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Geneva Watch Days 2025, il palcoscenico degli indipendenti

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Cinque giorni di presentazioni, tra brand di nicchia e qualche grande nome, ma i Geneva Watch Days 2025 si confermano la mecca dell’orologeria indipendente. Gran parte dell’evento si è svolta al Beau-Rivage che − nonostante i lavori di ristrutturazione, tra ponteggi e polvere − è riuscito ad accogliere la maggior parte delle marche. Rispetto allo scorso anno, comunque, c’erano più hotel da visitare: e ciascun tragitto lungo il lungolago ricordava la natura frammentata della manifestazione.

Un pomeriggio di pioggia battente e insistente ha spinto visitatori e giornalisti nei saloni, abiti e scarpe fradici, rifugiati in attesa. Il resto della settimana è stato caldo ma sopportabile − non come l’anno scorso, quando i trenta gradi rendevano ogni spostamento tra gli alberghi una sorta di pellegrinaggio orologiero.

Le novità hanno riflesso questo clima: tante variazioni di modelli già noti, in nuove dimensioni e colori; alcune prodezze meccaniche e micro-ingegneristiche davvero affascinanti; e, qua e là, piacevoli sorprese. I Geneva Watch Days sono sempre stati un’improvvisazione − nati nel 2020 come soluzione temporanea, nel corso degli anni sono diventati meno un salone e più un laboratorio di prove. Nel 2025, però, lo spettacolo sembrava più consapevole: meccaniche più “sonore”, colori più intensi, strategie più definite.

Teatralità e spettacolo

Urwerk si è affermata con il consueto segno distintivo. L’UR-150 Blue Scorpion si presenta sotto una cupola di zaffiro, con satelliti in rotazione e la lancetta retrograda che scatta all’indietro come una frustata. Solo 50 esemplari, e un linguaggio stilistico già familiare: teatro cinetico che si maschera da orologio. A colpire maggiormente è il ritmo dell’attesa: dopo una corsa di 270 gradi, il disco delle ore sembra esitare, poi scattare quasi impercettibilmente all’inizio del suo nuovo viaggio di 60 minuti. Il fondello offre un secondo spettacolo: le due “turbine” del rotore, che rallentano la rotazione creando attrito, un gioco circolare di resistenza e rilascio. Un oggetto non solo da indossare, ma da vivere come coreografia: il tempo come dramma.

Louis Erard, invece, ha ampliato la linea Métiers d’Art con il Fil d’Or, in edizione limitata a 99 pezzi. A prima vista, un orologio in acciaio da 39 mm con calibro Sellita. Ma il quadrante ribalta la percezione: 2.320 fili d’oro 24 carati, microsaldati a creare un motivo cubico trompe-l’œil, realizzato con macchinari a semiconduttori riprogrammati. La Maison lo ha definito “ricamo micromeccanico”, ed è stato illuminante sentirlo raccontare direttamente dagli artigiani che lo hanno realizzato: Mark Miehlbradt e Sylvie Villa di Wire Art. La passione dimostrata per la loro arte ha trasformato la presentazione in un momento quasi cerimoniale. In concreto, il Fil d’Or rivela la visione di Louis Erard: democratizzare i mestieri d’arte, portare l’avanguardia a portata di polso, offrendo ai propri fan un prodotto che vive di narrazione più che di numeri.

Vestibilità come strategia

Se il primo atto parlava di spettacolo e racconto, il secondo riguardava la plausibilità. La domanda silenziosa ed essenziale era se questi orologi possano vivere comodamente al polso, e non solo in una teca.
MB&F, per il ventesimo anniversario, ha ammorbidito le tipiche stravaganze con la Legacy Machine 101 EVO. In titanio, con quadrante salmone o verde pavone, l’orologio porta la firma estetica e le finiture di Kari Voutilainen, evidenti nell’accuratezza di ponti e superfici. L’EVO è stato “pensato per l’uso quotidiano e una vita attiva”. A colpire, maneggiandolo, è soprattutto la piacevole geometria, l’equilibrio dell’architettura del quadrante nel compatto diametro di 40 mm. Al polso, emana quella rara combinazione di eleganza ed esclusività che solo MB&F riesce a produrre: un orologio intimo e al tempo stesso alieno, da indossare con naturale nonchalance.

Il Pioneer Flying Hours di H. Moser & Cie. ha esteso il paradosso della Maison: praticità quotidiana con un tocco eccentrico. Disponibile in versione illimitata in acciaio o in una serie di 100 pezzi in oro rosso 5N e titanio DLC con quadrante avventurina, introduce l’indicazione delle ore saltanti istantanee. Moser lo ha descritto come “un balletto ipnotico che cattura lo sguardo”, ed è davvero così: il satellite delle ore che scatta in avanti con improvvisa chiarezza, o indietro con la corona, mentre i minuti si dispiegano non nei consueti 360 gradi ma lungo un arco contenuto di 120. Un effetto ricercato e coinvolgente, una nuova modalità di occupare lo spazio del quadrante.

Il Patria in titanio di Tutima è stata forse la rivelazione più sobria. Una riduzione di dimensioni − da 43 a 41 mm − ha trasformato l’orologio in un pezzo di naturale grazia. Con 11,2 mm di spessore, si adagia magnificamente al polso, con una presenza raffinata piuttosto che insistente. Tre varianti di quadrante e cinturino evocano atmosfere diverse, dal grigio grafite all’argento caldo. Il movimento resta ancorato alla tradizione di Glashütte, con castoni d’oro e spirale Breguet, ma la cassa in titanio aggiunge una leggerezza contemporanea. Il Patria diventa così un po’ meno esercizio di eredità e un po’ più compagno di stile quotidiano.

Codici di indipendenza

Altrove, in altri luoghi dei Geneva Watch Days 2025, marchi più giovani e dalla produzione ridotta proseguivano nel tracciare i propri codici.
Trilobe ha presentato il Trente-Deux, con il primo calibro di manifattura − l’X-Nihilo −, la cassa in acciaio da 39,5 mm e il bracciale integrato. Il Marchio lo ha definito “un manifesto della nostra indipendenza”, e la definizione calza a pennello. L’indicazione decentrata del tempo resta inconfondibilmente Trilobe, ma il nuovo calibro segna una raggiunta maturità. Non più una curiosità, bensì una dichiarazione d’ingresso in una nuova fase, che consolidando la propria identità con l’integrazione verticale.

La debuttante ginevrina Akhor ha scelto di esordire con Le Temps en Équilibre, cassa a cuscino da 39 mm e calibro AK10 di manifattura, certificato cronometro dal Cosc. Il quadrante sembra sospeso, grazie a un’architettura brevettata a dischi sovrapposti. “Dove altri accennano alla levitazione, Akhor la porta a compimento”, recita la letteratura della Marca. Dal vivo, l’impressione è di equilibrio e misura: semplicità, classicismo ed eleganza composta. Un debutto pensato non per abbagliare e svanire, ma per durare.

Speake Marin ha continuato la propria ricerca cromatica con l’Openworked Tourbillon Purple Hour. Cassa in titanio, calibro SMA05 con tourbillon volante alle 1:30, e soprattutto un quadrante viola intenso. Nei documenti ufficiali lo si paragona alla cosiddetta “ora viola, quando il cielo si riempie di sfumature tra il violetto e l’azzurro al crepuscolo”. Il paragone è appropriato: al polso, il quadrante muta con la luce, dall’intensità regale all’ombra misteriosa. Un orologio meno definito dal costo che dalla presenza, a ricordare che il colore, se trattato con maestria, può valere quasi quanto una complicazione.

Geneva Watch Days 2025 fra tendenze e paradossi

Insieme, gli indipendenti presenti ai Geneva Watch Days 2025 non hanno delineato una sola direzione estetica o tecnica, ma un mosaico di strategie, univoche e personali. Urwerk ha insistito sul dramma cinetico, Louis Erard ha trasformato la microelettronica in ricamo, MB&F e Moser hanno sposato eccentricità e vestibilità, Tutima ha trovato distinzione nella misura, Trilobe ha dichiarato maturità, Akhor ha debuttato con compostezza, Speake Marin ha dato al colore il peso di una complicazione.

L’atmosfera negli hotel raccontava la stessa storia. Nessun Rolex nei corridoi: al loro posto, collezionisti con al polso i primi De Bethune, MB&F e Greubel Forsey. Non si trattava di aspirazione, ma di appartenenza. I Geneva Watch Days 2025 non hanno affermato il lusso come status, ma il collezionismo come cultura: un raduno dove gli orologi si indossano non per impressionare, ma per partecipare.

Così il lago, in quest’inizio di settembre, mi è sembrato appartenere a loro: a Urwerk per la sua energia teatrale, a Louis Erard per la delicatezza dei suoi fili d’oro, a Moser e MB&F che intrecciavano pragmatismo e audacia, a Tutima per la sobria eleganza sassone, a Trilobe e Akhor nel ruolo di nuove voci, a Speake Marin per i suoi colori crepuscolari. Ciò che resta non è un modello specifico, ma la certezza che l’indipendenza non sia più novità: è linguaggio, rito, rappresentazione.


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