Richard Arbib non è stato un semplice designer, ma un visionario capace di dar forma al futuro. Negli anni ’50, in pieno boom dello stile mid-century, plasmò l’immaginario collettivo disegnando oggetti dal design avveniristico, che ai nostri occhi sembrano usciti dai cartoon dei Pronipoti (The Jetsons) di Hanna-Barbera: dalle automobili alle imbarcazioni, dagli scooter alle radio, dai camper agli aerei, dai razzi alle bombe. Fu lui a raccogliere la sfida della Hamilton Watch Company e a tracciare le linee stravaganti e asimmetriche di quegli orologi elettrici che avrebbero sfidato i decenni a venire, come il Ventura e altri. Un genio audace che concepì oggetti quotidiani come opere d’arte, stipando la sua intera vita e i suoi bozzetti d’avanguardia in un appartamento di Manhattan saturo di sogni immortalati sulla carta.
Jeffrey Hess è l’uomo che ha salvato quel futuro dall’oblio. Instancabile ed esperto collezionista, autore di libri sull’orologeria, titolare della casa d’aste Hess Fine Art di St. Petersburg, Florida, riconosciuta autorità in tema di Hamilton Electric, Hess è il custode dell’eredità di Richard Arbib. Guidato da una determinazione ferrea, è riuscito a rintracciare il cosiddetto “uomo misterioso” dietro quelle forme insolite. Lo ha conosciuto personalmente, si è conquistato la sua fiducia e ha rilevato parte del suo immenso archivio storico. Così è diventato la voce che ancora oggi ne tramanda la straordinaria parabola intellettuale.
In questa intervista in esclusiva, Hess ci racconta del suo incontro con Richard Arbib. E ci conduce dietro le quinte di una collaborazione – quella fra il designer e la Hamilton Electric – che ha segnato indelebimente la storia della misura del tempo.
Il genio di Richard Arbib e la ricerca di Jeff Hess
Come ha conosciuto Richard Arbib? E come è entrato in possesso dei suoi schizzi?
«L’ho conosciuto mentre collaboravo alla ricerca per il libro di Edward Faber sull’orologeria americana. Da molto tempo ero collezionista, promotore, acquirente e venditore di orologi elettrici Hamilton e, quando ho saputo che Ed Faber e Ettagail Blauer stavano scrivendo un libro, ho detto loro che avrei trovato l’uomo misterioso che aveva progettato quegli orologi stravaganti. Ed era scettico, ma io ero determinato e, in quei tempi pre-internet, mi sono semplicemente messo alla ricerca di ex dipendenti Hamilton in pensione e li ho contattati al telefono, chiedendo loro di indicarmi altri amici in pensione.
Nessuno sapeva chi fosse quell’uomo, ma alla fine mi imbattei in un signore che all’epoca aveva 77 anni e che mi disse: “Ma quello era il vecchio Richard Arbib”. Lo affermò con tale certezza che iniziai a cercare questa persona. Andai in biblioteca e, per capriccio, consultai gli elenchi telefonici di Lancaster, Pennsylvania, e dintorni, senza alcun risultato. Provai con l’elenco telefonico di Manhattan e finalmente trovai qualcuno con quel nome. Lo chiamai. Rimase perplesso per la mia telefonata. Mi disse che non era mai stato un dipendente, ma sì, era proprio lui l’uomo che aveva progettato l’orologio. Gli chiesi con entusiasmo se potevo fargli visita e nel giro di 48 ore ero su un aereo diretto a Manhattan.
All’inizio Arbib era cauto nel condividere informazioni con me e mi mostrava solo alcuni dei suoi progetti perché temeva che la Hamilton potesse intentare una causa. Aveva conservato quasi tutto e il suo incredibile appartamento era come l’incubo di un accumulatore compulsivo: scatole impilate letteralmente fino al soffitto, piene di progetti, documenti, rendering, disegni e così via, relativi ad aspirapolvere, pulitori, barche, orologi e dirigibili. Quando gli chiesi se fosse possibile acquistare i rendering e il materiale relativo alla Hamilton, acconsentì prontamente.
Comprai tutto, ogni singolo pezzo, insieme a diverse centinaia di copie fotografiche dei progetti elettrici della Hamilton. Acquistai da lui anche il prototipo dell’orologio per la sua tanto chiacchierata Astro-Gnome Car, apparsa sulla copertina di Mechanics Illustrated nel lontano 1955. Da appassionato di orologi, fui poco accorto e non acquistai anche i progetti per gli altri oggetti (barche, automobili eccetera) che mi aveva offerto. È una cosa di cui mi pento sinceramente».
La nascita di Hamilton Electric
Come è iniziato il rapporto tra Richard Arbib e Hamilton?
«Tra la fine degli anni ’40 e i primissimi anni ’50, Hamilton aveva avviato le proprie ricerche sull’orologeria elettrica con numerosi ingegneri, inventori e designer. Sapevano che la corsa era iniziata e volevano essere in prima linea.
Mr. Arbib mi ha raccontato che all’epoca era semplicemente un designer freelance. Aveva sentito dire che l’azienda aveva bisogno di progetti particolari per la cassa di un orologio adatta a un movimento dalla forma insolita, che doveva ospitare una batteria grande e spessa. Così, attorno al 1954, realizzò letteralmente centinaia di bozzetti che presentò alla Hamilton. Probabilmente Richard Arbib aveva proprie idee al riguardo, dato che era già impegnato nella realizzazione di disegni in pieno stile mid-century per altre aziende, estranee al mondo dell’orologeria».
Quali erano le caratteristiche dei movimenti Hamilton Electric?
«Senza dubbio adoro gli Hamilton Electric sotto ogni aspetto. Possiedo i quaderni di lavoro originali e i libri di progettazione del movimento che risalgono al 1952 circa e mi piace leggerli. Mi fanno capire quanto alla Hamilton abbiano lavorato duramente su questo progetto. Sapevano di essere in competizione con le case concorrenti, sebbene ciò che avevano ideato alla fine non funzionò. Era troppo presto. In origine si trattava di un ibrido elettromeccanico. A differenza dei successivi modelli completamente elettronici, si basava in gran parte su parti meccaniche tradizionali abbinate a delicati contatti a filo esposti…
I primi studi redatti dai loro ingegneri tra il 1952 e il ’54 e quelli successivi sono un racconto continuo di problemi con le batterie, con i contatti e con le vibrazioni finali. Nonostante l’alto tasso di guasti riscontrato nei test, lanciarono comunque l’orologio in fretta e furia, a loro discapito. Molti sostengono che la fine della Hamilton Watch Company in America derivi da lì. Col senno di poi, anche se la questione non è così semplice, il fatto di applicare alcuni contatti su un bilanciere era una ricetta per il disastro».
L’eredità contemporanea
Quali insegnamenti ha lasciato all’orologeria la collaborazione tra Arbib e Hamilton dopo la fine della loro partnership?
«Ce ne sono molti. Ma l’insegnamento principale è lo stesso che tutti conosciamo sin dall’inizio della produzione in serie di orologi negli anni ’50 dell’Ottocento a Waltham, nel Massachusetts. E cioè il rapporto tra il costo del design e la solidità finanziaria delle aziende che assumevano i designer. Per esempio, Richard Arbib insisteva affinché i cinturini fossero integrati e riuscì a convincerli a farlo solo per un paio di modelli. Poi si lamentò del fatto che avessero interrotto questo processo perché era troppo costoso. Per inciso, l’espressione “troppo costoso” è ripetuta spesso dalla dirigenza Hamilton ai progettisti di movimenti, lo testimoniano i libri in mio possesso. I dirigenti presero molte scorciatoie con il movimento, motivo per cui alla fine fallì e divenne notoriamente instabile…
In breve, a mio parere e secondo molti altri, Richard Arbib fu probabilmente l’unica ragione per cui l’Hamilton Electric riuscì a vendere. Anche se il 505 funzionava meglio del 500, se Hamilton fosse riuscita a lanciare il 510, che era in fase di progettazione, forse l’intera azienda avrebbe potuto essere salvata. E si potrebbe sostenere che, con la rinascita del design di Arbib guidata dai collezionisti… (Hess non conclude la frase, ma sembra alludere a un maggiore successo degli esemplari d’epoca, ndr).
Questo potrebbe benissimo essere uno dei motivi per cui Hamilton Watch esiste ancora oggi, dato che i nostri fratelli svizzeri hanno continuato a vendere i suoi orologi ben oltre l’inizio del XXI secolo. Mi piacerebbe vedere Swatch Group stanziare un paio di milioni di dollari per giovani designer emergenti. Potrebbero farlo: hanno i soldi, ne hanno bisogno e sarebbe proficuo non solo per il design, ma anche per l’opinione pubblica».
Secondo lei, oggi ci sarebbe spazio nell’orologeria per un genio come Arbib?
«Certamente! Sta già accadendo con i piccoli marchi in tutto il mondo, e persino con alcuni progetti audaci di alcuni dei principali produttori. Ho spesso suggerito e sostenuto la creazione di una sorta di fondo o di un pool di risorse, simile a un incubatore, per designer indipendenti e produttori di casse, che incoraggiasse il modernismo del XXI secolo nell’orologeria. C’è spazio in abbondanza e, sebbene sia impensabile che possa arrivare uno in grado di pensare fuori dagli schemi ed essere così audace e creativo come Richard, sono certo che là fuori ci sia qualcuno».