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“The Heartbeat of the City”: 500 anni d’orologeria in mostra. Anche online

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Gli antichi greci avevano due parole per indicare il tempo. Un racconto della relazione inscindibile tra Kairos  (il tempo) e Kronos (la sua misurazione) è The Heartbeat of the City: 500 Years of Personal Time. Una mostra organizzata dall’Institute of Digital Archeology in collaborazione con il Museo di Storia della Scienza di Oxford; cui hanno contribuito anche due storiche marche di orologeria, la svizzera Vacheron Constantin e l’inglese Charles Frodsham.

Fino al 25 gennaio 2021, all’History of Science Museum di Oxford, saranno esposti infatti un paio di dozzine di orologi da persona” – intendendo con questo termine gli orologi indossati dall’uomo; che hanno segnato un’evoluzione non solo tecnica ma anche culturale rispetto agli esemplari precedenti (da campanile, da muro, da tavolo). Orologi quindi che raccontano le conquiste dell’umanità nei secoli (ovvero nel tempo) e le grandi innovazioni che hanno fatto la storia dell’orologeria.

D’altra parte senza strumenti per misurare e tracciare il tempo non saremmo riusciti a coglierne il passaggio. Il tempo stesso avrebbe perso significato. Un orologio con calendario, quindi, non è solo un dispositivo per misurare il trascorrere del tempo: è un’espressione della concezione umana del tempo. Non a caso, fin dalle epoche più remote, l’umanità ha messo in gioco le sue competenze scientifiche e la sua creatività nell’impresa di misurare il tempo in modo più preciso e accurato possibile.

Ed è per questo che gli stessi orologi, dal Big Ben al cronometro H4 di John Harrison, sono diventati depositi culturali a pieno titolo. Lo dimostra appunto la mostra The Heartbeat of the City, che celebra gli ultimi 500 anni di storia dell’orologeria, il 1000° anniversario dell’orologio meccanico e anche il prossimo centenario del Premio Nobel di Albert Einstein. Un segnale chiaro del valore culturale (in senso ampio, comprese le innovazioni tecnologiche) degli strumenti per la misura del tempo e della loro manifattura.

Al centro dell’esposizione, si trova una monumentale scultura cinetica che raffigura uno dei più ingegnosi sistemi meccanici mai realizzati: lo scappamento a leva. L’installazione, che si intitola proprio Heartbeat of the City, riprende il design dello storico esemplare di Thomas Mudge, l’orologio della regina Charlotte del 1770. Il meccanismo, di dimensioni macro, è azionato dalle vibrazioni della città e dei visitatori che gli camminano attorno. E ci ricorda che il tempo non avrebbe senso senza le persone che cercano di misurarlo; persone che nel tempo vivono i loro amori, le loro aspirazioni, le loro lotte quotidiane, le loro vite.

The Heartbeat of the City: 500 Years of Personal Time racconta quindi gli ultimi secoli dell’orologeria attraverso gli esemplari conservati nelle raccolte dell’History of Science Museum di Oxford e da 12 modelli storici di Vacheron Constantin. Il Museo di Oxford, fondato nel 1924 da Lewis Evans, ospita fra l’altro le migliori collezioni al mondo di astrolabi e meridiane dell’Europa e del Vicino Oriente; inclusa una rara meridiana romana portatile, nonché una serie di importanti orologi antichi. Come un pendolo del 1665 del primo orologiaio inglese, Thomas Tompion.

Senza dimenticare la collezione di antiquariato di Cyril Beeson (1889–1975), acquisita dal museo nel 1966 e riunita nella Beeson Room. Una stanza in cui si possono ammirare orologi dell’Oxfordshire, inclusi esemplari a torretta, a lanterna e a cassa lunga. L’Institute of Digital Archeology, che mette le tecnologie digitali al servizio dell’archeologia, ha affiancato poi alle collezioni del museo di Oxford altre pietre miliari dell’orologeria. Che non rappresentano soltanto le evoluzioni del settore, ma anche le conquiste della civiltà; e tracciano così una storia del progresso umano, dalla Terra al cielo e fino agli abissi marini.

Ne è un esempio l’Omega Speedmaster, esposto a The Heartbeat of the City: 500 Years of Personal Time. Un esemplare indossato dall’avventuriero australiano Denis Bartell durante la passeggiata in solitaria nel deserto dei Simpson realizzata nel 1984. Solitamente associato ai viaggi spaziali della Nasa, e soprattutto all’Apollo XI, lo Speedmaster era adatto anche ai rigori del deserto australiano. Utilizzandolo per scopi di navigazione, Bartel è diventato il primo uomo non aborigeno a camminare da solo e senza supporto attraverso quella terra sconfinata, per un totale di 390 km in 24 giorni.

Altro testimone delle conquiste umane in mostra è l’orologio subacqueo Certina DS2. Un prototipo con cassa oversize in acciaio inossidabile,  indossato dallo scienziato ed esploratore sottomarino John Vanderwalker durante la missione Tektite. In cui quattro scienziati del dipartimento degli interni degli Stati Uniti stabilirono un nuovo record mondiale per le immersioni in saturazione da parte di una singola squadra. Quando tornarono in superficie, il 15 aprile 1969, avevano accumulato oltre 58 giorni di studi scientifici subacquei.

Sempre in tema di esplorazione, ci riporta all’epopea dell’aeronautica l’edizione speciale del Polarouter di Universal Genève, azienda con alle spalle una lunga storia nella produzione di orologi antimagnetici. Che con questo modello degli anni Cinquanta celebrò la prima aerolinea transpolare, da Copenaghen a Los Angeles. Fino a quell’epoca i campi magnetici estremi del Polo Nord devastavano non solo gli orologi indossati dall’equipaggio, ma anche quelli della strumentazione di bordo.

Ma The Heartbeat of the City: 500 Years of Personal Time espone anche molti strumenti militari. Come l’Hamilton Torpedo Boat WW1, un orologio da tasca open-face con scappamento ad ancora di altissima qualità. Fu acquistato allo scoppio della Prima guerra mondiale dalla Emergency Fleet Corporation, istituita dallo United States Shipping Board per proteggere le rotte di navigazione. A riprova dell’affidabilità e precisione di quel modello.

Per restare in tema id centralità della misura del tempo nelle azioni belliche – come del resto in numerose forme dell’attività umana – va almeno citato  l’orologio da ponte di Vacheron Constantin. Che fu utilizzato a bordo dell’HMS Belfast, considerata la nave più significativa della flotta britannica perché aveva sparato alcuni dei primi colpi durante il D-Day. Questo esemplare fu quindi testimone di alcuni degli eventi storici più significativi del XX secolo. 

Mentre il Rolex “Human Torpedo” Underwater Commando faceva parte dell’equipaggiamento standard degli uomini rana italiani e tedeschi alla guida dei siluri. Un’arma letale ed efficace, protagonista nel 1958 del film britannico The Silent Enemy, che ripercorre le gesta di Lionel “Buster” Crabb durante la Seconda guerra mondiale. Ancora, prodotto nel 1966 e con movimento automatico dotato di scappamento a leva tipo “farfalla”, il Tudor Submariner fu consegnato ai commandos delle forze di difesa israeliane. È in gran parte sulla base di questo orologio che Tudor ha costruito la propria reputazione nella produzione di orologi subacquei affidabili.

Tra le chicche in mostra a The Heartbeat of the City c’è poi l’orologio da tasca Patek Philippe attribuito alla contessa Marie Larisch. Che ricorda il suo coinvolgimento nei fatti segreti e scandalosi che contribuirono a far precipitare gli eventi della Prima guerra mondiale. Sempre al femminile, c’è perfino un pomander (piccolo contenitore di profumi) inciso e intarsiato in oro che nasconde un meccanismo orologiero. In questo esemplare da donna in argento e oro rosso, realizzato nel 1885 per Boucheron, Vacheron Constantin esprime la creatività dei modelli da donna, a quell’epoca considerati alla stregua di gioielli e accessori, in contrasto con il rigore degli orologi da tasca maschili.

Sempre tra gli esemplari prestati da Vacheron Constantin, spicca poi il cronografo monopulsante con ripetizione minuti commissionato da Napoleone VI. Si tratta di un orologio in oro giallo, del tipo savonnette oeil-de-boeuf. Così chiamato per la caratteristica apertura rotonda sul coperchio con cerniera, che permette di leggere l’ora. Un altro pezzo di storia dell’orologeria.

Dopo Oxford, The Heartbeat of the City farà il giro del mondo, con una seconda tappa a New York prevista per la primavera 2021. In attesa di poter ricominciare a viaggiare, si può comunque fare un virtual tour della mostra direttamente sul sito internet ufficiale. Una visita guidata, commentata da Roger Michael, fondatore dello stesso Institute of Digital Archeology. E, chi se la cava bene con l’inglese, può assistere anche ai webinair che approfondiscono alcune tematiche collaterali. Non per niente il Telegraph ha definito The Heartbeat of the City come “una delle più importanti mostre sul tempo e sulla misura del tempo degli ultimi anni”.