Giornale Degli Orologi
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Tag: Hamilton Ventura

  • Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib non è stato un semplice designer, ma un visionario capace di dar forma al futuro. Negli anni ’50, in pieno boom dello stile mid-century, plasmò l’immaginario collettivo disegnando oggetti dal design avveniristico, che ai nostri occhi sembrano usciti dai cartoon dei Pronipoti (The Jetsons) di Hanna-Barbera: dalle automobili alle imbarcazioni, dagli scooter alle radio, dai camper agli aerei, dai razzi alle bombe. Fu lui a raccogliere la sfida della Hamilton Watch Company e a tracciare le linee stravaganti e asimmetriche di quegli orologi elettrici che avrebbero sfidato i decenni a venire, come il Ventura e altri. Un genio audace che concepì oggetti quotidiani come opere d’arte, stipando la sua intera vita e i suoi bozzetti d’avanguardia in un appartamento di Manhattan saturo di sogni immortalati sulla carta.

    Jeffrey Hess è l’uomo che ha salvato quel futuro dall’oblio. Instancabile ed esperto collezionista, autore di libri sull’orologeria, titolare della casa d’aste Hess Fine Art di St. Petersburg, Florida, riconosciuta autorità in tema di Hamilton Electric, Hess è il custode dell’eredità di Richard Arbib. Guidato da una determinazione ferrea, è riuscito a rintracciare il cosiddetto “uomo misterioso” dietro quelle forme insolite. Lo ha conosciuto personalmente, si è conquistato la sua fiducia e ha rilevato parte del suo immenso archivio storico. Così è diventato la voce che ancora oggi ne tramanda la straordinaria parabola intellettuale.
    In questa intervista in esclusiva, Hess ci racconta del suo incontro con Richard Arbib. E ci conduce dietro le quinte di una collaborazione – quella fra il designer e la Hamilton Electric – che ha segnato indelebimente la storia della misura del tempo.

    Il genio di Richard Arbib e la ricerca di Jeff Hess

    Come ha conosciuto Richard Arbib? E come è entrato in possesso dei suoi schizzi?
    «L’ho conosciuto mentre collaboravo alla ricerca per il libro di Edward Faber sull’orologeria americana. Da molto tempo ero collezionista, promotore, acquirente e venditore di orologi elettrici Hamilton e, quando ho saputo che Ed Faber e Ettagail Blauer stavano scrivendo un libro, ho detto loro che avrei trovato l’uomo misterioso che aveva progettato quegli orologi stravaganti. Ed era scettico, ma io ero determinato e, in quei tempi pre-internet, mi sono semplicemente messo alla ricerca di ex dipendenti Hamilton in pensione e li ho contattati al telefono, chiedendo loro di indicarmi altri amici in pensione.

    Nessuno sapeva chi fosse quell’uomo, ma alla fine mi imbattei in un signore che all’epoca aveva 77 anni e che mi disse: “Ma quello era il vecchio Richard Arbib”. Lo affermò con tale certezza che iniziai a cercare questa persona. Andai in biblioteca e, per capriccio, consultai gli elenchi telefonici di Lancaster, Pennsylvania, e dintorni, senza alcun risultato. Provai con l’elenco telefonico di Manhattan e finalmente trovai qualcuno con quel nome. Lo chiamai. Rimase perplesso per la mia telefonata. Mi disse che non era mai stato un dipendente, ma sì, era proprio lui l’uomo che aveva progettato l’orologio. Gli chiesi con entusiasmo se potevo fargli visita e nel giro di 48 ore ero su un aereo diretto a Manhattan.

    All’inizio Arbib era cauto nel condividere informazioni con me e mi mostrava solo alcuni dei suoi progetti perché temeva che la Hamilton potesse intentare una causa. Aveva conservato quasi tutto e il suo incredibile appartamento era come l’incubo di un accumulatore compulsivo: scatole impilate letteralmente fino al soffitto, piene di progetti, documenti, rendering, disegni e così via, relativi ad aspirapolvere, pulitori, barche, orologi e dirigibili. Quando gli chiesi se fosse possibile acquistare i rendering e il materiale relativo alla Hamilton, acconsentì prontamente.

    Comprai tutto, ogni singolo pezzo, insieme a diverse centinaia di copie fotografiche dei progetti elettrici della Hamilton. Acquistai da lui anche il prototipo dell’orologio per la sua tanto chiacchierata Astro-Gnome Car, apparsa sulla copertina di Mechanics Illustrated nel lontano 1955. Da appassionato di orologi, fui poco accorto e non acquistai anche i progetti per gli altri oggetti (barche, automobili eccetera) che mi aveva offerto. È una cosa di cui mi pento sinceramente».

    La nascita di Hamilton Electric

    Come è iniziato il rapporto tra Richard Arbib e Hamilton?
    «Tra la fine degli anni ’40 e i primissimi anni ’50, Hamilton aveva avviato le proprie ricerche sull’orologeria elettrica con numerosi ingegneri, inventori e designer. Sapevano che la corsa era iniziata e volevano essere in prima linea.

    Mr. Arbib mi ha raccontato che all’epoca era semplicemente un designer freelance. Aveva sentito dire che l’azienda aveva bisogno di progetti particolari per la cassa di un orologio adatta a un movimento dalla forma insolita, che doveva ospitare una batteria grande e spessa. Così, attorno al 1954, realizzò letteralmente centinaia di bozzetti che presentò alla Hamilton. Probabilmente Richard Arbib aveva proprie idee al riguardo, dato che era già impegnato nella realizzazione di disegni in pieno stile mid-century per altre aziende, estranee al mondo dell’orologeria».

    Quali erano le caratteristiche dei movimenti Hamilton Electric?
    «Senza dubbio adoro gli Hamilton Electric sotto ogni aspetto. Possiedo i quaderni di lavoro originali e i libri di progettazione del movimento che risalgono al 1952 circa e mi piace leggerli. Mi fanno capire quanto alla Hamilton abbiano lavorato duramente su questo progetto. Sapevano di essere in competizione con le case concorrenti, sebbene ciò che avevano ideato alla fine non funzionò. Era troppo presto. In origine si trattava di un ibrido elettromeccanico. A differenza dei successivi modelli completamente elettronici, si basava in gran parte su parti meccaniche tradizionali abbinate a delicati contatti a filo esposti…

    I primi studi redatti dai loro ingegneri tra il 1952 e il ’54 e quelli successivi sono un racconto continuo di problemi con le batterie, con i contatti e con le vibrazioni finali. Nonostante l’alto tasso di guasti riscontrato nei test, lanciarono comunque l’orologio in fretta e furia, a loro discapito. Molti sostengono che la fine della Hamilton Watch Company in America derivi da lì. Col senno di poi, anche se la questione non è così semplice, il fatto di applicare alcuni contatti su un bilanciere era una ricetta per il disastro».

    L’eredità contemporanea

    Quali insegnamenti ha lasciato all’orologeria la collaborazione tra Arbib e Hamilton dopo la fine della loro partnership?
    «Ce ne sono molti. Ma l’insegnamento principale è lo stesso che tutti conosciamo sin dall’inizio della produzione in serie di orologi negli anni ’50 dell’Ottocento a Waltham, nel Massachusetts. E cioè il rapporto tra il costo del design e la solidità finanziaria delle aziende che assumevano i designer. Per esempio, Richard Arbib insisteva affinché i cinturini fossero integrati e riuscì a convincerli a farlo solo per un paio di modelli. Poi si lamentò del fatto che avessero interrotto questo processo perché era troppo costoso. Per inciso, l’espressione “troppo costoso” è ripetuta spesso dalla dirigenza Hamilton ai progettisti di movimenti, lo testimoniano i libri in mio possesso. I dirigenti presero molte scorciatoie con il movimento, motivo per cui alla fine fallì e divenne notoriamente instabile…

    In breve, a mio parere e secondo molti altri, Richard Arbib fu probabilmente l’unica ragione per cui l’Hamilton Electric riuscì a vendere. Anche se il 505 funzionava meglio del 500, se Hamilton fosse riuscita a lanciare il 510, che era in fase di progettazione, forse l’intera azienda avrebbe potuto essere salvata. E si potrebbe sostenere che, con la rinascita del design di Arbib guidata dai collezionisti… (Hess non conclude la frase, ma sembra alludere a un maggiore successo degli esemplari d’epoca, ndr).

    Questo potrebbe benissimo essere uno dei motivi per cui Hamilton Watch esiste ancora oggi, dato che i nostri fratelli svizzeri hanno continuato a vendere i suoi orologi ben oltre l’inizio del XXI secolo. Mi piacerebbe vedere Swatch Group stanziare un paio di milioni di dollari per giovani designer emergenti. Potrebbero farlo: hanno i soldi, ne hanno bisogno e sarebbe proficuo non solo per il design, ma anche per l’opinione pubblica».

    Secondo lei, oggi ci sarebbe spazio nell’orologeria per un genio come Arbib?
    «Certamente! Sta già accadendo con i piccoli marchi in tutto il mondo, e persino con alcuni progetti audaci di alcuni dei principali produttori. Ho spesso suggerito e sostenuto la creazione di una sorta di fondo o di un pool di risorse, simile a un incubatore, per designer indipendenti e produttori di casse, che incoraggiasse il modernismo del XXI secolo nell’orologeria. C’è spazio in abbondanza e, sebbene sia impensabile che possa arrivare uno in grado di pensare fuori dagli schemi ed essere così audace e creativo come Richard, sono certo che là fuori ci sia qualcuno».

  • Hamilton Ventura Dune: orologeria da fantascienza

    Hamilton Ventura Dune: orologeria da fantascienza

    Ho visto il nuovo Hamilton Ventura Dune creato sulla base della collaborazione attivata dal Brand con Legendary Entertainment e Warner Bros. Pictures per il film di fantascienza Dune – Parte Due (in uscita nelle sale). L’ho guardato con attenzione e mi è venuta una riflessione storica semiseria che condivido con voi.

    Provate a pensare. Quando comparvero i primi orologi alcuni secoli fa, a molte persone saranno sembrati degli oggetti fantascientifici. Macchine in grado di misurare il tempo e di tradurlo in qualcosa di visibile, concreto, tangibile. Oggetti ancora più incredibili una volta miniaturizzati e portati dalla torre al tavolo, dal tavolo alla tasca, dalla tasca al polso. Insomma, fin dalle origini l’orologio ha portato con sé un’idea di futuro, di progresso, di scienza. O di fantascienza, appunto.

    L’origine degli Hamilton Ventura Dune

    Riflessione stramba? Non so. Però andate al cinema a vedere la pellicola, che è un piccolo capolavoro di fantascienza, e forse anche a voi gli Hamilton Ventura Dune nati da questa collaborazione sembreranno gli orologi giusti al posto giusto. Anche perché la loro stessa genesi è interessante per spiegare questa collocazione tra presente e futuro.

    Prima di Dune – Parte Due, ogni volta che Hamilton era stata coinvolta nella realizzazione di un orologio per un film aveva operato sostanzialmente in tre modi: utilizzando pezzi della collezione corrente, cercando nei propri ricchi archivi o creando referenze del tutto nuove. Per gli Hamilton Ventura Dune, invece, il processo creativo è stato diverso, guidato in un certo senso dalla produzione cinematografica.

    È stato il regista Denis Villeneuve a chiedere al Brand di lavorare in sinergia con il responsabile degli oggetti di scena del film, Doug Harlocker. L’obiettivo era quello di mettere a fattor comune la visione della produzione e l’esperienza di Hamilton per realizzare un pezzo destinato a un mondo che sfida le regole degli orologi tradizionali. 

    I designer di Hamilton hanno lavorato senza informazioni pregresse su quella che avrebbe dovuto essere la funzione del dispositivo da polso. Si sono lasciati ispirare dal romanzo che ha dato origine al film e dal film stesso e hanno creato un pezzo che, alla fine, si è dimostrato perfettamente in linea con lo spirito del libro e della pellicola. Così in linea che sia Harlocker sia il regista Villeneuve lo hanno approvato personalmente. Quel dispositivo è stato battezzato Desert Watch in onore del paesaggio che caratterizza il pianeta della storia, Arrakis. Da esso, è nato l’Hamilton Ventura Dune destinato a noi Terrestri.

    L’estetica e il film

    Già la scelta del modello Ventura è stata una dichiarazione d’intenti, visto che si tratta dell’orologio da sempre più “futuristico” di Hamilton. La cassa di design fece innamorare anche Elvis Presley e nel 1957, con il suo movimento elettromeccanico, divenne il primo orologio elettrico al mondo. Di lì a poco, nel 1965, sarebbe uscito il romanzo Dune di Frank Herbert.

    Poi, forse per sottolineare il legame forte di questa collaborazione, il Marchio ha creato ben due orologi ispirati al film, entrambi in edizione limitata. Lanciati in concomitanza con l’uscita di Dune – Parte Due, sono l’Hamilton Ventura XXL Bright Dune Limited Edition (in 3.000 esemplari) e l’Hamilton Ventura Edge Dune Limited Edition (in 2.000 esemplari). Se la loro estetica è ispirata alla collazione simbolo del Brand, le variazioni sul tema sono audaci.

    L’estetica di entrambe le referenze è totalmente nera, con tocchi di blu luminoso sul quadrante. Quello del Ventura XXL Bright Dune, se attivato premendo un pulsante, s’illumina e diventa blu. Quello del Ventura Edge Dune ha un display digitale dello stesso colore, ispirato agli occhi dei Fremen, la popolazione protagonista del film. Il display imita gli elementi in rilievo che caratterizzano l’oggetto di scena. Le linee blu luminose sul quadrante del Ventura Bright riproducono invece quelle presenti nel design del quadrante del Desert Watch del film.

    Sia il Ventura XXL Bright Dune, sia il Ventura Edge Dune hanno un calibro al quarzo. Il primo, la cui cassa ha design più leggero, ha l’affissione dell’ora tramite lancette. Il secondo ha un look più robusto, da tool watch, con il quadrante e le proporzioni più simili al Desert Watch, e ha l’affissione digitale. Entrambi hanno una confezione speciale, quasi una capsula spaziale con all’interno misteriose scritte in alfabeto Fremen.

    La strategia del Brand per gli Hamilton Ventura Dune

    I due Hamilton Ventura Dune dimostrano ancora una volta che il marchio è molto attivo nel settore cinematografico. Non è solo un fattore di product placement. Ogni volta che un orologio compare all’interno di un film, genera un potenziale nuovo pubblico per il Marchio. E non c’è dubbio che con un film come Dune – Parte Due, così come con l’ultimo Indiana Jones, questo potenziale sia enorme, vista la dilagante passione per la fantascienza e il successo di Dune del 2021.

    Per questo motivo non ho dubbi che Hamilton riuscirà a vendere tutti i 5.000 esemplari in pochissimo tempo. Credo che molti fan pagherebbero volentieri per orologi come questi, anche alla luce del prezzo: 1.845 euro per l’Hamilton Ventura XXL Bright Dune, 2.595 euro per l’Hamilton Ventura Edge Dune. È vero, si tratta di due orologi al quarzo e a qualcuno certi prezzi potranno sembrare eccessivi. Non dimentichiamo però che il prezzo è dato anche dal fatto che si tratta di esemplari legati a questo capitolo della saga che non saranno più prodotti. E che, soprattutto, si tratta di orologi pensati per diventare a breve oggetti da collezione. L’esclusività, intesa come non riproducibilità, si paga. È marketing, non fantascienza.

  • Hamilton 500, il primo movimento elettrico. Dal Ventura in poi

    Hamilton 500, il primo movimento elettrico. Dal Ventura in poi

    In questo articolo illustriamo il primo movimento elettrico al mondo a raggiungere effettivamente il mercato, seppur non il primo mostrato al pubblico: l’Hamilton 500. In ogni caso, tutto questo gruppetto di testa non era ancora maturo per la commercializzazione, finendo per far fare ai clienti da tester. Dovremo aspettare 3 anni, fino all’uscita del Bulova Accutron, per avere un orologio a pile realmente affidabile.

    Hamilton, un’azienda storica

    Prima di finire nell’immensa galassia del Gruppo Swatch, Hamilton ha avuto una lunga storia.
    Fondata nel 1892 a Lancaster, Pennsylvania, deve il nome ad Alexander Hamilton, il fondatore della città e precedente proprietario del terreno su cui sorse la fabbrica. Divenne famosa per i suoi orologi per ferrovieri, di cui arrivò a detenere la maggioranza del mercato.

    La parte di storia che ci interessa inizia dopo la II Guerra Mondiale, quando la fabbrica finalmente dismette la produzione bellica che l’aveva tenuta occupata negli anni precedenti e può riprendere a fabbricare orologi. Il Direttore della ricerca, George Luckey, nel 1946 inizia a pensare a un orologio elettrico. Il suo progetto è approvato, ma il lavoro procede con una certa calma. Ai tempi, gli orologiai tendevano a fare tutti gli stessi sogni.

    1952,  Hotel Blackstone

    Il 19 marzo 1952, all’Hotel Blackstone di Chicago, il Presidente di Elgin, John Shennan, presenta il calibro 722. Contemporaneamente, all’Accademia delle Scienze di Parigi, Fred Lip mostra il Lip R27.
    L’eco si abbatte in tutti gli uffici progettazione orologieri del mondo, e quello di Hamilton non fa eccezione. D’improvviso il progetto finisce in cima alla lista delle priorità del Direttore tecnico di Hamilton dell’epoca, John Van Hoorn.

    Nel luglio 1952 si inizia a studiare il prototipo PM-1 (Permanent Magnet), che risulta pronto a metà 1953. A ottobre ‘52 parte anche il progetto EM-1 (Electromagnetic Model 1). Tra i due, il PM1 si dimostra migliore, e diventerà la base per l’industrializzazione. A dicembre 1956 il progetto è definitivamente pronto e diventa il calibro 500, da allora universalmente noto come Hamilton 500.

    L’importanza di arrivare primi

    Il 3 gennaio 1957 avviene il lancio dell’Hamilton Electric. Con una modestia tipicamente americana è definito “La più importante innovazione orologiera degli ultimi 477 anni”. La concorrenza di Elgin e Lip è battuta sul tempo.

    La prima uscita dell’Hamilton 500 fu in un orologio della linea Ventura, con un’originale cassa asimmetrica triangolare creata dal designer Richard Arbib che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Fu commercializzato anche un modello decisamente più classico ma molto elegante, denominato Van Hoorn, dal nome del direttore tecnico.

    L’aspetto del calibro è per certi versi acerbo, ma in ogni caso ben rifinito e bello a vedersi, se si esclude l’inguardabile molla della pila. I magneti permanenti di platino-cobalto sono fissi, la bobina è sul bilanciere che oscilla a 18.000 Alternanze/ora (2,5 Hz). Il tutto è coperto da 45 brevetti. L’alimentazione della bobina avviene – per mezzo di un filo che porta il negativo fino a un contatto posto sul bilanciere – tramite sfregamento durante il percorso di andata del bilanciere.

    L’orologeria incontra i designer

    Il coinvolgimento di Richard Arbib (New York, 1917/1995) merita un discorso a parte, perché è esemplificativo del coinvolgimento nel mondo dell’orologeria di figure nuove ed esterne a questo mondo.

    Laureatosi al Pratt Institute di New York in design industriale nel 1939, Arbib ha disegnato automobili per Packard, American Motor Company e altri carrozzieri. Con il proprio studio di design, ha realizzato anche interni di carrozze ferroviarie, macchine fotografiche, pure copertine di libri di fantascienza. Dopo aver creato il Ventura, ha disegnato anche altri modelli di Hamilton e successivamente ha firmato orologi per Gucci, Benrus, Sheffield. Negli ultimi anni si dedicò persino ai dirigibili, per i quali si era convinto di un ritorno nei cieli come mezzo di mobilità di massa.

    Dopo di lui, altri designer industriali si cimenteranno col tema, come ad esempio Roger Tallon per Lip.

    Debug dell’Hamilton 500

    Tornando al nostro Hamilton 500, come in tutti i progetti di questo periodo la fretta di arrivare in produzione fa tralasciare le rifiniture e le varianti si susseguono per rimediare alle sbavature.

    Nel 1959 il calibro 500A introduce una molla fermapila finalmente di forma normale. Nel 1961 arriva il calibro 505 – quello più diffuso ed ancora oggi di facile reperibilità – che elimina i lunghissimi e delicatissimi fili di contatto modificando il percorso della corrente elettrica: la prima ruota dopo il bilanciere è ora in contatto col negativo e isolata dal resto. Il contatto tra il bilanciere e la prima ruota nel momento della spinta causa l’alimentazione della bobina. Soluzione ripresa anche da altri progetti, come ad esempio i Ruhla UMF 25 e 26.
    Le varianti 505C e 507 introducono il datario ma non vedono la luce. Fu studiato anche un calibro per orologi da donna ma, di nuovo, non arrivò in produzione.

    Furono realizzati altri prototipi per risolvere il problema della carbonizzazione del contatto che portarono alla soluzione di invertire la polarità di tutto il movimento. Alcuni di questi prototipi hanno funzionato ininterrottamente per oltre 20 anni.

    Il tramonto

    La crisi però inizia a mordere: gli americani sono incalzati dalla produzione svizzera e giapponese. Hamilton fonda una sussidiaria per vendere orologi a basso costo a marchio Vantage, nei quali c’era una copia del calibro 505, chiamato 130E, realizzato però con componenti importati.

    Nel 1962 una joint venture con Ricoh, finalizzata a rifornire il mercato giapponese, dette vita al calibro 555, che a sua volta era il Vantage 130E. Non ressero però la concorrenza di Seiko, per cui nel 1965 l’unione si sciolse e i residui calibri 555E prodotti in Giappone furono smaltiti nel mercato americano di nuovo dentro i Vantage.

    Per non imbarcarsi in altri costi di sviluppo, i modelli successivi di Hamilton Electronic incassavano i calibri svizzeri di grande serie ETA 9154 e 9158.

    Il canto del cigno avvenne nel 1971 con la creazione del primo orologio digitale al mondo, il Pulsar, con display a Led. Prodotto in 400 esemplari venduti a oltre 2000 dollari.

    The end

    Alla fine, la produzione è durata complessivamente 12 anni: cessò definitivamente nel 1969. Non si conosce il numero esatto di movimenti prodotti ma dev’essere stato elevato, dal momento che ne furono dichiarati 42mila solo per il primo anno di produzione. Successivamente Hamilton ha imboccato lo stesso viale del tramonto che di lì a pochi anni ha dissolto tutta l’industria americana. Nel 1966 aveva acquisito la Buren Watch Company, della omonima città svizzera. La produzione fu gradualmente spostata in Europa e nel 1969 smise ogni produzione negli Stati Uniti. La marca Buren-Hamilton tornò in mani svizzere ma col crollo delle vendite cessarono anche le attività europee entro il 1972. Nel 1974 il Marchio fu acquisito dalla SSIH, ora Swatch Group.

    Grazie all’elevato numero di esemplari costruiti e alla relativa affidabilità raggiunta con gli affinamenti successivi, non è comunque difficile trovare esemplari di calibri 500A o 505 ancora funzionati. Più difficile reperire in buono stato gli Hamilton 500, per la loro fragilità e il breve periodo di commercializzazione: appena due anni. Tutt’oggi ricercatissimo il modello Ventura, tanto che è stato riproposto sul mercato in tempi recenti, con movimenti sia al quarzo (ETA F03.101, F05.111 ed altri) che automatici (sempre ETA, come ad esempio il C26.101, basato sul 2671). Ed è tuttora in collezione.

  • Le cronache di PDV: l’anteprima di “Men in Black: International”

    Le cronache di PDV: l’anteprima di “Men in Black: International”

    Arriva domani in prima visione nelle principali sale cinematografiche italiane “Men in Black: International”, sequel della saga sull’organizzazione segreta che controlla il flusso degli extraterrestri sulla Terra. Pellicola che chi scrive ha potuto vedere in anteprima a Milano, il 18 luglio al cinema Gloria, su invito di Hamilton. Sì, perché la rigorosa uniforme nera dei protagonisti è completata, anche questa volta e per la quarta consecutiva, da un orologio del marchio americano – oggi parte di Swatch Group.

    Ma andiamo con ordine. Girato da Felix Gary Gray, lo spin-off della trilogia “Men in Black”, iniziata nel 1997 e conclusasi nel 2012, non è più interpretato dalla coppia Will Smith/Tommy Lee Jones. Fa brillare invece due stelle in ascesa nel firmamento hollywoodiano: Chris Hemsworth e Tessa Thompson. Più che credibili nei panni rispettivamente dell’agente H e dell’agente M, forse per i trascorsi nella fantascienza Marvel con i ruoli di Thor e Valkyrie (nei film “Thor: Ragnarok” e “Avengers: Endgame”). Da citare anche la presenza nel cast di Emma Thompson (agente O) e Liam Neeson (High T).

    Qui però non vogliamo svelare nulla sulle (dis)avventure dei paladini della difesa del nostro pianeta dalle minacce aliene. In fondo altro non è che un blockbuster ricco di effetti speciali, conforme come una copia ai precedenti. Tra sequenze d’azione e battute da commedia. Con un unico aggiornamento: il punto di vista femminile. Introdotto dalla nuova eroina che rivendica il diritto delle donne di entrare a far parte dei Men in Black, rendendo superato lo stesso titolo. E di imbracciare enormi fucili per fare piazza pulita dei cattivi, diventando un’eccellente giustiziere. Ma la trama non va oltre.

    Piacevole comunque vedere la peregrinazione degli “uomini in nero” ai quattro angoli del globo. Da New York a Londra, da Parigi a Marrakech, passando anche per l’Italia. Alcune scene infatti si svolgono all’isola d’Ischia: più precisamente, tra Ischia Ponte e Sant’Angelo. Dove l’agente H ha sfrecciato sulle onde a bordo di un luccicante Riva d’epoca attorno al Castello aragonese; e, insieme alla collega M, ha passeggiato nel porticciolo del piccolo borgo marinaro, fra i turisti e la gente comune, i fruttivendoli e i pescatori. Breve parentesi personale: per chi conosce bene l’Isola Verde, rivederla sul grande schermo regala sempre una certa emozione.

    D’obbligo poi una nota tecnica sugli orologi Hamilton apparsi nei diversi capitoli di “Men in Black”. In tutti i casi si tratta di modelli della collezione Ventura. Scelti, probabilmente, per la forma futuristica della cassa. A scudo, è subito riconoscibile e ben si accorda con le atmosfere sci-fi e le scenografie a tema high-tech dei film. In quest’ultimo episodio, in particolare, si tratta di un Ventura Quartz per l’agente M e di un Ventura Automatic per l’agente H. Il primo ha un movimento elettronico e il quadrante con il flash dell’elettricità, del tutto simile all’originale, uscito nel 1957.

    A proposito del Ventura, va ricordato che lo stesso esemplare era stato indossato anche da Elvis Presley nel film “Blue Hawaii” del 1961. Del resto, il marchio fondato a Lancaster, Pennsylvania, nel 1892, da sempre ha un rapporto privilegiato con il cinema. Iniziato un’ottantina di anni fa, ha all’attivo la partecipazione in circa 500 pellicole, con una certa predilezione per la fantascienza.  Sempre negli anni ’60, il grande Stanley Kubrick aveva chiesto a Hamilton di studiare un prototipo da mettere al polso dei cosmonauti nel celebre “2001: Odissea nello Spazio”. Mentre in tempi più recenti merita almeno un cenno “Interstellar”, in cui l’Hamilton Khaki svolge un ruolo di assoluto rilievo. E “The Martian”, con un Hamilton BeLOWZERO che la dice lunga sulla sopravvivenza in ambienti estremi.

    Senza dimenticare che lo storico legame del marchio americano con la settima arte si esprime anche attraverso i  Behind the Camera Awards. Una serie di premi prestigiosi nati nel 2006 e rivolti alle professionalità che lavorano sui set, dietro l’obiettivo delle telecamere. “Nel cuore del cinema”, appunto. In Italia, dal 2013, Hamilton li affianca ai Nastri d’Argento, con l’intento di gratificare chi si è distinto dietro la macchina da presa. Lo scorso giugno, per esempio, l’ultima edizione ha visto premiare Stefano Sollima nella magica cornice dell’antico Teatro Greco. Proprio in quell’occasione, abbiamo avuto l’opportunità di passare del tempo conversando con Matteo Sovera, Brand manager per l’Italia. Che ci ha ricordato come in passato abbiano ricevuto lo stesso riconoscimento anche Luca Zingaretti, Alessandro Gassmann o Gabriele Muccino.