è costellato di ricorrenze, “compleanni” di diversi esemplari famosi. Orologi che hanno fatto la storia, capaci di attraversare indenni il trascorrere del tempo, di superare il susseguirsi delle mode e i cambiamenti del gusto. In grado di sedurre intere generazioni, una dopo l’altra, grazie a piccoli ritocchi estetici e ben più importanti rinnovamenti meccanici.

    I loro anniversari nei prossimi mesi saranno celebrati dalle rispettive case produttrici con una certa enfasi. Qualcuno ha già iniziato a fare festa con edizioni speciali, qualcun altro ha già annunciato celebrazioni in pompa magna, altri ancora (forse) saranno più discreti… Ma gli anniversari del 2022 non passeranno certo sotto silenzio – scommettiamo? Vediamoli, intanto, in ordine di anzianità.

    I 90 anni del Calatrava

    Il simbolo dell’eleganza di Patek Philippe nasce nel 1932, ispirato ai principi minimalisti del Bauhaus: “La forma di un oggetto è dettata dalla sua funzione”. La cassa quindi riflette esattamente la costruzione rotonda del movimento, il quadrante essenziale punta tutto sulla leggibilità e riporta le indicazioni con chiarezza. Il primo modello è la rinomata Referenza 96, con calibro a carica manuale, che diventa l’archetipo del “classico” orologio da polso.

    Il Calatrava nel tempo si evolve nei dettagli (lunetta liscia, guilloché o con diamanti, piccoli secondi o secondi al centro, qualche tecnicismo come l’automatismo di carica o il datario), ma non perde mai nulla della propria leggendaria purezza stilistica. L’ultimo modello, lanciato l’anno scorso, è il Calatrava “Clous de Paris” Referenza 6119: in oro bianco o rosa, di dimensioni contemporanee, è animato da un nuovo movimento di manifattura a carica manuale, il calibro 30-255 PS, con autonomia di 65 ore e spirale Spiromax.

    I 70 anni del Navitimer

    Lanciato da Breitling nel 1952, prende nome dai termini “navigation” e “timer”. Perché fin dal prototipo è equipaggiato con uno strumento specifico per supportare i piloti durante la navigazione aerea: il regolo calcolatore. Un dispositivo meccanico posto fra la lunetta, il réhaut e il perimetro del quadrante, che permette di compiere una serie di operazioni utili in volo. Dalle più semplici (moltiplicazioni, divisioni, calcolo delle percentuali) alle vere e proprie funzioni aeronautiche (conversioni km/miglia, calcolo della velocità al suolo, della distanza coperta eccetera).

    In realtà gli anniversari del Navitimer quest’anno sono due. Nel 1962, al modello originale Breitling aggiunge una versione speciale con l’indicazione delle 24 ore per l’astronauta della Nasa Scott Carpenter, quinto americano (nonché primo a mangiare cibo solido) nello spazio e secondo a orbitare attorno alla terra nella missione Mercury Atlas 7. Rimasto sempre in catalogo, il Navitimer nel tempo ha conosciuto innumerevoli versioni; parecchie solo negli ultimi anni, da quando Georges Kern ha preso le redini della marca. A proposito, già si sa che per il 70° anniversario il Ceo di Breitling farà le cose in grande. E ha previsto una serie di lanci: il primo alla fine di marzo. Vi terremo aggiornati…

    I 65 anni dell’Omega Speedmaster

    La storia dello Speedmaster è troppo nota per essere riassunta in poche righe: chi volesse ripercorrerne le vicende, sul nostro Giornale degli Orologi può trovare diversi articoli a tema (per esempio qui e qui). In questa occasione ricordo solo che il modello originario, lanciato nel 1957, era la celeberrima Referenza Ck 2915, creata per i piloti professionisti della auto da corsa. Interamente in acciaio, montava l’altrettanto famoso calibro 321 a carica manuale, e riportava sul quadrante le lancette Broad Arrow e sulla lunetta la scala tachimetrica.

    Omega ha già cominciato a festeggiare il genetliaco dell’amato Moonwatch all’inizio dell’anno con un nuovo Speedmaster 321: un’edizione speciale forgiata in Canopus Gold, l’esclusiva lega in oro bianco della Casa. Ma anche di questo ci siamo già occupati altrove. Staremo a vedere nei prossimi mesi se la Maison di Biel concederà ai fan del cronografo altre occasioni per rendergli omaggio. Nel caso, ne riparleremo.

    I 60 anni dell’Autavia

    Ai giorni nostri, quando parliamo dell’Autavia, ci riferiamo al cronografo da polso lanciato da Heuer nel 1962. In realtà l’orologio – il cui nome deriva dall’unione delle parole “automobile” e “aviazione” – era nato nel 1933 come strumento di bordo per gli aerei e le vetture da corsa, e tale era rimasto fino al 1957, quando uscì di produzione. Nel ’62, appunto, rinacque per volontà di Jack Heuer, che lo trasformò in un esemplare dedicato sempre al mondo delle gare automobilistiche e indossato soprattutto (ma non solo) dai piloti di rally. Nel 1985 andò di nuovo fuori catalogo.

    Torna poi in anni recenti, presentato nel 2019 a Baselworld, in sette modelli dall’estetica coerente con il passato. E quest’anno, a gennaio scorso, è stato riproposto da TAG Heuer che non perde occasione per celebrare i propri anniversari. Due le versioni: cronografo flyback (in due modelli: un panda stile vintage e l’altro d’impostazione più militare) con calibro sviluppato in-house e certificato Cosc; e un secondo fuso orario, anch’esso con movimento certificato Cosc. Perché TAG Heuer

    I 50 anni del Royal Oak

    Negli anniversari 2022 non può mancare l’icona di Audemars Piguet. Creato dalla matita da Gérald Genta, lanciato a Basilea nel 1972, è stato il primo orologio sportivo di lusso in acciaio. Ma agli esordi non riceve affatto un’accoglienza positiva: troppo grande, troppo costoso, troppo lontano dai canoni dell’epoca (oggi diremmo “troppo avanti”). Ci crede però Carlo De Marchi, l’agente italiano, che ne distribuisce 400 nel nostro Paese (la produzione iniziale era di 1000 esemplari); e ci crede Gianni Agnelli, che lo indossa nel ’74 e ne decreta il successo. Il resto è storia.

    A distanza di mezzo secolo, la manifattura di Le Brassus celebra il Royal Oak con un’intera collezione, lanciata lo scorso gennaio. Che lo vede declinato in versione solo tempo e cronografo, in diversi formati (34, 37, 38 e 41 mm) – più il Jumbo (un ultrapiatto da 39 mm, il mio favorito) – e diversi materiali (acciaio, oro nelle differenti tonalità, platino). Ritoccato da un leggero restyling che ne migliora l’ergonomia, mantiene i segni distintivi di sempre, come la lunetta ottagonale fissata con viti dalla testa esagonale, il quadrante Tapisserie e il bracciale integrato.

    Dal punto di vista meccanico, tutti gli esemplari della collezione anniversario sono dotati della massa oscillante “50 years”; ma c’è anche un nuovo calibro automatico con 60 ore di autonomia, introdotto nelle referenze da 37 mm. Il discorso è vasto: per saperne di più (in questo caso come per tutti gli altri illustrati in questa pagina), vi rimando al sito ufficiale. Dove potrete trovare anche un approfondimento dedicato, le AP Chronicles, risultato di anni di ricerca del team AP Heritage. Un progetto dal respiro enciclopedico, che per ora copre i primi 10 anni di storia. Tutto da leggere.

  • Omega Speedmaster, per gli amici Moonwatch

    Omega Speedmaster, per gli amici Moonwatch

    «Mentre andavamo avanti con i test, ci siamo resi conto che la cosa più importante era sapere cosa si potesse chiedere ad un orologio. In pratica, a un certo punto abbiamo deciso di andare avanti fin quando solo uno dei tre cronografi scelti continuasse a funzionare. Dopodiché abbiamo proseguito per verificare anche il suo punto di rottura. L’Omega Speedmaster fu l’ultimo a cedere». A parlare è James Ragan, responsabile dei test sulle attrezzature della Nasa. Scartabellando nel mio archivio ho trovato una lunghissima intervista – di cui allora pubblicai solo una piccola parte per motivi di spazio – che mi verrà utile anche in futuro. Sta di fatto che il resto della storia la conoscete tutti. Il cronografo Omega Speedmaster verrà scelto per le missioni spaziali della Nasa e da allora non scenderà più dal polso degli astronauti. Bene.

    Ma giochiamo che tutto questo non sia accaduto. Giochiamo (come bambini) che lo Speedmaster non sia andato sulla Luna. Che non sia diventato il Moonwatch, che non abbia salvato gli astronauti dell’Apollo 13, che non si sia moltiplicato in una serie di varianti storiche e moderne, commemorative o celebrative. Giochiamo che ci sia solo da rispondere ad una semplicissima domanda: che cronografo è lo Speedmaster? Da cui ne discende un’altra: ma vale la pena di comprarlo?

    Comunque storia

    Veloci, perché comunque quasi tutti sapete tutto. O meglio: quasi tutti sapete quasi tutto. Perché nel 1999 Nicolas Hayek comprò la marca Breguet dal gruppo finanziario Investcorp, che a sua volta lo aveva acquisito dal gioielliere francese Chaumet. Pochi sanno che si vociferava, allora, di un prezzo piuttosto salato per una marca tutto sommato piccolissima, sia pure con una grande storia alle proprie spalle. In molti pensarono che Hayek si fosse fatto prendere la mano dalla smania di acquisti che – all’epoca – spingeva alcuni gruppi finanziari a pagare cifre esorbitanti per marche ritenute “a forte potenziale”.

    Io avevo un buon rapporto con Hayek, fatto di interviste, sì, ma anche di lunghe chiacchiere e buon cibo. Durante una di queste interviste Hayek Senior mi chiese se avessi capito, almeno io, la motivazione di un prezzo che lui mi confermò elevato, pur senza quantificarlo. Beh, avete presente quando improvvisamente le quinte si aprono e vedete con chiarezza la scena che nascondevano? Il sorrisetto un po’ furbo e un po’ beffardo di Hayek fu la chiave per sentirmi improvvisamente scemo, per chiedermi come mai non avessi connesso prima tutti gli elementi della vicenda. E gli dissi: «Lei non ha comprato Breguet. Lei ha comprato la fabbrica Lemania, quella che produce il movimento dello Speedmaster. E come “omaggio” ha ricevuto Breguet». Lui rise e mi chiese di passargli un altro dei dolcetti che avevo portato dall’Italia.

    In realtà, appunto, Swatch Group aveva comprato la Nouvelle Lemania e quindi la possibilità di avere per l’Omega Speedmaster tutti i movimenti che servivano per un corposo rilancio. Perché il Calibro Omega 861, dello Speedmaster, altro non era se non il Calibro Lemania 1873. A sua volta derivato dal Calibro 2310, che Omega chiamava 321.
    A questo punto Hayek affidò la Lemania ai tecnici di Nivarox ed Eta per una seria revisione qualitativa del calibro cronografico, ma anche dei movimenti che Lemania produceva per Breguet. In breve Omega ebbe un solido rilancio e Breguet si trasformò nella personale scommessa di Nicolas Hayek. In quest’ottica il prezzo pagato si rivelò un autentico affare.

    Lo Speedmaster alle stelle

    Inizia quindi la trionfale cavalcata dell’Omega Speedmaster nella storia dell’orologeria. Le forme di collezionismo diventano sempre più solide, ma in modo “naturale”. Alcune Case giocano a ricomprare in asta i propri orologi per aumentarne le quotazioni. Non è la logica operazione fatta da produttori storici come Patek Philippe, Audemars Piguet e – in altri casi – la stessa Omega per aggiungere esemplari introvabili ai propri musei. No: il gioco, di tanto in tanto, è quello di far lievitare artificialmente i prezzi delle serie speciali recenti per aumentare il valore di quelle che saranno presto immesse nel mercato.

    Benché io non sia un esperto di vendite in asta, mi sembra che nulla del genere sia accaduto con le serie speciali del Moonwatch, se non per i rari casi in cui la produzione era davvero di pochissimi esemplari. Omega ha correttamente gestito il Moonwatch senza esagerare nemmeno quando due anni fa ha prodotto una splendida riedizione dello storico Calibro 321. Per altro ad un prezzo decisamente contenuto, rispetto a quanto avviene normalmente per questo tipo di operazioni. Poco più di 14.000 euro. Contro gli 8.000 dello Speedmaster ’57 Co‑Axial Chronometer Chronograph con il Calibro 9300 bicompax e i 5.000 del Moonwatch Professional equipaggiato del Calibro 1861. E infine arriva il Calibro 3681, carica manuale tricompax. Dotato di tutti i preziosismi tecnologici di Omega. 6.300 euro.

    Sì, ma come scegliere?

    Ho fatto la cosa più semplice. Ne ho parlato con i dirigenti di Omega (che preferiscono conservare l’anonimato). Perché scegliere è una cosa seria, visto che complessivamente siamo intorno alle sessanta variazioni sul tema del Moonwatch. «Per movimento? Beh, in effetti nella collezione Speedmaster il calibro impiegato è importante perché è una componente iconica della storia che racconta. Oggi nella collezione Speedmaster il calibro impiegato è un punto di riferimento essenziale, più che in ogni altra collezione. Eppure dividere gli Speedmaster per movimento non sarebbe sufficiente. Ad esempio, il “Dark Side of the Moon” e lo Speedmaster ’57 sono entrambi animati dal Calibro 9300. Eppure sono molto, molto diversi fra loro. Ogni Speedmaster va apprezzato per le caratteristiche specifiche di ogni modello».

    Sì, ma quali hanno avuto maggior successo? «Per quanto ci riguarda, siamo rimasti a bocca aperta per quanto è accaduto con i modelli venduti solo su internet, gli “Speedy Tuesday“. Il primo, nel 2017, è andato esaurito in meno di 5 ore, ed erano 2.012 esemplari. Il secondo, l’Ultraman, è andato esaurito in un’ora, 53 minuti e 17 secondi. Ma hanno avuto grande successo, nei negozi, tutti i modelli Snoopy. E poi l’intero “progetto 321”, quello con cui abbiamo riportato in vita il Calibro 321, appunto. È il movimento del primo Speedmaster della Nasa e i collezionisti lo hanno molto apprezzato».

    Immagino non sia stato facile realizzare calibri chiaramente riferiti a quelli del passato, ma con tutte le bellurie dei calibri Omega attuali. «Non è stato facile, no. Per noi era molto importante poter includere nel Moonwatch i test del Metas (l’Istituto Metrico Nazionale Svizzero, ndr) relativi alla precisione e all’antimagnetismo. In particolare è stato difficile far evolvere in questo senso il Calibro 1861 nel 3861. Una vera sfida, perché volevamo conservare le dimensioni e l’architettura del 1861, aggiungendo però lo scappamento Co-Axial, la spirale in silicio e il bilanciere ad inerzia variabile.

    Rispetto ai 234 componenti del Calibro 1861, nel 3861 ce ne sono 240. E abbiamo migliorato anche l’autonomia, l’antimagnetismo e la costanza di marcia. L’errore medio giornaliero è passato da -1/+11 secondi a 0/+5. E abbiamo anche introdotto il dispositivo di arresto dei secondi. Per questo pensiamo di far gradualmente uscire di produzione il Calibro 1861, conservando però il 321 per i modelli più legati alla storia dei primi anni con la Nasa. Un tributo alla storia che intendiamo proseguire. Ovviamente poi, continueremo ad usare il Calibro 9300».

  • I viaggi spaziali dell’Omega Speedmaster

    I viaggi spaziali dell’Omega Speedmaster

    Pubblichiamo un’intervista esclusiva a James H. Ragan, l’ingegnere della Nasa che si occupava della tecnologia in dotazione agli astronauti. Celebriamo così il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna dell’Apollo 11. Con l’Omega Speedmaster al polso di Aldrin.

    Nel 2009 venne festeggiato il 40° anniversario del primo allunaggio. Omega ebbe l’ottima idea di radunare a Basilea (in quella che era la più importante fiera mondiale dell’orologeria) alcuni dei più famosi astronauti della Nasa: Stafford, Cernan, Aldrin, Duke e altri ancora. A loro si aggiungeva uno “sconosciuto” Jim Ragan, che nessuno sembrava interessato ad intervistare.

    Ragan, allora allegro pensionato sessantottenne, era per la Nasa quel che Q (che sta per Quartermaster), ovvero il maggiore Goeffrey Boothroyd, era per James Bond: il fornitore ufficiale di tecnologia, quella ovviamente non fornita dalla Nasa stessa. Per 36 anni, dal 1963 al 1999, Ragan aveva sottoposto a test le attrezzature della Nasa, dalle macchine fotografiche agli orologi, appunto. Ne ricavai un’intervista che per motivi di spazio non pubblicai integralmente. Ma – visto che ho conservato la registrazione originale – sono andato a riascoltarla, ricavandone alcune considerazioni tecniche inedite.

    Ragan conferma per prima cosa il metodo di selezione: emissari della Nasa in incognito acquistano alcuni orologi in diversi negozi. Si tratta fondamentalmente di cronografi perché era da subito evidente che questa tipologia, in grado di effettuare rilevamenti di intervalli temporali, poteva essere utile in volo. I test rivelano rapidamente la superiorità dello Speedmaster in relazione alle esigenze della Nasa.

    In particolare per la mancanza di automatismo di ricarica, oltretutto inutile in assenza di gravità. «Si tratta di una leva asimmetrica fortemente sbilanciata verso l’estremità opposta al perno di rotazione», spiega Ragan. «In nessun orologio avrebbe potuto resistere già all’accelerazione del decollo». Ma anche per il particolare sistema di gestione delle funzioni cronografiche, un sistema “a navette” (piuttosto raro) che alla solidità della ruota a colonne unisce la semplicità di realizzazione. E quel che non si può rompere, per la legge “inversa” di Murphy, non si romperà.

    Jim Ragan scoppia in una gran risata quando gli chiedo di raccontarmi delle pressioni esercitate su di lui perché scegliesse un orologio Made in Usa. «Ce ne furono di molto insistenti. Contro lo Speedmaster e contro altri oggetti che avevamo scelto, come le macchine fotografiche Hasselblad. A quei tempi era molto difficile accettare che qualcuno costruisse oggetti migliori dei nostri: era quasi considerato antipatriottico. Ma noi potevamo facilmente dimostrare con test inoppugnabili quanto le nostre scelte fossero motivate. E non credo che le marche concorrenti sarebbero state felici se avessimo dovuto render pubblico la differenza tra lo Speedmaster e i loro cronografi…».

    Ma era poi così importante avere buoni orologi in navette spaziali che erano il trionfo del futurismo elettronico? «In realtà sì, e per noi le ragioni erano chiarissime. Vede, il nostro compito era quello di armonizzare, livellandole verso l’alto, tutte le apparecchiature usate nelle missioni spaziali. Ci sono stati spaventosi incidenti a causa di un semplice O-Ring difettoso. Non volevamo alcun anello debole. E che avessimo bisogno di ottimi orologi ci fu chiaro sin dalle prime riunioni per stabilire cosa portare a bordo. L’elettronica, per certi versi – e specialmente a quei tempi –, è molto più difficile da testare della meccanica, soprattutto in termini di affidabilità.

    «Usavamo la miglior elettronica realizzata con i migliori materiali, ma a dire il vero gli ingegneri come me sapevano benissimo che l’affidabilità raggiunta non era sufficiente. E proprio per questo utilizzavamo più circuiti elettronici identici: per avere una riserva. La meccanica, la grande micromeccanica, invece, aveva già raggiunto livelli di affidabilità tanto elevati che, a parte una piccola modifica alla cassa, la sostituzione di cinturini e, in qualche caso, dei lubrificanti, non abbiamo mai dovuto intervenire. Gli Speedmaster sono sempre stati identici a quelli che si potevano trovare nelle orologerie.

    «E la scelta si è rivelata giusta quando, nel 1969, c’è stato “il caso” dell’Apollo 13. Potrei dirle che è stata una premonizione, ma non è così. Sta di fatto che se i ragazzi non avessero avuto al polso i loro “antiquati” Speedmaster meccanici, quando tutti i sistemi elettronici di bordo vennero spenti per risparmiare le batterie… Non so se sarebbero qui a raccontare la loro avventura. Da allora lo Speedmaster ha assunto anche il valore di un potente talismano, per tutti gli astronauti: provi a chiedere cosa ne pensano e vedrà».

  • Omega Speedmaster, la Luna sullo scaffale

    Omega Speedmaster, la Luna sullo scaffale

    L’Omega Speedmaster è un’indiscussa icona orologiera. Lo è sempre stata e lo sarebbe diventata, probabilmente, di diritto, per meriti acquisiti. Senza nessun “aiutino” insomma. Perché ha storia da vendere: oltre 60 anni di servizio effettivo, un’identità pressoché immutata e un buon numero di referenze divenute nel frattempo introvabili. L’aver preso parte alle prime missioni spaziali, l’essere stato il primo orologio ad andare sulla Luna, gli ha però stravolto l’esistenza. Così c’è lo Speedmaster, insomma, e poi c’è il Moonwatch.

    Stesso modello, due storie da raccontare. Ed altrettante chiavi di lettura. Una manna per i suoi seguaci, che hanno puntualmente trovato una valvola di sfogo della propria devozione, se non addirittura idolatria, non solo nel collezionismo dei pezzi fisici e meccanici marchiati Omega, ma anche in quello della sua relativa bibliografia. Perché negli anni, attorno allo Speedmaster, sono fiorite talmente tante di quelle pubblicazioni qualificate, che da sole sarebbero sufficienti a giustificare l’istituzione di una biblioteca monotematica.

    E figuriamoci se il 2019, anno che celebra il 50° dell’allunaggio – e che di conseguenza si appresta a riaccendere prepotentemente i riflettori sul modello – poteva restarne esente. Così è proprio di questi giorni l’annuncio di un nuovo capitolo scritto dell’eterna saga dell’orologio riconosciuto dall’ente spaziale americano come “flight qualified by Nasa for all manned space mission”. Titolo di copertina: “A Moon Watch Story“. Un volume acquistabile sulla libreria online watchprint.com specializzata nelle pubblicazioni a tema.

    Sottotitolo, o payoff, “The extraordinary destiny of the Omega Speedmaster”, quasi a sottolineare il ruolo cruciale avuto per il modello in questione proprio dalla Luna. Un bel tomo nel formato da 22 x 22 centimetri che, attraverso 224 pagine e 276 illustrazioni (al momento disponibile solamente in inglese o in francese al prezzo di 49 euro), traccia la storia dello Speedmaster dal 1957 ad oggi. Con un esaustivo focus, e non poteva essere altrimenti, su quei trascorsi spaziali che dalla metà degli Anni 60 lo hanno consacrato definitivamente nel mito.