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Tudor: la lunga strada per il futuro. Parte seconda

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“Si continua con il buon uso dei neuroni…”. Proseguiamo qui il racconto del rilancio di Tudor, avvenuto negli ultimi anni. Che passa attraverso la costruzione di una propria identità tecnica. Segnata dai primi calibri di manifattura

Si chiama economia di scala. Le industrie ne conoscono bene (e sempre meglio) i vantaggi. Sarebbe carino se ne accorgesse anche la politica. Consiste nell’arte di applicare intelligenza alle scelte di spesa, nell’ottica di contenere i prezzi senza dover rinunciare alla qualità. Richiede essenzialmente una buona quantità di neuroni di buona qualità e sembra che alla Fondazione Rolex il buon neurone non manchi. Il caso del Calibro Tudor MT5612 è semplicemente esemplare, sotto questo punto di vista.

Come dicevo l’altra volta, il Calibro Tudor MT5612 viene presentato nel 2015. E lascia subito non poche persone a bocca aperta perché sembra addirittura possedere qualità sconosciute al 3135 utilizzato in quel momento da Rolex. L’autonomia, ad esempio: 70 ore per il Tudor contro le 48 del Rolex. E autonomia vuol dire maggiore precisione perché i dispositivi di ricarica automatica non sono il moto perpetuo; nemmeno quando – come nel calibro Rolex e ovviamente anche nel Tudor – la ricarica avviene in entrambi le direzioni di rotazione.

Quando l’autonomia residua scende a qualcosa meno del 30% di quella totale, l’energia trasmessa dalla molla non è sufficiente per il funzionamento regolare del bilanciere. Questo fa mutare totalmente (e in maniera asimmetrica) l’amplitudine delle oscillazioni compiute dal bilanciere; e, per farla breve, l’orologio diventa impreciso, pur funzionando apparentemente in maniera impeccabile. Avviene soprattutto nelle persone non poi così attive (se non muovi il polso la ricarica non può avvenire) e questa condizione tende spesso a verificarsi in chi ogni tanto ama pigrottare.

Basterebbe caricare manualmente il movimento un paio di volte la settimana, ma pochissimi lo fanno. Lamentandosi poi dell’imprecisione del proprio orologio. Si potrebbe aumentare la rigidezza della molla, che in questo caso caricherebbe più energia, ma una molla più rigida è ancor più difficile da caricare. E allora bisogna trovare soluzioni tecnologicamente avanzate, non semplici da proporre a prezzi umani. Quindi quel quasi giorno in più d’autonomia totale in un calibro Tudor sembrerebbe uno pernacchione alla tecnologia Rolex.

Ovviamente non è così. E infatti nell’anno seguente Rolex presenta il Calibro 3235 che – per quale oh strana coincidenza! – possiede appunto 70 ore di autonomia. Proprio come il calibro Tudor…
Da qui entriamo in un territorio fatto di ipotesi. Ipotesi nemmeno tanto ardite, ad usmare con attenzione le tracce. È chiaro che Rolex ha cambiato strategia: non rifila più al fratellino i propri abiti usati, ma decide con lui cosa fare per la massima soddisfazione di entrambi.

Entrambi i movimenti hanno in comune l’impostazione, alcune varianti sul tema della ricarica automatica (l’albero su cui è montato il rotore appare più solido, ma permangono notevoli differenze nell’invertitore che consente la ricarica bidirezionale) e soprattutto l’autonomia, che vuol dire la molla del bariletto e – probabilmente – gli ingranaggi che trasmettono energia. Totalmente diverso (in modo quasi geniale perché semplice e raffinato al tempo stesso) l’organo regolatore e lo scappamento.

I due movimenti appartengono alla stessa famiglia, è chiaro, ma il Tudor non è – ripeto: non è – in alcun modo un sottoprodotto del calibro Rolex. Sono due movimenti indipendenti, appartenenti ad uno stesso produttore che per contenere i prezzi di entrambi riesce a fare una economia di scala per certi versi simile a quella che vediamo spesso nell’ampio portafoglio di marche appartenenti a Swatch Group. E Rolex sottolinea questo fatto proprio lasciando l’entrata in palcoscenico a Tudor, riservando per sé il ruolo di co-protagonista.

La storia si fa quasi appassionante (per chi ama gli orologi, ovviamente) quando Tudor, con una trasparenza e una capacità di comunicare mai vista precedentemente nella Fondazione Rolex, dichiara di aver fatto un accordo con Breitling. Che fornirà a Tudor il proprio Calibro B01 (il movimento cronografico di manifattura Breitling) in uno scambio che le consentirà di ricevere da Tudor il Calibro MT5612.

La leggenda narra che fra i progettisti del Calibro B01 di Breitling ci fossero anche alcuni dei tecnici che avevano sviluppato il Calibro 4130 di Rolex, alloggiato nel cronografo Daytona. E che da ciò sia nata una liaison tecnica fra Breitling e Tudor molto interessante, anche se Tudor personalizza comunque il B01 sostituendo l’organo regolatore Breitling con il proprio e modificando il contatore dei minuti, su scala 45 minuti anziché 60. Nasce così il primo movimento cronografico Tudor, il Calibro MT5813.

In questo modo ben tre produttori (Rolex, Tudor e Breitling) ricavano interessanti vantaggi economici da una economia di scala che non snatura la personalità di nessuno; non incide sulla qualità (ognuno decide da sé quale grado di finitura applicare); e non ostacola l’indipendenza di ciascuno dei marchi coinvolti. Poniamo ad esempio che la molla del bariletto sia la stessa per Rolex e Tudor. Se se ne producessero 10 per Rolex la molla avrebbe un certo costo. Ma se se ne producessero 10 per Rolex, 5 per Tudor e 5 per i movimenti dati a Breitling, è evidente che il prezzo sarebbe ancor più basso senza minimamente incidere sulla qualità. L’intelligenza, alla fine, vince sempre. O almeno voglio sperarlo…

A questo punto Tudor si è tolta di dosso il cilicio della soggezione nei confronti Rolex, si è creata una propria identità tecnica ed è pronta per un passo successivo, di cui parleremo presto: la creazione di una propria personalità estetica. Con particolare attenzione al pubblico giovane, ma non troppo.

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