Giornale Degli Orologi
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Autore: Davide Passoni

  • Longines Spirit Chronograph, il pilot più tecnico della collezione

    Longines Spirit Chronograph, il pilot più tecnico della collezione

    «Vola solo chi osa farlo». Chi ha pronunciato queste parole che non ammettono repliche? Gabriele D’Annunzio? Italo Balbo? Un comandante della scalcagnata Alitalia? No, più semplicemente il gatto Zorba, protagonista con la gabbianella Fortunata di un celebre romanzo di Luis Sepúlveda. Che con questa frase si sarebbe guadagnato honoris causa l’investitura a primo felino brand ambassador Longines.

    Il marchio della Clessidra alata è infatti profondamente legato alla storia e al mondo del volo, celebrato con il nuovo Longines Spirit Chronograph. Un universo al quale ha affiancato, decennio dopo decennio, quelli del mare (con l’Hydroconquest e i diver) e dell’equitazione (con l’Elegance); senza dimenticare la propria vocazione allo stile espressa in linee come la Master e l’Elegant Collection, la Record, l’Evidenza, la DolceVita.

    Non perdiamo però di vista il tema da cui siamo partiti, il volo, e il motivo per cui, oggi, ho deciso di portarvi a impegnare un po’ del vostro tempo a leggere queste righe. Cioè il nuovo Longines Spirit Chronograph, appunto: la proposta più tecnica della collezione Spirit, che è il focus del marchio in questo disgraziato 2020.

    Ben riuscito

    Del Longines Spirit ha già parlato su queste pagine Augusto Veroni, con abbondanza di riferimenti storici; abbiamo anche scritto del rapporto che lega a doppio filo Longines e la storia dell’aviazione. Ragion per cui, mi rimane il compito di focalizzarmi sul Longines Spirit Chronograph per provare a spiegare come mai, per me, è un orologio particolarmente riuscito. Anzi, figo, pur con un difettuccio.

    Partiamo da fuori, visto che con gli orologi accade come quando ci si innamora di una donna: prima ci conquista il suo aspetto, poi caso mai arriviamo ad apprezzare anche il fatto che è laureata in astrofisica, ama i gatti e nel tempo libero pulisce le spiagge dalla plastica e dai rifiuti. Fuor di metafora, il Longines Spirit Chronograph è bello e per chi ama i pilot, come me, è facile innamorarsene.

    Lo Spirit Chronograph visto da fuori

    La cassa da 42 mm, misura giusta per un orologio da aviatore che vuole essere casual oltre che professionale, è in acciaio; e alterna finiture satinate ad altre lucide, tra le quali spicca la lunetta liscia, fatta apposta per artigliare il vetro zaffiro con trattamento antiriflesso che protegge il quadrante. A proposito di quadrante, qui la Marca ha dato prova di savoir-faire pur affidandosi a una produzione industriale.

    Propone infatti il Longines Spirit Chronograph in tre versioni di colore, per ciascuna delle quali ha scelto una particolare lavorazione che ne esalta la cromia: nera opaca, blu soleil o argento grené. Un’attenzione che dimostra quanto Longines abbia lavorato in profondità sulla collezione per non renderla solo una banale riproposizione di orologi del passato.

    Lo confermano le cinque stelle applicate e non stampate, che fanno bella mostra di sé al centro del quadrante. Per chi non lo sapesse, lungi dall’alludere a qualsiasi formazione politica (gli svizzeri sono gente seria, non comici né bibitari), nella tradizione di Longines le stelle certificano la qualità e l’affidabilità dei movimenti della Maison. E cinque è il massimo cui un orologio può aspirare.

    Cinturini e bracciale

    Il colore del quadrante detta anche l’abbinamento dell’orologio ai cinturini e al bracciale: nero con cinturino in pelle marrone, blu con cinturino in pelle blu, argento con bracciale in acciaio. Quest’ultimo, naturalmente, è chiuso da una fibbia déployante mentre i cinturini, udite udite, hanno un comodo ardiglione. Ho scritto, con questo, solo tre pezzi sul Giornale degli Orologi, ma avrete capito che io e la déplo proprio non ci amiamo: io fatico a regolarla, lei si vendica tirandomi i peli del polso. Ah, dettaglio non da poco e nemmeno scontato: le versioni con bracciale e cinturino hanno il medesimo prezzo, 2.980 euro.

    Nella cassa del Longines Spirit Chronograph

    Veniamo al cuore dello Spirit Chronograph, il calibro automatico L688.4 sviluppato su base ETA (AO8.LOI). Si tratta di un movimento realizzato esclusivamente per questo modello, con ruota a colonne per l’innesto delle funzioni cronografiche. Ricordo che, rispetto a una ruota a camme, la ruota a colonne garantisce una migliore precisione degli azionamenti delle funzioni cronografiche e una maggiore dolcezza nel loro innesto. Inoltre, libidine per gli impallinati di meccanica, la pressione sul pulsante di avvio del cronografo è molto più morbida, oserei dire sensuale.

    Il calibro L688.4 è un’evoluzione del 688.2 che Longines monta su un altro pilot notevole, l’Heritage Avigation Big Eye, il quale però ha una riserva di carica di 54 ore rispetto alle 64 del Longines Spirit Chronograph. Un aspetto che chi ama questa tipologia di orologi non dovrebbe sottovalutare, qualora ne volesse acquistare uno; la maggior parte dei concorrenti, anche di marchi top, costa infatti il doppio se non di più rispetto a questo Longines e dichiara un’autonomia massima inferiore di almeno il 25 per cento.

    Detto del fatto che la dicitura Chronometer sotto al logo sul quadrante testimonia la certificazione Cosc dell’orologio, rimane un punto importante da sottolineare a livello di movimento, legato proprio al Cosc: l’utilizzo della spirale in silicio. Componente non certo nuova né esclusiva, conta proprio sulla caratteristica del materiale di essere del tutto insensibile alle variazioni di temperatura e ai campi magnetici, per garantire la precisione dell’orologio.

    I puntini sulle i

    Sopra ho parlato di un difettuccio, usando un vezzeggiativo non a caso, perché si tratta davvero di poca cosa che solo un rompiscatole come me potrebbe sottolineare. Ovvero, il pulsante a ore 10 per la regolazione della data.

    Molto probabilmente Longines ha scelto di introdurlo per caratterizzare esteticamente lo Spirit Chronograph; inoltre, cambiare la data con un pulsante è senz’altro più comodo che farlo utilizzando uno stilo. La sua presenza, però, fa pensare a prima vista di trovarsi di fronte a un doppio cronografo, o rattrapante, ossia alla nobiltà della cronografia da polso. Non è che, così, la Maison vuol darsi delle arie?

    Un peccato di vanità comunque perdonabile, all’orologio e a chiunque vorrà metterselo al polso. Cui auguriamo, in chiusura, di vivere la propria avventura attraverso altre parole di colui che ha aperto il pezzo, il gatto Zorba: «Ora volerai. Il cielo sarà tuo».

  • Mido Ocean Star Decompression Timer 1961: i colori degli abissi

    Mido Ocean Star Decompression Timer 1961: i colori degli abissi

    Quanti di voi, cari lettori, si affiderebbero a un orologio subacqueo meccanico per compiere immersioni professionali a profondità ragionevoli? Eccola lì, qualche timida mano alzata… nemmeno così tante, come immaginavo. Sì, perché nell’epoca dei computer da immersione, dei profondimetri da polso e delle altre fantastiche diavolerie tecnologiche pensate per agevolare e preservare la vita dei sub, utilizzare un meccanico in acqua è una scelta quantomeno naïf. O di stile, se si indossa un pezzo come il Mido Ocean Star Decompression Timer 1961. Ma a dirla tutta può diventare anche una questione di sicurezza – in caso di guasto ai sistemi elettronici -, ammesso che lo si sappia usare.

    L’orologio è infatti un vintage con i controfiocchi. Una di quelle edizioni che scelgono di essere fedeli al predecessore nell’estetica – ovvero, il Mido Ocean Star Skin Diver Watch, ref. 5907, degli anni ’60. Ma possono però contare sullo stato dell’arte in fatto di tecnologia e materiali.

    L’anima vintage dell’Ocean Star Decompression Timer 1961

    Così, ho scelto non a caso di focalizzarmi su questo orologio nella vastissima platea dei diver, che può annoverare pezzi sicuramente ben più celebri e marchi altrettanto blasonati. Pochi dei quali, però, con una storia e un carattere come quelli del Mido di cui mi occupo qui. Nipote di un nonno che, in un’epoca di subacquei generalmente monocromi e noiosetti, con quel quadrante ha avuto l’effetto di un petardo in chiesa al momento della consacrazione.

    Basta mettere una a fianco all’altro questa moderna limited edition (1961 pezzi, ça va sans dire…) e il suo antenato di 60 anni fa, per capire come Mido non abbia dovuto fare uno sforzo di creatività. Il quadrante con le scale di decompressione colorate, che sono valse all’orologio il soprannome di “Rainbow Diver”, è una trovata estetica e funzionale geniale per l’epoca e attualissima oggi. Con la differenza che nel 2020 è una goduria per gli occhi, mentre negli anni ’60 poteva anche decidere della vita o della morte di chi ci armeggiava.

    Poca elettronica ai tempi di Jacques Cousteau: leggibilità, ghiera girevole e tabelle di decompressione erano gli strumenti per immergersi in sicurezza. È vero che il Mido non era certo l’unico orologio dell’epoca con la scala sul quadrante (tra gli altri, ricordo il Vulcain Nautical Cricket, con svegliarino meccanico udibile anche sott’acqua). Ma quella dell’Ocean Star Decompression Timer allora come ora era intuitiva e facile da usare, per evitare quella letale fregatura chiamata embolia.

    Come funziona la scala

    La moderna tecnologia da polso e l’uso di camere di decompressione hanno reso i casi di embolia molto più rari. Eppure per i nostalgici che si immergono per passione, fermarsi a riposare a tre metri sotto la superficie dell’acqua aiuta il sangue a tornare a una pressione regolare. Riposare sì, ma per quanto tempo?

    È qui che entra in gioco la scala dell’Ocean Star Decompression Timer 1961. I numeri bianchi su fondo nero nello spicchio sopra le 12 indicano la profondità in metri (a sinistra) e in piedi (a destra); invece gli altri numeri sparsi sulle quattro scale corrispondono al tempo per cui è necessario fermarsi quando si raggiungono i -3 metri.

    Ad esempio, se ci si immerge a 25 metri, seguendo la scala gialla si vede che il limite di non decompressione è di 34 minuti (in corrispondenza dello 0); e se si rimane a -25 fino a 40 minuti, la sosta a -3 metri sarà di 5 minuti (in corrispondenza dell’8); se si rimane fino a 50 minuti, sarà di 20 (in corrispondenza del 10). Allo stesso modo, se si sta a -35 metri fino a 21 minuti (scala rosa) la sosta sarà di 5 minuti; di 25 per un’immersione di almeno 30 minuti. Il limite di decompressione è a 13 minuti. E così via, scala dopo scala.

    Mido proponeva all’epoca il nonno dell’Ocean Star Decompression Timer 1961, la ref. 5907, con quadrante a fondo bianco oppure nero, come l’attuale. Per quanto le scale di decompressione siano fedeli all’originale nella forma e nei colori, la scala delle profondità nella referenza degli anni ’60 era espressa in metri o in piedi, a seconda dei modelli, e non in abbinata. Segno dello spirito global, o interculturale, dei nostri giorni.

    Di calibro in calibro

    Altra differenza di base: la dimensione della cassa di acciaio, cresciuta agli attuali 40,5 mm dai 38 dell’originale. E nella cassa, of course, era ospitato un movimento differente da quello attuale. Si trattava infatti di un calibro automatico Mido della serie 11xx, sviluppato su base AS 1717. La scritta Powerwind sul quadrante si riferiva all’efficiente sistema di carica automatica sviluppato già nel 1954; il cui assemblaggio richiedeva meno componenti rispetto a un classico calibro e garantiva un’autonomia di circa 43 ore.

    Nulla a che vedere con il Mido Calibro 80 a carica automatica dei giorni nostri, che arriva fino 80 ore di autonomia. Figlio della famiglia di movimenti Powermatic 80, è stato sviluppato su base Eta C07.621; a sua volta derivato dal calibro Eta C07.111, introdotto nel 2011 ma le cui radici vanno molto più in profondità.

    La base originaria era infatti l’Eta 2824-2. Un’evoluzione del classico movimento Eterna 1427 che al momento in cui fu introdotto, nel 1955, era il calibro automatico più sottile al mondo. Eterna, all’epoca, era leader mondiale dei movimenti automatici: il suo primo utilizzo di cuscinetti a sfera nell’Eterna-Matic nel 1948 in un certo senso ha cambiato l’orologeria svizzera. I legami tra Eterna ed Eta sono rimasti forti e uno tra i più grandi cavalli di battaglia nella storia dell’orologeria, l’Eta 2824-2 appunto, è stato nei fatti figlio loro.

    Bel lavoro, Mido!

    Insomma, tirando le fila tra una scala e l’altra e valutando il Mido Ocean Star Decompression Timer 1961, mi sento un po’ come Mara Maionchi alle audizioni di X Factor: «Per me è sì!».

    Sì, perché dimostra che si può creare un vintage senza limitarsi a una brutta scopiazzatura; sì, perché materiali e prestazioni del calibro sono ai massimi livelli tra quelli degli orologi di questa fascia, non solo tra i marchi di Swatch Group; sì, perché il rapporto fra prezzo (1.150 euro!) e qualità è ottimo; sì, perché la precisione non è stata sacrificata sull’altare dell’estetica.

    Ecco perché l’orologio sarebbe piaciuto anche al grande poeta e drammaturgo francese Jean Cocteau. Che sosteneva: «Il mistero non esiste che nelle cose precise».

  • Endurance Pro: la sostenibile leggerezza di Breitling

    Endurance Pro: la sostenibile leggerezza di Breitling

    «Semplificare vuol dire anche aggiungere leggerezza», sosteneva Anthony Colin Bruce Chapman, l’ingegnere inglese che fondò la mitica casa automobilistica Lotus. Mica l’ultimo dei cretini: se diceva qualcosa, non era per dare aria ai denti. Ecco, questa frase potrebbe essere presa e incollata come payoff sulla scatola del nuovo Endurance Pro, il supersportivo professionale firmato Breitling, lanciato quest’anno dalla Casa di Grenchen. L’orologio è infatti come uno degli atleti che lo indossano abitualmente in gara, l’ironman tedesco Jan Frodeno: tosto ma leggero.

    Merito, diciamolo subito, del combinato disposto di due elementi tecnologici utilizzati insieme, all’interno della cassa e per creare la cassa stessa dell’Endurance Pro. Che ne migliorano le prestazioni e la portabilità: il movimento SuperQuartz e il materiale Breitlight.

    Endurance Pro e Breitlight

    Partiamo da quest’ultimo, non una novità per la Maison. Lanciato in prima mondiale a Baselworld 2016 sull’Avenger Hurricane, questo materiale è “3,3 volte più leggero del titanio e 5,8 volte più leggero dell’acciaio inossidabile”, come ricorda Breitling con orgoglio. Numeri stupefacenti, ma che cosa significano? Intanto, che nella cassa dell’Endurance Pro fa capolino quel diavolo di un carbonio.

    Il Breitlight, sviluppato e brevettato dal marchio, si aggiunge alla lista dei materiali creati dalle case orologiere per dar forma alle proprie casse: dal Texalium di Hublot al Carbotech di Panerai. È una sorta di polimero termoplastico rinforzato con l’inserimento di fibre di carbonio; come gli altri polimeri di questa derivazione può essere modellato per iniezione o stampo (alcuni possono persino “filati” in fibre sottilissime), con un solo risultato: la leggerezza, appunto. E leggero era anche l’orologio cui, nelle intenzioni della Maison, si ispira l’Endurance Pro, ossia lo Sprint degli anni ’70 con cassa in resina a cuscino. Forma scelta in quel decennio da diverse case per i propri sportivi, Heuer Autavia in primis.

    Oltre all’essere leggerissimo, termicamente stabile, ipoallergenico, resistente a qualsiasi maltrattamento e amagnetico (sì, nella cassa c’è un quarzo, ma anche i quarzi, come sapete, il magnetismo lo soffrono, eccome se lo soffrono, ahiloro…), il Breitlight dà alla cassa dell’Endurance Pro un ulteriore plus. Grazie alla texture sempre differente che gli deriva dalla lavorazione, ogni orologio può essere considerato un pezzo unico. Vero o no, è una cosa che per qualcuno può fare la differenza.

    Quarzo, per la precisione

    La modernità del Breitlight, dicevamo, è abbinata a quella del movimento SuperQuartz termocompensato Breitling 82. Modernità relativa, a dirla tutta, dal momento che i quarzi termocompensati sono antichi almeno quanto il quarzo in orologeria. O quasi, visto che li montavano già i Seiko VFA e Twin Quartz degli anni ’70 e ‘80.

    Se il quarzo soffre il magnetismo, ancora di più è influenzato dalle variazioni di calore, tanto che gli orologi tendono ad anticipare se fa caldo e a perdere secondi con il freddo. Per ovviare a questo, il movimento termocompensato introduce un circuito elettronico specifico, o una coppia di quarzi, che regolano l’oscillazione del cristallo in funzione della temperatura.

    La frequenza di oscillazione del singolo cristallo di quarzo è infatti mantenuta costante utilizzando un rilevatore di temperatura esterna, che consente al circuito analogico di regolare in base a essa il voltaggio da inviare al cristallo. Un sistema complesso, celebre perché impiegato nei calibri 5035 e 5055 Oysterquartz di Rolex. I calibri ETA termocompensati, invece, regolano le oscillazioni del cristallo attraverso un conteggio digitale. Rilevando la frequenza e la temperatura del cristallo, il circuito riesce a regolare le oscillazioni di quest’ultimo, correggendo scostamenti indotti dalle variazioni di temperatura.

    La regolazione delle oscillazioni del cristallo attraverso un conteggio digitale è utilizzata anche nei sistemi che impiegano la coppia di quarzi, uno dei quali lavora a 32kHz, l’altro a una frequenza maggiore. Entrambi subiscono variazioni nel numero di oscillazioni al cambiare della temperatura, ma in modo diverso; ciascuna discrepanza tra le frequenze dei cristalli corrisponde a una determinata temperatura che il circuito digitale utilizza per autoregolarsi e ovviare agli effetti della variazione subita dal cristallo che lavora a 32kHz, mantenendo la precisione di marcia. Detto in parole quasi semplici…

    Endurance Pro: i vantaggi

    A chi indossa l’orologio per lavoro, però, oscillazioni, quarzi, temperature interessano pochino, perché è gente che guarda al sodo; che in questo caso è una precisione “professionale”, unita a un altro vantaggio non indifferente: sono orologi pressoché indistruttibili. Di qualità spesso pari a quella dei meccanici e a un prezzo tutt’altro che inarrivabile; a differenza di molti altri sportivi meccanici creati in materiali hi-tech che costano come una berlina di lusso, se non come un appartamento. Ma ad abitare comodi in una cassa da 44-45 mm, a noi umani riesce difficilino.

    Nello specifico, poi, la precisione di questo orologio fa sì che il Breitling Endurance Pro sia al polso di gente come Federica Brignone, Vincenzo Nibali e Toni Cairoli; ma che possa essere portato anche con camicia e cravatta per tenere sotto controllo la durata di un noiosissimo marketing meeting.

    Endurance Pro: perché è sì

    C’è da dire, però, che sotto al polsino la cassa da 44 mm dell’Endurance Pro qualche problemino d’ingombro lo può dare; ma è facilmente superabile anche senza dover arrotolare la manica fino al gomito come amava fare Barack Obama. Merito del cinturino morbido e avvolgente in caucciù Diver Pro, arancione, bianco, blu, giallo o rosso; e soprattutto della fibbia a doppio ardiglione (no déployante, please…) anch’essa in Breitlight. In alternativa, possono essere acquistati separatamente i cinturini Nato Outerknown in filo Econyl, rigenerato da materiali di scarto come le reti da pesca. Così, anche chi ha la coscienza ambientalista sta tranquillo, oltre che comodo.

    Tiriamo le somme, allora. È vero, noi guardiamo il quarzo con un misto di ammirazione (per la sua precisione) e di sussiego (perché… ah, ma il fascino del meccanico è un’altra cosa!). E, oltretutto, possiamo contare su un polso non proprio adatto a un 44 mm. L’Endurance Pro è stato però un piacevole incontro. Ci ha convinto, oltre che per la sua vestibilità, per il suo mix di estetica e prestazioni e per la tecnologia impiegata da Breitling per crearla.

    Se avete la pazienza di scrollare l’articolo in su, di andarvi a rileggere le righe in cui abbiamo parlato del Breitlight e del quarzo termocompensato e di metterle insieme a quanto scritto dopo, capirete che, per noi, questo ricorso alla tecnologia non svilisce il valore dell’Endurance Pro. Lo esalta. Perché, come spiega Sir Arthur C. Clarke, il padre di 2001: Odissea nello spazio (così chiudiamo con un’altra citazione…): «Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia».