Giornale Degli Orologi
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Tag: orologi vintage

  • Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib, il designer futurista di Hamilton Electric

    Richard Arbib non è stato un semplice designer, ma un visionario capace di dar forma al futuro. Negli anni ’50, in pieno boom dello stile mid-century, plasmò l’immaginario collettivo disegnando oggetti dal design avveniristico, che ai nostri occhi sembrano usciti dai cartoon dei Pronipoti (The Jetsons) di Hanna-Barbera: dalle automobili alle imbarcazioni, dagli scooter alle radio, dai camper agli aerei, dai razzi alle bombe. Fu lui a raccogliere la sfida della Hamilton Watch Company e a tracciare le linee stravaganti e asimmetriche di quegli orologi elettrici che avrebbero sfidato i decenni a venire, come il Ventura e altri. Un genio audace che concepì oggetti quotidiani come opere d’arte, stipando la sua intera vita e i suoi bozzetti d’avanguardia in un appartamento di Manhattan saturo di sogni immortalati sulla carta.

    Jeffrey Hess è l’uomo che ha salvato quel futuro dall’oblio. Instancabile ed esperto collezionista, autore di libri sull’orologeria, titolare della casa d’aste Hess Fine Art di St. Petersburg, Florida, riconosciuta autorità in tema di Hamilton Electric, Hess è il custode dell’eredità di Richard Arbib. Guidato da una determinazione ferrea, è riuscito a rintracciare il cosiddetto “uomo misterioso” dietro quelle forme insolite. Lo ha conosciuto personalmente, si è conquistato la sua fiducia e ha rilevato parte del suo immenso archivio storico. Così è diventato la voce che ancora oggi ne tramanda la straordinaria parabola intellettuale.
    In questa intervista in esclusiva, Hess ci racconta del suo incontro con Richard Arbib. E ci conduce dietro le quinte di una collaborazione – quella fra il designer e la Hamilton Electric – che ha segnato indelebimente la storia della misura del tempo.

    Il genio di Richard Arbib e la ricerca di Jeff Hess

    Come ha conosciuto Richard Arbib? E come è entrato in possesso dei suoi schizzi?
    «L’ho conosciuto mentre collaboravo alla ricerca per il libro di Edward Faber sull’orologeria americana. Da molto tempo ero collezionista, promotore, acquirente e venditore di orologi elettrici Hamilton e, quando ho saputo che Ed Faber e Ettagail Blauer stavano scrivendo un libro, ho detto loro che avrei trovato l’uomo misterioso che aveva progettato quegli orologi stravaganti. Ed era scettico, ma io ero determinato e, in quei tempi pre-internet, mi sono semplicemente messo alla ricerca di ex dipendenti Hamilton in pensione e li ho contattati al telefono, chiedendo loro di indicarmi altri amici in pensione.

    Nessuno sapeva chi fosse quell’uomo, ma alla fine mi imbattei in un signore che all’epoca aveva 77 anni e che mi disse: “Ma quello era il vecchio Richard Arbib”. Lo affermò con tale certezza che iniziai a cercare questa persona. Andai in biblioteca e, per capriccio, consultai gli elenchi telefonici di Lancaster, Pennsylvania, e dintorni, senza alcun risultato. Provai con l’elenco telefonico di Manhattan e finalmente trovai qualcuno con quel nome. Lo chiamai. Rimase perplesso per la mia telefonata. Mi disse che non era mai stato un dipendente, ma sì, era proprio lui l’uomo che aveva progettato l’orologio. Gli chiesi con entusiasmo se potevo fargli visita e nel giro di 48 ore ero su un aereo diretto a Manhattan.

    All’inizio Arbib era cauto nel condividere informazioni con me e mi mostrava solo alcuni dei suoi progetti perché temeva che la Hamilton potesse intentare una causa. Aveva conservato quasi tutto e il suo incredibile appartamento era come l’incubo di un accumulatore compulsivo: scatole impilate letteralmente fino al soffitto, piene di progetti, documenti, rendering, disegni e così via, relativi ad aspirapolvere, pulitori, barche, orologi e dirigibili. Quando gli chiesi se fosse possibile acquistare i rendering e il materiale relativo alla Hamilton, acconsentì prontamente.

    Comprai tutto, ogni singolo pezzo, insieme a diverse centinaia di copie fotografiche dei progetti elettrici della Hamilton. Acquistai da lui anche il prototipo dell’orologio per la sua tanto chiacchierata Astro-Gnome Car, apparsa sulla copertina di Mechanics Illustrated nel lontano 1955. Da appassionato di orologi, fui poco accorto e non acquistai anche i progetti per gli altri oggetti (barche, automobili eccetera) che mi aveva offerto. È una cosa di cui mi pento sinceramente».

    La nascita di Hamilton Electric

    Come è iniziato il rapporto tra Richard Arbib e Hamilton?
    «Tra la fine degli anni ’40 e i primissimi anni ’50, Hamilton aveva avviato le proprie ricerche sull’orologeria elettrica con numerosi ingegneri, inventori e designer. Sapevano che la corsa era iniziata e volevano essere in prima linea.

    Mr. Arbib mi ha raccontato che all’epoca era semplicemente un designer freelance. Aveva sentito dire che l’azienda aveva bisogno di progetti particolari per la cassa di un orologio adatta a un movimento dalla forma insolita, che doveva ospitare una batteria grande e spessa. Così, attorno al 1954, realizzò letteralmente centinaia di bozzetti che presentò alla Hamilton. Probabilmente Richard Arbib aveva proprie idee al riguardo, dato che era già impegnato nella realizzazione di disegni in pieno stile mid-century per altre aziende, estranee al mondo dell’orologeria».

    Quali erano le caratteristiche dei movimenti Hamilton Electric?
    «Senza dubbio adoro gli Hamilton Electric sotto ogni aspetto. Possiedo i quaderni di lavoro originali e i libri di progettazione del movimento che risalgono al 1952 circa e mi piace leggerli. Mi fanno capire quanto alla Hamilton abbiano lavorato duramente su questo progetto. Sapevano di essere in competizione con le case concorrenti, sebbene ciò che avevano ideato alla fine non funzionò. Era troppo presto. In origine si trattava di un ibrido elettromeccanico. A differenza dei successivi modelli completamente elettronici, si basava in gran parte su parti meccaniche tradizionali abbinate a delicati contatti a filo esposti…

    I primi studi redatti dai loro ingegneri tra il 1952 e il ’54 e quelli successivi sono un racconto continuo di problemi con le batterie, con i contatti e con le vibrazioni finali. Nonostante l’alto tasso di guasti riscontrato nei test, lanciarono comunque l’orologio in fretta e furia, a loro discapito. Molti sostengono che la fine della Hamilton Watch Company in America derivi da lì. Col senno di poi, anche se la questione non è così semplice, il fatto di applicare alcuni contatti su un bilanciere era una ricetta per il disastro».

    L’eredità contemporanea

    Quali insegnamenti ha lasciato all’orologeria la collaborazione tra Arbib e Hamilton dopo la fine della loro partnership?
    «Ce ne sono molti. Ma l’insegnamento principale è lo stesso che tutti conosciamo sin dall’inizio della produzione in serie di orologi negli anni ’50 dell’Ottocento a Waltham, nel Massachusetts. E cioè il rapporto tra il costo del design e la solidità finanziaria delle aziende che assumevano i designer. Per esempio, Richard Arbib insisteva affinché i cinturini fossero integrati e riuscì a convincerli a farlo solo per un paio di modelli. Poi si lamentò del fatto che avessero interrotto questo processo perché era troppo costoso. Per inciso, l’espressione “troppo costoso” è ripetuta spesso dalla dirigenza Hamilton ai progettisti di movimenti, lo testimoniano i libri in mio possesso. I dirigenti presero molte scorciatoie con il movimento, motivo per cui alla fine fallì e divenne notoriamente instabile…

    In breve, a mio parere e secondo molti altri, Richard Arbib fu probabilmente l’unica ragione per cui l’Hamilton Electric riuscì a vendere. Anche se il 505 funzionava meglio del 500, se Hamilton fosse riuscita a lanciare il 510, che era in fase di progettazione, forse l’intera azienda avrebbe potuto essere salvata. E si potrebbe sostenere che, con la rinascita del design di Arbib guidata dai collezionisti… (Hess non conclude la frase, ma sembra alludere a un maggiore successo degli esemplari d’epoca, ndr).

    Questo potrebbe benissimo essere uno dei motivi per cui Hamilton Watch esiste ancora oggi, dato che i nostri fratelli svizzeri hanno continuato a vendere i suoi orologi ben oltre l’inizio del XXI secolo. Mi piacerebbe vedere Swatch Group stanziare un paio di milioni di dollari per giovani designer emergenti. Potrebbero farlo: hanno i soldi, ne hanno bisogno e sarebbe proficuo non solo per il design, ma anche per l’opinione pubblica».

    Secondo lei, oggi ci sarebbe spazio nell’orologeria per un genio come Arbib?
    «Certamente! Sta già accadendo con i piccoli marchi in tutto il mondo, e persino con alcuni progetti audaci di alcuni dei principali produttori. Ho spesso suggerito e sostenuto la creazione di una sorta di fondo o di un pool di risorse, simile a un incubatore, per designer indipendenti e produttori di casse, che incoraggiasse il modernismo del XXI secolo nell’orologeria. C’è spazio in abbondanza e, sebbene sia impensabile che possa arrivare uno in grado di pensare fuori dagli schemi ed essere così audace e creativo come Richard, sono certo che là fuori ci sia qualcuno».

  • The Collectibles: Jaeger-LeCoultre festeggia il Duoplan

    The Collectibles: Jaeger-LeCoultre festeggia il Duoplan

    Il sogno di indossare l’orologio della Regina. Quello che stava al polso di Queen Elisabeth il giorno della sua incoronazione. Non proprio quello, ma un prezioso esemplare di alta orologeria che moltissimo si avvicina a quell’iconico gioiello. È un sogno realizzabile, anche se non proprio a portata di qualsiasi portafoglio. Sì, perché c’è anche un Calibro 101 “Rivière” del 1962 (quindi uscito di fabbrica nove anni dopo l’incoronazione di Elisabetta II), con diamanti e zaffiri incastonati nel bracciale in oro bianco tra i nuovi The Collectibles di Jaeger-LeCoultre. 

    Dieci pezzi vintage, in uscita questo mese, inseriti nella quarta capsule del programma con cui la Manifattura svizzera celebra oltre 190 anni di storia. Un progetto partito nel 2023 con una prima selezione di 17 modelli realizzati tra il 1925 e il 1974, riproposti in vendita dopo un accurato restauro conservativo, a partire dallo studio dei documenti storici conservati nel ricco archivio della Casa madre.

    Un anniversario importante ha ora ispirato la scelta della quarta tappa del progetto: il 100° anniversario dell’invenzione del calibro Duoplan. Una rivoluzione per l’orologeria femminile. Nei ruggenti anni Venti, mentre le donne finalmente si emancipavano e conquistavano – oltre al voto (all’estero), i primi impieghi, la guida delle automobili e altri diritti – anche la libertà di leggere disinvoltamente l’ora in pubblico, le case produttrici si trovarono a dover risolvere una serie di problematiche. Non ultimo assicurare precisione in dimensioni ridotte.

    L’anniversario del Duoplan

    L’orologiaio parigino Henri Rodanet, Direttore tecnico dello stabilimento Ed. Jaeger, risolse il problema progettando un nuovo movimento “di forma” su due piani sovrapposti: il Duoplan. Quel movimento rettangolare, padre del più famoso Calibro 101 (lanciato nel 1929, e ancora oggi il calibro più antico in produzione), ha dato il via alla creazione di una serie di orologi femminili estremamente eleganti, sofisticati, preziosi, e al tempo stesso affidabili. Almeno per quanto lo permetteva la tecnologia dell’epoca. Va da sé che la capsule collection dedicata al centenario del Duoplan sia composta esclusivamente da modelli da donna. Come appunto il Rivière del 1962, ma anche esemplari più antichi, come gli orologi da cocktail in stile Art Déco, e poi le innovazioni degli anni ‘40 e ‘50. 

    Già venduto per 30.500 euro, per esempio, l’orologio “a segreto” Duoplan “Tubogas” in oro giallo del 1950 circa, contraddistinto dalla tipica decorazione a nervature orizzontali che diventa verticale sulla cover scorrevole. È invece disponibile al medesimo costo una rara versione della collezione Duoplan “Tuile“, che prende il nome dal vetro convesso (a semicupola, diremmo oggi): un richiamo alle tegole arcuate utilizzate per le tradizionali case mediterranee. Anche questo modello del 1939 è caratterizzato da un indebito gioco geometrico: il quadrante rettangolare è posizionato a 90 gradi rispetto al polso; per intendersi, il lato più lungo del rettangolo va perpendicolare al braccio. Raffinato esempio di cassa inclinata è anche il Driver Duoplan, progettato così per permettere a chi guida di leggere l’ora senza alzare le mani dal volante.

    The Collectibles, autenticità

    A proposito di funzionalità, ciascun esemplare dei nuovi The Collectibles è stato scrupolosamente esaminato dagli storici di Jaeger-LeCoultre e interamente revisionato dalla mano esperta degli orologiai dell’atelier di restauro della Grande Maison. Come anticipato, prima di portare in vendita i pezzi di secondo polso, i dieci orologiai del team di restauro passano in rassegna gli archivi della Manifattura per risalire al progetto originale. In alcuni casi, riescono a intercettare i componenti originali nel cospicuo patrimonio di ricambi storici conservato a Le Sentier. Altrimenti, sono in grado di realizzarli ex novo, su misura, attingendo alle migliaia di stampi e attrezzi d’antan. Una precisazione: l’intervento sulla cassa e sul quadrante deve limitarsi al minimo. Per questo l’équipe acquisizioni di Jaeger-LeCoultre cerca orologi di secondo polso più vicini possibile alla loro condizione originale.

    Avviso per gli appassionati. Tutti gli esemplari del programma The Collectibles sono accompagnati da un estratto degli archivi Jaeger-LeCoultre a garanzia di autenticità. E da una copia dell’omonimo volume, con introduzione di Catherine Rénier e Franco Cologni, che raccoglie i 17 modelli scelti per avviare il progetto, accanto a un ricco apparato di foto, testi, schede tecniche e documenti storici. Gli orologi della capsule sono disponibili per l’acquisto sul sito internet della Casa oppure mediante appuntamento nella boutique parigina. Volete soltanto ammirarli? Li trovate proprio in place Vendôme, fino al 27 luglio.

  • Deep Diver, torna il subacqueo vintage di Girard-Perregaux

    Deep Diver, torna il subacqueo vintage di Girard-Perregaux

    Ci sono case nel mondo delle lancette di cui si parla poco. Lo noto e lo penso ogni volta che scorro i post dei principali forum a tema o pubblicati sui vari gruppi Facebook. Saranno le mode, le campagne di marketing o le strategie di comunicazione, eppure alcuni nomi, che dell’orologeria hanno fatto davvero la storia, restano un po’ in ombra. Girard-Perregaux è uno di questi. E non serve tanto per capire che meriterebbe maggiore attenzione. Basta osservare le collezioni a listino, le complicazioni straordinarie a bordo di alcuni orologi, la qualità dei materiali impiegati, lo stile che certe referenze trasmettono invariato da secoli. Secoli appunto, perché Girard-Perregaux – che dal 1856 ha sede a La Chaux-de-Fonds, culla dell’orologeria elvetica – risale al 1791. Oggi ve ne parlo in occasione dell’ultimo lancio: il subacqueo (sportivo in senso lato) Deep Diver.

    Icone che attraversano il tempo

    Creatura dell’indimenticabile Gino Macaluso fin dai primi anni Novanta, di proprietà del Gruppo SoWind, nel 2008 Girard-Perregaux è acquisita dal colosso parigino del lusso Kering Group. Quindi, nel 2022, viene rilevata dal proprio management (destino che condivide con Ulysse Nardin) e torna essere di nuovo indipendente, a tutti gli effetti. Nelle mani di Patrick Pruniaux rivivono quindi i grandi classici della Casa, opportunamente riaggiornati, ma restando fedeli a sé stessi e all’inconfondibile design che ha segnato l’evoluzione dell’orologeria.

    A cominciare dall’attuale Laureato, uno sportivo la cui origine risale al 1975 (e il nome all’omonimo film con un giovanissimo Dustin Hofmann), che ha sicuramente contribuito a diffondere la notorietà del Brand fra il grande pubblico. Nell’ultimo decennio è stato declinato in un’ampia varietà di referenze anche grazie a partnership di assoluto prestigio, vedi quella con Aston Martin.

    Poi il Casquette 2.0, un elettronico dal design insolito ma fedele alla versione originale del 1976. Ancora, l’evergreen La Esmeralda che dal 1867 stupisce per il tourbillon sotto i tre ponti d’oro (“sous Trois Points d’Or”, oggi in realtà anche in altri materiali), fino all’orologio di cui vi parlo oggi, il Deep Diver. Che, come i precedenti appena citati, riporta in vita un’icona del passato, un pezzo del 1969, rivisitandolo in chiave moderna.

    Girard-Perregaux Deep Diver: solo 350 esemplari

    Il Deep Diver, come le altre referenze della linea Legacy Edition, è in edizione limitata. Gli esemplari sono numerati da 1 a 350 e prodotti per un periodo circoscritto, il che ne accresce l’interesse dei collezionisti. Per quando riguarda il design, si ispira totalmente all’edizione originale – la referenza 9108 -, di cui ripropone la cassa a cuscino (questa volta in titanio) con la lunetta poligonale di 14 lati e l’elevata impermeabilità. Nel caso della nuova versione, la resistenza all’acqua arriva fino a 20 atmosfere.

    Un orologio subacqueo a tutti gli effetti, come il nome suggerisce, che può essere utilizzato anche fuori dall’acqua. Lo testimonia il réhaut girevole azionato dalla corona a ore 2, che in pratica funziona come una lunetta girevole bidirezionale (in grado cioè di ruotare in entrambe le direzioni). Con scala compresa fra 0 e 60, consente, una volta posizionato lo “0” sulla lancetta dei minuti, di misurare il tempo trascorso dall’inizio di qualsiasi evento.

    Governato da una corona a vite, è estremamente sicuro e impedisce qualsiasi manomissione: urti o tocchi involontari dell’orologio non possono infatti variarne la posizione. Per osservare i dettagli del design che caratterizza il quadrante del Deep Diver, vi rimando alle didascalie che accompagnano le immagini in galleria.

    La collaborazione con Bamford Watch Department

    Nell’area centrale del quadrante, a ore 6, sotto l’asse di rotazione delle lancette (ore, minuti e secondi), spicca la scritta “Bamford” di colore arancione. Non la consueta indicazione sul tipo di movimento incassato o il numero di rubini (27, nel caso dell’orologio trattato), ma… appunto… Bamford. Gli appassionati di orologi sanno già di che si tratta: il nome per esteso recita “Bamford Watch Department” ed è un’azienda londinese specializzata in personalizzazioni nel settore orologiero.

    Una realtà piuttosto giovane – l’anno di fondazione è il 2007 – che però vanta collaborazioni di primissimo ordine nell’alto di gamma. Oltre ad aver firmato il design del Deep Diver di Girard-Perregaux, Bamford annovera nel suo curriculum collaborazioni eccellenti, con nomi come Franck Muller, Zenith, Tag Heuer, Chopard o Bremont. Per Girard-Perregaux ha anche firmato la personalizzazione di una referenza della collezione di orologi femminili Cat’s Eye.

    Il Gyromatic del Deep Diver originale…

    Il movimento che anima il Deep Diver di oggi è il calibro di manifattura GP03300, utilizzato dalla Casa anche nei Laureato “solo tempo”. Non è quindi lo stesso del 1969. In quasi 60 anni di storia, d’altronde, le tecnologie costruttive e i materiali si sono evoluti. Eppure quel Gyromatic che pulsava dentro il primo Deep Diver originale, un cenno lo merita.

    In realtà con il termine Gyromatic non si indica un singolo calibro, ma una famiglia di movimenti che Girard-Perregaux ebbe in produzione grosso modo dagli anni ’50 ai ’70, e la cui particolarità era il rotore di carica bidirezionale. Originariamente si trattava di un modulo sviluppato e fabbricato in-house, che era applicato a un calibro a carica manuale di base (A.S, Eta o Peseux). Poi – col tempo – la definizione passò a indicare tutti i movimenti automatici della Maison, anche quelli dalla costruzione integrata.

    In pratica, semplificando al massimo, si trattava di un modulo composto da un rotore e da un sistema di invertitori collegati al bariletto. Un dispositivo composto da una coppia di ruote libere con relativo pignone coassiale. Nel quale, al posto dei consueti cricchetti per la rotazione (efficaci ma delicati), si trovavano dei dischi (“rulli”) di rubino, i cosiddetti Girotroni (Gyrotrons, 7 per ogni ruota). Con la rotazione della massa oscillante in un senso o nell’altro, una ruota o l’altra andava a ingranare con la ruota conduttrice per avvolgere la molla del bariletto.

    Intorno al 1966 il Gyromatic si evolve nell’alta frequenza e acquisisce le 36.000 alternanze l’ora. Un valore che a quei tempi (ma anche oggi) permetteva agli orologi una costanza di marcia a un’affidabilità fuori dal comune. Una frequenza così alta da trasmettere alla lancetta dei secondi quel movimento fluido e continuo apprezzato dai puristi della micro-meccanica. E sono proprio i Gyromatic HF i più ambiti nel mercato del collezionismo.

    Il calibro GP03300 del nuovo Deep Diver

    Ma torniamo al nuovo Deep Diver e alla meccanica che lo anima. Il GP03300 è infatti un calibro progettato e costruito in-house, con un bilanciere che oscilla a 28.800 alternanze/ora (4 Hz per gli amanti della fisica). Nella media invece la riserva di carica, che si attesta sulle 46 ore (poco meno di due giorni). Il Deep Diver vi permette di vedere il movimento attraverso un oblò in vetro zaffiro azzurrato posto sul fondello.

    Non uso a caso i termini “oblò” e “azzurrato”: non aspettatevi infatti il classico e ampio fondello trasparente, con il movimento “a vista”. Girard-Perregaux Deep Diver dà accesso visivo al movimento attraverso un medaglione centrale in vetro zaffiro, blu metallizzato. Non solo, l’emblema del Tridente, delle onde marine e la scritta curva Deep Diver limitano ulteriormente la visuale.

    Pensate che le lavorazioni Côtes de Genève circolari che impreziosiscono la massa oscillante e quelle lineari dei ponti meriterebbero più attenzione? In linea di massima potrei anche essere d’accordo con voi, ma – al di là dei gusti personali – sono obbligato a spiegare che si tratta di questioni di fedeltà storica all’originale.

    Il modello del 1969 aveva infatti il fondello in acciaio pieno, decorato appunto con il Tridente, le onde marine e il lettering del nome. Del resto, in passato, non si usava mostrare il movimento attraverso il fondello, che in genere negli orologi da polso era “chiuso” (se non in casi eccezionali). L’abitudine del fondello trasparente è relativamente recente e – diciamocelo – a volte inutile, se non perfino ridicola. Anche se non è certo questo il caso…

    Prezzo e utilizzo

    Veniamo al prezzo del Girard-Perregaux Deep Diver: 16mila euro, compreso il secondo cinturino in caucciù arancione e fibbia in titanio. Un prezzo simile a quello del Laureato in versione base con bracciale in acciaio, con il quale condivide il calibro, l’estetica sport-chic e la facile vestibilità. Girard-Perregaux ha quindi pensato a un orologio da indossare tutti i giorni e, perché no, anche in situazioni che richiedono un abbigliamento smart-casual.

    Vista infatti la tendenza di abbinare sneakers e abiti formali, non sarà difficile esibire il Girard-Perregaux Deep Diver in ambienti di lavoro che prevedono un dress code curato ma rilassato. Oltretutto i due cinturini in dotazione, intercambiabili – entrambi in caucciù, uno blu e l’altro arancione -, permettono di cambiargli look a piacere. Considerate infine le dimensioni non esagerate della cassa (40,30×38 mm) e la colorazione vivace, l’orologio può ben figurare anche ai polsi femminili.

  • Coin watches: quando il tempo è denaro

    Coin watches: quando il tempo è denaro

    L’orologeria è sempre stata terreno di sfida: mettere un orologio in una moneta è un pezzo di bravura su cui i migliori costruttori si sono cimentati. Noti in inglese come coin watches, gli orologi nelle monete sono oggetti comunque rari e spesso associati a destinatari importanti o a committenze di livello. Ma come si riesce a realizzare questa impresa? Quali sono le varianti con cui le Maison hanno scelto di differenziarsi? È una storia interessante, poco nota: cerchiamo di approfondire insieme la questione. Nella carrellata seguente, il cui unico scopo è portare alla ribalta pezzi rari, da tasca o da polso, arriveremo fino alle soglie del XXI secolo. Per limitare l’ambito della ricerca, ci occuperemo quindi solo di pezzi vintage, precedenti l’anno 2000.

    Piccolo è bello, sottile anche di più

    Fare orologi sempre più piccoli, o sempre più sottili, era un modo per affermare la propria padronanza dell’Arte orologiera. La miniaturizzazione non era la risposta a una vera esigenza funzionale, ma il modo per creare oggetti che suscitassero meraviglia. Già nel XV secolo in Lombardia si costruivano “orologetti” da persona. In un altro articolo, che potete leggere qui, abbiamo parlato di orologi tanto piccoli da poter essere incastonati negli anelli, fin dal Cinquecento.

    Non è noto chi sia stato il primo a mettere un orologio in una moneta. Esemplari con movimenti sottilissimi, detti extra-plat in gergo, comparvero sul mercato già nel XIX secolo. I coin watches in versione tascabile invece apparvero intorno alla fine degli anni Venti del secolo scorso.

    Tecnicamente, si prendeva una moneta, solitamente d’oro, cui abilmente si asportava una delle due facce, destinata poi a richiudere il tutto. La parte rimanente era scavata all’interno, ricavando lo spazio per un movimento, o per un orologio intero, completo di cassa. Le due parti della moneta originaria erano poi abilmente modificate con l’aggiunta di una cerniera nascosta e di un pulsantino di apertura quasi invisibile. In questo modo, la moneta si richiudeva perfettamente. Per l’osservatore inesperto, una moneta come tante altre: il fortunato proprietario, estraendo la moneta dalla tasca, stupiva gli interlocutori. E, con la scusa di conoscere l’ora schiacciando il pulsantino, esibiva il proprio tesoro tascabile.

    I primi coin watches

    L’analisi degli archivi degli anni Venti dello scorso secolo mostra come Cartier, nome che non necessita presentazioni, lavorasse da tempo sul problema. Fu Joseph Vergely, uno dei progettisti della Maison parigina, a mettere a punto la soluzione che divenne il punto di partenza anche per altri costruttori negli anni seguenti. A produrre i movimenti, in questi casi, era European Clock and Watch Company.

    In realtà, i tempi erano maturi: nel 1928 Patek Philippe consegnò a Henry Graves Jr, il celebre collezionista, un orologio da tasca celato in una moneta d’oro americana da 20 dollari. Graves è un nome noto a livello planetario: proprio per lui Patek Philippe realizzò nel 1933 il Supercomplication, che all’epoca era l’orologio più complicato del mondo. (all’asta da Sotheby’s, nel 2014, raggiunse l’astronomica cifra di 24 milioni di dollari).

    La progettazione del pezzo di nostro interesse era già in corso nel 1925 e la consegna a un cliente di tale livello aprì la strada per la realizzazione di una intera serie di orologi analoghi, che Patek Philippe produsse negli anni a seguire. Si trattò sempre di una produzione limitatissima: si stima che Patek Philippe abbia complessivamente prodotto meno di duecento coin watches.

    Nomi eccellenti

    La soluzione adottata dalla grande Manifattura nelle oltre dieci referenze a tema fu sempre quella di inserire nelle monete un orologio completo: con cassa propria, ma non completamente estraibile. La cassa vera e propria era incernierata all’altezza delle ore 6 al bordo interno della moneta, per cui l’orologio poteva essere sollevato dal proprio alloggiamento, inclinato verso l’osservatore, rendendo così accessibile la corona di carica, e poi rimesso a posto per permettere la richiusura della moneta.

    In alcuni casi, l’orologio vero e proprio era montato su una ghiera, in modo da poter basculare, ed era la ghiera a essere incernierata con la cassa. Tra i pezzi più sorprendenti di questa produzione troviamo le Referenze 802/1 e 802/2, in cui i movimenti sono scheletrati: realizzati intorno agli anni Ottanta e Novanta, sono autentici capolavori.

    Anche Audemars Piguet si cimentò con i coin watches: e creò una propria versione scheletrata, di straordinario impatto visivo. Le sfide, si sa, nascono per essere raccolte. E dimostrare di essere capaci di mettere un orologio in una moneta equivaleva a porre il proprio nome nell’Olimpo dell’orologeria da persona. Troviamo quindi tra i contendenti – senza pretesa di formulare un elenco esaustivo – Vacheron Constantin, Ulysse Nardin, Piaget, Jaeger-LeCoultre, e naturalmente Rolex.

    Variazioni sul tema dei coin watches

    Oltre ai movimenti scheletrati, un’altra variante fu lanciata sul mercato da Cartier negli anni ’50. La corona di carica, naturalmente impreziosita dal classico cabochon della Casa, non era nascosta all’interno della moneta bensì portata all’esterno. A ideare anche questa soluzione fu sempre Vergely. La moneta, chiusa, tradisce quindi la presenza interna dell’orologio perché dal bordo sporge la corona. Un antesignano di questi pezzi con corona esterna, montato in una sterlina d’oro, fu un regalo personale di Pierre Cartier a Franklin Delano Roosevelt, allora Presidente degli Stati Uniti, nel 1939.

    Molti coin watches erano destinati al mercato statunitense. La moneta più frequentemente “sacrificata” fu il 20 dollari in oro, anche per le dimensioni: che da una parte sottolineavano l’importanza dell’oggetto, e dall’altra facilitavano – per usare un eufemismo – il montaggio del movimento. Molto più raro l’uso di alternative alla scelta dell’oro. Al Presidente Truman, per esempio, Movado donò un proprio orologio contenuto in una moneta in argento.

    Negli anni Sessanta del secolo scorso, divennero famosi i coin watches da polso di Corum, che accanto ai 20 dollari in oro utilizzava anche altre valute. Li indossarono molti Presidenti americani, da Johnson a Nixon, da Reagan a Carter, da Bush Sr a Clinton, e personaggi noti come Andy Warhol. Successivamente, dagli anni Ottanta in poi, la Casa di La Chaux-de-Fonds cominciò anche ad adottare movimenti al quarzo: piccoli, pratici e precisi, risolsero parte dei problemi. A onor di cronaca, però, devo aggiungere che Corum è tra le poche marche a continuare la tradizione, ancora ai nostri giorni.

    Una nota per i collezionisti

    Chi ha avuto la pazienza di leggerci fin qui avrà capito che i coin watches sono dei veri pezzi da collezione. Un’osservazione che può tornare utile a chi si accingesse ad acquistarne uno: le monete in cui si inserivano gli orologi erano monete autentiche, per cui riportavano l’anno del loro conio. La data è riferita alla moneta, non all’orologio: non deve ingannare. Per la corretta datazione del pezzo è sempre indispensabile fare riferimento ai numeri di serie e alla letteratura dei produttori.
    Cose belle, cose rare: in qualche modo, simboli. Come esprimere meglio, traducendolo in un oggetto tangibile, il detto di Benjamin Franklin: “il tempo è denaro”?