Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Blancpain Ladybird

  • Blancpain Lady B: il micro-bijou di design dal cuore meccanico

    Blancpain Lady B: il micro-bijou di design dal cuore meccanico

    B come Blancpain, B come Bullett, B come Betty. Ma anche B come Bubble (o Boule, se preferisci il francese) e B come Bijou. Si chiama Lady B il nuovo femminile di Blancpain, omaggio esplicito ma per nulla nostalgico a una storia che proviene dal passato. Per capire questo piccolo pezzo di design dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Precisamente al 1956, quando l’orologeria da donna era terreno di sfide tecniche e creative per le grandi manifatture.

    Betty e l’estetica Mid-Century

    In quel periodo, al timone di Blancpain c’era Betty Fiechter, prima donna in assoluto a guidare una grande casa svizzera. Entrata in azienda giovanissima, Betty aveva compiuto un’impresa incredibile: nel 1932, durante la Grande Depressione, aveva acquistato la manifattura per salvarla dal fallimento. Si ritrovò così a capo di oltre duecento dipendenti in un’epoca in cui le donne, in Svizzera, non avevano neppure diritto di voto – lo otterranno solo nel 1971: no comment. Una figura straordinaria che pretendeva per gli esemplari femminili la stessa attenzione riservata ai modelli da uomo.

    Negli anni Cinquanta, del resto, le case orologiere facevano a gara per contendersi il polso delle signore. Allora andavano di moda esemplari dal design originale e dalla femminilità delicata: per la sera cocktail watches e orologi a segreto, per il giorno modelli “di forma” con bracciali insoliti, ma sempre dalle dimensioni minuscole, se non microscopiche. E le grandi manifatture investivano capitali in ricerca e sviluppo proprio per cercare di ottenere micro-movimenti meccanici, affidabili e di qualità, adeguati a quelle casse formato mignon.

    Il fascino dell’Atomic Age e il famoso calibro R52

    Da Blancpain, sotto la supervisione di Betty, nel 1956 nacque così il mitico Ladybird “Bullet”, figlio dell’ottimismo tipico dell’epoca. Si era in piena Atomic Age, presto estesa all’era spaziale, ammantata di fiducia nei confronti del futuro e della tecnologia. Un momento magico in cui l’architettura, la moda e il design industriale dicevano addio alle linee rette per abbracciare forme organiche, sferiche e biomorfiche – basti pensare all’Atomium di Bruxelles o alle curve dei grandi sogni automobilistici di quegli anni.

    Il soprannome “Bullet” (proiettile) derivava dalla forma bombata e sferica della cassa. Il cuore pulsante di quel “proiettile” era il leggendario calibro R52 (o R55, a seconda dell’allestimento), un capolavoro da 11,85 millimetri di diametro – in pratica la punta di un mignolo. Per rimpicciolire il movimento senza sacrificarne la robustezza, Blancpain introdusse una rivoluzionaria quinta ruota nel treno del tempo e inserì una protezione antiurto sul bilanciere, del tutto assente sui calibri dei concorrenti. Il calibro R52 contava 133 componenti rifiniti al millesimo di millimetro e garantiva 40 ore di autonomia. Acquistato persino da altre storiche maison rivali, il calibro R52/R55 oggi è considerato una pietra miliare della micromeccanica del Novecento.

    Ma il “Bullet” stupì il pubblico anche per un’altra, geniale intuizione. La cassa sferica (o quasi) era priva di anse, ma sul retro aveva una fessura integrata che permetteva di far passare all’interno il cinturino: così le signore potevano sostituirlo in un attimo per abbinarlo all’abito. Fu un sistema rivoluzionario che segnò una prima mondiale per l’orologeria e introdusse l’idea dell’intercambiabilità “fai da te”, tanto apprezzata ancora oggi.

    Il Lady B, una micro-scultura da polso

    Il Blancpain Lady B dei nostri giorni riprende esattamente lo spirito di quel predecessore. Lo reinterpreta però con un linguaggio tecnico e formale contemporaneo che gli infonde un carattere deciso e di forte impatto estetico, a dispetto delle dimensioni. Dimentichiamoci quindi le classiche riedizioni fotocopia: qui c’è un’idea radicale che lo trasforma in una piccola scultura in 3D da indossare.

    La cassa è una vera e propria “bolla” d’acciaio o d’oro rosso da 19 millimetri di diametro, appena appiattita sopra e sotto. La tocchi e sembra un ciottolo levigato dall’acqua, lucidissimo e privo di sporgenze – eccetto per la corona di carica. Un oggetto che dichiara la propria essenza in volume, appena 2,9 centimetri cubi, anziché accontentarsi delle solite misure. Tuttavia l’incredibile pulizia estetica nasconde una complessità realizzativa fuori dal comune. Le didascalie raccontano perché.

    Anche il Lady B non presenta le consuete anse. Il cinturino passa nella cassa attraverso una sottile apertura millimetrica letteralmente scavata nel metallo. E grazie a un sistema di cuscinetti a sfera scorre, anzi scivola all’interno senza intoppi. Realizzato in pelle di vitello, non si limita a circondare il polso, ma lo avvolge con un doppio giro. Ed è declinato in sette colori dalle particolari sfumature: dal bordeaux al moka, dal corallo al cipria, e ancora bianco, blu e viola.

    Sul piccolo quadrante beige opalino regna una purezza assoluta. Niente diamanti, niente decori superflui, solo le lancette di ore e minuti e gli indici a bastone, per favorire al massimo la leggibilità. Tutto il resto lo fa la luce che si riflette sul réhaut a specchio, così da rendere le informazioni ancora più visibili.

    Un cuore meccanico inaspettato

    Sotto l’estetica pulita e quasi organica batte un cuore da puristi. Blancpain ha una regola ferrea: non ha mai prodotto un orologio al quarzo e mai lo farà. Il Blancpain Lady B adotta quindi il calibro 615, di manifattura. Ma il bello è che non si tratta di un movimento meccanico a carica manuale, come sarebbe logico aspettarsi in volumi così ristretti. No: il calibro 615 è un automatico, con una piccola ma efficace (o forse dovrei dire efficiente) massa oscillante che ricarica la molla del bariletto a ogni gesto del polso. Ne senti il movimento impercettibile quando lo stringi nella mano: e devo dire che fa un certo effetto…

    Non solo. Concepito nel 1995, il calibro 615 è stato via via aggiornato nel tempo man mano che si sono rese disponibili nuove tecnologie. Oggi per esempio monta la spirale in silicio, che lo rende insensibile ai campi magnetici e alle variazioni di temperatura, e contribuisce alla costanza di marcia dell’intero sistema. Proprio per la continua evoluzione ha acquisito una robustezza e un’affidabilità ormai riconosciute e dimostrate nel tempo.

    L’eredità di stile continua

    Il Blancpain Lady B si indossa con disinvoltura sotto una camicia bianca come con un tubino nero. Si presta alle occasioni più formali come un gioiello, ma per dimensioni e design non è mai fuori luogo, neppure nelle situazioni di relax. Non è una serie limitata, piuttosto un capitolo del tutto nuovo che ridefinisce l’eleganza quotidiana. Un esempolare che dà ragione a Betty Fiechter: la bellezza e l’intelligenza tecnica non sono mai state nemiche. I prezzi al pubblico consigliati? La versione in acciaio è proposta a 11.360 euro, mentre quella in oro rosso costa 17.350 euro. In linea con l’esclusività della Manifattura.

    In sintesi

    CaratteristicheSpecifiche del Blancpain Lady B
    NomeBlancpain Lady B
    Referenza0064 3642 E17 oppure 0064 1142 B24
    CassaOro rosso oppure acciaio, 19 mm di diametro x 13,2 di spessore
    MovimentoCalibro 615 a carica automatica
    FunzioniOre e minuti
    Autonomia38 ore
    Prezzo17.350 euro oppure 11.360 euro

  • Ladybird Colors, il nuovo gioiello meccanico di Blancpain

    Ladybird Colors, il nuovo gioiello meccanico di Blancpain

    Il Blancpain del momento? Un femminile, il Ladybird Colors. Versione riveduta e corretta della storica collezione, reinterpreta l’idea dell’orologio-gioiello in chiave attuale. Lo sdrammatizza e lo trasforma in un accessorio giovane ed effervescente, per quanto prezioso e di qualità – comme il faut. Sopraffino anche dal punto di vista meccanico, di certo sarebbe piaciuto alla donna che lo ha inventato, quella Betty Fiechter che fu alla guida di Blancpain per buona parte del Novecento. Un personaggio che vale la pena di ricordare.

    Betty Fiechter

    Entrata in Blancpain nel 1915, a 19 anni, Betty Fiechter (all’anagrafe Berthe Marie) lavorò a lungo a fianco di Frédéric-Emile Blancpain, l’ultimo discendente della famiglia proprietaria. Fu lui a formarla, e ad affidarle il ruolo di dirigente della fabbrica, di supervisore dell’intera produzione. Quando Frédéric-Emile morì – improvvisamente, nel 1932, senza lasciare eredi nella successione della manifattura –, il passaggio delle redini dell’azienda nelle sue mani fu quindi del tutto naturale. Betty Fiechter acquistò Blancpain nel giugno del 1933, insieme al direttore commerciale André Léal, e la ribattezzò Rayville-Blancpain (Rayville è un anagramma fonetico di Villeret).

    Gli anni successivi alla Grande Depressione non furono facili per l’orologeria svizzera. Ma Betty riuscì a superare la crisi con l’apertura del mercato americano, sia con l’esportazione di orologi con il proprio marchio sia con la fornitura di movimenti ai produttori locali – Hamilton, Gruen, Elgin. Dopo la scomparsa del socio, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, proseguì imperterrita da sola. Soltanto nel 1950 arrivò ad affiancarla il nipote, Jean-Jacques Fiechter, altra figura chiave nella storia di Blancpain. Con lui Betty riuscì a portare la produzione, nel 1959, oltre i 100mila esemplari l’anno.

    Per trovare nuove risorse, nel 1961, i Fiechter operarono una fusione con la Société Suisse pour l’Industrie Horlogère (Ssih), di cui facevano parte anche Omega, Tissot e Lemania. La società divenne poi uno dei nuclei costitutivi del futuro Swatch Group, fondato da Nicolas Hayek agli inizi degli anni Ottanta… Ma non voglio divagare. All’interno della Ssih, la Rayville-Blancpain dei Fiechter si rafforzò ulteriormente: costruì nuovi impianti e raggiunse i 220mila esemplari l’anno entro il 1969. Divenne insomma una vera potenza produttiva.

    La meccanica del Ladybird

    Betty morì nel ’71, ma nei vent’anni precedenti, insieme al nipote, aveva ottenuto una serie di successi. E sono almeno due i modelli entrati di diritto nella storia dell’orologeria. Uno, il Fifty Fathoms: il primo orologio subacqueo “moderno”, lanciato nel 1953 – e di cui ci siamo già occupati più volte. E due, il Ladybird appunto: presentato nel 1956, era un esemplare da donna dal formato quasi lillipuziano, come si usava allora; ed era animato dal movimento rotondo più piccolo dell’epoca. Il calibro R550 aveva infatti un diametro di 11,85 mm e un’autonomia di 40 ore. E a quel tempo segnava un riconosciuto traguardo tecnico.

    Del resto il Ladybird ha sempre avuto un’attenzione particolare per la meccanica. Per esempio, nel 2016, in occasione del 60° anniversario della collezione, ricordo che è uscito in un’edizione limitata con il calibro automatico 6150, di 15,7 mm di diametro (altra dimensione da record). Degno erede dei suoi predecessori, il nuovo Ladybird Colors monta un altro movimento di manifattura: il calibro 1153. Variazione del più celebre 1150, senza il datario, è un ultrapiatto che misura 3,25 mm di spessore, a dispetto dei due bariletti che assicurano un’autonomia di oltre 4 giorni.

    Un movimento comunque di estrema robustezza e precisione. Non a caso è alloggiato – in altri allestimenti – anche all’interno di alcune versioni del Fifty Fathoms Bathyscaphe (un’altra creazione dei Fiechter di fine anni Cinquanta) e del Barakuda. Che, in quanto subacquei, hanno bisogno di garantire la massima sicurezza durante le immersioni. In più il bilanciere monta una spirale in silicio. A conti fatti si tratta di particolarità costruttive che la dicono lunga sulla meccanica Blancpain. Betty Fiechter, ne sono certa, ne sarebbe fiera.

    Le scelte di stile del Ladybird Colors

    Tecnica a parte, il Ladybird Colors offre alle donne un’estetica del tutto nuova. La cassa in oro bianco o rosa misura 35 mm di diametro: una taglia né troppo grande né troppo piccola, ma di certo pensata espressamente per le donne. E coerente con il gusto di una femminilità contemporanea. In più è impreziosita dai diamanti – altra caratteristica imprescindibile dell’orologeria al femminile di questo Millennio -, incastonati sulla lunetta, sulle anse e sul quadrante, per un totale di oltre due carati. Il colore e la lucentezza delle pietre, così come i riflessi e l’iridescenza della madreperla, rivelano la scelta di materiali di prima qualità. Da notare anche la numerazione delle ore, scandita da cifre di grandi dimensioni, in carattere corsivo, aggraziate ma non leziose.

    Infine il cinturino colorato, che definisce la particolarità del Ladybird Colors e dà il nome alla collezione. Realizzato in pelle di alligatore, è declinato in sette cromie: tonalità vivide ma non scontate, anzi originali se si eccettua il “classico” bianco (indispensabile, perché “di tendenza” ormai da anni). A chi si chiede come mai Blancpain abbia preferito creare tante versioni del Ladybird Colors con i diversi cinturini, anziché dotare l’orologio di un sistema di intercambiabilità, rispondo con estrema franchezza. Questione di serietà.

    I vari dispositivi – pulsantini, levette e quant’altro – sono sì pratici e di immediato utilizzo; ma lungo andare, da un lato o dall’altro, si scassano, si indeboliscono, o comunque rischiano di non poter più garantire la tenuta in sede del cinturino in tutta sicurezza. Il che non si confà a un orologio che costa 27.400 euro. La stessa Betty non lo avrebbe approvato.