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Tag: F.P.Journe Invenit et Fecit

  • F.P.Journe in asta: analisi di un fenomeno da record

    F.P.Journe in asta: analisi di un fenomeno da record

    A chi ha studiato economia, sono familiari i concetti di concorrenza e libero mercato. Quanto vale un bene? In caso di monopolio, se il bene è desiderato, l’offerente farà il bello e il cattivo tempo. Quando, invece, non sussistono condizioni di “forzatura”, il prezzo diventa solo funzione del rapporto domanda/offerta. Da questo punto di vista, non esiste miglior scenario che la vendita all’asta, soprattutto ai nostri giorni, in cui – grazie a Internet – la platea si manifesta su scala planetaria.
    Negli ultimi periodi, nelle aste di orologi, accanto ai soliti Rolex, Patek Philippe o Audemars Piguet, si sono affermati sempre più spesso marchi indipendenti, con una serie di esemplari che hanno superato la soglia psicologica del milione di euro. Dopo questo lungo preambolo, che sottolinea come l’altissima qualità non conosca flessioni, vorrei richiamare l’attenzione su quello che ormai possiamo definire “il fenomeno Journe“. Ovvero le ottime performance di F.P.Journe in asta.

    Valutazioni: il divario fra stime e prezzi reali

    Sull’originalità e sulla qualità di quanto è realizzato nell’atelier di François-Paul Journe, non è necessario dover spendere parole. È importante però sottolineare che, nel corso degli ultimi anni, il mercato sembra riconoscergli sempre più un’indiscussa superiorità, che si riflette – com’è naturale – nelle quotazioni raggiunte. Senza la pretesa di essere esaustivi, proviamo allora a ripercorrere velocemente gli esiti di alcune aste che hanno battuto alcuni dei pezzi più importanti realizzati dal maître horloger.

    Ciò che emerge anche da un’analisi superficiale è il divario tra le stime, cioè le valutazioni di possibile valore di mercato formulate dagli esperti prima della messa in asta, e i risultati effettivamente raggiunti dai pezzi. Questa differenza non indica, sia chiaro, che chi li ha valutati abbia sbagliato: piuttosto mette in evidenza la grande desiderabilità dei lotti. Se più acquirenti, in tutto il mondo, desiderano aggiudicarsi i pezzi, avviene una vera e propria gara, con valori crescenti, fino a raggiungere l’offerta più alta.

    I primi modelli da record

    Del resto, gli osservatori più accorti del mercato degli orologi, già da tempo si erano accorti degli ottimi risultati di F.P.Journe in asta. Era una chiara manifestazione del “fenomeno Journe” per esempio la quotazione di 7,3 milioni di franchi svizzeri raggiunta dal Tourbillon Souverain à Remontoire d’Égalité del 1993, che io stessa avevo recensito illo tempore sulle pagine di questo Giornale.

    La vendita, organizzata da Phillips a Ginevra l’8 e 9 novembre 2024 e intitolata Reloaded: The Rebirth of Mechanical Watchmaking 1980-1999, aveva generato un’energia incredibile e parecchio scalpore nella comunità dei collezionisti. Ma a ben guardare, le prime avvisaglie c’erano state in precedenza, con le charity auction di Only Watch del 2017 e 2019.

    Comunque, uno dei casi più eclatanti è stato l’FCC, l’esemplare con automa creato per Francis Ford Coppola, già apparso come prototipo proprio nell’edizione 2021 di Only Watch, svoltasi a Ginevra il 21 novembre sotto la gestione di Christie’s. Proposto all’epoca senza riserva – tanto, con un nome come Journe non si corrono certo rischi – a fronte di una stima di 3/400.000 franchi svizzeri, era arrivato a 4.500.000 franchi. Oltre dieci volte la valutazione formulata in catalogo.

    Bene. Prodotto in seguito in soli due esemplari in platino – uno di proprietà di Journe e l’altro del grande regista –, l’inverno scorso l’FCC è tornato di nuovo sotto il martelletto, per volontà dello stesso Coppola. Battuto da Phillips all’interno dell’asta The New York Watch Auction: XIII e stimato genericamente “oltre un milione di dollari”, ha avuto un’aggiudicazione di ben 10.755.000 dollari.

    F.P.Journe in asta nel 2026

    Certo, i valori di aggiudicazione di uno o due pezzi possono essere attribuiti a contese specifiche: chiunque gestisca una vendita all’incanto sogna sempre che almeno due ricchi offerenti perdano la testa per un medesimo lotto. Ma ogni dubbio scompare se si analizzano gli esiti di tornate che hanno proposto più pezzi di Journe.

    La recente Geneva Watch Auction: XXIII, che si è tenuta in due tornate il 9 e 10 maggio scorsi, ha visto ben nove pezzi firmati Journe, di cui quattro hanno superato in aggiudicazione il milione di franchi svizzeri, mentre tutti insieme hanno raggiunto la ragguardevole somma di oltre 13 milioni di franchi. Highlight dell’asta, il Chronomètre à Résonance “Souscription n. 18” (di 20) in platino e oro rosa, che ha acceso i desideri dei collezionisti. A fronte di una valutazione tra i 450 e i 900mila franchi svizzeri, ha raggiunto i 4.875.000 franchi in aggiudicazione.

    Ancora, sempre Phillips, all’asta Hong Kong Watch Auction: XXII del 31 maggio, ha disperso 15 lotti di F.P.Journe che hanno raggiunto quasi 10 milioni di dollari in totale. In testa un Tourbillon Souverain “Chine 2010 38” edizione boutique di Pechino, indicato con la vaga stima iniziale di “oltre un milione di dollari americani”, ma infine aggiudicato per 4,2 milioni.

    Ancora, proprio nei giorni scorsi, Phillips ha gestito New York Watch Auction: XIV, una vendita che ha proposto ben 17 pezzi di Journe. Recentissima, quindi, la notizia dell’aggiudicazione del lotto 10, un Chronomètre à Résonance, Souscription n. 7 (di 20), anch’esso valutato genericamente “oltre un milione di dollari”, ma che si è assestato infine sui 13.922.000 dollari, la cifra più alta mai raggiunta da un orologio di Journe. Un autentico record.

    Il fenomeno Journe tra rarità, complessità ed eredità

    L’analisi dei risultati di F.P.Journe all’asta mostra come fattori premianti siano sempre, a fronte di un grande nome e di una indiscussa qualità, la rarità e la complessità. Il Maestro francese, che ha fondato la propria marca nel 1999, ha sempre avuto una produzione limitata: assestata all’inizio attorno ai 4/500 esemplari all’anno, ma tuttora non oltre il migliaio.

    Con quasi un trentennio di attività alle spalle, gli orologi siglati dal motto invenit et fecit di Journe risultano quindi sufficientemente noti da infondere una certa sicurezza ai potenziali acquirenti, ma al contempo abbastanza rari da suscitare la cupidigia dei collezionisti, soprattutto i modelli degli esordi. Se poi ci proiettiamo nel futuro, è presumibile pensare che chi ha acquistato simili pezzi da record, difficilmente li metterà presto sul mercato. Quindi i prezzi potrebbero ulteriormente salire.

    Riguardo infine alla complessità, F.P.Journe coniuga in molte delle proprie creazioni una meccanica straordinaria a scelte di design originali, nel solco di una tradizione che possiamo far risalire ad Abraham-Louis Breguet. Dal lay-out dei quadranti e dalle scelte di carattere estetico, fino alla ricerca di soluzioni tecniche del tutto originali e diverse, F.P.Journe ha certamente fatto propri i criteri o, se vogliamo, la visione dell’orologeria che il grande orologiaio settecentesco ha perseguito per tutta la vita.


    Oltre Journe

    Per concludere, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che i risultati ottenuti da F.P. Journe in asta non sono il risultato di un’infatuazione per un brand, per quanto di indiscussa eccellenza. Ci sono altri due fenomeni che meritano di essere presi in considerazione e che riguardano i marchi indipendenti, in generale.

    Il primo è che il mercato riconosce agli indipendenti eccellenti il loro ruolo e la loro importanza. Naturalmente, si tratta di livelli cui possono accedere solo collezionisti molto forti, in termini economici. D’altronde, la vera esclusività – per definizione – è cosa per pochi.

    Il secondo fenomeno è molto interessante: i compratori veramente competenti ben conoscono ciò che è indice di qualità, al di là della specifica firma. L’asta di Phillips del 9 e 10 maggio scorsi ha visto grandi esiti non solo per i Maestri la cui fama è consolidata da anni, ma anche per i loro allievi. Una seconda generazione di orologiai, formatisi presso grandi e divenuti a propria volta stelle di prima grandezza.

    Volendo restare in casa Journe, troviamo per esempio Rexhep Rexhepi, suo allievo e ora affermato indipendente a propria volta. In quell’asta il lotto 36, l’Akrivia AK-06 in acciaio – Akrivia, in greco precisione, è il nome del brand da lui creato – inizialmente stimato tra 350 e 400.000 franchi svizzeri, ha raggiunto i 3 milioni di franchi. A dimostrazione che la grande orologeria, al di là del marketing e delle operazioni di lancio di nomi noti al più vasto pubblico, ha degli estimatori che sanno percepire la qualità vera e che le tributano ciò che merita.

  • Tourbillon à Remontoir d’Egalité, il record in asta di F.P.Journe

    Tourbillon à Remontoir d’Egalité, il record in asta di F.P.Journe

    La notizia ha fatto il giro del mondo alla velocità della luce, diventando subito virale sul web. Un orologio straordinario, il Tourbillon à Remontoir d’Egalité 15/93, realizzato da F.P.Journe, è stato battuto in asta l’8 novembre scorso a Ginevra da Phillips per ben 7.320.000 franchi svizzeri.
    Cifra da record: si tratta, infatti, del risultato più alto di tutti i tempi per una creazione di un orologiaio indipendente. Febbre da rilancio, o degno riconoscimento per il Tourbillon à Remontoir d’Egalité? Ma è veramente un pezzo che deve essere considerato una pietra miliare nella storia dell’orologeria? Per comprendere le ragioni di un simile risultato, scopriamo insieme le caratteristiche di questo orologio.

    Una storia che parte da lontano

    Una premessa è d’obbligo: nella sua ormai lunga carriera, François-Paul Journe ha realizzato solo tre orologi da polso che siano stati interamente opera sua, cioè non solo progettati, ma anche realizzati fin nel minimo dettaglio dalle mani e dal talento del Maître horloger.
    Il pezzo andato in asta è il secondo, in ordine di tempo, di questo piccolo novero: vide la luce nel 1993 e fu il capostipite della serie dei Tourbillon Souverain di F.P.Journe. E fu anche il primo venduto dal Maestro.

    Difficile confrontarsi con un genio come Abraham-Louis Breguet, inventore del tourbillon, cioè di una soluzione meccanica in cui l’intero treno dello scappamento ruota su sé stesso cambiando continuamente posizione nello spazio e andando ad equalizzare gli effetti della gravità. Breguet aveva ben compreso come, per quanto si raffinasse l’esecuzione e si scegliessero i migliori materiali, l’effetto dell’attrazione gravitazionale fosse sempre presente e sempre diretto verso il centro della Terra. Si poteva solo cercare di variare la posizione relativa delle masse in gioco rispetto al Pianeta. Cioè di far sì che l’effetto – massimo in condizioni statiche, perché sempre costante per intensità e direzione – fosse almeno attenuato, e quindi abilmente compensato, nella componente centripeta, facendo ruotare le masse interessate.

    Capolavoro di meccanica, creato da Breguet per gli orologi da tasca e brevettato nel 1801, il tourbillon ha avuto diverse rivisitazioni nella seconda metà del XX secolo, da parte di chi lo ha inserito nei movimenti degli orologi da polso. Sempre pronto a cogliere le sfide, François-Paul Journe decise di tentare di migliorare ulteriormente la precisione di un orologio con tourbillon, riprendendo il testimone là dove Breguet lo aveva posato.

    Il problema della costanza di marcia

    Se la gabbia rotante compensava uno dei problemi con cui l’alta orologeria si era sempre scontrata, restava però un altro ostacolo alla regolarità di marcia, indispensabile per ottenere la precisione: la non uniformità della forza esercitata sullo scappamento dalla molla di carica.
    Il tema, ben noto, era stato affrontato sin dai secoli precedenti e risolto abilmente, sia per gli orologi domestici, che per quelli da persona e addirittura anche per quelli da campanile. Gli orologiai più abili si erano cimentati, infatti, con la creazione di diversi tipi di remontoir d’égalité: cioè di un dispositivo che era interposto tra la sorgente di energia e lo scappamento.

    Il rémontoir era in grado di compensare l’inevitabile differenza della forza esercitata dalla molla, o dai pesi, tra l’inizio del funzionamento a piena carica e la fine carica, data dallo svolgimento della molla, o dalla caduta dei pesi. Obiettivo del rémontoir è infatti fare sì che – indipendentemente dal tiro istantaneo della molla, che sappiamo non essere costante – la forza applicata allo scappamento sia sempre la stessa. Per fare questo, esso stesso viene costantemente ricaricato per piccoli intervalli di tempo, per cui lavora sempre in condizioni praticamente costanti: da cui égalité. Naturalmente, ciò comportava complicare il movimento: solo i migliori autori lo applicarono per i propri pezzi di più alta gamma.

    Segni particolari: capolavoro

    Dotare un medesimo orologio da polso sia del tourbillon che del remontoir d’égalité avrebbe quindi garantito, a patto di riuscirci, una precisione ancora superiore: fu questa la sfida che l’allora giovane François-Paul raccolse e di cui celebriamo, oggi, il capostipite.
    Nasce così l’idea che si concretizzerà dapprima nel 1991, con la creazione di un prototipo il cui movimento è interamente realizzato in oro, ingranaggi compresi. Tutte le caratteristiche che faranno di questa linea di orologi un vero e proprio sogno per i collezionisti sono ormai mature.

    A questo primo prototipo, che Journe porterà per anni al proprio polso e che è ora parte della sua collezione privata, fecero seguito due altri orologi, nel 1993. I tre esemplari sono sostanzialmente identici fra loro: il primo, il prototipo, porta il seriale 11/91, a indicare che si tratta dell’undicesimo orologio prodotto da Journe e che è stato realizzato nel 1991. Il secondo, quello battuto in asta, porta il seriale 15/93; il terzo invece il seriale 16/93.

    Le caratteristiche del Tourbillon à Remontoir d’Egalité 15/93

    Passiamo ai dettagli del pezzo finito sotto il martelletto di Aurel Bacs. Cassa in platino, di diametro 38 mm, movimento interamente in oro giallo, a carica manuale, quadrante innovativo, con la gabbia del tourbillon sulla sinistra, affiancata dal piccolo contatore che mostra ore e minuti, mentre nella parte superiore del quadrante troviamo l’indicatore dell’autonomia residua.

    Il design complessivo è già programmatico di quello stile che renderà i pezzi di F.P.Journe inconfondibili. Compresa la firma ben visibile, posta tra ore 6 e ore 3, e il numero seriale, 15/93, che si trova tra ore 6 e ore 7. Il fondello è pieno e non permette, come invece accadrà con i successivi tourbillon del Maestro, di poter godere visivamente della bellezza del movimento. Bracciale in pelle, con chiusura ad ardiglione in acciaio, una scelta di sobrietà.

    Un corredo principesco

    L’esemplare era giunto in asta con un corredo veramente unico. Non solo una copia del libro F.P.Journe Invenit et Fecit, scritto da Jean-Pierre Grosz, sulla cui copertina il Tourbillon à Remontoir d’Egalité 15/93 appare in tutta la sua bellezza. Ma anche con una ricca serie di disegni tecnici originali, propedeutici alla realizzazione, una collezione di articoli dedicati, usciti nel 1993, la fattura originale di vendita e addirittura con il foglio di metallo dal quale fu ritagliata la gabbia del tourbillon. Il tutto, da sempre appartenuto alla medesima famiglia, si riaffacciava al mercato per la prima volta. A onor del vero, proprio quest’estate i proprietari avevano ritenuto necessaria una revisione, naturalmente effettuata da F.P. Journe personalmente.

    Dopo aver realizzato il Tourbillon à Rémontoir d’Egalité, possiamo immaginare la soddisfazione di Journe. Giustamente orgoglioso per il traguardo raggiunto, F-P commentò che il risultato era la crasi delle capacità di ben cinque Maestri: Breguet, quale inventore del tourbillon; Guinand per l’estetica della gabbia del tourbillon; Bürgi per il sistema di rémontoir; Berthoud per l’estetica generale; e lui stesso, che aveva sublimato in questo pezzo decenni di esperienza e di studio.

    Pillole di storia

    Per prima cosa, è d’obbligo notare che Journe ha fatto dei propri tourbillon dei veri e propri pièces de resistence. La padronanza della tecnologia gli ha permesso di presentare, dopo il 1993, diverse serie – naturalmente, sempre in numero molto limitato – di esemplari dotati della magica gabbia rotante.
    Dopo i due prototipi gemelli, il 15/93 ed il 16/93, nacque in Journe l’idea di realizzare una serie limitata di soli 20 esemplari. Sempre sull’onda dell’emulazione del mitico Breguet, decise di aprire una souscription, come avrebbe detto il Grande, ovvero una sottoscrizione. In brevissimo tempo i 20 pezzi disponibili furono prenotati dietro pagamento anticipato, prima ancora che la loro lavorazione fosse iniziata.

    L’idea fu un successo. Con la somma ottenuta, F.P.Journe poté fare, anche in termini di attrezzature, il salto di qualità che gli permise di diventare quel che è oggi. I pezzi souscription, usciti sul mercato tra il 1999 ed il 2003 con il nome di Tourbillon Souverain, sostanzialmente hanno le stesse caratteristiche principali dei due prototipi fatti a mano dal Maestro. Ma presentano alcune differenze.
    Il movimento non è in oro: è in ottone. Il numero individuale e progressivo all’interno del lotto di 20 è inciso sul quadrante. La cassa è quasi sempre in platino, anche se un limitatissimo numeri di esemplari è stato prodotto in oro rosa. E il fondello è in vetro zaffiro, consentendo così di ammirare l’incredibile qualità della meccanica.

    Di prodezza in prodezza…

    Nel 2003, Journe pensò bene di aggiungere alla già notevole meccanica del Tourbillon à Remontoir d’Egalité un’ulteriore complicazione: quella dei secondi morti, spesso in Italia chiamati secondi indipendenti. In questo caso, l’idea ancor più particolare è quella di far azionare la lancetta dei secondi direttamente dal remontoir d’égalité. La lancetta dei secondi si muove con uno scatto netto non appena il secondo è trascorso, cioè morto – da cui la denominazione, altrimenti difficile da interpretare.

    Nasce così, come naturale evoluzione, il Tourbillon à Remontoir d’Egalité avec Seconde Morte. Con cassa in platino oppure in oro rosso, movimento in oro rosa, quadrante guilloché in oro rosso o in argento. E fondello in vetro zaffiro, attraverso cui si ammira la maestria delle finiture e della lavorazione: platina a perlage e côtes de Genève sui ponti. Pezzo da alta collezione. Appena disponibile, il mercato lo percepì come quello che in altri ambiti si definirebbe un Instant Classic.

    …fino all’impensabile

    E arriviamo in tempi più recenti. Per celebrare i vent’anni della produzione della linea Tourbillon Souverain, Journe ha voluto superare sé stesso. Ha progettato e realizzato un nuovo tipo di tourbillon: in cui la rotazione della gabbia, che avviene tradizionalmente in orizzontale, avvenga invece in verticale. Ecco dunque il Tourbillon Souverain Vertical. Per aggiungere al tutto anche un tocco di scenografia, il Maestro ha portato il periodo di rotazione della gabbia del tourbillon, solitamente della durata di un minuto, a 30 secondi. All’interno della cassa un anello lucidato a specchio riflette il treno del tourbillon, dando luogo a un vero effetto ipnotico.

    Ma non finisce qui. Sin dal 2001 F-P aveva introdotto un’ennesima innovazione: l’uso del rutenio per il trattamento superficiale di quadranti e movimenti. Un metallo raro del gruppo del platino, dalle caratteristiche peculiari. Sarà proprio un Tourbillon à Remontoir d’Egalité a inaugurare la collezione Ruthenium, nella quale il Maestro reintrodurrà anche l’uso dell’oro per i movimenti. Al Tourbillon, si affiancarono in questa collezione anche l’Octa Jour/Nuit, l’Octa Calendrier, l’Octa Chronographe e il Chronomètre à Résonance.

    Per concludere

    Difficile concludere: ogni pezzo, ogni caratteristica meccanica o tecnica di queste creazioni di F.P.Journe meriterebbero fiumi di inchiostro. Tornando al punto di partenza, il risultato eccezionale esitato da Phillips per il Tourbillon à Remontoir d’Egalité poteva essere in buona misura prevedibile. I pezzi unici, di qualità superlativa, sono e saranno sempre il Santo Graal dei grandi collezionisti. Così è sempre stato e probabilmente così sempre sarà. Fino a che grandi maestri come F.P.Journe saranno pronti ad accogliere le sfide più estreme e a mostrarci le loro incredibili capacità.

  • FFC, il digitale secondo François-Paul Journe

    FFC, il digitale secondo François-Paul Journe

    “Digitale” nel senso letterale del termine… Come quando, da bambini, si contava sulle dita, allo stesso modo il nuovo FFC di F.P.Journe indica l’orario attraverso una mano meccanica. Un automa frutto di una collaborazione eccellente

    Avete presente quando chiedete l’ora e vi fanno segno con le mani, magari con qualche pittoresco movimento aggiuntivo per indicare le frazioni di ora? Beh, qualcuno ha pensato che questa gestualità potesse essere racchiusa nel quadrante di un orologio da polso. Sfida certo non semplice, ma non per un genio come François-Paul Journe.

    In realtà l’idea – o, quanto meno, la domanda che ha dato vita alla creazione di cui ci apprestiamo a parlare – è nata da un’altra personalità di spicco in un campo molto differente, in cui ingegno e fantasia rappresentano qualità fondamentali: il cinema. È stato infatti Francis Ford Coppola a chiedere durante un incontro, si narra nella propria tenuta della splendida Napa Valley, se mai qualcuno avesse pensato di rappresentare i numeri corrispondenti alle ore come siamo abituati a indicarli con le mani.

    Il guanto di sfida

    Problema principale: le ore da indicare sono quanto meno 12 e le dita sono 10. Quindi? Nessun problema, per Journe ovviamente. Secondo il proprio motto “invenit et fecit”, nel 2014 ha inizio la lunga gestazione di un orologio a dir poco particolare e con una complicazione mai proposta prima. Per la cronaca, il movimento di base da cui è partito è il consueto calibro 1300.3, l’automatico montato nella collezione Octa. Rielaborato però in funzione dell’automa.

    Gli automi sul quadrante non sono nuovi, anzi hanno una storia molto lunga e variegata. Tuttavia hanno spesso lo scopo di creare animazioni spettacolari, con dettagli curatissimi, ma puramente coreografici. In alcuni casi, è vero, sono anche funzionali: per esempio possono segnare le ore ma attraverso azioni che creano rintocchi sonori. Mai sinora, che ci risulti, era stata rappresentata una mano che indicasse fisicamente le ore.

    Il precedente e l’attuale FFC

    In realtà parliamo dell’oggi, però esiste un antefatto. La prima realizzazione di Journe a tema è apparsa come pezzo unico all’asta benefica Only Watch a Montecarlo nel 2021, battuta alla cifra quasi irrisoria di 4 milioni e mezzo di franchi svizzeri. In onore a chi ha dato, di fatto, il primo “ciak” a questa storia durata 7 anni e dalla trama a lieto fine, Journe ha deciso di chiamare la propria creazione proprio FFC.

    Oggi, visto il successo dell’FCC Blue, si è deciso di replicare l’FFC. Che comunque non sarà un orologio per tutti: serie limitatissima (si parla di un massimo di 5 esemplari l’anno) e prezzo non proprio per tutte le tasche (circa 820mila franchi svizzeri). Veste cromatica differente ma stesse caratteristiche e stessa conformazione della mano, la cui storia merita a sua volta più di qualche parola.

    L’eredità di Ambroise Paré

    Ambroise Paré, chi era costui? Potreste dire voi con citazione manzoniana… Costui era un medico francese del XVI secolo, nato barbiere per tradizione di famiglia e poi diventato non solo un chirurgo/cerusico ma anche – secondo alcuni – uno dei padri della medicina forense. Profondo conoscitore del corpo umano, Paré è stato a tutti gli effetti uno dei primi, se non forse il primo della storia, a pensare alle protesi per sostituire gli arti umani. E l’ispirazione per questo affascinante automa è nata proprio da uno dei disegni del medico rinascimentale, scoperto dal figlio di Journe, che di mestiere fa lo storico.

    L’ennesima sfida colta dal genio nato a Marsiglia (e vinta, ma questa non è una novità) era racchiudere in un meccanismo da polso l’energia necessaria per muovere le dita, mantenendo un’autonomia adeguata. In primis ha pensato di alleggerire al massimo la mano attraverso l’utilizzo di un materiale come il titanio, ma ovviamente ciò non bastava. E allora? Bene, nell’FFC Journe ha introdotto un cosiddetto remontoir d’égalité, meccanismo simile a quello utilizzato per muovere le pesanti lancette negli orologi da campanile.

    Come funziona l’FFC

    Il bariletto principale, che accumula un’autonomia di 5 giorni attraverso una carica automatica monodirezionale, utilizza una parte della propria energia per caricare (in 40 minuti) una molla, a sua volta posta all’interno di un altro bariletto dedicato all’automa e che è normalmente bloccato. Quando arriva il cambio dell’ora, attraverso un sistema con un grilletto e un’àncora montata su una ruota dotata di un eccentrico, tutta l’energia accumulata nel suddetto meccanismo viene liberata. E consente di muovere un sistema di ben 10 camme, che si “occupano” di gestire il movimento delle dita della mano.

    La rotazione delle camme su loro stesse avviene in 12 ore, l’intera struttura è progettata per avere un attrito minimo e, quindi, usare un quantitativo molto basso di energia meccanica anche laddove il gesto necessario per indicare l’ora successiva implichi il contemporaneo moto di più dita.

    Ora vi chiederete, ma i minuti? Niente paura, ci sono anche loro. Mutuando la magistrale interpretazione del calendario annuale visto nell’Astronomic Souveraine e data l’impossibilità di utilizzare una tradizionale indicazione, Journe nell’FFC ha inserito i minuti su di un disco rotante periferico montato su cuscinetti a sfera, anche in questo caso con l’obiettivo di ridurre al minimo l’energia legata al movimento.

    L’habillage e altri “dettagli” (si fa per dire)

    Il quadrante dell’FFC è completamente assente per mostrare il calibro in tutte le sue peculiarità. Inutile dire che le finiture, di cui si ha visione di insieme anche attraverso il fondello in vetro zaffiro, sono ai massimi livelli, ossia quelli abituali per la Maison. Solo per fare alcuni esempi, la platina in oro è lavorata a perlage, i ponti in titanio sono decorati a Côtes de Genève circolari, sino ad arrivare alle teste delle viti lucidate e rifinite con anglage…

    Insomma, tra prodigi della meccanica e cura maniacale di ogni singolo dettaglio è davvero difficile riuscire a tradurre in parole il lavoro e la magnificenza contenuti in questo esemplare. Pensare poi che tutto quanto è racchiuso in una cassa in platino di soli 42 millimetri di diametro per 10,7 di spessore… beh, ha davvero dell’incredibile.  

  • François-Paul Journe: il tempo è galantuomo, per chi lo sa gestire

    François-Paul Journe: il tempo è galantuomo, per chi lo sa gestire

    Recentemente un lettore mi ha chiesto cosa ne pensassi del successo di François-Paul Journe in asta. Rispondo con questo articolo. Ne penso tutto il bene possibile, perché questo vuol dire che accanto alle ormai tradizionali operazioni speculative (certi Rolex, certi Patek e così via) si consolidano anche motivazioni squisitamente tecniche. Da veri appassionati dell’Arte dell’Orologeria. E le maiuscole non le ho messe per caso.

    Perché François-Paul Journe

    L’ho già detto: è stato un amore a prima vista, qualche decina d’anni fa. Alla fiera di Basilea, fine anni Novanta, Journe aveva un proprio stand. Piccolo, certo, ma dignitoso. Molto vicino a quella dell’Accademia dei Creatori Indipendenti, nel quale brillavano molte delle migliori menti dell’orologeria. Ma Journe era già diverso, già viaggiava su un altro piano perché aveva compreso che se fai gli orologi migliori del mondo ma poi non sai venderli, allora sei destinato al fallimento. Se spendi più di quel che ricavi dalla vendita, sei destinato al fallimento. Se non sei in grado di elaborare un piano di crescita compatibile con le tue finanze, sei destinato al fallimento.

    Quando accosto François-Paul Journe ad Abraham-Louis Breguet la motivazione è anche questa: Breguet sapeva vendere i propri orologi, sapeva farsi bene i conti, sapeva rimanere sempre a galla, come una saggia paperella, non importa quali fossero le turbolenze politiche – squassanti – della sua epoca. Oggi non abbiamo più tempeste come la Rivoluzione Francese, ma in compenso abbiamo veri e propri tsunami economici di fronte ai quali bisogna saper mantenere una costruzione economica salda. Altrimenti si è destinati al fallimento. Journe ha saputo costruire una realtà solida anche dal punto di vista economico.

    E poi non si è mai svenduto al marketing. Niente testimonial – se vuoi un Journe te lo compri – e niente proclami: nessuna concessione ai temi del momento, per quanto sia grande la sua partecipazione. Partecipa, anche economicamente, contribuisce a migliorare un pochino la vita di qualcuno o di tutti, ma senza usarlo come argomento di vendita. Sono i suoi orologi a parlare e i suoi orologi parlano eccome. Ma anche in questo caso la lingua è quella di Journe: nessun colore alla moda, forti legami con il passato tradotto in futuro, tecnica che all’inizio non ti abbaglia, ma ti conquista. Journe non cerca l’amor fugace, ma il certosino, meticoloso, continuo miglioramento di quel che nel passato (anche nel suo passato) è stato fatto per rendere gli orologi vere e proprie opere d’arte. La tecnica sublimata, sì, ma anche concreta.

    Il filo di Arianna

    Se si osserva la produzione di François-Paul Journe fin dal 1999, anno in cui nasce il marchio F.P.Journe – Invenit et Fecit, non è difficile trovare un filo d’Arianna che unisce tutti i suoi orologi.

    Parentesi. Su Wikipedia trovo: Arianna si innamorò di Teseo quando egli giunse a Creta per uccidere il Minotauro nel labirinto. Arianna diede a Teseo un gomitolo di lana (il proverbiale filo d’Arianna) per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne agevolmente. Arianna fuggì con lui e gli altri ateniesi verso Atene, ma Teseo la fece addormentare per poi abbandonarla sull’isola di Nasso. Curiosità. Arianna venne “piantata in Nasso” e la cosa ha generato l’espressione, usata ancor oggi, “piantare in asso”. E Teseo non era una bella persona, benché forse l’abbandono gli venne imposto dal dio Dioniso, che poi, forse, sposò Arianna. Chiusa parentesi.

    Il fil rouge è fatto di una tecnica via via oggetto di piccoli, ma importanti miglioramenti; di dettagli estetici scelti non tanto per “essere belli” in modo ruffiano, quanto per coniugare l’occhio all’ergonomia. Un esempio? La sua classica corona, che richiama esternamente un cavo ritorto, riesce ad essere un elemento estetico distintivo, ma anche un dettaglio pratico perché ne rende molto agevole la presa. E così si può dire degli elementi avvitati sul quadrante, che delimitano tridimensionalmente le zone, ma al tempo stesso fanno tanto “capitano Nemo”, il protagonista del romanzo di Verne “20.000 leghe sotto i mari”. Le illustrazioni del suo sommergibile, il Nautilus, hanno notevolmente contribuito alla nascita dello steampunk. Sono richiami evidenti solo ad un occhio esperto e critico, ma gestiti sempre con rara discrezione, senza mai raggiungere i paradossali effetti del movimento steampunk attuale. Sono orologi, quelli di Journe, con forti richiami culturali.

    Chi va piano va sano e va lontano

    E però di solito i richiami culturali si accompagnano a dosi massicce o comunque fastidiose di autocompiacimento. Journe no. Journe è una persona “piena di sé” perché conosce bene il proprio valore, senza alcuna forma di ipocrisia. «Se qualcuno lo fa, io posso farlo meglio», dice talvolta con una sintesi brutale che non è presunzione; quanto il prendere atto – eliminando fronzoli e retorica – che pochi, pochissimi possono tenergli testa sul piano tecnico. E i richiami culturali sono solo la ciliegina sulla torta in un negozio che vende torte, non ciliegine. Vanno bene, sono piacevoli, ma determinante resta sempre la torta.

    F.P.Journe – Invenit et Fecit diventa quindi nel tempo un marchio solido nella propria lenta evoluzione. Un’evoluzione che era evidentemente ben programmata fin dall’inizio e dalla quale Journe s’è discostato in casi rarissimi – e solo per un calembour, uno scherzo tecnico. Nel tempo i collezionisti lo hanno capito, hanno messo a fuoco con sempre maggior precisione il suo sogno e lo hanno premiato. Nelle vendite in asta Journe guida un drappello di orologiai indipendenti che mai avrebbero pensato di diventare oggetto di speculazione. O meglio, sapevano di poterlo essere episodicamente, ma con Journe la faccenda sta diventando sistematica, sta aprendo un nuovo filone del collezionismo.

    François-Paul Journe e le aste

    E se andiamo a ritroso nel tempo scopriamo che persino nel terribile 2020 i suoi orologi hanno affollato le aste con oltre una quarantina di esemplari che hanno spuntato cifre man mano sempre più elevate. La solidità di Journe, in pratica, è stata riconosciuta dai collezionisti come un valore di riferimento. Con aggiudicazioni sempre più ricche proprio perché si tratta di una tendenza destinata a consolidarsi. In asta sono stati aggiudicati a cifre notevoli persino modelli in produzione, ma rari perché Journe non ha mai superato i limiti della quantità sacrificando la qualità.

    Ecco perché la nuova serie limitata di Octa con cassa in platino e movimento in ottone rodiato (come le prime serie, quando ancora Journe non produceva movimenti con ponti e platina d’oro) è destinata ad assumere persino nel breve periodo un valore crescente. I 99 esemplari di questa serie hanno un prezzo di 63.000 euro, ma in questo stesso mese un Octa della primissima serie – quasi identico – è stato aggiudicato ad oltre 114.000 euro. Mentre un altro, nel dicembre 2019, aveva superato i 207.000. Dati decisamente significativi. La rivincita dell’orologeria d’arte sulla banale speculazione. Continua così, Brontolo, continua a costruire con lenta consapevolezza, mattone dopo mattone, prendendoti sempre il tempo necessario. Perché dimostrare che ad andar piano si va lontano è un buon esempio di vita per tutti.