Giornale Degli Orologi

F.P.Journe e Breguet, le ragioni di un’eredità

«François-Paul Journe è quanto di più vicino si possa immaginare alla persona (…) di Abraham-Louis Breguet». Così scriveva Augusto Veroni sul Giornale degli Orologi nel maggio 2018. Un’affermazione dal peso specifico notevole, ma da lui ribadita più volte su questo sito. Per questo ho cercato di ricostruire il rapporto che lega F.P.Journe e Breguet: per capire quanto fosse fondata quell’idea e, soprattutto, da dove nascesse.

Perché, diciamolo, il confronto con Abraham-Louis Breguet offre una chiave di lettura particolarmente suggestiva del lavoro del Maestro marsigliese. Non tanto per le somiglianze fra gli orologi (che in certi casi comunque esistono), quanto per il modo in cui entrambi hanno affrontato i problemi della meccanica: attraverso lo studio, la sperimentazione e la ricerca di soluzioni originali. È soprattutto qui che sembra esserci una continuità di pensiero tra i due orologiai, nonostante i due secoli che li separano.

Del resto, il legame tra F.P.Journe e Breguet va ben oltre l’ammirazione dichiarata del primo verso il secondo. Affonda le radici nella formazione dell’orologiaio francese, nel suo apprendistato, prosegue nelle prime creazioni e arriva fino alla fondazione della manifattura ginevrina.

La storia come scuola

François-Paul Journe arriva a Parigi nel 1974 per completare la formazione alla scuola di orologeria Pierre Girard. Contemporaneamente frequenta il laboratorio dello zio Michel, specializzato nel restauro di orologi antichi. È un’esperienza decisiva: sul banco da lavoro passano pezzi importanti, che gli permettono di studiare direttamente le soluzioni tecniche elaborate dai grandi maestri del passato, da Antide Janvier ad Abraham-Louis Breguet.

Nel 1976 consegue il diploma, ma la vera scuola è stata soprattutto quella bottega. Perché il giovane François-Paul non si limita a osservare i risultati. Cerca di ricostruire il ragionamento che ha portato a ciascuna invenzione, di approfondirne le ragioni e i limiti. È un approccio che conserverà anche negli anni successivi, quando comincerà a progettare i propri movimenti.

A rafforzare questo interesse contribuisce anche l’incontro con Cecil Clutton, collezionista e studioso britannico, che mostra al giovane Journe un orologio da tasca di Breguet e un esemplare realizzato nel 1969 da George Daniels. Quest’ultimo, oltre a costruire personalmente i propri orologi, aveva dedicato al genio francese un importante volume, The Art of Breguet, pubblicato nel 1975. Journe studia il libro attentamente. E trova proprio in Daniels la dimostrazione che l’orologeria tradizionale non appartiene soltanto al passato, ma può ancora essere terreno di ricerca e invenzione.

Tant’è: decide di costruire un orologio da tasca con tourbillon, il dispositivo brevettato da Breguet nel 1801 per compensare gli errori di marcia provocati dalla gravità negli orologi dell’epoca, posti abitualmente in posizione verticale. Journe realizza con le proprie mani tutti i componenti, compresa la cassa. Impiega cinque anni di lavoro: lo terminerà solo nel 1983.

Ma non si tratta di riprodurre un esemplare del passato. Piuttosto, è il primo banco di prova della sua capacità di progettare e costruire un movimento complesso. Oltre al tourbillon, l’orologio presenta uno scappamento à détente e due bariletti: soluzioni che testimoniano un forte interesse per la costanza di marcia, destinato a diventare uno dei tratti distintivi del lavoro di Journe.

Il fascino del Marie-Antoinette

Un’altra tappa fondamentale arriva nel 1986, con un cronometro da tasca automatico super-complicato. Il movimento comprende un sistema di carica a fuso e catena, uno scappamento à détente e un remontoir d’égalité a cinque secondi. Il calendario perpetuo retrogrado e l’equazione del tempo completano una costruzione che rivela la familiarità di Journe con l’orologeria dei secoli precedenti. Si tratta, naturalmente di un pezzo unico.

È difficile osservare questo esemplare senza pensare al celebre Breguet n. 160, meglio noto come Marie-Antoinette: non perché i due orologi siano simili, ma per la complessità dell’architettura meccanica, per l’ambizione di riunire numerose funzioni in un unico insieme.

Il richiamo a Breguet, tuttavia, va oltre il numero delle complicazioni. Nel cronometro del 1986 emerge già uno dei temi centrali della ricerca di Journe: la gestione dell’energia trasmessa all’organo regolatore. Il remontoir d’égalité, che permette di trasmettere allo scappamento un’energia più regolare, diventerà uno degli elementi distintivi della sua produzione.

In altre parole, Journe non recupera soltanto forme e soluzioni del passato. Riprende problemi antichi per affrontarli con strumenti e conoscenze propri.

La pendule Sympathique, un dialogo fra epoche

Se i primi orologi da tasca già testimoniano un’affinità intellettuale, la pendule Sympathique può essere vista come un incontro diretto fra F.P.Journe e Breguet, o meglio fra il lavoro dell’uno e l’eredità dell’altro.

L’idea originale risale ad Abraham-Louis Breguet: un esemplare da tavolo capace di interagire con un orologio portatile, attraverso un collegamento meccanico che ne permette la regolazione e, nelle versioni predisposte, la carica. Nel 1987 Journe realizza per Asprey la prima Sympathique, un orologio da tavolo in corallo, cristallo di rocca e diamanti, abbinato a un orologio da tasca. Seguiranno altri due esemplari, sempre destinati alla casa londinese.

Nel 1990, François Bodet, allora Direttore di Breguet, vede una di queste creazioni al Salone di Basilea e affida a Journe lo sviluppo di una nuova Sympathique. La commissione è particolarmente significativa. Journe non deve restaurare un meccanismo storico né realizzarne una semplice copia. Deve reinterpretare un’invenzione di Breguet, adattandola questa volta a un orologio da polso contemporaneo.

Il risultato è la Breguet Sympathique n. 1 del 1991, realizzata in collaborazione con il laboratorio THA, Techniques Horlogères Appliquées, fondato da Journe in Svizzera nel 1989 insieme ad altri specialisti, fra cui Denis Flageollet. L’orologio da polso, posto nell’apposito alloggiamento della pendola, può essere caricato e rimesso all’ora automaticamente.

L’esemplare, realizzato interamente in oro, viene presentato alla vendita all’asta The Art of Breguet, organizzata da Antiquorum il 14 aprile 1991. Il progetto prevede una serie di venti pezzi. La stessa Sympathique n. 1 è poi tornata sotto i riflettori nel maggio dello scorso anno, battuta da Phillips durante la Geneva Watch Auction: XXI all’Hotel President di Ginevra. Venduta per 5 milioni e 505mila franchi svizzeri, è stata acquistata dallo stesso François-Paul Journe per il museo della Marca che porta il suo nome.

Probabilmente è questo l’episodio che meglio chiarisce la natura del rapporto tra F.P.Journe e Breguet. A quasi due secoli di distanza, Journe affronta una delle invenzioni più ingegnose di Breguet e ne sviluppa una nuova interpretazione tecnica. La continuità non riguarda soltanto il risultato, ma soprattutto il metodo.

Dall’invenzione all’indipendenza

Negli anni successivi, Journe lavora per alcune delle maggiori case di orologeria e gioielleria. Fra le commissioni figurano progetti per Cartier, Chaumet e Piaget, oltre a quelli realizzati per Breguet. L’attività gli permette di sviluppare competenze e relazioni, ma ha un limite: le sue invenzioni sono commercializzate sotto nomi diversi dal suo.

Poi, nel 1996, Journe si stabilisce a Ginevra e apre un nuovo laboratorio in rue des Maraîchers. L’obiettivo è ormai chiaro: costruire una produzione autonoma, nella quale possa controllare direttamente lo sviluppo dei movimenti. Per finanziare la nuova impresa, insieme all’amico Camille Berthet, escogita un’idea che richiama nuovamente Breguet.

Alla fine del Settecento, il Leonardo da Vinci dell’orologeria aveva introdotto gli orologi a sottoscrizione, proposti ai clienti con un pagamento anticipato che contribuiva a finanziare la produzione. Journe adotta lo stesso principio, ma lo applica a un modello molto diverso: un orologio da polso con tourbillon e remontoir d’égalité.

Ne propone una prima serie di venti esemplari, con cassa in oro oppure in platino, a un gruppo ristretto di collezionisti. In cambio dell’anticipo, i sottoscrittori avrebbero beneficiato di un prezzo particolarmente favorevole. La prima serie di Tourbillon Souverain a sottoscrizione precede così il debutto commerciale della Manifattura F.P.Journe, avvenuto nel 1999.

Il parallelo con Breguet è evidente, ma anche in questo caso non si tratta di un’imitazione. Breguet aveva utilizzato la sottoscrizione per rendere accessibile ai più un orologio relativamente semplice. Journe la impiega per finanziare una costruzione meccanica complessa, destinata a un pubblico di intenditori.

Invenit et Fecit

Quando François-Paul Journe comincia a presentare orologi con il proprio nome, al marchio eponimo aggiunge tre parole latine: Invenit et Fecit, “lo ideò e lo fece”. La formula arriva dalla storia dell’arte. Diffusa tra gli artisti del Rinascimento e di epoca barocca, ma ancora in uso nel Settecento, compare soprattutto nelle incisioni, per sottolineare che chi aveva concepito un’opera ne era anche l’esecutore.

Per Journe non è un semplice vezzo erudito. Dopo anni di lavoro per altre Maison, i cui nomi comparivano su orologi nati dalle sue idee, quelle tre parole assumono un significato particolare. Sono una firma, ma anche una dichiarazione di responsabilità: l’orologiaio rivendica la paternità del progetto e risponde della sua realizzazione.

Fra F.P.Journe e Breguet corrono quasi due secoli. Cambiano i materiali, gli strumenti, le possibilità offerte dalla meccanica e dalle tecnologie produttive. Eppure, negli orologi raccontati in questa pagina, si riconosce un interesse comune per gli stessi problemi: la regolarità di marcia, l’erogazione dell’energia, la regolazione automatica di un orologio attraverso un altro.

Journe riprende soluzioni già note, le studia e cerca di capire come utilizzarle in modo diverso. Non gli basta riprodurre ciò che altri hanno fatto prima di lui. Vuole sviluppare un’idea tecnica utile e dalla costruzione originale.

Per tornare alle parole di Augusto, credo che il punto fosse proprio questo. Non una somiglianza fra orologi, ma una continuità nel modo di pensare l’orologeria.

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