Giornale Degli Orologi
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Tag: Storia dell'orologeria

  • Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib non è stato un semplice designer, ma un visionario capace di dar forma al futuro. Negli anni ’50, in pieno boom dello stile mid-century, plasmò l’immaginario collettivo disegnando oggetti dal design avveniristico, che ai nostri occhi sembrano usciti dai cartoon dei Pronipoti (The Jetsons) di Hanna-Barbera: dalle automobili alle imbarcazioni, dagli scooter alle radio, dai camper agli aerei, dai razzi alle bombe. Fu lui a raccogliere la sfida della Hamilton Watch Company e a tracciare le linee stravaganti e asimmetriche di quegli orologi elettrici che avrebbero sfidato i decenni a venire, come il Ventura e altri. Un genio audace che concepì oggetti quotidiani come opere d’arte, stipando la sua intera vita e i suoi bozzetti d’avanguardia in un appartamento di Manhattan saturo di sogni immortalati sulla carta.

    Jeffrey Hess è l’uomo che ha salvato quel futuro dall’oblio. Instancabile ed esperto collezionista, autore di libri sull’orologeria, titolare della casa d’aste Hess Fine Art di St. Petersburg, Florida, riconosciuta autorità in tema di Hamilton Electric, Hess è il custode dell’eredità di Richard Arbib. Guidato da una determinazione ferrea, è riuscito a rintracciare il cosiddetto “uomo misterioso” dietro quelle forme insolite. Lo ha conosciuto personalmente, si è conquistato la sua fiducia e ha rilevato parte del suo immenso archivio storico. Così è diventato la voce che ancora oggi ne tramanda la straordinaria parabola intellettuale.
    In questa intervista in esclusiva, Hess ci racconta del suo incontro con Richard Arbib. E ci conduce dietro le quinte di una collaborazione – quella fra il designer e la Hamilton Electric – che ha segnato indelebimente la storia della misura del tempo.

    Il genio di Richard Arbib e la ricerca di Jeff Hess

    Come ha conosciuto Richard Arbib? E come è entrato in possesso dei suoi schizzi?
    «L’ho conosciuto mentre collaboravo alla ricerca per il libro di Edward Faber sull’orologeria americana. Da molto tempo ero collezionista, promotore, acquirente e venditore di orologi elettrici Hamilton e, quando ho saputo che Ed Faber e Ettagail Blauer stavano scrivendo un libro, ho detto loro che avrei trovato l’uomo misterioso che aveva progettato quegli orologi stravaganti. Ed era scettico, ma io ero determinato e, in quei tempi pre-internet, mi sono semplicemente messo alla ricerca di ex dipendenti Hamilton in pensione e li ho contattati al telefono, chiedendo loro di indicarmi altri amici in pensione.

    Nessuno sapeva chi fosse quell’uomo, ma alla fine mi imbattei in un signore che all’epoca aveva 77 anni e che mi disse: “Ma quello era il vecchio Richard Arbib”. Lo affermò con tale certezza che iniziai a cercare questa persona. Andai in biblioteca e, per capriccio, consultai gli elenchi telefonici di Lancaster, Pennsylvania, e dintorni, senza alcun risultato. Provai con l’elenco telefonico di Manhattan e finalmente trovai qualcuno con quel nome. Lo chiamai. Rimase perplesso per la mia telefonata. Mi disse che non era mai stato un dipendente, ma sì, era proprio lui l’uomo che aveva progettato l’orologio. Gli chiesi con entusiasmo se potevo fargli visita e nel giro di 48 ore ero su un aereo diretto a Manhattan.

    All’inizio Arbib era cauto nel condividere informazioni con me e mi mostrava solo alcuni dei suoi progetti perché temeva che la Hamilton potesse intentare una causa. Aveva conservato quasi tutto e il suo incredibile appartamento era come l’incubo di un accumulatore compulsivo: scatole impilate letteralmente fino al soffitto, piene di progetti, documenti, rendering, disegni e così via, relativi ad aspirapolvere, pulitori, barche, orologi e dirigibili. Quando gli chiesi se fosse possibile acquistare i rendering e il materiale relativo alla Hamilton, acconsentì prontamente.

    Comprai tutto, ogni singolo pezzo, insieme a diverse centinaia di copie fotografiche dei progetti elettrici della Hamilton. Acquistai da lui anche il prototipo dell’orologio per la sua tanto chiacchierata Astro-Gnome Car, apparsa sulla copertina di Mechanics Illustrated nel lontano 1955. Da appassionato di orologi, fui poco accorto e non acquistai anche i progetti per gli altri oggetti (barche, automobili eccetera) che mi aveva offerto. È una cosa di cui mi pento sinceramente».

    La nascita di Hamilton Electric

    Come è iniziato il rapporto tra Richard Arbib e Hamilton?
    «Tra la fine degli anni ’40 e i primissimi anni ’50, Hamilton aveva avviato le proprie ricerche sull’orologeria elettrica con numerosi ingegneri, inventori e designer. Sapevano che la corsa era iniziata e volevano essere in prima linea.

    Mr. Arbib mi ha raccontato che all’epoca era semplicemente un designer freelance. Aveva sentito dire che l’azienda aveva bisogno di progetti particolari per la cassa di un orologio adatta a un movimento dalla forma insolita, che doveva ospitare una batteria grande e spessa. Così, attorno al 1954, realizzò letteralmente centinaia di bozzetti che presentò alla Hamilton. Probabilmente Richard Arbib aveva proprie idee al riguardo, dato che era già impegnato nella realizzazione di disegni in pieno stile mid-century per altre aziende, estranee al mondo dell’orologeria».

    Quali erano le caratteristiche dei movimenti Hamilton Electric?
    «Senza dubbio adoro gli Hamilton Electric sotto ogni aspetto. Possiedo i quaderni di lavoro originali e i libri di progettazione del movimento che risalgono al 1952 circa e mi piace leggerli. Mi fanno capire quanto alla Hamilton abbiano lavorato duramente su questo progetto. Sapevano di essere in competizione con le case concorrenti, sebbene ciò che avevano ideato alla fine non funzionò. Era troppo presto. In origine si trattava di un ibrido elettromeccanico. A differenza dei successivi modelli completamente elettronici, si basava in gran parte su parti meccaniche tradizionali abbinate a delicati contatti a filo esposti…

    I primi studi redatti dai loro ingegneri tra il 1952 e il ’54 e quelli successivi sono un racconto continuo di problemi con le batterie, con i contatti e con le vibrazioni finali. Nonostante l’alto tasso di guasti riscontrato nei test, lanciarono comunque l’orologio in fretta e furia, a loro discapito. Molti sostengono che la fine della Hamilton Watch Company in America derivi da lì. Col senno di poi, anche se la questione non è così semplice, il fatto di applicare alcuni contatti su un bilanciere era una ricetta per il disastro».

    L’eredità contemporanea

    Quali insegnamenti ha lasciato all’orologeria la collaborazione tra Arbib e Hamilton dopo la fine della loro partnership?
    «Ce ne sono molti. Ma l’insegnamento principale è lo stesso che tutti conosciamo sin dall’inizio della produzione in serie di orologi negli anni ’50 dell’Ottocento a Waltham, nel Massachusetts. E cioè il rapporto tra il costo del design e la solidità finanziaria delle aziende che assumevano i designer. Per esempio, Richard Arbib insisteva affinché i cinturini fossero integrati e riuscì a convincerli a farlo solo per un paio di modelli. Poi si lamentò del fatto che avessero interrotto questo processo perché era troppo costoso. Per inciso, l’espressione “troppo costoso” è ripetuta spesso dalla dirigenza Hamilton ai progettisti di movimenti, lo testimoniano i libri in mio possesso. I dirigenti presero molte scorciatoie con il movimento, motivo per cui alla fine fallì e divenne notoriamente instabile…

    In breve, a mio parere e secondo molti altri, Richard Arbib fu probabilmente l’unica ragione per cui l’Hamilton Electric riuscì a vendere. Anche se il 505 funzionava meglio del 500, se Hamilton fosse riuscita a lanciare il 510, che era in fase di progettazione, forse l’intera azienda avrebbe potuto essere salvata. E si potrebbe sostenere che, con la rinascita del design di Arbib guidata dai collezionisti… (Hess non conclude la frase, ma sembra alludere a un maggiore successo degli esemplari d’epoca, ndr).

    Questo potrebbe benissimo essere uno dei motivi per cui Hamilton Watch esiste ancora oggi, dato che i nostri fratelli svizzeri hanno continuato a vendere i suoi orologi ben oltre l’inizio del XXI secolo. Mi piacerebbe vedere Swatch Group stanziare un paio di milioni di dollari per giovani designer emergenti. Potrebbero farlo: hanno i soldi, ne hanno bisogno e sarebbe proficuo non solo per il design, ma anche per l’opinione pubblica».

    Secondo lei, oggi ci sarebbe spazio nell’orologeria per un genio come Arbib?
    «Certamente! Sta già accadendo con i piccoli marchi in tutto il mondo, e persino con alcuni progetti audaci di alcuni dei principali produttori. Ho spesso suggerito e sostenuto la creazione di una sorta di fondo o di un pool di risorse, simile a un incubatore, per designer indipendenti e produttori di casse, che incoraggiasse il modernismo del XXI secolo nell’orologeria. C’è spazio in abbondanza e, sebbene sia impensabile che possa arrivare uno in grado di pensare fuori dagli schemi ed essere così audace e creativo come Richard, sono certo che là fuori ci sia qualcuno».

  • Orologeria e religione: una mostra fra storia e filosofia

    Orologeria e religione: una mostra fra storia e filosofia

    Nel corso degli ultimi anni ho notato una crescente attenzione, soprattutto in alcune nazioni e in determinati ambiti culturali, verso un tema antico ma raramente affrontato: quello delle relazioni tra l’Uomo e la misura del Tempo. Oggi, vi parlerò dunque di una mostra su “orologeria e religione” che si sta svolgendo negli Stati Uniti. Come abbiamo già visto in un’altra occasione, l’interesse dei colleghi statunitensi verso le origini della propria arte orologiera sembra veramente aver trovato un nuovo impulso. Anche la mostra di cui parleremo oggi permette di ammirare ottimi orologi creati Oltreoceano nei secoli passati, però ha un taglio che la rende del tutto particolare. I pezzi non sono solo studiati da un punto di vista storico o meccanico, ma inseriti nel più ampio contesto della fede, uno dei valori che sorressero i pionieri e i pellegrini in quegli anni di grande difficoltà.

    Una mostra e un convegno

    La mostra in questione s’intitola What has Greenwich to do with Jerusalem? An Exhibit on the Intersection of Horology and Religion – da noi semplicemente riassunto come Orologeria e religione, appunto – e si svolge nei locali del prestigioso Gordon College di Wenham, in Massachusetts. Inaugurata un paio di settimane fa e aperta al pubblico fino al 5 marzo con ingresso gratuito, ospiterà il prossimo 1° febbraio un simposio sullo stesso tema, cui parteciperanno esperti e studiosi di fama internazionale.

    A condurlo saranno i due brillanti e cordiali organizzatori dell’esposizione, due miei cari amici: Robert Frishman, detto Bob, e Damon DiMauro. Entrambi sono apprezzati storici dell’orologeria, ma Bob è anche un notissimo restauratore di esemplari antichi. Competenti e appassionati, sono ambedue convinti che l’orologio, già di per sé oggetto degno di ammirazione, possa essere anche interpretato come veicolo culturale. Cioè come chiave di lettura verso mondi non molto lontani da noi in termini temporali, ma remotissimi se guardiamo ai cambiamenti nello stile di vita delle persone.

    Durante il convegno, altri studiosi toccheranno i temi più vari: dalla misura e percezione del tempo nelle Sacre Scritture, in termini di ore e calendario, fino all’analisi storica della diffusione dei quadranti solari di soggetto religioso, molto frequenti nel passato.

    Orologeria e religione: il Tempo e il Divino

    Grazie all’amicizia che ci lega, ho potuto raccogliere informazioni direttamente da Bob Frishman. La prima cosa che gli ho chiesto era come avessero potuto pensare che un argomento così specifico come “orologeria e religione” potesse attrarre un pubblico non specialistico di visitatori. «Damon è docente presso il Gordon College», mi ha spiegato, «una scuola dalla forte connotazione cristiana. Per cui, sin dall’apertura, abbiamo subito incontrato l’entusiastico riscontro di allievi, famiglie e docenti, vista anche la novità del nostro approccio». Un approccio che definirei a tutto tondo, perché comprende i diversi aspetti del rapporto fra la misura del tempo e la teologia, in un’ottica storica, etica e filosofica.

    «Non siamo ancora al simposio: ma l’affluenza continua ad aumentare, soprattutto di esterni, e questo rende noi e la Direzione del college molto soddisfatti. Questa operazione ha potuto godere della sinergia derivante dal taglio della Scuola, marcatamente confessionale, dalle nostre personali passioni (di Bob e Damon, NdR) e dall’ampia disponibilità di materiale iconografico proveniente dalla mia collezione, dalla quale è stato facile estrarre esempi che ponessero in correlazione il Tempo, la sua misura, e il Divino. Strano a dirsi: in qualche modo, il tema in sé era sempre stato sottovalutato».

    L’idea del Tempo in due religioni

    Continuando a parlarne con Bob, mi permetto di rimarcare che le religioni prese in considerazione in questa mostra sono essenzialmente due: il Cristianesimo, nelle sue varie accezioni, e l’Ebraismo, per i riferimenti alla Sacra Scrittura. Si tratta di una scelta voluta, oppure no? Bob mi spiega quindi che la mostra è in un contesto – quello del Gordon College – intriso di Cristianesimo, che nell’Antico Testamento affonda le sue radici. Mi fa notare che l’esposizione porta in risalto figure di orologiai, tra i pionieri, che erano fervidissimi credenti: uomini di chiesa come Edmund Currier o Edward Duffield e quaccheri come Ebenezer Sargent, tanto per citarne alcuni. Ma espone anche alcuni dei più antichi orologi da torre prodotti sul territorio americano, naturalmente per una committenza religiosa.

    Curiosa per natura, non posso non chiedere spiegazioni sullo strano titolo ufficiale. Cioè, cosa c’entra Greenwich (sede dell’Osservatorio astronomico che fornisce l’ora di riferimento al meridiano zero, vicino a Londra) con Gerusalemme? Bob ride, poi mi spiega che il titolo nasce da una leggera satira a un programma pluriennale svolto all’interno del Wenham College, intitolato What has Athens to do with Rome?, ovvero cosa c’entra Atene con Roma? In quel percorso di ricerca, l’obiettivo è lo studio degli ideali ateniesi e romani, la loro eredità e la loro trasformazione, che ha condotto allo sviluppo del Cristianesimo. Nel nostro caso, siamo partiti da concetti che si incontrano nei più antichi testi sacri: per esempio il Tempo come dono prezioso – finito, anche se di di durata ignota a priori -, concesso dal Divino all’Uomo, in contrapposizione a concetti del Vecchio Testamento, come quello dell’Eternità.

    Il materiale di supporto

    La mostra Orologeria e religione riunisce in tutto una ventina di esemplari, perlopiù orologi a cassalunga, ma anche da parete, da tasca e componenti di esemplari da torre. È corredata da una ricca documentazione, composta da volumi rari tra cui antiche edizioni della Bibbia, lettere autografe, fotografie d’epoca. Ma un ruolo primario è svolto anche dai pannelli di corredo ai pezzi fisici, nei quali il visitatore scopre, spesso per la prima volta, scene medievali e rinascimentali in cui gli orologi sono protagonisti.

    Chiedo a Bob: notate interesse, per queste insolite raffigurazioni, da parte del pubblico? Puntuale la risposta: «Un interesse grandissimo. Molto più di quanto potessimo immaginare. Da parte dei visitatori notiamo prima di tutto lo stupore. Ma se li si avvicina e si comincia a dare loro qualche spiegazione, anche solo i primi strumenti di lettura e interpretazione, allora mostrano un forte desiderio di saperne di più, di capire».

  • Gli orologi a cucù giganti: casette come baite e uccellini da record

    Gli orologi a cucù giganti: casette come baite e uccellini da record

    Anche chi non si interessa minimamente di orologeria ha sentito prima o poi parlare degli orologi a cucù. Tutti, quindi, pensano di conoscerli: in realtà, gli orologi a cucù hanno una storia non banale. Per questo, oggi, voglio presentarvi una categoria molto particolare: gli orologi a cucù giganti.

    Le origini

    Gli orologi a cucù, con la cassa simile a una baita alpina e il piccolo, caratteristico cuculo che esce dallo sportellino facendo «cucù» allo scoccare dell’ora, non sono una creazione svizzera, come molti pensano, bensì tedesca.
    La loro vera origine è ancora avvolta nel mistero: per certo, siamo nella Foresta Nera, in Germania, e l’epoca è il XVIII secolo. Una certa tradizione assegnava l’invenzione dello strano orologio a Franz Anton Ketterer, mentre altri ricercatori preferiscono attribuirne la paternità a Michael Dilger o a Matthäus Hummel. Al di là del nome dell’orologiaio, l’epoca resta più o meno la stessa: il secondo quarto del Settecento.

    Le piccole dimensioni e la semplicità di realizzazione, con un movimento minimale, insieme alla simpatica trovata dell’uccellino dal caratteristico verso, fecero del cucù un successo immediato. Il costo, molto contenuto, grazie alla meccanica semplice e alla realizzazione in serie dei vari componenti, lo rese accessibile ad una vasta fascia di popolazione. Io stessa ricordo il cucù che mi fu regalato quando avevo 4 anni: una delle cose che mi incantavano maggiormente erano i pesi, in metallo, a forma di pigna.

    Stesso principio di funzionamento, ma c’è cucù e cucù

    Tecnicamente, i vecchi orologi a cucù erano delle varianti sulla classica struttura degli orologi con meccanica in legno, tipici della produzione della Foresta Nera. Ma con un caratteristica peculiare: l’uso di un mantice, che veniva azionato dal movimento, per dare voce al cuculo, all’ora esatta.

    Nel tempo, i movimenti sono divenuti analoghi a quelli della produzione germanica di grande serie, estremamente semplici e senza pretese di particolare precisione. Alla fine, minuto più o minuto meno, tutti si aspettano solo che l’uccellino si affacci con i suoi cucù… Certo nessuno ha mai pensato di usare un orologio a cucù in un osservatorio astronomico per misure scientifiche.

    Fin dagli esordi si svilupparono modifiche e varianti. I produttori, ma soprattutto i distributori, volevano differenziarsi, per aumentare agli occhi dei potenziali acquirenti il valore del proprio prodotto. Tante le variazioni sul tema, molte delle quali si limitavano a una maggior qualità del movimento e/o della cassa, oppure a decorazioni più ricche o insolite della “casetta” del buon cuculo. Ma noi qui vogliamo prendere in esame una tipologia sicuramente notevole, o quantomeno impressionante. Per l’idea e le dimensioni.

    Pezzi da museo

    Gli orologi a cucù giganti sono oggetti estremamente rari: il primo che io abbia incontrato è nel Museo Etnografico Trentino di San Michele all’Adige, in provincia di Trento. Un orologiaio locale, negli anni Cinquanta del secolo scorso, ebbe l’idea di realizzare un esemplare da edificio in forma di cucù gigante. Lo fece con materiali di recupero: torna subito alla mente l’incredibile orologio di Talacia di Sant’Arcangelo di Romagna, di cui abbiamo parlato qui.

    Il bravo orologiaio ha creato questo pezzo unico, in cui la casetta è alta più di un metro e l’uccellino… è grande come una grossa cornacchia! Pochissime testimonianze sono giunte sino a noi riguardo a questo insolito oggetto: si ritiene sia opera di Giulio Motter, originario di un paesino nei pressi di Pergine Valsugana, sempre in provincia di Trento. Motter – volendo dar credito alle voci che ne fanno l’autore di questo super-cucù – era il figlio di un personaggio molto conosciuto a livello locale, noto con il soprannome di “El Bào”.

    Il Museo Etnografico di San Michele all’Adige merita comunque una visita: oltre a diversi orologi antichi interessanti, è un vero scrigno di pezzi antichi, a testimonianza di un mondo ormai scomparso, ma meritevole di grande considerazione. A nome del Giornale degli Orologi ringrazio la Direzione e il Dottor Luca Faoro per averci concesso la pubblicazione delle immagini e vi rimando al sito ufficiale del Museo. È ospitato in un antico edificio, un posto incantevole che vale sicuramente una gita.

    …ed esemplari architettonici

    Quello che in genere è ritenuto il più grande orologio a cucù del mondo si trova – ovviamente – in Germania, nella Foresta Nera. È a Triberg-Schonach: la casetta è una vera e propria baita, sulla quale troneggia il super-cuculo dalla voce forte e decisa. Le canne vibranti che gli forniscono il caratteristico suono sono lunghe, infatti, circa quattro metri. Opera di Ewald e Ralf Eble, provetti orologiai, è ispirato in tutto e per tutto ai tradizionali omologhi per uso domestico, ma in formato gigante.

    Il giga-orologio a cucù è aperto al pubblico e visitarlo è un’autentica esperienza: il movimento, enorme, è alto oltre 4 metri e pesa circa 6 tonnellate. Il regolatore è un pendolo lungo ben 8 metri. Il solo cuculo, l’uccellino (si fa per dire), pesa 150 chili. La costruzione ha richiesto cinque anni ed è stata ultimata nel 1994. È entrato qualche anno dopo nel Guinness dei primati e ancor oggi detiene il titolo di cucù più grande del mondo.

    La magia universale degli orologi a cucù giganti

    Ma il fascino degli orologi a cucù giganti non conosce confini: un bellissimo esempio si trova negli Stati Uniti, a Sugarcreek, nell’Ohio. Ci si potrebbe domandare come mai proprio nell’Ohio, ma è presto detto: Sugarcreek è una cittadina abitata da discendenti di Svizzeri emigrati negli States in cerca di fortuna. Gli orologi, è chiaro, sono nel loro Dna.
    Prima dell’arrivo del super-cucù di Triberg-Schonach, questo esemplare deteneva il titolo di cucù più grande del mondo nel Guinness dei primati. Oltre al canonico volatile, diverte grandi e piccini con caroselli di automi: ballerini in costume si esibiscono al suono di una polka svizzera, eseguita da una banda di musicisti meccanici, ogni mezz’ora.

    Sempre a caccia di primati, anche se non proprio un cucù in senso stretto, in Inghilterra incontriamo un orologio gigante, dotato di pennuto canterino, nei giardini di Westonbury Mill nell’Herefordshire. Opera di Richard Pim, un giardiniere appassionato di orologeria a livello amatoriale, è azionato ad acqua e il canto del suo bipede abitante è in realtà fornito da un organo automatico, nascosto all’interno dell’edificio. Cosa complicata per un semplice dilettante?
    Il segreto sta nel fatto che il signor Pim, in realtà, ama definirsi “giardiniere”, ma per tutta la vita è stato un esperto di ingegneria idraulica, che ha lavorato a grandi sistemi d’irrigazione in mezzo mondo, dalla Penisola Arabica al Nepal. Nella sua categoria, in qualità di orologio a cucù idraulico, l’orologio di Westonbury Mill vanta anch’esso il primato di essere il più grande del mondo.

    Un vero cucù dev’essere appeso

    Per i puristi del genere, il vero orologio a cucù dovrebbe essere appeso. Quindi, a buon diritto, le varie case e casette di cui abbiamo parlato nei paragrafi precedenti non dovrebbero essere considerate dei “veri” orologi a cucù. Se vogliamo essere assolutamente aderenti al concetto di orologi a cucù giganti come entità da appendere, perciò non ci resta che tornare in Germania, a Sankt Goar sul Reno, nella regione del Palatinato.

    All’esterno di un celebre negozio specializzato proprio nella vendita di questi cinguettanti esemplari, fa bella mostra un mega-cucù alto 3 metri e mezzo e largo 2, perfettamente funzionante. Oltre all’immancabile uccellino, allo scoccare dell’ora l’orologio si anima con caroselli di automi e presenta un’altra caratteristica tale da renderlo ancor più unico: è double face. Ha un quadrante per lato, per cui può essere ammirato dai passanti da qualsiasi parte della strada arrivino.

    Se vi capita di viaggiare e vi trovate da quelle parti, ormai gli indirizzi li conoscete: concedetevi un’ora di svago e andate a vedere queste stranezze. L’incanto degli orologi a cucù giganti non tradisce mai, statene certi. E ci regala anche il piacere di tornare un po’ bambini.

  • Alpina, l’unione fa la forza. E la storia dell’orologeria

    Alpina, l’unione fa la forza. E la storia dell’orologeria

    «Se non ci fosse stata Alpina, la storia dell’orologeria sarebbe diversa. L’orologeria stessa sarebbe diversa». Con queste parole, il mese scorso, Marcello Borsetti ha esordito alla conferenza stampa di presentazione di Alpina, storica Marca svizzera che sta per sbarcare anche nel nostro Paese. A che titolo il Direttore Commerciale di Citizen Watch Italy parli di questo Brand è presto detto: Alpina è stata acquisita nel 2002 da Frederique Constant, a sua volta acquisito da Citizen Group nel 2016. Quindi Borsetti rappresenta i vertici del Marchio sul territorio italiano.

    Ma la cosa più importante è la sua visione. Un punto di vista interessante, che non si limita a raccontare le vicende di Alpina ma le colloca in un più ampio contesto, le analizza in una prospettiva storica. Qui di seguito non troverete quindi la consueta sequenza temporale dei fatti e degli eventi che costituiscono il passato della Marca. Se è questo che volete, potete trovare informazioni su altre fonti: sul sito ufficiale, per esempio, c’è un bel video che lo riassume in sintesi, dalle origini ai nostri giorni. Poi, per aiutarvi a memorizzare le date più importanti, metto la timeline tra le foto qui sopra. Esiste anche un bel volume monografico, pubblicato nel 2023 in occasione del 140° anniversario dalla fondazione. E non dimentichiamo che c’è sempre Wikipedia…

    Gli artigiani delle origini

    Comunque sia, nella sua analisi Borsetti parte proprio la fondazione: «Alpina nasce nel 1883 dall’idea di Gottlieb Hauser di mettere assieme un gruppo di orologiai… Ma», aggiunge, «per comprendere la portata di questo avvenimento bisogna tornare a vivere quell’epoca». Caliamoci allora nella realtà del tempo, immaginiamoci la situazione così com’era: «Negli anni ‘80 dell’Ottocento l’orologeria svizzera è composta da artigiani, ognuno a casa propria: c’è qualcuno che produce, qualcuno che vende e in mezzo c’è l’orologiaio che assembla. La produzione è molto locale, isolata, disgregata». Anche dal punto di vista dei trasporti, dei collegamenti e degli scambi di merci e persone, la Svizzera è altrettanto frammentata. E certo non aiuta la conformazione geografica: «Erano montagne e valli…».

    Ma subito Borsetti allarga l’orizzonte a livello internazionale: ricorda che questa è l’epoca delle società di mutuo soccorso, dei sindacati per la tutela delle persone; dell’affermarsi delle ideologie: il socialismo, il comunismo. «È l’epoca in cui la Rivoluzione industriale è in piena espansione: in Inghilterra, nella vicina Germania. In America hanno già aperto le fabbriche, ma in Svizzera non c’è niente di tutto questo…». In effetti a me viene in mente solo la fabbrica Longines, dove nel 1878 si realizza la prima produzione in serie del calibro da tasca 20H. Ma è solo l’eccezione che conferma la regola.

    L’embrione dell’industria

    «Hauser mette insieme una congregazione che riunisce un gruppo di orologiai. Quello di cui avevano bisogno era acquistare il prodotto al meglio, rifornirsi di componenti per poi assemblarli e rivenderli, dando stabilità all’organizzazione. C’è un documento che lo testimonia, in cui si impegnavano per fare un ordine a un fabbricante: ogni giorno due cartoni di orologi, 144 pezzi ogni cartone, 288 orologi. Ma in Svizzera non c’era nessuno con una produzione del genere». Non c’era una filiera di fornitura, spiega, c’erano problemi di logistica, non esistevano metodi di pagamento codificati né sistemi di consegna organizzati. «Non c’era niente: c’era solo qualcuno che si impegnava ad acquistare, che stava creando un network per mettere gli orologi sul mercato. Questo ha dato l’input alla nascita dell’industria».

    L’Alpina Union Horlogère – ecco il nome dell’associazione – influì in modi diversi sulla formazione dell’industria orologiera svizzera moderna. «È chiaro che quando chiedo di fabbricare qualcosa, chiedo anche di farmelo in un certo modo: nascono così le produzioni con certe specifiche tecniche», spiega ancora Borsetti. «Intendo dire, il gruppo di orologiai aveva anche la sensibilità di ciò che erano le richieste, le esigenze dei consumatori, e le riportavano alla fabbrica. Era una cosa estremamente nuova, perché fino a quel momento tutti gli artigiani avevano fatto solo quello che avevano in mente. Nessuno fino ad allora aveva dato chiare indicazioni alla produzione, nessuno aveva delle precise specifiche di fabbricazione. Nasce così l’industria svizzera, quella che conosciamo noi oggi».

    Alpina in Germania

    «Dal 1883 alla Seconda Guerra mondiale ci sono una serie di fatti notevoli. Nel 1891, il mercato svizzero ha un crollo, è un momento di grande difficoltà. Se sei un singolo artigiano, la puoi solo subire. Gli orologiai riuniti da Hauser in quanto network hanno invece comunicato a muoversi, a spostarsi su altri mercati: sono andati nella vicina Germania, che era in piena espansione, con l’industria metallurgica tedesca che stava andando a mille… Ecco, è stato il primo esempio di internazionalizzazione, che nasce proprio da questa associazione: gli Alpinisti li chiamavano, perché venivano dalle Alpi».

    Ed è proprio in Germania che avviene qualcosa di particolare. «In Svizzera, in particolare a Ginevra, erano molto bravi nelle lavorazioni dei movimenti e delle finiture. A Glashütte, Sassonia, erano invece molto bravi nella lavorazione del metallo, nell’industria siderurgica. Ginevra/Glashütte sono 1000 chilometri: 14 ore di auto, ai giorni nostri, pensate nel 1900…  Comunque, gli Alpinisti ci sono andati: e hanno cominciato a produrre lì perché volevano una specifica di prodotto superiore, volevano qualcosa di più lussuoso. Aprono quindi la fabbrica Alpina Glashütte, dove realizzavano calibri che poi portavano a Ginevra, li rifinivano e li incassavano.

    «C’è da dire che Glashütte era già un distretto orologiero importante, perché era stato finanziato dal Governo tedesco. Ma i produttori locali erano scocciati dalla presenza degli Alpinisti». Ed è comprensibile: avere la concorrenza in casa non è proprio il massimo. Ma soprattutto, i produttori locali erano seccati dal fatto che gli Alpinisti sfruttassero a proprio favore il buon nome di Glashütte, fregiassero i loro orologi di quello che oggi definiremmo un marchio Doc o Dop. «Dicevano che non avevano alcun diritto di appropriarsi del marchio “made in Glashütte”… Così, nel 1910, parte la prima causa internazionale sul “made in”. Un concetto che non esisteva fino a quel momento: è nato proprio in quell’occasione». A onor di cronaca, comunque, quella causa poi fu vinta dagli Alpinisti.

    L’espansione, in Svizzera e all’estero

    Come un fiume in piena, Borsetti continua a raccontare episodi sulla storia di Alpina, a ruota libera. «Intanto, nel 1903, Il signor Gottlieb e suo figlio avevano fatto un viaggio, un viaggio commerciale: 50 giorni in Russia. Tornarono con un volume di ordini davvero cospicuo. Si aprì così quella relazione, che oggi è nota a tutti, fra la Svizzera dell’orologeria e la Russia: un legame che caratterizza molte marche, e che nacque proprio da quel viaggio del fondatore di Alpina.

    Sempre a proposito dell’espansione di Alpina, devo aggiungere che dopo la Prima Guerra Mondiale gli Alpinisti erano riusciti a costruire un network di 2000 punti vendita in tutta Europa, con delle regole molto chiare. Un punto vendita a località, due al massimo in quelle più grandi, obbligo di tenere un assortimento, obbligo di prezzi controllati, obbligo di pubblicità concordata con la casa madre (e con il suo contributo). A ben vedere è l’embrione del network distributivo di oggi: lo creò Alpina».

    E ancora: «Raggiunta la standardizzazione, gli Alpinisti hanno cominciato anche a offrire un servizio al consumatore: la garanzia. Il prodotto era standard, perché dietro c’era una fabbrica che lavorava secondo criteri codificati, che riesce a garantire una certa qualità… Prima no, prima non c’era niente di simile: ogni pezzo era un pezzo unico. Alpina quindi ha cominciato a dare una garanzia locale, poi nel 1926 arriva la prima garanzia internazionale».

    Accenna anche a un altro argomento: «Poi, si sa, quando hai una fabbrica devi mantenerla a pieno regime. E se tu con la tua marca non riesci a consumare tutto ciò che produci… beh, ti metti a produrre anche per altri. A un certo punto, quindi, i calibri di Alpina vengono adottati da altre case famose, e sono marchiati con diversi nomi». E l’idea della cooperazione, nata fra i singoli orologiai del gruppo iniziale, arriva poi a coinvolgere altri brand. Del resto, non è certo una novità che le grandi manifatture collaborassero nella fornitura di movimenti con maison rinomate, che non avevano però una produzione propria.  

    Il modello Alpina fa scuola

    Il modello di associazione degli Alpinisti comunque viene esportato e adottato fuori dalla Svizzera. «Tant’è che unioni simili si sono realizzate anche in Germania o nel Nord Europa», conferma Borsetti. «Poi arrivano gli altri: altri che cominciano a guardare a questa realtà. Come Bulova, nel 1919, che apre la prima catena di montaggio in Svizzera». Bulova aveva già proprie fabbriche in America, però realizzava orologi che non avevano né qualità né finiture paragonabili a quelle elvetiche, quindi porta in Svizzera la produzione. «Ma una scelta simile si fa quando si ha la certezza di poter contare su linee di fornitura già esistenti. E queste linee le aveva costruite Alpina».

    E non è finita qui. «Nel 1910 c’è stato un tizio, un commerciante che veniva dal Giappone: Kamekichi Yamazaki, un gioielliere di Tokyo… Durante un viaggio in Europa, arrivò in Svizzera: dove vide l’industria, vide il network, vide gli orologi realizzati da Alpina, che aveva creato le sue filiere sia nel senso della produzione sia dei retailer… Bene, quando tornò a Tokyo, fondò la Citizen. Per dire la pregnanza di ciò che ha fatto il signor Gottlin per tutta l’industria orologiera».

    Conclusioni

    «Ecco perché dico che la storia di Alpina è la storia dell’industria orologiera svizzera», conclude Borsetti. «Alpina sta all’orologeria moderna tanto quanto Ford sta all’industria automobilistica moderna. Quando nel 1913 Ford costruì la prima linea produttiva, trasformò la mobilità. Da una cosa costruita per un’élite, solo per pochi, a qualcosa di quotidiano e di accessibile a tutti, proprio grazie alla scala produttiva: qualità, volumi, costi.

    Questo è ciò che è stato anche Alpina. Per cui quando si guarda un orologio Alpina, in realtà – oltre all’orologio in sé, che può piacere o non piacere, non importa – si sta guardando il Big Bang dell’industria orologiera svizzera moderna. Se nella storia dell’orologeria togliete Alpina, tutto sarebbe cambiato, o per lo meno non sarebbe successo così: senza quell’esperienza, sarebbe tutto completamente diverso. Non ci sarebbe l’industria orologiera svizzera, perlomeno non così come noi la conosciamo oggi».

  • Vetrina di libri, gli ultimi titoli per appassionati. Quelli veri

    Vetrina di libri, gli ultimi titoli per appassionati. Quelli veri

    Eccoci di nuovo con la nostra ricorrente vetrina di libri, rivolta ai veri appassionati. Non a quelli che si dichiarano collezionisti ma in realtà vedono gli orologi solo come oggetto di speculazione e forma di business. Piuttosto a quanti sono davvero interessati all’argomento: curiosi di tutto quello che riguarda il mondo delle lancette, vogliono saperne sempre di più, e continuano a leggere, e a informarsi – mai sazi delle loro conoscenze. Dedichiamo allora questa vetrina di libri a chi è come noi, a chi cerca notizie a 360°, a chi conosce il valore delle pagine stampate. Che richiedono sbattimento, ricerca, studio, tempo, energia, applicazione, controllo delle fonti e altro ancora…

    Noi qui, come sempre, ci siamo concentrati soltanto sulle uscite editoriali più recenti, le novità incluse nei cataloghi di primavera e poco oltre. Nella vetrina di libri qui di seguito, cioè, abbiamo raccolto volumi e volumetti pubblicati negli ultimi mesi, senza andare a recuperare titoli troppo vecchi né anticipare testi non ancora andati in stampa. A proposito: sappiamo che il 22 ottobre Rizzoli International farà uscire una monografia sui 140 anni di Breitling, che si può già prenotare. Ma non cercatela qui sotto, non la troverete: ne parleremo a tempo debito, in un’altra vetrina di libri.

    Fatti, non parole

    Pierre-Yves Donzé, La fabrique de l’excellence. Historie de Rolex, Editions Livreo-Alphil, 25 euro. Uscito lo scorso marzo, è diventato subito un caso editorale. Perché l’autore, un professore universitario noto per gli studi sull’industria orologiera, per la prima volta ha raccontato le vicende e l’evoluzione della Casa della Corona sulla base di ricerche storiche oggettive e indipendenti, realizzate negli archivi di mezza Europa. Un libro affascinante, indispensabile per comprendere il successo planetario del Marchio.

    Coffee-table book

    Robin Swithinbank x European Watch Company, The Connoisseur’s Guide to Fine Timepieces, Assouline, 195 euro. European Watch Company è un rivenditore di Boston: guidato dal 1993 da Albert Ganjei, oggi affiancato dal figlio Joshua, è diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati. Questo curatissimo volume di grandi dimensioni vuole catturare lo spirito e l’artigianalità alla base dell’azienda, attraverso 150 esempi e più di eccellenza orologiera, di grandi maison e artigiani indipendenti. E splendide immagini.

    Mezzo millennio di tic-tac

    Alexander Barter, David Schnipper, 500 Years 100 Watches, Prestel Publishing, 49.99 sterline. Cinque secoli di produzione orologiera attraverso 100 esemplari, fino a oggi. La rassegna, curata da due esperti di collezionismo con lunghi trascorsi da Sotheby’s, tocca pezzi importanti o famosi, ma non solo. Dall’orologio di epoca elisabettiana con astrolabio a quello incassato in un grande smeraldo, la loro selezione privilegia il design insolito, i materiali rari, le funzioni particolari. Illustrati con stile incisivo e belle fotografie.

    Viaggio tra le marche

    J Michael Mehltretter, Understanding Wristwatches, Schiffer Publishing, 82 euro. “L’ingegneria tedesca incontra la tecnologia svizzera: il manuale per collezionisti ed esperti”, recita il sottotitolo. Che così sintetizza il contenuto del libro, uscito nel 2021 in Germania e ora tradotto in inglese. Sette le maison prese in considerazione, e per ognuna una guida all’acquisto che elenca i movimenti e i numeri di referenza, compresi i costi di manutenzione e revisione. Corredato di fotografie scattate ad hoc, si sofferma anche su alcune curiosità.

    Dal personale all’universale

    Rebecca Struthers, Memorie di un’orologiaia, Garzanti, 19 euro. Avevamo recensito questo volumetto quando è uscito in versione originale. Ma ora anche chi non conosce l’inglese può apprezzarne la lettura. Perché le pagine dell’autrice, una giovane signora inglese che per mestiere fa appunto l’orologiaia, sono davvero piacevolissime. Non roba da poco: attraverso le sue esperienze di vita vissuta, e le vicende degli esemplari che ha riportato in funzione, ripercorre l’evoluzione dell’orologeria, e insieme l’intera storia dell’umanità.

  • Orologi di fantasia: insolite, preziose rarità in miniatura

    Orologi di fantasia: insolite, preziose rarità in miniatura

    Nel vastissimo campo dell’orologeria da collezione vi sono pezzi, rari e ricercati, in cui la misura del tempo sposa la gioielleria, con il piacere di sorprendere grazie a una raffinatezza straordinaria. Non parleremo, questa volta, delle creazioni dei grandi gioiellieri moderni, in cui l’opulenza di cascate di pietre preziose riveste l’esemplare, spesso celandolo. Andremo indietro nel tempo, torneremo a un’epoca precedente l’esordio dell’orologio da polso. E ci occuperemo di particolari orologi da portare addosso, chiamati orologi di fantasia. Si tratta di orologi di forma che comparvero sin dalla nascita dell’orologio portatile, da persona, e furono subito apprezzati dalla clientela più facoltosa ed esigente.

    Gli orologi di fantasia: dai Memento Mori…

    Tecnicamente, gli orologi di fantasia sono di solito classificati tra gli esemplari da tasca, non essendo da appoggio. Spesso, però, si indossavano al collo con una catena oppure appesi alla cintura. Erano piccoli oggetti in cui il quadrante non era normalmente visibile: solo il proprietario, azionando un pulsante segreto, poteva svelare l’orario nascosto. Sempre caratterizzati da dimensioni assai contenute e materiali di pregio, sono esemplari in cui l’orologeria è coniugata all’alta oreficeria. Un binomio che nei secoli è sempre stato sinonimo di successo.

    Tra i primi, in ordine cronologico, ricordiamo i celebri Memento Mori. Durante la Controriforma, il richiamo alla caducità delle cose terrene che ritroviamo nella decorazione non risparmiò neppure l’orologeria. Se sulle austere scrivanie dei sapienti del XVII secolo spesso era poggiato un teschio umano, per ricordare quanto sia transitoria la condizione dei viventi, ci fu chi pensò di realizzare orologi da saccoccia proprio nascosti in piccoli teschi d’argento, in cui si consultava il quadrante aprendo le mascelle della macabra cassa.

    Ricercatissimi dai collezionisti, quasi sempre di produzione tedesca, furono oggetto di imitazione alla fine del XIX secolo, nell’ambito di quel movimento di ritorno all’antico che pervase il gusto europeo, dando luogo dapprima al Neogotico, soprattutto in Inghilterra, e poi alle rivisitazioni dei diversi stili dei secoli passati. Come non bastassero le copie ottocentesche, qualche anno fa se ne incontravano di recente fattura sui siti di vendita online. Grossolani nelle proporzioni e nelle finiture, erano maldestri tentativi che probabilmente avranno ingannato qualche sprovveduto.

    Sempre a tema religioso, meritano almeno un cenno anche gli esemplari a forma di croce, destinati soprattutto alle più alte gerarchie ecclesiastiche e ai notabili del clero secolare. Realizzati con una base in metallo, in genere avevano il coperchio in cristallo di rocca, ed erano scolpiti interamente a mano.

    …ai temi naturalistici

    Ci fu però un periodo, tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX, in cui gli orologi di fantasia conobbero il favore delle classi più agiate. La significativa richiesta del mercato fu soddisfatta soprattutto dai produttori ginevrini, dato che la città, oltre agli orologiai, ospitava da sempre un’importante comunità di orafi e smaltatori. Ma divennero anche oggetto del desiderio per gli acquirenti dei mercati orientali e perfetti doni per propiziarsi i favori dei potenti locali.

    Quasi sempre essenziali, nelle loro funzioni – in rari casi dotati di automi –, questi orologetti erano celati in casse che imitavano farfalle, scarabei, fiori, animaletti, ma anche pistole e strumenti musicali… Riccamente smaltati, facevano parte a pieno titolo della sterminata famiglia degli objets de vertu. Diciamolo pure: l’indicazione dell’ora era una scusa per poter esibire il gingillo e suscitare lo stupore degli astanti. Oggi come allora, del resto, l’orologio era uno status symbol. E conferiva prestigio a chi lo sfoggiava, in una gara in cui la fantasia degli ideatori sembrava non avere confini.

    Mandolini, arpe, tulipani e coccinelle, fino alle note sferette da portare al collo che riapparvero, ai tempi del charleston, come orologi sautoir da case quali Cartier e Tiffany & Co., spesso con la catena en pendant. Sempre in oro, talvolta adorni anche di perle e pietre preziose, da un punto di vista strettamente orologistico presentavano il pregio della miniaturizzazione. Una ricerca che – come abbiamo già raccontato in un altro articolo del Giornale degli Orologi – aveva portato nei secoli agli orologi incastonati negli anelli.

    Più gioielli che orologi? Forse, ma certamente oggetti di grandissima raffinatezza. Testimoni di un mondo e di un modo di vivere in cui, per quanti potevano permetterselo, la ricerca estetica era una componente irrinunciabile della quotidianità.

  • Pocket Genius. Preziosi orologi da tasca in mostra a New York

    Pocket Genius. Preziosi orologi da tasca in mostra a New York

    La prestigiosa biblioteca Jost Bürgi Research Library, all’interno della Horological Society of New York, ospita e apre al pubblico Pocket Genius. The Watch Collection of Alex Ku. Un’eccezionale selezione di antichi orologi da tasca, dal XVII al XX secolo, provenienti appunto dalla raccolta di un giovane collezionista californiano, Alex Ku. Che ha saputo riunire in soli sette anni un elevato numero di orologi da tasca, tutti di grande e grandissima qualità: si va dagli esemplari insigni per epoca a quelli con grandi complicazioni, dai capolavori di oreficeria alle più ricercate soluzioni meccaniche.

    Il titolo della mostra, come spiega lo stesso Mr. Ku nella prefazione al catalogo, deriva da una celebre frase di Sir David Salomons, che all’inizio del Novecento raccolse la più importante collezione di esemplari Breguet mai realizzata. L’ingegnere e industriale britannico diceva infatti: «Portare un bell’orologio Breguet è come avere in tasca il cervello di un genio». Nelle righe vergate da Alex Ku traspaiono anche l’entusiasmo e la passione della sua ricerca, che conferma anche «come gli orologiai inglesi ed europei interagissero tra loro e condividessero tecnologie durante l’età d’oro dello sviluppo orologiero».

    L’opinione del curatore

    Abbiamo parlato dei contenuti di Pocket Genius con Robert Frishman, per gli amici Bob, curatore della mostra e del catalogo, restauratore e personaggio molto noto nell’ambiente dell’orologeria antiquaria statunitense, che fra l’altro mi onora della sua amicizia.

    Mr Frishman, qual è il senso principale di un’esposizione come questa, in un momento in cui il mercato – specialmente quello italiano – si mostra mediamente poco interessato agli orologi da tasca?
    Forse la vera ragione sta nel desiderio di far avvicinare anche i giovani – che sembrano confinare il loro concetto di orologeria al solo polso – a questa parte della scienza della misura del tempo che fu fondamentale in passato e che può ancora regalare, a chi estrae l’orologio dal taschino, l’impagabile sensazione di “tenere il tempo nelle proprie mani”. Sicuramente, un intento divulgativo ma anche il piacere di mostrare in quanti modi e con quanta varietà il tema, apparentemente semplice, dell’orologio da tasca abbia potuto essere declinato nei secoli.

    Pocket Genius sta riscuotendo successo?
    Sicuramente sì, ma è stata aperta da poco (il 20 giugno scorso, ndr) ed è ancora presto per parlare di numeri. I primi risultati sono molto promettenti.

    Qual è il suo pezzo preferito? So che la domanda è difficile, quando la scelta è ampia…
    Veramente, con tanti pezzi di qualità, sorge quasi il timore che sceglierne uno possa sminuire il valore degli altri… Ma se devo operare una scelta, opterei per i pezzi di Potter e Fasoldt, autori americani che ai più alti livelli, rappresentati qui in mostra, hanno saputo dimostrare di essere all’altezza dei più raffinati costruttori svizzeri.

    Gli higlight di Pocket Genius

    La mostra è strutturata in quattro sezioni: Orologiai storici, Scappamenti, Complicazioni ed Estetica. Fra i tanti pezzi esposti, in tutto una sessantina di esemplari, s’incontrano quindi le creazioni dei più grandi maestri del passato: da George Graham a Ferdinand Berthoud, da John Arnold a Louis Leroy, da Jean-Antoine Lépine fino – naturalmente – ad Abraham-Louis Breguet.

    A noi in particolare piace ricordare un ripetitore a quarti con ore a salterello realizzato proprio di Abraham-Louis Breguet; un esemplare con scappamento coassiale di Fasoldt; e un prezioso orologio-gioiello realizzato da Patek Philippe per Tiffany & Co.
    Nelle teche è esposto anche un modello dello scappamento Co-Axial di George Daniels prestato per l’occasione dal suo allievo prediletto, l’orologiaio britannico George W. Smith.

    Informazioni pratiche

    L’esposizione si può visitare dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 17, al 20 West 44th Street (Suite 501), Midtown Manhattan. Per ulteriori informazioni si rimanda alla corrispondente sezione del sito dell’associazione. A corredo è stato realizzato un catalogo dalla trattazione completa ed esaustiva, illustrato con splendide fotografie di Atom Moore: lo si può acquistare nel bookshop dell’Associazione o consultare e scaricare in pdf dal sito stesso.

    Pocket Genius resterà aperta sino a dicembre. Se avrete modo di essere nella Grande Mela, non perdetela!

  • Ore italiane: pezzi storici in mostra a Firenze

    Ore italiane: pezzi storici in mostra a Firenze

    Nelle sale del Museo Galileo di Firenze, il più importante museo di storia della scienza in Italia, è stata inaugurata il 13 luglio per proseguire fino al 15 ottobre la mostra Ore Italiane, dedicata proprio all’orologeria del Bel Paese.
    Una settantina i pezzi esposti, provenienti da privati ma in massima parte dalla pregevole raccolta di Gian Carlo Del Vecchio, uno dei principali esperti italiani, passati ora nell’ormai celebre collezione di Antonio Lenner di Milano, Presidente di Hora, l’Associazione italiana cultori di orologeria antica.

    Si tratta, in sintesi, di una straordinaria carrellata attraverso l’arte della misura del tempo realizzata in Italia nel corso di secoli. Una conferma, oltretutto, del fatto che la nostra grande tradizione orologistica tardomedievale e rinascimentale – pur soffrendo per la mancanza di un vero mercato nazionale e di committenti importanti, con rare eccezioni – non si spense mai. Anzi, seppe esprimersi anche ad alto livello, pur se con produzioni numericamente molto limitate.

    L’apertura al pubblico

    Il Giornale degli Orologi era presente all’inaugurazione di Ore italiane e alla conferenza stampa, cui ha partecipato anche Patrizia Del Vecchio (figlia del compianto dottor Gian Carlo), oltre a un folto numero di operatori dei media e ai dirigenti del Museo. Di recente, con grande generosità, Patrizia Del Vecchio ha anche donato alcuni pezzi della raccolta paterna proprio al Museo Galileo. Durante la presentazione è stata apprezzata e rimarcata con visibile soddisfazione la scelta di Firenze come sede espositiva di Ore Italiane.

    La notevole selezione di esemplari svela finalmente al grande pubblico – almeno in parte – una delle raccolte italiane più apprezzabili e (finora) gelosamente custodite. I pezzi di grande bellezza e rarità, generosamente concessi dall’ingegner Lenner, non sono solo testimonianza dell’evoluzione tecnologica del passato. In certi casi possono raccontare storie peculiari e interessanti: che, una volta ricostruite, offrono uno spaccato della propria epoca.

    Li si ritrova, riccamente illustrati, anche nel catalogo che accompagna la manifestazione (una realizzazione editoriale di Sillabe per Museo Galileo). Curato dallo stesso Lenner e da Giorgio Strano, responsabile delle collezioni del Museo, è disponibile – oltre che in italiano – anche in edizione inglese. E si trova in vendita solo nel bookshop del Museo.

    Ore italiane tra highlight e seminari

    Per la gioia degli appassionati, Ore italiane espone quindi esemplari rari, di pregio e perfettamente conservati. Come il pluripubblicato svegliatore monastico, risalente agli inizi del XV secolo, ma anche alcuni orologi del tipo detto “a lanterna” di grande qualità. Oppure una selezione di orologi notturni e astronomici, per esempio quelli prodotti dai fratelli Campani nella seconda metà del XVII secolo. O ancora preziosi esemplari da tasca, tra cui un orologio a firma Papillon con quadrante in sei, oltre a strumenti d’epoca per la lavorazione dei componenti degli orologi e a una prima vetrina dedicata alla misura non meccanica del tempo.

    A corredo dell’esposizione, inoltre, il Museo Galileo organizza due laboratori didattici per quanti vogliono approfondire certi aspetti di storia della misura del tempo. Il primo, a cura di Andrea Palmieri, ha come titolo La macchina del tempo. Orologi tra ruote e molle, ed è previsto il 30 luglio, il 27 agosto e il 17 settembre. Il secondo, tenuto da Stefano Barbolini, è dedicato invece alla gnomonica: intitolato Meridiane e orologi solari. Alla ricerca del “tempo vero”, si tiene il 3 e il 10 settembre e l’8 ottobre.

    Informazioni pratiche

    Sobrio e funzionale, l’allestimento di Ore italiane aiuta il visitatore indicando con colori diversi della parte inferiore delle teche la tipologia dei pezzi contenuti. Grazie alla sapiente disposizione e all’illuminazione scelta, gli appassionati avranno modo di poter vedere gli orologi esposti da ogni angolazione, così da apprezzarne l’architettura e gli elementi decorativi. Meritano un plauso particolare i video, proiettati su schermi all’interno delle sale espositive, che illustrano dettagli importanti di alcuni esemplari e risultano ricchi di informazione, pur essendo di breve durata.

    L’esposizione Ore italiane resterà aperta per qualche mese, ma vale la pena di pianificare la visita. Per accedere alla mostra è necessario effettuare l’ingresso al Museo Galileo. Consigliamo di consultare il sito ufficiale per prenotare i biglietti, comunque acquistabili anche in loco, e prendere visione degli orari di apertura.

  • La rivoluzione tecnologica dell’orologeria svizzera. Amarcord

    La rivoluzione tecnologica dell’orologeria svizzera. Amarcord

    La sensazione della svolta totale l’ho avuta nel 1996, quando Patek Philippe trasferì i propri laboratori nella fabbrica di Plan-les-Ouates. Un gruppetto di giornalisti fu accompagnato a visitare la nuova sede. Bellissima, organizzata in modo esemplare, ma… Non potevo credere ai miei occhi: nell’ufficio progettazione ho contato non meno di quattro computer Silicon Graphics. Questo mi ha fatto capire che Patek Philippe – il più puro distillato di tradizione stagionata – era in realtà una marca proiettata nel futuro. E con lei tutte altre. Iniziava così la rivoluzione tecnologica dell’orologeria svizzera.

    Gli esordi della rivoluzione tecnologica dell’orologeria

    Tante storie per quattro computer, mi dirai tu? Quattro computer e ti scatta il futuro? Guarda che nel 1996 i computer esistevano, eccome! Sì, ti rispondo io, ma i Silicon Graphics erano allora il massimo del massimo, gli unici in grado di lavorare in 3D. Oggi la Silicon Graphics ha chiuso per scelte aziendali sbagliate (è la concorrenza, bellezza!), ma a quei tempi uno dei suoi programmi – elaborato su misura per Patek – era già in grado di simulare qualunque movimento in azione, anche quelli complicati. Era in grado di far ruotare il movimento al comando del mouse e persino di calcolare (sottolineando il tutto in vari colori) i punti in cui l’attrito superava certi limiti, i punti in cui si poteva rischiare una rottura da urto laterale e molto altro ancora.

    Improvvisamente il passato si travasava – intatto, si badi bene – in un presente che sapeva di futuro. Perché di lì a pochi anni dal programma Cad (Computer Aided Design) uscirono persino le istruzioni per le macchine che poi dovevano realizzare ponti e platine. In Svizzera aveva attecchito la rivoluzione tecnologica dell’orologeria.

    L’esperienza necessaria era assolutamente la stessa del passato, ma si tagliavano in maniera drastica i tempi di progettazione. E soprattutto si aumentava in modo straordinario l’affidabilità: non più decine di prototipi da sottoporre a test per poi trovare la causa degli eventuali difetti (sempre in agguato). Si passava direttamente ad un modello finale di grandi dimensioni, con le parti del movimento realizzate in plexiglas di vari colori. E di lì ai due, al massimo tre prototipi finali.

    Il lavoro era ancora da certosini, monaci dalla pazienza proverbiale. Come mi spiegava un tecnico: «Sposti una ruota di una frazione di millimetro, perché così crea troppo attrito, e risolvi il problema. Ma magari ne crei altri due più in là. Il lavoro, alla fine, è lo stesso, ma non perdi tempo a far realizzare prototipi che magari ti mettono su una strada sbagliata per un errore del prototipo stesso, non dei tuoi calcoli. Per me è una rivoluzione». E lo era davvero.

    Ma perché la tradizione insegue la modernità?

    C’è un antefatto fondamentale. Finita la Seconda Guerra Mondiale la richiesta di orologi era molto elevata: furono uno strumento utilissimo per gestire in maniera ordinata il nuovo mondo e l’efficienza che richiedeva. Ma gli esemplari meccanici da polso erano maledettamente delicati. Ancora negli anni Sessanta era normale che un orologio non troppo costoso si rompesse tre o quattro volte all’anno. L’Alta Orologeria, i grandi marchi, riuscivano a superare indenni anche un anno intero, ma costavano (lasciamo perdere le complicazioni: parlo di solo tempo o al massimo di cronografi) cifre ancor più spropositate di oggi, fatte le debite proporzioni.

    L’industria svizzera pensò allora di passare alla tecnologia elettronica, da lei stessa inventata. E questo le causò una serie spaventosa di fallimenti: le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. Perché? Perché gli svizzeri continuavano a produrre i movimenti al quarzo con gli stessi metodi impiegati per i movimenti meccanici. Invece le marche giapponesi passarono subito a circuiti integrati e metodologie automatizzate, abbattendo i prezzi e sputando via dal mercato gli orologi svizzeri. La chiave, quindi, stava nel cambiare i metodi di produzione. Andavano modernizzati. Per tagliare tempi e costi (che spesso sono la stessa cosa), senza però incidere sulla qualità, sulla tradizione di orologi che cercano l’eternità e non l’usa e getta.

    Dall’alta orologeria all’altra orologeria

    Perché la rivoluzione tecnologica dell’orologeria parte dall’alto? Per una questione economica, ovviamente. Innanzitutto l’alta orologeria è più ricca, perciò può permettersi tecnologie (relativamente) sperimentali e quindi costose. E poi perché, se qualcosa non va per il verso giusto, una cosa è sbagliare un migliaio di orologi; altra cosa sbagliarne decine di migliaia. Ma il travaso di tecnologie (che però non sempre va dall’alto in basso, ma anche in senso contrario: ne riparleremo) era ormai un dato di fatto. Qualcosa di simile successe anche con i freni a disco, che vennero impiegati prima sulle vetture più costose, per poi diventare una caratteristica irrinunciabile.

    La cosa divertente è che allora se ne parlava poco, per paura che venisse considerato un “trucco” contrario alle tradizionali regole dell’alta orologeria. Io non so se Patek Philippe sia stata la prima ad usare le tecnologie digitali e i computer Silicon Graphics. Se sia stata la prima in Svizzera ad avviare la rivoluzione tecnologica dell’orologeria. Ma sono certo sia stata la prima a mostrare con sincero orgoglio questo passaggio epocale.

    Patek, proprio per la sua posizione di riconosciuto “primo della classe”, ha di fatto sdoganato la progettazione computerizzata dei movimenti. E se avesse potuto farlo Patek senza essere spernacchiata, allora la cosa sarebbe stata lecita. Nel giro di una decina d’anni gli istruttori della Silicon Graphics li incontravi – sempre gli stessi – un po’ dappertutto. Uno mi offrì anche un computer usato e mi pento ancora di non averlo comprato.

    Tecnologia a buon prezzo?

    Man mano che queste tecnologie calavano di prezzo (economia di scala) e miglioravano qualitativamente, i vantaggi si riversavano sull’intera produzione svizzera, in ogni fascia di prezzo. Perché se avessero portato miglioramenti alla produzione di movimenti d’alta orologeria, a maggior ragione sarebbero stati in grado di consentire movimenti di costo contenuto, sì, ma di qualità via via migliore. E man mano l’asticella della qualità si alzava, costringendo i produttori a rincorrere record sempre nuovi. Miglioramenti sempre più minuscoli per quanto riguarda gli ordini di grandezza, ma non per questo meno importanti.

    Pensate che nel 1844 Antoine LeCoultre inventò il milionometro, uno strumento meccanico in grado di misurare il micron (la milionesima parte del metro). Oggi i pochi decimi di micron di cui ha bisogno l’orologeria attuale sono misurati con un raggio laser, dopo aver posato il pezzo su una base sismica (lastre di granito alternate a fogli isolanti di caucciù) perché persino la naturale vibrazione della crosta terrestre potrebbe far sballare la misurazione. Questo travaso di tecnologia ha fatto sì che la qualità degli orologi meno costosi potesse aumentare in maniera davvero sorprendente: oggi nessun orologio, anche di prezzo contenuto, si rompe facilmente, tranne casi davvero rari.

    Ma allora non è che gli orologi sono tutti uguali?

    Beh, no, è ovvio. Un po’ dipende dalle tolleranze che un marchio impone: per l’alta orologeria cinque decimi di micron (prendi un millimetro e dividilo per mille; quel pezzettino dividilo per due e hai cinque/decimi di micron) sono un autentico orrore, se ritiene necessarie tolleranze più strette. Per un marchio più economico però bastano e avanzano.

    Ma quel che più conta è che la tecnologia, contrariamente a quanto alcuni credono, non ha affatto castrato la creatività. Al contrario. Oggi che progettisti straordinari e quindi straordinariamente costosi non devono più perdere tempo con decine di prototipi, possono dedicare le energie alle ipotesi, a sogni di orologi pazzeschi. Magari anche ipotesi sbagliate, che però non bloccano un gruppo di lavoro per mese (o per anni) su un sogno impossibile.

    Oggi si producono orologi incredibilmente diversi fra di loro e in quantità comunque limitate. Proprio grazie all’uso di quelle tecnologie computerizzate che tanti anni fa, nel 1996, Philippe Stern, padre di Thierry e a quei tempi alla guida di Patek Philippe, presentò orgogliosamente ai giornalisti. Non era solo l’inaugurazione di una nuova fabbrica, ma l’inizio della rivoluzione tecnologica dell’orologeria svizzera.