Storia e storie

Breguet No. 160 Maria-Antonietta: le disavventure dell’orologio della Regina

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Sotto il sole di metà estate, il frinire regolare delle cicale invita tutti al relax. Perfino gli appassionati di orologi tendono a spegnere la mente e a distrarsi dalla loro mania. Eppure, la storia della misurazione del tempo non ha nulla di rilassante: è un archivio di ossessioni, passioni, rivoluzioni e crimini che rasentano la genialità. Se esiste un esemplare capace di condensare il legame tra ingegno estremo e tragico destino, è il Breguet No. 160 Maria-Antonietta. Per tutti, semplicemente, il Maria-Antonietta. Un orologio dalle vicende così assurde da sembrare inventate. Ma la sua non è una leggenda da spiaggia, tutt’altro: è una via di mezzo tra un romanzo storico e una cronaca nera che attraversa due secoli, svanisce nel nulla e poi riemerge dall’oblio.

Intrighi e sommosse a Parigi

Parigi, 1783. La bottega di Abraham-Louis Breguet si trova sul Quai des Horlogers, dove la Senna abbraccia l’Île de la Cité. Più che un semplice laboratorio, è il centro nevralgico della micro-meccanica europea. Breguet è il Maestro, il demiurgo dell’orologeria: sarà lui a inventare, fra l’altro, il tourbillon, il sistema antiurto pare-chute, i timbri delle complicazioni sonore e la spirale del bilanciere che porta il suo nome.

Quell’anno, un emissario varca la soglia dell’atelier con un ordine segreto. Il committente è un fantomatico ufficiale delle Guardie della Regina, in cui gli storici riconoscono il Conte Axel von Fersen, nobile svedese legato alla regina Maria Antonietta da un sentimento tanto profondo quanto pericoloso. La richiesta è perentoria e non ammette compromessi: realizzare per la sovrana di Francia l’orologio più complesso, prezioso e perfetto mai concepito al mondo. Deve contenere ogni complicazione conosciuta e montare, dove possibile, componenti in oro; per questo la produzione non prevede limiti di tempo né di spesa. Breguet accetta e si mette subito al lavoro per creare un esemplare con platine in oro massiccio e quadrante in cristallo di rocca a mostrare il movimento.

La Storia però si mette di mezzo: nel 1789 la Rivoluzione travolge Parigi. Quattro anni dopo, la Regina sale i gradini del patibolo senza aver mai visto quel regalo. Breguet stesso è costretto a fuggire in Svizzera per scampare al Terrore giacobino. Solo quando le acque si calmano, rientra in Francia e riprende il lavoro. Ma non riesce a finirlo: il Maestro muore nel 1823 e lascia l’opera incompiuta. Sarà il figlio Antoine-Louis a serrare l’ultima vite nel 1827, a 44 anni dalla prima commissione e 34 anni dopo l’esecuzione di Maria Antonietta.

Il risultato è quel mirabile esempio di micro-ingegneria che oggi conosciamo come Breguet No. 160 Maria-Antonietta. Ha un sistema di carica automatica “Perpétuelle” con massa oscillante in oro, la ripetizione minuti su timbri temprati, un calendario perpetuo completo e persino un’equazione del tempo per calcolare lo scarto tra l’ora solare reale e quella media, affiancata da un termometro bimetallico. Il tutto è racchiuso in una cassa d’oro a 18 carati.

Il furto del secolo

Dopo un lungo percorso tra i salotti della finanza e dell’aristocrazia del XIX secolo, in cui il prezioso orologio passa di mano in mano, alla fine approda nella pregiatissima raccolta di Sir David Lionel Salomons, un ingegnere e industriale britannico con un’autentica ossessione per l’orologeria di Breguet. Alla sua morte, la figlia Vera ne rispetta il lascito testamentario e destina i pezzi più importanti al L.A. Mayer Museum for Islamic Art di Gerusalemme. Lì, il capolavoro resta al sicuro, protetto da allarmi e vetri blindati, fino alla notte tra il 15 e il 16 aprile 1983.

Allora si consuma quello che le cronache definiranno il “furto d’arte del secolo”, di sicuro il più clamoroso della storia israeliana. Nessun commando armato, nessuna esplosione. Un uomo solo si infiltra e taglia le sbarre di un condotto d’aerazione con un seghetto chirurgico. Si tratta di Naaman Diller, il “ladro gentiluomo” che tiene sotto scacco la polizia locale grazie a una conoscenza millimetrica dei sistemi di sicurezza. Diller svuota le teche e porta via 106 orologi storici, pezzi unici di inestimabile valore. Il Breguet No. 160 Maria-Antonietta, avvolto in vecchi stracci, sparisce nei canali della ricettazione internazionale. Scotland Yard, l’Interpol e il Mossad brancolano nel buio per una ventina d’anni. L’orologio sembra inghiottito dal nulla.

Il clone e il colpo di scena

Nel 2004 entra in scena Nicolas G. Hayek senior, il patron di Swatch Group che ha rilevato il marchio Breguet. Logorato dal vuoto nei registri storici della Maison, Hayek lancia ai progettisti della Vallée de Joux una sfida ai limiti del possibile: ricostruire il Breguet No. 160 Maria-Antonietta da zero, solo con l’ausilio degli schizzi e delle note d’archivio dell’epoca, conservati nel piccolo Musée di place Vendôme, a Parigi. Per dare maggior coerenza al clone, battezzato No. 1160, Hayek acquista il legno della quercia preferita da Maria Antonietta a Versailles, ormai abbattuta, con cui fa realizzare il cofanetto per il nuovo orologio.

Mentre gli artigiani svizzeri lavorano sulla replica, a Tel Aviv succede l’impensabile. In quello stesso 2004, Naaman Diller muore di cancro negli Stati Uniti. Prima di spirare, però, rivela alla moglie Nili Shamir il nascondiglio del bottino del Museo di Gerusalemme, così da assicurarle la sicurezza economica a vita. Gli orologi di Breguet non sono mai stati venduti e giacciono in cassette di sicurezza disseminate tra Israele, la Svizzera e gli Stati Uniti.

La svolta arriva nel 2006, quando la vedova cerca di imbastire una trattativa anonima di restituzione tramite un perito d’arte di Tel Aviv. Alla vista dei pezzi di Breguet, però, l’esperto capisce tutto e lancia l’allarme: la polizia israeliana recupera l’intera collezione. Il Breguet No. 160 Maria-Antonietta originale è intatto, conservato con una cura quasi feticistica dal suo stesso predatore.

L’atto finale va in scena nel 2008 a Baselworld, quando Nicolas Hayek presenta alla stampa il nuovo modello 1160. Un evento memorabile per tutti i giornalisti presenti. Ma, dietro le quinte, in un incontro blindato con la dirigenza del Museo Mayer, Mr. Hayek prova l’emozione unica di stringere tra le mani l’originale commissionato nel 1783. Due secoli dopo i primi schizzi sul Quai des Horlogers, il cerchio si chiude. Oggi il Breguet No. 160 Maria-Antonietta è tornato a Gerusalemme, protetto da migliori sistemi di sicurezza. La morale di tutta la storia? I regimi cadono, i sovrani muoiono (come i ladri), ma l’arte meccanica resta immune ai secoli.


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