Giornale Degli Orologi

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  • Calatrava 7200, l’Officier al femminile di Patek Philippe

    Calatrava 7200, l’Officier al femminile di Patek Philippe

    Sobria ed essenziale, la collezione Calatrava lo è per “natura”. Da quando è nata, nel 1932, è sempre stata la quintessenza della “classicità” e dell’eleganza secondo Patek Philippe. Eppure nel tempo ha dimostrato di essere capace di evolversi, di modificarsi per seguire i cambiamenti di gusto – da non confondersi con la moda e le tendenze, mi raccomando -, di assumere estetiche diverse, senza tradire la propria identità storica, il proprio carattere. E lo sa fare a volte in modo molto sottile, altre più radicale. Come nel caso dei nuovi esemplari da signora lanciati a Ginevra, alla scorsa edizione di Watches & Wonders. Due inediti Calatrava 7200 che rivisitano la versione presentata nel 2013 e la vestono di nuovi colori. Basta dare un’occhiata alla line-up della famiglia di orologi sul sito ufficiale – 11 referenze in tutto -, per notare quanto questi modelli femminili si discostino dagli altri.

    La differenza sta tutta nel design della cassa, che qui assume le forme dello stile Officier. Rigoroso, minimale, ma tutt’altro che spoglio. Al contrario: sontuoso, grazie alla scelta di precise tonalità e alle finiture. Il nuovo Calatrava 7200 è declinato in due monocromie: color sabbia e azzurro ghiaccio, sfumature che assumono effetti di luce cangianti grazie alla lavorazione soleil del quadrante, e sono messi in risalto dall’oro bianco lucido della cassa. Quanto al resto, nessuna decorazione, nessun diamante incastonato. Un puro “solo tempo” che mostra ore e minuti, privo perfino della lancetta dei secondi. Per chi desidera le pietre preziose, i concessionari di Patek Philippe hanno a disposizione altri Calatrava da donna: le referenze 4997, espressione di un’altra femminilità. I Calatrava 7200 hanno invece un valore e un significato storico ben preciso, che vale la pena di ricordare.

    I primi orologi da polso

    Anche chi non conosce il francese, intuisce che il termine officier vuol dire “ufficiale“, inteso come figura della gerarchia militare. E rimanda a un pezzo di storia dell’orologeria, all’esordio degli esemplari da polso. Si racconta infatti che alla fine dell’Ottocento furono i graduati dell’esercito i primi a indossare al polso gli orologi, consapevoli di quanto fossero infinitamente più comodi rispetto ai modelli da tasca durante le azioni sul campo. Per questo adottarono cinturini improvvisati – custodie in cuoio tipo polsiera in cui inserire la cassa, oppure strisce di pelle fatte scorrere in barrette metalliche posticce, profilate a U e saldate a ore 12 e a ore 6 -, così da poter appunto adattare al braccio i “tasca” più piccoli.

    Fino ad allora gli orologi da polso erano considerati “roba da donne”, di qualunque tipo fossero. Preziosi bracciali gioiello in oro, gemme o smalti sfoggiati con grazia dalle signore dell’alta società – come quello della contessa ungherese Koscowicz, realizzato proprio da Patek Philippe nel 1868 e considerato il primo orologio svizzero della storia. O pratici esemplari in metallo che le bambinaie legavano al polso con un nastro: messi in sicurezza, dopo che manine infantili vogliose e maldestre avevano provato a distruggere i delicati esemplari appesi al petto con una spilla… Si trattava comunque di accessori che nessun uomo si sarebbe mai sognato di portare, per non scalfire la propria immagine virile.

    Lo stile Officier

    A un certo punto però la funzionalità ebbe la meglio sui pregiudizi. Le prime testimonianze sull’utilizzo degli orologi al polso da parte degli ufficiali risalgono agli anni ’80 dell’Ottocento, quando Girard-Perregaux fece una fornitura alla Marina tedesca. Ma più ancora durante la Seconda guerra anglo-boera (1899/1902), che vide contrapposti l’esercito britannico e i coloni sudafricani di origine olandese. Si dice che furono proprio gli inglesi a vincere, grazie agli attacchi ben pianificati e coordinati con i loro segnatempo – non a caso chiamati wristlet. Successivamente, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l’affermarsi dell’aviazione, gli orologi da polso conobbero una diffusione sempre maggiore.

    E fu proprio nei primi decenni del secolo scorso che fu codificata la cassa Officier. Doveva essere necessariamente semplice e priva di fronzoli, di forma rotonda, compatta e con le anse “a filo”, dritte e accuratamente saldate alla carrure. Uno standard per una certa tipologia di field watch, poi entrata (e rimasta) a far parte dell’uso comune. Patek Philippe la riscoprì con una nuova generazione di officier nel 1989, in occasione del 150° anniversario, nella leggendaria Referenza 3960, realizzata in un’edizione limitata di 2200 esemplari sempre all’interno della collezione Calatrava. Va da sé che nella storia dell’orologeria da tasca e da appoggio il termine Officier rimanda a tutt’altro significato.

    Il Calatrava 7200 e il Calibro 240

    Spiegata la questione della cassa officier del nuovo Calatrava 7200, merita almeno qualche riga la meccanica che lo anima: il Calibro 240. Uno dei movimenti automatici più famosi, iconici e longevi nella storia dell’alta orologeria. Creato nel 1977, in piena crisi del quarzo, nacque con il preciso obiettivo di dimostrare che la meccanica poteva battere l’elettronica sul terreno dell’eleganza e della sottigliezza. Creato dal progettista di Patek Philippe Gérard Berret, aveva uno spessore di 2,3 mm grazie al micro-rotore decentrato, inserito direttamente nell’architettura dei ponti. Oggi come allora, il piccolo dispositivo riesce a generare inerzia per caricare la molla del bariletto, a dispetto delle dimensioni ridotte, perché è realizzato in oro 22 carati. Una lega metallica densa e pesante, capace di garantire un’eccellente efficienza a ogni minimo gesto del polso.

    Nel tempo, chiaramente, il Calibro 240 ha dimostrato tutta la propria validità. Si è rivelato una straordinaria piattaforma su cui montare diversi moduli delle complicazioni, senza mai perdere la proverbiale sottigliezza. E poi si è evoluto con l’acquisizione di sempre nuovi componenti e tecnologie, mirati a garantire un’ottimale costanza di marcia. Come la spirale Spiromax® in Silinvar®, un derivato del silicio che non necessita di lubrificazione, è del tutto insensibile ai campi magnetici e alle variazioni di temperatura. Tant’è che Patek Philippe continua a utilizzare il Calibro 240 nei modelli più prestigiosi in catalogo: non solo nei Calatrava, ma anche negli esemplari dell’Ellipse d’Or o della linea Nautilus – come i nuovi, ambitissimi Nautilus del 50° anniversario, festeggiato quest’anno. Senza dimenticare i molti orologi ricchi di smalti delle ricorrenti collezioni di Alto Artigianato.

    Conclusioni

    Concludo con le ultime, necessarie informazioni. Il prezzo, prima di tutto: il Calatrava 7200, in entrambe le referenze, costa 35.759 euro, in linea con gli altri modelli maschili della collezione – con i quali però non si possono fare paragoni diretti, visto che quelli hanno un peso maggiore in oro, diverse lavorazioni e diversi movimenti. Ma credo che sia importante fare alcune considerazioni. Certo, il prezzo ci fa capire che Patek Philippe, con il Calatrava 7200, si rivolge a un tipo di donna quanto meno benestante. Ma soprattutto una donna con una certa cultura orologiera, che conosca lo stile Officier tanto quanto il calibro 240, che sappia di cosa stiamo parlando e sia consapevole di quello che sta acquistando. E, per fortuna, di donne così ce ne sono sempre di più, almeno a livello internazionale.

  • Il Golden Ellipse 5738/1R e il tessuto d’oro di Patek Philippe

    Il Golden Ellipse 5738/1R e il tessuto d’oro di Patek Philippe

    Parliamo del Golden Ellipse 5738/1R. Un esemplare dai nobili natali, parte di una collezione dalla lunga storia, presentato all’ultimo salone di Watches and Wonders Geneva con un inedito bracciale a maglia d’oro che ne accentua la preziosa estetica vintage. L’ideale, almeno in linea teorica, per le occasioni più formali delle feste di fine anno

    Sezione aurea. Due parole magiche, capaci di suscitare immagini e ricordi in ognuno di noi. Basta solo pronunciarle e agli storici verrà subito in mente il De divina proportione di Luca Pacioli o l’uomo vitruviano. Agli appassionati di architettura, il Partenone di Atene e la costante di Fidia. I matematici penseranno alla successione di Fibonacci, i biologi alle conchiglie tipo Nautilus, gli astronomi alla forma delle galassie…

    Per noi che amiamo gli orologi, invece, l’associazione più immediata è con un classico di Patek Philippe: il Golden Ellipse. Un esemplare elegantissimo ed essenziale, la cui costruzione – si dice – sia ispirata appunto al numero aureo: quel rapporto 1/1,618033… (volutamente troncato, perché è un numero irrazionale), già noto ai matematici greci, sinonimo di formale perfezione e armonia universale. Un archetipo di dress watch, uscito quest’anno in una nuova versione: il Golden Ellipse 5738/1R, con un particolare bracciale in oro che ne accentua l’estetica vintage e lo rende ancora più prezioso.

    Una collezione storica

    Il Golden Ellipse nasce nel 1968 e si distingue per la forma ellittica, punto d’incontro fra un cerchio e un rettangolo, che lo rende subito riconoscibile. Tra gli anni Settanta e Ottanta riscuote grande successo e diventa un emblema della Maison ginevrina. A metà anni Settanta è declinato in ben 65 versioni, di diverse dimensioni e metalli, anche da signora e di alta gioielleria. Dotato all’inizio di un calibro a carica manuale che ne garantisce la necessaria sottigliezza, nel 1977 è il primo ad adottare il calibro 240 un ultrapiatto con micro-rotore decentrato –, sviluppato in Manifattura.

    Non posso ripercorrerne i quasi 60 anni di storia, quindi mi limito a citare gli ultimi esemplari degli anni Duemila. Quando spegne le 40 candeline, nel 2008, il Golden Ellipse acquista la cassa in platino (Ref. 5738P), il quadrante blu soleil (come l’originale, ma in una diversa sfumatura) e un nuovo formato Jumbo, di 34,5 x 39,5 mm. Dieci anni dopo, per il 50° anniversario, conosce due ulteriori varianti. Un’edizione limitata in platino (Ref. 5738/50P), della collezione Rare Handcraft: con quadrante in oro, decorato da volute incise a mano e rivestito di smalto nero. L’altra in oro rosa (Ref. 5738R) con quadrante nero. 

    Il Golden Ellipse 5738/1R di oggi

    Ed è proprio a quest’ultima che fa riferimento la referenza attuale. Come quel predecessore, infatti, il Golden Ellipse 5738/1R presenta la cassa di 34,5 x 39,5 mm, in oro rosa lucido, finitura che ne dichiara la vocazione elegante. Sul quadrante nero – o, meglio, ebano soleil –, si stagliano ancora i sottili indici a bastone e le lancette stile cheveau, sempre in oro rosa. L’abbigliamento “da sera” è sottolineato dal cabochon in onice nero incastonato sulla corona.

    Di differente, però, il nuovo Golden Ellipse 5738/1R ha il bracciale in oro rosa. Ed è la prima volta nel nuovo Millennio che l’orologio è presentato con un bracciale. Non un semplice bracciale tipo Nautilus, s’intende (sarebbe stato inappropriato su un orologio così chic). E nemmeno un bracciale come quello di altri precedenti: né quello a maglia milanese del 1968, né quello a maglia polacca del 1974. Diverso perfino dai bracciali “fantasia” – tipo jaseron, a graffetta o a damier – che si sono susseguiti nei decenni del Novecento, ai quali può essere semmai accomunato per la ricerca dell’originalità.

    Un peculiare bracciale a catena

    Il bracciale in oro rosa del Golden Ellipse 5738/1R è fatto con un’insolita catena che sembra avere le maglie a V. In realtà è composta da anelli ovali che convergono a due a due, grazie alla speciale costruzione, brevettata. Per metterla a punto i progettisti della Manifattura hanno lavorato qualcosa come 15 anni, a stretto contatto con i maestri catenisti, ed è un ibrido fra produzione industriale e produzione artigianale.

    Il bracciale conta 363 componenti, inclusi oltre 300 link, realizzati da macchine Cnc di ultima generazione, in modo da risultare tutti uguali e privi di imperfezioni. Dopodiché ogni singolo anello è lucidato a mano (così come ogni singola barretta) e assemblato da un esperto artigiano, uno a uno, fino a comporre un tessuto flessibile e, in un certo senso, “morbido”. Che crea, oltretutto, un bel contrasto con la pura essenzialità dell’insieme cassa e quadrante.

    Una volta indossato, quindi, il bracciale segue perfettamente i profili del polso e regala belle sensazioni. Ricordo di averlo provato la primavera scorsa, a Ginevra: Patek non ne dichiara il peso, ma al polso se ne percepisce tutta la piacevole “presenza” – cui però ci si abitua subito, grazie allo studiato comfort. Anche perché è provvisto di un sistema di regolazione della circonferenza, a suo modo geniale, che permette di allungarlo o accorciarlo con estrema facilità.

    Nascoste all’interno della chiusura déployante, ci sono infatti tre tacche di aggancio che creano un gioco di parecchi millimetri, quanto basta per regolarlo a piacere. Oltretutto l’ingegnoso stratagemma risulta del tutto invisibile proprio perché si trova sotto la placchetta della fibbia. Che a sua volta cattura l’attenzione perché è decorata con la Croce di Calatrava, in rilievo su un motivo simile alla lavorazione del bracciale stesso.

    Il calibro 240

    E passiamo infine al movimento. Si tratta, come scrivevo sopra, del celebre calibro 240, un ultrapiatto a carica automatica – sottile 2,53 mm –, brevettato appunto nel 1977. Si era all’epoca in piena crisi del quarzo, l’orologeria svizzera vedeva chiudere fabbriche e riconvertire produzioni, ma Henri Stern, l’allora Presidente di Patek Philippe, continuava a credere nel futuro della micro-meccanica. Commissionò quindi un nuovo movimento automatico, in grado di competere con i calibri a carica manuale: dallo spessore contenuto per poter dar vita a esemplari extrapiatti, ma che non avesse bisogno di essere ricaricato tutti i giorni. Di moderna concezione, doveva offrire soluzioni tecniche all’avanguardia: una caratteristica rimasta costante nel tempo.

    Si racconta che quel calibro fu sviluppato in soli 6 mesi. Al posto dell’ingombrante massa oscillante, aveva un mini-rotore decentrato, inserito a livello dei ponti, realizzato in oro 22 Kt per aumentarne l’efficienza. La carica unidirezionale, che eliminava l’invertitore, permetteva di ridurre gli attriti e un nuovo ruotismo dalla geometria ottimizzata migliorava ulteriormente la trasmissione d’energia. Fin dall’inizio il calibro 240 ha sempre montato il bilanciere Gyromax, anch’esso brevettato, la cui frequenza abbassata a 3 Hz diminuiva ancor di più i consumi, ma garantiva ugualmente prestazioni cronometriche impeccabili.

    Nei decenni successivi, comunque, il calibro 240 è stato via via aggiornato con il progredire della tecnologia. Qui mi limito a citare l’adozione della spirale Spyromax in Silinvar, un derivato del silicio, lanciata nel 2006. Ma nel 2011 lo si è visto anche associato all’organo regolatore Oscillomax, che oltre alla spirale Spyromax comprende anche lo scappamento Pulsomax (2008) e il bilanciere GyromaxSi, prodotti dal dipartimento R&D Patek Philippe Advanced Research. Tanto per dire che il calibro 240, grazie alle spessore ridotto, è un’ottima base su cui montare moduli di complicazioni. Ed è quindi utilizzato per molteplici esemplari in diverse collezioni in catalogo.

    Il prezzo del Golden Ellipse 5738/1R

    Concludo, come sempre, con un’informazione pratica, il prezzo al pubblico. Il Golden Ellipse 5738/1R costa 60.590 euro. Che sono tanti, certo, per noi comuni mortali. Ma credo di aver spiegato fin qui i molteplici motivi per cui vale ogni centesimo necessario per l’acquisto. Chiunque può apprezzare quest’opera di alto artigianato – anche quanti, come me, non se lo possono permettere. A chi ancora si ostina a non capire, rispondo con una facile battuta, che sgorga spontanea (anche se è un po’ acida): è l’alta orologeria, bellezza…