Giornale Degli Orologi
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Tag: SIHH

  • Il SIHH diventa Watches & Wonders. E gira il mondo

    Il SIHH diventa Watches & Wonders. E gira il mondo

    Negli scorsi anni c’è stata una vera e propria battaglia delle fiere specializzate, che ha avuto per protagonisti Baselworld e il SIHH, appunto. Fra manie di grandezza e autentici imbrogli, tutti – e i vecchi dirigenti di Baselworld in particolare – hanno perso il controllo della situazione. Quando una camera d’albergo passa dai 95/120 franchi svizzeri agli oltre 900 a notte, è chiaro che una o più persone se ne approfittano; (e non sto certo parlando di grandi alberghi: tutt’altro). Faccio notare che quando a Milano il costo degli alberghi lievita – ad esempio durante la Fashion Week – di tre o quattro volte, i giornali urlano allo scandalo.

    Sta di fatto che negli ultimi anni i costi della partecipazione a Baselworld sono talmente cresciuti che una enorme quantità di marchi sono scappati. E sono scappati nell’interesse dei compratori. Dal momento che tutte le spese convergono alla fine nel prezzo di vendita degli orologi, molti marchi si sono chiesti se potessero risparmiare proprio per tenere sotto controllo il prezzo degli orologi. Man mano che si andava avanti, la maggior parte degli operatori scoprivano che questa strada era tutt’altro che un ripiego, ma poteva far parte di un sistema.

    Contemporaneamente e sempre per far fronte al contenimento di costi (uno stand non troppo grande arrivava a costare, per una marca da poche decine di migliaia d’orologi, oltre un milione di franchi svizzeri), diventavano più competitive piccole manifestazioni fieristiche locali. Poco costose, ma efficaci almeno su specifici mercati. Proprio in questi giorni si svolge in Messico il Siar (Salón Internacional Alta Relojería), una fiera che sembra stia portando buoni risultati senza per questo costare troppo – oltre a raggiungere molti paesi del Sudamerica.

    In questo senso l’annuncio del cambio di nome del SIHH non va semplicemente letto come un gioco di marketing, ma come la creazione ufficiale di un vero e proprio circuito di manifestazioni fieristiche. Già lo scorso anno c’era stata Watches & Wonders a Miami, che aveva consentito agli operatori statunitensi un risparmio di tempo e danaro. E poi c’è la storica presenza di Watches & Wonders a Hong Kong (sia pure considerando le difficoltà attuali); cui probabilmente si aggiungerà qualcosa a Dubai (alcuni marchi già stanno muovendosi in questo senso) o da qualche altra parte in Cina. E così via.

    Chiamatela come volete: “globalizzazione localizzata”, chiamatela “tutti insieme, sì, ma nei mercati locali”, però qualcosa si sta muovendo. Perché alcuni operatori sanno finalmente dire di no, nell’interesse del compratore finale, a chi non è più capace di essere uno strumento utile per il mercato, anziché uno strumento per arricchire gli organizzatori. E già quest’anno, per quanto mi riguarda, farò un bel risparmio (di tempo, danaro e fatica) evitando di trasferirmi a Baselworld subito dopo il SIHH. O meglio: subito dopo Watches & Wonders Geneva. L’anno prossimo si vedrà.

  • Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Ho aspettato che la rabbia sbollisse un poco, prima di scrivere questo articolo. Perché a Baselworld, quest’anno, ho solo visto i resti di una fiera che frequento da più di trent’anni. E spiace – perché per certi versi ingiusto, come vedremo – dover annoverare fra i resti nomi più che illustri come Patek Philippe e Rolex. Che non si capisce bene cosa restino a fare.

    In realtà lo capisco bene: Rolex, Patek Philippe e uno zoccolo duro di marche non vogliono mollare perché sperano nel futuro. Sperano in un futuro che consenta all’orologeria svizzera di tornare unita (o quasi: sarebbe già una conquista) per mostrarsi su un palcoscenico internazionale. Oggi il frazionamento delle manifestazioni e la fuga degli espositori offre dell’orologeria svizzera un ritratto impietoso, che per altro non corrisponde affatto alla realtà di un settore capace di farsi concorrenza nel reciproco rispetto. Gli errori della vecchia gestione di Baselworld, sommati a quelli già messi in evidenza dai nuovi dirigenti, offrono invece una ingiusta caricatura dell’orologeria.

    C’era una volta

    Una volta, tanti anni fa, la “fiera di Basilea” era l’appuntamento fondamentale per l’intero settore. I produttori presentavano le novità e i negozianti venivano a vederle. Se fossero piaciuti le avrebbero ordinate, con consegne che di solito richiedevano parecchi mesi. A Basilea i produttori decidevano quali orologi mettere effettivamente in produzione e in quale quantità. Ho visto spesso orologi scomparire nel dimenticatoio perché i negozianti non li volevano e ho visto spesso diminuire i prezzi degli orologi di successo perché la forte richiesta consentiva di farlo, rendendoli ancor più competitivi e di successo. In una settimana circa, a Basilea, ogni produttore arrivava a fare, in ordini, fino al 90 per cento del fatturato annuale.

    C’era anche un forte indotto per la città di Basilea: come sempre accade alberghi e ristoranti aumentavano i prezzi, ma nulla che non accadesse anche altrove. E benché 29 anni fa le marche del gruppo Richemont (e altre, fra cui Audemars Piguet) avessero mollato Basilea per creare a Ginevra una propria manifestazione fieristica più esclusiva, la fiera di Basilea, che effettivamente aveva un carattere molto più popolare, non subì grandi conseguenze negative. In realtà proprio il carattere poco paludato di questa fiera (insieme a prezzi sopportabili e ben modulati in rapporto agli spazi) consentiva due cose essenziali: uno, offrire a tutti, anche alle piccole marche, vecchie e nuove, l’opportunità di presentarsi sul mercato; e due, consolidare l’immagine dell’orologeria come un settore essenzialmente svizzero, pur se tutti hanno sempre saputo che i numeri dei grandi produttori orientali erano e sono ben più consistenti.

    La svolta del 2003

    Molti ricordano che tutto è cambiato intorno al 2003, quando si verificò una forte epidemia di influenza aviaria. Allora le autorità decisero che tutti gli orientali venuti a Basilea per comprare erano sanissimi, mentre quelli venuti a vendere non solo erano molto, molto malati, ma dovevano tornare a casa immediatamente senza aver diritto ad alcun rimborso. La mansuetudine dimostrata dagli orientali sembrò far scattare qualcosa.

    La fiera di Basilea, anche nel (malinteso) tentativo di adeguarsi a Ginevra, con la ristrutturazione faraonica affidata a Herzog & de Mauron passò ad una sfrenata ricchezza: moltiplicazione dei prezzi da pagare per gli spazi, moltiplicazione (per dieci!) dei costi d’alloggio in albergo, stand milionari e tutto un crescendo wagneriano di spese e iniziative. I piccoli? O relegati in zone seminascoste della fiera, o costretti ad esporre all’esterno, in alberghi, negozi compiacenti (a caro prezzo) e persino banchetti da ambulante.

    Ora facciamo un gioco. Gira che ti rigira, dove pensate che il cetriolo dell’aumento dei costi andasse a finire? Sì, proprio nei prezzi degli orologi. Non erano aumenti poi pazzeschi (se la fiera ti costa 30 milioni di franchi e tu produci un milione di orologi si parla, tutto sommato, di trenta franchi), ma pur sempre aumenti.

    Baselworld: forze centrifughe e centripete

    Poi la crisi, poi il rallentamento dei mercati orientali, poi il digitale, poi le prime defezioni e la continua avidità di Baselworld, trasformatasi in una macchina dai costi esagerati, l’arroganza del “certi marchi è meglio perderli che trovarli”, l’intelligenza di chi ha pensato soluzioni alternative. Come l’idea di esportare “piccoli SIHH” in USA, Hong Kong e forse Dubai o quella, di Swatch Group, di prendere un palazzo d’uffici e fare una propria manifestazione commerciale, senza giornalisti. A questi ultimi verranno poi destinati incontri locali quando gli orologi saranno pronti per entrare in commercio. Sono soluzioni intelligenti ed efficaci, che però hanno un solo difetto: dividono ulteriormente l’orologeria svizzera, impediscono il ritorno ad un unico centro focale del settore.

    Non è un difetto secondario. Rolex e Patek Philippe restano non ostante tutto a Basilea proprio per fare da aggregante al settore. Nessuna delle due marche ha necessità di una vetrina commerciale (perché nessuna delle due riesce a produrre abbastanza orologi in relazione alle richieste del mercato) ed entrambe risparmierebbero cifre enormi standosene a Ginevra, nelle proprie sedi. Fino ad oggi hanno onorato il proprio ruolo di “fari” dell’orologeria svizzera. Ma per quanto tempo potranno ancora andare avanti a spendere (quasi) inutilmente decine di milioni di franchi svizzeri?

    Parliamone…

    Vorrei dire ai “signori di Baselworld”: cercate di capire a cosa serve, oggi, una manifestazione fieristica. Vendere? Incontrare gli amici? Incontrare la stampa? Ribadire la svizzerità degli orologi? Ascoltate quante più parti in causa potete, dai produttori ai negozianti, dai venditori ai giornalisti, e poi decidete.

    Vorrei anche dire ai “signori di Baselworld”: basta con certi prezzi. Comprendiamo tutti i vostri problemi di bilancio, ma non possiamo risolverli noi. E basta con il caro alberghi e il caro ristoranti. Da noi in Italia se un furbacchione fa pagare prezzi troppo cari intervengono i Carabinieri, la Finanza, la Polizia e magari anche la Forestale. Voi dite che non potete farci nulla? Peggio per voi. Sono disposto a pagare una camera anche tre volte il suo prezzo, ma se costa di più non se ne parla. Oggi il materiale stampa è sul cloud in tempo reale e pochi giorni dopo si svolgono manifestazioni locali che mi consentono di vedere e toccare gli orologi. A costo zero. Le migliaia di euro che mi costa la fiera non hanno più alcun riscontro pratico.

    E poi vorrei dire ai “signori di Baselworld”: sostenere che la fiera si deve digitalizzare è una banalità. Tutti hanno già digitalizzato da molto tempo. Diteci come vorreste farlo, nei dettagli. Oggi persino Google ha capito che non sempre conta la quantità dei contatti, ma la qualità. E non provate a inondarmi di materiale: vi considero come spam e buona notte ai suonatori. Cercate di capire come, quando e perché interagire con gli operatori. E con quali: l’orologeria è suddivisa in settori che hanno ciascuno esigenze diverse. L’unica esigenza comune si chiama Swiss Made.

    Cara Baselworld, diciamo le cose come stanno

    Continuo ancora. Sempre ai “signori di Baselworld” vorrei anche dire: l’anno prossimo la fiera si svolgerà a maggio, coordinata con quella di Ginevra – finisce una, inizia l’altra. Per alcune motivazioni circa la scarsa furbizia di questa operazione vi rimando a un altro articolo scritto prima di Baselworld.

    Qui vorrei solo aggiungere che anche gli operatori si sono resi conto della suddetta scarsa furbizia: se presentano a maggio i propri orologi, rischiano di non riuscire a consegnarli in tempo per le vendite estive né per quelle natalizie. Ma i rappresentanti della fiera giurano che non avevano scelta, vista la presenza di altre manifestazioni. Lasciare tutto com’era non vi è passato per la mente? È vero che chi viene da lontano risparmia un biglietto aereo di andata e ritorno, ma tutti gli altri? Sarebbe stato sufficiente offrire gli alberghi a non più di tre volte il prezzo solito per risolvere il problema economico. Ma anche questo non sembra accettabile.

    Concludo dicendo ai “signori di Baselworld”: smettetela di dire che i cambiamenti che pensate saranno effettivi fra tre o quattro anni, perché questo equivale a dire “abbiamo sbagliato, stiamo cercando di riparare, ma nel frattempo i prezzi di una fiera mal fatta continuate a pagarli voi”. No, grazie. C’è stata una conferenza stampa con tanto di streaming nella quale Michel Loris-Melikoff, Direttore generale della manifestazione fieristica, ha in sostanza annunciato una serie di provvedimenti di scarsissima consistenza e utilità, più la disponibilità a diminuire i prezzi di un 20/30 per cento.

    Serve ben altro. Baselworld va ripensata da zero per avere almeno un dimezzamento dei prezzi che le consenta di tornare ad essere il fulcro dell’orologeria svizzera. Bisogna consentire una presenza dignitosa, in fiera, a tutti: dai grandi ai piccoli marchi, dai potenti gruppi finanziari ai piccoli marchi indipendenti che cercano di trovare un proprio posto nel panorama del settore. Tutto il resto sono balle.

  • Dal Salone di Ginevra ai negozi. Trend e nuovi arrivi

    Dal Salone di Ginevra ai negozi. Trend e nuovi arrivi

    Il Salone di Ginevra è terminato da qualche settimana. Chiuso, ormai archiviato, metabolizzato. Spenti i riflettori sulle novità presentate dalle marche espositrici. Placati finalmente commenti e giudizi in merito a questo o a quell’orologio. Sedate perfino le polemiche degli incompetenti che dai profili social hanno gettato fango su intere collezioni. Bisogna meditare le cose prima di scriverle. Solo una perplessità, a questo proposito: che avesse ragione Umberto Eco? Quando diceva che “Twitter dà diritto di parola a legioni di imbecilli”. Oggi avrebbe esteso il discorso all’intera Rete… E magari se la sarebbe presa anche con me. Meglio lasciar perdere.

    Passiamo oltre. Ora che tutto questo è alle spalle, cosa rimane del Salone di Ginevra? Qual è il bilancio di chi ha trascorso intere giornate al Palexpo? Forse si possono solo raccontare le proprie impressioni. Come la consapevolezza che il mercato globale in realtà è frammentato. Lo si è visto nell’assenza di alcuni operatori internazionali (che evidentemente partecipano ad altre manifestazioni, organizzate nei loro luoghi d’origine). O nella creazione di molti modelli che per foggia e gusto sono destinati altrove, ad altri paesi lontani da noi. O ancora negli investimenti dichiaratamente dirottati verso Oriente, a scapito di nazioni come la nostra. Anche da segni come questi ci si accorge di quanto l’Italia sia scivolata giù nella classifica dei mercati importanti.

    Sono però rimaste in mente un po’ di idee riguardo a cromie e materiali dell’orologeria 2019. Cioè le tendenze che definiranno l’estetica dei nostri polsi: il blu, prima di tutto, colore prediletto ormai da qualche stagione e diffuso un po’ ovunque anche quest’anno. Ora comunque affiancato dal verde (fino a poco tempo fa improponibile, almeno in Italia), nelle sue tante sfumature: salvia, bottiglia, smeraldo, muschio… Confermato pure l’oro rosa (o rosso) come metallo favorito, accanto al bronzo. Spazio poi alle sperimentazioni, per esempio i composti a base di carbonio o di titanio. E alla tradizione dei mestieri d’arte, sinonimo di lusso personalizzato, al femminile giocati perfino in senso ludico.

    Al di là delle preferenze e delle considerazioni personali (discutibili, proprio perché soggettive), rimane impresso soprattutto il ricordo del Santos-Dumont. Un esemplare inequivocabilmente Cartier, riedizione di una vera e propria icona – della casa certo, ma soprattutto dell’intera storia dell’orologeria. Non una seconda linea ma una vera e propria collezione di punta, dalla qualità ineccepibile e dal prezzo molto, molto aggressivo. Un attacco frontale mosso al mercato da Cartier, considerato il fatto che sarà presto in vendita anche sul sito della maison.

    Del resto, permane la sensazione di aver visto molte collezioni pensate proprio per la vendita online, cui aderiscono sempre più marche (almeno con parte del catalogo). Perché alla fine, è proprio questo che conta per il pubblico: la possibilità di acquisto. Il “quando potrò comprarlo” è l’unico vero dubbio che rimane agli appassionati, sia a quelle 3000 persone “esterne” che hanno visitato il Salone di Ginevra l’ultimo giorno di apertura, sia a quei milioni che lo hanno seguito da casa, dallo smartphone o dai giornali. Ecco quindi una selezione di modelli esposti al SIHH dalle principali maison e in arrivo nei negozi. I primi disponibili, su cui poter mettere le mani.

    A.Lange & Söhne Lange 1 “25th Anniversary”
    Cassa (38,5 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica manuale, di manifattura, con platina a ¾, ponte del bilanciere inciso a mano, doppio bariletto, autonomia di 3 giorni, Grande Data Lange saltante. Edizione limitata di 250 esemplari, in vendita da febbraio/marzo. 44.800 euro.
    Celebra i 25 anni dell’orologio simbolo della Manifattura, uscito nel 1994 dopo la ri-fondazione ad opera di Walter Lange e Günther Blümlein. E ne riprende fedelmente l’estetica, dall’indicazione decentrata di ore e minuti al grande datario a scatto istantaneo.

    Audemars Piguet Code 11.59 Automatico
    Cassa (41 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica manuale, di manifattura, con autonomia di 70 ore e datario. In vendita da febbraio nelle boutique monomarca. 27.700 euro.
    Assoluta novità della Maison, è stata fra le collezioni più discusse dell’intero SIHH. Comunque notevole per la costruzione della cassa, il vetro dalla doppia bombatura, l’alta qualità delle finiture. Inclusi quattro nuovi calibri prodotti in-house.

    Baume & Mercier Classima Lady
    Cassa (27 mm) in acciaio. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante in madreperla con diamanti, bracciale in acciaio. In vendita da aprile. 1.690 euro.
    Collezione passe-partout, perfetta in tutte le occasioni e con qualsiasi look. Declinata in 3 misure (27, 31 o 34 mm di diametro) e in diversi allestimenti, anche con movimento automatico.

    Cartier Santos-Dumont
    Cassa (33 o 38 mm) in acciaio. Movimento al quarzo, di manifattura, ad alta autonomia (6 anni circa). In vendita da maggio. Da 3.550 euro.
    Discende direttamente dal modello originale, datato 1904 (il primo orologio da polso documentato della storia). Ma rispetto al celebre predecessore adotta un movimento al quarzo. Che oltretutto gli permette di aggredire il mercato con prezzi super-competitivi.

    Girard-Perregaux Laureato Perpetual Calendar
    Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, di manifattura, con autonomia di 54 ore e calendario perpetuo. Quadrante Clou de Paris, bracciale in acciaio. In vendita da marzo. 35.300 euro.
    Monta un calibro realizzato ad hoc: facile da regolare, riporta sul quadrante un’insolita disposizione delle informazioni. Basata non sulla solita simmetria, ma sull’equilibrio delle indicazioni decentrate.

    IWC Pilot’s Watch Chronograph Spitfire
    Cassa (41 mm) in acciaio, impermeabile fino a 6 atm e con cassa interna in ferro dolce. Movimento meccanico a carica automatica, di manifattura, cronografo con secondi continui e funzione day-date. In vendita da aprile. 6.450 euro.
    Dedicato, come il resto dell’omonima collezione, allo storico “caccia” britannico, prende ispirazione dal celebre Mark XI, l’orologio da navigazione prodotto per la RAF a partire dal 1948. Qui opportunamente riaggiornato, nella meccanica e nelle proporzioni.

    Jaeger-LeCoultre Dazzling Rendez-Vous Moon
    Cassa (36 mm) in oro bianco, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, di manifattura, con fasi di luna. Quadrante in madreperla con diamanti, incastonati anche su lunetta, anse e corona (3.43 carati in totale). In vendita da aprile. 51.500 euro.
    Autentico gioiello da polso, associa alla più femminile delle complicazioni un’estetica preziosa. Da notare la lunetta tempestata con una doppia fila di diamanti taglio brillante, di diverse dimensioni, incastonati a griffe per esaltarne la lucentezza.

    Montblanc 1858 Automatic Chronograph
    Cassa (42 mm) in bronzo, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, cronografo con secondi continui. Certificato dal Montblanc Laboratory Test 500. Edizione limitata di 1858 esemplari, in vendita da aprile. 4.800 euro.
    Rende omaggio alla manifattura Minerva, fondata appunto a metà Ottocento e ormai integrata nella maison della stella bianca. Ma in parallelo evoca il mondo delle esplorazioni e della vita outdoor, nei materiali e nei colori “naturali”. 

    Panerai Submariner Carbotech 47 mm
    Cassa (47 mm) in Carbotech, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, di manifattura, con doppio bariletto, autonomia di 3 giorni, piccoli secondi e datario. Lancette e indici luminescenti a emissione azzurra e verde, ghiera girevole unidirezionale. In vendita da marzo. 17.400 euro.
    È realizzato in un esclusivo materiale a base di fibra di carbonio “legato” a un polimero (il PEEK), che risulta più leggero ma più resistente della ceramica o del titanio, e altrettanto inattaccabile dalla corrosione.   

    Parmigiani Fleurier Toric Chronomètre Quadrante Guilloché
    Cassa (40,8 mm) in oro rosso. Movimento meccanico a carica automatica, di manifattura, con doppio bariletto, autonomia di 55 ore, certificato ufficiale di cronometro (COSC). In vendita da marzo. 23.300 euro.
    Interpretazione contemporanea dello stile “dorico”, peculiare per la lunetta zigrinata e la nuova decorazione incisa a mano sul quadrante. Meccanica impeccabile, nella costruzione come nelle finiture.

    Piaget Polo S
    Cassa (42 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, di manifattura, con autonomia di 50 ore e datario. Edizione limitata di 500 esemplari, in vendita da maggio. 9.450 euro.
    Mantiene la consueta ispirazione sport-chic, ma si rinnova del tutto nel colore. L’intensa monocromia verde, però, sul quadrante assume diversi riflessi grazie alla tipica godronatura orizzontale. Interessante il prezzo. 

    Richard Mille Bonbon RM 07-03 Automatic Marshmellow
    Cassa (32,3 x 45,32) in ceramica Atz bianca, Tzp lavanda e oro rosso, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica con platina e ponti in titanio grado 5, bilanciere a inerzia variabile, rotore a geometria variabile, autonomia di 50 ore. Quadrante in titanio smaltato a mano, carrure con tzavoriti, zaffiri rosa e citrini. Edizione limitata di 30 esemplari, in vendita da maggio/giugno nelle boutique monomarca. 156mila euro.
    Pop art da indossare al polso, secondo gli addetti ai lavori. Golose delizie da mangiare con gli occhi dedicate alle signore. Solo per poche.

    Roger Dubuis Excalibur Aventador
    Cassa (45 mm) in titanio. Movimento meccanico a carica automatica, di manifattura, con bilanciere inclinato di 12°, doppio bariletto, autonomia di 60 ore. Carrure rivestita di caucciù. Edizione limitata di 88 esemplari, in vendita da giugno. 48.200 euro.
    Nato dalla partnership con Lamborghini e dedicato all’omonima super-car, è uno degli ultimi esponenti del cosiddetto “Mazinga Style”. Interpretato però con una meccanica sopraffina.

    Ulysse Nardin Skeleton X
    Cassa (42 mm) in titanio nero Dlc. Movimento meccanico scheletrato a carica manuale, di manifattura, con bilanciere in silicio, indicazione dell’autonomia di 92 ore (sul fondello). In vendita da febbraio/marzo. 17.500 euro.
    Monta il calibro UN-371, basato sull’UN-171 ma completamente ridisegnato. Fornito di una lunga autonomia e di un nuovo bilanciere in silicio, grande e leggerissimo (con contrappesi in nickel e microlame stabilizzatrici), esprime l’arte della scheletratura in chiave contemporanea.

  • Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Un successo con moltissime luci e poche ombre: il SIHH (Salon International de la Haute Horlogerie) si è confermato come un appuntamento importante, ben organizzato e utile. Per quanto mi riguarda la cosa più importante è stata la conferma che gli organizzatori della manifestazione, capitanati da Fabienne Lupo, cercano tenacemente di risolvere i problemi che man mano si presentano. È una bella dimostrazione di rispetto per quanti frequentano la fiera, contrariamente a quanto è avvenuto sinora per Baselworld, quello che avrebbe dovuto essere l’appuntamento più importante. Per capire meglio separiamo subito i due tipi di problemi rimanenti. Distinguendo fra quelli che riguardano soli gli operatori e quelli che coinvolgono invece anche i compratori.

    SIHH: i problemi per gli operatori…

    Partiamo dai primi. Servirebbe un ulteriore potenziamento dei mezzi di trasporto che dagli alberghi portano alle fiere, spesso così pieni da dover lasciare a terra qualcuno. Il che nel freddo gennaio ginevrino non è certo un piacere. La situazione comunque è ampiamente migliorata rispetto a qualche anno fa. Si arriva in fiera e c’è una prima fila di controlli al metal detector, come quelli in aeroporto. Anche in questo caso si creano ingorghi notevoli, specialmente al mattino. Rispetto allo scorso anno i posti di controllo sono più o meno raddoppiati, ma file di un quarto d’ora sono all’ordine del giorno. Un quarto d’ora in piedi, dopo aver passato in piedi al freddo l’attesa dell’autobus e poi in piedi anche il tragitto, è già pesante e la fiera ancora non è iniziata. Anche perché bisogna superare una terza fila al guardaroba, per chi se ne serve.

    Sono aspetti sicuramente migliorabili, ma comunque vedere che di anno in anno gli organizzatori si danno da fare per risolverli è già positivo. Dopodiché ci sono ovviamente ingorghi ad ora di pranzo (benché quest’anno le chilometriche attese per un pasto siano drasticamente diminuite) perché dar da mangiare ad oltre ventimila persone è un bell’impiccio. E infine un problema che però riguarda i singoli espositori: le sessioni di presentazione, militarmente organizzate, in alcuni casi non prevedono la possibilità di sedersi o di sedersi con il sacrosanto conforto di uno schienale. In fiera (sulla moquette: quasi camminare sulla sabbia) si percorrono, misurati, fra gli undici e i dodici chilometri al giorno. Non consentire una seduta comoda è puro sadismo.

    …e quelli per i compratori

    Dopodiché i veri problemi. Quelli che riguardano il tipo di informazione che bisogna fornire al compratore finale. Alcuni si limitano a una foto, magari al proprio polso, e più o meno a quel che la cartella stampa contiene. E i giornalisti che cercano, studiano, vanno a ravanare toccando gli orologi, studiandone i dettagli, parlando con i tecnici. Ogni tipo d’informazione, se indipendente, corretta e ben verificata, deve essere considerata una benedizione. Ma è chiaro che i due tipi d’informazione hanno bisogno di tempi diversi per la raccolta dei dati e la loro elaborazione.

    Quest’anno ad ogni sessione (45 minuti) partecipavano fra i 20 e i 25 fra informatori e giornalisti italiani, con il risultato di una ressa intorno agli orologi per esaminarli o fotografarseli al polso. Non ho mai avuto (frequento il SIHH dalla prima edizione e ne ho saltata solo una perché malato) così poche informazioni come questa volta. Nei prossimi tempi saremo in grado di parlare come a noi piace solo di pochi orologi: non va bene. E nemmeno gli informatori erano poi molto soddisfatti, benché le cartelle stampa fossero disponibili telematicamente in tempo reale.

    Il problema è tale che sono il primo a chiedermi se nel futuro varrà la pena di tornare al SIHH o se non sarebbe meglio aspettare le presentazioni successive, che si susseguiranno in ciascuna nazione. Ma così, mi dirà qualcuno, ti perdi l’effetto sorpresa, l’anticipazione. Vero, ma in fin dei conti sono davvero pochissimi i lettori che davvero vogliono conoscere con mesi di anticipo quel che sarà nei negozi chissà quando. È una informazione – la data di entrata in commercio – che cerchiamo sempre di fornire perché una parte importante del nostro lavoro (e del nostro rapporto con i lettori) consiste nell’indicare quali dettagli andare a leggere di un orologio. In un negozio. Se abbiamo fornito informazioni corrette avremo reso un buon servizio: chi legge saprà di potersi fidare e vivremo tutti meglio. Ma se l’orologio non c’è, perché parlarne, a meno che la commercializzazione non sia prossima? Sono rari come mosche bianche i compratori che decidono di mettersi a risparmiare per l’eventuale acquisto di un orologio che non possono nemmeno toccare con mano. Questa storia delle anticipazioni è, nella maggioranza dei casi, una distorsione inutile della corretta informazione.

    La comunicazione

    Resta comunque il problema dei tempi per esaminare, in fiera, gli orologi. Francamente non riesco a pensare una soluzione perché mi rendo conto che gli operatori, tutti, fanno già sforzi immensi per soddisfare le esigenze di migliaia fra informatori e giornalisti di tutto il mondo. Dedicano tempo, persone e risorse economiche alla comunicazione, ma far di più è forse impossibile. Viene il dubbio che paradossalmente il SIHH (che quest’anno ha perso Van Cleef & Arpels, il prossimo perderà Audemars Piguet e Richard Mille) rischi di essere soffocato dal proprio successo. Dopotutto era nato come una sorta di salotto riservato dell’Alta Orologeria, con ingressi riservati a poche marche e pochi operatori.

    Oggi è una kermesse di proporzioni enormi anche per l’abitudine ormai consolidata di trovare – fuori dagli spazi della fiera, ma in giro per Ginevra – marchi di alta e bassa gamma che non vogliono perdere l’attenzione degli operatori invitati al SIHH. È un fenomeno parassitario che non accenna a diminuire e del quale bisogna comunque tener conto perché sta aumentando in maniera importante e talvolta anche interessante. Che fare, allora?

    Ho incontrato – in un raro, per entrambi, momento di pausa – Fabienne Lupo che mi ha brevemente ribadito la sua soluzione: manifestazioni fieristiche locali tali da coinvolgere sezioni grandi del mercato senza costringere a troppi viaggi troppo lunghi nello spazio e nel tempo. Il SIHH di Ginevra potrebbe restare come evento per gli operatori europei, cui si aggiungerebbe (era già stato fatto nel passato) una fiera ad Hong Kong, ad esempio, e quella già prevista negli Stati Uniti: gran parte delle marche del SIHH si trasferirà a Miami dal 15 al 17 febbraio per Watches & Wonders.

    Una strategia, questa, che aprirebbe nuove interessantissime prospettive per tutti, specialmente se sincronizzata con una nuova programmazione della produzione, concepita per non ingorgare troppo i sogni e le tasche dei compratori. Ma questo vorrebbe dire svuotare almeno in parte le altre fiere del settore in favore di un futuro che sembra essere sempre più imperniato sulle nuove tecnologie associate agli eventi locali. Interessante…