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Chronomètre à Résonance: François-Paul Journe e il sogno dell’eterna precisione

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Non ci riesco, proprio non ci riesco. Quando scrivo di François-Paul Journe non riesco ad essere obiettivo come vorrei. Se poi l’oggetto è il Chronomètre à Résonance mi trasformo in un bambino magicamente trasportato nella fabbrica d’orologi di Willy Wonka. Fiumi di dolce, fragrante, buonissimo cioccolato, orologisticamente parlando. L’ho già scritto e lo scriverò ancora, per avvisarvi. Ma presto, proprio parlando della storia dei cronometri a risonanza, vi spiegherò anche perché considero François-Paul Journe il più diretto discendente dei grandi orologiai dell’Ottocento. E perché considero il Chronomètre à Résonance uno degli orologi da polso più significativi del nostro secolo.

François-Paul Journe con il suo Chronomètre à Résonance. Un orologio che strapperebbe una ola d’entusiasmo allo stesso Breguet e a tutti i suoi collaboratori, perché lo puoi portare al polso. A un prezzo che poi non è mica così tanto stratosferico, in relazione alla qualità, visto che parliamo di cifre intorno ai centodiecimila euro. È anche per questo che amo François-Paul Journe: ha un pedigree pressoché unico, con un background storico raro. E poi non è avido. Del resto, i suoi orologi non “fanno scena” e quindi non li vedi al polso di chi “fa scema”. Sono orologi per intenditori. Ricchi, certo, ma non scemi, appunto.

E veniamo al Chronomètre à Résonance, che nel 2020 compie vent’anni. La prima considerazione da fare è che già nel 1983 Journe, nei prototipi, riprende l’architettura del movimento immaginata da Breguet per il suo cronometro a risonanza da tasca. Semplice: si divide in due parti il movimento come fosse attraversato da una immaginaria linea verticale. In alto il bariletto, tutte le componenti e in basso il bilanciere. Montaggio “a specchio”, destra e sinistra. Semplice, sì, ma solo in teoria. Dubbi e incertezze tengono il progetto nel cassetto molto a lungo. Tanto che il “polso” di Journe viene presentato solo nel 2000 e le consegne iniziano l’anno successivo.

In questi vent’anni vengono introdotte serie diverse, ma sostanzialmente cambia poco, per quanto riguarda il movimento. A parte l’abbandono dell’ottone rodiato a favore dell’oro rosa per ponti e platina. Ancora oggi qualcuno ogni tanto chiede se la scelta dell’oro vuol dire che Journe ha voglia di “fare il figo” per aumentare i prezzi degli orologi. No. Journe, come tutti i grandi orologiai, cerca l’eternità, cerca di realizzare orologi che sfidino il tempo – nel senso dei secoli.

Se osservate il movimento di un orologio, che so, di Breguet, tanto per tirare un nome a caso, vedrete che l’ottone (scelto per l’insensibilità ai campi magnetici) si è nel tempo deteriorato. Successivamente, con l’arrivo dei bagni galvanici, si è deciso di depositare (galvanicamente, appunto) un sottile strato di preziosissimo rodio sull’ottone; ma l’operazione deve essere eseguita alla perfezione, il che è ovviamente impossibile perché la perfezione non esiste. E quindi Journe ha scelto l’oro rosa perché quello giallo è banale e quello bianco non è del tutto stabile nel tempo, tanto è vero che di solito viene rodiato come l’ottone. Chiusa parentesi.

L’architettura scelta da Breguet e condivisa da Journe è geniale anche da un punto di vista estetico. E però se parliamo di un “tasca” la corona al 12 va piuttosto bene: in un senso di rotazione carichi la molla del bariletto di destra, nell’altro quella di sinistra. In un “polso” la faccenda è un po’ fastidiosa perché la corona di carica ti finisce fra le anse e questo non è il massimo dell’ergonomia. Beh, direte voi, cambiasse posizione alla corona! Ma questo è praticamente impossibile, perché dovresti avere dei rimandi che interferirebbero con i componenti dell’orologio di destra (guardando il quadrante); il che implicherebbe modifiche forse possibili, che però creerebbero asimmetrie pericolose. Perché la simmetria, nel Chronomètre à Résonance, va considerata come uno dei componenti essenziali dell’orologio, come vedremo presto.

E qui arriviamo alla prima grande differenza fra l’architettura del movimento di vent’anni fa e quella del nuovo calibro realizzato per il ventesimo anniversario: un bariletto unico al centro. Questo consente di non interferire sulla simmetria e al tempo stesso di portare la corona di carica al 2 senza nulla dover spostare per quanto riguarda gli ingranaggi. Si usa lo spazio lasciato libero. E chissà che nel futuro non si possa inventare qualcosa per il lato opposto, accanto al bariletto…

Ma come trasmettere il moto ai due “orologi” affiancati? Con un ingranaggio differenziale piano: un pignone centrale riceve energia dal bariletto e ruota trasmettendo il moto a due ruote coassiali sovrapposte. Ciascuna delle ruote è munita di un ingranaggio centrale a dentatura verticale sull’asse e dentatura periferica orizzontale. Quest’ultima trasmette il moto ricevuto ai due sistemi d’ingranaggi secondari, destra e sinistra. La simmetria orizzontale è salva. Le due ruote dell’ingranaggio differenziale sono sullo stesso asse, ma su piani verticali diversi.

La simmetria verticale viene immediatamente ripristinata dal fatto che su una di queste due ruote è fissato un pignone dentato un po’ più lungo rispetto al pignone dell’altra; (potrebbe esserci una lievissima differenza di peso, fra la ruota con pignone lungo e quella con pignone corto, ma posso scommettere che Journe ha fatto in modo di equilibrarle perfettamente). Così si torna al tutto simmetrico e tutto sullo stesso piano relativamente alle successive due ruote che compongono il treno secondario. Geniale.

L’unico difetto sta in un consumo d’energia leggermente più elevato, ma come vedremo la cosa non ha grandi effetti negativi. E comunque l’autonomia complessiva è aumentata rispetto alla versione 2019 del calibro precedente. Che, non ostante i due bariletti, aveva un’autonomia complessiva di 40 ore: meno delle 42 attuali. Inoltre, per limitare i consumi Journe ha aumentato il numero dei rubini (maggiore scorrevolezza = minor consumo) da 40 a 62.

Il moto arriva quindi ai due remontoir d’égalité, uno per lato. Di cosa diavolo sto parlando?
Partiamo dicendo, in estrema sintesi, che si tratta di una sorta di scappamento a energia costante che ogni secondo accumula e poi cede energia per trasmetterla in maniera costante al treno primario, quello che arriva finalmente a ciascun bilanciere. Oppure immaginatelo come una specie di volano che – come negli orologi a ripetizione – serve comunque per compensare eventuali incostanze nella cessione d’energia proveniente dal bariletto e passata per un complesso sistema di ingranaggi semplici e differenziali. Il remontoir d’égalité, in un certo senso, è il sostituto del sistema a conoide e catena che veniva utilizzato una volta per rendere costante la quantità di energia trasmessa dalla molla. Cessione che in realtà non è costante perché dipende dall’energia residua della molla stessa, man mano che le spire della molla si aprono.

Questo dispositivo (e la sua posizione) fa in modo che vengano non solo compensate le differenze d’energia via via cedute dalla molla, ma anche le eventuali (in realtà inevitabili) anomalie introdotte dal pignone differenziale e dal treno secondario. Aver piazzato i due remontoir d’égalité praticamente alla fine del percorso compiuto dall’energia è un’idea davvero eccellente. Dal momento che la simmetria, in questo tipo di complicazione, è fondamentale.

Cosa intendo, però, per “simmetria”? Seguitemi ancora, pur se so bene che a molti di voi chiedo pazienza e che i tecnici mi considereranno, come al solito, sbrigativo. Perché io sono solo un giornalista divulgatore, sia ben chiaro. Non un tecnico.
Simmetria non è solo un concetto estetico, in questo tipo di orologi. Non è semplicemente avere ogni rotella geometricamente collocata per far specchio all’equivalente rotella del “secondo orologio”. No, qui la simmetria deve anche essere relativa alle quantità di energia in gioco, alle resistenze, agli attriti. E questa simmetria deve essere il più possibile costante nel tempo. Perché?

Perché il fenomeno della risonanza si innesca solo in determinate condizioni. La vicinanza dei due pendoli (che in questo caso sono i due bilancieri) e una differenza di oscillazione non eccessiva. Il sitar, strumento tipico della musica indiana, possiede un certo numero di corde che non vengono mai toccate dal suonatore, ma vibrano comunque per risonanza. Se la distanza fra le corde è eccessiva, la tendenza a risuonare è pressoché nulla. Se le due corde non sono accordate per ottenere la stessa nota, ancora una volta il fenomeno della risonanza non si innesca. È lo stesso fenomeno che interviene quando accordi la chitarra “ad orecchio”: ti rendi conto che la nota emessa da due corde è proprio la stessa quando suonano in maniera peculiare proprio perché entrano in risonanza.

Negli orologi da tasca con movimento “a risonanza” l’effetto si innescava quando, oltre alla vicinanza dei bilancieri, fra i due orologi non c’era una differenza superiore ai 21 secondi al giorno, come notava Abraham-Louis Breguet. In quelli da polso la differenza cala drasticamente. Nel Chronomètre à Résonance di François-Paul Journe questa differenza deve essere contenuta in 5 secondi al giorno.

In pratica vuol dire che ciascuno dei due “orologi” affiancati non deve far registrare scarti quotidiani superiori ai 5 secondi, altrimenti il fenomeno della risonanza fra i due bilancieri, per quanto possano esser vicini, non si innesca. Per questo si usa ogni astuzia conosciuta (compreso il remontoir d’égalité, per giunta collocato il più possibile vicino al bilanciere), per raggiungere prestazioni comunque eccezionali in un orologio eccezionalmente complesso per la qualità con cui dev’essere realizzato.

Bene: siamo finalmente ai due bilancieri. Cosa bisogna ancora fare per consentire che entrino stabilmente in risonanza? Serve una regolazione fine e, appunto, stabile. Nel Chronomètre à Résonance Journe effettua una regolazione su ben sei posizioni diverse. Lunghezza della spirale: certo. Anticipo e ritardo tramite quattro piccole masse che modificano il momento d’inerzia: certo. Ma in più troviamo, su uno dei ponti del bilanciere, una cremagliera a 8 denti che consente di intervenire sulla posizione di uno dei due ponti per regolarne la posizione. E se il lavoro è ben fatto a questo punto siamo a cavallo.

Va anche notato che la spirale utilizzata è la Anachron, versione più moderna (e più resistente ai campi magnetici) di quelle in lega Invar, prodotta dalla Nivarox, fabbrica del Gruppo Swatch. La particolarità della spirale Anachron è quella di subire solo transitoriamente gli influssi negativi dei campi magnetici anche di notevole intensità, come del resto avviene per la Parachom di Rolex. Trattandosi quindi di fenomeni negativi transitori, sono rapidamente compensati dalla risonanza. Dubito fortemente che Journe possa mai utilizzare (stabilmente: magari un esperimento può anche farlo) una spirale in silicio. Non perché la sua visione dell’orologeria sia “di retroguardia”; ma piuttosto perché delle spirali in silicio non si conosce ancora la durata e ciò cozzerebbe con il suo legittimo sogno d’eternità.

Ebbene: qual è il risultato di tanta fatica, di tanta eccellenza?
Precisione, straordinaria precisione nel tempo. Nei cronometri a risonanza le variazioni relative alla costanza di marcia (quasi) si dimezzano naturalmente. Se quindi dopo le regolazioni la differenza fra i due bilancieri consentisse di contenere lo scarto di ciascuno entro i 4 secondi al giorno, allora potremmo parlare di risultati intorno ai 2 secondi al giorno.

Ma non basta: nel Chronomètre à Résonance di François-Paul Journe le eccezionali prestazioni dell’orologio non restano relegate alle solite “condizioni di laboratorio”. Eventuali urti, vibrazioni, variazioni di posizione e persino fenomeni di magnetismo non influenzano affatto la marcia dell’orologio perché l’innesco del fenomeno di risonanza sincronizza nuovamente – e con rapidità – i due bilancieri, che fra l’altro vibrano in opposizione – uno fa tac quando l’altro fa tic. A patto, ovviamente, che non si superino i fatidici 5 secondi al giorno di scarto fra i due bilancieri.

Ditemi, allora: esagero se sostengo di amare il lavoro di François-Paul Journe e in particolare il Chronomètre à Résonance?