Di recente ho avuto l’occasione di vedere e toccare con mano in anteprima la nuova collezione Villeret di Blancpain ed è stata un’occasione unica. Intanto perché le anteprime per la stampa sono sempre un momento speciale. Poi, perché all’evento era presente Jeffrey Kingston, uno dei massimi esperti e collezionisti mondiali, particolarmente amante di Blancpain e Breguet. Infine, perché lo stesso Kingston ci ha illustrato alcune delle referenze più celebri e prestigiose del passato di Blancpain, uscite per l’occasione dal caveau della manifattura in Svizzera. Roba che accade una volta ogni… tanti anni.
Insomma, la cornice ideale per scoprire i nuovi Villeret, che Blancpain ha declinato in sei referenze, divise in due linee. Per non annoiarvi troppo e perché penso che in molti punti i nostri gusti coincidano, mi concentrerò di più su una delle versioni presentate: il Villeret 38 mm con quadrante color salmone. Che, dal vivo, è più un rame, ma se Blancpain parla di salmone, salmone sia.
La novità del colore
Al di là del colore, quello che va sottolineato nella nuova collezione è il diametro della cassa, che scende dai classici 40 mm (che resteranno comunque in assortimento) ai più contemporanei 38 mm. Una riduzione abbastanza visibile affiancando le due referenze, soprattutto perché il 40 mm del Villeret è sempre sembrato più grande di quanto non sia e lo stesso accade per il 38 mm. Un effetto dovuto sostanzialmente alla lunetta molto sottile e al quadrante essenziale quasi, spoglio.
È la forza della collezione, che per Blancpain è la quintessenza dell’orologeria classica ed elegante, oltre che la campionessa in termini di sell out. Chi pensa che sia il Fifty Fathoms a fare man bassa di clienti, si sbaglia: ben oltre la metà dei volumi arriva dal Villeret. E con le nuove referenze, la linea promette di crescere ancora, anche perché tra queste non ci sono solo i 38 mm ma anche due femminili da 29,2 mm, di cui parlo più estesamente nelle didascalie.
Il quadrante del nuovo Villeret
Quindi, venendo al Villeret con quadrante color salmone, c’è da dire che è una prima per Blancpain in questa collezione. Avendolo messo al polso, posso affermare che la combinazione tra la tonalità, la cassa in acciaio, gli indici applicati in numeri romani in oro 18 carati con finitura nera e il cinturino in nabuk color antracite dà all’orologio una bellissima presenza.
Pur mantenendo l’eleganza tipica di un Villeret, questa versione ha un non so che di sportivo che la rende indossabile sia con un completo e una cravatta, sia insieme a una camicia con le maniche arrotolate e a un paio di jeans.
Probabilmente questo effetto è merito anche del linguaggio estetico che Blancpain ha introdotto in tutta la collezione Villeret lo scorso autunno. È stato fatto un lavoro sugli indici, ridimensionati per dare maggior equilibrio all’insieme, satinati superiormente e smussati agli angoli. A ore 12 il classico XII ha lasciato spazio al monogramma JB, che si trova anche sul contrappeso della lancetta dei secondi centrali e che sta per Jehan-Jacques Blancpain, colui che fondò la Maison nel 1735. Pur se sottili, le lancette di ore e minuti hanno una parte ricoperta di Super-LumiNova per la leggibilità al buio.
Come sempre accade in questi casi, risulta un po’ divisivo il datario a ore 3. Chi lo ama, chi preferirebbe non ci fosse (io…), chi non ci fa caso. Se non altro, in tutte le nuove versioni Blancpain ha messo il disco data in tinta con il quadrante, per provare a non spezzare l’uniformità estetica dell’insieme. Tutto sommato, idea promossa.
Il calibro e l’estetica
In termini di movimento, i nuovi Villeret da 38 mm incassano il calibro 1150 automatico di manifattura. È il movimento che si abbina al Villeret (ma si trova anche in alcune referenze del Fifty Fathoms Batyscaphe) e che si distingue soprattutto per lo spessore contenuto: 3,25 mm. Una dimensione che consente al nuovo Villeret da 38 mm di avere una cassa da 8,35 mm. È la misura che fa rientrare l’orologio nella categoria Ultraplate, di solito associata ai calibri automatici, contro gli Extraplate (sotto gli 8 mm di spessore) con calibro manuale.
Non è una differenziazione da nerd, ma qualcosa che ci deve far ricordare quanto a questa collezione debbano sia Blancpain, sia l’intera orologeria svizzera. Per quanto il nome Villeret sia stato introdotto per identificarla solo nel 2002, i suoi codici estetici risalgono a quasi vent’anni prima. Nel 1983, nel pieno della cosiddetta “crisi del quarzo” che mise in ginocchio l’industria del tempo elvetica, Blancpain se ne uscì con il più piccolo calendario completo con fasi lunari del tempo, di 34 mm di diametro.
Un orologio con la lunetta a doppio gradino, l’estetica sobria, la Luna con il volto umano che troviamo ancora oggi nella collezione e che fu la prova di quanto l’orologeria svizzera avesse ancora molto da dire. In un’epoca in cui l’elettronica pareva schiacciare la meccanica, Blancpain si mosse in direzione ostinata e contraria, dando il primo impulso a quella rinascita che, lenta e non facile, ha portato le lancette elvetiche dove sono oggi.
Villeret, le altre referenze
Dopo questo pistolotto storico, per completezza vi ricordo quelle che sono le altre referenze appena presentate, oltre a quella salmone, lasciando alle didascalie i dettagli. Intanto, c’è una versione riservata alle boutique Blancpain, che abbina una cassa in acciaio a indici giallo in oro massiccio 18 carati, un quadrante opalino dorato e un cinturino in alligatore nabuk verde oliva. È affiancata da altre due referenze: una con cassa in oro rosso 18 carati, quadrante opalino dorato e cinturino color miele, una con cassa in acciaio, quadrante opalino e cinturino beige.
Come ho accennato sopra, ci sono anche due referenze pensate per le signore. Con cassa da 29,2 mm in oro rosso 18 carati o in acciaio, hanno le classiche fasi lunari a ore 6 e diamanti su lunetta e indici. Qualcosa molto in linea con i Villeret di un tempo, calati però nella modernità. Perché nulla è più moderno di un classico che sa mantenere la propria essenza e resistere al passare delle stagioni. Vale nell’arte come nell’orologeria che, in fondo, è arte anch’essa.