Giornale Degli Orologi

Tag: Abraham-Louis Breguet

  • Breguet No. 160 Maria-Antonietta: le disavventure dell’orologio della Regina

    Breguet No. 160 Maria-Antonietta: le disavventure dell’orologio della Regina

    Sotto il sole di metà estate, il frinire regolare delle cicale invita tutti al relax. Perfino gli appassionati di orologi tendono a spegnere la mente e a distrarsi dalla loro mania. Eppure, la storia della misurazione del tempo non ha nulla di rilassante: è un archivio di ossessioni, passioni, rivoluzioni e crimini che rasentano la genialità. Se esiste un esemplare capace di condensare il legame tra ingegno estremo e tragico destino, è il Breguet No. 160 Maria-Antonietta. Per tutti, semplicemente, il Maria-Antonietta. Un orologio dalle vicende così assurde da sembrare inventate. Ma la sua non è una leggenda da spiaggia, tutt’altro: è una via di mezzo tra un romanzo storico e una cronaca nera che attraversa due secoli, svanisce nel nulla e poi riemerge dall’oblio.

    Intrighi e sommosse a Parigi

    Parigi, 1783. La bottega di Abraham-Louis Breguet si trova sul Quai des Horlogers, dove la Senna abbraccia l’Île de la Cité. Più che un semplice laboratorio, è il centro nevralgico della micro-meccanica europea. Breguet è il Maestro, il demiurgo dell’orologeria: sarà lui a inventare, fra l’altro, il tourbillon, il sistema antiurto pare-chute, i timbri delle complicazioni sonore e la spirale del bilanciere che porta il suo nome.

    Quell’anno, un emissario varca la soglia dell’atelier con un ordine segreto. Il committente è un fantomatico ufficiale delle Guardie della Regina, in cui gli storici riconoscono il Conte Axel von Fersen, nobile svedese legato alla regina Maria Antonietta da un sentimento tanto profondo quanto pericoloso. La richiesta è perentoria e non ammette compromessi: realizzare per la sovrana di Francia l’orologio più complesso, prezioso e perfetto mai concepito al mondo. Deve contenere ogni complicazione conosciuta e montare, dove possibile, componenti in oro; per questo la produzione non prevede limiti di tempo né di spesa. Breguet accetta e si mette subito al lavoro per creare un esemplare con platine in oro massiccio e quadrante in cristallo di rocca a mostrare il movimento.

    La Storia però si mette di mezzo: nel 1789 la Rivoluzione travolge Parigi. Quattro anni dopo, la Regina sale i gradini del patibolo senza aver mai visto quel regalo. Breguet stesso è costretto a fuggire in Svizzera per scampare al Terrore giacobino. Solo quando le acque si calmano, rientra in Francia e riprende il lavoro. Ma non riesce a finirlo: il Maestro muore nel 1823 e lascia l’opera incompiuta. Sarà il figlio Antoine-Louis a serrare l’ultima vite nel 1827, a 44 anni dalla prima commissione e 34 anni dopo l’esecuzione di Maria Antonietta.

    Il risultato è quel mirabile esempio di micro-ingegneria che oggi conosciamo come Breguet No. 160 Maria-Antonietta. Ha un sistema di carica automatica “Perpétuelle” con massa oscillante in oro, la ripetizione minuti su timbri temprati, un calendario perpetuo completo e persino un’equazione del tempo per calcolare lo scarto tra l’ora solare reale e quella media, affiancata da un termometro bimetallico. Il tutto è racchiuso in una cassa d’oro a 18 carati.

    Il furto del secolo

    Dopo un lungo percorso tra i salotti della finanza e dell’aristocrazia del XIX secolo, in cui il prezioso orologio passa di mano in mano, alla fine approda nella pregiatissima raccolta di Sir David Lionel Salomons, un ingegnere e industriale britannico con un’autentica ossessione per l’orologeria di Breguet. Alla sua morte, la figlia Vera ne rispetta il lascito testamentario e destina i pezzi più importanti al L.A. Mayer Museum for Islamic Art di Gerusalemme. Lì, il capolavoro resta al sicuro, protetto da allarmi e vetri blindati, fino alla notte tra il 15 e il 16 aprile 1983.

    Allora si consuma quello che le cronache definiranno il “furto d’arte del secolo”, di sicuro il più clamoroso della storia israeliana. Nessun commando armato, nessuna esplosione. Un uomo solo si infiltra e taglia le sbarre di un condotto d’aerazione con un seghetto chirurgico. Si tratta di Naaman Diller, il “ladro gentiluomo” che tiene sotto scacco la polizia locale grazie a una conoscenza millimetrica dei sistemi di sicurezza. Diller svuota le teche e porta via 106 orologi storici, pezzi unici di inestimabile valore. Il Breguet No. 160 Maria-Antonietta, avvolto in vecchi stracci, sparisce nei canali della ricettazione internazionale. Scotland Yard, l’Interpol e il Mossad brancolano nel buio per una ventina d’anni. L’orologio sembra inghiottito dal nulla.

    Il clone e il colpo di scena

    Nel 2004 entra in scena Nicolas G. Hayek senior, il patron di Swatch Group che ha rilevato il marchio Breguet. Logorato dal vuoto nei registri storici della Maison, Hayek lancia ai progettisti della Vallée de Joux una sfida ai limiti del possibile: ricostruire il Breguet No. 160 Maria-Antonietta da zero, solo con l’ausilio degli schizzi e delle note d’archivio dell’epoca, conservati nel piccolo Musée di place Vendôme, a Parigi. Per dare maggior coerenza al clone, battezzato No. 1160, Hayek acquista il legno della quercia preferita da Maria Antonietta a Versailles, ormai abbattuta, con cui fa realizzare il cofanetto per il nuovo orologio.

    Mentre gli artigiani svizzeri lavorano sulla replica, a Tel Aviv succede l’impensabile. In quello stesso 2004, Naaman Diller muore di cancro negli Stati Uniti. Prima di spirare, però, rivela alla moglie Nili Shamir il nascondiglio del bottino del Museo di Gerusalemme, così da assicurarle la sicurezza economica a vita. Gli orologi di Breguet non sono mai stati venduti e giacciono in cassette di sicurezza disseminate tra Israele, la Svizzera e gli Stati Uniti.

    La svolta arriva nel 2006, quando la vedova cerca di imbastire una trattativa anonima di restituzione tramite un perito d’arte di Tel Aviv. Alla vista dei pezzi di Breguet, però, l’esperto capisce tutto e lancia l’allarme: la polizia israeliana recupera l’intera collezione. Il Breguet No. 160 Maria-Antonietta originale è intatto, conservato con una cura quasi feticistica dal suo stesso predatore.

    L’atto finale va in scena nel 2008 a Baselworld, quando Nicolas Hayek presenta alla stampa il nuovo modello 1160. Un evento memorabile per tutti i giornalisti presenti. Ma, dietro le quinte, in un incontro blindato con la dirigenza del Museo Mayer, Mr. Hayek prova l’emozione unica di stringere tra le mani l’originale commissionato nel 1783. Due secoli dopo i primi schizzi sul Quai des Horlogers, il cerchio si chiude. Oggi il Breguet No. 160 Maria-Antonietta è tornato a Gerusalemme, protetto da migliori sistemi di sicurezza. La morale di tutta la storia? I regimi cadono, i sovrani muoiono (come i ladri), ma l’arte meccanica resta immune ai secoli.

  • Breguet Classique Tourbillon 7357: l’evoluzione della specie

    Breguet Classique Tourbillon 7357: l’evoluzione della specie

    Il mondo delle lancette quest’anno ha celebrato un’importante ricorrenza: il 225° anniversario del brevetto d’invenzione del tourbillon, depositato da Abraham-Louis Breguet il 26 giugno 1801 – il 7 Messidoro dell’Anno IX, secondo il calendario rivoluzionario francese allora in voga. Per l’occasione, la Maison Breguet ha presentato sei nuovi modelli dedicati alla complicazione regina. Tra le novità abbiamo scelto il Breguet Classique Tourbillon 7357, che inserisce lo storico dispositivo in un contesto tecnico e stilistico contemporaneo. Ma prima di addentrarci nell’esame di questo esemplare, rivediamo i retroscena del tourbillon, una delle principali invenzioni nella storia dell’orologeria.

    Come la gravità influisce sulla precisione

    Qualsiasi oggetto dotato di massa subisce l’effetto dell’attrazione gravitazionale terrestre. Una forza ineliminabile che agisce sempre verso il centro della Terra, introducendo un’asimmetria tra le varie sollecitazioni che operano sulle componenti meccaniche di un orologio e influenzando, in particolare, l’isocronismo del gruppo bilanciere-spirale.

    Quando l’orologio da tasca viene indossato, trascorre la maggior parte del tempo in posizione verticale: in questo assetto, la forza di gravità esercita sul bilanciere un’attrazione costante verso il basso. L’effetto varia continuamente a ogni movimento di chi lo indossa, compromettendo l’uniformità e la simmetria delle oscillazioni e creando inevitabili variazioni sulla marcia dell’orologio. Al contrario, se si adagia l’orologio in orizzontale su un tavolo, la gravità agisce parallelamente all’asse di rotazione, senza provocare disturbi o perturbazioni sulla costanza di marcia.

    L’intuizione di Abraham-Louis Breguet: la nascita del tourbillon

    L’idea di Breguet, maturata nel corso di anni, fu quella di compensare gli scarti di marcia legati alla gravità mettendo in movimento l’intero scappamento. Racchiudendo l’organo regolatore all’interno di una gabbia mobile in continua rotazione, l’asse del bilanciere varia costantemente orientamento, annullando – per sommatoria statistica – gli errori di posizione. Un’idea straordinaria, figlia di un puro genio.

    Cessato il periodo di copertura del brevetto, la realizzazione di questa complicazione è diventata un banco di prova per i maggiori maestri dell’orologeria. Eppure, da sempre, il concetto di tourbillon rimane indissolubilmente legato al nome di Breguet.

    Breguet Classique Tourbillon 7357 e il calibro 187B

    Il Breguet Classique Tourbillon 7357 è l’evoluzione di un esemplare storico: la ref. 3350 del 1989, il primo tourbillon da polso moderno della Maison. La diretta discendenza è evidente anche nel movimento: l’orologio è animato infatti dal calibro 187B, a carica manuale, versione ottimizzata e aggiornata del celebre calibro 558 dell’epoca. Fornito di indicatore dell’autonomia (che si attesta sulle 60 ore), vanta finiture d’alta orologeria ed è certificato dal punzone Breguet.

    La cassa del Breguet Classique Tourbillon 7357 è declinata in due versioni: in platino e in oro Breguet, una lega esclusiva che si distingue per la peculiare tonalità. Ma la rivisitazione dello storico Tourbillon anni ’80 va oltre il semplice omaggio a quello che è un modello ormai entrato nella galleria dei classici senza tempo.

    Nel rispetto della modernità quasi futuristica che fu la vera firma estetica del grande Abraham-Louis Breguet, troviamo dettagli inediti. Come le anse ridisegnate, la cui curvatura delicata rende l’orologio ancora più confortevole al polso. La rigidità geometrica della Ref. 3350 lascia così il posto a un’estetica essenziale ma più “morbida”, in linea con i canoni stilistici introdotti per il 250° della Maison Breguet, festeggiato lo scorso anno.

    Il quadrante: lavorazione Clous de Paris e blu Breguet

    La visualizzazione oraria, decentrata verso l’alto, mostra le classiche cifre arabe Breguet, elegantissime, su una decorazione a Clou de Paris. Subito sotto, leggermente sovrapposto, l’arco dei piccoli secondi – mostrati dalla lancetta azzurrata a tre bracci – sormonta la grande finestra del tourbillon, che compie appunto una rivoluzione completa in un minuto.

    Le lancette à pomme evidée, le cifre orarie e le viti di fissaggio del ponte del tourbillon sfoggiano il blue de France, così come dello stesso blu sono le scritte identificative dell’esemplare. Si tratta di una gradazione di blu brillante e satura, che rappresenta la Francia fin dal XII secolo, e rimanda alle radici parigine dell’atelier di Abraham-Louis Breguet. A fare da cornice alla coreografia meccanica, una finitura a grain d’orge decora il resto della superficie.

    Fondello, cinturino, prezzo

    Sul lato fondello, il Breguet Classique Tourbillon 7357 colpisce per l’essenzialità della platina posteriore, una rigorosa pulizia geometrica impreziosita da una lavorazione dai rilievi geometrici su base triangolare. L’apertura posteriore del tourbillon fa risaltare la trasparenza e contribuisce al senso di mistero tipico della complicazione. Riguardo al cinturino, la scelta è caduta sulla pelle di vitello: grigio ardesia con interno blu Breguet per la versione in platino, color champagne con interno blu per il modello in oro.

    Il Breguet Classique Tourbillon 7357 si inserisce nella collezione permanente a un prezzo perfettamente proporzionato al segmento d’eccellenza in cui opera la Manifattura. Vale a dire: 166.500 euro per la versione in oro, e 183.100 euro per quella in platino.

  • Classique Souscription, il primo Breguet per l’anniversario

    Classique Souscription, il primo Breguet per l’anniversario

    C’è chi lo chiama il Leonardo da Vinci dell’orologeria. Perché Abraham-Louis Breguet – vissuto fra il 1747 e il 1823 – è famoso per gli innumerevoli dispositivi che hanno cambiato per sempre il volto e la tecnica degli strumenti meccanici per la misura del tempo: dal tourbillon alla molla sonora degli orologi a ripetizione (ovvero il gong), tanto per citarne un paio. In realtà non fu solo il geniale inventore che tutti conoscono. Fu anche uno straordinario imprenditore, un uomo di marketing ante litteram. Lo dimostra il nuovo Classique Souscription, riedizione in formato da polso di un particolare genere di “tasca” da lui creato.

    Devo sottolineare però che si tratta anche del primo esemplare lanciato dalla Maison Breguet per festeggiare i 250 anni dalla fondazione. Le celebrazioni proseguiranno per tutto questo 2025 con altri modelli, magari complicati (volete che non ci sia un tourbillon dell’anniversario?). Ma che per ora rimangono top-secret: quindi, concentriamoci su questo.

    La nascita dell’orologio da sottoscrizione

    Nel 1796, Abraham-Louis Breguet presentò una novità assoluta: il cosiddetto “orologio da sottoscrizione”. Come scrive Emmanuel Breguet nella monografia sui suoi avi pubblicata due secoli dopo, “si trattava di un orologio semplice da costruire, robusto, perfettamente affidabile e poco costoso, di grande diametro e dotato di un’unica lancetta”. Perché si chiamasse così lo spiegava il Maestro nell’opuscolo promozionale stampato ad hoc: “Il prezzo (…) sarà di 600 franchi. Un quarto della somma verrà pagato all’atto della sottoscrizione. La fabbricazione non subirà ritardi e la consegna rispetterà l’ordine di sottoscrizione”.

    L’esistenza e i contenuti della stessa brochure sono emblematici delle doti imprenditoriali di Abraham-Louis Breguet. Prima di tutto perché era una forma di materiale pubblicitario che, all’epoca, doveva avere ben pochi equivalenti. E poi perché, nel testo, spiegava che il denaro versato in anticipo sarebbe servito “per acquistare i pezzi occorrenti a quella che sembra quasi una produzione in serie”. In pratica il grande orologiaio in questo modo non solo si procurava la somma necessaria per coprire le prime spese, per esempio i costi dei materiali, ma soprattutto iniziava la produzione con la certezza della vendita e rischi limitati. In pratica produceva solo ciò che aveva già venduto (o sarebbe stato venduto a breve: noi oggi diremmo “in pre-ordine”). Sarà un azzardo, ma mi sembra che Breguet seguisse in nuce ciò che gli economisti contemporanei definiscono logica pull.

    I precedenti

    Come si legge in quello stesso volume, l’idea di realizzare orologi semplici e meno costosi, quindi accessibili a un pubblico più vasto, in realtà covava nella mente di Breguet da diverso tempo. I registri d’archivio riferiscono di un orologio “semplice a una lancetta”, il n. 188, venduto nel 1792 “all’ex vescovo di Autun, Monsieur de Talleyrand” (ennesimo cliente celebre!), e altri tre simili negli anni successivi. Il termine “sottoscrizione” appare per la prima volta a proposito dell’orologio n. 96, iniziato nel 1794 e venduto due anni dopo a tale Monsieur Coquille. Un altro esemplare, sperimentale, fu venduto nel ’97. Poi, la brochure pubblicitaria lanciò l’orologio da sottoscrizione su più larga scala.

    Il nuovo Classique Souscription ovviamente non segue le regole della sottoscrizione del passato, ma si rifà a quei precedenti – 700 in tutto, realizzati nell’arco di un ventennio – sia nell’estetica sia nella tecnica. Ne sono una prova gli esemplari riuniti nel Museo Breguet, a Parigi, «acquistati nel corso degli anni all’asta», come racconta sempre Emmanuel Breguet, Responsabile del patrimonio della Maison, «in argento e in oro, tra cui si trovano gli orologi n. 246, n. 324, n. 383, n. 1576 e n. 3424, straordinariamente ben conservati». Per inciso, gli orologi da sottoscrizione furono la base per lo sviluppo degli esemplari “a tatto”, che permettevano di conoscere l’ora semplicemente toccandoli: un’altra invenzione del grande orologiaio. Ma non divaghiamo…

    Il quadrante del Classique Souscription 2025

    Le affinità fra gli antichi predecessori e l’attuale Classique Souscription sono evidenti già nell’aspetto. A cominciare dal quadrante: oggi come allora in smalto bianco, con un’uniformità cromatica e una “pastosità” che solo la tecnica à Grand Feu può conferire. Scandito da una minuteria chemin de fer e dai numeri arabi Breguet – realizzati sempre in smalto, questa volta Petit Feu (quindi sottoposto a passaggi in forno a una temperatura più bassa degli 800°C richiesti dal Grand Feu) -, è dominato dall’unica lancetta centrale. Una lancetta particolare: dalla punta allungata e arcuata per meglio indicare ore e minuti insieme, sebbene come di consueto à pomme evidée e in acciaio azzurrato alla fiamma, per spiccare meglio sullo sfondo immacolato.

    Sotto la luce radente, fra il perno della lancetta e le ore 6, si legge poi la firma segreta, invisibile se non nelle giuste condizioni e a patto di conoscerne la presenza. Come tutti ricorderanno, nacque come vero e proprio sistema anticontraffazione: adottato da Breguet attorno al 1795 e generalizzato proprio con gli orologi da sottoscrizione, serviva a identificare gli esemplari autentici dalle copie, numerose già allora. La firma segreta, effettuata con un pantografo a punta secca e seguita sempre dal numero individuale dell’esemplare, nei pezzi d’antan con quadrante in smalto appare in genere incisa sotto il numero 12. Nel caso del nuovo Classique è accompagnata anche dalla scritta Souscription, a ribadirne l’identità.

    La cassa in oro Breguet

    Quindi la cassa. Rotonda, semplice, con la lunetta sottile e le anse arcuate, si differenzia dai modelli d’epoca in primis per le dimensioni ridotte: 40 mm di diametro anziché 61 – ovviamente per la trasposizione al polso. Ma si distingue soprattutto per il materiale. Il Classique Souscription 2025 è infatti realizzato in oro Breguet, una lega esclusiva, concepita e sviluppata “in casa”. Si tratta naturalmente di una lega a 18K, come vuole la legislazione attuale: e unisce al 75 per cento di oro altri metalli quali l’argento, il rame e il palladio (in percentuali non dichiarate).

    La tonalità unica, calda e leggermente rosata, prende ispirazione da quella del nobile metallo utilizzato nel XVIII secolo, ai tempi del fondatore della Maison. Oltre a offrire una maggiore fedeltà storica agli orologi d’epoca, almeno dal punto di vista cromatico, l’inedito oro Breguet rivela il savoir-faire orafo dei tecnici della Manifattura. E allo stesso tempo la volontà di innovare, di intraprendere nuovi percorsi: con coerenza, seguendo le orme di Abrahams-Louis Breguet.

    Il movimento “all’antica”

    Le similitudini fra gli orologi da sottoscrizione d’antan e il Classique Souscription di oggi continuano anche nella meccanica. Se si guarda attraverso il fondello in vetro zaffiro, si vede il nuovo calibro VS00, la cui architettura riprende proprio quella degli orologi da sottoscrizione, nella forma definitiva. I fan di Breguet e i conoscitori più appassionati della Maison non potranno non notare la netta somiglianza con i movimenti della collezione Tradition, che in effetti prende come modello proprio gli orologi da sottoscrizione (anche se con i componenti “a vista”, trasferiti sul lato quadrante).

    Oggi come allora si tratta di un calibro essenziale, robusto, facile da costruire, improntato su un estremo rigore ed equilibrio formale. La struttura simmetrica vede i ponti a gradino fissati sulla platina tramite viti, il treno del tempo e l’organo regolatore nella parte alta del movimento. Al centro invece si trova il grande bariletto, con la ruota a cricchetto decorata, incisa con una scritta in corsivo. Perfino la finitura finemente sabbiata di platina e ponti si ispira ai movimenti storici. A ben guardare, però, presenta un mix di “vecchio” e “nuovo” – com’è giusto che sia: sarebbe assurdo non applicare le tecnologie più attuali… Così, al tipico paracadute, il dispositivo antiurto inventato da Breguet nel 1790, fa da contraltare la spirale in Nivachron™, antimagnetica. Mentre l’autonomia raggiunge i 4 giorni, per rispondere alle esigenze del pubblico contemporaneo, ormai abituato ad avere orologi “a prova di weekend”.

    Packaging e prezzo

    Riporto come sempre ulteriori informazioni, più dettagliate, nelle didascalie. Qui concludo con le ultime, necessarie informazioni. I primi esemplari del Classique Souscription arriveranno a breve, già nei prossimi giorni, nelle boutique Breguet, e saranno in vendita a 53.600 euro. Considerato quanto ho scritto fin qui (la lega “di proprietà”, il quadrante in smalto, il nuovo movimento, le lavorazioni artigianali) mi sembra un prezzo corretto. Alto, è vero, ma non dimentichiamo che siamo nel contesto dell’alta orologeria. Ma merita un cenno anche la speciale confezione che racchiude l’orologio: un astuccio in marocchino rosso, la pregiata pelle a concia vegetale dalla grana fine e irregolare. Ispirato alle custodie utilizzate da Abraham-Louis Breguet, è fregiato da scritte in oro impresse a caldo, a sottolineare l’anniversario e l’esclusività della creazione.

  • Alle origini dello scappamento coassiale: Charles Fasoldt

    Alle origini dello scappamento coassiale: Charles Fasoldt

    George Daniels (1926/2011), universalmente riconosciuto come il più grande orologiaio del XX secolo, ha prodotto solo un numero molto limitato di orologi nel proprio laboratorio sull’Isola di Man. Ognuno di essi era totalmente opera sua, dato che per scelta provvedeva all’esecuzione di ogni minimo dettaglio in prima persona. Tra le sue creazioni, l’unica che ha raggiunto in qualche modo lo status di produzione seriale è lo scappamento coassiale, o co-axial, come viene definito dalla letteratura di lingua inglese, sulle cui lontane origini oggi andremo a curiosare.

    Straordinario restauratore e studioso dell’orologeria antica, alla quale era stato iniziato da Cecil Clutton – i due erano anche accomunati da una grande passione per le auto d’epoca –, Daniels era di fatto ossessionato dalla misura meccanica del tempo. E in particolare dalla ricerca della precisione, la regina di tutte le sfide. Insieme scrissero anche un libro, intitolato sobriamente Watches, in cui ripercorsero la storia degli orologi da persona, dalle origini agli anni ’60 del XX secolo.

    Un orologio particolare

    È proprio in Watches che Daniels analizza, con il suo consueto acume, un orologio da tasca americano. Un esemplare con uno scappamento dalle prestazioni eccezionali, in termini di precisione, affidabilità e garanzia di funzionamento anche in condizioni difficili, come gli urti o i sobbalzi cui un orologio da tasca poteva essere sottoposto. Inoltre, lo scappamento minimizzava le interazioni tra il bilanciere e il treno degli ingranaggi. Concettualmente legato allo scappamento ad àncora, aveva però non una, ma due ruote di scappamento coassiali: una impartiva l’impulso all’asse del bilanciere e l’altra bloccava l’oscillazione di ritorno.

    Caratteristica notevolissima di questo sistema era la mancanza di lubrificazione. Come ogni appassionato di orologi meccanici ben conosce, i lubrificanti sono sempre stati uno degli elementi più critici: se da un lato riducono gli attriti, dall’altro introducono un elemento soggetto a invecchiamento, indurimento, ispessimento. Se poi gli agenti lubrificanti non erano il risultato di un processo chimico strettamente controllato, ma il frutto di lavorazioni artigianali a partire da elementi non standardizzati, i risultati erano talvolta imprevedibili.

    Lo scappamento coassiale di Daniels

    Proprio dallo studio di quello straordinario movimento statunitense, che con grande maestria aveva analizzato, George Daniels partì con il progetto di un proprio scappamento coassiale. Come tante volte ripeto, anche nell’arte dell’orologeria le migliori idee spesso hanno radici antiche.

    Non voglio entrare qui nella descrizione dello scappamento di Daniels, che lo inventò nel 1974 e brevettò nel 1980. Stentò comunque a trovare qualcuno che lo mettesse in produzione, fino a quando Mr. Hayek non ne intuì la genialità: fu modificato dai tecnici della Nivarox e poi adottato negli esemplari di Omega. Per saperne di più, comunque, gli interessati possono andare a rileggersi la sintesi scritta a suo tempo da Augusto Veroni in questo articolo.

    Senza nulla togliere al genio di Daniels, oggi riporteremo alla luce il nome di un orologiaio sconosciuto ai più, ma assolutamente straordinario. Fu lui a inventare uno scappamento coassiale da cui il buon Daniels trasse ispirazione, migliorandolo, per la propria creazione.

    Chi era l’orologiaio che aveva affascinato Daniels?

    Charles Fasoldt nacque in Germania, più precisamente in Sassonia e forse proprio a Dresda, nel 1819. Attorno ai 30 anni emigrò negli Stati Uniti per sfuggire a una condanna in patria per aver aderito a moti rivoluzionari. Aveva già consolidate esperienze di maestro orologiaio.

    Si trasferì in un centro dello stato di New York, Rome, dove insieme ad alcuni familiari risultava condurre, intorno al 1850, un’attività di orologeria e gioielleria che comprendeva restauri, riparazioni ma anche vendita di prodotti propri, tra cui orologi e strumenti scientifici. Nell’ultimo periodo di attività, l’azienda risultava costruire e vendere anche mulinelli per canne da pesca.

    In tutta la sua vita Fasoldt produsse meno di 500 orologi, spaziando dagli esemplari da torre a quelli domestici, passando per quelli da tasca, sempre di altissima qualità. Dopo una decina di anni, spostò il business dalla provinciale Rome ad Albany, che era – ed è – la capitale dello Stato di New York.

    Oltre che abilissimo costruttore, Fasoldt era un creativo: a lui si devono diversi brevetti in ambito meccanico, anche se tra tutti quello di maggior interesse storico per noi è il numero 22791, depositato nel 1859, con il sobrio titolo di Cronometro (Chronometer, nell’originale). A questo, fece seguito nel 1865 il brevetto #46652, che altro non era se non una versione migliorata dell’invenzione precedente.

    Lo scappamento coassiale di Fasoldt

    Il brevetto #46652 era accompagnato da disegni che ben illustravano le azioni di impegno e disimpegno dell’àncora a tre palette, in cui solo quella centrale aveva azione di impulso, mentre le due estreme erano di ritenuta. Tecnicamente, lo scappamento di Fasoldt può essere considerato appartenere alla famiglia degli scappamenti Duplex. Come il détente, lo scappamento dei cronometri da marina, non è del tipo autoavviante e necessita, dopo la carica, un minimo di impulso esterno per iniziare il moto.

    La presenza dello scappamento “ad àncora coassiale” di Fasoldt era indicata sul quadrante o sulla cassa con la semplice scritta “C. Fasoldt – Patent Chronometer“. L’orologiaio, comunque, già produceva esemplari da tasca con carica a corona negli anni ’60 del XIX secolo, mostrandosi sempre attento a ogni innovazione del settore.

    Fasoldt, orologiaio e imprenditore

    Oltre che perspicace inventore sotto il profilo meccanico, Charles Fasoldt si dimostrò buon imprenditore: comprese che la qualità tecnica – che certo non vendeva a basso prezzo, potendo contare su una clientela ricca ed esigente – doveva essere accompagnata dalla bellezza del movimento. Fu il primo a introdurre nell’orologeria americana la damascatura, lavorazione ad incisione finissima con sola valenza estetica, sui ponti e sulle platine.

    I suoi esemplari da tasca, generalmente di diametro generoso, ricordavano nell’ideazione dei calibri lo stile di un altro grande autore, Jules Jürgensen, al quale Fasoldt si ispirava. Alcuni movimenti addirittura montavano ruote di scappamento ed àncora in oro. Autore di grande finezza, di lui sopravvivono anche quattro orologi da torre ed un certo numero di orologi domestici, tutti di altissima qualità ed ambiti dai grandi collezionisti e dai musei. Morì nel 1889.

    Le fonti di Fasoldt: Robin

    Stabilito, quindi, che le origini dello scappamento coassiale di Daniels provengono da Fasoldt, da dove Charles Fasoldt avrà tratto l’ispirazione?

    Ci aiutano gli storici dell’orologeria, che fanno notare come il principio di impulso lento e arresto veloce, uno degli elementi chiave del funzionamento del Cronometro di Fasoldt, e la scelta della doppia ruota di scappamento coassiale erano in realtà derivate dallo scappamento inventato nel XVIII secolo da Robert Robin (1742/1809), grande orologiaio francese che ne aveva valutato le ottime potenzialità.

    Che lo scappamento di Robin fosse un buon punto di partenza, sempre alla ricerca di quell’Araba Fenice che è la precisione, era ben noto anche ad Abraham-Louis Breguet, il sommo orologiaio.

    Breguet aveva messo a punto un proprio scappamento, denominato “scappamento naturale“, che aveva anch’esso due ruote di scappamento e la caratteristica di impartire l’impulso al bilanciere in entrambi i sensi di moto. Ma non disdegnò di adottare, come nell’orologio n. 1484 e in una dozzina di altri pezzi, proprio lo scappamento di Robin, che era un misto tra àncora e détente. Di fatto, però, lo “scappamento naturale” di Breguet risultava essere superiore per prestazioni in condizioni statiche ma troppo sensibile quando indossato, per cui Breguet preferì ricorrere alla soluzione di Robin in numerosi casi.

    Fasoldt e Daniels: ma quali sono le differenze?

    Senza voler entrare in dettagli eccessivamente tecnici, è comunque interessante comprendere quali siano le differenze principali tra lo scappamento coassiale di Fasoldt e quello di Daniels.

    Per prima cosa, ricordiamo che Daniels aveva sviluppato precedentemente rispetto al coassiale un altro scappamento, dalle prestazioni straordinarie in termini di precisione. È lo scappamento detto “double wheel“, o a duplice ruota, in cui, di fatto, l’azione dello scappamento è governata non da un treno di ingranaggi, ma da due treni simmetrici, con due ruote di scappamento speculari che non hanno punti di contatto tra loro.

    Questa configurazione, ispirata dallo “scappamento naturale” di Breguet, ma che Breguet stesso aveva finito per abbandonare, oltre a ridurre gli effetti dell’attrito aveva il pregio di evitare sbilanciamenti nella geometria dell’impulso. Daniels applicò il suo double wheel in alcuni dei suoi orologi da tasca, tra cui il celeberrimo Space Traveller, ma la difficoltà e il costo della costruzione di un doppio treno di scappamento e la qualità della lavorazione necessaria furono tali da impedirne qualsiasi sviluppo di tipo industriale.

    Ecco quindi che l’analisi dello scappamento di Fasoldt, che usava due ruote, ma su uno stesso asse, quindi – di fatto – riducendo a uno solo il treno di ingranaggi dello scappamento, divenne punto di svolta. Nello scappamento di Fasoldt, che abbiamo già detto essere in qualche modo un ibrido tra àncora e détente, le due ruote di scappamento, sovrapposte, hanno diametri diversi: come nel détente, durante l’intera oscillazione del bilanciere viene applicato un solo impulso, e l’oscillazione è quindi fondamentalmente libera nella maggior parte del suo percorso.

    Inoltre, ed è particolare non trascurabile, il bilanciere riceve l’impulso solo quando il suo moto è concorde con quello della ruota di scappamento. Questo tipo di azione prende il nome di impulso indiretto.

    L’originalità dello scappamento coassiale di Daniels

    George Daniels aveva comunque ammirato la geniale invenzione di Fasoldt, le prestazioni che il suo scappamento raggiungeva e l’aver superato l’annoso problema della lubrificazione. Dopo una serie di progetti intermedi, forte dell’esperienza acquisita con il double wheel, tornò al concetto di un solo treno di scappamento, ma traendo maggiore ispirazione proprio da quello scappamento ad àncora, ormai universalmente diffuso, da cui voleva prendere le distanze.

    Se nello scappamento di Fasoldt il bilanciere e le ruote di scappamento erano distanziate, Daniels invece cercò di portarli alla minima distanza possibile, modificando anche l’approccio all’impulso. Nello scappamento coassiale di Daniels, infatti, l’àncora non fornisce un solo impulso diretto, come nel double wheel, bensì due: il secondo è di tipo indiretto ed è fornito alla ruota inferiore di scappamento. Questa configurazione dello scappamento a doppio impulso risulta inoltre per definizione autoavviante.

    Se l’idea dell’impulso indiretto, delle ruote coassiali e delle palette estreme dell’àncora aventi funzione di elementi di ritenuta erano sicuramente mutuate da Fasoldt, l’aggiunta dell’effetto dell’impulso diretto è una naturale derivazione del suo scappamento double wheel.

    Un’analisi rigorosa delle differenze richiederebbe grafici e spiegazioni passo-passo, ma – volendoci accontentare – possiamo limitarci a quanto sopra esposto. Potremmo dedurne che, fortunatamente, le buone idee sono dure a morire: resta il fatto, comunque, che per apprezzare qualcosa di diverso e originale e valutarne l’effettivo valore, servono conoscenza e competenza. Per trasformarlo in qualcosa di ancora migliore… beh, ci vuole un tocco di genio.

  • Marine Tourbillon 5577, Breguet tra sport ed eleganza

    Marine Tourbillon 5577, Breguet tra sport ed eleganza

    L’impianto ricorda quello del Marine Tourbillon Equation Marchante 5887, presentato da Breguet nel 2017. E in effetti il nuovo Marine Tourbillon 5577 riprende quel precedente tanto nell’estetica quanto nella meccanica. È infatti simile nell’impostazione del quadrante, con le indicazioni di ore e minuti leggermente decentrate e con l’apertura sul tourbillon a ore 5. E monta anche lo stesso movimento, sebbene in versione semplificata, cioè privo dei componenti delle complicazioni integrate (equazione del tempo e calendario perpetuo).

    Un movimento notevole, sotto vari punti di vista, lo stesso che animava il Classique Tourbillon Extra Plat Anniversaire 5365. Ed è proprio per questo che inizio eccezionalmente da qui, dalla meccanica, nella descrizione del Marine Tourbillon 5577.

    Il calibro 581

    Si tratta di un movimento meccanico di manifattura (ovviamente) e dalla costruzione ultrapiatta. Sottile solo 3 mm, a dispetto della presenza di due dispositivi relativamente ingombranti: il tourbillon, ma più ancora la carica automatica. Il Calibro 581 è infatti equipaggiato da una massa oscillante periferica, un segmento in platino che ruota lungo un anello dentato ai margini esterni del calibro stesso. Una soluzione tecnica raffinatissima per risolvere il problema dello spessore altrimenti imposto dal rotore centrale. Personalmente la trovo affascinante e perfino un po’ ludica: passerei delle ore a far roteare lentamente l’orologio per vederla in quel moto continuo, quasi fosse un gioco.

    Poi c’è il tourbillon, appunto. Inventato dal fondatore della Casa, brevettato nel 1801, dà a Breguet una sorta di naturale legittimazione a utilizzarlo, più di qualsiasi altra marca. Un tourbillon dall’architettura consueta, la cui gabbia compie una rotazione completa su sé stessa in un minuto, con un solido ed essenziale ponte centrale. In realtà un tourbillon di ultima generazione: con la gabbia in titanio, quindi leggerissima, la spirale in silicio e la ruota di scappamento trattata al silicio (materiale dalle infinite proprietà, sebbene non amato da tutti), con tutti i vantaggi sulla costanza di marcia che queste comportano.   

    Da citare anche la ragguardevole autonomia di 80 ore, altra caratteristica che influisce sulle prestazioni cronometriche, ma soprattutto le finiture. Che non sono solo impeccabili e curatissime, come richiede l’alta orologeria. Sono del tutto personalizzate, secondo le abitudini della Casa: sul tamburo del bariletto è incisa una rosa dei venti, i ponti tipo Côtes de Genève ricordano il paiolato di una barca, il rotore periferico è decorato con il tipico motivo a onde. Il tutto riconduce all’ispirazione marinara della famiglia di orologi cui appartiene questo esemplare. E ricorda la maestria nel guillochage degli artigiani in quel de L’Abbaye.

    L’estetica del Marine Tourbillon 5577

    Per passare finalmente all’habillage, la cassa è realizzata in platino oppure in oro rosa, metalli nobili che sottolineano l’importanza del Marine Tourbillon 5577 nel catalogo della Maison. Riguardo alle dimensioni, la cassa misura 42,5 mm di diametro e risulta forse un po’ grande, per il polso di alcuni. Abbastanza insolita (almeno per un tourbillon) è poi l’impermeabilità, garantita fino a 10 atmosfere. Ma entrambe queste caratteristiche sono in linea con la vocazione sportiva della collezione Marine, che rende omaggio agli storici esemplari nautici prodotti dalla Maison e al passato prestigioso di Abraham-Louis Breguet, nominato orologiaio della Marina del Re di Francia nel 1815.

    Due parole sul quadrante in oro, nei toni del blu navy o dell’ardesia a seconda della versione di cassa. Bella la lavorazione soleil nella zona centrale, i cui raggi hanno origine dal tourbillon, a contrasto con lo sfondo opaco del giro delle ore. La leggibilità certo non difetta al Marine Tourbillon 5577. I grandi numeri romani applicati sono anch’essi tipici della collezione, e sono rivestiti di materiale luminescente come gli indici e le lancette à pomme (non più evidé, evidentemente, ma piene). Da notare infine che la lavorazione soleil continua anche sul bordo asimmetrico esterno alla minuteria, sempre incentrata sul tourbillon ma con un orientamento differente rispetto al resto.

    Infine, il Marine Tourbillon 5577 si allaccia al polso con un cinturino in caucciù, declinato in blu o in nero. Esiste però anche con il cinturino in pelle di alligatore, sempre coordinato al colore del quadrante e sempre con la chiusura pieghevole sottolineata da una fibbia che ha la forma di un timone. In alternativa, l’orologio è disponibile anche con il bracciale in oro rosa oppure in platino – il che influisce notevolmente sul peso, oltre che sul prezzo.

    Conclusioni

    A proposito di prezzi, ci vogliono 180.200 euro per il Marine Tourbillon 5577 in platino e 163.600 euro per la versione in oro rosa. Cifre importanti, in linea con gli esemplari complicati della Maison. Ma con qualcosa in più dato dallo stile, capace di fondere l’inclinazione per lo sport insieme a quella per l’eleganza. Che poi sia più uno chic sportivo piuttosto che una sportività chic, la decisione spetta a voi…

  • La misteriosa storia degli orologi a carica automatica

    La misteriosa storia degli orologi a carica automatica

    Potrebbe sembrare strano voler parlare della storia di una delle più conosciute complicazioni, nel settore dell’orologeria “da portare addosso”, per mutuare l’espressione di un noto storico italiano del settore: la carica automatica.

    Eppure, ci sono molte cose sull’invenzione della carica automatica che ancora oggi sono ripetute per inerzia. Riportate su testi importanti, vengono perpetuate da innumerevoli citazioni, senza tenere in debito conto ricerche e scoperte di tempi recenti.

    Il problema della carica di un orologio

    Giusto per contestualizzare, ricordo che due approcci completamente diversi riuscirono a superare il problema della carica degli orologi da persona, un tempo “da tasca”, tradizionalmente effettuato con la chiavetta.

    Da un lato, la carica a corona, in cui chi usa l’orologio agisce sulla corona di carica e azionandola ripetutamente ricarica la molla che fornisce l’energia necessaria al funzionamento. Si tratta di un’azione volontaria, elimina la necessità della chiave, ma è pur sempre un’operazione che richiede una decisione e che deve essere compiuta deliberatamente.

    Molto più antica fu invece la carica automatica per mezzo dei movimenti di una massa oscillante. Nell’ipotesi che l’orologio fosse indossato, i movimenti del corpo del proprietario causavano gli spostamenti della massa, che poteva essere – come vedremo – di diversi tipi. I quali, con debite precauzioni progettuali, andavano a trasformarsi nella ricarica della consueta molla.

    Il problema a fine Settecento

    La testimonianza più antica che ci sia pervenuta riguarda un orologio da tasca con rotore pivotato in posizione centrale: esattamente quella che ritroviamo più comunemente negli orologi da polso automatici. Ma non fu il solo tentativo: ricordo che all’epoca – e siamo nell’ultimo quarto del Settecento – lo scappamento più comune era quello a verga, notevolmente sensibile alle variazioni di tiro della molla (pur se compensate dalla conoide), altre strade furono percorse.

    Di questo abbiamo testimonianza nelle carte d’archivio e in pochi, rarissimi, esemplari sopravvissuti. In alcuni calibri la massa ruotava per un angolo limitato, dai 40 ai 120 gradi. In altri, addirittura, la massa era posta all’estremità di un’asta, un po’ come nel pendolo: e oscillava, anziché intorno a un asse ortogonale rispetto alle platine, avanti ed indietro, fissata al bordo del movimento.

    La carica automatica di Breguet e Perrelet

    Andando a leggere la storia di questa invenzione, immancabilmente ci imbattiamo in due nomi cui la scoperta è sempre associata: Perrelet e Breguet.
    Scoperte degli ultimi vent’anni hanno portato alla luce e continuano a fornire dati inequivocabili circa una storia differente, con attori diversi. Eppure, nonostante tali ritrovamenti siano stati riportati sulle più autorevoli pubblicazioni di settore e siano stati oggetto di monografie, sembrano ignorati.

    La maledizione della carica automatica? Sembrerebbe di sì. Ma come è possibile che su un tema di interesse tanto generale si perpetuino informazioni errate? Cerchiamo insieme di ricostruire la storia di questa leggenda, tanto dura a morire.

    Descrizioni dettagliate sulla progettazione dei movimenti a carica automatica si incontrano diffusamente nei testi scritti da Abraham-Louis Breguet, che si riferiva all’orologio “che si ricarica da solo” come “perpetuo”. Per avere un testo che cercasse di ricostruire la storia di tale soluzione si dovrà però attendere il Novecento: più precisamente il 1949, quando Léon Leroy pubblicò la descrizione dettagliata di un esemplare settecentesco dotato di rotore oscillante a 360°, del tutto analogo a quelli moderni.

    Gli storici svizzeri

    Questa scoperta ebbe grande eco nell’ambiente degli storici dell’orologeria, al punto di indurre Alfred Chapuis ed Eugène Jaquet a scrivere un libro sulla storia della carica automatica, pubblicato nel 1952 con il titolo di La Montre Automatique Ancienne (1770-1931).

    I due grandi storici svizzeri esaminarono un’ampia documentazione e videro dal vero l’esemplare presentato da Leroy. Giunsero dunque alla conclusione che l’orologio – non firmato – fosse opera di Abraham-Louis Perrelet, per quanto riguardava il movimento, e di Abraham-Louis Robert per la cassa. Entrambi gli autori operavano a Le Locle, in Svizzera.

    In verità, al di là del fatto che l’attribuzione fosse data come “quasi certa”, non fornivano vere prove a supporto: a sostegno della scelta del nome di Perrelet vi erano delle lettere del 1777, da cui sembrava lecito dedurre che fosse l’autore dell’orologio di Leroy.

    Gli studiosi elvetici ipotizzarono anche che probabilmente Perrelet si dedicasse da tempo a questo tipo di soluzione, forse dal 1770. E passarono alla conclusione che Abram-Louys Perrelet, per citare il nome completo nella sua grafia antica, ne fosse stato l’inventore.

    Sarton, chi era costui?

    Il libro era già uscito quando emerse un documento inedito. Un atto scritto da Hubert Sarton, originario di Liegi, in Belgio, in cui questo orologiaio forniva dettagli sulla progettazione e costruzione di un orologio dotato di “movimento spontaneo”. Il documento era stato presentato nel 1778 all’Académie des Sciences di Parigi.

    Il nome di Sarton non era mai comparso precedentemente, ma il testo era inequivocabile: Chapuis e Jaquet, per dovere di correttezza, non potevano non tenerne conto. Per l’edizione in lingua francese predisposero quindi un’addenda (un foglio aggiunto all’interno di un capitolo, non numerato), ma non ritoccarono minimamente le edizioni in inglese e tedesco. In ogni caso, pur citando Sarton, gli autori non misero mano al testo e le loro conclusioni circa l’attribuzione della paternità dell’invenzione a Perrelet restarono immutate.

    Nell’edizione inglese del 1956, Chapuis aggiunse un intero capitolo dedicato al documento di Hubert Sarton, senza però produrre una vera analisi della soluzione meccanica e concludendo sempre che l’attribuzione della scoperta a Perrelet rimaneva valida.
    La cosa più incredibile era, però, il fatto che Chapuis non avesse notato che la puntigliosa descrizione di Sarton corrispondeva fin nei minimi dettagli all’anonimo movimento dell’orologio trovato da Leroy!

    La carica automatica nella recente storiografia

    Nel frattempo, l’indiscussa autorità di Chapuis e Jaquet ebbe la meglio: l’orologio automatico era sempre citato in associazione al nome di Perrelet.

    Si dovette giungere al 1993 perché un altro storico, Joseph Flores, riportasse alla luce la questione, rimarcando quanto l’esemplare di Leroy fosse, veramente con ogni probabilità, opera di Sarton.
    Flores pubblicò il suo articolo sulle riviste di orologeria antica e ottenne diversi tipi di reazioni: alcuni lettori si allearono a lui, mentre per la maggioranza “automatico” e “Perrelet” rimasero indissolubilmente legati.

    Il ben noto storico Jean-Claude Sabrier ritornò sul tema nel 2011 con la pubblicazione di un estensivo testo sulla carica automatica, intitolato The Self-Winding Watch, 18th-21st Century.
    Sabrier, purtroppo, non prese neppure in considerazione i documenti di Sarton. Si limitò, con fermezza, a sostenere di nuovo la tesi che l’autore dell’orologio di Leroy fosse Perrelet.

    L’autore accantonò sdegnosamente il nome e gli scritti di Sarton, nonostante nel tempo ulteriori e sempre concordi testimonianze si fossero accumulate a favore dell’orologiaio belga. Per screditare l’attribuzione, Sabrier produsse un documento in cui Sarton figurava come “gioielliere”, nonostante esistessero le prove del fatto che Sarton avesse seguito regolare apprendistato come orologiaio e avesse conseguito la maestria nella disciplina.

    Incredibilmente, nel testo di Sabrier figurano però altri documenti. Uno del 1775, in cui l’invenzione della carica automatica è attribuita a Joseph Tlusios. E un secondo, del 1777, in cui l’invenzione è attribuita a Joseph Gallmayr. Pur citandoli, Sabrier prosegue inesorabilmente ad attribuire la scoperta a Perrelet!

    La ricerca sulla carica automatica prosegue ancora ai nostri giorni, grazie all’impegno di alcuni studiosi. Tra i quali è d’obbligo citare il nome di Richard Watkins, che pubblicò nel 2013 The Origins of Self-Winding Watches,1773-1779, in cui rianalizzava l’intera questione. Per chiunque fosse interessato alla lettura, l’autore lo ha generosamente messo online: lo si può scaricare gratis qui.

    Il mistero, comunque, si infittisce.

    Il fatto è che la carica automatica è un’invenzione nata adulta, che nella sua prima versione era già “moderna”. La usiamo da 250 anni, eppure le sue vere origini, come in un feuilleton d’altri tempi, restano per ora avvolte nelle nebbie della storia.

  • Tradition Tourbillon 7047, a lezione di Storia dell’orologeria da Breguet

    Tradition Tourbillon 7047, a lezione di Storia dell’orologeria da Breguet

    Una lezione di orologeria: ecco come ho sempre considerato il Breguet Tradition. Perché mostra in modo palese come funziona un orologio, grazie al trasferimento sul lato quadrante dei principali componenti del movimento. E credo che la definizione sia ancora più azzeccata per il nuovo Tradition Tourbillon 7047, presentato lo scorso giugno in occasione del 221° anniversario del regolatore di Breguet.

    Anche se questa volta la costruzione semplice e robusta, codificata secondo i canoni degli orologi da sottoscrizione, è diversa: del tutto rinnovata dalla presenza del tourbillon, collocato all’1. Una posizione insolita non solo nella produzione della Maison, ma nell’intero settore, perfino per le marche specializzate nello studio di questo dispositivo. La cosa strana, però, è che l’inedito tourbillon all’1 stravolge sì completamente la “classica” architettura della collezione, ma ne rispetta il gusto per la simmetria, ne mantiene l’armonia formale. Permette di identificarlo fin dalla prima occhiata come un Tradition… E ti lascia di stucco: cattura fin da subito lo sguardo e ti assorbe totalmente nella visione ipnotica, quasi magica, del moto meccanico. Pochissimi orologi hanno mai avuto questo effetto su di me. Ed è una fascinazione che in parte deriva, lo ammetto, dalla Storia stessa dell’orologeria.

    I precedenti storici

    Se non sbaglio il Tradition Tourbillon 7047 è il primo tourbillon all’interno della collezione, nata nel 2005 e finora arricchita di altre (diverse) complicazioni – vedi il recente Quantième Rétrograde da noi già recensito. Come si intuisce dal nome, è una collezione ispirata al passato, alla grande orologeria di tradizione e alle creazioni del fondatore della Maison. In particolare, come dicevo, agli orologi da sottoscrizione e a quelli “a tatto”.

    Gli orologi da sottoscrizione rivelano il genio commerciale di Abraham-Louis Breguet. Erano esemplari realizzati su prenotazione, per i quali il cliente era tenuto a pagare un quarto del valore al momento dell’ordine. In questo modo l’atelier produceva solo il venduto ed eliminava i rischi d’impresa. Gli esemplari a tatto, commercializzati dal 1799, rappresentano invece la soluzione a un problema pratico, oltre che un’astuzia per sfidare le convenzioni. Permettevano infatti di conoscere l’orario anche al buio, alla “cieca”, semplicemente toccando l’orologio (grazie alla lancetta a freccia e agli indici in rilievo). Risultavano utili quindi dopo il tramonto (se non si aveva a portata di mano una candela) e nei momenti di mondanità (quando guardare l’ora era inopportuno).

    Il calibro degli orologi da sottoscrizione, poi ripreso in quelli a tatto, era semplice, robusto e privo di complicazioni, sia per ridurre i costi di produzione sia per rendere più facile la manutenzione. Ed era un movimento dalla composizione simmetrica: al centro il grande bariletto; da un lato il bilanciere e il treno del tempo, sorretti da ponti uguali e speculari; dalla parte opposta il quadrante decentrato. Questa costruzione – pressoché identica, sebbene ribaltata – si ritrova ai nostri giorni negli orologi della collezione Tradition.

    Le pecularità tecniche

    Ovvio che i progettisti di Breguet, nel concepire la collezione Tradition, non si sono limitati ad adottare l’architettura dei modelli d’antan e ad adattarla ai moderni esemplari da polso, in modo acritico. L’hanno anche interpretata con tecnologie e materiali attuali: primo fra tutti il silicio, le cui ben note qualità contribuiscono a rendere gli orologi adeguati alle esigenze di oggi. E credo che sia proprio la commistione di presente e passato la chiave del successo della collezione.

    Del resto, il mix di elementi contemporanei e d’epoca si riscontra anche nel nuovo Tradition Tourbillon 7047. Che oltretutto presenta un altro dispositivo dell’antica tradizione orologiera: la trasmissione fuso-catena. Un’invenzione che risale addirittura al XV secolo e che fu studiata anche da Leonardo da Vinci, come dimostrano alcuni schizzi del Codice Atlantico. In pratica si tratta di un sistema che garantisce forza costante perché elimina la perdita di coppia.

    Il sistema di trasmissione a catena con vite perpetua, per esser più precisi, è formato da un elemento a cono, scavato dalla larga base fino al vertice con una scanalatura a spirale. Il conoide (o fuso, chiamatelo come volete) è collegato al bariletto con una catena del tutto simile a quella di una bicicletta, ma dalle dimensioni infinitamente più piccole. Il funzionamento è ben spiegato nella cartella stampa dell’orologio: “Quando il bariletto è completamente carico trasmette il massimo della forza. La catena agisce dunque sulla parte alta del fuso, ovvero quella dalla circonferenza minore. A mano a mano che la catena si svolge, la coppia diminuisce ma agisce parallelamente sulla parte più ampia del fuso, la base. In questo modo la forza rilasciata è costante”.  

    Il Tradition Tourbillon 7047 in sintesi

    Consideriamo quindi tutti gli elementi del movimento: il calibro 569, ovviamente a carica manuale. All’1 spicca appunto il grande tourbillon, con spirale Breguet in silicio e scappamento ad àncora (in linea invertita) con le anse sempre in silicio. Il regolatore da solo catalizza tutta l’attenzione, mentre ruota su se stesso in un minuto. Al 9 c’è il bariletto, al 5 il conoide: entrambi fissati con un ponte identico e speculare, sono collegati dalla piccola catena, ben visibile nel suo lento svolgersi e avvolgersi. Al 7, invece, il quadrante decentrato con l’indicazione delle ore e dei minuti. Simmetrico al tourbillon, è anch’esso quindi in posizione insolita. Ma presenta i segni distintivi della Maison: il guilloché a Clous de Paris e le lancette à pomme evidée.

    La suggestione estetica del Tradition Tourbillon 7047 però dipende anche dal contrasto cromatico blu/antracite – un po’ come nel Quantième Rétrograde di cui sopra. I componenti rodiati del movimento fanno risaltare con particolare efficacia i dettagli blu: il quadrante in oro e la gabbia in titanio del tourbillon, colorati con un procedimento galvanico; e le minuscole maglie della catena, trattate termicamente. A mio parere – per quanto poco valgano le considerazioni personali del “mi piace/non mi piace” – è questa la versione più riuscita dell’orologio. La più elegante, la più attuale. Ma de gustibus

    Il Tradition Tourbillon 7047 esiste infatti in quattro versioni. Due hanno la cassa in platino, il movimento antracite, il quadrante blu oppure argenté; e due la cassa in oro rosa, il quadrante nero, il movimento antracite oppure color oro rosa. La scelta del metallo influisce com’è logico sul prezzo: le referenze in platino costano ambedue 196.900 euro, quelle in oro rosa 182.300 euro. Più del mio appartamento, è vero, tant’è che io – come molti di voi – non potrò mai permettermi l’acquisto (a meno che non vinca una lotteria). Ma non vuol dire che non possa apprezzarlo. E poi, chi mi può impedire di sognare?

  • Tourbillon Souverain: F.P.Journe e l’invenzione di Breguet – 1

    Tourbillon Souverain: F.P.Journe e l’invenzione di Breguet – 1

    Devo essere sincera: scrivere questo pezzo non è stato facile. Perché il Tourbillon Souverain Vertical non è solo un esemplare tecnicamente complesso e ricco di riferimenti alla storia dell’orologeria; va visto anche come punto d’arrivo (almeno temporaneo) del percorso professionale di François-Paul Journe. Mi ha molto aiutato però la lettura di un testo scritto da Stefano Cristofori, Direttore marketing di Corvo & C. Spa (la società che importa il marchio in Italia) e profondo conoscitore degli orologi del Maestro. Cui va tutta la mia riconoscenza per aver saputo collocare il Tourbillon Souverain Vertical in un quadro generale e aver fatto chiarezza tra i tanti precedenti.

    Avere a disposizione quello studio organico, però, da un lato ha messo in evidenza la mole di informazioni al riguardo e dall’altro mi ha fatto riflettere sull’impostazione da seguire… Va bene semplificare, va bene la capacità di sintesi (è il mio mestiere), ma non mi andava nemmeno essere troppo superficiale. Per evitare di annoiarvi, ma allo stesso tempo per spiegare il necessario, ho diviso quindi il discorso in due parti. Qui di seguito troverete i presupposti storici del Tourbillon Souverain Vertical, che raccontano come e perché Journe sia arrivato all’esemplare del 2019. La prossima volta (presto, molto presto) mi concentrerò invece sulle caratteristiche tecniche ed estetiche dell’orologio.

    Journe e il tourbillon

    Non starò qui a ricordarvi la rava e la fava sull’organo regolatore inventato da Breguet nel 1801 (magari potete rileggere questo articolo). Preferisco invece riferirvi l’insolita ma realistica interpretazione che ne dà lo stesso Journe: il tourbillon è un sistema per distribuire l’olio. E in effetti il dispositivo – che fa ruotare senza sosta i componenti dell’organo regolatore (sistema bilanciere e spirale, scappamento e àncora) – impedisce all’olio di uscire dalle proprie sedi e garantisce che rimanga uniforme all’interno delle boccole degli assi.

    Anche per questo motivo, dunque, Breguet riteneva che il tourbillon contribuisse alla costanza di marcia dei modelli da tasca della sua epoca. Ed è comprensibile: a quel tempo gli oli non erano certo quelli di oggi… E poi non è stato lo stesso Abraham-Louis a dire: “Datemi l’olio perfetto e vi darò l’orologio perfetto”? Sta di fatto che anche Journe, grande studioso ed estimatore di Breguet, da giovane si è cimentato con un tourbillon. Come fanno del resto tutti i migliori orologiai: il tourbillon è un autentico banco di prova delle capacità personali, viste le difficoltà tecniche implicite nella costruzione.

    F.P. Journe à Paris

    Dopo essersi diplomato nella Scuola di orologeria di Parigi, infatti, François-Paul andò a lavorare nell’atelier di restauro dello zio Michel. E lì, nel 1983, costruì il suo primo orologio: un “tasca” con cassa Lépine in oro e argento, che racchiudeva un movimento meccanico con tourbillon di grandi dimensioni, scappamento à détente1 e doppio bariletto. Nell’estetica ricordava certi esemplari di Abraham-Louis Breguet (tipo i cronometri da marina), con indicazione decentrata di ore e minuti al 12, lancette à pomme e grande contatore dei secondi al 6. Per la prima volta sul quadrante appare la firma “F.P. Journe”, completata dalla dicitura “à Paris” in posizione simmetrica.

    Quel pezzo unico per Journe si rivelò molto importante. Anche se in realtà non lo vendette mai, lo usò come dimostrazione di ciò che sapeva fare, come mezzo per presentarsi ai suoi primi clienti. E, grazie alla notorietà così raggiunta, riuscì a trasferirsi in Svizzera per aprire il proprio laboratorio indipendente. Non solo. Aver costruito personalmente quell’esemplare lo aveva messo di fronte a tutte le problematiche insite nel tourbillon, che lo spinsero a cercare nuove soluzioni. Prima di tutto la questione della richiesta di energia, di cui il sistema risultava particolarmente avido: formato (nel suo caso) da una settantina di componenti, aveva un consumo ben maggiore di un comune bilanciere.

    Il remontoire d’égalité

    Nel suo primo “tasca”, François-Paul aveva risolto il problema con un doppio bariletto che lavorava in parallelo, in grado di erogare un’energia abbastanza stabile nel tempo. Ma nel frattempo aveva messo a punto anche un dispositivo più sofisticato, adottato in pendoleria: il remontoire d’égalité2. In pratica si tratta di un sistema che permette di gestire gli impulsi provenienti dal bariletto, per far sì che la cessione dell’energia avvenga a intervalli di tempo brevi e definiti – e la spinta sia costante, indipendentemente da quanto sia carica la molla del bariletto. Più facile a dirsi che a farsi, in un movimento miniaturizzato.

    Journe comunque ci riuscì. Lo inserì dapprima nel suo quinto orologio, datato 1986, un altro “tasca” con la cassa in oro e il quadrante in cristallo di rocca chiaramente ispirato al celebre Maria Antonietta di Breguet. Era un cronometro con calendario perpetuo, “a forza costante”: con trasmissione a fuso e catena, remontoir a 5 secondi e scappamento à détente. Poi Journe lo utilizzò anche nel suo primo orologio da polso, un altro tourbillon del 1991: ulteriormente miniaturizzato, il remontoire d’égalité fa bella mostra di sé nell’apertura in basso sul quadrante. Da notare che l’estetica di questo pezzo (realizzato in una manciata di esemplari) rispecchia già i canoni dello “stile Journe”.

    Il Tourbillon Souverain 1 e 2

    “Stile Journe” che appare già codificato in tutti gli elementi più tipici nel Tourbillon Souverain à rémontoir d’égalité del 1999 – vale a dire il primo orologio prodotto in serie (sebbene in piccoli numeri: 20 esemplari) all’interno della Manifattura appena creata. A cominciare dall’architettura della cassa, per passare all’indicazione decentrata di ore e minuti posta sulla destra a ore 3, con le lancette in acciaio azzurrato alla fiamma dalla foggia specifica. Altre caratteristiche dell’orologio: a ore 9 il grande tourbillon, e a ore 6 il rémontoire d’égalité (come nel precedente). Cambia solo l’indicazione dell’autonomia, mentre il livello delle finiture è ormai quello dell’alta orologeria.

    La stessa configurazione si ritrova anche nell’esemplare uscito 7 anni dopo, nel 2006: un omonimo Tourbillon Souverain in versione aggiornata, ristudiato con cura quasi ossessiva in ogni dettaglio. Monta il calibro 1403, interamente in oro come i suoi predecessori, da cui però si distingue perché riporta sul quadrante un contatore dei piccoli secondi a ore 6. Il remontoire d’égalité a un secondo adesso è nascosto e il quadrante mette invece in evidenza la lancetta che si muove a scatti per 60 volte al minuto (un po’ come succede in un movimento al quarzo). Si tratta dei cosiddetti “secondi morti”, definizione che si spiega col fatto che la lancetta resta immobile, come morta, finché non è trascorso l’intero secondo.

    ll Tourbillon T30

    Ecco, i giochi sono fatti. Tutti questi elementi – grande tourbillon, remontoir d’égalité e secondi morti – saranno presenti anche nel Tourbillon Souverain Vertical che sarà oggetto del prossimo articolo a tema. Ma la storia dei tourbillon di FP Journe sarebbe incompleta se non facessi almeno un cenno al T30, del 2013. Ovvero la versione da polso del suo primo tourbillon, il “tasca” del 1983, uscita per festeggiare il 30° anniversario dell’orologio. Tre decadi in cui è successo di tutto: F.P. Journe nel frattempo è riuscito a creare una vera e propria Manifattura integrata, in grado di realizzare “in casa” movimenti e habillage. Il Marchio conta 10 boutique in tutto il mondo, dà lavoro a un centinaio di persone e ha una produzione che raggiunge le 700 unità all’anno.

    Per Journe il Tourbillon T30 sembra quasi un divertissement. Lo realizza con la cassa in argento e oro, come l’originale, in 99 esemplari per i suoi migliori clienti (più altri 10 con cassa in platino per le boutique). E lo cede con un margine ridottissimo, quasi al costo di produzione, a quanti nei trent’anni precedenti lo hanno sostenuto con l’acquisto dei suoi orologi. Come dicevo, il nuovo Tourbillon T30 è la trasposizione da polso di quel “tasca”. Il movimento, adattato ovviamente al formato più piccolo, presenta sempre il tourbillon a 60 secondi e il doppio bariletto in parallelo, ma è equipaggiato da uno scappamento ad ancora laterale. Pressoché identica è l’estetica. La più grande differenza sta nel logo: non più F.P. Journe à Paris, ovviamente, ma FP Journe Invenit et Fecit. Motto latino che lo accompagna dal ’99 come una garanzia di autenticità.

    Note

    1. Scappamento à détente. In pratica si tratta di una ruota scappamento che ingrana in modo alternato con una paletta agganciata a un disco, che a sua volta è solidale al bilanciere, e con un leva di ritegno collegata al bilanciere stesso. Durante ogni semi-oscillazione avanti e indietro del bilanciere, la leva di ritegno si alza e la paletta libera la ruota di scappamento, che avanza di poco prima di essere di nuovo bloccata dalla leva. Utilizzato spesso nei cronometri da marina, è stato inventato da Pierre Leroy, il cui prototipo risale al 1748 ma fu poi perfezionato nel 1766. Fondamentale è stato comunque il contributo di altri orologiai (John Arnold, François Berthoud, Thomas Earnshaw) per renderlo realmente efficace.

    2. Remontoire d’égalité. Di solito è una molla a spirale collegata a una delle ruote del treno del tempo e che è via via riavvolta dall’energia proveniente dalla molla del bariletto; finché c’è abbastanza energia nella molla principale, il remontoire fornirà allo scappamento un’energia costante. A seconda del tipo di remontoire, la molla si riavvolge/distende con una diversa frequenza: una volta al secondo, ogni 5 secondi, ogni cinque minuti eccetera. L’invenzione del remontoire a molla si fa risalire al XVIII secolo e la paternità a John Harrison, che intendeva fornire ai suoi cronometri da marina la maggiore costanza di marcia possibile. Invece il più antico remontoire a gravità, utilizzato negli orologi a pendolo, si deve a Jost Bürgi, alla fine del XVI secolo.

    Continua

  • Tradition Quantième Rétrograde, Breguet in blu

    Tradition Quantième Rétrograde, Breguet in blu

    La collezione rappresenta l’omaggio di una delle case orologiere più antiche al proprio fondatore e alle sue geniali invenzioni. E ora si arricchisce di un nuovo capitolo: che, come da tradizione (mai sostantivo fu più azzeccato), va al di là delle più rosee aspettative. Breguet Tradition Quantième Rétrograde 7597, già dal nome, si presenta come una creazione capace di stuzzicare l’appetito di ogni appassionato di orologeria meccanica.

    Continuità con il passato

    La referenza 7597 non è nuova nella collezione che Breguet ha inaugurato nel 2005 (Il Giornale degli Orologi ne ha già parlato qui). Oggi però si presenta in una nuova veste che gioca con le tonalità del blu e dell’antracite per sottolineare ancor più, se possibile, l’eleganza dei tratti cui la Tradition ci ha abituati. Sul fatto che possa o meno esistere l’amore a prima vista si è lungamente discusso, ma qui una cosa è certa: è difficile non subire il fascino sprigionato da questo esemplare, anche solo osservandolo per pochi secondi.

    La mente corre subito a quel periodo, tra il Sette e l’Ottocento, nel quale la fervida mente di Abraham-Louis Breguet propose numerose innovazioni e complicazioni inedite, ma anche l’orologio più semplice esistente. La sobria estetica del suo “orologio da sottoscrizione”, talmente essenziale dall’essere dotato di un’unica lancetta, rivive oggi nella collezione Tradition, in cui le linee classiche si fondono alla perfezione con la modernità delle scelte cromatiche.

    Caratteristiche tecniche…

    Il Tradition Quantième Rétograde non ha certo timore a mostrare le proprie doti nascoste. Il piccolo quadrante decentrato a ore 12 e l’indicazione periferica della data retrograda non celano davvero nulla del calibro di manifattura 505Q, visibile anche dal fondello in vetro zaffiro. Il movimento è dotato di un particolare rivestimento superficiale color antracite, ottenuto utilizzando metalli della famiglia del platino fissati tramite un’innovativa tecnica galvanoplastica. Il contrasto con la cassa in oro bianco e il blu del quadrante è decisamente d’impatto.

    La disposizione simmetrica dei componenti è anch’essa retaggio dei progetti del genio di Neuchâtel. Al centro campeggia il bariletto di carica, di generose dimensioni, che garantisce un’autonomia di circa 50 ore. Ai lati, due ponti dalla forma quasi identica sostengono la ruota centrale del treno del tempo (all’8) nonché il bilanciere (al 4). Quest’ultimo oscilla con una frequenza di 3Hz ed è dotato di 4 viti periferiche per variarne l’inerzia. A un occhio esperto non sfugge certo il meccanismo antiurto a molla, o parachute – altra geniale invenzione di Abraham-Louis Breguet -, che protegge il suddetto delicato bilanciere da eccessive sollecitazioni.

    La spirale è un perfetto esempio di savoir-faire e testimonia la lunga esperienza della Maison nella lavorazione del silicio. Questo materiale è più leggero di un usuale metallo ed è totalmente insensibile ai campi magnetici, il che significa in pratica una maggior precisione. La fabbricazione avviene per incisione al laser, ossia maggiore libertà di progettazione per adattare la spirale allo specifico movimento. L’unico problema è che il processo è bidimensionale e per aggiungere la cosiddetta curva Breguet occorreva di fatto aggiungere una terza dimensione; ma questa è una sfida che la Maison ha vinto da tempo. Lo scappamento è ad àncora (con corna sempre in silicio) in linea invertita.

    …e particolarità del Tradition Quantième Rétrograde

    Dei tratti che rendono inconfondibile una creazione Breguet, davvero nulla manca al Tradition Quantième Rétrograde 7597. A partire dalla cassa scanalata, in questo caso in oro bianco, sino alla classica lavorazione a mano del quadrante (in oro) con motivo Clous de Paris ottenuto con tornio a guillochage, per arrivare alle lancette “à pomme evidée”.

    Alla complicazione che dà nome all’orologio è riservata la parte inferiore del layout, in cui un arco sul tracciato 9/3) propone i giorni del mese. Una lancetta percorre, indicando la data, l’intero periodo, per poi tornare istantaneamente al giorno 1 allo scoccare della mezzanotte del 31. Questa lancetta presenta una curva al centro per adattarsi alla tridimensionalità del movimento.

    La domanda che vi farete è: e se il mese non ha 31 giorni? Niente paura. Il pulsante a ore 10, con meccanismo a vite per evitare azionamenti accidentali, consente di correggere la data, facendola avanzare di un giorno a ogni pressione. Il prezzo non è per tutti, è vero. Ma tra metalli preziosi, cura del dettaglio, lavorazioni manuali e complicati processi di fabbricazione, i 40.100 euro sono ben spesi.

  • La guerra della precisione. Featuring Napoleone, Berthoud e Breguet

    La guerra della precisione. Featuring Napoleone, Berthoud e Breguet

    La guerra per la precisione comprende piccole storie di ordinaria turpitudine. Che sembrano coinvolgere personaggi stellari come Napoleone Bonaparte, Ferdinand Berthoud e Abraham-Louis Breguet. E che vorrei raccontare.

    Una piccola guerra, la guerra della precisione, sia ben chiaro. Ma pur sempre una serie di battaglie per dimostrare che il mio orologio è più preciso del tuo. E il tutto, si badi bene, in un periodo in cui la precisione al minuto quotidiano non era poi un risultato banale. Tranne che in mare. In mare serviva – per determinare la longitudine e sapere quindi dove diavolo era la tua nave – appunto un cronometro da marina. Un orologio di precisione superiore per poter andare con sicurezza nelle colonie e tornarne ricchi di metalli, pietre preziose e ogni altra mercanzia potesse essere venduta a caro prezzo.

    Al di là dei titoli e delle onorificenze, al di là del valore oggettivo di una esatta misurazione del tempo, la guerra della precisione metteva in gioco la fornitura di un certo numero di cronometri da marina. Un numero così elevato da incidere in modo profondo sulla produzione e sul fatturato di un laboratorio dell’epoca.

    Chi era Ferdinand Berthoud? E perché è importante?

    Ferdinand Berthoud nasce nel 1727 in Svizzera, a Plancemont-sur-Couvet, un posto che sono certo non vi farà accendere alcuna lampadina. Un paesino vicinissimo al confine con la Francia. Uno di quei paesi svizzeri in cui s’erano rifugiati gli Ugonotti per evitare i sanguinosi massacri cui periodicamente i cattolici francesi li sottoponevano. Un paese in Val-de Travers, a cinque chilometri da quella Fleurier in cui oggi hanno sede Parmigiani, Bovet e Chopard. E proprio Karl-Friedrich Scheufele (co-Presidente di Chopard con la sorella Caroline) ha fatto rinascere qualche anno fa il marchio Ferdinand Berthoud per sottolineare il valore anche storico del polo orologiero di Fleurier.

    Polo che, come gran parte di altri, tutti vicini al confine francese, viene fatto risalire all’Editto di Fontainebleau (1685) con il quale Luigi XIV, Re Sole, dichiarava illegale il protestantesimo in Francia. Per sfuggire all’Editto e alle sue sanguinose conseguenze, molti ugonotti si rifugiarono in Svizzera. Dove, appunto, portarono l’arte dell’orologeria. La persecuzione dei protestanti finirà solo nel 1764 e la Rivoluzione francese del 1789 renderà gli ugonotti cittadini francesi a tutti gli effetti.

    Ferdinand Berthoud, orologiaio e fratello di orologiai, studia come apprendista nel laboratorio di pendole del fratello Jean-Henry, che quattro anni dopo gli rilascia un diploma di orologiaio pendolista. Indulgenza di fratello maggiore? Mica tanto. Ferdinand è proprio bravo e parte alla volta di Parigi nel 1745. Ha 18 anni, tanta voglia di migliorare e la tranquillità di una situazione politico-religiosa relativamente tranquilla, specialmente per un rispettabile cittadino svizzero. Studia, studia, studia tanto che a soli 26 anni ottiene dal Consiglio di Stato una sentenza che – per il favore del Re e in contrasto con i regolamenti del tempo – lo dichiara Maestro Orologiaio. È fatta: la sua carriera entra nel vivo. Ma dietro l’angolo c’è una sorpresa.

    La precisione dell’intellettuale

    La svolta della vita arriva, per Ferdinand Berthoud, nel 1755. Quando Denis Diderot e Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert gli conferirono l’incarico di redigere alcune voci della loro Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, il primo vero esempio di enciclopedia moderna e popolare. Ovviamente Berthoud si occupò di spiegare l’orologeria con testi e disegni. Un lavoro che lo prese profondamente, al punto che da allora in poi passerà gran parte della vita a scrivere fondamentali libri d’orologeria.

    Senza ovviamente dimenticare la pratica: la qualità dei suoi orologi è tale che nel 1763 il Re di Francia lo incarica di esaminare i cronometri da marina di John Harrison per trarne insegnamento. Harrison, già piuttosto arrabbiato perché non riesce a farsi pagare dal Re d’Inghilterra (ve lo avevo detto che la guerra della precisione si basa su una turpe serie di mascalzonate…), decide che col cavolo farà vedere a Berthoud l’esemplare H4, il meglio riuscito. Ma in cambio di una somma allora esorbitante (500 sterline) gli consentirà di esaminare gli orologi precedenti, che però sono totalmente diversi dall’H4.

    Berthoud non fa salti di gioia e la sua insoddisfazione non passa sotto silenzio nell’ambiente accademico britannico (impegnato a bloccare i ricchi pagamenti del Re ad Harrison, nella speranza vengano assegnati a intellettuali di chiara fama e non ad uno che nasce falegname…), che lo premia con l’elezione a “membro associato straniero” della Royal Society, nel 1764. Un po’ di spionaggio, una seconda incursione a Londra e Ferdinand Berthoud è in grado di dichiararsi pronto (battendo cassa, ça va sans dire) a realizzare cronometri da marina francesi.

    La faccio breve. Nel 1769 Ferdinand Berthoud si rende conto che il proprio compito accademico e diplomatico lo porta via dal laboratorio e chiama quindi dalla Svizzera il nipote Louis Berthoud, con l’incarico di gestire sotto la propria supervisione la realizzazione di cronometri da marina per le flotte francese e spagnola. Nel 1770 ottiene il titolo di Orologiaio della Marina Reale, una rendita di 3.000 livre all’anno e un primo ordine di 20 cronometri da marina. E Breguet? Cosa faceva nel frattempo Abraham-Louis Breguet?

    L’allievo Breguet, un giovane promettente

    Nel 1770 Abraham-Louis Breguet ha solo 23 anni, ma è già da un pezzo a Parigi, dove era arrivato nel 1762. Quindicenne. Un giovane promettente ed ambizioso che si perfeziona nell’orologeria grazie anche a due grandi maestri: Jean-Antoine Lépine e Ferdinand Berthoud, guarda caso.

    Nel 1775 Breguet apre il proprio laboratorio parigino in Quai de l’Horloge. Sembra che abbia ricevuto un decisivo aiuto della moglie Cécile Marie-Louise L’Huillier, sposata con rito cattolico (e questo ha indotto qualcuno a sospettare una vocazione “maliziosamente” interessata da parte di un ugonotto come Breguet). In realtà Breguet, che pure fu molto ricco, non ha mai combattuto per i soldi quanto per un’autentica passione orologiera. Con un carico allegato di ambizioni molto più professionali di quanto i maligni siano disposti a riconoscergli. Breguet sapeva di avere un grande potenziale e combatteva perché gli venisse riconosciuto. I soldi erano sì importanti, ma solo come testimonianza, come sottoprodotto dell’eccellenza professionale.

    Se confrontiamo la biografia di Breguet e di Berthoud vediamo facilmente che il più anziano dei due, Berthoud, era anche lui ambizioso e come Breguet vedeva nel riconoscimento economico una “medaglia” innanzitutto professionale. E però in Berthoud si sviluppa un rigore intellettuale austero e poco incline alla frequentazione della Corte. Che per Breguet è invece importante non solo per la ricchezza degli ordini (che lui alimenta inventando complicazioni sempre più nuove e sbalorditive), ma anche e forse soprattutto per la eco che questi avranno nella società dell’epoca. Una società in cui una nascente borghesia gode spesso di una ricchezza notevole, ma ha bisogno d’essere legittimata dall’imitazione della nobiltà. Abraham-Louis Breguet non inventa solo orologi straordinari e sempre nuovi. Inventa anche una forma di marketing ancor oggi straordinariamente moderna.

    La precisione come trampolino per il successo

    Facciamo un salto temporale. Saltiamo a piè pari la fase agonica della monarchia, e poi saltiamo anche l’intera Rivoluzione francese. Che costrinse Breguet a tornarsene per qualche anno in Svizzera, mentre Berthoud (grazie al nipote) continuava a lavorare per la Marina. E arriviamo a Napoleone, altro personaggio chiave nella guerra della precisione.

    Ho già scritto qui che tra Napoleone e Breguet i rapporti non erano dei migliori.
    Vai bene a capire. Probabilmente c’entrava il senso di fedeltà per i committenti (Breguet conservò gelosamente l’ultimo orologio chiesto da Maria Antonietta per farne dono al proprio amante, il Conte di Fersen), forse scambiato per nostalgia. Magari c’entrava anche un certo (poco diplomatico) approccio diretto agli argomenti che lo appassionavano (disse a Napoleone di spingere l’Accademia delle scienze a trovare il lubrificante perfetto, e lui gli avrebbe dato l’orologio perfetto). O vai a capire cos’altro. Sta di fatto che Napoleone, contrariamente al resto della propria stessa famiglia, non si entusiasmò mai per il lavoro di Breguet. E alla fine ne diede una dimostrazione davvero plateale.

    La sindrome di Giuda

    Ferdinand Berthoud e il nipote Louis furono Orologiai della Marina dal 1° aprile 1770 fino al 1813. In realtà Ferdinand Berthoud muore nel 1807 e già precedentemente era di fatto “andato in pensione”, benché proseguisse il proprio lavoro di divulgatore e continuasse a controllare il lavoro del nipote. Che morirà nel 1813. L’unico spazio nel quale incunearsi si apre, per Breguet, nei primi anni dell’Ottocento con l’ascesa al potere di Napoleone. Il quale, fra le mille incombenze di governo, deve anche decidere a chi sarà affidato l’incarico di Orologiaio della Marina. Abraham-Louis Breguet qualche speranza ce l’ha, visto che Berthoud potrebbe in qualche modo rappresentare la vecchia monarchia. E come tale essere “politicamente sacrificabile” in nome del nuovo.

    In aggiunta, proprio in quel periodo (1801) Breguet deposita il brevetto del tourbillon. Un dispositivo che – ponendo bilanciere e scappamento in una gabba rotante – di fatto annulla ogni minuto una consistente parte degli errori indotti dalla forza di gravità, ma anche da altri parametri. Forse spera, in questo modo, di indurre Napoleone a sceglierlo, mandando definitivamente in pensione l’anziano Berthoud con annesso nipote. Sembra un tipico caso di “sindrome di Giuda”, quell’impulso a tradire il maestro anziano da parte di un giovane che ritiene giunto il momento di prendere il suo posto. O forse è soltanto il desiderio sincero di veder condivise le proprie idee di rinnovamento, la propria capacità di far fare un deciso passo avanti alla cronometria da marina.

    La scelta del Bonaparte nella guerra della precisione

    Napoleone, che però ha già incontrato più volte Breguet senza amarne alcuni lati caratteriali, preferisce la continuità e conferma l’incarico alla famiglia Berthoud. Sì, certo, l’incompatibilità di carattere fra due grandi figure geniali (Napoleone e Breguet) deve aver avuto il suo peso. Ma è probabile che sulla decisione di Napoleone abbiano avuto maggior peso il senso della continuità con un orologiaio che aveva dimostrato di saper progredire, sia per quanto riguardava la precisione sia per l’affidabilità dei propri cronometri da marina. Il tutto con un profilo accademico anch’esso in continua, sicura progressione attraverso pubblicazioni di enorme valore scientifico e divulgativo.

    È probabile, insomma, che Napoleone preferisse affidare le vite dei propri marinai alla certezza di un lavoro comunque eccellente piuttosto che rischiare con la genialità di Breguet, il cui lavoro in passato si era però dimostrato più a proprio agio con i salotti “bene” che con il duro impegno bellico. Del resto i dissapori con Napoleone sembra fossero nati proprio su un orologio che aveva cessato di funzionare nelle sabbie della Campagna d’Egitto. Fermo restando che nessun orologio dell’epoca – se non attentamente preservato dalla polvere e dagli sbalzi termici – avrebbe potuto superare indenne una prova così dura.

    Abraham-Louis Breguet diventò Orologiaio della Marina solo nel 1815. Ferdinand Berthoud era morto nel 1807 e suo nipote Pierre-Louis nel 1813. Napoleone, dopo la restaurazione dei Borboni e l’esilio all’Elba, nel 1815 perdeva a Waterloo, abdicava definitivamente e veniva deportato nell’isola di Sant’Elena.

  • “The Art of Breguet” by George Daniels. L’attesa riedizione

    “The Art of Breguet” by George Daniels. L’attesa riedizione

    Torna una pietra miliare tra i libri sull’arte orologiera: The Art of Breguet. Uno di quei volumi che non può mancare sulla scrivania e nelle librerie di collezionisti, esperti e appassionati. Inesauribile fonte di ispirazione per gli orologiai di oggi, è la storia illustrata più completa esistente sull’operato di Abraham-Louis Breguet (1747/1823). Un personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni. Considerato “il Leonardo da Vinci dell’orologeria”, con le sue invenzioni tanto geniali quanto originali (una fra tante: il tourbillon), è davvero il padre dell’orologeria moderna. Colui che ha cambiato radicalmente il concetto stesso di orologeria, trasformandola in una forma d’arte.

    A rendere questo libro ancora più prezioso è, poi, il suo autore: l’inglese George Daniels (1926/2011). Egli stesso un maestro orologiaio tra i più grandi del Ventesimo secolo. Noto, fra gli addetti ai lavori, soprattutto per la paternità dello scappamento Co-assiale, sviluppato poi da Omega e parte integrante dei migliori movimenti del marchio. Come studioso e ricercatore si è distinto per il vasto sapere sull’orologeria del XVIII e del XIX secolo. E da grande esperto dell’opera di Abraham-Louis Breguet, in particolare, nel 1975 ha pubblicato appunto The Art of Breguet. Un grande classico dal successo globale, diffuso anche in Italia e più volte rieditato.

    Diventato poi un testo raro, difficile da trovare anche sul mercato del collezionismo, il volume è stato ora ristampato in un’attesissima edizione. Che include una prefazione dello storico Emmanuel Breguet, diretto discendente di Abraham-Louis, nonché Vicepresidente della Maison fondata a Parigi nel 1775 (e di proprietà di Swatch Group dal 1999). Il libro è disponibile in tutto il mondo, solo in lingua inglese, nelle maggiori librerie tradizionali. Ma può essere anche acquistato online, sul sito dell’editore Bloomsbury Publishing, oltre che nei consueti e-shop come Amazon.

    Come si evince dal titolo, le oltre 400 pagine descrivono in dettaglio la complessità dell’arte di Breguet. La lettura è accompagnata da più di 900 illustrazioni in bianco e nero, di cui 109 disegni che mostrano gli studi e i progressi tecnici effettuati dal grande maître horologer. La storia dello sviluppo della vasta produzione è illustrata in una sezione separata, organizzata in ordine cronologico. Ogni esemplare è accompagnato da una descrizione delle caratteristiche esterne, di quelle tecniche del movimento, del periodo di fabbricazione e, ove possibile, della data di vendita.

    La prima parte del prezioso volume è suddivisa nei capitoli “Abraham-Louis Breguet”, “The House of Breguet” e “Workshop Practice” che introducono nel mondo della maison orologiera. La seconda parte, invece, è dedicata alla produzione vera e propria, approfondita nei capitoli “Versatility and Evolution of Style”, “Colour Plates”, “Principal Types and Styles” e  “Series Production”. Ancora più interessante il capitolo “Mechanical Techniques” riservato agli aspetti tecnici, che chiude l’opera ed è seguito da un nutrito “Glossario”.

    Ciò che colpisce, ancora ai nostri giorni, è l’analisi lucida realizzata da George Daniels in queste pagine. Una trattazione mirata alla comprensione sia del pensiero orologiero di Abraham-Louis Breguet, sia degli aspetti tecnici del suo lavoro. E che quindi soppianta l’aura mistica e misteriosa della sua figura con una connotazione più chiara e concreta. Anche a distanza di tanto tempo dalla prima edizione, senza dubbio, The Art of Breguet è ancora un libro da non perdere.

  • Abraham-Louis Breguet e Napoleone. “Ei fu. Siccome immobile…”

    Abraham-Louis Breguet e Napoleone. “Ei fu. Siccome immobile…”

    A dirla tutta, Abraham-Louis Breguet deve aver dato un bel sospiro di sollievo al “mortal sospiro” (Manzoni dixit) di Napoleone. Perché fra i due non c’erano mai stati grandi rapporti. Napoleone probabilmente rimproverava a Breguet la sua indole monarchica, prima, e rivoluzionaria, poi.

    Beh, a quei tempi in realtà era piuttosto difficile cavarsela in un tourbillon (battutaccia!) di eventi che hanno cambiato il mondo nel giro di un decennio, fra il 1789 e il 1799, quando Napoleone dichiarò conclusa la fase rivoluzionaria. Periodo seguito, poi, dal decennio dell’Impero napoleonico (1804-1814) e culminato infine dalla restaurazione della monarchia dei Borboni (1814). Abraham-Louis Breguet, nato nel 1747 e morto nel 1823, è stato travolto in pieno da tutti questi avvenimenti. E dalle loro conseguenze.

    Breguet e i potenti del suo tempo

    L’apice della carriera di Breguet si chiama Maria Antonietta. Nello specifico parliamo dell’orologio che una misteriosa persona ordinò alla Breguet (senza limiti di spesa: bastava fosse il meglio del meglio) per farne dono alla Regina di Francia. Il gossip dice che l’ordine provenisse da un presunto amante o spasimante (forse il conte Hans Axel von Fersen) di Maria Antonietta. Che era grande estimatrice ed acquirente di Breguet. Sta di fatto che l’orologio venne purtroppo completato molti anni dopo che la Regina aveva perso la testa nella ghigliottina rivoluzionaria. Ma Breguet lo tenne sempre da parte per Maria Antonietta.

    Alla Rivoluzione Abraham-Louis Breguet era piuttosto favorevole, anche a causa della propria amicizia con Jean-Paul Marat, la cui sorella Albertine produceva lancette per gli orologi Breguet. Non solo: Jean-Paul Marat, di origini sarde, veniva da una famiglia emigrata in Svizzera, a Boudry – 8 km da Neuchâtel, dove Abraham-Louis Breguet era nato. Erano “compaesani”, insomma. E fu proprio Breguet a salvare Marat dalla folla inferocita che voleva ucciderlo (lo fece travestire da vecchietta e lo portò in salvo tenendolo sottobraccio). E più tardi fu proprio Marat a fornire poi a Breguet il salvacondotto che gli consentì di rifugiarsi in Svizzera, mentre lo stesso Marat finì accoltellato da Charlotte Corday.

    Breguet, insomma, seppe barcamenarsi in tempi grami e pericolosi, ma non si interessò mai più di tanto di politica. Non a caso anche in piena Rivoluzione conservò ottimi rapporti con l’aristocrazia di mezzo mondo, pur se questo lo costrinse a tornare in Svizzera, nel 1793 dopo la morte dell’amico Marat. Solo nel 1795, dopo la caduta di Robespierre, il nuovo governo gli consentì di rientrare nel suo laboratorio, devastato nel 1794, durante il periodo del Terrore.

    Il primo incontro fra un membro della famiglia Bonaparte e Breguet avvenne nel 1797, quando il generale Charles-Victor-Emmanuel Leclerc, che di lì a poco sposerà Paolina Bonaparte, aprì le danze. E con ogni probabilità fu proprio lui a segnalare Breguet a Napoleone.

    Napoleone d’Egitto e il Breguet insabbiato

    Abraham-Louis Breguet, a primo coronamento di una carriera che aveva resistito alla caduta della monarchia e agli anni più sanguinosi della Rivoluzione francese, ottenne una menzione d’onore, allora massimo riconoscimento, alla prima Esposizione nazionale dei prodotti dell’industria francese di Parigi, al Champ-de-Mars, dal 17 al 21 settembre 1798.

    In quello stesso 1798 Napoleone era un personaggio molto amato in Francia. La sua crescente popolarità rendeva però diffidente il Direttorio, che decise di spedirlo in Egitto per toglierselo dai piedi e per bloccare agli inglesi l’accesso all’India. Prima di partire, Napoleone – che sapeva ben gestire la propria immagine – comprò tre orologi Breguet. Erano gli assoluti status symbol dell’epoca e quindi la sua immagine ne guadagnava. Ma erano anche orologi eccezionalmente robusti, precisi ed affidabili. Gli strumenti di cui Napoleone aveva bisogno.

    Gli acquisti? Il tasca con ripetizione n. 38, definito “segnatempo con scappamento isolato”; la pendola da viaggio n. 178 con calendario e ripetizione; e l’orologio perpetuo (ossia a ricarica automatica) a ripetizione n. 216. Per un totale di circa 7mila franchi. Il Breguet 216 sarà stizzosamente restituito a Breguet, nel 1801, perché non funzionante. Certo che portare con sé un ripetizione minuti nelle sabbie d’Egitto non era una grande idea. O forse è un indizio di quanto il generale Bonaparte avesse sottovalutato le difficoltà dell’impresa.

    E infatti da un punto di vista militare la spedizione fu un deciso insuccesso. E l’anno dopo Napoleone tornò in Francia, quasi di nascosto, prima che il suo prestigio ne soffrisse. Sbarcò a Frejus, a metà strada fra Cannes e Saint-Tropez, e di lì iniziò un percorso trionfale verso Parigi, dove con il decisivo aiuto del fratello Luciano evitò di essere dichiarato traditore e quindi ghigliottinato. Perché il Bonaparte stava per fare il colpo grosso. E infatti pochi giorni dopo, il 18 Brumaio 1799, il colpo di Stato era compiuto. Tre Consoli assumevano su di sé pieni poteri: Roger Ducos, Sieyès e Napoleone, appunto, che più tardi si fece nominare Console a vita e, infine (18 maggio 1804), Imperatore dei francesi.

    A Napoleone Abraham-Louis Breguet sta sullo stomaco

    Sta di fatto che quei tre orologi d’Egitto furono l’unico acquisto che Napoleone fece da Breguet. Molte prove dimostrano che Napoleone lo avesse in decisa antipatia. Né si pensa Napoleone abbia gradito l’idea che il suo ripetizione minuti guasto venisse – secondo i gossip dell’epoca – ripulito, riparato e rivenduto da Abraham-Louis Breguet. Genio della meccanica, ottimo industriale e commerciante assennato, ma poco, molto poco diplomatico. Cosa pericolosa, quando di fronte hai un uomo come Bonaparte.

    E allora Napoleone non muoverà un dito per far entrare Breguet nell’Accademia delle Scienze. Non gli farà mai avere la Legion d’Onore, che pure Breguet avrebbe meritato per i numerosi premi ottenuti alle esposizioni internazionali, portando alla Francia un prestigio di cui l’Impero aveva bisogno. Napoleone non gli darà il brevetto di Fornitore di corte né nominerà mai Breguet Orologiaio della Marina, preferendogli nel 1802 Ferdinand Berthoud. E arriverà poi ad osteggiarlo apertamente, imponendo alla propria famiglia di non comprare i suoi pur ambitissimi orologi. Perché?

    Probabilmente la causa non fu tanto il trionfale passato di Breguet con la Corte di Luigi XVI. Napoleone, piuttosto, deve essersi fatto saltare la mosca al naso per i suoi stretti legami con l’Inghilterra e la sua amicizia con lo Zar Alessandro I, che verrà a trovarlo a Parigi e nel 1808 nominerà Breguet Orologiaio di Corte e della Marina, fin quando le sanzioni contro la Francia non bloccheranno le esportazioni.

    Clienti sì, clienti no

    All’inizio l’atteggiamento della famiglia Bonaparte nei confronti di Breguet è entusiastico. Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie (Giuseppina di Beauharnais), moglie di Napoleone, compra da lui alcuni orologi nel 1798 e nel 1800; Luigi e Luciano Bonaparte (fratelli) comprano nel 1800 e nel 1801; Giuseppe Bonaparte (fratello) nel 1801 e il generale Leclerc (primo marito di Maria Paola Bonaparte, sorella) comprerà, fra il 1798 e il 1801, la bellezza di 19 orologi.

    Poi, dopo la restituzione del ripetizione minuti, nel 1801, sembra che i Bonaparte diventino allergici agli orologi Breguet. Più nessuna vendita a Napoleone e nemmeno ai parenti. E la cosa andò avanti fin dopo l’incoronazione ad Imperatore, nel 1804. Come se qualcuno avesse espressamente vietato alla propria famiglia di comprare orologi Breguet. Peggio ancora, la voce sembrò spargersi e le vendite in patria calarono proprio in un periodo particolarmente propizio per la vendita di oggetti di lusso. Fra l’incoronazione di Napoleone e la nuova ricchezza della Francia le occasioni per soddisfare la propria vanità non mancavano certo.

    Fortunatamente, se calavano quella in patria, le vendite all’estero di Breguet migliorano in continuazione, insieme alla sua fama. E forse anche per questo la famiglia Bonaparte (piuttosto avida di onori e ricchezze) finisce per cedere. E torna ad aprire i cordoni della borsa.

    Napoleone Bonaparte e il “tengo famiglia”

    Nepotismo? Necessità di piazzare persone fidate nei posti chiave dell’Impero? Sta di fatto che Napoleone trattò piuttosto bene i quattro fratelli e le tre sorelle.

    Giuseppe, il maggiore, fu Re di Napoli dal 1806 al 1808 e Re di Spagna dal 1808 al 1813.

    Luciano, che pure gli aveva salvato la vita (davanti al Direttorio che accusava Napoleone sguainò la spada dicendo che se solo avesse sospettato un tradimento sarebbe stato il primo ad uccidere suo fratello) fu solo Ministro. Sposò Alexandrine de Bleschamp, vedova del banchiere Jouberthon, e questo non piacque a Napoleone, che voleva usarlo per stringere alleanze. Luciano, insomma, fu l’unico ad esser trattato come la pecora nera della famiglia.

    Luigi diventò Re d’Olanda. Sposò la figlia di Giuseppina di Beauharnais, Ortensia, e loro figlio Napoleone III fu l’ultimo Re di Francia.

    Girolamo fu prima Re di Vestfalia, poi Principe di Montfort e infine Maresciallo di Francia.

    Elisa sposò, contro il volere del fratello, il capitano Felice Baciocchi, membro della nobiltà corsa. Non ostante il disappunto, Napoleone creò e assegnò a Felice il principato di Lucca e Piombino. L’anno dopo (proteste della sorella?) Napoleone aggiunse il ducato di Massa e Carrara. Di fatto, a governare era quel peperino di Elisa Bonaparte, che poi ottenere di riunificare il tutto in un unico governo insediato a Firenze. Messo da parte il marito, la nuova struttura venne affidata ad Elisa, dichiarata Granduchessa di Toscana.

    A Napoli venne insediato Gioacchino Murat, vecchio amico e collega di Napoleone nonché marito della sorella Carolina Bonaparte, che divenne Regina di Napoli.

    E infine la bellissima Maria Paola Buonaparte, per gli amici Paolina, prima moglie e poi vedova del generale Victor Emanuel Leclerc, amico di Napoleone. Il quale, dopo un anno di vedovanza, la fece sposare con il Principe Camillo Borghese. Venne nominata dal fratello Principessa di Guastalla.

    Dopo l’incoronazione di Napoleone, la famiglia Bonaparte si scatena: e compra, compra orologi Breguet. Comincia nel 1805 Gerolamo, che nel periodo fino al 1809 comprerà ben 12 Breguet. Meglio di lui fa Carolina Murat, che collezionerà almeno 34 Breguet, fra cui il progenitore degli orologi da polso, da cui discenderà l’attuale Reine de Naples. E così via. Complessivamente, tra il 1797 e il 1814 la famiglia di Napoleone comprerà circa cento Breguet. Equivalenti all’intera produzione di un anno “ricco” come il 1798.

    Abraham-Louis Breguet, le vacche magre e la lettera a Napoleone

    Ma gli anni di vacche magre arrivano con l’isolamento della Francia dal resto d’Europa. Non ostante gli acquisti fatti da militari e politici francesi, alla fine Abraham-Louis Breguet si vede costretto a scrivere a Napoleone (1811) per lamentare la propria situazione economica, disastrosa. Breguet ricorda a Napoleone che il 90 per cento della sua produzione veniva esportata. E ora le esportazioni sono bloccate. Un tantino esagerato – in realtà Breguet vendeva all’estero percentuali che salgono, tra il 1798 e il 1811, dal 30 al 65 per cento. Ma si sa che queste cose vanno così. Breguet conclude la lettera chiedendo a Napoleone di far acquistare alla Francia orologi per una somma fra i 12mila e i 15mila franchi al mese per un anno e mezzo.

    Napoleone si limita a passare la lettera alle autorità della Marina, che però lasciano cadere la richiesta. La motivazione? Breguet non è in grado di produrre i cronometri da Marina economici di cui loro hanno bisogno.

    Ma dopo qualche mese Napoleone comprende che far fallire Breguet non conviene alla propria immagine, e fa ordini per 250mila franchi in due anni. Più di 130 orologi al prezzo medio di 1.900 franchi ciascuno. L’equivalente del fatturato di un anno ottimo come il 1805.

    Per capirci meglio sulle monete, fino ai tempi di Luigi XVI la moneta ufficiale francese era la livre tournois (livre di Tours o lire tornesi) e una famiglia nobile poteva dirsi ricca se aveva una rendita di 100, 150mila livres all’anno. Ma in provincia te la cavavi benissimo anche con 10mila. Il re Luigi XVI nel 1774 concesse al fratello Luigi Stanislao (che in seguito sarebbe a sua volta diventato re con il nome di Luigi XVIII) il ducato di Alençon, che generava rendite per circa 300mila livres l’anno. Nel 1795 il governo rivoluzionario sostituì la livre tournois con il franco francese, che aveva un valore quasi equivalente, solo leggermente superiore.

    Per Breguet saranno comunque tre anni neri. E però anche la stella di Napoleone si sta spegnendo. Nel 1814 i Borboni tornano re e Napoleone cerca in ogni modo di reagire. Poi l’esilio all’Elba, il ritorno in Francia, i 100 giorni, la caduta definitiva e infine Sant’Elena, dove muore il 5 maggio 1821. Esattamente 200 anni fa.

    Morto Napoleone, le vendite in patria e all’estero s’impenneranno. Un sospiro di sollievo… E Luigi Stanislao Saverio di Borbone-Francia (ossia il Re Luigi XVIII di Francia, fratello minore del decapitato Luigi XVI) sarà uno dei massimi estimatori di Abraham-Louis Breguet.

    Ah, e non è affatto vero che Napoleone fosse di bassa statura. Gli inglesi ne misurarono l’altezza in un metro e settanta, che all’epoca era superiore alla media.

  • Il tourbillon Breguet e il cigno nero

    Il tourbillon Breguet e il cigno nero

    Abraham-Louis Breguet studiò a lungo gli effetti negativi della forza di gravità sugli orologi. E trovò una soluzione che sperimentò almeno dal 1795 al 1801, data del brevetto per un organo regolatore detto à Tourbillon. Che risolveva definitivamente il problema.
    La legge di gravitazione universale, quella che noi comuni mortali chiamiamo legge di gravità, venne pubblicata nel 1687. La scoperta fu attribuita a Isaac Newton – ricordate la storia della mela che cadde in testa a Newton mentre schiacciava un pisolino? Una balla colossale fatta circolare dallo stesso Newton… – dopo una lunga polemica con Robert Hooke, scienziato anch’egli di genio, ma meno potente a Corte del potentissimo Newton. La cosa viene di tanto in tanto rimessa in discussione ancor oggi, ma è una questione azzoppata dal fatto che – guarda caso – tutti gli scritti di Hooke al riguardo sono misteriosamente scomparsi. Newton fu, fra l’altro, Presidente della Royal Society e Direttore della zecca inglese. Che c’entra con il tourbillon di Breguet?

    Breguet e il tourbillon

    Dal momento che la forza di gravità non era ai tempi discutibile (ci volle Einstein, per farlo), Abraham-Louis cercò un sistema per annullarne gli effetti. Almeno relativamente agli orologi con organo regolatore (bilanciere e scappamento) in posizione verticale. Sempre in una sintesi divulgativa delle cui scorciatoie mi scuso con tutti, quando il bilanciere ruota in senso orario, la forza di gravità tende ad accelerarne il moto, per poi rallentarlo quando il bilanciere ruota in senso antiorario. Il risultato si traduce in un’imprecisione (deviazione dalla costanza di marcia) apparentemente superabile solo ponendo in piano l’organo regolatore. Ma in un orologio da tasca ciò si tradurrebbe in uno spessore inaccettabile. Ci voleva un’altra soluzione. L’idea di Abraham-Louis Breguet fu quella di montare l’organo regolatore in un contenitore, una gabbia, che ruotasse sul proprio asse. In tal modo tutte le micro-deviazioni della costanza di marcia si annullassero per sommatoria ad ogni rotazione completa. Perché +1-1 dà come risultato 0.

    Geniale, certo, ma solo sulla carta. Passare all’atto pratico dev’essere stato ben altra cosa. Se oggi realizzare un orologio con tourbillon è molto difficile – e abbiamo tecnologie raffinatissime, per non parlare dei materiali –, a quei tempi deve aver fatto passare notti insonni anche ad un genio dell’orologeria come Breguet. È interessante notare come nella richiesta di brevetto Abraham-Louis Breguet parlasse anche di vantaggi consistenti per la distribuzione degli oli lubrificanti, che tendevano anch’essi a scendere in basso a causa della forza di gravità. Ogni produttore di orologi, sin dal Medio Evo, era ben consapevole di quanto i lubrificanti costituissero un enorme attentato all’affidabilità delle proprie macchine, indipendentemente dalle dimensioni e dall’epoca.
    Il brevetto del tourbillon di Breguet è datato 26 giugno 1801 – o 7 Messidoro dell’anno IX secondo il calendario della Rivoluzione Francese. Aspettiamoci quindi qualche bella novità per il 26 giugno…

    Breguet e l’uccella rara

    Decimo Giulio Giovenale, poeta latino vissuto nel Primo secolo dopo Cristo, celebrava la fedeltà di Lucrezia, moglie di Collatino. La chiamava rara avis, che una traduzione brutale potrebbe definire uccella rara, appunto. Giovenale si riferiva al cigno nero, del quale probabilmente ignorava l’esistenza. Nei secoli si parlò poi di merlo bianco che infine diventò l’attuale mosca bianca. Roba rara, comunque.

    Rara avis è il Breguet et Fils N° 2567, realizzato fra il 1809 e il 1812. Il figlio, Antoine-Louis, era “entrato in ditta” dal 1807. L’orologio venne venduto il 21 marzo 1812 al signor Armand-Pierre Le Bigot, sul quale non sono riuscito a trovare ulteriori informazioni. È comunque probabile si trattasse di un armatore o di uno scienziato, dal momento che a quei tempi erano fra le poche persone ad aver bisogno di un orologio estremamente preciso e affidabile. Si potrebbe supporre trattarsi di uno degli orologi che in seguito (1814) gli valsero prima la nomina ad “artista aggiunto all’Ufficio delle longitudini” e poi (1815) “orologiaio ufficiale della Marina reale francese”.

    Lo dico perché osservare i dettagli tecnici di questo orologio è davvero sbalorditivo: dal bilanciere ad inerzia variabile alla trasmissione con catena e conoide, questo tourbillon è un orologio incredibilmente moderno. Così moderno da portarci, con un salto temporale di quasi due secoli, al 2010, quando Breguet presentò La Tradition 7047, con tourbillon, fuso e spirale Breguet di silicio. La “traduzione” miniaturizzata del 2567 è uno dei due o tre Breguet che amo di più. Credo sia tuttora in produzione, sebbene in pochissimi esemplari l’anno. Praticamente su richiesta.

    Il tourbillon Breguet 220 anni dopo

    Quando l’ho visitata per la prima volta, più di trent’anni fa, la Breguet risiedeva in un piccolo edificio a Le Brassus, a un quarto d’ora in auto dall’attuale sede di L’Abbaye. Il primo orologio che mi venne mostrato fu un tourbillon, a dimostrazione dell’importanza che già allora veniva data a questa complicazione. Più tardi, nel 1999, Nicolas Hayek Senior comprò da Investcorp La Breguet, cui erano annesse la Nouvelle Lemania, fabbrica di movimenti, e la Valdar, fabbrica di componenti. Investcorp (un fondo internazionale) aveva comprato il tutto nel 1987 e aveva saputo rilanciare il marchio. Ma sotto la guida di Nicolas Hayek, e poi di suo nipote Marc Hayek, Breguet si spinge molto oltre, coniugando la tradizione di Abraham-Louis Breguet a soluzioni innovative, come l’uso del silicio e persino quello di “sospensioni magnetiche” per il bilanciere. Un risultato assolutamente straordinario che rende Breguet un vero e proprio faro di riferimento nell’orologeria contemporanea.

    Scorrendo il notevole archivio de Il Giornale degli Orologi trovo alcuni dei miei tourbillon preferiti, come La Tradition 7047 che ho citato poco sopra. Trovo straordinario (proprio perché tradizionale e al tempo stesso innovativo) anche il 5935, scheletrato, con molte componenti in silicio. Mi piace immensamente anche il raffinato riferimento ai cronometri da marina che trovo nel crono tourbillon 5837, con cassa in platino della collezione Marine (2011); a dimostrazione che il tourbillon è adatto anche per gli orologi sportivi. E però per quanto mi riguarda nessuno supera la bellezza zen del 5637 con quadrante in smalto Grand Feu, del quale ho scritto qui. E voglio proprio vedere se Breguet saprà fare di meglio per il 220° compleanno del tourbillon…

  • Breguet Classique Double Tourbillon Quai de l’Horloge. A casa del genio

    Breguet Classique Double Tourbillon Quai de l’Horloge. A casa del genio

    Siamo abituati ad associare il concetto di opera d’arte a forme quali la pittura, la scultura, la fotografia. Ma il talento dell’uomo, la capacità di emozionare attraverso la creatività e l’ingegno si manifestano in modi e in mondi differenti. È il caso del Breguet Classique Double Tourbillon Quai de l’Horloge: francamente è difficile pensare che sia “solo” un orologio e non, a pieno diritto, un’opera d’arte.

    L’invenzione del tourbillon

    Era la fine del XVIII secolo e gli esemplari da tasca andavano per la maggiore; e vivevano, per gran parte del loro tempo, nella stessa posizione verticale, adagiati nei taschini di giacche e panciotti. Il problema era proprio questo, con la forza di gravità che, quando le energie della molla di carica si indebolivano, “infastidiva” l’organo regolatore andandone a compromettere la già precaria precisione.

    In realtà la ricerca di maggior precisione era qualcosa che interessava ambiti ben più ampi, dalla geografia all’astronomia. A quell’epoca in molti conducevano studi a riguardo. Però fu proprio Abraham-Louis Breguet, come spesso capitava, a trovare una soluzione (geniale) al problema. Solamente una delle sue numerose invenzioni, ma di gran lunga quella che, solo a nominarla, ancora oggi “trasuda” alta orologeria da ogni componente: il regolatore a tourbillon.

    Nel 1801, dalla sede di Quai de l’Horloge – nel contesto parigino della splendida Île de la Cité -, è depositato il brevetto di qualcosa di rivoluzionario, legato al nome del genio di Neuchâtel e complicazione per antonomasia. L’idea per contrastare la gravità era “semplice”: fare in modo che l’organo regolatore non fosse mai nella stessa posizione anche se l’orologio era immobile; e, per ottenere ciò, altrettanto semplicemente bastava farlo ruotare su se stesso.

    Double Tourbillon, quando uno non basta

    Ovviamente di semplice non c’è nulla: perfino ai nostri tempi, costruire un meccanismo di questo tipo è una sfida complessa ed affascinante. Nei moderni orologi da polso, che non hanno più i problemi dei loro avi da tasca, il tourbillon non ha forse più lo scopo originario; ma rimane un assoluto protagonista tra le realizzazioni più prestigiose delle varie manifatture. La domanda che sorge, o per meglio dire sorgeva, spontanea è se si potesse andare oltre a quanto già fatto e se questa complicazione avesse altro da proporre.

    Beh, la risposta ce la dà proprio Breguet, e non poteva essere altrimenti. Cosa c’è di più e di meglio di un tourbillon? Se qualcuno, pensando di fare una battuta di spirito, dicesse “due tourbillon”, ci avrebbe azzeccato in pieno. Non è la prima volta che Breguet propone questa complicazione (lo aveva già fatto nel 2006); ma ci sia permesso di dire che qui il livello si è alzato ancora.

    Questioni di savoir-faire

    Difficile trovare il punto di partenza per descrivere quanto ci troviamo davanti agli occhi se osserviamo il Classique Double Tourbillon. L’imponente cassa in platino (ben 46 millimetri di diametro) contiene un vero e proprio labirinto di componenti, tutti rigorosamente a vista, nel quale è quanto mai piacevole perdere lo sguardo.

    Altrettanto difficile risulta ridurre a una descrizione le caratteristiche meccaniche del calibro di manifattura denominato 588N. Ci proviamo: la carica è manuale (autonomia di circa 50 ore) con sistema dinamometrico per evitare il sovraccarico della molla. I bariletti sono due e giacciono sotto due ponti che ripropongono la riconoscibile “B” corsiva che ogni Breguet si porta in dote. Ogni bariletto alimenta uno dei due tourbillon, entrambi costruiti in modo simile alla realizzazione originale.

    Le spirali in acciaio hanno curva terminale in grado di far estendere la molla concentricamente (invenzione dello stesso Abraham-Louis Breguet – e di chi, se no?). I due tourbillon compiono una rotazione completa in un minuto e sono collegati tra loro da ruotismi e da un differenziale centrale che ne determina la media di marcia. E consente all’intero insieme di ruotare su se stesso in un periodo di 12 ore, trascinando il ponte a barretta che unisce i due tourbillon; e che, con geniale intuizione, funge anche da lancetta delle ore.

    Tale spettacolo rischia di relegare in secondo piano la maestria delle lavorazioni: dal guilloché alla smussatura, fino alla lucidatura a specchio,  tutte naturalmente eseguite a mano. Un ennesimo esempio del livello eccelso del savoir-faire della Casa. Il quadrante è assente, per non nascondere nulla del favoloso mondo sottostante: è sostituito da un disco di vetro zaffiro che riporta il giro delle ore in numeri romani. In trasparenza è possibile vedere, come in una sorta di gioco di ombre, gli stessi numeri, incisi a mano nella parte interna della carrure.

    Classique Double Tourbillon, ok. Ma perché Quai de l’Horloge?

    Del Double Tourbillon abbiamo parlato, ma a questo punto è lecito domandarsi a cosa si riferisca la seconda parte del nome di questo modello. È presto detto. Basta voltarlo e osservare il fondello per trovarsi proiettati nella Parigi di fine Settecento: in quella Quai de l’Horloge, per la precisione al civico 39, dove tutto è avvenuto. L’incisione (su oro bianco) che ripropone la Maison du Quai è talmente dettagliata da risultare davvero indescrivibile. Impressionante.

    In poco più di 40 millimetri c’è ogni singola pietra della facciata dell’epoca: le finestre (attraverso le quali si possono vedere i ruotismi dorati), i tipici lucernari parigini, sino all’insegna Breguet. Non manca davvero nulla in questo microcosmo, eccezionale testimonianza dell’artigianalità, di quei Métiers d’art che le grandi manifatture preservano e valorizzano.

    Il prezzo preciso del ClassiqueDouble Tourbillon Quai de l’Horloge si può scoprire prendendo un appuntamento presso le boutiques Breguet; ma in rete si parla di oltre 600.000 euro. Cifra di certo considerevole, ma credo sia in linea con la possibilità di indossare un pezzo di storia. Di avere al polso un’eccezionale testimonianza di ciò che l’uomo, con la sua genialità, con il suo lavoro, con le sue mani, riesce a creare.

     

  • Breguet mecenate del Museé National de la Marine di Parigi. Ancora

    Breguet mecenate del Museé National de la Marine di Parigi. Ancora

    Mecenate (69/8 a.C.) era un cavaliere dell’antica Roma, amico e consigliere dell’imperatore Augusto. Ministro della cultura, promosse e favorì le scienze e le arti; e sostenne in modo concreto un’intera generazione di poeti, studiosi e letterati, come Virgilio, Orazio, Ovidio, Tito Livio… Entrato a far parte del linguaggio comune, il termine “mecenate” ancora ai nostri giorni è sinonimo di protettore di artisti e scienziati. E ben si adatta anche a certe case di orologeria, quando finanziano azioni culturalmente rilevanti. Per esempio Breguet, che (come è stato annunciato ieri) è diventato mecenate del Musée National de la Marine di Parigi.

    Una partnership quanto mai propizia per la storica istituzione, da anni interessata da importanti lavori di ristrutturazione. Anche se non si conoscono né i termini precisi né l’esatta entità dell’impegno preso da Breguet, si sa che la maison contribuirà in modo specifico alla creazione di una sala destinata agli strumenti scientifici per la navigazione attraverso i secoli. Come del resto aveva già fatto nel 2010, in occasione del 100° anniversario dell’Aéronavale (la componente aerea della Marina militare francese). Allora aveva permesso la nascita di una nuova sezione all’interno del museo stesso, 90 metri quadri dedicati proprio all’Aeronautica Navale.

    Sarebbe quindi più corretto dire che Breguet rinnova il sodalizio con il Musée National de la Marine di Parigi. Un museo prestigioso, ricco di una lunga storia e di collezioni uniche al mondo, che ripercorrono quasi 300 anni di marineria. Istituito formalmente al Louvre nel 1827, vede però il nucleo originario delle raccolte già costituito nel 1748. Oggi conta sette sedi dislocate in tutto il territorio francese; quella principale, inaugurata nel 1943, si trova naturalmente a Parigi, al Palais de Chaillot, al Trocadero. Che a fine marzo 2017 ha chiuso le porte al pubblico, appunto, per lasciar spazio a un totale restauro affidato allo studio parigino H2O Architectes in associazione con quello norvegese Snøhetta.

    Mentre i lavori in cantiere proseguono (li si può seguire sul blog ufficiale), i rendering e i disegni disponibili danno un’idea di come saranno gli interni del Musée National de la Marine alla riapertura, prevista per il 2022. Compresa la sala realizzata con il sostegno di Breguet: 150 metri quadrati, in cui saranno esposti alcuni highlight delle collezioni del museo. Modellini navali di epoche e popoli diversi, antichi strumenti di navigazione, moderne apparecchiature elettroniche, ottiche di fari e altro ancora. Tra i pezzi notevoli, il cronometro da marina N°5072 realizzato da Abraham-Louis Breguet tra il 1817 e il 1818.

    Un esemplare tra i tanti prodotti in passato dal Maestro e dal suo atelier, ma che ben rappresenta lo storico legame fra la maison e la Marina francese. Il Giornale degli Orologi si è già occupato altrove di queste vicende, quindi non è necessario ripeterle di nuovo. Va però almeno ricordato che i cronometri da marina, nei secoli scorsi e fino all’avvento dell’elettronica, erano indispensabili alla navigazione. Presenza necessaria a bordo delle navi, servivano infatti per calcolare la longitudine in mare aperto, e quindi conoscere l’esatta posizione durante le traversate e tracciare la giusta rotta. Perciò dovevano essere il più possibile precisi.

    Se il problema della longitudine meriterebbe da solo una lunga trattazione, qui merita almeno un cenno il fatto che, nel 1814, Abraham-Louis Breguet è nominato membro dell’Ufficio delle Longitudini di Parigi. Un organismo teso al progresso scientifico, alle ricerche nel campo dell’astronomia, della geografia, della navigazione e della fisica terrestre, di cui faceva parte solo il milieu intellettuale dell’epoca. In pratica, “l’ingresso solenne di Breguet nella comunità dei dotti” (come scrive Emmanuel Breguet nella monografia uscita per il centenario della nascita del grande orologiaio). E che fu seguito da un ulteriore riconoscimento l’anno successivo, con la nomina di Horloger-mécanicien de la Marine. Titolo conferito ad personam e a vita, aprì la strada alle forniture ufficiali alla Marina Reale, da cui forse proviene l’orologio esposto.  

     

  • Breguet Tradition 7597: tecnicamente estetico, oggettivamente bellissimo

    Breguet Tradition 7597: tecnicamente estetico, oggettivamente bellissimo

    Come al solito io non sono quanto di meglio si possa sperare, per le informazioni didascaliche. Ma se non ricordo male il primo Breguet Tradition, il 7027, viene presentato nel 2005; l’anno dopo è seguito dal 7037, a carica automatica anziché manuale e con lancetta retrograda dei secondi. Si tratta di modelli molto importanti perché questi Breguet Tradition sono stati i primi orologi da polso con il movimento progettato per mostrare, attraverso il quadrante, tutte le principali componenti dinamiche.

    Il Breguet Tradition del 2005 è quindi il capostipite di una collezione che ha fatto scuola. E ha dimostrato ancora una volta come Nicolas G. Hayek fosse un geniale precursore delle mode, anche di quelle tecniche. I Breguet Tradition, dal 2005, si sono moltiplicati fino a diventare una collezione completa, con molte varianti e complicazioni di grande qualità. Ma sempre con un catalogo relativamente snello, che ha reso parecchi modelli del passato appetibili per i collezionisti non appena uscivano di produzione.

    Ricordo ancora il mio immediato innamoramento per quel primo Breguet Tradition. Mi colpiva per la sua capacità di coniugare il passato (discende dai Souscription lanciati con una vera campagna pubblicitaria nel 1797) con il futuro. E mi colpiva per l’architettura meccanica che invertiva la posizione di gran parte dell’organo regolatore, nell’intento di mettere in bella mostra persino àncora e scappamento, che di solito finiscono nascosti. Grande amore anche per il bilanciere, ad inerzia variabile e quindi modernissimo. Ma al tempo stesso realizzato dal punto di vista estetico come probabilmente lo avrebbe voluto lo stesso Abraham-Louis Breguet.

    Il Tradition era e rimane un orologio in qualche modo “magico” per chiunque sappia apprezzare la bellezza di una meccanica curata nei minimi dettagli. Un orologio per veri intenditori raffinati. Ieri come oggi. E oggi arriva una variante relativamente “economica” (37.400 euro con cassa in oro rosa e 38.200 in oro bianco) nella quale la caratteristica più appariscente è il datario retrogrado. Si chiama Breguet Tradition 7597.

    Cominciamo proprio dal datario. Le cifre sono riportate su una fascia piuttosto ampia, che sembra sospesa in aria; in realtà è applicata nella parte inferiore dell’orologio. La data è indicata da una lunga lancetta che parte dal centro del movimento, dove è posto il bariletto. La lancetta del datario è “scalinata” (nelle foto qui sopra è ben visibile) per poter passare sopra l’organo regolatore e gli ingranaggi che portano alla ruota mediana. Una soluzione abbastanza elegante che consente di evitare impossibili rimescolamenti di parti essenziali del movimento (Calibro 505Q, variante del Calibro Breguet 505SR1), mantenendone l’ipnotica struttura.

    Ipnotica perché troviamo in basso a destra il bilanciere ad inerzia variabile, dal design asciutto e geometrico. Ma costruito con l’accortezza di spostare le viti di regolazione verso il baricentro: sia per evitare problemi aerodinamici, sia per diminuire quelli di equilibratura. La spirale è in silicio con la tradizionale curva di compensazione Breguet. E in silicio è anche l’àncora (sia pure con le classiche palette in rubino): e ciò garantisce una notevole indifferenza agli effetti negativi dei campi magnetici. L’organo regolatore, insomma, sembra ben congegnato per garantire una lunga affidabilità.

    Sul pignone della ruota di scappamento (pignone che si sviluppa verso l’alto, contrariamente a quanto avviene di solito) si collegano la ruota mediana e il bariletto centrale, che garantisce circa 50 ore di autonomia. Sulla carrure, al 10, troviamo il pulsante per la correzione rapida della data, dotato di una sicura a vite per evitare involontari azionamenti. Spostandoci verso il quadrante per ore e minuti si mostrano ai due lati, parzialmente, i sistemi per la gestione del datario e della sincronizzazione. Quel che vediamo, in realtà, è la parte terminale, dal momento che il resto nasce nella parte inferiore della platina, ossia della base su cui vengono montati i componenti.

    In pratica, invece della solita architettura in cui nella parte inferiore della platina c’è ben poco, in questo caso la platina è operativa su entrambi i lati. Come al solito sintetizzo al massimo la descrizione per non annoiare troppo chi è meno sensibile alla tecnica; cercando però comunque un intento divulgativo necessario per comprendere gli aspetti più interessanti di un movimento che, come dicevo, ha fatto scuola. Una vera e propria fonte di ispirazione per altri produttori.

    Nella parte posteriore della platina, infine, è montato il sistema di ricarica automatica, caratterizzato da una massa oscillante che riprende con buona fedeltà la forma di quella montata degli orologi “perpetui” prodotti da Abraham-Louis Breguet dal 1780. Va notato che Breguet non si è mai attribuito il merito dell’invenzione (si dice vada allo svizzero Abraham-Louis Perrelet, ma la cosa non è poi così certa). Sta di fatto che il sistema da lui adottato e fatto evolvere ha dimostrato affidabilità ed efficienza superiori agli altri orologi dello stesso periodo.

    Una curiosità. In origine l’automatismo di ricarica è un vero e proprio controsenso, per orologi abitualmente conservati al sicuro in una tasca del panciotto. A meno di non essere acrobati in perenne esercizio, o maestri di capriole seriali, la ricarica “perpetua” – nome poi ripreso da Rolex – sembra davvero una barzelletta; una di quelle che Gigi Proietti avrebbe saputo raccontare come nessun altro. Beh, Proietti sarebbe stato felice di sapere che in realtà si trattava di sistemi a corsa breve, azionati dai saltelli piuttosto bruschi generati dal mezzo di locomozione dell’epoca: il cavallo. E non a caso venivano appunto definiti “orologi da cavalieri”. Provate a immaginare in quale epica scenetta Gigi Proietti avrebbe trasformato questa storia…

  • Il Classique 7337 di Breguet e la sua famiglia

    Il Classique 7337 di Breguet e la sua famiglia

    Capitolo primo – L’eredità Breguet

    Promettendo di occuparmi un giorno della vera storia di Breguet – al netto dell’agiografia compiacente –, comincio con un assaggio d’attualità. Che si può sintetizzare così: ogni orologio Breguet attuale è frutto di un procedimento che spinge molte persone, dal progettista a chi fa il controllo finale, a fare il proprio lavoro continuando a chiedersi: «Ma come lo farebbe Abraham-Louis Breguet?». La risposta in certi casi è più facile, in altri meno. Prendiamo i due Breguet oggetto di questo articolo: il Classique 7337 e il Classique 7137.

    Basta guardare le immagini per rendersi conto che la disposizione delle informazioni sul quadrante è uguale o comunque coerente con i modelli del passato. Le differenze sono dovute più che altro alla necessità di utilizzare come base un movimento già esistente per evidenti ragioni commerciali: nemmeno Breguet e l’Alta Orologeria in generale possono esagerare con i prezzi. Ai tempi di Abraham-Louis i prezzi erano folli, ma in compenso era possibile “personalizzare” ogni orologio prodotto, se la cosa veniva richiesta. Oggi è possibile farlo, ma di solito comporta l’uso di moduli specializzati che non solo costano cari, ma per giunta aumentano lo spessore.

    Un esempio? Mettiamo a confronto il Breguet Classique 7337 con il suo “antenato”, un orologio da tasca del 1823. Nel nuovo Classique 7337 è diversa la posizione del quadrantino dei secondi continui; e sulla sinistra non troviamo il misuratore graduato, ma l’indicazione del giorno della settimana. Ciò è dovuto appunto alla volontà di diminuire al massimo le modifiche. Oltretutto spostare i secondi continui dall’altra parte sarebbe stato sì possibile, ma avrebbe interferito con l’indicazione del giorno della settimana.

    Vi chiederei anche di osservare quanto siano più eleganti le lancette attuali, più in linea con i colori, rispetto al pur splendido modello del passato. E vi chiederei – ancora – di osservare la superiore qualità delle decorazioni applicate alle fasi di luna; e (in generale, sempre tenendo conto che stiamo confrontando parametri nelle dimensioni di un “tasca” a fianco di un “polso”) quella del guilloché sul quadrante, dei pattern incisi manualmente. Il che porta l’amato lettore al…


    Capitolo secondo – Il quadrante

    Cambia poco: dirà qualcuno. Errore, vi risponderò io.
    È vero: si parte comunque da una lamina d’oro, incisa a mano usando una complessa macchina. La macchina consiste in un “credenzone” collegato ad un essere umano, un artigiano paziente, esperto e con la mano ferma. L’artigiano sostanzialmente deve seguire, con una specie di penna, il disegno tracciato su un modello di dimensioni ben più grandi. Una roba ben complessa, dal momento che il “processore” di questo computer grafico ante litteram è un essere umano. Che deve gestire contemporaneamente il moto diretto con cui la mano segue il disegno, ma anche alcune “sfumature” tracciate con servomotori e persino un pedale, un po’ come fanno anche gli organisti.

    Se mi chiedete perché l’oro, la risposta non è “spreco”. Non è come in una vecchia splendida canzone di Paul Simon (“Diamonds on the Sole of Her Shoes”, l’album era “Graceland” del 1986), in cui una ragazza è così ricca da avere diamanti persino sulle suole delle proprie scarpe… Ma sto divagando. Non è spreco, no, ma il fatto che l’oro è “morbido” da incidere, è pressoché inossidabile – e quindi pur argentato tende a non invecchiare. È perfetto per un super orologio come sono quasi sempre stati i Breguet. Certo: pattern come quelli che trovi sul quadrante di un Breguet puoi farli anche stampando una lamina di ottone. Ma non avrai mai quella qualità, non avrai mai quella profondità di incisione che porta ancor oggi Breguet ed altre poche marche a preferire il lavoro con macchine specifiche.

    Che però creano un grosso problema. I quadranti guilloché degli orologi Breguet sono forse la parte più lenta da produrre. Attenti: questo incide relativamente poco sulla produzione degli orologi complicati e sulle serie limitate, che comunque richiedono tempi lunghi. Qui la cosa peggiore è si allungano i tempi di produzione e consegna degli orologi relativamente più facili da produrre e commercializzare. E questo è un problema serio perché vuol dire ritardi che fanno arrabbiare tutta la catena commerciale, compratori finali compresi.

    Marc Hayek – responsabile delle marche d’alta orologeria appartenenti (come Breguet) a Swatch Group – è una persona molto pratica, per cui si rimbocca le maniche e ramazza sul mercato tutte le macchine “antiche” per incidere i quadranti come si deve. Le paga un occhio della testa perché ce ne sono poche e i marchi contendenti sono anch’essi di gran peso. Il tutto finisce in una gara al rialzo che consente a Breguet di respirare – direi – un poco, ma per poco.

    Il problema quindi si ripropone e Marc, secondo una leggenda che appare piuttosto concreta, affida ad una ditta specializzata progettazione e realizzazione di una macchina in grado di eseguire i migliori guilloché possibili. La ditta progetta, crea prototipi, ma Marc Hayek non è soddisfatto. Dopo una lunga serie di tentativi appare chiaro che le vecchie macchine, i vecchi torni “à guillocherrestano imbattibili. E allora Marc cambia strada. Prende una preziosissima macchina antica e dice: «Ora me la rifate così, pezzo per pezzo, introducendo novità solo quando è strettamente necessario e non peggiora la qualità dei quadranti».

    Non al primo colpo, sembra, ma la cosa funziona. E si riesce a realizzare una macchina per il guilloché che non è antica, perché di antiche non ce ne sono più manco a pagarle a peso d’oro; ma funziona come una antica, pur dovendola pagare quasi a peso d’oro. Dire che il problema sia risolto è un’utopica speranza, perché comunque poi bisogna allenare le persone in grado di usarla, quella macchina, ma sempre meglio di un calcio negli stinchi. Tutto risolto? Nemmeno per sogno! E questo porta me e lo stimato lettore verso il conclusivo…

    Capitolo terzo – Il movimento

    Bene: con il Classique 7337 (e 7137) abbiamo uno splendido progetto storico trasformato in un progetto moderno, contemporaneo; (secondo me altrettanto splendido se non di più: ma decidete voi perché di gusti personali non m’impiccio). E abbiamo un quadrante… Beh, come sopra. Ma non basta. Per fare un orologio serve una cassa (ne accenno nelle didascalie) che ospiti un movimento. Nel caso del Classique 7337, un movimento di qualità pari alla fama di Breguet, alla genialità di Abraham-Louis, alla qualità e genialità del quadrante, e così via. Di fatto (ma il discorso vale più o meno per tutte le marche di Alta Orologeria) si tratta di un altro “imbuto”, un’altra difficoltà che impedisce una produzione in più vasta scala a costi “umani” – come direbbe il ragionier Fracchia.

    Nicolas G. Hayek comprò Breguet più che per la marca in sé, per La Nouvelle Lemania, fabbrica di movimenti “annessa”. Acquistare La Nouvelle Lemania per Hayek voleva dire riprendersi la fabbrica che produceva il movimento del Moonwatch di Omega, mica pizza e fichi. Era in grado di produrre anche altri buoni movimenti, ma per Breguet (la faccio breve) si poteva e si doveva fare di più. Fu quindi trasformata in una manifattura per i movimenti complicati integrati, per alcuni moduli specializzati e per le modifiche ad alcuni movimenti prodotti da fabbriche dello stesso Swatch Group, ma altamente personalizzati.

    Ecco arrivare quello che originariamente era il Calibro 71 di Frédéric Piguet. Che, in buona sostanza, vuol dire Blancpain (i legami fra Frédéric Piguet e Blancpain sono un’altra bella storia). Originariamente è un calibro nato nel 1988, figlio del precedente Calibro 70. La stragrande maggioranza dei tecnici considera ancora oggi il Calibro 71 (riconoscibile per il rotore decentrato) come uno dei migliori movimenti solo tempo. E questo per la sua qualità in rapporto alla capacità di trasformarsi, grazie all’aggiunta di moduli specializzati e a lavorazioni particolari come la scheletratura. Il Fregoli dell’orologeria moderna. (Leopoldo Fregoli era un attore trasformista diventato mitico negli anni a cavallo fra l’800 e il ‘900; il bisnonno di Arturo Brachetti).

    Brevemente: all’interno del Classique 7337 c’è il Calibro 502.3 QSE1, un movimento meccanico a carica automatica. 12 linee, con i suoi 3,80 mm di spessore può essere definito un movimento extra-piatto; come il Calibro 71 da cui deriva, che ha uno spessore di 2,4 millimetri. È montato su 35 rubini, conta 236 componenti ed ha un’autonomia di 45 ore. Il rotore di carica (massa oscillante) è realizzato in oro e inciso a mano con le stesse macchine usate per il quadrante.

    La modifica più importante, rispetto al calibro di derivazione, è la sostituzione dell’organo regolatore. Che è composto da un esclusivo bilanciere a inerzia variabile; da una molla a spirale piatta in silicio (Breguet è stata una delle prime marche d’Alta Orologeria ad adottare la spirale in silicio) con curva finale altrettanto esclusiva; e un proprio scappamento ad àncora invertita con componenti in silicio. Un movimento che molti tecnici amano per la sua qualità complessiva, ma soprattutto per il suo saper coniugare passato prossimo e futuro. Il tutto condito da una prelibata salsa al passato remoto: questo è Breguet, signori!

  • Tourbillon Day: compie 218 anni l’invenzione di A.-L. Breguet

    Tourbillon Day: compie 218 anni l’invenzione di A.-L. Breguet

    “Diavolo di un Breguet” è un’espressione che venne usata spesso mentre Abraham-Louis Breguet era ancora in vita. Tradotta oggi suonerebbe come un “quel figlio di buona donna d’un Breguet”, intesa nell’accezione positiva dell’espressione, usata anche per tributare grande ammirazione condita con un pizzico d’invidia. Perché proprio Breguet, visto che c’erano ai suoi tempi anche altri orologiai bravissimi? Perché Breguet ha una marcia in più e annovera, fra le sue tante invenzioni, il marketing, la capacità di vendere al meglio le proprie invenzioni. Invenzioni – oltretutto – spesso ben sviluppate per richiamare un immediato stupore. Basti pensare al tourbillon. Brevettato il 26 giugno 1801 (ecco perché parliamo di Tourbillon Day), questo nuovo tipo di organo regolatore venne messo in commercio solo qualche anno dopo, nel 1805.

    Partiamo da alcune considerazioni tecniche. Facili, giuro. A quei tempi gli orologi da tasca passavano l’intera giornata in posizione verticale. Spesso rimanevano in posizione verticale anche la notte, appesi a piccole colonnine munite di un uncino che agganciava l’occhiello metallico superiore. Ora immaginate il movimento del bilanciere: mezza rotazione in senso orario e mezza in senso antiorario. Quando gira in senso orario la forza di gravità rende più veloce il moto. Quando il bilanciere rincula e deve ruotare in senso antiorario la forza di gravità rallenta il suo moto, rendendo difficile – se non inutile – la regolazione dell’anticipo e del ritardo. E la cosa si complica se l’orologio, poi, passa la notte in posizione orizzontale.

    Il problema, si badi bene, non è di quelli da cui dipende la vita: a quei tempi la precisione davvero necessaria era piuttosto permissiva. Ma non era affatto approssimativo il neonato amore per la tecnologia, per le scienze di precisione, ben innestate su una tradizione di “il mio orologio è meglio del tuo”. Tradizione tuttora vivissima e che non va liquidata come una vana ricerca di show off. È una cosa più complessa, di solito. Un mix in cui c’è vanità, amore per l’ingegno umano, virile passione per la meccanica e tanto altro ancora… Perché l’orologeria spettacolo non è fatta di pietre preziose e ostentazione immediata, ma di un sottofondo tecnico che di tanto in tanto affiora, dando appunto spettacolo. Un musicista lo definirebbe un bordone, una nota continua non sempre bene percepita, ma caratterizzante.

    Abraham-Louis Breguet sa bene di possedere un piccolo patrimonio di collezionisti disposti a spendere molti soldi per far proprie le sue invenzioni. Breguet sa che queste invenzioni devono avere un fine sensato, anche se magari esageratamente proiettato nel futuro, come – oggi – certe supercar. E allora inventa la tecnologia-spettacolo. L’organo regolatore a tourbillon consiste nel montare l’insieme bilanciere/scappamento in una gabbia che compie un giro ogni minuto. In questo modo tutti, ma proprio tutti i rallentamenti e le accelerazioni del bilanciere si compensano per sommatoria e alla fine l’errore si annulla. Beh, quasi, come si scoprirà molto tempo dopo.

    Ma sta di fatto che la precisione ne guadagna molto. E soprattutto hai sotto agli occhi lo spettacolo di questa minuscola gabbia che ruota, ruota incessantemente. Un moto continuo e affascinante come le fiamme nel caminetto o le onde del mare. Tecnologia spettacolo, appunto. In questa fascinazione sta il “diavolo di un Breguet”, il “Grande figlio di puttana”, come cantavano gli Stadio nel 1981, “ma che amico per me” …

    E oggi, rinascesse, Breguet sarebbe ben felice di ammirare quel che hanno fatto i suoi successori e gli eredi dei suoi tecnici. Certo, oggi la rotazione del tourbillon non è più una sorpresa, ma osservare in quanti modi può essere declinato questo dispositivo, osservare l’incredibile lavoro di miniaturizzazione stupirebbe Breguet stesso. Che poi, subito dopo, passerebbe a trovar miracolosi materiali come il silicio di cui sono fatte alcune parti dell’organo regolatore. Il consiglio, ancora una volta, è quello di provare a sentirvi un po’ Breguet e andare da un concessionario per esaminare con una lente uno dei tanti Breguet attuali, così diversi eppure così riconoscibili nell’invenzione che Abraham-Louis Breguet brevettò il 26 giugno 1801. Oltre due secoli fa.

  • Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Si trattasse “solo” di far buoni orologi, la cosa sarebbe quasi facile. L’orologeria, però, è molto di più che un buon orologio. Se ci pensiamo per pochi minuti, la cosa appare in tutta la sua evidenza. Pensate ad esempio a quante marche usano movimenti più o meno standard, come gli ETA e i Valjoux: buoni movimenti con i quali è (quasi) facile fare buoni orologi. L’estetica, dite? Sì, certo, è importante. Importantissima.

    Ma provate a pensare ad una marca che fa un bellissimo orologio classico e poi un bellissimo orologio proiettato nel futuro e poi un cronografo sportivissimo… Ciascuno di loro può essere, come abbiamo visto, sia di ottima qualità che bellissimo, ma non basta. Serve un senso, serve un carattere. La marca, per essere tale, deve avere carattere e personalità propri, originali e riconoscibili. E qui torniamo, inevitabilmente, al genio di Abraham-Louis Breguet. Che non è solo uno straordinario inventore di dispositivi micromeccanici, ma molto, molto di più.

    Cercherò di riassumere al massimo, ma non è possibile comprendere Breguet se non lo si inserisce nella sua epoca: il Settecento, il Secolo dei Lumi, l’era dell’Illuminismo. Scienza, certo, ma anche una forma di risveglio del popolo che scoppierà, alla fine, con la Rivoluzione francese. E poi Napoleone, poi la Restaurazione… Ma è anche il tentativo di rendere belli e poco costosi gli orologi che spinge Breguet a perfezionare o inventare canoni estetici propri – che poi diventeranno così caratteristici da decretare il successo della marca.

    Un successo così forte da far gola ai falsari, costringendo Breguet ad inventare la minuscola “firma segreta” che ieri come oggi caratterizza i suoi orologi. Ma Breguet è anche un “povero svizzero” proveniente da un paesino lacustre elvetico venuto in Francia per imparare l’orologeria vera. Perché, a quei tempi, gli orologi di qualità erano solo francesi o inglesi. Gli svizzeri, nell’orologeria dell’epoca, venivano considerati una mezza schifezza.

    Breguet manda anche uno dei figli, Antoine-Louis, a studiare da John Arnold, eminente orologiaio inglese che a suo tempo era venuto a Parigi per lavorare a fianco di Breguet stesso. L’atmosfera era quella di collaborazione, amicizia e condivisione della scienza orologiera. Fantastico, vero? E parte di questa sapienza tornò certamente in Svizzera quando Abraham-Louis Breguet vi trovò riparo dalla fase più cruenta della Rivoluzione Francese, dalla quale lui, fornitore della Corte, difficilmente si sarebbe salvato. Mi sono spesso chiesto se il successivo trionfo dell’orologeria svizzera, dovuto all’invenzione, per così dire, del buon rapporto fra prezzo e qualità, non sia in qualche modo germogliato da un seme piantato da Abraham-Louis Breguet.

    Sta di fatto che il marchio Breguet continua a produrre orologi anche quando i figli vendono la fabbrica, che poi passerà al gioielliere francese Chaumet e infine ad un fondo d’investimento mediorientale, l’Investcorp. E continua a produrli – anche quando la qualità non è poi così elevata – proprio perché Breguet ha carattere, Breguet ha una propria estetica, ha una propria personalità inconfondibile.

    Nel 1999 il marchio Breguet, una piccolissima fabbrica a Le Brassus, confine con la Francia, Giura svizzero, viene comprato da Nicolas Hayek, da Swatch Group. Hayek, più che Breguet, ha nel mirino la Lemania, la fabbrica che produce il leggendario movimento cronografico dello Speedmaster di Omega, l’orologio andato sulla Luna. Si riappropria in pieno di un orologio fondamentale per la corazzata Omega, che insieme a Longines costituisce lo zoccolo duro, il solido basamento di Swatch Group. E poi, mentre gradualmente lascia al figlio Nick le redini del gruppo di famiglia, Nicolas Hayek prende su di sé la responsabilità di Breguet.

    Una volta, parecchi anni fa, parlando di Breguet mi disse che tutto sommato era facile capire la strada: bastava osservare a lungo un prototipo, scorrere la storia di Breguet e chiedersi cosa avrebbe fatto Abraham-Louis Breguet, come avrebbe giudicato il prototipo. Perché – diceva Hayek – il sentiero aperto da Breguet è così chiaro, è ancora così ben segnato che bisogna solo seguirlo lasciandosi andare con fiducia.

    E così Breguet rinasce sia da un punto di vista estetico sia da quello tecnico, anche se il massimo viene raggiunto quando, alla morte del nonno, Breguet passa (come Blancpain, del resto, marchio con cui s’era fatto le ossa) al taciturno Marc Hayek. La sua passione per i motori (è un ottimo pilota sportivo) aggiunge al pensiero del nonno una semplice, ma fondamentale constatazione: bisogna che un orologio, innanzitutto, funzioni bene, funzioni sempre, funzioni senza problemi. E qual è il primo requisito per produrre orologi di qualità? Una fabbrica in grado di produrre orologi di qualità.

    Un giorno faremo un discorso serio, serissimo, su quanto Swatch Group abbia investito in tecnologie e materiali per l’orologeria. Qui mi limito a notare come la fabbrica Breguet sia – a ben vedere – proprio la fabbrica che Abraham-Louis Breguet vorrebbe, se fosse vivo oggi. C’è il fiume della storia, simboleggiato dalla macchina per realizzare i quadranti: una lastra d’oro incisa a mano da un artigiano specializzato (oggi come allora) ma con l’aiuto di una macchina a pantografo che rende più facile la produzione (più che altro limita gli errori e quindi gli scarti) senza però snaturare l’operazione o renderla alla portata di chiunque.

    Altrettanto avviene per le altre fasi di lavorazione: ovunque sia possibile avvalersi delle tecnologie moderne per migliorare la qualità finale ci si aiuta con queste tecnologie; ovunque la mano umana si riveli migliore delle tecnologie (in certi casi anche perché un pur costosissimo tecnico specializzato costa meno di una macchina progettata e realizzata per la produzione di un numero limitato di parti d’orologio), allora si continua a preferire la mano umana.

    Se Abraham-Louis Breguet entrasse oggi nella fabbrica Breguet avrebbe un iniziale senso di disorientamento. Ma subito dopo sarebbe in grado di riconoscere il proprio modo di lavorare apprezzando le tecnologie impiegate per migliorarlo. E poi passerebbe a studiarle, queste tecnologie, per migliorarle ancora.

    Perché ho rotto tanto con questa storia, per parlare, tutto sommato, solo di una fabbrica d’orologi? Perché prenderla così alla lontana, quando il punto è una officina micromeccanica? Perché c’è molto di più, lo ripeto. Perché quando sogno un Breguet sogno tutta la posta in palio, sogno la storia, sogno il genio, il precursore, sogno l’inventore della lancetta, l’inventore del marketing. Sogno non soltanto l’orologio, ma anche la sua personalità. È questa la grande orologeria: nasce dal passato e scorre verso il futuro, nel continuo, ininterrotto fiume della storia. Generazione dopo generazione. Per questo è bello, molto bello, sognare certi orologi.

  • Breguet Marine, la tradizione continua

    Breguet Marine, la tradizione continua

    La collezione Breguet Marine, in arrivo in questo periodo nei negozi, ha svolto un ruolo di primo piano tra le novità esposte all’ultimo salone di Baselworld. Nasce come sviluppo del Marine Équation Marchante presentato lo scorso anno, un super-complicato che comprende appunto un’inedita equazione del tempo “marciante”, un calendario perpetuo e un dispositivo tourbillon. E in pratica consta di tre modelli del tutto nuovi, in cui i canoni stilistici della Maison sono rivisitati in chiave contemporanea. Per esempio, rispetto al passato sono stati ridisegnati l’attacco del cinturino, il decoro della corona (su cui è ora impressa una B in corsivo), le scanalature della carrure, il motivo guilloché a onde sul quadrante.

    Più nel dettaglio, si incontrano il Breguet Marine 5517, un essenziale “solo tempo” con datario. Il Breguet Marine Chronographe 5527, un cronografo a tre contatori con secondi continui (e data). E il Breguet Marine Alarme Musicale 5547, un doppio fuso orario dotato anche di allarme/sveglia (con relativa indicazione dell’autonomia). Per caratteristiche tecniche ed estetiche, ognuno meriterebbe un opportuno approfondimento. Per ora basti almeno ricordare che i tre modelli sono declinati in titanio, oro bianco o rosa, ovvero in metalli resistenti al sale e alla corrosione, quindi adatti all’ambiente marino. E montano calibri di manifattura, a carica automatica, con scappamento ad ancora a linea invertita e corni in silicio (nel 5527 e 5547 anche la spirale è in silicio).

    Va ricordato, tuttavia, che la linea Breguet Marine è stata lanciata per la prima volta nel 1990 e da allora è stata più volte sottoposta a restyling. Ma ha sempre rappresentato il côté sport-chic della Casa: i diversi esemplari in collezione, cioè, hanno comunque mantenuto nel tempo una costruzione robusta e un’elevata impermeabilità. D’altronde l’ispirazione nautica implicita nel nome non è certo improvvisata. Invece rende omaggio a un passato ricco di fama e di prestigio, a una lunga tradizione nel segmento dei cosiddetti orologi da navigazione. Che ebbe inizio con “il solito”, acutissimo Abraham-Louis Breguet, nominato “Horloger-mécanicien de la Marine” dal Re di Francia, Luigi XVIII, nel 1815.

    Anche se, a dire il vero, il geniale fondatore della Maison aveva costruito i primi cronometri da marina già nei primi anni Ottanta del ‘700. Lo attesta lui stesso in documento del 1796, in cui dichiara che quei pezzi lo avevano fatto conoscere in Spagna. Poi, certo, avvia la produzione regolare “di serie” di questo tipo di orologi soprattutto dopo la nomina di fornitore ufficiale della Marina, tant’è che consegna i primi lavori nel 1820. Ma intanto vende anche alla marina mercantile e ai privati – ufficiali, navigatori, scienziati – così come all’Ufficio delle longitudini di Londra. E scrive perfino un libretto a tema, “Istruzioni sull’uso degli orologi marini realizzati da Monsieur Breguet”, pubblicato a Brest nel 1817.

    Del resto, com’era sua abitudine, Breguet fabbrica cronometri da marina dotati di diversi tipi di scappamento e continua a perfezionarli nel tempo. Mentre le forniture alla marina militare e mercantile proseguono per parecchi decenni anche dopo lui, portate avanti prima dal figlio e poi dal nipote. E ancora nel corso del Novecento, la Maison continua a produrre per la Marina francese vari strumenti di precisione, almeno fino agli anni Sessanta: dagli orologi di bordo agli esemplari da tasca con quadrante 24 ore, fino ai cronografi Type XX, ordinati dai servizi ufficiali per i piloti dell’Aeronautica navale. Ma questa è un’altra storia.