Giornale Degli Orologi
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Tag: Smalto

  • Gli smalti secenteschi – parte 1: da Blois a Ginevra

    Gli smalti secenteschi – parte 1: da Blois a Ginevra

    Torniamo a parlare di orologi da persona: soffermandoci, quest’oggi, su alcune rarità di grande bellezza. Parleremo degli orologi del XVII secolo, addentrandoci nella storia dei meravigliosi smalti che adornavano le casse degli esemplari più ricercati. Vere opere d’arte, raramente compaiono sul mercato: gli smalti secenteschi sono delicatissimi, fragili tesori presenti solo in collezioni importanti e nei più ricchi Musei di orologeria.

    L’arte dello smalto

    Tecnica antichissima, lo smalto era già noto agli Egizi. I colori e la brillantezza delle decorazioni smaltate, con la loro superficie lucente, hanno sfidato i millenni. La decorazione a smalto è ottenuta per deposizione di polveri colorate a base vetrosa in sospensione su un supporto idoneo, solitamente metallo o ceramica. La temperatura di cottura, che permette allo smalto di assumere la tipica consistenza vitrea, è variabile: solitamente, tra i 500 ed i 1000°C.

    Anticamente, in assenza di termometri e di sistemi elettronici di controllo del calore e della costanza termica, sapere come ottenere la temperatura esatta e come mantenerla per il tempo necessario erano veri e propri segreti del mestiere. Il risultato, però, era straordinario. Le decorazioni a smalto rivaleggiavano con le pietre preziose – anticamente tagliate quasi sempre a cabochon – per luminosità, intensità di colore e brillantezza. In più, lo smalto permetteva ai più fini tra i maestri dell’arte di esibirsi in decorazioni che in alcuni casi rivaleggiavano con la grande pittura.

    Indossare un’opera d’arte

    Fino al XVII secolo, l’orologio da portare addosso era solitamente sobrio, con la cassa in ottone o in argento, lucida ma priva di particolari decorazioni. Poi, subì il mutamento del gusto introdotto dal fasto barocco. Per prima cosa, le casse di maggior pregio furono realizzate in oro, materiale fino ad allora quasi sempre evitato per le sovrapposizioni di competenze tra la corporazione degli orafi e quella degli orologiai.

    Oggetto di lusso, destinato a pochi facoltosi clienti, l’orologio si arricchì e divenne uno status symbol ancor più di quanto non fosse in precedenza. Paesaggi, bouquet floreali, scene di soggetto mitologico o sacro, riproduzioni di opere celebri e perfino ritratti… Il pittore miniatore su smalto era un artista ricercatissimo dai ricchi committenti. Grazie ai temi vivaci e alla brillantezza dei colori, e sfruttando l’intero repertorio delle incisioni e delle tendenze pittoriche dell’epoca, gli smalti secenteschi conobbero altissimi livelli di esecuzione artistica.

    La Francia, la patria degli smalti

    Già dal Medioevo la ricca città francese di Blois ospitava artisti e artigiani in grado di produrre autentici capolavori. Fu in questo centro che l’arte dello smalto trovò nuova linfa, nel XVI secolo. E furono proprio nativi di Blois i primi maestri smaltatori che si dedicarono a impreziosire le casse degli orologi da persona. Secondo la tradizione, l’inventore di una tecnica innovativa che portò allo sviluppo della miniatura su smalto fu Jean Toutin (1558/1644). Fu lui a scoprire che gli smalti colorati, se applicati su una base di smalto bianco precedentemente cotto, non si sarebbero fusi, nonostante le ripetute cotture successive. Adoperando il suo metodo, gli smaltatori iniziarono a dipingere un po’ come i pittori su una tela, con una dovizia di particolari fino ad allora inimmaginabile.

    Impossibile poi non ricordare, fra tanti abilissimi artisti, la dinastia degli Huaud (un nome che talvolta compare nelle varianti Huault o Huauld), grazie ai quali l’arte dello smalto applicato alle casse degli orologi raggiunse autentiche vette. Erano quelli i tempi delle grandi battaglie tra Protestanti e Cattolici: molti, tra gli smaltatori, non nascondevano la loro inclinazione, quasi sempre ugonotta. Perseguitati per la fede protestante, gli Huaud si rifugiarono a Ginevra, insieme ad altri, meno insigni, ma comunque eccellenti maestri.

    Pierre I Huaud (1612/1680), nato poco lontano da Blois, si trasferì in Svizzera già nel 1630. Purtoppo al giorno d’oggi bon sopravvivono pezzi noti realizzati da lui. Sappiamo però che era maestro nell’arte degli smalti e la insegnò ai tre figli: Pierre II (1647/1698 circa); Jean-Pierre (1655/1723) e Ami (1657–1724). Il primogenito, forse il più celebre della famiglia, si trasferì nel 1685 a Berlino, dove – grazie alla sua bravura – divenne artista di corte dell’Elettore di Brandeburgo. Chiamò a raggiungerlo anche i fratelli minori, con cui diede inizio a una produzione di altissima qualità, ancor oggi assai ambita dai collezionisti e – come prevedibile – talvolta oggetto di falsificazioni.

    La nuova capitale degli smalti secenteschi

    L’arte dello smalto era ricercatissima, oltre che per decorare e arricchire gli orologi, per impreziosire gioielli e ogni sorta di oggetto pregiato, dai calici ai cofanetti, sempre naturalmente parlando di pezzi a livello di Wunderkammer.
    Ginevra accolse gli smaltatori come aveva già accolto gli orafi e gli orologiai. E divenne una nuova patria, in cui operare e dare il meglio di sé. Blois perse ogni importanza, come centro di produzione degli smalti e il testimone giustamente passò alla città sul Lemano, dove i discendenti e gli allievi degli antichi artisti continuarono a portare avanti una tradizione di qualità che si adatterà ai mutamenti del gusto e delle mode.

    Continua…

  • Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase, così Breguet

    Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase, così Breguet

    Ci sono orologi che si riconoscono subito, fin dalla prima occhiata. Quelli che, appena li guardi, sai benissimo chi li ha fatti e a quale collezione appartengono. Perché presentano una combinazione di caratteristiche che ne dichiarano apertamente l’identità. Ancora più facili da identificare, poi, quando presentano stilemi codificati da secoli. Come nel caso degli ultimi Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase, inconfondibilmente Breguet. Non cloni o repliche di pezzi già esistenti o esistiti, appena ritoccati nelle proporzioni o in dettagli infinitesimali – piuttosto evoluzioni, variazioni sul tema sviluppate in una rinnovata estetica, filtrate con il gusto più attuale. E per questo ben riusciti. Quasi come in un cocktail, in cui ingredienti noti ma dosati in diverse proporzioni sono mixati fino a ottenere un sapore del tutto nuovo.

    Un po’ è merito della collezione Classique, che per impostazione riflette con fedeltà le regole tecniche, i canoni artistici e i valori tipici della Maison Breguet. “Una sublimazione della storia e delle peculiarità di Breguet”, la definiva giustamente un vecchio catalogo. Così, in questi e in altri modelli, si incontrano i materiali pregiati usati anche in passato con i segni distintivi caratteristici della Casa. Ma un po’ di merito va anche alle stesse referenze 5177 e 7787, in produzione almeno dagli anni Dieci del nuovo Millennio (se non ancor prima), e diventati punti di riferimento per i collezionisti e i fan della Marca.

    Tratti inconfondibili

    Ecco allora che i nuovi Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase presentano elementi costruttivi comuni, molto significativi. A cominciare dalla cassa in platino, metallo nobile per eccellenza adottato per la prima volta dai due esemplari. Ricco di qualità, è lucente e prezioso, molto duttile e malleabile, resistente alla corrosione, inattaccabile dall’ossidazione e perfettamente biocompatibile… La anse dritte e saldate, la carrure scanalata sono invece ricorrenti nella collezione. Poi il quadrante in smalto Grand Feu, dalla bellezza incorruttibile in grado di attraversare i secoli. Tecnica ancestrale, autentica sfida densa di incognite, si serve di pigmenti minerali e temperature elevate (fra gli 800 e i 1200 °C) per ottenere una profondita cromatica senza eguali.

    Celeberrime le lancette à pomme evidée, qui in acciaio rodiato per questioni di leggibilità (di solito sono invece azzurrate alla fiamma, come vuole la tradizione) e le cifre Breguet, color argento cipriato, che appaiono in rilievo grazie al delicato décalque in polvere finissima. Quindi la firma segreta, del tutto invisibile a meno che non si guardi il quadrante con luce radente, in determinate inclinazioni. Un sistema anticontraffazione utilizzato da Abraham-Louis Breguet a partire dal 1795 circa – i falsi erano una iattura anche all’epoca – e realizzato con un pantografo a punta secca. Nel Classique 5177 la si riscontra tra il centro e le ore 6, mentre nel Classique 7787 Moonphase fra il centro e le ore 3. Il carattere tipografico, corsivo, riprende la stessa calligrafia voluta dal fondatore dela Casa.

    Il Classique 5177

    Più nel dettaglio, si tratta di un orologio sottile (se non proprio extra-piatto), elegantissimo. Da sera, anzi da gran sera, sarebbe perfetto anche con uno smoking e perfino con un tight. La cassa misura 38 mm di diametro ed è sottile solo 8,8 mm. Il total look nero ben interpreta lo stile essenziale – verrebbe da dire neoclassico – e la purezza delle linee derivata direttamente dagli esemplari da tasca di Abraham-Louis Breguet. Se mi guardo indietro nel tempo, ne ricordo almeno due precedenti, sempre con il quadrante in smalto Grand Feu: bianco, uscito nel 2012, e blu, nel 2019. Senza contare quelli degli anni 2012/13 con il quadrante guilloché – che sembrano provenire da un’altra famiglia, tanto sono diversi.

    Dal punto di vista meccanico, è animato dal calibro 777Q. A carica automatica, fornito di funzioni semplici come i secondi al centro e il datario a ore 3, coniuga tecnologia e tradizione. È dotato infatti di 55 ore di autonomia e di componenti in silicio (spirale piatta, àncora e ruota di scappamento), che ne aumentano l’affidabilità cronometrica. Ma vanta anche elementi estetici d’antan: come il profilo di alcune ruote, ripreso da certi Breguet della fine del XVIII secolo, o la massa oscillante in oro guilloché, con un motivo definito dalla Maison “a mosaico stellato”. Voglio ricordare infatti che la rabescatura effettuata rigorosamente a mano con gli antichi torni, è una specialità della Manifattura Breguet.

    Concludo con un’osservazione: le finiture di tutti i componenti (Côtes de Genève, perlage, anglage) creano un bel contrasto con la sobria semplicità del quadrante… Infine il prezzo al pubblico: 43.800 euro. E passo all’altro esemplare.

    Il Classique 7787 Moonphase

    Altrettanto elegante, ma più complicato, il Classique 7787 Moonphase presenta appunto le fasi e l’età della Luna a ore 12, e l’indicazione dell’autonomia residua a ore 6. Prende ispirazione da un celebre “tasca” di Abraham-Louis Breguet, il N°5: un perpetuelle venduto – secondo gli archivi della Casa – a Monsieur Journiac Saint-Méard nel 1794. Le funzioni in effetti sono le stesse, anche se nell’esemplare moderno hanno una diversa collocazione – e quello antico aveva pure una ripetizione quarti “à toc”. Nella collezione contemporanea, il Classique 7787 Moonphase ha esordito nel 2011 in due formati di cassa: da 39 e da 36 mm di diametro (quest’ultimo con diamanti), entrambi con quadrante guilloché a Clous de Genève. L’anno successivo è uscito anche con quadrante bianco in smalto Grand Feu e cassa in oro rosa – declinato poi, nel 2019, con cassa in oro bianco.

    Ad accomunare tutte le referenze (anche quelle non più in produzione) è il movimento, meccanico a carica automatica: il calibro 591 DRL. Anch’esso con componenti in silicio (gli stessi del precedente: spirale piatta, ancora e ruota di scappamento), ha un’autonomia di 38 ore, come riporta appunto sul quadrante. Il che è oggettivamente un po’ poco per gli standard attuali. In compenso però possiede fasi lunari astronomiche, che devono essere corrette di un giorno ogni 348,7 anni. Grazie all’aggiunta di un pignone sul disco delle fasi di luna, calcola un mese sinodico di 29,5303498 giorni invece dei consueti 29,5 giorni proposti di solito. Con un’approssimazione migliore rispetto ai 29,53058888 giorni effettivi della rivoluzione lunare attorno alla Terra.

    Anche in questo caso, il movimento presenta le lavorazioni tipiche dell’alta orologeria: massa oscillante decorata a chicchi d’orzo, ponti a Côtes de Genève, perlage altrove e anglage dove necessario. Mentre il prezzo al pubblico raggiunge i 52.100 euro. Non poco in assoluto, ma coerente con gli altri esemplari complicati in catalogo.

  • Alto Artigianato 2024: a Ginevra, le meraviglie di Patek Philippe

    Alto Artigianato 2024: a Ginevra, le meraviglie di Patek Philippe

    Si sta per chiudere il sipario su Watches and Wonders e già vi mancano le meraviglie orologiere? Se siete ancora a Ginevra, potete andare a rifarvi gli occhi ai Salons Patek Philippe in rue du Rhône 41, dove la Manifattura ha organizzato anche quest’anno l’ormai tradizionale mostra di esemplari d’arte. S’intitola Alto Artigianato 2024 e riunisce 82 pezzi – fra orologi da polso, da tasca e da tavolo, come le celebri pendulette Dôme – realizzati appunto con i mestieri rari. Si tratta della più grande collezione mai esposta dalla Maison, che così dimostra come perpetuare i savoir-faire non sia solo un mezzo per salvaguardare la tradizione dell’orologeria ma anche per rinnovarla.

    L’Alto Artigianato di Patek Philippe

    Fin da quando è stata fondata, nel 1839, Patek Philippe infatti coltiva nei propri laboratori le tipiche attività artigianali di decorazione, presenti nella città sul Lemano già nel XVII secolo e tramandate attraverso generazioni di orologiai. Con la famiglia Stern, che tiene le redini della Maison dal 1932, il patrimonio di conoscenze dei maestri smaltatori, incisori o incastonatori è stato definitivamente messo in salvo, oltre che dirottato verso un continuo progresso. E, soprattutto negli ultimi decenni, affiancato dall’adozione di nuove tecniche, magari mutuate da altri settori e anche applicate in forme miste, così da ottenere effetti sempre più realistici. Per non dire straordinari.

    Mi spiego meglio. Da un lato ci sono i consueti (famosi, ma non per questo meno rari) métiers d’art: come i tanti tipi di smalto – Grand Feu cloisonné, champlevé, flinqué, traslucido, grisaglia, paillonné, pittura miniata –, accanto all’incisione a bulino, al guillochage e ai diversi tipi di incastonatura, a griffe, a binario, serti neige… talvolta spinti al limite del possibile. Dall’altro metodi di lavorazione innovativi per l’orologeria, come lo smalto Longwy su porcellana, il blanc de Limoges, i micro-intarsi di legno o di madreperla. Il tutto adottato di volta in volta singolarmente (mi verrebbe da dire “in purezza”) o attraverso l’uso calibrato di diverse tecniche nello stesso pezzo, associate in libertà, con vere e proprie ricerche e sperimentazioni.

    Lo scibile in mostra

    Lo si vede bene negli esemplari esposti nella mostra Alto Artigianato 2024. Nei quali il virtuosismo tecnico è sempre assoggettato a un’incredibile creatività, che prende spunto da innumerevoli fonti di ispirazione per ricomporre l’intero mondo in miniatura. Una serie di orologi, per esempio, celebra la bellezza della Natura, intesa in tutte le sue manifestazioni, dalla flora alla fauna fino ai paesaggi: ecco allora le garzette, le carpe e le ninfee, i rami di biancospino, l’orso che cattura un salmone, o ancora le mante e i pesci dell’oceano, la rigogliosa vegetazione della giungla.

    Ci sono poi immagini di una Natura educata dall’Uomo: i giardini zen giapponesi e quelli di Versailles, la primavera in Olanda, la rada di Ginevra delle vecchie cartoline color seppia… E le vedute dei panorami ripresi dagli artisti del passato: il Ponte di Rialto del Canaletto, il lago di Thun del bernese Ferdinand Hodler. Sempre in tema di grandi pittori, ecco Le Muse di Alfons Mucha, L’albero della vita di Klimt e Le ninfee di Monet. Ma c’è spazio anche per gli sport, dal surf praticato alle Hawaii ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, le passioni come la musica e il biliardo, oppure il “sogno americano” illustrato dai treni e dalle potenti auto degli anni Sessanta.

    Innumerevoli i soggetti, dai mandala ai motivi hawaiani, dal francobollo rotondo neozelandese alle toiles de Jouy francesi. Impossibile citarli tutti. E poi, ancora, ci si sposta in cielo: una selezione di modelli raffigura perfino le costellazioni dei segni zodiacali, tratte da antiche incisioni. Sì, perché ciascun quadrante, ciascun orologio racconta una storia e meriterebbe un approfondimento, sia per il tema raffigurato, sia per le tecniche utilizzate. Propongo qualche “assaggio” nella gallery in alto, ma è ben poca cosa rispetto a quello che si trova nelle vetrine di Alto Artigianato 2024.

    Alto Artigianato 2024: informazioni pratiche

    All’interno delle tre sale dei Salons Patek Philippe, oltretutto, è possibile anche ammirare gli artigiani all’opera. Se sarete fortunati, potrete assistere personalmente al lavoro di un maître émailleur o di un maître graveur mentre realizzano le loro opere (con l’ausilio di un microscopio) sotto i vostri occhi. Male vi vada, potrete sempre seguire la realizzazione di un orologio nei video proiettati in loop sulle pareti e vedere gli strumenti del mestiere esposti nelle teche o posati sui banchi da lavoro.

    Tutto questo, sia chiaro, è gratuito. L’importante è registrarsi online sul sito ufficiale per programmare la visita. A proposito, la mostra Alto Artigianato 2024 è aperta al pubblico fino al 27 aprile tutti i giorni, dalle 11 alle 18 (ultimo ingresso alle 17), domenica esclusa. Dopo di che, dal 7 al 16 giugno prossimi, si sposterà a Londra, nei Salons Patek Philippe di Bond Street recentemente restaurati. Sono le uniche due occasioni per vedere l’intera produzione di Alto Artigianato 2024 della Manifattura riunita sotto lo stesso tetto. Poi sarà dispersa nelle dimore dei più facoltosi collezionisti in giro per il mondo… e ciao.

  • “Éclat de verre”: l’arte dello smalto esposta al Mih

    “Éclat de verre”: l’arte dello smalto esposta al Mih

    Ancora oggi, decorare un orologio con lo smalto è una sorta di alchimia in parte avvolta dal mistero. Ma è arrivato il momento di alzare il velo su questi processi segreti. Come? Basta fare un viaggetto in Svizzera. Destinazione, naturalmente, La Chaux-de-Fonds, patria indiscussa dell’alta orologeria. In occasione del 150° anniversario dell’École d’arts appliqués della cittadina, che cade in concomitanza con l’Anno internazionale del vetro proclamato dalle Nazioni Unite, il Musée international d’horlogerie ha infatti allestito la mostra Éclat de verre, la maîtrise de l’émail (in italiano: Lo splendore del vetro, la maestria dello smalto).

    Éclat de verre

    Fino al 6 novembre, il Museo internazionale d’orologeria espone 150 capolavori in smalto, tra gli oggetti più belli mai creati finora, alcuni celeberrimi, altri mai esposti prima. Provenienti in parte dai propri fondi, in parte attinti alla collezione della Scuola d’arte applicata, in parte prestati per l’occasione da enti pubblici e da raccolte private. Dal Musée d’art et d’histoire di Ginevra al Musée d’horlogerie di Le Locle (Château des Monts); dalla Collection Cartier alla Collection Sandoz fino al Museo Patek Philippe; e ancora, esemplari prodotti “in casa” dalle manifatture che ancora coltivano l’antica arte della smaltatura (Cartier, Patek Philippe, Chopard, Hermès, Jaeger-LeCoultre); creati da artigiani indipendenti specializzati (Anita Porchet, Debora Martinez) o da giovani studenti apprendisti (Campus Richemont).

    In continuità con la mostra intitolata Trasmissioni. Fotografare l’Intangibile, che il Mih aveva dedicato alla perizia dell’orologeria meccanica, Éclat de verre mette in luce l’arte della smaltatura. E ne esamina tutte le tecniche applicate alla decorazione – non solo degli orologi, ma anche dei cosiddetti objects de vertu. Pezzi unici di un’artigianato d’arte, ieri come oggi appannaggio di un’élite colta e benestante. La mostra evidenzia quanto l’apparente semplicità della composizione – vetro e ossidi metallici – faccia da base alla straordinaria abilità degli smaltatori, che ne padroneggiano il savoir-faire. Un processo lungo e complicato che si dispiega attraverso la preparazione, l’applicazione e la cottura in forno. Ma non trova riscontri in un percorso di apprendistato consolidato.

    Le sezioni

    La mostra Éclat de verre si articola in quattro sezioni ed è fornita da didascalie in tre lingue (francese, inglese e tedesco). Inoltre è corredata da un agile catalogo, scritto dalla storica dell’arte Estelle Niklès van Osselt e pubblicato dalle Éditions Livreo-Alphil. Circa cento pagine illustrate dedicate alle opere del Mih e della Scuola di arte applicata, con la riproduzione di una cinquantina di oggetti e documenti.

    Prestigio umile

    L’ossimoro permette di spiegare la dicotomia tra l’unicità degli esemplari impreziositi da gemme, incisioni e decorazioni a smalto, e le figure umili degli artigiani che lavoravano all’ombra di ricchi committenti o di grandi maestri orologiai. La scenografia di questa prima sezione della mostra sottolinea questo contrasto attraverso l’esposizione di capolavori d’epoca, con decorazioni in smalto di altissimo livello e in ottimo stato di conservazione.

    Passaggio al forno

    Per esplorare l’arte della smaltatura, la seconda sezione di Éclat de verre propone un viaggio nel processo creativo. Si tratta di un vero e proprio percorso didattico che spiega le molteplici fasi di lavorazione e i rischi di fallimento via via incontrati dal maestro smaltatore. Dal materiale grezzo alla frantumazione dei cristalli, dall’applicazione (digitale) dei colori fino ai numerosi passaggi al forno, i visitatori possono ripercorrere l’intero processo produttivo (e perfino cimentarsi con la preparazione in un mortaio d’agata).

    Tecniche di smaltatura

    Smalto champlevé o cloisonné. Smalto traslucido su guilloché, smalto paillonné o pittura in miniatura. La terza sezione della mostra aiuta il pubblico a destreggiarsi tra le varie tecniche di smaltatura applicate all’orologeria e agli oggetti decorativi. Consente di impararne terminologia e caratteristiche, con l’obiettivo non solo di riconoscere le diverse tipologie di smalto, ma anche di apprezzarne la realizzazione.

    Scuola e trasmissione del savoir-faire

    L’ultima sezione di Éclat de verre prende origine dalla storia della Scuola di arti applicate, fondata da maestri incisori che faticavano a trovare operai qualificati. Ed esplora le strategie impiegate dagli artigiani per preservare un certo grado di segretezza nella creazione dello smalto, assicurandosi al contempo una continuità formativa. In esposizione si trova quindi una selezione di lavori prodotti dagli studenti nelle diverse epoche. Mentre la regista ed etnologa Sélima Chibout presenta quattro ritratti di smaltatori indipendenti filmati nei loro ambienti di lavoro.

    Ma non è finita. Dal 14 maggio un ricco programma accompagnerà i visitatori alla scoperta della mostra, con visite guidate, incontri, workshop. Trovate tutte le informazioni online, sul sito internet del Mih.

  • Lo smalto: tecniche ancestrali per quadranti d’inalterabile bellezza

    Lo smalto: tecniche ancestrali per quadranti d’inalterabile bellezza


    Avete presente certi orologi da tasca antichi? Quelli con il quadrante bianco o avorio, dal colore pieno e pastoso, splendidamente conservato come fosse stato fatto ieri… Bene, nove su dieci sono in smalto. Un materiale per certi versi fragile (quando cade, si spacca), eppure resistente come pochi al trascorrere del tempo. In grado di superare indenne i secoli, perfetto quindi per rispondere al desiderio di eternità dell’alta orologeria. 

    Lo smalto è un composto vetroso a base di silice, carbonato di sodio o di potassio e ossidi metallici (per dare il colore). Un insieme miscelato e fuso ad alte temperature (1400/1500° C), fino a comporre la cosiddetta “fritta”. Dopo averla fatta raffreddare, la fritta viene macinata e lavata più volte sotto acqua corrente per eliminare le impurità (un ultimo passaggio prevede l’aggiunta di acido nitrico). Oggi comunque si utilizzano sempre più spesso fritte già pronte, preparate in laboratori specializzati.

    Mescolata con la giusta quantità di acqua, la fritta diventa una sorta di pasta che si stende sul disco del quadrante – realizzato in genere in leghe d’oro o rame. Di solito il primo strato (couche) è applicato sull’intera superficie metallica; anche sul retro (contre-émail), per evitare che in fase di cottura il metallo si incurvi o si deformi. In pratica, la “mano” di smalto posteriore serve a contro-bilanciare quella superiore con un effetto anti-distorsione… Comunque, prima di procedere, si deve attendere la totale essiccazione del colore.

    Una volta asciutto, ogni pezzo subisce quindi un passaggio in forno a temperature comprese fra i 600 e gli 800° C, durante il quale lo smalto si fonde integralmente con il metallo della base, fino a indurirsi e diventare stabile. A dire il vero, i passaggi in forno sono diversi, in relazione all’intensità cromatica che si vuole raggiungere. Minimo tre, se si tratta di tinte unite. Il problema è che ogni passaggio in forno rappresenta un’incognita, sia dal punto di vista cromatico, sia del risultato finale.

    Nel senso che, durante le cotture, lo smalto può virare nel colore, oppure gonfiarsi, creare bolle fino ad esplodere, bucarsi, creparsi o anche solo non risultare uniforme. Certo, i forni elettronici di oggi aiutano parecchio il lavoro del maître émailleur, perché garantiscono condizioni controllate di temperatura e umidità. Ma basta un imprevisto, una corrente d’aria, un po’ di polvere, e si rimane fregati. Impossibile rimediare agli errori: quando capitano, si deve ripartire da zero.

    Se va tutto bene, comunque, una delle ultime fasi vede l’applicazione di uno strato finale, chiamato fondente, che serve da protezione vetrificata per mantenere coesi gli strati sottostanti e dare ulteriore brillantezza. Al termine si passa al completamento della grafica: logo, indici o numeri, scala della minuteria e quant’altro. In passato si utilizzavano compassi, strumenti di suddivisione e centratura, bulini e pennelli microscopici, composti anche da un’unica setola. Oggi si usa in genere un più pratico tampone in gelatina.

    Lo smalto insomma risponde a un lungo processo di lavorazione, codificato da regole ancestrali, in cui il tempo, la pazienza e l’esperienza del maestro smaltatore giocano un ruolo essenziale. E ci perdonino gli addetti ai lavori per questa descrizione superficiale e approssimativa: serve comunque a dare un’idea dell’impegno necessario per fabbricare un singolo quadrante in smalto. Che, va da sé, richiede intere giornate di lavoro di un artigiano specializzato.

    Vale la pena infine ricordare due particolari tipi di smalto (degli altri parleremo in una prossima “puntata”). Il cosiddetto smalto “Flinqué” prevede l’esecuzione di un motivo guilloché radiale sul quadrante, precedente alla stesura dello smalto. Mentre lo smalto “Grand Feu” (“a gran fuoco”) si realizza con un procedimento leggermente diverso da quello fin qui descritto. In pratica, l’artigiano stende sulle due facce del disco metallico una sostanza liquida infiammabile (dalla composizione segreta), su cui si spolvera lo smalto (letteralmente, visto che appunto di polvere si tratta).

    Il passaggio in forno avviene quindi a una temperatura molto elevata (superiore agli 800°), durante il quale il liquido prende fuoco immediatamente e lascia che la polvere si fonda con il quadrante. Operazione che viene ripetuta anche cinque o sei volte, fino a ottenere una superficie dal colore omogeneo, liscio e intenso; talmente brillante da non aver bisogno di alcuna lucidatura finale.

    Con queste premesse, non c’è da stupirsi che le case utilizzino lo smalto solo per orologi di un certo tipo. Esemplari di alta orologeria, complicati e non, che possano “ammortizzare” il costo di simili, complesse lavorazioni. Qui di seguito ne trovate una selezione, che non può, né vuole, essere esauriente; ma è solo esemplificativa di quanto è presente sul mercato.

    AUDEMARS PIGUET Code 11.59 Ripetizione Minuti Supersonnerie Cassa (41 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica manuale, calibro 2953 di manifattura, con 72 ore di autonomia, ripetizione “supersonnerie” di ore, quarti e minuti, piccoli secondi. Quadrante in smalto fumé, réhaut laccato, indici applicati e lancette in oro bianco, logo in smalto, vetro zaffiro, cinturino in pelle di alligatore. Prezzo non disponibile

    BLANCPAIN Villeret Tourbillon Heure Sautante Minute Rétrograde Cassa (42 mm) in oro rosso. Movimento meccanico a carica manuale, calibro 260 MR di manifattura, con spirale del bilanciere in silicio, 6 giorni di autonomia, tourbillon, ore saltanti e minuti retrogradi. Quadrante in smalto “Grand Feu”, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 141.100 euro

    BREGUET Classic Tourbillon Extra-Plat Automatique 5367
    Cassa (41 mm) in platino. Movimento meccanico a carica automatica extra-piatto, calibro 581 di manifattura, con 80 ore di autonomia, spirale e anse dell’ancora in silicio, tourbillon con indicazione dei secondi. Quadrante in smalto “Grand Feu”, lancette Breguet à “pomme evidée”, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. In vendita nelle boutique monomarca, 158mila franchi svizzeri

    CZAPEK Quai des Bergues Sapphire Blue S Cassa (42,5 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro SXH1, indicazione dell’autonomia di 7 giorni, giorno della settimana e piccoli secondi. Quadrante in smalto “Flinqué”, indici applicati, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Serie limitata di 100 esemplari. 16.400 euro

    JAEGER-LECOULTRE Master Ultra Thin Moon Enamel
    Cassa (39 mm) in oro bianco, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 925/2 di manifattura, con 70 ore di autonomia, fasi lunari e datario. Quadrante guilloché smaltato, indici applicati, numeri arabi della data a rilievo, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Serie limitata di 100 esemplari. 36.600 euro

    JAQUET DROZ Grande Seconde Dual Time Ivory Enamel Cassa (43 mm) in oro rosso. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Jaquet Droz 2663H24 di manifattura, con 65 ore di autonomia, spirale e anse dell’ancora in silicio; indicazione dell’ora locale decentrata al 12, grande contatore dei secondi, datario a lancetta, secondo fuso orario sulle 24 ore, coassiali a ore 6. Quadrante in smalto “Grand Feu”, anello in oro rosso del mappamondo con finitura “poudré” e continenti dorati, vetro zaffiro, cinturino in pelle di alligatore. 24.600 euro

    PATEK PHILIPPE Ripetizione Minuti Alto Artigianato Cassa (38 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica automatica, calibro R27PS di manifattura, con mini-rotore decentrato in oro 22 ct., ripetizione minuti su due timbri e piccoli secondi. Quadrante decorato a volute e arabeschi in smalto nero a finitura lucida/opaca, lancette e indici applicati in oro bianco, vetro zaffiro anche sul fondello (oppure chiuso, intercambiabile), cinturino in pelle di alligatore. Prezzo non disponibile

    PAUL PICOT Atelier Classic Flinqué Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, con certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante guilloché in smalto “Flinqué”, lancette dal design esclusivo, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 6.327 euro

    ULYSSE NARDIN Marine Tourbillon 43 mm Cassa (43 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro UN-128 di manifattura con tourbillon e indicazione dell’autonomia. Quadrante in smalto “Grand Feu”, lancette luminescenti, carrure scanalata, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 28mila euro