Giornale Degli Orologi
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Tag: dress watch

  • I nuovi Villeret e l’anima classica di Blancpain

    I nuovi Villeret e l’anima classica di Blancpain

    Di recente ho avuto l’occasione di vedere e toccare con mano in anteprima la nuova collezione Villeret di Blancpain ed è stata un’occasione unica. Intanto perché le anteprime per la stampa sono sempre un momento speciale. Poi, perché all’evento era presente Jeffrey Kingston, uno dei massimi esperti e collezionisti mondiali, particolarmente amante di Blancpain e Breguet. Infine, perché lo stesso Kingston ci ha illustrato alcune delle referenze più celebri e prestigiose del passato di Blancpain, uscite per l’occasione dal caveau della manifattura in Svizzera. Roba che accade una volta ogni… tanti anni.

    Insomma, la cornice ideale per scoprire i nuovi Villeret, che Blancpain ha declinato in sei referenze, divise in due linee. Per non annoiarvi troppo e perché penso che in molti punti i nostri gusti coincidano, mi concentrerò di più su una delle versioni presentate: il Villeret 38 mm con quadrante color salmone. Che, dal vivo, è più un rame, ma se Blancpain parla di salmone, salmone sia.

    La novità del colore

    Al di là del colore, quello che va sottolineato nella nuova collezione è il diametro della cassa, che scende dai classici 40 mm (che resteranno comunque in assortimento) ai più contemporanei 38 mm. Una riduzione abbastanza visibile affiancando le due referenze, soprattutto perché il 40 mm del Villeret è sempre sembrato più grande di quanto non sia e lo stesso accade per il 38 mm. Un effetto dovuto sostanzialmente alla lunetta molto sottile e al quadrante essenziale quasi, spoglio.

    È la forza della collezione, che per Blancpain è la quintessenza dell’orologeria classica ed elegante, oltre che la campionessa in termini di sell out. Chi pensa che sia il Fifty Fathoms a fare man bassa di clienti, si sbaglia: ben oltre la metà dei volumi arriva dal Villeret. E con le nuove referenze, la linea promette di crescere ancora, anche perché tra queste non ci sono solo i 38 mm ma anche due femminili da 29,2 mm, di cui parlo più estesamente nelle didascalie.

    Il quadrante del nuovo Villeret

    Quindi, venendo al Villeret con quadrante color salmone, c’è da dire che è una prima per Blancpain in questa collezione. Avendolo messo al polso, posso affermare che la combinazione tra la tonalità, la cassa in acciaio, gli indici applicati in numeri romani in oro 18 carati con finitura nera e il cinturino in nabuk color antracite dà all’orologio una bellissima presenza.

    Pur mantenendo l’eleganza tipica di un Villeret, questa versione ha un non so che di sportivo che la rende indossabile sia con un completo e una cravatta, sia insieme a una camicia con le maniche arrotolate e a un paio di jeans. 

    Probabilmente questo effetto è merito anche del linguaggio estetico che Blancpain ha introdotto in tutta la collezione Villeret lo scorso autunno. È stato fatto un lavoro sugli indici, ridimensionati per dare maggior equilibrio all’insieme, satinati superiormente e smussati agli angoli. A ore 12 il classico XII ha lasciato spazio al monogramma JB, che si trova anche sul contrappeso della lancetta dei secondi centrali e che sta per Jehan-Jacques Blancpain, colui che fondò la Maison nel 1735. Pur se sottili, le lancette di ore e minuti hanno una parte ricoperta di Super-LumiNova per la leggibilità al buio.

    Come sempre accade in questi casi, risulta un po’ divisivo il datario a ore 3. Chi lo ama, chi preferirebbe non ci fosse (io…), chi non ci fa caso. Se non altro, in tutte le nuove versioni Blancpain ha messo il disco data in tinta con il quadrante, per provare a non spezzare l’uniformità estetica dell’insieme. Tutto sommato, idea promossa.

    Il calibro e l’estetica

    In termini di movimento, i nuovi Villeret da 38 mm incassano il calibro 1150 automatico di manifattura. È il movimento che si abbina al Villeret (ma si trova anche in alcune referenze del Fifty Fathoms Batyscaphe) e che si distingue soprattutto per lo spessore contenuto: 3,25 mm. Una dimensione che consente al nuovo Villeret da 38 mm di avere una cassa da 8,35 mm. È la misura che fa rientrare l’orologio nella categoria Ultraplate, di solito associata ai calibri automatici, contro gli Extraplate (sotto gli 8 mm di spessore) con calibro manuale.

    Non è una differenziazione da nerd, ma qualcosa che ci deve far ricordare quanto a questa collezione debbano sia Blancpain, sia l’intera orologeria svizzera. Per quanto il nome Villeret sia stato introdotto per identificarla solo nel 2002, i suoi codici estetici risalgono a quasi vent’anni prima. Nel 1983, nel pieno della cosiddetta “crisi del quarzo” che mise in ginocchio l’industria del tempo elvetica, Blancpain se ne uscì con il più piccolo calendario completo con fasi lunari del tempo, di 34 mm di diametro.

    Un orologio con la lunetta a doppio gradino, l’estetica sobria, la Luna con il volto umano che troviamo ancora oggi nella collezione e che fu la prova di quanto l’orologeria svizzera avesse ancora molto da dire. In un’epoca in cui l’elettronica pareva schiacciare la meccanica, Blancpain si mosse in direzione ostinata e contraria, dando il primo impulso a quella rinascita che, lenta e non facile, ha portato le lancette elvetiche dove sono oggi.

    Villeret, le altre referenze

    Dopo questo pistolotto storico, per completezza vi ricordo quelle che sono le altre referenze appena presentate, oltre a quella salmone, lasciando alle didascalie i dettagli. Intanto, c’è una versione riservata alle boutique Blancpain, che abbina una cassa in acciaio a indici giallo in oro massiccio 18 carati, un quadrante opalino dorato e un cinturino in alligatore nabuk verde oliva. È affiancata da altre due referenze: una con cassa in oro rosso 18 carati, quadrante opalino dorato e cinturino color miele, una con cassa in acciaio, quadrante opalino e cinturino beige.

    Come ho accennato sopra, ci sono anche due referenze pensate per le signore. Con cassa da 29,2 mm in oro rosso 18 carati o in acciaio, hanno le classiche fasi lunari a ore 6 e diamanti su lunetta e indici. Qualcosa molto in linea con i Villeret di un tempo, calati però nella modernità. Perché nulla è più moderno di un classico che sa mantenere la propria essenza e resistere al passare delle stagioni. Vale nell’arte come nell’orologeria che, in fondo, è arte anch’essa.

  • The Unveiled Crownless: l’eleganza “segreta” firmata Minerva

    The Unveiled Crownless: l’eleganza “segreta” firmata Minerva

    Alla fine di marzo sono stato tra i pochissimi giornalisti italiani ai quali, a Parigi, il Global Managing Director di Montblanc e Minerva, Laurent Lecamp, ha presentato in anteprima le novità dei due Marchi. Faccio subito coming out: tra gli orologi che ho visto e provato sotto la Tour Eiffel, uno dei più interessanti è stato il Minerva The Unveiled Crownless, oggetto di questo articolo. Ma prima di parlarne, spendo due parole per l’esperienza parigina di touch and feel delle nuove referenze.

    Montblanc ha deciso di uscire da quest’anno da Watches and Wonders Geneva, privilegiando presentazioni dedicate nei differenti mercati. Una strategia a mio modesto parere utile, almeno per noi giornalisti e per gli operatori di settore. Al di là delle disquisizioni su quanto un salone, oggi, possa essere o meno ancora il luogo giusto per dare una spinta al business dei brand, ciò che arricchisce questo nuovo format è il tempo. Non molto bizzarro trattandosi di orologi, no? Quando mai, al salone, si ha la possibilità di toccare con mano l’intero assortimento di novità per oltre un’ora, in poche persone, e con i modelli spiegati dalla viva voce di chi li ha concepiti e “battezzati”? Lo stesso Lecamp lo ha sottolineato durante la sessione. E mi ha trovato pienamente d’accordo.

    The Unveiled Crownless e la tradizione di Minerva

    Detto questo, alla presentazione lo scatto in avanti di Minerva è stato evidente già da un particolare importante. Sin dall’acquisizione da parte del Gruppo Richemont nel 2006, il Marchio è stato sotto il controllo di Montblanc, con gli orologi che sfoggiavano quadranti a doppia firma. Vent’anni dopo, sotto la guida di Lecamp, la manifattura di Villeret diventa un Brand indipendente, pur mantenendo stretti legami con Montblanc. The Unveiled Crownless è un bel modo per sancire questo nuovo corso del Marchio.

    È un orologio che viene da lontano, da quasi un secolo fa. Nel 1927, Minerva sviluppò uno dei primi orologi militari dotati di una funzione azionabile tramite lunetta. Si trattava di un indicatore che consentiva ai piloti, agli albori dell’aviazione, di impostare agevolmente un anello di misurazione interno al réhaut per calcolare le tratte del piano di volo, anche indossando gli spessi guanti.

    Il nuovo The Unveiled Crownless dimostra ancora una volta come, oggi, Minerva abbia deliberatamente fatto diventare le funzioni azionabili tramite lunetta una propria caratteristica distintiva. La ghiera scanalata è dunque consacrata come elemento tanto estetico quanto funzionale, dopo che già nel 2023 Minerva aveva presentato The Unveiled Timekeeper, il cronografo la cui lunetta governava le funzioni cronografiche.

    Un calibro tutto nuovo

    Nel Minerva The Unveiled Crownless, la lunetta consente sia la funzione di carica manuale sia quella di regolazione dell’ora. Semplice a dirsi, un po’ meno a farsi. Una combinazione che non esisteva in alcun orologio della Maison, ragion per cui Minerva ha sviluppato un movimento del tutto nuovo per renderla possibile: il calibro M15.08. Si tratta di un movimento a carica manuale, solo tempo e con piccoli secondi.

    Come scritto, il lavoro lo fa la lunetta. Quando è bloccata, consente la carica del movimento se ruotata in senso antiorario, mentre nulla accade se si ruota in senso orario. Anzi, come ha detto Lecamp durante la presentazione, se manipolata “distrattamente” può fungere da elegante antistress. Per regolare l’ora, la lunetta deve essere sbloccata estraendo una piccola leva segreta posizionata nell’anello di incassaggio sul fondello, a ore 3. Tirando verso l’esterno, la leva si apre facendo perno sulla propria parte inferiore e uscendo in maniera discreta, senza intaccare l’estetica dell’orologio. Una volta regolata l’ora e premuta, la leva torna a nascondersi. Le funzioni di carica e regolazione di The Unveiled Crownless sono possibili tramite un sistema di leve e ruote che collega la lunetta al treno del tempo.

    Per questo orologio, Minerva ha scelto una frequenza piuttosto bassa, 18.000 alternanze/ora, abbinata però a un’autonomia sontuosa di 80 ore, resa possibile da una spirale molto estesa, come lasciano intuire le dimensioni del bariletto. Il calibro M15.08 è infatti visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro e caratterizzato da una sorta di firma estetica della Maison: sull’organo regolatore è infatti visibile un elemento a forma di freccia, il logo storico di Minerva.

    Cassa e quadrante del The Unveiled Crownless

    La cassa di The Unveiled Crownless ha dimensioni importanti per un dress watch: 41,5 mm di diametro per 12 mm di spessore. Avendolo provato al polso e avendo un polso sottile – 16,5 mm – confermo che si fa sentire, anche se nel complesso si tratta di un orologio ben proporzionato. Probabilmente la sua presenza è accentuata anche dal fatto di essere in acciaio lucido, con la lunetta in oro rosa lucida e satinata. Sul lato destro della carrure, un’elegante targhetta in oro rosa avvitata ricorda, grazie alla scritta Depuis 1858, la data di fondazione della Manifattura. Bella la satinatura della targhetta che contrasta con il lucido della cassa.

    Per il quadrante di The Unveiled Crownless, Minerva ha ripreso i codici di design di un proprio orologio degli anni Cinquanta. In effetti, riporta tanti caratteri estetici tipici delle referenze di quella decade. Si divide sostanzialmente in tre parti: l’anello esterno della minuteria, con lavorazione a guilloché, la parte centrale liscia, il contatore dei piccoli secondi a ore 6. Nulla di più e nulla di meno di ciò che serve a unire eleganza e praticità. Per i dettagli, vi invito a guardare la gallery e a leggere le relative didascalie.

    Per confermare che nulla in questo orologio è stato lasciato al caso, Minerva ha lavorato con coerenza anche sulla fibbia e sul cinturino. Quest’ultimo è in alligatore, color verde bosco che richiama il colore dei boschi intorno alla manifattura di Villeret; la fibbia in acciaio ha invece una sagoma che ricorda la freccia del logo. Un particolare visibile solo a chi indossa il The Unveiled Crownless e che, nelle intenzioni di Minerva, servirebbe a costruire un legame speciale tra l’orologio e il suo proprietario.

    Secret box

    Durante la presentazione, Laurent Lecamp si è dimostrato molto orgoglioso della scatola che contiene l’orologio. Già lo scorso dicembre, durante un evento organizzato da Montblanc, avevo avuto modo di vederla in anteprima e anche in quella occasione il Global Managing Director era parso piuttosto eccitato dalla novità.

    In effetti è qualche cosa di particolare, perché la confezione di The Unveiled Crownless è una bella scatola in legno di noce, sempre dei boschi di Villeret, e ha un sistema di apertura segreto tramite due listelli scorrevoli ben integrati nel packaging. Il risultato è quello di avere una scatola uniforme, priva di sporgenze e pulsanti, capace – anche qui – di costituire un legame intimo, speciale e segreto tra l’orologio e chi lo possiede. Sul coperchio è fissata una placca in acciaio con una speciale incisione raffigurante la manifattura di Villeret, oltre al logo RFV con la freccia di Minerva. Villeret è indicata anche sul fermo, che riporta l’incisione dello stemma del villaggio. Un dettaglio in più, ricco e speciale, che, insieme al prezzo di 39mila euro, rende l’orologio ancora più esclusivo, nonostante non sia in edizione limitata.

  • SP One: MB&F si veste di classicità (a modo suo)

    SP One: MB&F si veste di classicità (a modo suo)

    Quando ho ricevuto la cartella stampa del nuovo SP One di MB&F, mi sono tornate alla mente alcune parole che il fondatore del Brand, Maximilian Büsser, ha detto durante un’intervista (più una chiacchierata, a dire il vero) che mi ha rilasciato lo scorso anno: «Un’altra idea che non cambierò mai è non farsi influenzare dal mercato. Penso di non aver mai creato qualcosa di simile a ciò che ha fatto qualcun altro: se qualcuno l’aveva già realizzata, non c’era ragione che la facessimo anche noi». È esattamente il succo di questo orologio.

    SP One sta per Special Project One ed è davvero qualcosa che nessuno aveva mai realizzato prima, nemmeno la stessa MB&F. Perché il Brand di Büsser non è certo famoso tra gli appassionati per un’idea di orologeria tradizionale, almeno nelle forme. Le Horological Machine da una parte e le Legacy Machine dall’altra sono tutto fuorché classicità estetica, anche se la lezione meccanica dei grandi maestri del passato è forte e presente. Invece, qui ci troviamo di fronte a un orologio a tre lancette con cassa tonda da 38 mm, un classico dress watch. Ma appena lo vedi, lo battezzi subito come un MB&F. 

    SP One, un ponte tra le collezioni

    Perché, come la gran parte dei pezzi usciti dalla manifattura di Büsser, l’SP One è prima di tutto trasparenza. Il movimento è come sospeso in una bolla, tra il vetro zaffiro bombato che lo protegge e il vetro zaffiro piatto del fondello. L’occhio attraversa senza ostacoli l’intera struttura dell’orologio e scorre via attraverso il calibro, che passa tutt’altro che inosservato.

    Più elegante della tipica Horological Machine ma più all’avanguardia di una Legacy Machine, l’SP One è il primo modello di una nuova collezione Special Project che racchiude l’estetica contemporanea, tipica del Marchio, in un formato più piccolo e indossabile. Le Horological Machine tendono a essere futuristiche, con un’architettura del movimento visionaria e casse grandi e strutturate. Le Legacy Machine interpretano gli orologi da tasca d’epoca con tocchi come le lancette in acciaio azzurrato e la disposizione tradizionale del movimento.

    In un certo senso, l’SP One unisce queste due filosofie costruttive grazie a un design contemporaneo, tradotto in dimensioni e forme più normali. La cassa tonda e liscia (in MB&F la paragonano a un ciottolo di fiume) è tradizionale come la scelta dei materiali, il platino o l’oro rosa. Ma all’interno, il movimento sembra più simile a quello di una Horological Machine, tanto che la cassa pare quasi scomparire insieme ai materiali preziosi, “ingoiata” dalla luce e dalla trasparenza dei due vetri zaffiri per i quali, in definitiva, fa quasi solo da supporto.

    I “tre tenori”

    Tre sono gli elementi del movimento che balzano alla vista, tutti circolari: il bariletto, il bilanciere e il quadrante. Dopotutto, il calibro SP One era stato inizialmente denominato, non a caso, “Three Circles”. Nulla di nuovo per MB&F per quanto riguarda la scheletratura dei movimenti, ma in questo il design e le soluzioni ingegneristiche hanno permesso di sfruttare gli ingranaggi conici e il quadrante inclinato (due segni distintivi del lavoro di MB&F) per dare vita a un calibro quasi piramidale, in cui il rubino centrale funge da vertice.

    L’architettura del calibro SP One ha una forma a Y sviluppata internamente dal team di MB&F, dal concetto iniziale alla progettazione. I vertici della Y costituiscono i tre punti in cui i ponti del movimento si ancorano al réhaut della cassa, ciascuno dando sostanza all’elemento che supporta: bariletto, bilanciere e quadrante. Non per nulla prima ho scritto che il movimento è “come sospeso” in una bolla, non che è sospeso. I ponti, infatti, sono ben saldi alla struttura complessiva dell’orologio.

    Il tipico quadrante inclinato di MB&F a ore 6 ha la base rivestita in Dlc e i classici indici e lancette lucidati. Il bariletto e il bilanciere sono disposti in modo simmetrico nella parte superiore dell’orologio. Il bello è che ad accentuare l’eleganza dell’SP One contribuisce il fatto che il calibro non presenta ponti, viti o ruote visibili. Per migliorare l’aspetto architettonico ed estetico complessivo, tutt’e tre gli elementi hanno circonferenze identiche e il réhaut ha una superficie lavorata con una satinatura a spirale, che aggiunge consistenza all’intera struttura. A seconda del materiale della cassa, il réhaut ha un colore diverso: azzurro per il platino o antracite per l’oro rosa.

    La cassa dell’SP One

    Se l’SP One dà il meglio di sé nella visione frontale, anche capovolgendolo l’architettura non è niente male. I ponti, quasi invisibili dal lato del quadrante, fanno capolino attraverso il treno del tempo. La scena è rubata dall’anglage preciso degli elementi, fatto rigorosamente a mano, che insieme alle superfici satinate, lucidate e microbigliate conferiscono un aspetto equilibrato all’intero movimento.

    Un discorso che si può applicare alla cassa, anche se personalmente faccio fatica a definirla tale vista la preminenza dello zaffiro in questo orologio. Lo spessore complessivo è di 12 mm e ciò che spicca, al di là della bombatura e della morbidezza delle forme, è l’architettura delle anse. Non essendoci praticamente possibilità di agganciarle alla parte frontale della cassa, i designer di MB&F le hanno elegantemente integrate al fondello.

    La cassa, l’ho scritto, è in oro rosa o platino e ha una finitura completamente lucida che la rende discreta. Solo la corona a ore 10 e il leggero effetto fluttuante sulle anse introducono una dose di originalità, una scelta che era probabilmente l’obiettivo di Max Büsser e dei suoi amici nel creare l’SP One. Il fatto che l’orologio sia privo di lunetta aumenta la sensazione di trasparenza e leggerezza, senza mortificarne le dimensioni. Che, immagino, lo rendono di una comodità unica al polso insieme alle forme morbide.

    Un occhio al mercato

    Nelle didascalie lascio spazio a ulteriori dettagli tecnici e a qualche informazione in più sull’orologio. In chiusura mi limito a ricordare i prezzi: 67.100 euro per il platino, 61.780 euro per l’oro rosa, entrambi Iva esclusa. E a formulare un pensiero.

    Per come lo vedo in cartella stampa (spero di provarlo quanto prima), l’orologio racchiude tutto ciò che mi piace di MB&F, dalla meccanica sopraffina “a vista” al design futuristico ma con un tocco di classicità. Il fatto che non abbia quello che non mi piace del Marchio, ossia la vestibilità a dir poco complicata, significa che, forse, alla fin fine Büsser un po’ si è fatto influenzare dal mercato, nonostante ciò che dice. In fondo, non sempre è un male.

  • Calatrava 6196P, Patek Philippe e la tradizione di domani

    Calatrava 6196P, Patek Philippe e la tradizione di domani

    Non è un segreto: ho un debole per il Calatrava. Quindi faccio fatica a non farmi coinvolgere, a mantenere la giusta obiettività, di fronte a qualsiasi pezzo della storica collezione di Patek Philippe. Ancora di più se si tratta di un esemplare come il nuovo Calatrava 6196P, visto (e provato) a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera. Perché ha un’impostazione “classica”, la mia preferita: cassa in platino, stile essenziale, quadrante pulito con i piccoli secondi, color salmone. Ma allo stesso tempo ha anche una nuova meccanica: grande, performante, curatissima. Un mix equilibrato di vintage e contemporaneità, purtroppo inaccessibile alle mie tasche (costa 47.520 euro). Ma se non posso averlo fisicamente, posso almeno farlo mio mentalmente: intendo dire, studiarlo, conoscerne la storia, apprezzarne i dettagli. E non è poca cosa: la cultura non è mai una magra consolazione…

    Calatrava ieri e oggi

    Dicevo dell’impostazione “classica”, perché ai nostri giorni c’è Calatrava e Calatrava. Mi spiego: nell’ultimo decennio la collezione ha conosciuto vari sviluppi e si è differenziata in diversi modelli, anche complicati. Dal Pilot uscito nel 2015 al Calendario settimanale del 2019, dal 24 Ore Travel Time del 2023 fino all’8 Giorni presentato sempre quest’anno, per citarne solo alcuni. A dispetto delle molte anime e molteplici configurazioni, comunque, il Calatrava resta l’archetipo del dress watch, la quintessenza dell’eleganza maschile da polso, il simbolo di un gusto intramontabile. Perché così è nato, nel 1932.

    Dopo la crisi del ’29, durante la Grande Depressione, anche Patek Philippe conobbe un periodo di difficoltà finanziaria. Fu quindi acquistata da Charles Henri e Jean Stern, proprietari della Fabrique de Cadrans Stern Frères che era tra i fornitori della stessa Manifattura. Per risollevarla, i due fratelli pensarono di realizzare un esemplare semplice che potesse ampliare la clientela e conquistare il grande pubblico, per andare oltre l’élite di collezionisti alla James W. Packard o Henri Graves. Crearono così il Calatrava, ispirato ai principi della scuola tedesca del Bauhaus, secondo cui “la forma di un oggetto è dettata dalla sua funzione”. La cassa, quindi, doveva essere rotonda, perché tutto in un orologio segue un moto circolare: i ruotismi, il bilanciere, la molla nel bariletto, la corona, le lancette…

    La Referenza 96 e i suoi eredi

    Fra i primi modelli si affermò la Referenza 96, che ebbe un ruolo fondamentale nel futuro della collezione perché dettò lo stile delle generazioni successive di Calatrava. Cassa di 31 mm, tripartita (una novità, per l’epoca), quadrante privo di orpelli per non distogliere l’attenzione dalle funzioni, lunetta piatta, anse integrate alla carrure… Caratteristiche diventate codici di stile, che andranno a influenzare l’intera storia del design orologiero. La Referenza 96 rimase in produzione per più di 40 anni, e con il trascorrere del tempo diede vita a innumerevoli modelli. Fu realizzata in diversi metalli (dall’acciaio a tutte le tonalità dell’oro fino al platino) e conobbe piccoli ma sostanziali cambiamenti (la lunetta, per esempio, di volta in volta diventò più arrotondata, guilloché Clous de Paris, incastonata di diamanti). Ma rimase sempre fedele alla purezza e alla discrezione originari.  

    Un’eco della Referenza 96 si ritrova nella storica 5196, in catalogo dal 2004 fino al 2021, di cui il Calatrava 6196P è il discendente diretto. Lo si evince anche dal nome, ma basta un’occhiata per cogliere le affinità. Stessa configurazione del quadrante – con indici obus (dal francese, obice) sfaccettati, lancette dauphine e piccoli secondi al 6 -, stessa lunetta liscia, lucidata a specchio. Diverso però il movimento. Quel progenitore montava il calibro 215 PS: a carica manuale, sottilissimo (2,55 mm di spessore), vantava il prestigioso Punzone di Ginevra. Tuttavia era nato del 1975 ed era costruito con i criteri e le tecnologie dell’epoca. Mentre il Calatrava 6196P ha conosciuto un upgrade meccanico che fa la differenza. Ma andiamo con ordine e vediamo com’è fatto l’intero orologio.

    Il volto del Calatrava 6196P

    Cominciamo dalla cassa in platino, con la lunetta lucida e i fianchi satinati. Misura 38 mm di diametro (un millimetro in più rispetto alla Ref. 5196) e ha uno spessore di 9,33 mm (ma diverse proporzioni: il precedente si fermava a 6,8 per via del movimento). Ma soprattutto il colore: caldo, solare, che va a stemperare il rigore dell’algido metallo. Noi lo definiamo “salmone” per abitudine, perché è una tendenza dell’orologeria contemporanea legata alla moda del neo-vintage o modern-rétro che dir si voglia. Ma Patek non lo chiama così, perché si rifà alla tradizione, e usa un più corretto “opalino dorato in oro rosa”.

    Su questo sfondo, lancette e indici antracite risaltano con una bella contrapposizione cromatica. L’abbinamento rosa & nero però non è una peculiarità solo del Calatrava 6196P: lo si ritrova anche negli altri Patek “salmone” attualmente in catalogo. Penso al Cronografo 5172G, o alle versioni di Calendario Perpetuo, il 5236P in linea o il 5320G (di cui ci occuperemo presto). Ma in questo caso l’assenza di complicazioni rende il contrasto più efficace e d’impatto. Da sottolineare la presenza discreta del contatore dei piccoli secondi, la cui posizione a ore 6 si differenzia in modo netto da quella della Ref. 5196 proprio perché il Calatrava 6196P monta una nuova meccanica.

    Il nuovo calibro 30-255 PS

    Presentato nel 2021, il nuovo calibro 30-255, qui allestito con i piccoli secondi (PS), è facilmente sintetizzato come un movimento meccanico a carica manuale di ultima generazione. Perché ha tutte le carte in regola per rispondere alle prestazioni richieste dal pubblico attuale. Prima di tutto, dimensioni ben studiate: 31 mm di diametro per 2,55 mm di spessore, che lo rendono adatto a una cassa di 38/40 mm di diametro. Poi, un’autonomia di 65 ore, garantita da un due bariletti che lavorano in parallelo. La spirale in silicio, antimagnetica e insensibile alle escursioni termiche. Infine un bilanciere dall’inerzia elevata, a dispetto dei 4 Hz di frequenza.

    Rispetto al precendente calibro 215, il movimento è stato totalmente re-ingegnerizzato. Il diametro maggiore ha consentito una risistemazione in orizzontale dei componenti, razionale e calibrata, così da mantenere lo spessore estremamente limitato. La maggiore disponibilità di spazio ha permesso l’introduzione di un doppio bariletto, in cui le ruote a cricchetto sono nascoste sotto i ponti dei bariletti stessi. Tra i due si trova una ruota intermedia aggiuntiva, che ingrana con il pignone centrale e tiene distanziata la seconda ruota del treno del tempo dalla ruota del cricchetto dei bariletti.

    Ricordo che il doppio bariletto non serve solo a fornire una più lunga autonomia, ma garantisce una curva della coppia più stabile ed elevata e un miglior rapporto di trasmissione fra i bariletti e il pignone centrale, quindi va a influire positivamente sulla costanza di marcia. Stesso discorso per la spirale in silicio, i cui effetti sono ben noti – a dispetto della scarsa considerazione con cui è tenuta dai puristi della meccanica. E per il bilanciere ad alta inerzia, oltretutto più resistente a eventuali perturbazioni o urti accidentali. Il tutto si traduce in una migliore cronometria, che al minimo rispecchia i criteri del Sigillo Patek Philippe (-3/+2 secondi al giorno), ma secondo alcune fonti in Rete dai risultati anche migliori (-1/+2).

    In definitiva il calibro 30-255 PS è un movimento progettato con l’obiettivo della stabilità e dell’affidabilità. Ed è definito da soluzioni tecniche eleganti, anche se complesse dal punto di vista della costruzione, sempre mirate al miglior potenziale cronometrico possibile.

    Il Calatrava 6196P proiettato nel futuro

    Per come la vedo io, il nuovo Calatrava 6196P potrebbe essere il capostipite della futura generazione di Calatrava. Con il nuovo movimento, e proporzioni rinnovate, sembra destinato a rimanere a lungo in catalogo, se segue le orme della precedente 5196. Dopo questa versione in platino, me lo aspetto declinato nelle diverse leghe d’oro – bianco, giallo o rosa. Abbinato ad altre scelte cromatiche per il quadrante, anche se sempre nel solco della tradizione: argenté, nero, blu… Non so se si arriverà a vedere un Calatrava verde, turchese o bordeaux, ma mai dire mai. La collezione è trasformista di suo, non sappiamo come potrà diventare…

  • Calatrava 8 giorni ref. 5328G: Patek Philippe da dress watch a field watch

    Calatrava 8 giorni ref. 5328G: Patek Philippe da dress watch a field watch

    Una delle tante caratteristiche che fanno grande Patek Philippe è la capacità di evolversi e svilupparsi senza tradire la propria identità storica. Non è una cosa facile, badate bene. Specialmente se abbiamo a che fare con la collezione Calatrava. Adattare ai tempi, ai gusti, alle mutate necessità della vita di oggi una linea che è universalmente nota tra gli appassionati per essere il non plus ultra della classicità, è un lavoraccio. Eppure, esempi come il Calatrava 8 giorni ref. 5328G che ho visto e provato a Watches and Wonders dimostrano che, come si dice, “è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo”. Con questo orologio, Patek Philippe lo ha fatto.

    In primis perché – io come altri colleghi anche stranieri -, quando ho potuto osservare l’orologio con la lente e me lo sono messo al polso, ho avuto la strana impressione di avere tra le mani non tanto un dress watch quanto un cosiddetto field watch. Ossia un orologio “da campo”, progettato e realizzato per un uso militare. Forse il più caro field watch in circolazione. Ed è probabile che non fosse nemmeno nelle intenzioni di Patek Philippe dare questa sfumatura al Calatrava in questione. Eppure qualcosa rimane…

    Calatrava 8 giorni 2.0

    Probabilmente perché, negli ultimi anni, Patek Philippe ha messo mano in maniera sottile e intelligente al design della collezione Calatrava. Proprio per non tradirla, come ho scritto all’inizio, ma per fare in modo che non restasse impantanata in una tradizione che avrebbe finito per renderla stantia. Parlo, per esempio, dell’ampliamento delle finiture dei quadranti, di forme più “decise” (specialmente nelle anse), dell’impiego della finitura a clous de Paris lungo la carrure.

    Tutti elementi che si ritrovano presenti e ben amalgamati nel Calatrava 8 giorni ref. 5328G. A testimonianza del fatto che, su questa collezione, la Maison ginevrina non ha intenzione di stare ferma, anzi. Per aggiornarla e renderla più interessante anche per nuove tipologie di appassionato, Patek Philippe non esita ad attingere a soluzioni tecniche e a elementi del proprio passato. In questo caso, l’abbondante riserva di carica di otto giorni e più.

    L’autonomia dei calibri di Patek Philippe

    Una caratteristica, questa lunga autonomia, che si trova già in alcune pendolette da tavolo con calendario perpetuo degli anni ’20 del ‘900, dotate di otto giorni di riserva di carica. Più vicino a noi, la Maison ci ricorda la Ref. 5100 10 Giorni del 2000, cassa rettangolare e serie limitata a tremila pezzi: il primo orologio da polso cronometro al mondo con riserva di carica di 240 ore.

    Oppure, ancora, la Ref. 5101P 10 Giorni Tourbillon del 2003, un esemplare in platino con cassa rettangolare ispirata all’Art Déco e movimento di forma, a carica manuale. Per arrivare, dieci anni dopo, alla Ref. 5200 Gondolo 8 Days, Day & Date Indication, il cui calibro rettangolare a carica manuale e salti istantanei del giorno della settimana e della data ha molto a che vedere con la referenza di cui scrivo oggi. Lo vedremo più avanti.

    Questa faccia non mi è nuova…

    Intanto, torno a quella sensazione di field watch di cui ho scritto sopra. Una sensazione che mi viene principalmente dalla struttura del quadrante. Come sempre, in questo tipo di articoli, preferisco lasciare i dettagli più strettamente tecnici alle didascalie, ma credo sia necessario fare qui almeno un accenno a quello che è il volto del Calatrava 8 giorni ref. 5328G.

    Il quadrante blu fumé presenta infatti una texture simile all’asfalto, qualcosa che non è nuovo in Patek Philippe. L’abbiamo vista per la prima volta, sul marrone, nella ref. 5226G, introdotta nel 2022. Oltre a questa finitura, il Calatrava 8 giorni ref. 5328G si porta dietro da quel predecessore il design delle lancette a siringa e dei numeri arabi, che gli conferiscono la sensazione di serietà e l’aspetto severo del field watch. Una tipologia di orologio che ha nella robustezza e nella chiarezza nella lettura delle informazioni alcune caratteristiche imprescindibili. Ecco perché, in questo senso, penso che il quadrante sia ben riuscito.

    Otto giorni senza pensieri

    Non dimentico, però, che tra le prerogative di un orologio da campo ci sono anche l’affidabilità e, per quanto possibile, l’autonomia. In questo senso, prima di tornare nelle didascalie sugli aspetti tecnici, fatemi accennare a un dettaglio storico del calibro che lavora nella cassa del Calatrava 8 giorni ref. 5328G.

    Come spesso accade per il movimenti di Patek Philippe, ha una sigla pressoché impossibile da ricordare – 31-505 8J PS IRM CI J – ma radici solide nel passato della Maison. Rimanda infatti alla Ref. 5200 Gondolo 8 Days, Day & Date Indication di cui ho scritto sopra, perché riprende l’architettura di base del movimento incassato in quell’orologio. La differenza principale sta nel fatto il calibro 28-20 REC 8J PS IRM C J era rettangolare come la cassa, mentre quello attuale è tondo, per integrarsi alla perfezione nella cassa in stile Calatrava.

    L’autonomia di otto giorni è specificata anche dalla dicitura 8J presente all’interno del nome del movimento, in cui si riscontrano dettagli che si possono desiderare da Patek Philippe e funzionali a un field watch. Mi riferisco principalmente al salto istantaneo del giorno della settimana e del mese e, ancora, alla riserva di carica che, se formalmente è di otto giorni, nella realtà arriva fino a nove. E questo nono giorno supplementare è individuato da una zona rossa sull’indicatore dell’autonomia residua.

    Un Calatrava 8 giorni per tutti i giorni

    Ora tutti alle didascalie. Non prima di aver ricordato il prezzo del Calatrava 8 giorni ref. 5328G – 71.280 euro – e di aver fatto qualche considerazione finale sull’orologio. Patek Philippe lo ha presentato a Watches and Wonders insieme a un’altra referenza del Calatrava, la 6169P con cassa in platino dall’elegante design “classico”. Secondo me, una mossa azzeccata.

    Se l’orologio in platino è il dress watch per eccellenza, più un pezzo da grandi occasioni che un cosiddetto everyday watch, per come la vedo io il Calatrava 8 giorni ref. 5328G è invece un orologio perfetto da indossare tutti i giorni. O anche solo qualche giorno alla settimana, sicuri di poter contare sulla sua capacità di essere ancora all’ora e alla data giuste quando lo si mette al polso. In questo modo, la Maison ha offerto un’alternativa all’interno della stessa collezione, provando a coprire gusti, appassionati e necessità diverse. Senza snaturarla, come ho scritto nelle prime righe. Ecco perché il Calatrava 8 giorni ref. 5328G è uno dei pochi pezzi di alta orologeria che, oggi, è qualcosa di più della somma delle sue parti. E, in questo, è molto Patek Philippe.

  • Il Golden Ellipse 5738/1R e il tessuto d’oro di Patek Philippe

    Il Golden Ellipse 5738/1R e il tessuto d’oro di Patek Philippe

    Parliamo del Golden Ellipse 5738/1R. Un esemplare dai nobili natali, parte di una collezione dalla lunga storia, presentato all’ultimo salone di Watches and Wonders Geneva con un inedito bracciale a maglia d’oro che ne accentua la preziosa estetica vintage. L’ideale, almeno in linea teorica, per le occasioni più formali delle feste di fine anno

    Sezione aurea. Due parole magiche, capaci di suscitare immagini e ricordi in ognuno di noi. Basta solo pronunciarle e agli storici verrà subito in mente il De divina proportione di Luca Pacioli o l’uomo vitruviano. Agli appassionati di architettura, il Partenone di Atene e la costante di Fidia. I matematici penseranno alla successione di Fibonacci, i biologi alle conchiglie tipo Nautilus, gli astronomi alla forma delle galassie…

    Per noi che amiamo gli orologi, invece, l’associazione più immediata è con un classico di Patek Philippe: il Golden Ellipse. Un esemplare elegantissimo ed essenziale, la cui costruzione – si dice – sia ispirata appunto al numero aureo: quel rapporto 1/1,618033… (volutamente troncato, perché è un numero irrazionale), già noto ai matematici greci, sinonimo di formale perfezione e armonia universale. Un archetipo di dress watch, uscito quest’anno in una nuova versione: il Golden Ellipse 5738/1R, con un particolare bracciale in oro che ne accentua l’estetica vintage e lo rende ancora più prezioso.

    Una collezione storica

    Il Golden Ellipse nasce nel 1968 e si distingue per la forma ellittica, punto d’incontro fra un cerchio e un rettangolo, che lo rende subito riconoscibile. Tra gli anni Settanta e Ottanta riscuote grande successo e diventa un emblema della Maison ginevrina. A metà anni Settanta è declinato in ben 65 versioni, di diverse dimensioni e metalli, anche da signora e di alta gioielleria. Dotato all’inizio di un calibro a carica manuale che ne garantisce la necessaria sottigliezza, nel 1977 è il primo ad adottare il calibro 240 – un ultrapiatto con micro-rotore decentrato –, sviluppato in Manifattura.

    Non posso ripercorrerne i quasi 60 anni di storia, quindi mi limito a citare gli ultimi esemplari degli anni Duemila. Quando spegne le 40 candeline, nel 2008, il Golden Ellipse acquista la cassa in platino (Ref. 5738P), il quadrante blu soleil (come l’originale, ma in una diversa sfumatura) e un nuovo formato Jumbo, di 34,5 x 39,5 mm. Dieci anni dopo, per il 50° anniversario, conosce due ulteriori varianti. Un’edizione limitata in platino (Ref. 5738/50P), della collezione Rare Handcraft: con quadrante in oro, decorato da volute incise a mano e rivestito di smalto nero. L’altra in oro rosa (Ref. 5738R) con quadrante nero. 

    Il Golden Ellipse 5738/1R di oggi

    Ed è proprio a quest’ultima che fa riferimento la referenza attuale. Come quel predecessore, infatti, il Golden Ellipse 5738/1R presenta la cassa di 34,5 x 39,5 mm, in oro rosa lucido, finitura che ne dichiara la vocazione elegante. Sul quadrante nero – o, meglio, ebano soleil –, si stagliano ancora i sottili indici a bastone e le lancette stile cheveau, sempre in oro rosa. L’abbigliamento “da sera” è sottolineato dal cabochon in onice nero incastonato sulla corona.

    Di differente, però, il nuovo Golden Ellipse 5738/1R ha il bracciale in oro rosa. Ed è la prima volta nel nuovo Millennio che l’orologio è presentato con un bracciale. Non un semplice bracciale tipo Nautilus, s’intende (sarebbe stato inappropriato su un orologio così chic). E nemmeno un bracciale come quello di altri precedenti: né quello a maglia milanese del 1968, né quello a maglia polacca del 1974. Diverso perfino dai bracciali “fantasia” – tipo jaseron, a graffetta o a damier – che si sono susseguiti nei decenni del Novecento, ai quali può essere semmai accomunato per la ricerca dell’originalità.

    Un peculiare bracciale a catena

    Il bracciale in oro rosa del Golden Ellipse 5738/1R è fatto con un’insolita catena che sembra avere le maglie a V. In realtà è composta da anelli ovali che convergono a due a due, grazie alla speciale costruzione, brevettata. Per metterla a punto i progettisti della Manifattura hanno lavorato qualcosa come 15 anni, a stretto contatto con i maestri catenisti, ed è un ibrido fra produzione industriale e produzione artigianale.

    Il bracciale conta 363 componenti, inclusi oltre 300 link, realizzati da macchine Cnc di ultima generazione, in modo da risultare tutti uguali e privi di imperfezioni. Dopodiché ogni singolo anello è lucidato a mano (così come ogni singola barretta) e assemblato da un esperto artigiano, uno a uno, fino a comporre un tessuto flessibile e, in un certo senso, “morbido”. Che crea, oltretutto, un bel contrasto con la pura essenzialità dell’insieme cassa e quadrante.

    Una volta indossato, quindi, il bracciale segue perfettamente i profili del polso e regala belle sensazioni. Ricordo di averlo provato la primavera scorsa, a Ginevra: Patek non ne dichiara il peso, ma al polso se ne percepisce tutta la piacevole “presenza” – cui però ci si abitua subito, grazie allo studiato comfort. Anche perché è provvisto di un sistema di regolazione della circonferenza, a suo modo geniale, che permette di allungarlo o accorciarlo con estrema facilità.

    Nascoste all’interno della chiusura déployante, ci sono infatti tre tacche di aggancio che creano un gioco di parecchi millimetri, quanto basta per regolarlo a piacere. Oltretutto l’ingegnoso stratagemma risulta del tutto invisibile proprio perché si trova sotto la placchetta della fibbia. Che a sua volta cattura l’attenzione perché è decorata con la Croce di Calatrava, in rilievo su un motivo simile alla lavorazione del bracciale stesso.

    Il calibro 240

    E passiamo infine al movimento. Si tratta, come scrivevo sopra, del celebre calibro 240, un ultrapiatto a carica automatica – sottile 2,53 mm –, brevettato appunto nel 1977. Si era all’epoca in piena crisi del quarzo, l’orologeria svizzera vedeva chiudere fabbriche e riconvertire produzioni, ma Henri Stern, l’allora Presidente di Patek Philippe, continuava a credere nel futuro della micro-meccanica. Commissionò quindi un nuovo movimento automatico, in grado di competere con i calibri a carica manuale: dallo spessore contenuto per poter dar vita a esemplari extrapiatti, ma che non avesse bisogno di essere ricaricato tutti i giorni. Di moderna concezione, doveva offrire soluzioni tecniche all’avanguardia: una caratteristica rimasta costante nel tempo.

    Si racconta che quel calibro fu sviluppato in soli 6 mesi. Al posto dell’ingombrante massa oscillante, aveva un mini-rotore decentrato, inserito a livello dei ponti, realizzato in oro 22 Kt per aumentarne l’efficienza. La carica unidirezionale, che eliminava l’invertitore, permetteva di ridurre gli attriti e un nuovo ruotismo dalla geometria ottimizzata migliorava ulteriormente la trasmissione d’energia. Fin dall’inizio il calibro 240 ha sempre montato il bilanciere Gyromax, anch’esso brevettato, la cui frequenza abbassata a 3 Hz diminuiva ancor di più i consumi, ma garantiva ugualmente prestazioni cronometriche impeccabili.

    Nei decenni successivi, comunque, il calibro 240 è stato via via aggiornato con il progredire della tecnologia. Qui mi limito a citare l’adozione della spirale Spyromax in Silinvar, un derivato del silicio, lanciata nel 2006. Ma nel 2011 lo si è visto anche associato all’organo regolatore Oscillomax, che oltre alla spirale Spyromax comprende anche lo scappamento Pulsomax (2008) e il bilanciere GyromaxSi, prodotti dal dipartimento R&D Patek Philippe Advanced Research. Tanto per dire che il calibro 240, grazie alle spessore ridotto, è un’ottima base su cui montare moduli di complicazioni. Ed è quindi utilizzato per molteplici esemplari in diverse collezioni in catalogo.

    Il prezzo del Golden Ellipse 5738/1R

    Concludo, come sempre, con un’informazione pratica, il prezzo al pubblico. Il Golden Ellipse 5738/1R costa 60.590 euro. Che sono tanti, certo, per noi comuni mortali. Ma credo di aver spiegato fin qui i molteplici motivi per cui vale ogni centesimo necessario per l’acquisto. Chiunque può apprezzare quest’opera di alto artigianato – anche quanti, come me, non se lo possono permettere. A chi ancora si ostina a non capire, rispondo con una facile battuta, che sgorga spontanea (anche se è un po’ acida): è l’alta orologeria, bellezza…