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Tag: Marco Strazzi

  • “Rolex 1961-2025”: segreti e strategie nella guida di Marco Strazzi

    “Rolex 1961-2025”: segreti e strategie nella guida di Marco Strazzi

    A sette anni da Rolex 1905-1960, Marco Strazzi torna in libreria con il seguito ideale di quel primo volume. S’intitola Rolex 1961-2025 ed è un lavoro ampio, documentato, che attraversa oltre sessant’anni di evoluzione tecnica, industriale e strategica di Rolex, fino ai giorni nostri. Abbiamo intervistato l’autore per approfondire contenuti, scelte editoriali e prospettive future del Brand più iconico dell’orologeria contemporanea.

    Rolex 1961-2025 amplia un percorso già avviato. In cosa si differenziano i due volumi e cosa l’ha spinta a scrivere un seguito?
    Il primo libro raccontava la storia del Marchio dalle origini fino al 1960, anno della scomparsa del fondatore, Hans Wilsdorf. Questo secondo volume parte dal 1961 e arriva ai giorni nostri. È, a tutti gli effetti, il completamento naturale del progetto. Per anni molti lettori mi hanno chiesto perché non avessi ancora scritto il seguito. La verità è che il periodo più recente è stato anche il più difficile da affrontare: dagli anni 2000 in poi Rolex ha vissuto una fase di straordinario dinamismo. Il rischio di “invecchiare” il libro già in fase di stampa era concreto.

    Dal 2001 al 2025 conto 33 eventi fondamentali, contro gli 11 del periodo 1981-2000. Una crescita impressionante. Tuttavia, aggiornare il volume al 2025 significa chiudere simbolicamente il primo quarto del XXI secolo, pur sapendo che le novità non sono certo finite – né sul piano dei prodotti né su quello societario. Basti pensare alla progressiva fusione tra le entità di Ginevra e Bienne, completata dopo il 2004, che ha ridisegnato l’assetto del gruppo.

    La formula di Rolex 1961-2025 riprende quella del primo volume, pubblicato sette anni fa. Ce la può raccontare?
    La struttura è la stessa, perché si è rivelata efficace. Ogni capitolo si apre con un calendario degli eventi principali dell’anno o del periodo trattato, seguito dalla presentazione dei nuovi movimenti. C’è poi una galleria fotografica con schede dedicate agli orologi – in particolare alle novità – una selezione di campagne pubblicitarie commentate, una rassegna di brevetti e infine una raccolta di documenti d’epoca, tratti dalla stampa specializzata e generalista. Fa eccezione l’ultimo capitolo, dedicato al periodo 2001-2025: qui ho scelto una narrazione lineare, in cui tutti questi elementi si intrecciano in un racconto unico e continuo. Mi sembrava il modo più adatto per restituire la complessità e la velocità dell’ultimo quarto di secolo.

    Ci sono temi che ha voluto approfondire in modo particolare?
    Alcuni argomenti emergono quasi da soli. Ho dedicato, per esempio, spazio al rapporto tra Rolex e il quarzo: un tema spesso trascurato, anche perché gli Oysterquartz non hanno avuto un enorme successo commerciale, ma sono tecnicamente molto interessanti. Un altro capitolo importante è quello sul Daytona automatico, prima con movimento Zenith e poi con calibro di manifattura Rolex. In generale, il libro mette in luce come certi periodi apparentemente “immobili” – penso agli anni ’90 – siano stati in realtà fasi di consolidamento industriale. In quel decennio venne presentato solo lo Yacht-Master, ma l’azienda stava acquisendo fornitori strategici e rafforzando la propria struttura produttiva, preparando il terreno alla grande espansione degli anni 2000.

    Dal punto di vista storico, qual è l’evoluzione più significativa tra la Rolex degli anni ’60 e quella attuale?
    La parola chiave è continuità. Rolex ha sviluppato e perfezionato le intuizioni del suo fondatore, che fin dall’inizio credette nell’orologio da polso come strumento autonomo, preciso, impermeabile e dotato di carica automatica. Tre pilastri che ancora oggi definiscono l’identità del Marchio.

    Ciò che è cambiato maggiormente riguarda la distribuzione e la struttura societaria. Nel 2022 è stato lanciato il programma Certified Pre-Owned e nel 2023 Rolex ha acquisito la storica catena Bucherer, rafforzando ulteriormente il controllo sulla rete distributiva. Non tutti sanno che Rolex è nelle mani di una fondazione, inattaccabile dal punto di vista commerciale, con risorse economiche straordinarie e un importante patrimonio immobiliare, in particolare a Ginevra. Inoltre, la costruzione del nuovo polo produttivo nel Canton Friburgo, operativo dal 2029, porterà a 15.000 il numero complessivo di dipendenti in Svizzera. Numeri che non hanno paragoni nel settore.

    Rolex è sinonimo di lusso. Come è cambiata questa percezione nel tempo?
    L’immagine di Rolex è il frutto di una strategia di comunicazione lungimirante. Storica la collaborazione con l’agenzia americana J. Walter Thompson, che contribuì a costruire il mito del “Rolex per persone importanti”. Celebre la campagna con lo slogan: “Gli uomini che presiedono al destino del mondo portano orologi Rolex”. Un messaggio potente, che associava il marchio a leader, ufficiali, protagonisti della scena internazionale. Emblematico anche il caso di Dwight D. Eisenhower, fotografato con un Datejust in oro al polso. Negli anni il Marchio ha poi legato il proprio nome ai campioni dello sport e agli eventi più prestigiosi, dalla Formula 1 al tennis, consolidando l’idea che i vincenti scelgano Rolex. Sempre con un posizionamento chiaro: non artigianato romantico, ma eccellenza industriale, precisione, affidabilità e robustezza.

    Qual è stata la difficoltà maggiore nel raccontare una storia così complessa?
    Rolex comunica solo attraverso canali ufficiali e non risponde a richieste di approfondimento. Oggi pubblica anche volumi sui propri modelli iconici, il che rende il lavoro del ricercatore indipendente ancora più sfidante. Per questo è fondamentale disporre di un archivio storico solido, di fonti diversificate e di un patrimonio fotografico adeguato.

    Ci sono episodi che l’hanno sorpresa durante la ricerca?
    Sì. Penso alla vicenda di Mercedes Gleitze, prima donna britannica ad attraversare a nuoto la Manica nel 1927. Quando il suo record fu messo in discussione, tentò nuovamente l’impresa indossando un Rolex: nacque così una delle prime, straordinarie operazioni di comunicazione del Marchio. Un altro episodio significativo risale al 1977: in piena crisi dell’orologeria svizzera, travolta dal quarzo asiatico, Rolex acquistò il grattacielo della propria sede americana sulla Fifth Avenue di New York. Un segnale di forza e fiducia nel futuro.

    Che futuro immagina per Rolex?
    In un mondo segnato dall’incertezza, credo che il divario tra Rolex e il resto del mercato tenderà ad ampliarsi. Quando il contesto è instabile, il pubblico si orienta verso valori percepiti come solidi e sicuri. E Rolex, in quest’ottica, continua a rappresentare un punto di riferimento unico.

  • Watch Ads, lo spirito del tempo in cent’anni di pubblicità

    Watch Ads, lo spirito del tempo in cent’anni di pubblicità

    Watch Ads è l’opera enciclopedica con cui Marco Strazzi torna a soddisfare curiosità e voglia sapere di addetti ai lavori e semplici appassionati di orologi. Una rassegna che riunisce le più belle pubblicità di orologi nell’arco di cent’anni – dal 1900 al 2000 -, raccontate con oltre 1000 illustrazioni e apposite schede ricche di dettagli tecnici. In due volumi (il primo uscito pochi giorni fa, il secondo disponibile alla fine dell’estate), l’imponente lavoro è già stato pubblicato nel 2016/’17. Allora però era in vendita solo online, sul sito dell’autore come su Amazon, mentre questa seconda edizione sarà distribuita anche fisicamente nelle principali librerie.

    Belli da vedere, gli annunci pubblicitari sono anche un fedele specchio dei cambiamenti in atto nel costume, nella società, nell’economia. Così, chi sfoglia Watch Ads può avere un’idea di come si sono evoluti nel tempo il design e la tecnica dell’orologeria, ma anche il modo di comunicare e il senso estetico. Da tenere in libreria, da sfogliare per diletto e da custodire come fonte di consultazione, l’opera di Marco Strazzi non mancherà di sorprendere ancora una volta anche i più esperti conoscitori del mondo delle lancette. Ne ho parlato con l’autore in questa intervista che ho fatto per Il Giornale degli Orologi.

    Watch Ads illustra un secolo di comunicazione legata al mondo dell’industria orologiera. Qual è stata la genesi di quest’opera poderosa?
    L’idea per Watch Ads è nata dal mio archivio personale. Un archivio che ho arricchito nel corso degli anni e include documentazione sia cartacea che digitale, tra riviste, manuali, opuscoli. È da qui che ho preso il materiale utilizzato anche per gli altri libri che ho scritto in passato, dopo avere trascorso lungo tempo nella redazione del Journal Suisse. Quella testata ha infatti un archivio che praticamente copre tutto il secolo. Purtroppo, però, in alcuni giornali qualche archivista frettoloso aveva strappato le pagine delle pubblicità, in altri casi, invece, c’era quasi tutto.

    In quell’occasione comunque ho potuto fare centinaia di scansioni che poi sono servite per i primi libri. Non le ho usate tutte, ovviamente, perché erano troppe. Avevo a disposizione tutto questo materiale, unito al mio nutrito archivio cartaceo. Al che mi sono detto: perché non fare un libro sulla pubblicità legato al mondo degli orologi? Cioè sul mondo della comunicazione e lo stile con cui i fabbricanti di orologi e loro pubblicitari volevano avvicinare il pubblico.  

    E quindi?
    Ne è nata un’opera secondo me interessante al di là dell’aspetto iconografico. Perché permette a molti appassionati di scoprire in quale epoca, per esempio, sono stati costruiti certi orologi vintage. A volte, capita di vedere nei blog esemplari dichiarati degli anni ’30 quando invece sono chiaramente degli anni ’50. Una volta che un collezionista o un curioso vede queste pubblicità, si fa un’idea di quali sono gli stili tipici dei vari decenni. E poi le pubblicità spesso sono belle da vedere.

    Interessante anche analizzare il modo in cui vengono presentati gli orologi. Ci sono per esempio case che prediligono il testo: come Rolex, che per lungo tempo ha fatto pubblicità in cui lo scritto prevaleva nettamente sulle immagini. Al contrario Patek Philippe per decenni ha fatto pubblicità solo con l’immagine dell’orologio. Anche notare la differenza di approccio al mercato secondo me è interessante. Spero di avere realizzato un’opera che possa essere utile sotto diversi punti di vista. Ai collezionisti, agli storici, agli appassionati…

    Come ha organizzato il discorso?
    Watch Ads è in due volumi, rispettivamente di 352 e 336 pagine. Entrambi sono divisi per decenni, ciascuno dei quali è preceduto da una breve storia dell’orologeria legata al periodo. Al termine di ogni decennio ho inserito delle appendici con pagine tratte da brochure, cataloghi, certificati o manuali di istruzioni. Nel primo volume si trova anche una lista delle marche dei fabbricanti di orologi svizzeri aggiornata al 1958. Nel secondo volume invece, al posto di questa lista, c’è una panoramica di annunci pubblicitari di prodotti collaterali: quindi movimenti, lancette, quadranti, spirali, insomma tutti i vari componenti di un orologio. Le immagini che ho inserito sono circa un migliaio in tutto, per facilitare la ricerca. Al termine di ogni volume ho incluso anche un indice dei nomi. Ed entrambi hanno la copertina rigida.  

    Quali sono le fonti principali dalle quali ha attinto il materiale? Oltre al suo archivio, intendo…
    Le principali fonti sono gli archivi del Museo Internazionale dell’Orologeria di La Chaux-de-Fonds. Qui si trovano le raccolte delle riviste specializzate praticamente di tutto il secolo scorso. Riviste di cui custodisco alcune annate, ma non la totalità dei numeri. In totale credo di aver sfogliato intorno al mezzo milione di pagine. Non so quantificare con esattezza quanto tempo ci ho messo, perché la ricerca è in parte avvenuta parallelamente a quelle fatte per gli altri libri che ho scritto.

    Com’è cambiata la comunicazione degli orologi nel corso del tempo?
    È un viaggio parallelo a quello della produzione. Dobbiamo infatti pensare che, negli ultimi venti o trent’anni, l’orologio di alta gamma è sostanzialmente diventato quasi un gadget. La sua funzione originaria non è più interessante. Non abbiamo bisogno di un pezzo importante per sapere che ora è, e la cosa ha influenzato notevolmente la comunicazione. Se guardiamo gli ultimi venti o trent’anni, si punta molto sulla complicazione, sull’originalità, sull’immagine. Mentre chi comprava un orologio negli anni ’50 o ’60 chiedeva soprattutto che fosse preciso. Quindi l’aspetto dell’orologio come accessorio di lusso è tipico degli ultimi trent’anni.

    Proprio verso gli anni ’50 e soprattutto ’60, poi, ha cominciato a prevalere l’aspetto tecnico, dato che gli orologi diventavano sempre più complessi. Si trattava di promuovere anzitutto l’orologio automatico: che ha faticato molto per imporsi al pubblico perché la gente non si fidava, ha continuato a lungo a chiedersi come potesse funzionare un orologio se non lo si ricaricava tutti i giorni. Quindi l’automatico era spesso illustrato attraverso disegni del movimento, con spiegazioni che intendevano convincere il pubblico a fidarsi del dispositivo di ricarica.

    In questo stesso periodo inoltre ha influenzato molto la comunicazione l’evoluzione del mercato giovanile. Verso la metà degli anni ’60, un pubblicitario di Ginevra era stato ingaggiato per promuovere la vendita dei cronografi. Aveva organizzato la campagna pubblicitaria sul mercato dei giovani perché sosteneva che avevano un potere d’acquisto superiore a quello dei loro genitori alla stessa età. Negli anni ’80, poi, c’è stato un ritorno dell’orologio meccanico.

    E dal punto di vista grafico?
    Ciò che è cambiato soprattutto è lo stile iconografico. Le pubblicità degli anni ’30 sono riconoscibilissime, hanno un valore artistico che va oltre l’aspetto commerciale. Lo stesso vale per gli anni ’40, che forse sono stati ancora più ricchi in quanto le pubblicità erano realizzate da artisti autentici. Come si vede in Watch Ads, ci sono immagini che meriterebbero un posto nel soggiorno di una bella casa, proprio per la loro pura bellezza. Penso, per esempio, ad alcune reclame di Universal, di Patek Philippe, di Vacheron Costantin, ma anche di marche minori.

    Qual è stata difficoltà maggiore che ha incontrato nella preparazione dei due volumi?
    In origine queste immagini erano a colori. Ma spesso nelle riviste le pubblicità erano riprodotte in bianco e nero, perché ovviamente la stampa della pagina a colori costava di più. E il bianco e nero toglieva molto all’effetto dell’immagine. Ecco, spesso ho dovuto adeguarmi al materiale che avevo a disposizione, con molto rammarico. Perché le pubblicità a colori sono veramente molto, molto belle.

    C’è un periodo storico che l’ha appassionato maggiormente?
    Mi interessa molto il periodo fra gli anni ’30 e ’50, perché c’era una straordinaria creatività. Pensiamo ad esempio alle pubblicità di altri prodotti di consumo, come Campari, che venivano affidate a veri artisti, come De Pero e i Futuristi. Anche in orologeria, a volte si tratta di opere con una qualità artistica che va oltre l’aspetto commerciale. Di vere e proprie opere d’arte a sé stanti…

  • “Orologi da polso 1960-2000”: la storia (recente) in un libro

    “Orologi da polso 1960-2000”: la storia (recente) in un libro

    S’intitola Orologi da polso 1960-2000 il nuovo libro dell’editore, storico e collezionista di orologi Marco Strazzi. Un viaggio di sicuro fascino e interesse attraverso i decenni che hanno portato alla totale maturità dell’accessorio più collezionato dal genere maschile. L’opera arriva infatti un anno dopo la pubblicazione di Orologi da Polso 1900-1959 (sempre pubblicato da Pressision), di cui Il Giornale degli Orologi si è occupato qui. Rappresenta dunque la seconda parte della storia enciclopedica che Strazzi dedica a questo mondo.

    Orologi da polso 1960-2000 replica la formula del volume predecedente, presentando – per ciascuno dei decenni e degli anni esaminati – l’evoluzione tecnica, estetica, economica, industriale e commerciale del settore. Include inoltre schede e foto dei modelli più rappresentativi, e dedica un piccolo spazio anche agli eventi più importanti nei campi della politica, della società, dello sport e dello spettacolo. Le 432 pagine dell’opera portano il totale dei due volumi a 864 carte. Identiche nella foliazione, le due parti sono simili anche nella ricchezza dei contenuti. Orologi da Polso 1960-2000 presenta infatti 300 orologi e 1300 immagini. Queste ultime comprendono, oltre agli accessori, annunci pubblicitari ed estratti di cataloghi, manuali d’istruzioni, brevetti originali. Ne abbiamo parlato con l’autore.

    Iniziamo dalla fine: e gli anni dal 2001 al 2021? Dimenticati?
    Certo che no! Ho scelto di parlarne in un’appendice in fondo al volume, presentando le linee generali dell’evoluzione. Allo stesso tempo, mi sembrava troppo presto per proporre la selezione dei modelli più significativi che caratterizza le sezioni precedenti. Manca la prospettiva storica. Magari tra dieci anni…

    Come riassumere Orologi da Polso 1960-2000 in poche parole?
    Il quarantennio trattato dal volume ha visto cambiamenti epocali, dal boom degli anni ’60 alla rivoluzione del quarzo e dal declino alla rinascita dell’orologio meccanico. Mentre nei sessant’anni descritti dal volume precedente l’evoluzione è stata graduale e, in un certo senso, controllata, dal 1960 in poi il ritmo del progresso è stato frenetico e, negli anni ’70, caotico, avvincente.

    In che senso?
    Nessun momento storico mi ha stupito e affascinato quanto quello dal 1970 al 1980. È infatti caratterizzato dalla creatività di tecnici che – di fronte alle potenzialità fin lì inesplorate dell’elettronica – si sono sfidati in una gara senza esclusione di colpi (di genio) alla ricerca di soluzioni innovative e, ovviamente, redditizie in termini commerciali. L’accesso a fonti di prima mano, in particolare le riviste di settore dell’epoca, mi ha permesso di mettere un po’ d’ordine nel caos di un periodo unico nella storia della misura del tempo. Unico e negativo per la Svizzera, che ha perso la leadership del settore proprio a causa del quarzo.

    Poi però l’orologio meccanico svizzero è tornato protagonista…
    Ci sono voluti dieci anni. Nel frattempo, sono sparite decine di Case e si è azzerato il settore degli orologi meccanici economici. Molti non lo sanno, ma a metà degli anni ’70 i cosiddetti Roskopf rappresentavano la metà delle esportazioni svizzere. Solo il colosso americano Timex produceva e vendeva di più.

    Fino a quando sono arrivati i giapponesi…
    … e Hong Kong, con milioni di digitali a basso costo. Quelli che arrivavano nelle case anche dentro i fustini del detersivo. E poi i multifunzione con calcolatrice, agenda, suoneria, cronografo… Prodotti di successo e istruttivi.

    Istruttivi?
    Già. Si disse che con la loro precisione e praticità rappresentavano la fine dell’orologio tradizionale. Come sappiamo non è andata così. Per questo li definirei istruttivi. Insegnano qualcosa anche sul presente. Lo smartwatch non confinerà nei musei l’orologio meccanico per la semplice ragione che i due oggetti – come i multifunzione orientali e i complicati svizzeri d’alta gamma negli anni ’80 – hanno poco o nulla in comune. Convivranno pacificamente. E non è detto che sia necessario scegliere: i polsi da vestire sono due…

    Parliamo delle fonti utilizzate per la sua ricerca. Ha citato le riviste specializzate d’epoca…
    Sono state fondamentali, anche se nella bibliografia alla fine del libro passano quasi inosservate. Il fatto è che, mentre è abbastanza facile compilare una lista di duecento libri, non è possibile elencare gli articoli contenuti in 40 anni del Journal Suisse d’Horlogerie: ci vorrebbe un volume solo per questo, visto che si tratta di circa 40mila pagine… Lo stesso vale per le altre riviste che ho potuto consultare grazie alla cortesia di biblioteche e privati. Infine, ho una biblioteca abbastanza fornita anch’io.

    Si sa che lo storico deve essere obiettivo. Però qualche predilezione Marco Strazzi l’avrà. Un orologio preferito…
    Diciamo che il modello scelto per la foto di copertina celebra allo stesso tempo i 50 anni del Royal Oak e i miei gusti personali. Ma meriterebbe la copertina in ogni caso per ciò che rappresenta in termini di storia, tecnica e design.

    Orologi da polso 1960-2000 è già disponibile presso le librerie e i principali shop online. Per saperne di più, visita il sito di Marco Strazzi: 10e10.ch.

  • “Orologi da polso 1900-1959”: la Storia in una guida (illustrata)

    “Orologi da polso 1900-1959”: la Storia in una guida (illustrata)

    È affascinante poter misurare le trasformazioni sociali e del costume attraverso oggetti la cui funzione ha assunto di epoca in epoca una diversa valenza. In questo senso, il libro Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità è una guida interessante per ricostruire la storia dell’orologio nel periodo cruciale di passaggio dal taschino al polso. Con tutte le premesse, le implicazioni le conseguenza del caso. Da “bracciale con orologio” poco affidabile in quanto a precisione, quasi una bizzarria per un uomo, è poi diventato un accessorio indispensabile nella vita di tutti i giorni.

    Quindi un oggetto da collezione per gli appassionati di micro-meccanica, uno status symbol da ostentare in società, perfino un gadget per gli amanti della moda. E oggi? Lo strumento per la misura del tempo è tornato per così dire in tasca: nel senso che le ultime generazioni sono più portate a controllare l’ora sul proprio smartphone o su uno dei tanti dispositivi che portano con sé. Così il tradizionale orologio da polso meccanico ha assunto altri significati, più personali: indice di potere economico, segno di stile, sinonimo di cultura…

    Ne parliamo con l’autore

    Ma facciamo un passo indietro. E torniamo al libro Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità: scritto e curato dall’editore, storico e collezionista Marco Strazzi, ci offre una testimonianza preziosa sull’evoluzione nel tempo di questo oggetto fortemente significativo. (Edito da Pressision Watch Books, il volume si trova in vendita anche nelle librerie online, come Amazon).

    «Come specificato nel sottotitolo, il libro abbraccia un periodo storico che va dalle origini al trionfo tecnologico dell’orologio da polso. Un periodo importante, perché è in questi decenni che è diventato uno strumento indispensabile per chiunque. Che fosse di lusso o economico, tutti dovevano portarlo a polso. Sennò non sapevano l’ora, semplicemente», dichiara Marco Strazzi, che abbiamo raggiunto via Skype.

    «All’inizio del XX secolo in pochi si fidavano dell’orologio da polso. Le donne hanno contribuito maggiormente alla sua diffusione, anche perché per loro indossare un bracciale non era un problema. Per gli uomini invece poteva sembrare una stramberia, una forma di effeminatezza: lo si guardava con molta diffidenza. Durante la Prima Guerra Mondiale, comunque, i soldati in battaglia lo indossavano spesso, perché era più pratico. Ma non era ancora tanto affidabile dal punto di vista meccanico», racconta l’autore.

    «Non c’erano infatti ancora gli strumenti che garantivano la fabbricazione di movimenti precisi In più polvere, urti, umidità contribuivano a far fermare l’orologio, che dal canto suo era di cattiva qualità. Negli anni ’20 poi ha cominciato a migliorare anche dal punto di vista tecnologico, fino ad affermarsi definitivamente». Solo negli anni ’30 infatti le vendite degli esemplari da polso hanno superato quelle dei modelli da tasca.

    I primi protagonisti

    Riassumendo, gli orologi da polso all’inizio erano orologio da tasca cui venivano saldate le anse per attaccare il il cinturino e poterli indossare. Quindi erano orologi da tasca modificati. Poi tutto è cambiato. «Cartier ha creato i primi orologi che non erano dei “figli poveri” degli orologi da tasca. Ha introdotto modelli in cui non si vede la parentela con l’orologio da tasca. Però era un fenomeno limitato, in pochi potevano infatti permettersi di avere un Cartier. La produzione era ridotta, si parla di poche centinaia di esemplari», prosegue Strazzi.

    «Ma non direi che esista un “modello zero” in particolare che ha contribuito alla diffusione dell’orologio da polso. È stato piuttosto l’insieme delle tecnologie che sono migliorate, fino a garantire la precisione di un orologio da tasca». Qualche nome in particolare fra i modelli storici? «Il Rolex Oyster è stato fondamentale per l’impermeabilità, la resistenza all’umidità e alla polvere. Il marchio ha poi fatto il primo movimento automatico affidabile, chiamato Perpetual. Ma è difficile attribuire a un solo modello il cambiamento di mentalità generalizzato che è avvenuto».

    La struttura del libro

    Il volume Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità è dunque una cronistoria strutturata in cinque parti. La prima è dedicata al ventennio 1900-1919, le altre a un decennio ciascuna fino al 1959. Il tutto, preceduto da un breve antefatto sulla misura del tempo fino al XIX secolo. «Ogni sezione del libro si apre con un’introduzione sulle tendenze della tecnica e del design, e sui modelli più significativi. I capitoli sui singoli anni si articolano in tre parti: una panoramica dell’attualità con fatti di cronaca extra-orologiera (ad esempio lo scoppio della Grande Guerra); una con gli eventi del settore orologiero (fondazione di manifatture, acquisizioni e così via); infine una sezione di prodotti (“Le novità”)», spiega ancora.

    «I “piatti forti” di quest’ultima sono le schede con i dettagli tecnici e le annotazioni storiche, accompagnate dalle immagini degli orologi, dei movimenti e, in molti casi, dalle riproduzioni di annunci pubblicitari, certificati, cataloghi, opuscoli e brevetti. In molti casi l’anno non corrisponde esattamente al momento in cui l’orologio è stato messo in commercio. Però ogni orologio è collocato nel proprio periodo di competenza. Quando invece è possibile fissare una data di nascita precisa – con il Cartier Tank, il Rolex Oyster o l’Omega Seamaster ad esempio – allora ciascun modello è posizionato proprio nell’anno in cui è effettivamente entrato in commercio».

    Perché leggere Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità

    Ricapitolando, l’opera è strutturata in tre sezioni: notizie extra-orologeria; notizie del settore, di natura economica/industriale; infine le novità corredate di schede. Nelle quali sono descritte tutte le caratteristiche dell’orologio trattato: tecniche, estetiche, meccaniche… per un totale di circa 400 esemplari e ben 1.300 immagini. «Questo lavoro è il frutto di una ricerca approfondita cominciata vent’anni fa. Le fonti sono solo cartacee. Per fortuna ho un buon archivio… E inoltre ho avuto accesso agli archivi di riviste, soprattutto svizzere. In questo modo il lettore ha qualcosa di alternativo a quello che trova su internet. Questa è la peculiarità della ricerca che ho fatto. E che spero possa servire come strumento di conoscenza per esperti e neofiti».

    Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità va a colmare un vuoto esistente nel mondo della letteratura orologiera. «In circolazione ci sono tanti testi, soprattutto in inglese e francese. In italiano non mi risulta che ci sia qualcosa di simile al mio. Ma anche in lingua, non ho trovato pubblicazioni che abbiano una finalità soprattutto informativa. Mi auguro che in questo possa essere utile anche a chi conosce già il settore ma magari non sa tutto». Qual è il suo periodo storico preferito? «Sono molto legato al periodo che va dagli anni ’30 ai ’50. Tutto quello che si poteva fare, a livello estetico, è stato fatto in questo periodo». Come non essere d’accordo?