Giornale Degli Orologi
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Tag: Max Busser

  • Amarcord: Journe e io, quella volta che…

    Amarcord: Journe e io, quella volta che…

    Journe, ancora lui.
    L’ho conosciuto più o meno nel 1995, quando ancora non aveva fondato la propria marca d’orologi. Alla fiera di Basilea si aggirava un po’ arcigno nello stand dell’Accademia Orologiera dei Creatori Indipendenti, fondata nel 1985 da Svend Andersen e Vincent Calabrese. Vincent è da sempre un amico e vado subito a chiedergli chi diavolo è quel tizio che sembra criticare tutto e tutti. «È François-Paul Journe, il marsigliese. Lascialo perdere: ha un caratteraccio. Ma sa quel che dice ed è uno dei migliori».

    Beh, può un giornalista lasciar perdere, di fronte ad una introduzione di questo tipo? Certo che no! Vado da Journe e mi presento. Parte con un contentino («Seguo quel che scrivi: fai bene a parlare degli orologiai indipendenti»); ma non mi dà un briciolo di soddisfazione (segue quel che scrivo, certo, ma questo non implica alcun giudizio di merito: scrivo cose intelligenti o sciocchezze?). E poi parte nella demolizione dei colleghi. Una demolizione sistematica, ma sempre accompagnata da spiegazioni dettagliate. Che si concludono regolarmente con un: «Posso fare di meglio».

    Gli chiedo di poter vedere un suo orologio, allora. Perché non ce ne sono, di suoi, fra quelli esposti. François-Paul Journe mi guarda con un sorriso beffardo, solleva il polsino e per due secondi mi mostra un proprio orologio. Poi mi pianta in asso. Io sono perplesso e sto per rigurgitare una parolaccia. Scoprirò dopo qualche giorno che Journe mi ha regalato una formidabile lezione d’orologeria. Aveva ragione su tutto, accidenti a lui!

    Passa il tempo…

    Arriviamo al 1999 e vedo per la prima volta un orologio “targato” F.P. Journe Invenit et Fecit. Amore a prima vista. Alla fiera di Basilea (quando era ancora il miglior luogo in cui scoprire le novità), Journe ha uno stand piccolissimo e seminascosto. Ma fa sensazione il suo Tourbillon Souverain, ne parlano in tanti. François-Paul Journe non è quasi mai al proprio stand o quando c’è lo trovo occupato in conversazioni fittissime.

    Fortunatamente ho l’abitudine di rimanere per l’intera durata della fiera (è negli ultimi giorni, che accadono tutte le cose da sapere…) e trovo finalmente il momento giusto. Parliamo di coppia della molla, del peso ideale per la gabbia del tourbillon, di estetica, parliamo di tutto e dimentichiamo persino di mangiare. E per me gli orologi di Journe (Invenit et Fecit) diventano un oggetto del desiderio.

    Beh, quasi. Forse l’ho già detto, ma continuerò a ripeterlo: io non sono un appassionato di orologi. Non che ci sia qualcosa di male, in questa passione, ma io normalmente non ho alcuna pulsione al possesso di orologi. Non ho una collezione di orologi e a dirla tutta raramente porto al polso un orologio. Perché non lo considero corretto. Non voglio dare l’impressione di avere una preferenza per questo o quel fabbricante. A me piace l’orologeria, ovvero le persone e i percorsi che fanno nascere gli orologi. Mi piace il dietro le quinte, mi piacciono i sogni, i progetti, “la lunga tortuosa strada” (sì, il riferimento ai Beatles è voluto) che porta un orologio al nostro polso. Anche se il mio polso non godrà mai di un Journe, lo so, sono ugualmente felice.

    A colpirmi non è solo la parte tecnica («Il tourbillon lo hanno fatto in tanti, però io l’ho fatto meglio»), ma anche quella estetica. Un incrocio fra l’orologio del Capitano Nemo – quello di 20.000 leghe sotto i mari, di cui Jules Verne aveva scritto nel 1870 – e lo stile di Breguet. E questo m’induce a pensare che Abraham-Louis Breguet, avesse operato in quegli anni, avrebbe disegnato proprio così i propri orologi. François-Paul Journe, il marsigliese, sogghigna d’approvazione e comprendo la sua affinità con Breguet, il suo senso di appartenenza ad un filone orologiero che parte da lontano e si proietta nel futuro. Come, del resto, sempre avviene nella migliore tecnica del settore. E non solo.

    Journe, Büsser e Winston

    Incidentalmente, è proprio in quell’occasione – penultimo giorno di Basel 1999 – che vedo Maximilian Büsser entrare nello stand di François-Paul Journe. Max lavorava da un anno allo sviluppo di orologi per conto di Harry Winston. Credo avesse già in mente la collezione Opus e per quanto ne so in quello stesso 1999 aveva già parlato con un altro orologiaio indipendente della propria idea. Che era quella di creare una collezione – Opus, appunto, e già questa adozione del latino riporta a Journe Invenit et Fecit – in cui vestire di bello i movimenti degli artigiani. Straordinari da un punto di vista tecnico, ma spesso un po’ meno straordinari sul piano dell’estetica.

    La mia personale impressione, suffragata da alcune piccole confessioni, è che Büsser sia rimasto colpito dal Tourbillon di Journe, certo. Ma che sia rimasto a bocca aperta di fronte al Cronometro a Risonanza di cui Journe mostrava a pochi, pochissimi, un prototipo. Senza spiegare nulla, si badi bene. Era una specie di esame tecnico per gli interlocutori. Ho avuto la fortuna di superarlo solo per un caso che non sto qui a spiegare, ma sta di fatto che da allora “Brontolo” Journe ed io andiamo d’accordo come due veri amici.

    Credo che anche Büsser si sia reso conto che razza d’orologio eccezionale fosse il Chronomètre à Résonance e ho l’impressione che abbia cambiato totalmente i propri piani. All’improvviso.
    Per quanto ne so è iniziata un’animatissima discussione, durata mesi e con momenti anche aspri. Büsser, spesso mansueto e forte come un Labrador, era disposto a molto pur di avere l’anteprima del Risonanza, mentre Journe non intendeva arretrare di un passo. «Prima lo presento io e poi, magari, tocca a te. Per realizzare il Cronometro a Risonanza nella versione da polso ci ho messo tanti anni che non lo mollo a nessuno. È mio e tale deve rimanere».

    Alla fine, come sempre, venne trovato un faticoso accordo con le seguenti modalità. «Ti concedo sei movimenti con il tourbillon presentato nel 1999. Ti concedo sei movimenti del Risonanza, che però presento io per primo nel 2000, con il mio nome. E ti concedo infine in anteprima sei movimenti automatici con un solo bariletto in grado di fornire autonomia per cinque giorni, il primo al mondo, che presenterò nel 2001. Ma tu non fai uscire nulla fino al 2001, sia ben chiaro».

    Il resto è storia. La combinazione si rivela in un piccolo capolavoro di marketing “buono”, perché onesto e trasparente. Un’operazione che spedisce nello spazio la stella di François-Paul Journe − facendolo conoscere ad un pubblico più ampio −, dando al tempo stesso ad Harry Winston una credibilità forse impossibile da ottenere, senza la geniale idea di Max Büsser.
    Me lo ricordo bene.

  • Legacy Machine Perpetual, il calendario perpetuo integrato di MB&F

    Legacy Machine Perpetual, il calendario perpetuo integrato di MB&F

    Cominciamo dalla “complicazione” e dal contesto in cui nasce.
    La collezione Legacy Machine di Max Busser & Friends nel 2015 si arricchisce di un modello con calendario perpetuo, la Legacy Machine  Perpetual. Per intenderci, la collezione Legacy Machine è quella subito riconoscibile per l’ampio bilanciere centrale “magicamente” sospeso sul quadrante. Un vero e proprio marchio di fabbrica, un biglietto da visita inconfondibile che ha fatto storia.

    La Legacy Machine N°1, quella originale, nasce dalla collaborazione di Max Busser con i tecnici Jean-François Mojon e Kari Voutilainen. Poi la collezione cresce e si articola in “variazioni sul tema” elaborate dagli stessi autori (Legacy Machine N°2), dal solo Voutilainen (101 e Flying T con tourbillon volante), da Voutilainen in collaborazione con Eric Coudray (Thunderdome), e da Stephen McDonnell (prima con lo Split Escapement ed poi con la Legacy Machine Perpetual). Sì, mi direte voi, sono tutti grandi tecnici, grandi progettisti. Ma questo Max Busser cosa c’entra con loro?

    Maximilian Büsser da Milano, figlio di un diplomatico svizzero (nasce a Milano e parla un perfetto italiano, ma è svizzero e vive a Dubai), potrebbe essere definito “il giocattolaio matto”, oppure anche il moderno Mecenate. Qualche anno fa ho sostenuto fosse l’inventore, almeno in orologeria, di quel “Mazinga Style” che prende in qualche modo origine dai Manga giapponesi. Scoprendo solo dopo che Max, in ogni sua partecipazione a mostre d’orologi, mette sempre ben in vista un grosso Goldrake. Sì, quello del “razzo missile” e di Ufo Robot.

    Max Busser, dicono alcuni, è solo l’impresario di un circo di acrobati dell’orologeria, un “commerciale”. Falso. In realtà si è laureato al Politecnico di Losanna conquistando poi un Master in micro-ingegneria. Entra in Jaeger-LeCoultre ai tempi di Henry-John Belmont (uno degli uomini che hanno salvato l’orologeria svizzera dalla crisi post-quarzo, negli anni Sessanta), che di Max ha sempre detto tutto il bene possibile.

    Altrettanto vale per un altro grande personaggio, quel Günther Blumlein cui si deve il rilancio di IWC e la rinascita di A. Lange & Söhne. Marche confluite prima nel Gruppo Mannesmann (che nasce come produttore di tubi) e poi nel 2002 vendute da Mannesmann al gruppo Richemont. Max, però, se n’era già andato, approdando nel 1998 in Harry Winston, uno dei più grandi gioiellieri di fama mondiale. Qui (e la cosa non dev’essere stata facilissima) Busser convince i capi a creare una divisione d’orologeria, Rare Timepieces, che dirigerà fino al 2005. È qui che nasce l’idea geniale.

    Max Busser nota un interesse crescente, da parte del pubblico, per gli “artigiani dell’orologeria”, veri e propri artisti della micromeccanica. Inventano complicazioni, inventano movimenti originali, inventano un nuovo modo di fare grande orologeria con piccoli numeri. Ma nota anche come molti di loro siano autentiche schiappe per quanto riguarda l’aspetto estetico (che pure è molto importante) e/o la gestione commerciale delle aziende. La Svizzera è piena, purtroppo, di grandi tecnici finiti male perché la grande micromeccanica non basta. I movimenti devi “vestirli” per trasformare i movimenti in orologi. E poi devi saperli vendere. Altrimenti nisba.

    Max Busser convince il marchio Harry Winston che non può competere con alcuno dei marchi tradizionali, a meno di trovare una strada propria. Come un vero talent scout (e forte della propria storia professionale), Max Busser inizia a collaborare con nomi allora poco conosciuti come François-Paul Journe, Antoine Preziuso, Christophe Claret, Felix Baumgartner, Robert Greubel & Stephen Forsey, Jean-François Mojon, Denis Giguet ed altri ancora. Molti hanno fatto marca a sé, altri lavorano come progettisti per altre marche, ma tutti hanno fatto strada, tutti sono ormai apprezzati per quel che meritano.

    È un modello di lavoro in cui Max Busser (prima con Harry Winston, e dal 2005 da solo) fa confluire le proprie capacità tecniche ed imprenditoriali, lanciando nel mondo del lusso tecnici geniali che non sempre un certo pubblico riesce apprezzare in quanto tali. Alcuni – diciamocelo – da soli fanno orologi eccellenti, ma francamente “noiosi”. Il metodo Busser prevede un interscambio equo, in fin dei conti, nel quale senza il “giocattolaio matto” anche il migliore dei purosangue rischia di rimanere fermo al palo. Nasce così la serie degli Opus. 

    Ah, chi storce il naso di fronte alla parola “giocattolo” ricordi che anche quel mago della micromeccanica che era Pierre Jaquet-Droz (1721-1790) costruiva, oltre ad orologi, anche automi semoventi d’ogni tipo. Giocattoli, appunto, veri e propri computer meccanici. E opere d’arte.
    E con questo dovremmo aver chiarito in quale contesto nasce la Legacy Machine Perpetual di Max Busser & Friends. Realizzato con la collaborazione del geniale Stephen McDonnell.

    Geniale perché McDonnell ha – parzialmente – reinventato la meccanica del calendario perpetuo. Dicesi calendario “perpetuo” quel dispositivo che consente, su un ciclo di quattro anni (da un bisestile all’altro) di indicare sempre il mese, il giorno della settimana e la data giusta. Perché perpetuo l’ho messo fra virgolette? Perché una eccezione del calendario gregoriano (quello che usiamo normalmente) prevede di saltare un febbraio bisestile ogni anno secolare non divisibile per 400. Per farla breve, nel 2100, che pure sarebbe bisestile, febbraio avrà 28 e non 29 giorni. E questo costringerà il proprietario di un orologio con calendario “perpetuo” a far avanzare manualmente la data di un giorno.

    Da un punto di vista pratico, esistono sostanzialmente due tipi di dispositivi per realizzare un calendario perpetuo. Il metodo antico prevede solo ingranaggi e ha il vantaggio di una programmazione che può essere regolata sia in avanti che indietro nel tempo. Moderatamente utile, perché tollera errori di gestione, ma micidialmente affamato di energia. Sono stati fatti tentativi, in orologi astronomici come una famosa trilogia di Ulysse Nardin, ma la strada è poi stata abbandonata o quasi. Poi c’è il metodo basato (ancora una volta!) su una invenzione fatta da Abraham-Louis Breguet nel 1795. Leve e camme programmate su un arco di quattro anni. Tutti i calendari perpetui moderni partono da lì.

    La stragrande maggioranza dei calendari perpetui consiste in moduli specializzati che vengono innestati su un movimento di base. Stephen McDonnell ha invece deciso di creare un movimento integrato, ossia un movimento che nasce proprio come calendario perpetuo. Max Busser, non contento, gli ha chiesto di adattare la sua idea alla collezione Legacy Machine. Con il bilanciere sospeso sul quadrante tramite un ponte.

    Non solo: McDonnell ha totalmente reimmaginato il funzionamento del calendario perpetuo per ottenere un movimento non troppo spesso (bilanciere a parte) e meno avido d’energia. Comunque (tanto per non sbagliare) utilizzando due bariletti, ben visibili dal fondello trasparente. Anche perché quando usi un bilanciere ampio e “lento” (18.000 alternanze/ora, come negli orologi da tasca) è meglio avere tanta energia per non mettere in discussione la costanza di marcia.

    Nella Legacy Machine Perpetual l’origine dell’impostazione a leve e camme programmate è ben riconoscibile, per un tecnico. Che però rimarrà sorpreso per l’apparente indipendenza del calendario perpetuo dal treno del tempo. Apparente perché Stephen McDonnell ha inventato un vero e proprio processore, una sorta di CPU meccanica programmata per fornire le indicazioni ad una serie di ingranaggi satelliti demandati alle diverse indicazioni temporali.

    Per il resto siamo nell’apparente normalità, con quattro pulsanti correttori e due splendidi indicatori per l’autonomia e per l’anno bisestile. Come al solito lascio alle didascalie qualche dettaglio tecnico in più, perché ce ne sono di davvero sorprendenti. Alcuni dubbi sul funzionamento li ho espressi direttamente a Stephen McDonnell. Il calendario può solo andare in avanti, vero? E come la mettiamo con la sicurezza delle regolazioni, ove qualcuno decidesse di incasinarsi la vita? E McDonnell ha risposto così:

    «Ci sono 4 correttori (pulsanti) per il QP: a ore 2 il giorno, a ore 4 mese, a ore 8 l’anno e quello a ore 10 per l’intero calendario (master). Tutti questi correttori spostano le funzioni in avanti nel tempo (lunedì → martedì → mercoledì; aprile → maggio → giugno, eccetera). Se i correttori fossero in grado di spostare le indicazioni in senso inverso, sarebbe impossibile mantenere la sincronizzazione del calendario, e le parti potrebbero persino rompersi. Quindi il design del meccanismo garantisce che con i pulsanti sia possibile solo la correzione in senso avanti.

    Per lo stesso motivo, anche il movimento di base può solo far avanzare il calendario. Se giri le lancette all’indietro dopo la mezzanotte, si attiva una levetta di sicurezza che impedisce al calendario di essere spostato all’indietro.

    Il meccanismo QP contiene un’intera gamma di dispositivi di sicurezza, che rendono impossibile la de-sincronizzazione permanente del sistema; nessuna combinazione di pulsanti o nessuna rotazione delle lancette in avanti o indietro può causare danni. È anche possibile ruotare le lancette all’indietro oltre la mezzanotte mentre si utilizza qualsiasi combinazione di correttori. Niente verrà rotto o definitivamente de-sincronizzato.

    La programmazione del processore meccanico avviene il 25 di ogni mese. In effetti, il meccanismo “legge” la camma del mese. Questa camma ha 12 passaggi variabili, ed è posizionata più o meno a ore 6. La ruota che trasporta questa camma porta anche la lancetta del mese. Quindi il 25, il meccanismo programma il processore con le informazioni che ha letto dalla camma del mese, cioè la lunghezza corretta del mese corrente. Da questo punto (25 del mese) fino al momento in cui il QP passa al primo del mese successivo, i correttori del mese e dell’anno saranno disattivati.

    Il motivo è duplice: in primo luogo per la sicurezza. Per evitare che le parti vengano danneggiate a causa della manipolazione dei correttori durante il periodo in cui il calendario avanza del mese (e dell’anno). In secondo luogo per praticità: se il calendario legge “maggio”, e programma 31 giorni per maggio il 25, e il giorno dopo si preme il correttore del mese per cambiare la lettura del mese in “settembre”, la programmazione di maggio rimarrà all’interno del processore, quindi l’orologio finirebbe per visualizzare settembre sì, ma con 31 giorni! La disattivazione dei correttori di mese e anno dal 25 fino all’inizio del 1° del nuovo mese garantisce che l’intera visualizzazione del QP rimanga sempre accurata. Il giorno e i correttori principali rimangono attivi in ogni momento.

    Per quanto riguarda il normale avanzamento del QP (come determinato dal movimento), il mese e l’anno avanzano entrambi istantaneamente; la data e il giorno si muovono semi-istantaneamente».

    Il MB&F Legacy Machine Perpetual è a tutti gli effetti un orologio per collezionisti. I prezzi sono elevati, ma in linea con la ridottissima produzione di un movimento completamente diverso da ogni altro. La logica meccanica mi porta a dire (ma tutti, al marchio, smentiscono vigorosamente) che Stephen McDonnell potrebbe avere in mente ulteriori evoluzioni (ad esempio una versione con più processori meccanici) che però richiederanno parecchi anni per arrivare in produzione. Sempre che arrivino.

    Sta di fatto che fino ad oggi gli orologi di MB&F hanno spuntato in asta ottime quotazioni, specialmente i modelli più originali o in edizione limitata. Dal momento che della Legacy Machine Perpetual sono disponibili ancora alcuni esemplari, ci sarebbe da farci un pensierino, se siete in grado di affrontare questo tipo di spesa. Per gli altri, il consiglio è come sempre di andare di persona a dare un’occhiata, se non altro per cultura personale. A Milano, ad esempio, in corso Magenta trovate GMT, il negozio dell’importatore, in cui è esposta gran parte della collezione.

  • Legacy Machine FlyingT, il tourbillon volant di MB&F

    Legacy Machine FlyingT, il tourbillon volant di MB&F

    Lo rivendico con autentico orgoglio: ho inventato io la definizione Mazinga Style, che inizialmente è stata vissuta con concreta diffidenza. L’ho inventata per definire gli orologi di Maximilian Busser, che però non fa orologi benché sia laureato in ingegneria micromeccanica. Max Busser e le sue Horological Machines – qui parleremo della Legacy Machine FlyingT – nascono da un progetto illuminato che richiede innanzitutto un po’ di storia.

    La origini
    Come dicevo Maximilian Busser ha un master (Università di Losanna, da sempre complice delle case d’orologeria) in ingegneria micromeccanica. La sua carriera lavorativa inizia con sette anni da manager nella Jaeger-LeCoultre, quella che ho sempre definito la marca dei “tecnici felici” e un giorno vedremo perché. Da Jaeger Busser si sposta alla Harry Winston (diamanti che più diamanti non si può ), dove crea una sezione d’orologeria (Harry Winston Rare Timepieces) impostata in maniera incredibilmente originale (per i tempi: era il 1998). Che si rivela l’unico modo per far digerire ai puristi intransigenti che un (sia pur grande) gioielliere possa fare orologi apprezzabili.

    Max (a proposito: è nato a Milano e parla un italiano perfetto) si trasforma in una sorta di manager generale per quei grandi artigiani della micromeccanica che sanno realizzare movimenti straordinari, ma che sono debolucci sul piano delle scelte estetiche, del marketing e persino della gestione economica. Non a caso negli ultimi trent’anni abbiamo visto stelle dell’orologeria artigianale nascere e morire. Proprio perché puoi avere gli orologi migliori del mondo, ma se non sei in grado di dominare tutta la filiera – compresa la scelta dei fornitori, che so, di vetri e li paghi troppo – alla fine perdi tutto.

    Max Busser – con la complicità di un’autentica vocazione al mecenatismo da parte di Harry Winston – crea gli Opus, oggetti straordinari sotto tutti i punti di vista, che consentono ad Harry Winston di conquistare il rispetto degli appassionati più intransigenti. La cosa va avanti con notevole soddisfazione di tutti fin quando, nel 2005, Busser (che ha 38 anni) fonda la Max Busser & Friends (o meglio MB&F, per esser più precisi). Il principio è praticamente lo stesso, ma portato alle estreme conseguenze. Maximilian è al centro di una struttura che si irradia verso l’esterno, lasciando ai singoli maestri orologiai la libertà di spaziare in altre attività.

    Ma il “carattere” dato da Maximilian si rivela vincente. Anche perché lui sa bene come stimolare i propri compagni di viaggio a superare qualunque limite, a partire dai propri. In sintesi: Maximilian Busser è un pazzo. E però la sua follia è sempre lucida. Da un punto di vista estetico noto quasi subito un’ispirazione proveniente da certi manga giapponesi e conio il termine “Mazinga Style”. E lui se la ride, perché Max viaggia sempre con qualcosa che rimanda a Jeeg Robot, come potete vedere nella foto in alto. Questa è comunque una prima ispirazione estetica: in seguito spazierà dal New Goth allo Steam Punk, sempre con risultati che sapranno conquistarsi l’ammirazione dei puristi.

    La Legacy Machine FlyingT
    I parenti più prossimi li troviamo nella collezione Horological Machines, in particolare nelle serie HM6 e HM7 Aquapod.
    Fondamentalmente la Legacy Machine FlyingT è un orologio meccanico a carica automatica con tourbillon volante. Ma questa definizione gli va molto, molto stretta. Non voglio farla lunga, ma il tourbillon volante è diverso da ogni altro perché non è fissato alle due estremità della gabbia, dalla platina e da un ponte, no.

    Il tourbillon volante (inventato nel 1920 da Alfred Helwing) è fissato solo alla platina, in modo che il ponte superiore non nasconda la quasi miracolosa leggerezza della gabbia. Inizialmente questa invenzione non fu baciata da grandi consensi perché nasceva sostanzialmente da motivi estetici e da un punto di vista tecnico nulla aggiungeva alla funzionalità del dispositivo. Per converso era più difficile da realizzare e in molti temevano per la solidità della gabbia quando sottoposta ad urti o vibrazioni. In realtà era semplicemente un dispositivo “di vanità”, è vero, che però costituiva una fenomenale sfida tecnica.

    Nel caso della Legacy Machine FlyingT, per giunta, muta totalmente la struttura del movimento. E muta – si badi bene – nel più totale rispetto delle motivazioni estetiche che avevano spinto Helwing ad inventare il tourbillon volante. In sintesi, abbiamo un normale movimento meccanico a carica automatica (normale si fa per dire: 100 ore di autonomia me le chiamate normali?), coperto da un finto quadrante forato dal quale spunta come un meraviglioso fungo il tourbillon volante.

    Attenzione, però: qualcuno ha scambiato i due sostegni laterali ad arco per un ponte che farebbe retrocedere la Legacy Machine FlyingT allo stato di tourbillon vulgaris. Un cavolo! I sostegni laterali servono sì a conferire maggiore solidità al tourbillon, ma sono solidali con la gabbia e ruotanti con essa. Semmai costituiscono un’ulteriore complicazione perché per bilanciare come si deve la gabbia è stato aggiunto un contrappeso ben dissimulato nella base della gabbia stessa. Una gran figata!

    Il tourbillon volante si staglia verticalmente sotto un vetro zaffiro a cupola. Ma per ottenere un vetro così fatto bisogna partire da un pezzo molto spesso di zaffiro sintetico. Che poi andrà lentamente vuotato e sagomato sia internamente che esternamente. Un piccolo capolavoro a sé, che da solo vale un buon orologio.

    E infine il quadrante vero, che è inclinato di 50° per consentire la lettura dell’ora solo a chi lo indossa. Anche in questo caso la cosa sembra semplice, ma non lo è. Le lancette di ore e dei minuti sono mosse come sempre da un asse (minuti) che ruota coassialmente ad un tubicino (ore); ma dal momento che il quadrante è inclinato, è necessario un particolare, minuscolo ingranaggio conico a doppia dentatura che consente di trasmettere il moto alle lancette sul quadrante laccato. A questo punto, come sempre indipendentemente dai gusti personali, questo orologio lo merita un applauso con ola o avete il cuore di pietra?