Approfondimenti

La guerra della precisione, featuring Napoleone, Berthoud e Breguet

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La guerra per la precisione comprende piccole storie di ordinaria turpitudine. Che sembrano coinvolgere personaggi stellari come Napoleone Bonaparte, Ferdinand Berthoud e Abraham-Louis Breguet. E che vorrei raccontare.

Una piccola guerra, la guerra della precisione, sia ben chiaro. Ma pur sempre una serie di battaglie per dimostrare che il mio orologio è più preciso del tuo. E il tutto, si badi bene, in un periodo in cui la precisione al minuto quotidiano non era poi un risultato banale. Tranne che in mare. In mare serviva – per determinare la longitudine e sapere quindi dove diavolo era la tua nave – appunto un cronometro da marina. Un orologio di precisione superiore per poter andare con sicurezza nelle colonie e tornarne ricchi di metalli, pietre preziose e ogni altra mercanzia potesse essere venduta a caro prezzo.

Al di là dei titoli e delle onorificenze, al di là del valore oggettivo di una esatta misurazione del tempo, la guerra della precisione metteva in gioco la fornitura di un certo numero di cronometri da marina. Un numero così elevato da incidere in modo profondo sulla produzione e sul fatturato di un laboratorio dell’epoca.

Chi era Ferdinand Berthoud? E perché è importante?

Ferdinand Berthoud nasce nel 1727 in Svizzera, a Plancemont-sur-Couvet, un posto che sono certo non vi farà accendere alcuna lampadina. Un paesino vicinissimo al confine con la Francia. Uno di quei paesi svizzeri in cui s’erano rifugiati gli Ugonotti per evitare i sanguinosi massacri cui periodicamente i cattolici francesi li sottoponevano. Un paese in Val-de Travers, a cinque chilometri da quella Fleurier in cui oggi hanno sede Parmigiani, Bovet e Chopard. E proprio Karl-Friedrich Scheufele (co-Presidente di Chopard con la sorella Caroline) ha fatto rinascere qualche anno fa il marchio Ferdinand Berthoud per sottolineare il valore anche storico del polo orologiero di Fleurier.

Polo che, come gran parte di altri, tutti vicini al confine francese, viene fatto risalire all’Editto di Fontainebleau (1685) con il quale Luigi XIV, Re Sole, dichiarava illegale il protestantesimo in Francia. Per sfuggire all’Editto e alle sue sanguinose conseguenze, molti ugonotti si rifugiarono in Svizzera. Dove, appunto, portarono l’arte dell’orologeria. La persecuzione dei protestanti finirà solo nel 1764 e la Rivoluzione francese del 1789 renderà gli ugonotti cittadini francesi a tutti gli effetti.

Ferdinand Berthoud, orologiaio e fratello di orologiai, studia come apprendista nel laboratorio di pendole del fratello Jean-Henry, che quattro anni dopo gli rilascia un diploma di orologiaio pendolista. Indulgenza di fratello maggiore? Mica tanto. Ferdinand è proprio bravo e parte alla volta di Parigi nel 1745. Ha 18 anni, tanta voglia di migliorare e la tranquillità di una situazione politico-religiosa relativamente tranquilla, specialmente per un rispettabile cittadino svizzero. Studia, studia, studia tanto che a soli 26 anni ottiene dal Consiglio di Stato una sentenza che – per il favore del Re e in contrasto con i regolamenti del tempo – lo dichiara Maestro Orologiaio. È fatta: la sua carriera entra nel vivo. Ma dietro l’angolo c’è una sorpresa.

La precisione dell’intellettuale

La svolta della vita arriva, per Ferdinand Berthoud, nel 1755. Quando Denis Diderot e Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert gli conferirono l’incarico di redigere alcune voci della loro Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, il primo vero esempio di enciclopedia moderna e popolare. Ovviamente Berthoud si occupò di spiegare l’orologeria con testi e disegni. Un lavoro che lo prese profondamente, al punto che da allora in poi passerà gran parte della vita a scrivere fondamentali libri d’orologeria.

Senza ovviamente dimenticare la pratica: la qualità dei suoi orologi è tale che nel 1763 il Re di Francia lo incarica di esaminare i cronometri da marina di John Harrison per trarne insegnamento. Harrison, già piuttosto arrabbiato perché non riesce a farsi pagare dal Re d’Inghilterra (ve lo avevo detto che la guerra della precisione si basa su una turpe serie di mascalzonate…), decide che col cavolo farà vedere a Berthoud l’esemplare H4, il meglio riuscito. Ma in cambio di una somma allora esorbitante (500 sterline) gli consentirà di esaminare gli orologi precedenti, che però sono totalmente diversi dall’H4.

Berthoud non fa salti di gioia e la sua insoddisfazione non passa sotto silenzio nell’ambiente accademico britannico (impegnato a bloccare i ricchi pagamenti del Re ad Harrison, nella speranza vengano assegnati a intellettuali di chiara fama e non ad uno che nasce falegname…), che lo premia con l’elezione a “membro associato straniero” della Royal Society, nel 1764. Un po’ di spionaggio, una seconda incursione a Londra e Ferdinand Berthoud è in grado di dichiararsi pronto (battendo cassa, ça va sans dire) a realizzare cronometri da marina francesi.

La faccio breve. Nel 1769 Ferdinand Berthoud si rende conto che il proprio compito accademico e diplomatico lo porta via dal laboratorio e chiama quindi dalla Svizzera il nipote Louis Berthoud, con l’incarico di gestire sotto la propria supervisione la realizzazione di cronometri da marina per le flotte francese e spagnola. Nel 1770 ottiene il titolo di Orologiaio della Marina Reale, una rendita di 3.000 livre all’anno e un primo ordine di 20 cronometri da marina. E Breguet? Cosa faceva nel frattempo Abraham-Louis Breguet?

L’allievo Breguet, un giovane promettente

Nel 1770 Abraham-Louis Breguet ha solo 23 anni, ma è già da un pezzo a Parigi, dove era arrivato nel 1762. Quindicenne. Un giovane promettente ed ambizioso che si perfeziona nell’orologeria grazie anche a due grandi maestri: Jean-Antoine Lépine e Ferdinand Berthoud, guarda caso.

Nel 1775 Breguet apre il proprio laboratorio parigino in Quai de l’Horloge. Sembra che abbia ricevuto un decisivo aiuto della moglie Cécile Marie-Louise L’Huillier, sposata con rito cattolico (e questo ha indotto qualcuno a sospettare una vocazione “maliziosamente” interessata da parte di un ugonotto come Breguet). In realtà Breguet, che pure fu molto ricco, non ha mai combattuto per i soldi quanto per un’autentica passione orologiera. Con un carico allegato di ambizioni molto più professionali di quanto i maligni siano disposti a riconoscergli. Breguet sapeva di avere un grande potenziale e combatteva perché gli venisse riconosciuto. I soldi erano sì importanti, ma solo come testimonianza, come sottoprodotto dell’eccellenza professionale.

Se confrontiamo la biografia di Breguet e di Berthoud vediamo facilmente che il più anziano dei due, Berthoud, era anche lui ambizioso e come Breguet vedeva nel riconoscimento economico una “medaglia” innanzitutto professionale. E però in Berthoud si sviluppa un rigore intellettuale austero e poco incline alla frequentazione della Corte. Che per Breguet è invece importante non solo per la ricchezza degli ordini (che lui alimenta inventando complicazioni sempre più nuove e sbalorditive), ma anche e forse soprattutto per la eco che questi avranno nella società dell’epoca. Una società in cui una nascente borghesia gode spesso di una ricchezza notevole, ma ha bisogno d’essere legittimata dall’imitazione della nobiltà. Abraham-Louis Breguet non inventa solo orologi straordinari e sempre nuovi. Inventa anche una forma di marketing ancor oggi straordinariamente moderna.

La precisione come trampolino per il successo

Facciamo un salto temporale. Saltiamo a piè pari la fase agonica della monarchia, e poi saltiamo anche l’intera Rivoluzione francese. Che costrinse Breguet a tornarsene per qualche anno in Svizzera, mentre Berthoud (grazie al nipote) continuava a lavorare per la Marina. E arriviamo a Napoleone, altro personaggio chiave nella guerra della precisione.

Ho già scritto qui che tra Napoleone e Breguet i rapporti non erano dei migliori.
Vai bene a capire. Probabilmente c’entrava il senso di fedeltà per i committenti (Breguet conservò gelosamente l’ultimo orologio chiesto da Maria Antonietta per farne dono al proprio amante, il Conte di Fersen), forse scambiato per nostalgia. Magari c’entrava anche un certo (poco diplomatico) approccio diretto agli argomenti che lo appassionavano (disse a Napoleone di spingere l’Accademia delle scienze a trovare il lubrificante perfetto, e lui gli avrebbe dato l’orologio perfetto). O vai a capire cos’altro. Sta di fatto che Napoleone, contrariamente al resto della propria stessa famiglia, non si entusiasmò mai per il lavoro di Breguet. E alla fine ne diede una dimostrazione davvero plateale.

La sindrome di Giuda

Ferdinand Berthoud e il nipote Louis furono Orologiai della Marina dal 1° aprile 1770 fino al 1813. In realtà Ferdinand Berthoud muore nel 1807 e già precedentemente era di fatto “andato in pensione”, benché proseguisse il proprio lavoro di divulgatore e continuasse a controllare il lavoro del nipote. Che morirà nel 1813. L’unico spazio nel quale incunearsi si apre, per Breguet, nei primi anni dell’Ottocento con l’ascesa al potere di Napoleone. Il quale, fra le mille incombenze di governo, deve anche decidere a chi sarà affidato l’incarico di Orologiaio della Marina. Abraham-Louis Breguet qualche speranza ce l’ha, visto che Berthoud potrebbe in qualche modo rappresentare la vecchia monarchia. E come tale essere “politicamente sacrificabile” in nome del nuovo.

In aggiunta, proprio in quel periodo (1801) Breguet deposita il brevetto del tourbillon. Un dispositivo che – ponendo bilanciere e scappamento in una gabba rotante – di fatto annulla ogni minuto una consistente parte degli errori indotti dalla forza di gravità, ma anche da altri parametri. Forse spera, in questo modo, di indurre Napoleone a sceglierlo, mandando definitivamente in pensione l’anziano Berthoud con annesso nipote. Sembra un tipico caso di “sindrome di Giuda”, quell’impulso a tradire il maestro anziano da parte di un giovane che ritiene giunto il momento di prendere il suo posto. O forse è soltanto il desiderio sincero di veder condivise le proprie idee di rinnovamento, la propria capacità di far fare un deciso passo avanti alla cronometria da marina.

La scelta del Bonaparte nella guerra della precisione

Napoleone, che però ha già incontrato più volte Breguet senza amarne alcuni lati caratteriali, preferisce la continuità e conferma l’incarico alla famiglia Berthoud. Sì, certo, l’incompatibilità di carattere fra due grandi figure geniali (Napoleone e Breguet) deve aver avuto il suo peso. Ma è probabile che sulla decisione di Napoleone abbiano avuto maggior peso il senso della continuità con un orologiaio che aveva dimostrato di saper progredire, sia per quanto riguardava la precisione sia per l’affidabilità dei propri cronometri da marina. Il tutto con un profilo accademico anch’esso in continua, sicura progressione attraverso pubblicazioni di enorme valore scientifico e divulgativo.

È probabile, insomma, che Napoleone preferisse affidare le vite dei propri marinai alla certezza di un lavoro comunque eccellente piuttosto che rischiare con la genialità di Breguet, il cui lavoro in passato si era però dimostrato più a proprio agio con i salotti “bene” che con il duro impegno bellico. Del resto i dissapori con Napoleone sembra fossero nati proprio su un orologio che aveva cessato di funzionare nelle sabbie della Campagna d’Egitto. Fermo restando che nessun orologio dell’epoca – se non attentamente preservato dalla polvere e dagli sbalzi termici – avrebbe potuto superare indenne una prova così dura.

Abraham-Louis Breguet diventò Orologiaio della Marina solo nel 1815. Ferdinand Berthoud era morto nel 1807 e suo nipote Pierre-Louis nel 1813. Napoleone, dopo la restaurazione dei Borboni e l’esilio all’Elba, nel 1815 perdeva a Waterloo, abdicava definitivamente e veniva deportato nell’isola di Sant’Elena.