Giornale Degli Orologi
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Autore: Davide Passoni

  • Slimline Perpetual Calendar: la firma di Peter Speake su Frederique Constant

    Slimline Perpetual Calendar: la firma di Peter Speake su Frederique Constant

    L’orologeria è un mondo che richiede molte competenze e qualità, tra cui una buona memoria. Se parlo di Frederique Constant e le associo il nome del grande orologiaio inglese Peter Speake, vi viene in mente qualcosa? No? Allora provate a dare un’occhiata alle immagini del nuovo Slimline Perpetual Calendar Manufacture by Peter Speake della Maison ginevrina e vedrete che vi si potrebbe sbloccare un ricordo.

    Un ricordo che ci riporta indietro di un anno e mezzo, a metà 2022, quando Frederique Constant presentò una collaborazione con The Naked Watchmaker, che aveva come oggetto proprio il calendario perpetuo della collezione Slimline.

    La piattaforma online The Naked Watchmaker ha, nelle intenzioni dei fondatori, l’intento di “informare e ispirare le future generazioni di appassionati e collezionisti di orologi, offrendo a tutti una visione unica degli orologi e dell’industria dell’orologeria da una prospettiva educativa obiettiva”. E chi sono questi fondatori se non Daniela Marin e Peter Speake? Il quale ora torna “sulla scena del crimine” e rimette mano allo Slimline Perpetual Calendar Manufacture di Frederique Constant.

    Slimline Perpetual Calendar Manufacture: nudo è bello

    Sia l’orologio del 2022 sia quello di oggi sono in edizione limitata: 99 pezzi la prima, 135 pezzi l’attuale. Un numero, questo, che pare sempre più standard nelle limited edition di Frederique Constant. In entrambi i pezzi, la firma di Peter Speake sta nella sottrazione. L’orologiaio inglese è infatti un maestro della scheletratura, sia dei movimenti sia dei quadranti. E ha il proprio punto di forza nella capacità di togliere sovrastrutture agli orologi su cui lavora, fino a ridurli all’essenziale.

    Lo si vede subito guardando il quadrante. Qui, rimangono solo le strutture dei tre contatori e della finestra delle fasi lunari. Ciascun contatore è ridotto a un cerchio, sul quale sono indicati rispettivamente i mesi (a ore 12), i giorni del mese (a ore 3), i giorni della settimana (a ore 9). La finestra delle fasi lunari è a ore 12 e le facce del satellite sono riportate su un disco brunito con una bella satinatura circolare.

    Nella disposizione dei contatori dello Slimline Perpetual Calendar Manufacture, Frederique Constant ha scelto la struttura classica dei propri calendari perpetui. In cui privilegia la lettura delle informazioni più quotidiane sull’asse orizzontale (ore 9 – ore 3) e lasciando quelle meno utilizzate (indicazione dei mesi e delle fasi lunari) sull’asse verticale.

    Calendario perpetuo, leggibilità eterna

    Non dimentichiamoci del fatto che questo bell’orologino è soprattutto un calendario perpetuo. Il che significa, per chi è del mestiere, che ospita una complicazione di tutto rispetto, che lo distingue dal calendario completo e da quello annuale. 

    Il calendario completo indica la data, il giorno della settimana e i mesi. Poiché essi hanno una durata variabile di 30 o 31 giorni, nel calendario completo necessitano di una correzione manuale, allo stesso modo del mese di febbraio negli anni bisestili. Il calendario annuale riconosce invece i vari 30 e 31, ma non la durata di febbraio nell’anno bisestile, che richiede perciò una correzione, l’unica in un anno. Il calendario perpetuo, invece, calcola esattamente le diverse estensioni dei mesi, includendo gli anni bisestili.

    Nel caso dello Slimline Perpetual Calendar Manufacture di Frederique Constant, i tecnici della manifattura hanno fatto un ragionamento utilitaristico pensando all’anno bisestile. Poiché si tratta di una ricorrenza quadriennale, non è, per così dire, vitale che abbia un’indicazione eccessivamente visibile. Prevedere, magari, un sub-contatore e una lancetta in più per segnalarla avrebbe potuto affollare troppo un quadrante già pieno di informazioni. 

    Ebbene, nel contatore dei mesi alcuni sono indicati da un pallino stampato e tra essi vi è anche febbraio. In corrispondenza di questo mese, sul contatore è stata aperta una finestrella e il pallino sottostante, posto su un disco, diventa rosso solo durante gli anni bisestili. Sarebbe da comprare subito l’orologio per vedere l’effetto che fa in questo 2024.

    Una cassa nota

    In quanto a design e dimensioni della cassa, l’orologio si inserisce senza particolari deviazioni all’interno degli stili della collezione Slimline. Parliamo dunque di 42 mm di diametro, con uno spessore di 12,05 mm. Quest’ultimo, per il tipo di complicazione ospitata nella cassa, è un valore di tutto rispetto, che rende l’orologio ben vestibile prima ancora che leggibile. 

    La cassa è lucida, dalle forme morbide e arrotondate, enfatizzate dalla grande corona a cipolla. L’equilibrio della cassa non è intaccato dai pulsanti presenti sui fianchi, per le correzioni delle indicazioni del calendario. In questo senso, i designer di Frederique Constant hanno fatto un lavoro pulito e accurato.

    Il calibro: pro e contro

    Dal momento che questa versione dello Slimline Perpetual Calendar Manufacture è stata concepita per la scheletratura, va da sé che gli ingegneri e i designer di Frederique Constant hanno fatto il possibile per rendere il movimento il più “fotogenico” possibile. Ecco perché qui il calibro FC-775 ha avuto un trattamento particolare.

    Le ruote del calendario perpetuo, visibili dal quadrante, sono lavorate con una finitura circolare satinata e le viti sono azzurrate, per seguire un canone stilistico della migliore tradizione dell’alta orologeria ginevrina. Il fondello trasparente rivela il grande ponte color antracite lavorato a perlage e la massa oscillante traforata, tipica dei movimenti di manifattura di Frederique Constant. Il rotore è rivestito di colore blu e richiama le viti azzurrate.

    Per la cronaca, il calibro FC-775 è stato creato da Manuel Da Silva Matos e Pim Koeslag, rispettivamente Direttore ricerca e sviluppo e Direttore tecnico di Frederique Constant. Il loro lavoro congiunto ha permesso la nascita di uno dei calendari perpetuo più innovativi e facili da assemblare attualmente sul mercato.

    Lo spessore ridotto della cassa è in buona parte merito dello spessore contenuto del calibro: 6.7 mm. La finitura delle 191 parti che lo compongono si esegue con macchine CNC, in modo che siano garantite le tolleranze esatte. Il rovescio della medaglia, purtroppo, sta nelle prestazioni del calibro FC-775 che, a fronte di una frequenza di 28.800 alternanze/ora, parlano di un’autonomia modesta, 38 ore. Che comunque è un altro valore in linea con molti dei movimenti attuali di Frederique Constant.

    La filosofia dello Slimline Perpetual Calendar Manufacture

    Lo Slimline Perpetual Calendar Manufacture esce sul mercato a un prezzo competitivo per un calendario perpetuo di manifattura: 11.995 euro. Per 1.000 euro in più è disponibile una versione con cassa trattata Dlc color antracite, una tonalità che dà omogeneità cromatica all’intero orologio. Questa versione è limitata a 35 pezzi. È chiaro che un posizionamento di prezzo del genere è del tutto in linea con la mission che i fondatori di Frederique Constant, Aletta e Peter Stas, si sono dati: rendere accessibili gli orologi di lusso Swiss Made.

    Nel caso del nostro calendario, la cosa ha ancora più valore perché riguarda una complicazione regina ed è realizzata in collaborazione con uno dei maestri orologiai più interessanti attualmente al lavoro. L’approccio minimalista di Peter Speake può piacere o meno, così come l’idea della scheletratura su un orologio. Che in questo caso, lo ricordo, interessa il quadrante, non il movimento. A mio avviso, chi dovesse mettersi al polso questo Slimline farebbe un affare. Complicazione super e firma di prestigio a poco più di 10.000 euro, oggi, è una combo (come dicono i giovani) difficile da trovare. Al di là dei gusti personali.

  • Tonda PF Chronograph Rattrapante: la lezione di Parmigiani Fleurier

    Tonda PF Chronograph Rattrapante: la lezione di Parmigiani Fleurier

    Un gigante del design come Bruno Munari sosteneva che «tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare». Non so se Michel Parmigiani abbia mai letto questa frase, ma guardando il Tonda PF Chronograph Rattrapante di Parmigiani Fleurier qualche dubbio mi viene. Un orologio che abbiamo conosciuto nel 2021 nella versione in platino e che abbiamo ritrovato lo scorso anno vestito di oro rosa. Stesso approccio minimale nel design, superbo nella meccanica.

    Michel Parmigiani si era già cimentato con il cronografo rattrapante nel 2016, una creazione nata allora per celebrare i 20 anni del Marchio. Si trattava del Tonda Chronor Anniversaire, limitato a 25 pezzi, che ospitava nella cassa in oro bianco o rosa il calibro PF361, un movimento cronografico rattrapante a carica manuale totalmente sviluppato in manifattura. Un assaggio di come Parmigiani Fleurier era in grado di maneggiare la complicazione cronometrica rattrapante.

    Che cosa sia un cronografo rattrapante (o sdoppiante, è lo stesso) non sto a riscriverlo. Quanti di voi lo sanno passeranno oltre, chi non lo conosce o non se lo ricorda darà una lettura a questo pezzo per rinfrescarsi la memoria. Posso dire che si tratta con pochi dubbi di una complicazione eccelsa, non per tutti, e che proprio per questo motivo è ancora più eccellente se resa con la semplicità d’uso e di lettura che troviamo nel Tonda PF Chronograph Rattrapante.

    Armonia di contrasti

    A prima vista, per come pare a me, ciò che salta all’occhio tenendo l’orologio tra le mani è una strana sensazione di contrasto. Tra l’opulenza della cassa e del bracciale integrato in oro rosa e l’essenzialità, quasi la nudità del quadrante. Fateci caso. Non siamo ai livelli dell’oro giallo, ma in un orologio full gold anche l’oro rosa chiama spesso quadranti e lunette ricche, gridate, opulente. Qui no. Il grido dell’oro è soffocato dal silenzio del quadrante.

    Del resto, la collezione Tonda PF incarna quel concetto di “ricco minimalismo” che il Ceo di Parmigiani Fleurier, Guido Terreni, persegue fin dal suo ingresso in azienda tre anni fa. E il quadrante grigio argento del Tonda PF Chronograph Rattrapante è una sintesi di questa visione. La sua finitura sabbiata, con una sottile texture sulla base in platino massiccio, fa in modo che si mantenga una sensazione opaca uniforme anche sulle parti incassate dei contatori, posti su un piano leggermente inferiore.

    Un’omogeneità che si ritrova anche nella periferia del quadrante, dove la scala tachimetrica è affiancata da una scala pulsometrica calibrata su 30 pulsazioni. L’anello periferico è organico all’intero quadrante non solo per la finitura sabbiata, ma anche grazie ai dodici indici in oro rosa applicati a mano che lo collegano al centro del quadrante stesso. La lavorazione sfaccettata di questi indici gioca con la luce, illuminando l’insieme dell’orologio.

    Lancette ipnotiche

    Quello che poi interessa, sul quadrante, è anche il gioco delle lancette. Premendo il pulsante sul lato cassa a ore 2 si disingaggiano le due lancette del cronografo, che partono insieme. Premendo il pulsante a ore 4, si ferma quella superiore mentre quella inferiore continua a correre. Un’altra pressione a ore 4 porta la lancetta superiore a raggiungere l’altra. Il tempo parziale viene misurato al primo stop. 

    È un giro ipnotico, forse più elegante che utile, ma è la bellezza di questa complicazione raffinata. Girando girando, le due lancette cronografiche fanno poi muovere le lancette dei contatori. Il contatore dei 30 minuti a ore 3, dei secondi continui a ore 6 e delle 12 ore a ore 9 hanno i numeri arabi e gli indici stampati in nero.

    Le lancette dei contatori dei 30 minuti e delle 12 ore sono in acciaio come la lancetta cronografica superiore; quella dei secondi e la lancetta cronografica inferiore sono placcate oro. Un modo intuitivo per distinguere le loro funzioni.

    I codici di Parmigiani Fleurier

    Detto del quadrante, la parte soft dell’orologio, diamo anche un’occhiata a quella hard, ossia all’insieme di bracciale e cassa. Quest’ultima misura 42 mm di diametro per 15 di spessore, non pochi ma comunque corretti per consentire una visione pulita delle informazioni e per incassare un movimento dall’architettura complessa. Più che le misure, quello che fa sentire al polso la presenza dell’orologio è il peso dell’oro rosa.

    La lunetta è quella caratteristica zigrinata di Parmigiani Fleurier, che presenta finiture a contrasto spazzolate e lucidate a mano. Altri dettagli di design che inseriscono il Tonda PF Chronograph Rattrapante in pieno nella tradizione del Marchio sono i pulsanti a forma di goccia per l’avvio, l’arresto e l’azzeramento del cronografo, e le anse, sempre a goccia. 

    Le anse sono lucide, una finitura che va in continuità con quella della carrure e della parte esterna del bracciale. Le maglie interne hanno invece una finitura verticale che pare allungare le forme dell’orologio. Lucida è anche la corona, sovradimensionata (ha un diametro di 7,2 mm) e dotata di un pulsante integrato per la funzione rattrapante.

    La difficoltà del Tonda PF Chronograph Rattrapante

    La difficoltà di concepire e realizzare un movimento cronografico rattrapante, torno a sottolinearlo, è pari circa a quella che comporta la creazione di una ripetizione minuti o di un tourbillon. Già farlo non è semplice, farlo anche bello è poi una ulteriore sfida. Vinta da Parmigiani Fleurier, perché il calibro PF361 che muove il Tonda PF Chronograph Rattrapante è anche esteticamente impeccabile.

    Basta girare l’orologio sottosopra e dare un’occhiata al lato B attraverso il fondello trasparente per rendersene conto. L’architettura scheletrata del calibro è a due strati e consente di vedere molte parti tecniche del movimento, una cosa non usuale nei movimenti cronografici integrati. Saltano subito all’occhio la platina e i ponti del movimento in oro rosa, anche questo un fatto non usuale, che rimanda ad altri marchi eccelsi.

    La platina ha una lavorazione satinata opaca, mentre i ponti traforati, al contrario, hanno superfici spazzolate, i bordi smussati e gli spigoli lucidati manualmente. C’è un grandissimo numero di angoli esterni e interni sui ponti, delicatamente rifiniti a mano. Le svasature delle viti e le viti stesse sono lucidate e smussate, le ruote sono rifinite con una lavorazione circolare e le parti in acciaio hanno finiture diritte.

    La bellezza è ovunque

    Parmigiani Fleurier aveva già movimenti cronografici in collezione prima del 2016, ma erano modulari. La cosa eccezionale del PF361 sta nel fatto che il Brand ha scelto di creare da zero un nuovo cronografo rattrapante, per di più integrato. Quindi assai più complesso e delicato di un normale cronografo, non tanto per il numero dei componenti, quanto in termini di precisione e regolazione.

    Il calibro PF361 è dotato di due ruote a colonne: una per attivare la normale funzione cronografica, l’altra per dividere il tempo o recuperare il tempo dell’evento cronometrato attraverso la funzione rattrapante. Le due ruote sono collegate a un innesto verticale, che garantisce il funzionamento regolare della cronografia.

    Il bariletto della spirale è decorato con la firma di Michel Parmigiani e con dei disegni a forma di goccia. Tutti elementi che concorrono al totale di 309 componenti di cui è formato il calibro PF361. Per aggiungere ulteriore eccellenza al tutto, segnalo che il movimento del Tonda PF Chronograph Rattrapante è pure ad alta frequenza, perché lavora a 36.000 alternanze/ora. In quest’ottica le 65 ore di autonomia sono quasi un prodigio. Va da sé che tale velocità aggiunge precisione alla rilevazione cronometrica, perché consente di misurare intervalli di 1/10 di secondo, rispetto a 1/8 di secondo di un classico cronografo a 28.800 alternanze.

    Tonda PF Chronograph Rattrapante: valore nel tempo

    Concludo con due luoghi comuni che si adattano a questo pezzo strepitoso di Parmigiani Fleurier e che, come spesso accade, sono anche pillole di buon senso. Uno: la qualità si paga. Due: come diceva mia nonna, chi più spende, meno spende.

    In effetti 155mila franchi pochi non sono. Perché, come penso abbiate capito, da un lato c’è qualità in abbondanza, dall’altro c’è però la certezza di mettersi al polso un oggetto fatto per durare e, magari, anche per rivalutarsi nel tempo. Di sicuro c’è la firma di un guru che, grazie alla lunga esperienza di restauratore, ha capito che in orologeria la forma vale spesso quanto la sostanza. Il Tonda PF Chronograph Rattrapante ne è la prova.

  • Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel: bellezza e coraggio

    Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel: bellezza e coraggio

    Lo confesso: il Moser Streamliner è uno di quegli orologi per i quali sarei capace di fare una pazzia. Non stupitevi, quindi, se nelle prossime righe in cui scriverò del nuovo Streamliner Small Seconds Blue Enamel mi lascerò prendere un po’ la mano. Al diavolo il giornalismo anglosassone in cui i fatti sono separati dalle opinioni.

    Che l’orologio di H. Moser & Cie. sia un pezzo d’arte non è un’opinione ma un dato incontrovertibile, è esso stesso un fatto. Per cui non separo un bel niente e dichiaro subito che, per me, questo Moser Streamliner è uno dei solo tempo più belli attualmente in circolazione. E cercherò di spiegarvi per quale motivo, lasciando parlare non tanto le mie emozioni (di cui legittimamente poco o nulla importa a voi lettori) quanto l’orologio stesso. Sarà lui a convincervi della propria eccellenza.

    La cura dimagrante del Moser Streamliner

    Lo scrivo a ragion veduta, perché la scorsa primavera ho avuto il privilegio di visitare la manifattura di H. Moser & Cie. in Svizzera (come ho raccontato qui e qui) e di osservare da vicino come nascono gli orologi del Marchio, Streamliner in primis. Oltre, naturalmente, alla possibilità di provare al polso le varie referenze di questa collezione. Come spesso scrivo, indossare un orologio è il modo migliore per confermare un eventuale colpo di fulmine scoccato guardando una vetrina o un’immagine online o su carta. O per beccarsi una cocente delusione se, una volta al polso, la sensazione e la vestibilità risultano deludenti.

    Ebbene, parto proprio dalla vestibilità, perché la cassa del Moser Streamliner è una prova d’artista in fatto di ergonomia e di indossabilità. Lo è con le misure da 40 o 42,3 mm, figuriamoci con quella dello Streamliner Small Seconds Blue Enamel, scesa alla dimensione aurea di 39 mm. Per non parlare dello spessore, che arriva ora a 10,9 mm comprendendo il vetro.      

    Questa collezione fa della “aerodinamicità” delle forme il proprio tratto distintivo. Non a caso, il nome prende ispirazione dal design di alcuni treni ad alta velocità degli anni ’20 e ’30 dei quali l’orologio richiama le linee. Eppure, anche lo Streamliner ha sempre sofferto di quello che per Moser è stato a lungo un fattore limitante: le dimensioni, appunto. Limitate, principalmente, dalle dimensioni dei movimenti incassati negli orologi del Brand.

    Nel caso del Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel, un movimento più piccolo ha permesso alla Manifattura di ridurre la forma della cassa quanto basta per rifinire le linee dell’orologio. Un cambiamento all’apparenza minimo, che ha apportato però un miglioramento immediato. I lati della cassa sono infatti ancora più morbidi dall’alto verso il basso e dal quadrante alla lunetta, con una transizione più docile tra la cassa e il bracciale.

    Piccolo calibro, grande vantaggio

    Prodigi del nuovo calibro HMC 500. Proprio grazie a questo movimento l’orologio è leggermente più piccolo: è sceso di 1 mm in larghezza e di 0,9 mm di spessore. Il nuovo calibro di manifattura con micro-rotore è prodotto da H. Moser & Cie. al 100% e misura 30 mm per 4,5 mm di spessore. Numeri che lo rendono il movimento più piccolo realizzato dal Brand nel 21° secolo.

    Grazie al pesante rotore in platino e a componenti più piccoli e sottili, il calibro automatico HMC 500 offre anche 74 ore di riserva di carica. È indubbio che questa riduzione significativa delle dimensioni dei movimenti potrà dare l’opportunità a H. Moser & Cie. di creare in futuro calibri ancora più piccoli, aprendo il Marchio anche a segmenti di appassionati che apprezzano i diametri più contenuti.

    Come sempre accade quando parliamo di questo Brand, focalizzarsi sull’eccellenza meccanica del calibro HMC 500 non significa tralasciarne le finiture. Esse diventano parte integrante del movimento, con un’attenzione al bello che va di pari passo con quella spasmodica nei confronti della precisione. L’ho potuto toccare con mano durante la mia visita in manifattura, all’interno dei diversi dipartimenti dell’azienda.

    Dove, purtroppo, non ho avuto modo di vedere da vicino la produzione dei quadranti strepitosi, banalmente perché si producono altrove. Perché quando si parla del Brand di Neuhausen am Rheinfall, la prima caratteristica alla quale si pensa sono, come è ovvio, i quadranti. E anche quello del Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel è semplicemente unico.

    Un quadrante all’altezza

    Chiamata da Moser “Aqua Blue”, questa tonalità in smalto Grand Feu accentua l’impatto visivo dell’acciaio di cassa e bracciale. La lavorazione si avvale del tocco di un maestro artigiano che dà una finitura nuova al fumé che ha reso celebre il Brand. Nella resa visiva ricorda la finitura cosiddetta “frosted”, ossia “ghiacciata”, che caratterizza gli orologi di altri celebri marchi. Li ricorda, ma qui c’è di più.

    Perché l’artigiano parte da un motivo inciso su una base in oro, il cui effetto richiama alla mente quello della martellatura. Da lì, l’artigiano lava, polverizza finemente e applica al quadrante tre diversi pigmenti di colore, con una tecnica che punta a creare un effetto “ombré”. La difficoltà per lo smaltatore sta nell’applicare i pigmenti uno dopo l’altro con una cura tale da impedire che si ossidino e si mescolino tra di loro una volta cotti nella fornace. 

    Il risultato è un quadrante sempre unico, su cui i riflessi della luce danno alla superficie un movimento costante. La purezza del quadrante è accentuata dall’assenza del datario (sia benedetta Moser!), che ne avrebbe potuto “sporcare” la superficie, e dall’assenza del logo. Questa volta nessun logo trasparente o invisibile: semplicemente, non c’è.

    A “muovere” il quadrante c’è solo il contatore dei piccoli secondi a ore 6, caratterizzato da una decorazione circolare e laccata che spezza l’organicità dell’insieme. Leggendo in giro qua e là, tra forum e siti, ho trovato non pochi profeti della purezza che trovano questo contatore fuori luogo, colpevole di inquinare l’armonia del Grand Feu.

    Fatevi la vostra opinione. Io trovo l’idea di mettere per la prima volta i piccoli secondi nella collezione Moser Streamliner in linea con la filosofia propria di questa referenza. Che è la prima a portare in collezione questa lavorazione particolare del quadrante (la troviamo già in casa Moser, ma nella Endeavour con il calendario perpetuo) e la prima a scendere sotto i 40 mm.

    Un nuovo segmento per il Moser Streamliner?

    Dimensioni e lavorazione del quadrante sono dunque, a mio avviso, i due principali focus su cui concentrarsi ragionando del Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel. Altri dettagli li lascio alle didascalie, per poter apprezzare in pieno le caratteristiche dell’orologio. 

    Preferisco chiudere con un ragionamento centrato sul prezzo, che nel caso di questo orologio non è banale. Parliamo di un solo tempo in acciaio che esce sul mercato a 29.900 franchi svizzeri. L’altro solo tempo della collezione Streamliner, quel Centre Seconds color salmone affumicato che ha fatto impazzire i collezionisti ed è andato esaurito in un amen, ne costava 19.900.

    I solo tempo della linea Pioneer oscillano tra i 12.900 e i 13.900, come gli Heritage. Gli Endeavour, tra cui i Vantablack, si fermano a 25.000 franchi. In sostanza, lo Streamliner in questione inaugura una nuova fascia prezzo per un certo tipo di Moser. E si avvicina a un Royal Oak, mentre in generale certe referenze del Brand si sono spesso poste come alternative più economiche ma ugualmente prestigiose (e in un certo senso più chic) ai più importanti (e introvabili) marchi mainstream.

    Una scelta coraggiosa, sicuramente ponderata, probabilmente vincente. Perché la desiderabilità del Marchio è cresciuta negli anni di pari passo con la qualità degli orologi e l’autorevolezza della filosofia produttiva di H. Moser & Cie. Scommettiamo che alla fine avrà ragione Edouard Meylan e che non riusciranno a star dietro alle richieste?

  • Garmin Marq Carbon, la prova al polso

    Garmin Marq Carbon, la prova al polso

    Con la collezione Marq, Garmin ha da tempo alzato l’asticella della qualità nel settore degli smartwatch. Sistemi operativi di ultima generazione, usabilità intuitiva e immediata, vestibilità ottimale e materiali moderni e di altissima qualità caratterizzano la collezione di punta del marchio americano. La referenza più recente è il Garmin Marq Carbon, che ho avuto l’opportunità di testare e toccare con mano nella versione Commander, come ho fatto lo scorso ottobre con il Tactix 7 Amoled Edition. Eccomi qui a condividere con voi impressioni ed esperienze.

    Parto con il dire che non sono un novizio della collezione, in quanto possiedo un Marq 2 Athlete. Questo significa che, da una parte, prima di mettermi al polso il Garmin Marq Carbon conoscevo l’ecosistema Garmin, dall’altra sapevo che tipo di performance attendermi da un orologio così. Eppure, nonostante questo, lo smartwatch è riuscito a sorprendermi soprattutto per il tratto che lo distingue da tutti gli altri: la cassa in carbonio.

    Il fascino del carbonio

    Non si tratta certo di una prima assoluta in orologeria, anzi. Eppure, quando ho avuto l’orologio tra le mani, ho capito molto di quanto mi aveva raccontato, durante una chiacchierata, il creative leader di Garmin, Todd Register. In primis il fatto che la cassa in fibra di carbonio è uno sbocco naturale per la collezione Marq, una linea votata alla performance.

    Il carbonio è al vertice tra i materiali performanti, ma per arrivare al Garmin Marq Carbon il percorso è stato lungo. Per trovare e creare il giusto amalgama che superasse tutti i test cui deve essere sottoposto un vero adventure watch, ci sono voluti circa cinque anni.

    Da tempo, infatti, il Brand era impegnato nella valutazione e nella scelta di fibre di carbonio, un materiale la cui lavorazione è complessa. Serve tempo per trovare la giusta disposizione degli strati in modo che la resistenza agli sforzi, alle cadute e alla trazione siano ottimali. Una fase di prove che ha richiesto molto tempo, poiché il Garmin Marq Carbon è stato testato secondo le specifiche militari. Ciò significa centinaia cadute con diversi angoli d’impatto, su diversi materiali come cemento o acciaio. 

    Il risultato è una cassa da 46 mm di diametro (standard della collezione Marq 2) per 15 di spessore. Un valore, quest’ultimo, non banale per uno smartwatch, dispositivo spesso associato a qualcosa di ingombrante, una specie di mattoncino da polso. E invece no. Sia l’ottimo rapporto tra spessore e diametro, sia l’uso del carbonio rendono l’orologio comodissimo.

    Lo schermo del Garmin Marq Carbon

    Altro plus del Garmin Marq Carbon è lo schermo. Si tratta di un Amoled, ormai lo stato dell’arte per gli smartwatch di alta gamma, che misura 12 pollici, pari a 30,4 mm. La risoluzione di 390×390 pixel è al di sotto, per esempio, dei 454×454 del Tactix 7 Amoled Edition, ma non dimentichiamo che quello è un device con cassa da 51 mm.

    Detto questo, il display è perfettamente leggibile in qualsiasi condizione di luce, anche indossando occhiali per la visione notturna. La versione Commander è infatti pensata per un utilizzo militare, anche in missioni che prevedano volo e lanci con il paracadute.

    Proprio per un tale impiego lo smartwatch è dotato di funzionalità strategiche come la modalità Stealth, che lo mantiene operativo ma cessa di memorizzare e condividere la posizione GPS e disabilita la connettività e la comunicazione wireless. L’ho provata, anche se non ero al fronte: funziona. Per le operazioni in volo, segnala il Brand, il Garmin Marq Carbon è dotato di un pacchetto dedicato, composto dalle funzioni “direct-to” per navigare verso una posizione, un waypoint o un aeroporto vicino, e da differenti bollettini meteo.

    Un cervellone al polso

    La suite di app dedicate al benessere è più che fornita e in linea con quella che si può trovare nei device alto di gamma di Garmin. Dal valore dell’ossigenazione del sangue (quanto mai richiesto dopo lo choc del Covid) alle più classiche frequenze respiratorie e cardiache, fino ai parametri di idratazione e temperatura, ce n’è davvero di ogni. Date un’occhiata al sito ufficiale per rendervene conto.

    Allo stesso modo abbondano le funzioni per monitorare le attività sportive: dai profili per le sessioni in palestra a quelli per la corsa indoor e outdoor; dai profili multisport, bici o nuoto fino a quelli per le attività all’aperto o per gli sport acquatici o con racchetta. Si possono persino monitorare le proprie performance nel cricket o nell’hockey su prato, ma non sono arrivato a tanto.

    Quello che mi importa sottolineare, a parte la ricchezza della suite, è la precisione che il Garmin Marq Carbon ha nella rilevazione delle attività e dei parametri biometrici. Una precisione che è anch’essa “figlia” del carbonio. In che senso, vi chiederete. Provate a ragionare.

    Il peso dell’orologio è importante, perché l’operatività dei rilevatori biometrici che sono sul fondello può essere influenzata negativamente dal movimento del device: più esso è pesante, più rischia di muoversi con gli spostamenti del polso inficiando la precisione delle rilevazioni. Poiché il carbonio (così come anche il titanio, che caratterizza la collezione Marq 2) è leggerissimo, gli spostamenti dell’orologio indossato sono minimi anche durante l’attività fisica. In questo modo si massimizza il contatto del polso con i sensori posti sul fondello, garantendo rilevazioni precisissime. Per inciso, l’orologio pesa 76 grammi con il cinturino in nylon, uno in meno con quello in silicone.

    Garmin Marq Carbon, l’impressione estetica

    Qualche parola, infine, sull’estetica del Garmin Marq Carbon. Il colpo d’occhio, al di là delle performance e delle funzionalità, ha infatti il suo peso e nel caso di questo smartwatch è davvero notevole. Il nero profondo di cassa e cinturino è a mio personale gusto molto bello, soprattutto se parliamo del cinturino in nylon. Ha infatti una trama jacquard che richiama le venature e gli strati del carbonio sulla cassa e rende l’impatto visivo dell’orologio molto omogeneo.

    È evidente come per Garmin la collezione Marq sia un po’ come una concept car, sulla quale sperimentare nuovi materiali e nuove tecnologie e migliorarle, in modo che possano essere applicate anche ad altre collezioni. Creare questo tipo di orologi è molto costoso e ciò implica un posizionamento di prezzo alto: il Garmin Marq Carbon Commander che ho provato io costa 3.200 euro, le versioni Golfer e Athlete si fermano a 2.950 euro.

    Siamo, non dimentichiamolo, al top di gamma per Garmin e il perché credo sia chiaro da ciò che scritto finora e da ciò che potete leggere nelle didascalie. Per quanto abbia potuto provare questo tool watch solo per poche ore e non per diversi giorni come nel caso del Tactix 7 Amoled Edition, il feeling è scattato subito. Spero di avervi almeno in parte fatto capire il perché e di avervi minimamente incuriosito. Specialmente se siete gente, come me, per la quale la funzionalità è nulla senza l’emozione della bellezza.

  • RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, l’effetto farfalla di Richard Mille

    RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, l’effetto farfalla di Richard Mille

    Che Richard Mille sia ormai un mostro sacro dell’orologeria è fuor di dubbio. Ma non è sempre stato così, anzi. Sono ben note le storie in cui si racconta che il signor Mille, agli esordi, cercava di convincere potenziali clienti e investitori della qualità dei suoi pezzi sbattendo letteralmente contro un muro gli orologi, per provare la loro resistenza. C’è riuscito a convincerli, eccome. Lo ha fatto anche grazie all’aiuto di notissimi ambassador che, per primi, hanno creduto in lui. Tra essi, storico, è Rafael Nadal.
    Al campione maiorchino si riconosce il merito di aver aiutato Richard Mille a diventare famoso. Non stupisce, ed è giusto così, che ci sia una produzione costante di nuovi orologi da parte del Brand per onorare questa collaborazione. L’ultimo arrivato è il cosiddetto nuovo “Baby Nadal”, l’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, ora con cassa in Carbon Tpt.

    Doppio pulsante

    Si tratta di una classica creazione di Richard Mille, che mette insieme, in un orologio dal look pazzesco, materiali leggerissimi, d’avanguardia e una complicazione meccanica che solo un brand così può concepire. Nel caso di questo modello, è una complicazione destinata ad adattarsi all’utilizzo che si vuol fare dell’orologio. Trattandosi di un pezzo per Rafael Nadal, va da sé che parliamo di un utilizzo sportivo.

    Parto proprio da qui, dalla complicazione meccanica, perché è a mio avviso l’aspetto più interessante e, passatemi il termine, figo, dell’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal. Come spesso accade negli orologi del Brand, la complicazione assume, per chi li usa, la forma di un pulsante. Due, in questo caso, posizionati sui lati opposti della cassa, a ore 2 e a ore 7. Quest’ultimo reca la scritta “Sport Mode”, l’altro la scritta “Selector”. Entrambi sono collegati al calibro automatico RMAL2 che si trova all’interno della cassa.

    Chi conosce Richard Mille sa che i calibri dei suoi orologi hanno spesso un rotore a carica automatica a geometria variabile, la cui inerzia può essere regolata per far sì che esso si avvolga in modo differente. Con più forza, ricostituendo la riserva di carica in modo più rapido quando l’orologio è indossato da chi vive una vita meno attiva. Con più delicatezza, per ridurre al minimo l’usura del meccanismo nel caso in cui lo si metta al polso frequentemente, durante una pratica sportiva che mette a dura prova le parti del meccanismo.

    In un brand normale, per apportare questa modifica, l’orologio deve essere aperto e il rotore regolato a mano da un orologiaio. Ma Richard Mille non è un marchio normale. Ecco perché l’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal ha un’innovazione brevettata a dir poco prodigiosa, un rotore a farfalla per la ricarica automatica. Questa innovazione è gestita proprio dal pulsante “Sport Mode” il quale, a tutti gli effetti, spezza a metà il rotore. «In che senso?», chiederebbe Leo-Verdone di Un sacco bello. Vediamo.

    La farfalla di Richard Mille

    Il rotore a farfalla è costituito da due bracci in titanio grado 5 con applicati alcuni segmenti periferici in metallo pesante. Sono collegati al pulsante a ore 7 attraverso un treno di ingranaggi dedicato al loro azionamento. Nella loro posizione iniziale, i bracci sono affiancati e costituiscono un classico rotore a mezzaluna da 180 gradi. In questa configurazione lo sbilanciano, concentrandone la massa da una parte e convertendo ogni movimento del polso in una rotazione utile a riavvolgere la molla.

    Premendo il pulsante “Sport”, gli ingranaggi dedicati al sistema “spezzano” il rotore posizionando simmetricamente a 180 gradi i due bracci, che gli fanno assumere la forma di una farfalla. In questo modo lo bilanciano e lo rendono meno sensibile ai movimenti del polso. Sospendendo quindi il processo di avvolgimento della molla di ricarica, se ne impedisce una tensione eccessiva che rischierebbe di danneggiarla.

    La disposizione divisa è quella prevista per l’utilizzo dell’orologio durante l’attività sportiva, in quanto distribuisce più uniformemente il peso del rotore stoesso, riducendo così l’usura del cuscinetto. È un meccanismo che in un certo senso ricorda quello di un cronografo rattrapante, che utilizza anch’esso una piccola molla: in questo orologio, essa tira con forza questi componenti piuttosto pesanti. Un piccolo display sul quadrante con le scritte “On” e “Off” a ore 6 indica, tramite una lancetta, se il sistema di carica è in funzione o disattivato, dopo aver selezionato la modalità “Sport”.

    Selezionare la marcia

    L’altro pulsante, quello indicato come “Selector”, non specifica che cosa seleziona. È vero che gli amanti di Richard Mille non hanno bisogno di spiegazioni perché conoscono già simili diavolerie nei suoi orologi, ma è singolare constatare come gli orologiai e gli ingegneri spesso non ragionano come un utente finale.

    Ebbene, come in altri orologi del marchio, il pulsante seleziona la funzione della corona. W per la carica (winding), N per il neutro (neutral), H per l’impostazione dell’ora (hour). Sempre sul quadrante, a ore 2:30, c’è un display più piccolo con un’altra lancetta rossa che indica le posizioni W, N e H per conoscere la funzione disponibile per la corona. Non sarebbe bastata una corona estraibile?, chiederete voi. Ma sarebbe stato un Richard Mille, chiedo io?

    Materiali al potere

    Svelato quindi il mistero del doppio pulsante, esco dal calibro e arrivo alla cassa. Le dimensioni sono le classiche, generose, cui ci ha abituati Richard Mille: 43,15 mm per 49,95 mm per 13,15 mm di spessore. Inutile, o quasi, ricordare che le dimensioni passano in secondo piano quando si parla di un orologio-piuma, il cui peso è dato dal combinato disposto di cinturino in caucciù, movimento scheletrato e cassa in materiale composito ultraleggero. Del resto, è pensato per risultare quasi impercettibile al polso durante l’attività sportiva.

    L’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal con la cassa in questo straordinario materiale si affianca alle altre due versioni, quella in Blue Quartz Tpt e quella in White Quartz Tpt e Carbon Tpt. Si tratta di materiali leggeri, che lavorano in sinergia con la platina e i ponti del movimento in titanio grado 5 per garantire un comfort ideale mentre si gioca a tennis o si praticano altri sport agonistici. 

    Giusto per rinfrescare la memoria, il Carbon Tpt e il Quartz Tpt sono materiali composti da più strati di filamenti paralleli ottenuti dividendo fibre di carbonio o fili di silicio. Una resina impregna questi strati, che hanno uno spessore massimo di 45 micron, e poi una speciale macchina li tesse letteralmente, modificando l’orientamento della trama di 45 gradi tra uno strato e l’altro. Riscaldati a 120 gradi centigradi e lavorati a una pressione di 6 bar, questi materiali sono poi pronti per essere modellate su una macchina Cnc nella fabbrica di casse di Richard Mille. La cassa è poi assemblata con 20 viti scanalate in titanio grado 5 e con rondelle resistenti all’abrasione in acciaio inossidabile 316L.

    Se Richard Mille sposta gli equilibri…

    Segnalo infine il prezzo, che è di 211.000 franchi svizzeri tasse escluse. Tutto sommato un costo al di sotto di quello di molte altre referenze di Richard Mille, anche all’interno della collezione creata per Rafael Nadal. Per ulteriori dettagli sull’orologio, vi rimando alle didascalie e chiudo con una riflessione stimolata dal fatto che il Brand, nella cartella stampa di presentazione dell’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, parla di “effetto farfalla”.

    Lo fa, ovviamente, giocando sulla forma del rotore dell’orologio e mettendola in relazione a un’idea matematica presente nella teoria del caos. L’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali di un sistema producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine del sistema stesso. Ebbene, è un po’ quello che è successo all’industria con l’arrivo di Richard Mille. Un Brand nel complesso piccolo rispetto ad altri colossi, che si è inserito nel sistema dell’orologeria con piccole variazioni che ne hanno modificato – in questo caso a breve termine – comportamento e condizioni. Un battito d’ali del marchio e l’orologeria è cambiata per sempre.

  • Bulova Jet Star e la nobiltà del quarzo

    Bulova Jet Star e la nobiltà del quarzo

    Appena ho visto il nuovo Bulova Jet Star mi sono fatto una domanda che mi pongo spesso. Da addetto ai lavori o sedicente tale, mi sono chiesto come mai il glorioso Marchio, fondato da Joseph Bulova nel 1875 e oggi appartenente a Citizen Group, non gode sempre della considerazione che merita. Anzi, che stramerita.

    La storia di Bulova è infatti ricchissima, sia dal punto di vista dei modelli prodotti, sia da quello dei movimenti. Basta dire Accutron e si apre un mondo di ricerca, sviluppo e tecnologia, che nella seconda metà del secolo scorso ha cambiato del tutto il mondo dell’orologeria. Ma non è certamente solo questo.

    Oggi parlo del Bulova Jet Star, ma modelli come il Lunar Pilot, l’Oceanographer o il Computron sono pietre miliari non solo del Marchio, ma dell’intero mercato. Soprattutto grazie alla capacità del Brand di investire in tecnologia, per stare al passo con i tempi e rispondere in modo efficace ai cambiamenti del mercato.

    Lavoro a più livelli

    Un mercato che negli anni ’70, quando il Bulova Jet Star vide la luce, puntava su orologi con caratteristiche tecniche ed estetiche ben definite. Così definite che questo pezzo, nato nel 1973, le possedeva tutte e oggi le porta nel Terzo Millennio intatte nell’essenza e modernizzate nei materiali e nel design. Operazione non banale, nonostante l’estetica anni ’70 sia ancora tanto apprezzata dagli appassionati.

    Non basta, infatti, prendere un orologio di 50 anni fa, fargli un minimo di maquillage e buttarlo in pasto agli appetiti di chi ama le forme rétro. Il lavoro da fare è a più livelli, a partire dai materiali e dai movimenti, per arrivare solo da ultimo all’estetica. Che è sì la prima molla che nella stragrande maggioranza delle persone, appassionate e non, fa scattare l’acquisto; ma che è anche la punta dell’iceberg, il traguardo finale che completa un oggetto che è, non di rado, un organismo perfetto.

    Il Bulova Jet Star e la precisione

    Ecco perché il nuovo Bulova Jet Star va conosciuto per bene. E credo che il modo migliore per farlo sia partire dall’interno della cassa: dal movimento. Dal ben noto Bulova HPQ Precisionist. Un calibro che, fino ad ora, era impiegato in orologi di dimensioni notevolmente maggiori rispetto a quelle del nuovo Jet Star. La cui introduzione consente dunque a questa tecnologia proprietaria di essere indossata da uno spettro molto più ampio di polsi. 

    Dotato di cristallo di quarzo a tre rebbi, l’HPQ Precisionist (dove l’acronimo sta per “high precision quartz”) è un movimento che vibra a 262kHz, una frequenza che spinge la lancetta dei secondi a battere 16 volte al secondo, ed è preciso entro cinque secondi al mese. La frequenza, otto volte superiore a quella di un quarzo standard, potrebbe far pensare a un movimento energivoro, mentre in realtà la durata della batteria è simile a quella di altri calibri al quarzo standard. 

    Che si tratti della precisione di movimenti termocompensati come il Superquartz di Breitling o dell’intrigante miscela di quarzo e tecnologia meccanica alla base della serie Spring Drive di Seiko, il quarzo high-tech occupa oggi più che in passato un posto d’onore tra le collezioni degli appassionati più irriducibili.

    Finora la serie di movimenti al quarzo ad altissima frequenza di Bulova è stata in gran parte limitata alla serie Precisionist, aggressiva e polarizzante. Con l’introduzione nella collezione Bulova Jet Star per il 2023, tuttavia, il Marchio mira a portare questa tecnologia in orologi con un design dal fascino più ampio.

    Comodo e rifinito

    E vediamo allora questo design. Come scritto sopra, la cassa riprende nelle forme quella del Jet Star presentato nel 1973. Sebbene misuri 40 mm di diametro, al polso l’orologio ha una dimensione più vicina ai 38 mm grazie alle anse relativamente corte. Ho avuto la possibilità di provarlo sul mio polso da 16,5 cm e lo confermo: il nuovo Bulova Jet Star è comodo e vestibile.

    La forma a tartaruga della cassa armonizza dolci curve inclinate e ampi piani angolari. Il contorno è vagamente ottagonale, in contrasto con la forma circolare continua dell’originale del 1973, con ciascuno dei lati della cassa spazzolati verticalmente e suddivisi in tre sfaccettature distinte. Le superfici della parte superiore e le anse sono modellate da ampi piani lucidati che si allargano in modo deciso e creano un insieme brillante.

    Vi sono dettagli straordinariamente d’effetto nei punti più fini del design del Bulova Jet Star. Uno di questi si trova sotto la lunetta lucida e inclinata. Piuttosto che una semplice finitura spazzolata o lucida, il sottile anello tra la lunetta e gli smussi della superficie inferiore è rifinito con un’esclusiva spazzolatura soleil, che richiama quella del quadrante e crea una sensazione omogenea.

    I quadranti del Bulova Jet Star

    Sebbene il disegno del quadrante del Bulova Jet Star possa essere relativamente semplice, l’esecuzione di ottima fattura gli consente di risaltare. È disponibile nelle tonalità del rosso, del nero, del grigio e del bianco. Il rosso, che Bulova chiama merlot, è lavorato con una tonalità dégradé che scurisce man mano che dal centro si passa alla periferia, dove diventa nero. Stesso trattamento per il grigio, che al centro è quasi bianco. Il nero è invece omogeneo.

    Interessante la versione con il quadrante bianco, che Bulova ha realizzato in edizione limitata di 7300 pezzi (un po’ tantini, credo, per una limited edition…), di cui 150 destinati all’Italia. Intanto, a differenza delle altre referenze, ha una bella lavorazione soleil che rende il quadrante luminoso. Gli indici applicati (come negli altri modelli), le grandi lancette a bastone e il giro della minuteria sono rossi e blu. Insieme al bianco del quadrante, sono una reminiscenza dei colori della bandiera americana, Paese natale del Marchio.

    Rosso e blu è anche il logo dell’infinito che distingue il movimento HPQ Precisionist, posto a ore 6. I medesimi colori si ritrovano nel cinturino in pelle aggiuntivo, con cui è venduto l’orologio, che è in pelle blu con le impunture rosse. È l’unico dei quattro modelli del Bulova Jet Star ad avere l’accoppiata bracciale-cinturino: le referenze con quadrante nero e merlot hanno solo il bracciale in acciaio, quella con quadrante grigio dégradé ha un cinturino nero in pelle con fibbia ad ardiglione.

    Puntini sulle i

    Per concludere, quindi, il mio giudizio su questo orologio è positivo, indipendentemente dal fatto che possa piacermi o meno. Credo di aver provato a illustrarvi i suoi molti pro, mentre per i contro, ora che rileggo quanto ho scritto, mi accorgo di non averne indicato nessuno.
    A voler essere rompiballe, posso segnalare che la versione braccialata non è proprio leggerissima: al polso i suoi 150 grammi circa si sentono tutti. Va meglio per la referenza con il cinturino, per la quale il peso si dimezza.

    Oppure, ancora, ammetto che il 12,5 mm di spessore non sono pochissimi per un solo tempo al quarzo, per quanto sappiamo di quale quarzo si parla. Se non altro, però, la percezione dell’altezza della cassa è mitigata dalla vestibilità al polso di cui ho scritto sopra. Di certo, come spesso accade con gli orologi del Marchio americano, il rapporto qualità-prezzo è insuperabile. Parliamo infatti di 429 euro per le versioni braccialate e di 399 euro per quella con il cinturino. La limited edition esce invece al pubblico a 499 euro. Cifre più che concorrenziali considerando i contenuti del Bulova Jet Star. Ho scritto sopra che l’estetica è spesso la prima molla che fa scattare l’acquisto: se abbinata a un giusto prezzo, è ancora più efficace.

  • Tissot Le Locle 20th Edition: alle radici del futuro

    Tissot Le Locle 20th Edition: alle radici del futuro

    La storia di Tissot potrebbe cominciare come cominciano le favole: “C’era una volta, in un paese incantato…”. Nel caso del Marchio svizzero, il paese è Le Locle, poco più di 10mila anime a una manciata di chilometri da Neuchâtel. Un borgo storico cui è legato in modo così forte da dare il nome alla collezione Tissot Le Locle, che nel 2023 ha compiuto 20 anni.

    Un compleanno giovane in un’annata generosa di ricorrenze, da Rolex a TAG Heuer; un traguardo che la Maison svizzera ha voluto festeggiare con la collezione Tissot Le Locle rinnovata nella tradizione. Un lancio di prodotto coerente con un 2023 in cui Tissot è tornata a celebrare la propria storia e la propria maestria. Un attimo e ci arriviamo.

    Destinazione Le Locle

    Prima vediamo da vicino che significato ha il borgo svizzero nella storia della marca. Perché dire Tissot Le Locle è un po’ come dire Ferrari Maranello, se mi consentite il parallelo. Ossia un marchio che è talmente unito al territorio in cui ha le proprie radici da assumerne anche il nome. Perché Le Locle e lancette sono unite da una storia che dura almeno dal XVII secolo.

    Sono di quel periodo le prime testimonianze di una produzione orologiera nel villaggio. Secoli in cui gli artigiani, nelle lunghe sere invernali, chiusi in casa da muri di neve, creavano piccole meraviglie meccaniche che non di rado vendevano fuori dai confini del paese durante la bella stagione. Ben prima dell’anno del Signore 1853, quando Charles-Félicien Tissot e suo figlio Charles-Emile aprirono un laboratorio di assemblaggio che divenne in breve tempo una fabbrica.

    Poco più di 50 anni dopo, la sede dell’azienda si sarebbe trasferita nella strada Chemin des Tourelles, che avrebbe dato il nome a un’altra collezione dal forte sapore storico-geografico. Ma questa è un’altra storia, torniamo al nuovo Tissot Le Locle.

    Tissot Le Locle per lei e per lui

    Per rinnovare la collezione, il Brand punta sul Tissot Le Locle20th Edition, definito come “il punto d’incontro fra tradizione e modernità”. In effetti, a un primo sguardo, il mix tra presente, passato e futuro è piuttosto evidente, soprattutto nell’estetica dell’orologio. Un’estetica fedele a quella che ben conosciamo in questa linea, ma aggiornata con alcuni dettagli preziosi che alzano di livello delle nuove referenze.

    Intanto comincio con il dire che anche per questa edizione speciale il Marchio ha pensato all’uomo e alla donna. La linea Le Locle ha da sempre referenze disegnate per entrambi i sessi e il Tissot Le Locle20th Edition non fa eccezione. Le differenze stanno in alcune finiture e nella dimensione di cassa, che va dai 39 mm del maschile ai 29 mm del femminile.

    Rispetto agli orologi della collezione corrente, entrambe le referenze hanno alcune peculiarità che le differenziano e che giustificano la scelta del Brand di fare del Tissot Le Locle20th Edition un’edizione particolare, destinata a celebrare un traguardo importante.

    Il lavoro sul quadrante

    Parto dalla donna, non per cavalleria ma perché la referenza per lei ha qualche spunto interessante da raccontare, in particolare sul quadrante. È infatti strutturato in tre parti: una centrale, una fascia con gli indici delle ore, una esterna con il giro della minuteria. Sia quest’ultima sia quella centrale si distinguono per la lavorazione a Clous de Paris che è tipica della collezione Tissot Le Locle. Un richiamo che dà omogeneità alla costruzione del quadrante.

    La fascia con gli indici, con una finitura satinata, non interrompe questa omogeneità ma la completa. Gli indici a ore 3, 6, 9 e 12 sono in numeri romani, con cifre applicate distinte da un lettering molto elegante. Sono azzurrati e richiamano nel colore le lancette di ore, minuti e secondi centrali.

    Gli indici rimanenti sono sostituiti da otto diamanti, che rendono il modello ancora più elegante, oltre che prezioso. Il logo del marchio a ore 12 è bilanciato a ore 6 dalla dicitura “Le Locle Automatic”, in cui il nome della collezione è scritto con l’elegante corsivo che distingue la collezione Tissot Le Locle.

    Il quadrante della versione maschile è altrettanto classico e anch’esso tripartito, con il Clous de Paris, ad amalgamarne la struttura. Sulla fascia satinata, gli indici applicati e azzurrati sono tutti in cifre romane, dall’1 al 12. La dicitura a ore 6 riporta la scritta “Powermatic 80”, a ricordare qual è il calibro che dà vita a questa referenza del Tissot Le Locle20th Edition.

    Cassa e bracciale del Tissot Le Locle20th Edition

    I due orologi collimano quando parliamo di cassa e bracciale. Detto che tra i due diametri ci sono 10 mm di differenza, se affianchiamo le casse notiamo la medesima accuratezza nelle finiture oltre che nel design. Alla lunetta e alle anse lucide fanno da contraltare i fianchi della cassa, con satinatura verticale. 

    La leggera bombatura della lunetta e la curvatura delicata delle anse rendono le linee del Tissot Le Locle20thEdition molto morbide e favoriscono la vestibilità dell’orologio. Inoltre, contribuiscono a dare all’insieme un ulteriore tocco di eleganza.

    Lucido è anche il bracciale a sette file, il quale termina con una fibbia pieghevole a farfalla – che, una volta chiusa, diventa praticamente invisibile. In questo modo assicura al bracciale stesso una continuità visiva. Bello il fatto che il Brand abbia deciso di offrire il Tissot Le Locle20th Edition sia con il bracciale sia con il cinturino in pelle blu scuro, il cui colore si armonizza con quello degli indici. 

    Bracciale e cinturino hanno, come ovvio, un sistema di sgancio rapido per favorirne l’intercambiabilità. Peccato che sul cinturino sia stata scelta la chiusura pieghevole anziché la fibbia con ardiglione. Lo dico non tanto perché io preferisca quest’ultima (è irrilevante e non ve ne importa un fico secco, penso), quanto perché credo che sarebbe stata una scelta “filologicamente” più in linea con un orologio così classico.

    Un motore affidabile

    Come avete letto, entrambi i quadranti dichiarano quale motore gira sotto il cofano del Tissot Le Locle20th Edition. Nel caso del maschile, la dichiarazione è evidente: si tratta del movimento Powermatic 80, che abbiamo imparato a conoscere bene, soprattutto per le 80 ore di autonomia e per la spirale in Nivachron. Che, ricordo, è una lega di titanio sviluppata qualche anno fa da Audemars Piguet e Nivarox, azienda appartenente a Swatch Group, insensibile ai campi magnetici.

    La referenza femminile è invece mossa dal Powermatic 48, un calibro automatico con 48 ore di riserva di carica che, lasciatemelo dire, per un movimento di queste dimensioni è un risultato di tutto rispetto. Segno ulteriore dell’attenzione che Tissot ha messo in questo orologio per signora.

    Orologio… di campagna

    A testimonianza di quanto il marchio crede in questa collezione, il Tissot Le Locle20th Edition è protagonista, insieme al PRX, della nuova campagna di brand Focus Forward. Come ricorda Tissot, il messaggio della campagna è importante: “La vita offre spesso innumerevoli percorsi, ma spetta a ognuno di noi riconoscere la propria meta. E una volta deciso il piano, impegno, costanza e resilienza devono diventare alleati fondamentali per non arrendersi e non tornare sui propri passi”. Curiosamente, il Tissot Le Locle20th Edition che si vede al polso della protagonista femminile nel video della campagna è la referenza maschile. Una scelta che omaggia il gender fluid ormai imperante, o che sancisce la tendenza del gentil sesso ad amare sempre di più i diametri da uomo? Dubbi di nessun interesse, credo. Ciò che conta è la presenza di questo orologio nella campagna: segno che per Tissot è un pezzo davvero importante.

  • La nuova boutique Chanel a Milano: semplicità ed eleganza

    La nuova boutique Chanel a Milano: semplicità ed eleganza

    «La simplicité, c’est la clé de l’élégance», diceva Gabrielle Chanel. «La semplicità è la chiave dell’eleganza». È una frase che mi è tornata alla mente la scorsa settimana, quando ho visitato la nuova boutique Chanel a Milano, in via Montenapoleone. Una visita privata, insieme ad altri colleghi, tre giorni prima dell’apertura ufficiale, avvenuta sabato 25 novembre.

    Perché gli spazi della boutique, in linea con il visual tipico di Chanel, sono davvero semplici ed eleganti, con una scelta di colori e materiali fatta per valorizzare tutte le creazioni della Maison. Non solo quelle legate alla moda. Lo vediamo subito.

    Gli orologi e i gioielli di Chanel

    È un’apertura importante per il marchio francese, perché si tratta della seconda boutique in città. Ed è un’apertura importante anche per chi, come noi, si occupa di orologi: al piano terra, dietro un’elegante parete a specchio, si apre uno spazio dedicato esclusivamente all’orologeria e alla gioielleria, che non è presente nell’altro punto vendita milanese, quello storico di via Sant’Andrea, a pochi passi dalla nuova boutique Chanel.

    Il salottino del tempo e delle gioie ci è stato svelato durante la visita privata. Ciò che lo distingue è la luminosità, indispensabile per apprezzare al meglio quanto è esposto nelle teche eleganti. Oltre all’illuminazione ben studiata, a mettere in risalto le creazioni di Chanel è anche la scelta di arredi, ideali per notare i dettagli di orologi e gioielli. Il merito è anche dei grandi lampadari in cristallo di rocca e dei tocchi di oro anticato dell’ambiente.

    Durante la visita ho avuto la possibilità di guardare e provare gli orologi delle collezioni J12, Première, Code Coco e Monsieur, a mio avviso uno degli orologi maschili più eleganti oggi sul mercato. E anche la collezione Boy·Friend, pensata per la donna ma che, in alcune referenze, trovo perfetta anche su un polso maschile.

    Le colleghe che erano con me si sono lucidate gli occhi con le creazioni di gioielleria Coco Crush, Camélia e N°5, e con una selezione esclusiva di creazioni di alta gioielleria e alta orologeria che di solito non sono disponibili al grande pubblico. Ma per la nuova boutique Chanel, questo e altro.

    L’estetica della nuova boutique Chanel

    Il progetto è stato sviluppato, come è ormai consuetudine per Chanel, dall’architetto newyorkese Peter Marino, il quale reinterpreta continuamente i codici estetici della Maison in tutto il mondo. Con lui, l’eleganza parigina e la modernità senza tempo del marchio si proiettano in un nuovo ambiente con tocchi personalizzati come tappezzerie, tweed nelle tonalità avorio e sabbia, finiture a mano e moquette in lana.

    Lo si può notare ai piani superiori della nuova boutique Chanel di Milano, che si sviluppa su tre livelli. Dopo il piano terra, con la zona dedicata a orologi e gioielli, in quelli superiori trovano spazio gli accessori e le ultime collezioni prêt-à-porter della Maison. Man mano che si sale, cresce la dimensione intima e privata dei locali, per una esperienza di shopping sempre più esclusiva.

    Al primo piano si trovano gli accessori, collocati in un ambiente luminoso con un soffitto alto, che si distingue per i salottini eleganti, mentre il secondo piano è un salone dedicato al prêt-à-porter che consente di scoprire le ultime collezioni di moda realizzate dalla Direttrice creativa di Chanel Virginie Viard, in un ambiente lounge accogliente e conviviale. A proposito di collezioni, la nuova boutique Chanel di Milano è inaugurata con la collezione Cruise 2023/’24, presentata per la prima volta a Los Angeles lo scorso maggio.

    Eleganza e riservatezza

    La chicca della boutique, che ne conferma l’esclusività, è data dal salone privato adiacente con salottino di prova, accessibile tramite un ingresso separato su via Verri. Una soluzione che dà ai clienti riservatezza e un servizio personalizzato, in un ambiente raffinato e accogliente. Un camerino Vip decorato, come è giusto che sia, con finiture uniche.

    La parete è infatti impreziosita da un’opera d’arte astratta di George Noël. Gli oggetti di design includono una lampada in bronzo brunito personalizzata, una scatola in bronzo Leather Barricade e due piccole sculture Venini Totem in vetro soffiato, tutte disegnate da Peter Marino. Notevole anche un vassoio giapponese laccato per abiti del XIX secolo.

    Durante la nostra visita privata della nuova boutique Chanel, all’ultimo piano abbiamo avuto anche la possibilità di vedere un’opera d’arte di Haute Joaillerie. In una teca sorvegliatissima era infatti esposto il collier 55.55 della collezione N°5, un pezzo unico e irripetibile con un diamante da 55,55 carati incastonato e tagliato su misura, elemento permanente del patrimonio storico di Alta Gioielleria della Maison. La collana, infatti, è custodita a Parigi ed esce dal caveau di Chanel solo in occasioni importanti, come questa. È esposta nella boutique di Milano fino al 2 dicembre.

    Una serata in onore della nuova boutique Chanel

    Il collier 55.55 è stato disegnato da Patrice Leguéreau, Director of Jewelry Creation di Chanel, che ho avuto il piacere di incontrare di persona dopo la visita privata. In serata, infatti, l’apertura della nuova boutique Chanel di via Montenapoleone si è chiusa con una cena di gala placée all’Hotel Portrait di Milano.

    Ad accogliere il centinaio di ospiti e a fare gli onori di casa c’era Corinne Clabaut Berrios, dal 2017 Amministratore delegato e Direttore generale di Chanel Italia. insieme a lei proprio Patrice Leguéreau, dal cui estro nascono le più belle creazioni di gioielleria del Marchio. La serata è stata coronata da un concerto privato della cantante Levante. Firma musicale su una giornata all’insegna della classe e dell’eleganza.

  • Nuovo Longines Legend Diver, la forma e la coerenza

    Nuovo Longines Legend Diver, la forma e la coerenza

    Se Buddha sosteneva che «l’unica costante della vita è il cambiamento», il Longines Legend Diver ha dato della massima un’interpretazione tutta sua. Perché questo orologio è un esempio di come cambiare senza cambiare. Di come mantenere un’estetica riconoscibile lavorando sulla meccanica. In poche parole, di come essere se stessi senza tradire le proprie origini.

    Oggettivamente non è cosa facile, specialmente se si ha alle spalle una storia ultradecennale. Perché il Longines Legend Diver non è uno di quegli orologi subacquei fatti un tanto al chilo di recente, per accalappiare una fascia di appassionati alla buona. È un pezzo che ha radici profonde nella storia dell’orologeria, che arrivano fino agli anni in cui gli oceani erano la nuova frontiera da esplorare. Con al polso, naturalmente, un orologio affidabile.

    Ora come allora

    Tutto ebbe inizio alla fine degli anni ‘50 con il Longines Nautilus Skin Diver. Il nome dice abbastanza e dimostra che il Marchio stava affrontando il mercato in rapida espansione degli orologi subacquei. All’inizio degli anni ‘60 il Brand svoltò, grazie al lancio di un orologio più grande: la referenza 7042.

    Come il coevo Universal Geneve Polerouter Sub, la referenza 7042 fu costruita secondo il principio del Super Compressor, un brevetto detenuto dal fabbricante di casse Ervin Piquerez. In sostanza, la cassa faceva affidamento sulla maggiore pressione sott’acqua per sigillare ulteriormente il fondello e garantirne l’impermeabilità. In pratica, più l’orologio scendeva, più diventava a tenuta stagna. 

    Diverse aziende si affidarono a questa soluzione intelligente, il che spiega perché è possibile trovare le corone con la testa zigrinata, tipiche delle casse dei Super Compressor, su molti pezzi vintage. Quella cassa in due parti con fondello a vite misurava 42 mm di diametro, vantava 12 bar di impermeabilità e, come quella del Nautilus Skin Diver, ospitava il calibro automatico 19AS.

    La sua caratteristica più evidente, che l’ha resa riconoscibile ora come allora, era la lunetta girevole interna bidirezionale graduata 60 minuti, regolabile attraverso la corona a ore 2. Soluzione a doppia corona che ne caratterizza tuttora l’estetica.

    L’origine del Legend Diver è dunque chiara: la referenza 7042 è essenzialmente la sua ispirazione, ad eccezione delle lancette, che vengono dalla referenza 7594 della fine degli anni ’60. La cassa da 42 mm del Legend Diver, l’incisione sul fondello e le due corone con la testa zigrinata ricordano, più che l’antenato, le referenze 7042, 7150, 7494 e 7594. 

    La nascita del Longines Legend Diver

    Il Longines Legend Diver è entrato stabilmente nelle collezioni del marchio con questo nome dal 2007, con la ref. L3.674.4.56.2. Cassa sempre da 42 mm di diametro ma impermeabilità portata fino a 30 bar. Il calibro automatico era il nuovo L633, con il richiamo del nome al 633.1 del 1971, progettato per i sub della Royal Australian Navy.

    In sedici anni l’orologio non ha subito stravolgimenti pazzeschi ed è uscito con alcune referenze interessanti. Penso in particolar modo ai pezzi con quadrante sabbia o bordeaux e cassa da 36 mm, misura non da diver ma super portabile. O, soprattutto, alla ref. L3.774.1.50.2. del 2017 con la cassa in bronzo, la cui estetica abbinava il quadrante verde (senza datario) con il calore della lega, materiale insolito per Longines.

    Via il superfluo

    Ebbene, nel 2023 il Longines Legend Diver riprende nuovamente l’insegnamento di Buddha e, come ho scritto all’inizio, lo fa a modo suo. Perché il cambiamento questa volta c’è, è visibile ma alla fin fine l’orologio rimane sempre lui. Ed è un cambiamento, anzi due, che per quanto riguarda i miei gusti personali ne farebbero volentieri un regalo di Natale.

    Perché si tratta di due modifiche che, per quello che può valere per voi che leggete, trovano il mio appoggio incondizionato: cassa più piccola (39 mm) e assenza del datario. Vero, la prima delle due può far storcere il naso ai puristi dell’orologeria: «Ma un diver sotto i 42 mm non è un vero diver» è sicuramente un’obiezione facile da muovere all’orologio. Eppure, per chi è attento, questa non è una modifica casuale.

    Quella della riduzione dei diametri, come i più svegli di voi sanno, è una tendenza già in atto da tempo. Un ridimensionamento delle misure che ha come obiettivo quello rendere gli orologi sia portabili tanto su polsi maschili quanto femminili, sia più vestibili in senso generale. Oriente compreso.

    La scelta di non mettere il datario, invece, va probabilmente nella direzione di una maggiore pulizia complessiva del nuovo Longines Legend Diver. Una pulizia che lo avvicina ai suoi antenati, le referenze 7042 e 7594, per le quali la lettura della data sott’acqua era oggettivamente poco utile.

    L’estetica del Longines Legend Diver

    Per il resto, i tratti estetici sono quelli che ben conosciamo. La cassa in acciaio del nuovo orologio è stata ridisegnata per adeguarne le proporzioni alle misure attuali, mantenendo un alto livello di lavorazione nelle finiture. Longines ha conservato anche il vetro box, ossia con quel design risalente agli anni ’60 che favorisce una lettura piena e completa delle informazioni sul quadrante.

    Rimane anche la tipica lunetta girevole interna bidirezionale per misurare i tempi di immersione. La sua posizione all’interno della cassa è da sempre un carattere distintivo. Sebbene sia stata ideata per motivi funzionali – lì è al sicuro da manipolazioni e da urti accidentali che potrebbero modificarne le impostazioni -, è diventata soprattutto un dettaglio di design. Così come la corona a vite a ore 2 che serve per azionarla.

    Il quadrante del Longines Legend Diver torna al classico nero, affiancato questa volta da un blu navy che trovo molto bello. In entrambe le versioni, la laccatura fa risaltare ancora di più il colore, che nella versione nera è molto profondo.

    Un po’ di sigle

    Per chi ama i dettagli tecnici, segnalo che il Legend Diver soddisfa i criteri della certificazione Iso 6425 riferiti agli orologi subacquei. Sono tantissimi, se siete interessati li potete leggere qui.  Quello che è certo è che averne affinato l’estetica e averlo portato più vicino ai gusti contemporanei non ha comportato un calo delle prestazioni.

    Il calibro Longines L888.6, invece, è certificato antimagnetico secondo lo standard Iso 764, che stabilisce parametri e caratteristiche cui un movimento deve sottostare per essere considerato al sicuro dai campi magnetici. Questo grazie alla presenza della spirale in silicio e di altri componenti che Longines non specifica, ma che contribuiscono a mantenere il calibro efficiente e preciso anche in presenza di magnetismo.

    Poteva poi mancare la certificazione di cronometro da parte del Cosc? Naturalmente no. Anche se il Longines Legend Diver non se ne fregia sul quadrante, come alcuni dei suoi colleghi fanno. Understatement o semplicemente volontà di non “sporcare” il design? Forse entrambe le cose. Di certo, come ricorda la Casa madre, questa certificazione l’orologio se l’è sudata: durante la procedura, la sua testa, con il movimento incassato e funzionante, è provata per quindici giorni e quindici notti consecutivamente, in diverse posizioni e a tre livelli di temperatura, per garantire la precisione del calibro.  

    Una collezione coerente

    Bello, infine, il lavoro fatto da Longines sul bracciale dell’orologio. È in acciaio, a sette file (le cinque interne lucide, le due esterne satinate) con fibbia pieghevole ed è disponibile sia per la versione con quadrante nero sia per quella blu. Quest’ultima può essere scelta con un cinturino Nato in tessuto tono su tono, quella nera con un cinturino in pelle. La quale, per inciso, costa come quella con il bracciale: 3.600 euro, contro i 3.350 della versione con cinturino Nato.

    Al di là delle mie preferenze per i diametri contenuti e per i quadranti senza data, puramente personali, il giudizio d’insieme per il nuovo Longines Legend Diver è positivo. Sempre aspettando l’opportunità di metterlo al polso, prova che, come insegna Alessandro Borghese, potrà confermare o ribaltare il giudizio iniziale. 

    Positivo perché l’orologio, come scritto fino allo sfinimento, è rimasto se stesso. Anzi si è migliorato nell’equilibrio estetico senza diventare semplicemente il “fratello minore” del 42 mm. Per quel ruolo ci sono ancora a catalogo le referenze da 36 mm. E questo è il secondo aspetto che influenza il mio giudizio positivo. L’ingresso in collezione di queste referenze meno “homage” e più contemporanee non ha infatti discontinuato la collezione corrente.

    Longines ha mantenuto un assortimento di misure e materiali destinato a diverse tipologie di appassionato, che possono così guardare alla tradizione del Marchio senza perdere di vista la modernità. Il tutto inserendo gli orologi in un segmento di prezzo corretto rispetto all’offerta complessiva del Brand, senza cercare picchi verso l’alto che possono renderne disarmonico il portafoglio. Anche in orologeria, l’equilibrio e la coerenza dovrebbero essere la stella polare di ogni marchio: capirlo e metterlo in pratica, non è da tutti.

  • Nuovo Breitling Avenger, eccellenza in quantità

    Nuovo Breitling Avenger, eccellenza in quantità

    Probabilmente il nuovo Breitling Avenger sarebbe piaciuto al filosofo francese Joseph Joubert, che visse tra il ‘700 e l’800. Costui sosteneva che «non è l’abbondanza, ma l’eccellenza a essere ricchezza». Il lancio del nuovo orologio sfornato dal marchio guidato da Georges Kern dimostra infatti questo. Che in quanto a referenze e a collezioni legate all’aviazione, Breitling non ha eguali – ma in tutte riesce a mettere quel quid di eccellenza che rende la propria offerta ricca e variegata.

    Dal suo arrivo al timone del Brand, Kern ha infatti messo mano a tutte le collezioni con un forte legame con l’aeronautica, dalla Navitimer all’Aviator 8, passando per il Chronomat e dando una rinfrescata, nel 2019, anche al Breitling Avenger. Rivolta a veri piloti, questa collezione tecnica e spregiudicata era stata presentata da un team che includeva l’astronauta Scott Kelly.

    Ora, anno di grazia 2023, la linea subisce un ulteriore rinnovamento che ne affina le linee e le dimensioni, mantenendone però i tratti che ne hanno fatto la storia. Una storia non lunghissima, a dire la verità, rispetto a quella di altre collezioni.

    Breve ma intensa

    In Breitling Avenger fu lanciato nel 2001. Tra i primi di esemplari di questa serie vale la pena ricordare il Chrono Avenger in titanio, realizzato tra il 2001 e il 2007. Un modello che impiegava il movimento Breitling 13 o Valjoux 7750 e aveva una cassa impermeabile fino 30 bar. Nel 2002 è stato lanciato il Chrono Avenger M1, che, era mosso da un calibro Breitling 73 Superquartz e aveva una resistenza all’acqua di 100 bar.

    Un altro dei primi modelli degni di nota del Breitling Avenger è stato poi l’Avenger Seawolf, realizzato tra il 2003 e il 2008. Era disponibile in diverse varianti di quadrante e montava l’ETA 2824, sebbene altre versioni dei primi Avenger utilizzassero l’ETA 2893 con classificazione più elevata. Insieme a questi modelli, la linea Avenger comprendeva anche l’Avenger II, il Super Avenger II, l’Avenger Blackbird, l’Avenger GMT e molti altri.

    Il Breitling Avenger è quindi nato come un moderno orologio da pilota, ispirato alle prestazioni dal Dna del Marchio. I professionisti cui è dedicato – dai piloti pionieristici ai leader dell’aviazione commerciale, fino agli influencer – apprezzano orologi nuovi che rispettano ancora i codici di design del Brand.

    Breitling Avenger: la famiglia si allarga

    Come detto, quindi, Georges Kern si è divertito a fare rimettere mano nuovamente alla collezione Avenger. E, come sempre accade quando ci mette lo zampino, ha fatto le cose in grande, sia in termini di eccellenza, sia di abbondanza, per tornare alle parole di Joubert. Soprattutto di abbondanza, mi viene da dire, considerando che la nuova collezione conta la bellezza di 21 referenze.

    Per razionalizzare, il nuovo Breitling Avenger si declina in un cronografo da 44 mm, un GMT automatico sempre da 44 mm e un automatico solo tempo da 42 mm. Come si può vedere, non proprio misure da pilot’s watch ma in linea con la tendenza a ingentilire casse e proporzioni che diversi brand hanno ormai intrapreso con decisione.

    Il tratto comune alle varie referenze, tipico della collezione, è costituito dai cosiddetti “cavalieri”, ossia gli indicatori dello 0, 15, 30 e 45 posti in rilievo sulla lunetta. Ovviamente, nelle referenze GMT essi indicano il 6, 12, 18 e 24. Oltre ai cavalieri, l’altra analogia evidente si trova sul quadrante: le lancette e gli indici, entrambi a bastone, ben farciti di Super-LumiNova.

    Breitling Avenger Chronograph 44

    Le differenze sono invece, come prevedibile, a livello di tipologia di orologio. Parto dal cronografo, il modello il cui spirito è molto più legato all’aeronautica rispetto agli altri, a mio parere anche più del GMT. Un cronografo che, nella migliore tradizione di Breitling, fa della leggibilità il suo punto di forza. 

    Al di là degli indici a bastone e dei cavalieri di cui ho scritto sopra, ciò che la favorisce sono i contatori cronografici neri a contrasto nelle versioni con quadrante blu, verde o sabbia. Molto sportivo, in queste versioni, il giro della minuteria, sempre nero, nel réhaut interno. La finitura concentrica dei contatori spicca su quella opaca del quadrante.

    Mi convince meno la referenza con quadrante nero tono su tono rispetto ai contatori. Nonostante il bel lavoro fatto sugli indici dei contatori stessi, qui la leggibilità è un po’ sacrificata all’eleganza del pezzo. Diciamo che è un cronografo per aviatori stilosi.

    Tutt’e quattro le versioni di quadrante sono disponibili sia con cinturino in pelle, in tinta con il quadrante, sia con bracciale in acciaio a tre file. La fibbia è pieghevole sul bracciale e ad ardiglione sul cinturino.

    Missione notturna

    Del Breitling Avenger in versione cronografo esiste anche la referenza più “aggressiva”, chiamata Night Mission. È caratterizzata dalla cassa e dalla lunetta in ceramica nera antigraffio (quella dell’Avenger Chronograph “liscio” è in acciaio), mentre il fondello, la corona, i pulsanti e la fibbia sono in titanio. Una combo (come dicono i più giovani) all’insegna della leggerezza.

    È disponibile in due versioni di quadrante: nero, realizzato in fibra di carbonio, e giallo, una livrea che ricorda tanto quella del vecchio Chronomat Frecce Tricolori. I contatori sono neri e anche qui si “impastano” un pochino nella versione con il quadrante tono su tono. In questo caso nessun bracciale, solo cinturino. Tutte le versioni cronografo del nuovo Breitling Avenger sono mosse dal calibro di manifattura Breitling 01, per il quale vi rimando alle didascalie.

    Breitling Avenger Automatic GMT 44

    Lasciati alle spalle i cronografi, eccomi al GMT. La misura della cassa un acciaio è, come ho scritto all’inizio, la medesima di quella del crono, 44 mm. Il quadrante è pulito ed essenziale, blu o nero. Molto utile e a mio parere non ridondante il réhaut inclinato con gli indici GMT delle 24 ore, che rafforza la leggibilità data dai medesimi indici incisi sulla lunetta.

    La lancetta che indica le 24 ore spicca molto bene nel complesso del quadrante. Il merito è soprattutto della grande punta triangolare rossa ricca di Super-LumiNova, le cui forme e colori ritornano nei triangoli sul réhaut al 15, 30 e 45. Il medesimo dettaglio si trova anche nel cronografo e nel solo tempo, ma qui il gioco di rimandi con la lancetta del GMT lo valorizza di più.

    Riguardo alla meccanica, Breitling si affida al Calibro 32. Si tratta di un movimento onesto e collaudato, sviluppato dal Marchio su base ETA 2893-2, quindi con funzione di data e GMT. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia di circa 42 ore.

    Anche per il Breitling Avenger Automatic GMT 44 è disponibile la doppia opzione di cinturino in pelle (in tinta con il quadrante) o bracciale a tre file in acciaio. Il fatto che esistano solo le versioni blu e nera, restringe il numero di referenze a 4, contro le 11 del cronografo.

    E da ultimo, il solo tempo

    Ho lasciato per ultimo il solo tempo in acciaio da 42 mm perché, onestamente, mi sembra il più anonimo della collezione. Nel senso che solo il design tipico dell’Avenger lo distingue da innumerevoli altri orologi a tre lancette con datario presenti sul mercato, anche con la stessa dimensione di cassa. Parere assolutamente personale e non richiesto.

    A fianco dei quadranti blu e nero, già presenti nel GMT, rientra il verde, in una tonalità più accesa e squillante rispetto a quella del cronografo. Anche qui il cinturino in pelle in tinta può essere scelto in alternativa al bracciale in acciaio. Per il movimento, come nel caso del GMT, Breitling va sul sicuro con il Calibro 17, un tre lancette con datario su base ETA 2824-2 da 28.800 alternanze/ora e 38 ore di autonomia.

    Anziché annoiarvi con considerazioni personali che, in quanto tali, possono o meno essere condivise, chiudo affidandomi alle parole di Georges Kern: ««L’Avenger è stato creato per stare al passo con le implacabili condizioni di una cabina di pilotaggio e per supportare i piloti nelle manovre aeree più impegnative. Il suo nuovo design non poteva essere da meno. Questa collezione abbina tutta la performance a un sofisticato e moderno stile aeronautico».

    Al di là del tono studiatamente solenne, in queste parole c’è un fondo di verità. Il Breitling Avenger è poco più che maggiorenne ma si è costruito un’identità riconoscibile, operazione non facile quando in famiglia hai un mostro sacro come il Navitimer. Bene ha fatto dunque il Marchio a rinfrescarlo a pochi anni dell’ultimo rilancio: il modo migliore per mantenere accesa sia la passione di chi ama i pilot’s watch, sia l’appeal della collezione.

  • Deloitte fa il check-up all’orologeria svizzera

    Deloitte fa il check-up all’orologeria svizzera

    Noi che ci occupiamo di orologeria per professione, non solo per passione, attendiamo sempre con curiosità l’uscita del Deloitte Swiss Watch Industry Study. Si tratta del rapporto che la società di consulenza globale realizza annualmente per fotografare lo stato di salute del settore delle lancette elvetiche, non solo sul fronte dell’export ma nell’interezza delle dinamiche che lo interessano.

    Tra i numeri, i dati e le tendenze contenuti nel rapporto, quest’anno il Deloitte Swiss Watch Industry Study 2023 rivela anche una parola che fa capolino per la prima volta e che merita di essere tenuta sott’occhio relativamente ai trend dei prossimi anni. Una parola, ma soprattutto un nome: India. Vedremo più sotto perché è così importante.

    Insieme allo studio annuale redatto da Morgan Stanley e LuxeConsult, il rapporto di Deloitte è lo strumento più chiaro e attendibile per avere un’idea della direzione presa dall’industria orologiera svizzera. Anche perché è costruito con una metodologia rigorosa e imparziale, pensata per renderlo il più autorevole possibile, sganciandolo dall’influenza dei brand.

    La metodologia impiegata da Deloitte

    Quella del 2023 è la decima edizione dello studio. È stata redatta analizzando i risultati di un sondaggio online, condotto tra agosto e settembre di quest’anno su 75 dirigenti senior del settore, e alcune interviste fatte a esperti. 

    Oltre ad ascoltare la voce dei professionisti, per l’analisi di Deloitte è fondamentale avere il polso della situazione del mercato. Nello stesso periodo, sondaggi e interviste ai manager sono stati affiancati da un ulteriore sondaggio online, effettuato su 6.045 consumatori nei principali mercati di esportazione per gli orologi svizzeri e nei mercati interni. Si tratta di Cina, Francia, Germania, Hong Kong, Italia, Giappone, Singapore, Svizzera, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti. E, per la prima volta, India.

    Export: bene, ma non benissimo

    Prima di entrare nel discorso Deloitte, vale la pena dare un’occhiata ai dati di export dell’orologeria svizzera relativi al mese di settembre, diffusi dalla Fédération de l’industrie horlogère suisse (FH). O, almeno, alle risultanze più significative. Che non sono solo il +3,8% anno su anno, il +8,6% dei primi tre mesi del 2023 o i 2,3 miliardi di franchi a valore.

    Ciò che interessa a noi italiani è che, a settembre, l’export verso il nostro Paese è cresciuto più che in qualunque altro mercato mondiale. Il risultato parla di un +24,5% a valore, passato dai 75,4 milioni di franchi di settembre 2022 ai 93,9 di quest’anno. Un dato percentuale ancora migliore rispetto a quello di Hong Kong (+24%), mercato tornato a correre dopo anni di fiacca dovuti alle turbolenze causate dall’instabilità politica innescata dalle tensioni con la Cina.

    India, ultima frontiera

    Detto questo, eccomi a Deloitte. E, per non farvi perdere ulteriore tempo e pazienza, arrivo subito all’India, cui ho accennato sopra. Ebbene, il report indica il Subcontinente come il prossimo, importante mercato in crescita per l’industria dell’orologeria elvetica. Attualmente è al 22° posto. Nei primi otto mesi del 2023, l’export verso il Paese ha registrato un +18,5% a valore rispetto allo stesso periodo del 2022, a 133,7 milioni di franchi. Meno significativo il +60% rispetto allo stesso periodo del 2021, quando i dati erano praticamente irrilevanti.

    I motivi di questo boom sono diversi, ma interessanti. Uno su tutti: gli indiani adorano gli orologi. Di valore o meno, spesso vistosi, ma li adorano. Il sondaggio di Deloitte ha infatti rilevato che ben il 94% degli indiani intervistati ama indossare un orologio. il 27% di essi ne porta uno meccanico o al quarzo, il 25% uno smartwatch, ben il 42% entrambi i tipi.

    Anche il secondo polso tira in India. Ben il 31% degli intervistati ha affermato che comprerà molto probabilmente un orologio usato entro un anno, il 24% lo farà probabilmente. I motivi di questo acquisto? Il 49% perché è meno caro di un orologio nuovo e ben il 41% perché si tratta di una scelta sostenibile. Attenzione a questo fattore, è importante e lo ritroverete più avanti.

    Poiché il campione è significativo e gli indiani non sono propriamente pochi, tutti questi dati insieme hanno fatto drizzare le antenne alla società di consulenza. Ai puri dati numerici si aggiungono anche alcuni fattori sociali: la base di consumatori è in ulteriore aumento, con un crescente potere di spesa e una sempre maggiore educazione al bello e al lusso.

    Otto mesi in crescita

    Non solo India, però. Durante i primi otto mesi del 2023 la traiettoria di crescita dell’export è continuata anche nei primi 10 mercati. Gli Stati Uniti sono rimasti dominanti, con quasi 2,7 miliardi di franchi di orologi esportati, quasi il 10% in più rispetto ai livelli del 2022. La Cina ha visto una crescita simile, +9,3%, ma le esportazioni sono ancora in calo del 7,5% rispetto ai livelli del 2021. 

    Le esportazioni verso Hong Kong sono state forti, in crescita di oltre il 26% rispetto ai primi otto mesi dello scorso anno, ma neanche lontanamente vicine ai livelli pre-Covid. Lo Stato ha infatti subito uno dei più gravi blocchi pandemici, continuato nel 2022. Da gennaio ad agosto 2023, Hong Kong ha ricevuto oltre 20,5 milioni visitatori rispetto ai soli 183.662 dello stesso periodo del 2022: di questi, 16,5 milioni, provenivano dalla Cina continentale.

    L’analisi Deloitte: acquisto fisico o digitale?

    Un’altra tendenza interessante individuata da Deloitte è relativa all’esperienza d’acquisto. Dopo la lezione della pandemia che ha portato il digitale nelle presentazioni delle novità e, soprattutto, ha spinto le vendite online, oggi c’è una gran voglia di tornare all’acquisto e al contatto fisici. Più della metà dei consumatori intervistati nella ricerca (54%) comprerebbe il proprio orologio in un punto vendita fisico – negozio, travel retail, outlet o asta – mentre il 44% lo acquisterebbe online.

    Gli acquisti in negozio sono i preferiti dai consumatori in Giappone (68%), Hong Kong (63%) e Francia (61%), mentre i mercati online godono di buona salute in India (47%) e Germania (38%) – grazie anche alla piattaforma tedesca Chrono24 – e negli Emirati Arabi Uniti (33%). 

    Naturalmente, nella scelta del luogo in cui acquistare conta anche il prezzo dell’orologio. Mentre la maggior parte dei marchi e dei rivenditori intervistati (62%) concorda sul fatto che le vendite offline continueranno a superare quelle online nei prossimi cinque anni, esistono differenze a seconda del segmento di prezzo.

    Se per gli orologi con un costo superiore ai 15mila franchi il 73% degli intervistati ritiene che le vendite fisiche manterranno la loro supremazia, per i livelli di prezzo medio o medio-bassi i consumatori sono più disposti a considerare che l’online potrebbe superare a breve l’offline.

    Inoltre, dal lato dell’industria, Deloitte rileva che la maggior parte dei marchi investe nella crescita del proprio spazio commerciale, sia flagship store sia punti vendita multi-marca. E ritiene ancora cruciali le fiere in presenza: 9 dirigenti su 10, tra gli intervistati, le considerano fondamentali per connettersi con potenziali clienti e ampliare la propria base di consumatori.

    Sostenere la sostenibilità

    Un altro aspetto del Deloitte Swiss Watch Industry Study 2023 che trovo interessante sottolineare è quello della sostenibilità. Quando questa parola ha cominciato a diventare di moda anche nel mondo dell’orologeria, confesso di aver avuto più di qualche perplessità. Il suo impiego da parte di diversi marchi mi è spesso sembrato, all’inizio, solo una strategia di green washing.

    Con il passare degli anni, però, le buone pratiche legate alla sostenibilità e all’economia circolare sono state largamente e positivamente attuate da molti brand. Un po’ perché, credo, hanno sviluppato una reale coscienza ecologica; un po’, e soprattutto, perché i consumatori hanno progressivamente dato una importanza sempre maggiore a questa tematica, facendo sentire il loro peso come stakeholder. E influenzando le strategie aziendali. Il rapporto Deloitte lo conferma.

    Secondo Karine Szegedi, Responsabile del settore presso Deloitte, «il sondaggio rivela uno spostamento cruciale. La sostenibilità è passata da una domanda guidata dal consumatore a una missione guidata dall’industria. Oltre i due terzi dei partecipanti indicano che la sostenibilità fa parte della loro strategia aziendale, e stanno investendo in settori come la circolarità o le strutture di governance».

    E il consumatore premia questi investimenti. Il 34% degli intervistati sceglierebbe un orologio prodotto da un marchio focalizzato sulla sostenibilità, solo il 25% preferirebbe quello di un brand che si concentra sulla propria immagine. Sempre dando molta importanza ai materiali utilizzati nella produzione, che devono essere sostenibili, certificati, etici.

    Prudenza per il futuro

    Nonostante questo, però, tra i manager delle lancette svizzere prevale una certa prudenza per il futuro. A una domanda sulla prospettiva per i prossimi 12 mesi, la maggioranza di essi ha considerato l’outlook ottimista sia per l’economia svizzera (60%) sia per i suoi principali mercati di esportazione (59%). Tuttavia, rispetto alle previsioni economiche, l’industria è meno fiduciosa riguardo alle sue prospettive rispetto a un anno fa.

    Solo la metà dei manager ha riportato un sentimento positivo (erano il 57% nel 2022), mentre il 25% ha espresso negatività. I motivi principali di questa visione rimangono l’incertezza geopolitica (84%), l’inflazione e il costo della vita (entrambe al 69%). Inoltre, per il 2024 i dirigenti sono preoccupati per la carenza di personale qualificato, dovuta sia a un massiccio pensionamento delle figure più senior, sia alla scarsità di nuove leve che scelgono la professione orologiera.

    Il valore del rapporto di Deloitte

    In sostanza, dall’analisi di Deloitte emerge come l’industria orologiera svizzera celebri il proprio passato mentre prova a modellare il proprio futuro. Essa continua a evolversi, trasformandosi gradualmente e preservando le basi che l’hanno fatta prosperare per generazioni, a dispetto di crisi del quarzo e pandemie.

    Nel mondo, gli orologi svizzeri continuano a essere simboli di artigianalità, precisione e qualità. Lo sono pur all’interno di un’evoluzione dei mercati, delle tendenze d’acquisto e degli stili di consumo influenzate dall’evolvere dei tempi. Rapporti come questi aiutano a capire tutto ciò e a comprendere quale mondo si nasconde dietro l’ideazione, la nascita e la realizzazione di un orologio. Un mondo non banale, complesso, che va letto con gli strumenti più adatti per conoscerlo in maniera non superficiale.

  • Locman Decimo Canto: la “divina” orologeria

    Locman Decimo Canto: la “divina” orologeria

    Che cosa lega Locman e Dante Alighieri, a parte la comune origine toscana? Per quanto possa sembrare strano, a unirli sono gli orologi. Sul marchio dell’Elba pochi dubbi, visto che li produce da quasi quarant’anni. Ma Dante, che cosa c’entra? C’entra se scrivo Locman Decimo Canto, la nuova collezione che, come ci ha detto il Presidente del marchio, Marco Mantovani, «segna l’ingresso del Brand in un segmento luxury, senza abbandonare la propria fascia core». Ma faccio un passo indietro e vado a riprendere per mano Dante.

    L’orologio… poetico

    Forse non è così noto il fatto che uno dei primi riferimenti letterari a un orologio meccanico non da campanile è proprio all’interno della Divina Commedia, nel X Canto del Paradiso: “Indi, come orologio che ne chiami / ne l’ora che la sposa di Dio surge / a mattinar lo sposo perché l’ami”. Si tratta del riferimento alle suonerie dei cosiddetti svegliatori monastici, che servivano a richiamare i monaci dal sonno alle loro funzioni mattiniere. (Chi volesse approfondire l’argomento, può andare a leggere quanto scritto sul Giornale degli Orologi in occasione dell’anniversario di morte del Sommo Poeta, un paio di anni fa: basta cliccare qui).

    Comunque, da questo punto Marco Mantovani è partito per ideare Locman Decimo Canto. Lo ha fatto insieme a Sandro Fratini, toscano come lui oltre che uno dei più importanti collezionisti al mondo di orologi e ideatore del marchio L’O. «Dal fatto che l’Italia è stata protagonista della nascita degli orologi e noi italiani, oltre che noi toscani, abbiamo questa passione perché sentiamo da secoli l’arte dell’orologeria», ha affermato ancora il Presidente di Locman.

    LocmanX e Locman Decimo Canto

    Detto questo, è importante scrivere che, oltre a essere la collezione a oggi più preziosa del marchio, Locman Decimo Canto è anche un tassello all’interno di un progetto più strutturato chiamato LocmanX. Si tratta di una linea che comprende in sé le collezioni mosse da calibri di manifattura: al momento ci sono il Montecristo Oisa, il Montecristo per l’Amerigo Vespucci, la nuova collezione Aethalia e, appunto, Decimo Canto.

    I più attenti di voi hanno letto qualche riga più sopra un nome familiare, Oisa. È il calibro 29-50 Cinque Ponti della manifattura lombarda il cuore meccanico di LocmanX e quindi anche di Locman Decimo Canto. Continua infatti la collaborazione tra il marchio elbano e Oisa, iniziata proprio un paio di anni fa con l’obiettivo di riportare a splendere la filiera dell’orologeria made in Italy. E i cui frutti cominciano a vedersi ora.

    Non torno sulle caratteristiche tecniche del calibro 29-50 Cinque Ponti: potete leggerle qui in maniera esaustiva. Quello che voglio sottolineare, prima di passare al racconto di Locman Decimo Canto, è la coerenza industriale che ha mosso ancora una volta Marco Mantovani in questa avventura di prodotto. Il fatto che si trovi in una fascia prezzo non familiare per il cliente Locman è giustificato sì dalla preziosità dei materiali, ma anche dal calibro, quello che più fa battere il cuore all’appassionato e che legittima ai suoi occhi il posizionamento alto della collezione.

    Quadranti preziosi

    E vediamola allora Locman Decimo Canto. Parto da quello che maggiormente mi ha impressionato quando ho avuto il privilegio di vederla in anteprima e un po’ “aumm aumm” a Vicenza Oro, lo scorso settembre: i quadranti. Per i quali il brand ha scelto il sorprendente effetto delle pietre dure: lapislazzuli, malachite, occhio di tigre, diaspro rosso e turchese, affiancate dalla madreperla.

    La lavorazione artigianale di queste pietre e della madreperla è un’impresa certosina; ridurle in lastre sottili pochi decimi di millimetro significa rischiare di spezzarle con uno starnuto, dovendo ripartire da capo e buttando via materiale prezioso. Come si suol dire, però, il gioco vale la candela: alla fine ogni quadrante, e di conseguenza ogni orologio, è un pezzo unico.

    Proprio la matericità di questi orologi è ciò che li rende pregiati, prima ancora che preziosi. Il quadrante ha gli indici applicati, il logo Locman a ore 12 e il logo L’O a ore sei. Nelle referenze più preziose, Locman Decimo Canto ha gli indici in diamanti naturali incolore. Per la scelta e la lavorazione di queste pietre, Locman si è rivolta a Crivelli, un’azienda italiana capace di interpretare al meglio i concetti di alta gioielleria che la collezione vuole esprimere. La scritta Made in Italy a ore 6, all’interno della minuteria chemin de fer, ribadisce il concetto alla base non solo di questo orologio, ma dell’intera filosofia aziendale.

    Naturalmente il quadrante non è “sporcato” dalla presenza di un datario, per due motivi abbastanza logici. Primo, il movimento 29-50 Cinque Ponti di Oisa non ha il disco data. Secondo, solo un maestro Takumi giapponese che volesse fare harakiri potrebbe pensare di intagliare con una finestrella la fragilissima pietra del quadrante…

    Parlando (poco) del calibro

    Come scritto sopra, non torno sui dettagli delle caratteristiche del calibro montato nella collezione Locman Decimo Canto. Ricordo solo che è un movimento nato per la personalizzazione, sia nei materiali sia nelle finiture. Platina e ponti possono essere fabbricati in ottone, titanio, oro o alpacca ed essere decorati con incisioni, rilievi, smalti o trattamenti Pvd.

    Inoltre, il calibro 29-50 è stato concepito come movimento di base da declinare in quattro versioni. Oltre al classico Cinque Ponti può essere a Ponte Unico, con Doppio Bariletto e Riserva di Carica oppure, come vogliono la logica e anche il mercato, a Carica Automatica.

    La cassa di Locman Decimo Canto

    Ciò che invece vale la pensa sottolineare è la lavorazione della cassa. Intanto è in titanio, materiale per il cui utilizzo in orologeria Locman è stata pioniere. Titanio lucidato quasi a specchio, e voi sapete che infame d’un materiale è il titanio da lavorare (prende fuoco più facilmente di Vittorio Sgarbi), e soprattutto da lucidare.

    Poi ha un design unico, una lavorazione a tre balze fatta apposta per ricordare le tre cantiche della Divina Commedia. A fare da elemento connettivo ci sono le quattro anse, molto pronunciate e la cui forma si restringe dal cinturino verso la lunetta. Abbracciano la cassa ed enfatizzano la peculiarità del design e dei volumi. Nelle referenze più preziose hanno i diamanti incastonati.

    La cassa è impermeabile fino a 5 bar grazie alla corona con guarnizione interna o-ring. La corona stessa è decorata con una pietra che richiama il materiale del quadrante: dà un tocco elegante ulteriore oltre a uniformare l’estetica di ciascun orologio Locman Decimo Canto.

    Qualità italiana

    Per la sua collezione più preziosa, il Marchio ha fatto le cose in grande anche con la varietà delle referenze. Ce ne sono decine, ciascuna diversa in base al materiale del quadrante, all’utilizzo o meno dei diamanti, alla presenza del bracciale in titanio a sette file o del cinturino in pelle di caimano.

    Un particolare quest’ultimo, che lega ulteriormente la collezione alle radici di Locman. Di quell’azienda che, quasi quarant’anni fa, cominciò con la pelletteria e con i cinturini per poi trasformarsi in un’eccellenza del made in Italy.

    Un vantaggio competitivo, quest’ultimo, anche per posizionare in modo corretto sul mercato sia LocmanX sia Locman Decimo Canto. «I mercati di partenza sono soprattutto l’Italia e gli Stati Uniti, sono quelli al momento più giusti secondo noi per queste collezioni, oltre a essere i nostri mercati core», ci ha detto ancora Mantovani. «Abbiamo contatti con altri mercati europei interessati e con il Giappone, poi valuteremo dove sarà corretto esserci con questo tipo di prodotti».

    Insomma, va bene la Svizzera ma anche gli italiani “do it better” quando si tratta di lancette. A maggior ragione se pensiamo che con ruote e pignoni abbiamo a che fare dal Duecento e forse anche prima. Dante docet.

  • One & Two Openworked Sandblasted: il Dna di Speake Marin

    One & Two Openworked Sandblasted: il Dna di Speake Marin

    La cosiddetta orologeria indipendente è terreno fertile per le novità estetiche e meccaniche più interessanti, ma farsi largo lì dentro non è sempre facile. Il marchio Speake Marin è riuscito a ritagliarsi una sua nicchia grazie a un mix di fattori a mio avviso premiante: estetica originale, meccanica sopraffina e un posizionamento di prezzo giusto, in un mercato spesso isterico quando si tratta di aggiungere zeri al cartellino.
    Le proposte più recenti, i modelli Sandblasted della collezione One & Two Openworked, sono l’esatta trasformazione in prodotto di queste linee guida del Brand. Che, lo ricordo, è stato fondato del 2002 dall’orologiaio britannico Peter Speake ed è guidato dal 2012 dall’imprenditrice Christelle Rosnoblet, attuale Presidente e Amministratore delegato.

    L’eredità di Peter Speake

    Nonostante Peter Speake sia uscito dall’azienda nel 2017, nel Marchio sono tuttora evidenti molti dei codici estetici presenti sin dalle origini. A partire dalla cassa chiamata Piccadilly, il cui design riconoscibile (soprattutto per le anse) è un po’ il marchio di fabbrica di Speake Marin – rimasto fedele a se stesso fin dalla nascita, oltre vent’anni fa.

    Sebbene la cassa mantenga il carattere distintivo della versione originale, nel 2017 è stata rinnovata da Eric Giroud, il quale ne ha conservato lo spirito e l’estetica di base. Attingendo alla sua grande esperienza, che lo ha portato a lavorare con buona parte dei brand più importanti, Giroud ha fatto in modo che l’essenza della cassa Piccadilly di Speake Marin potesse continuare in una versione neo-vintage molto apprezzata dal mercato.

    La cassa Piccadilly

    Eccoci dunque alla cassa come punto di partenza anche per la novità di cui scrivo oggi: il One & Two Openworked Sandblasted, da poco presentato. È disponibile in due formati, da 38 o da 42 mm di diametro, e in due materiali, titanio grado 5 oppure oro rosso. La finitura per entrambe le varianti è identica: anse lucide come la lunetta scalinata, collegate a una carrure dalla satinatura orizzontale. Non sto a ricordarvi quanto è complicato lavorare il titanio…

    Il diametro è acuito dalla classica corona a cipolla, imponente e dalla lavorazione intricata, con sbalzi lucidi e il logo Speake-Marin inciso. Parlando di vestibilità, le dimensioni della corona sono compensate dallo spessore piuttosto contenuto della cassa: 10,5 mm. Una misura intelligente, considerando che le anse della cassa Piccadilly sono un fattore significativo nella presenza al polso dell’orologio.

    Un quadrante in stile Speake Marin

    Oltre alla cassa, ciò che caratterizza l’estetica del nuovo One & Two Openworked Sandblasted è il quadrante, la cui configurazione traforata e sabbiata dà il nome al modello. In entrambe le versioni colore e finitura sono gli stessi e, specialmente quest’ultima, dà l’idea del livello di qualità complessiva.

    In passato la sabbiatura prevedeva l’uso di acidi aggressivi che corrodevano le impurità del quadrante, ma producevano una superficie quasi butterata. Le nuove tecnologie hanno offerto altre soluzioni meno pericolose, ma Speake Marin ha impiegato questa tecnica particolare.

    Il risultato è un quadrante dalla superficie delicatamente sabbiata, il quale conserva però dettagli preziosi che danno la cifra dell’attenzione messa dagli artigiani nell’orologio. Penso soprattutto alle smussature lucidate che definiscono il perimetro delle aperture, in contrasto con la trama granulosa del quadrante e presenti anche nella parte interna dei bracci che fissano treno del tempo e bariletto.

    Proprio il bariletto, visibile dall’apertura a ore 5, è un esempio di orologeria artigianale. Sul coperchio sono incise otto parole in francese che richiamano i valori fondamentali di Speake Marin: Rispetto, Libertà, Unico, Autenticità, Genève, Creatività, Modernità. Una soluzione bella a vedersi e ben realizzata, ma non originale, perché ricorda quanto si trova su alcuni orologi di Greubel Forsey.

    Il quadrante è completato dai “classici” elementi di design delle collezioni di Speake Marin, come il contatore dei piccoli secondi a ore 1:30 e la lancetta delle ore con la punta a cuore. Quest’ultima e quella dei secondi sono dorate nella versione con cassa in oro rosso e smaltate nere in quella con cassa in titanio. Trovo che la stampa dei piccoli secondi e della minuteria nero opaco rendano le informazioni dell’orologio molto ben leggibili. 

    Il calibro del One & Two Openworked Sandblasted

    Nella cassa Piccadilly del One & Two Openworked Sandblasted si trova il calibro automatico di manifattura SMA01. Molto ben rifinito, il movimento si avvale delle prestazioni di un micro-rotore decentrato, soluzione tecnica che amo molto. Il fatto che il calibro sia stato interamente progettato e assemblato dal laboratorio Le Cercle des Horlogers di La Chaux-de-Fonds non deve stupire: per quanto di origine inglese, oggi il Marchio è saldamente radicato in Svizzera. E l’atelier di proprietà, creato nel 2015, ne è la prova.

    Il micro-rotore è completamente integrato all’interno del movimento, a beneficio dello spessore della cassa di cui ho scritto sopra. Il calibro SMA01 ha un bilanciere che lavora a 28.800 alternanze/ora e un’autonomia complessiva di 52 ore. È stato sviluppato in molte forme diverse per adattarsi a vari esemplari del catalogo Speake Marin.

    Le finiture del calibro sono visibili attraverso il fondello in vetro zaffiro e includono ponti sabbiati con profili smussati lucidi (che riprendono la lavorazione del quadrante), lavorazioni soleil e micropallinate sulla massa oscillante. Quest’ultima ha la forma elegante che raffigurara il logo del marchio ed è fissata da un ponte con finitura verticale satinata molto snello, che alleggerisce la visione d’insieme dell’architettura del movimento.

    L’evoluzione di Speake Marin

    Dopo aver dato un’occhiata al One & Two Openworked Sandblasted, mi concedo una considerazione finale. A poco più di vent’anni dalla fondazione, mi sembra che Speake Marin abbia raggiunto una piena maturità. Se all’inizio alcune eccentricità, specialmente di design, potevano essere viste come disturbanti, ora sono decisamente accattivanti. Non parlo solo della cassa Piccadilly, ma anche di un certo mix tra lancette, finiture, dettagli grafici. 

    Soprattutto dopo la pandemia, molti esemplari del Brand si sono allontanati in qualche modo da una certa estetica di fascia alta. Il che non significa che non siano stati creati con finiture di alto livello: basta guardare pezzi come il Dual Time Pink o il Ripples per capire come queste ultime siano perfettamente a loro agio con un’estetica più fantasiosa. Anche il nuovo One & Two Openworked Sandblasted, a mio parere, va in questo senso. 

    E il fatto che questo orologio si inserisca in un segmento premium, lo certifica il prezzo. Volenti o nolenti, in questo il cartellino ha il suo peso. Parliamo di 22.200 e 34.000 franchi svizzeri, tasse escluse, per le versioni rispettivamente in titanio e oro rosso con cassa da 38 mm. Per la cassa da 42 mm saliamo a 22.600 franchi nel caso del titanio e 38.700 per l’oro rosso. Sempre tasse escluse.

  • Garmin Tactix 7 Amoled Edition, la prova al polso

    Garmin Tactix 7 Amoled Edition, la prova al polso

    Quando ci si mette al polso un Garmin, è abbastanza certo che la cosiddetta user experience sarà ai massimi livelli per uno smartwatch. Se poi si parla del Garmin Tactix 7 Amoled Edition, le aspettative non sono deluse. Ve lo confermo in prima persona, perché ho avuto l’opportunità di provare questo orologio tattico. Nonostante io non sia un professionista dell’azione, ho potuto apprezzare le performance e le funzionalità di questo smartwatch che è un’evoluzione del Tactix 7 PRO presentato circa un anno e mezzo fa.

    Garmin Tactix 7 Amoled Edition: il segreto è nello schermo

    Credo che la mia prova abbia valore proprio perché, lo scorso anno, ho testato anche il Garmin Tactix 7 PRO e oggi ho toccato con mano (anzi, con polso), analogie e differenze tra i due device. Analogie tante, differenze un po’ meno ma sostanziali. A partire da quella principale che dà il nome a questo orologio: lo schermo Amoled.

    L’esperienza di lettura delle informazioni sul display a colori del Garmin Tactix 7 Amoled Edition è decisamente di alto livello. Lo schermo è touchscreen, a colori, molto luminoso e si legge bene anche se colpito direttamente dalla luce del sole. Rispetto a quello del Tactix 7 PRO che ho indossato lo scorso anno, la definizione è stata aumentata da 280×280 pixel a 454×454.

    La dimensione del display a 1,4 pollici riempie bene lo spazio della cassa da 51 mm e la chiarezza delle informazioni, insieme alla definizione delle icone, rende l’utilizzo del touchscreen facile e comodo anche per chi non ha proprio le dita piccolissime. Anche la risposta delle icone al tocco è rapida e pulita.

    Visto che in Garmin sottolineano molto la facilità di utilizzo anche con scarsa illuminazione, l’ho provato anche di sera. Confermo che l’intensità regolabile della luminosità del display è molto comoda. Il Garmin Tactix 7 Amoled Edition ha infatti il cosiddetto Red Shift mode, che ne modifica l’interfaccia virando in sfumature di rosso che aiutano la visione notturna. Ridurre l’illuminazione durante le ore di riposo, va anche a vantaggio della durata della batteria.

    Vestibilità e versatilità

    Torno sulla cassa e sulle dimensioni. Ricordo che, come dice il nome stesso dell’orologio, il Garmin Tactix 7 Amoled Edition è un device tattico, ossia pensato in primis per i professionisti dell’azione: militari, ranger, guardiaparco e via dicendo. Quindi la grandezza della cassa deve favorire utilizzi in condizioni estreme, nelle quali la leggibilità può fare la differenza tra il successo o il fallimento di un’azione. I 51 mm di diametro non sono dunque esagerati, anzi.

    Io ho un polso sottile, da 16,5 cm, e mi sono trovato bene con la vestibilità dell’orologio. Certo, indossato rimane “importante”, ma alcuni fattori ne aiutano la portabilità. Per esempio le anse cortissime, oppure il cinturino in nylon tattico. È morbido e avvolgente, dotato di numerosissimi buchi per la fibbia da ardiglione in modo da adattarlo con precisione al polso. Grazie a un sistema di sgancio rapido, può essere sostituito con quello in silicone, in dotazione e parimenti comodo.

    Poi il peso, contenuto a 96 grammi. Leggermente più pesante del Tactix 7 Pro (89 grammi), al polso si percepisce solo per le dimensioni. Questo grazie al fatto che la cassa è in polimero rinforzato, con fondello e ghiera scolpita in titanio. Lo spessore di 16,4 mm è di oltre un millimetro e mezzo superiore rispetto a quello del PRO: una differenza che ho sentito, provandolo sotto a una camicia. Che un Navy Seal in missione di solito non indossa, ma vi riporto la mia esperienza.

    Il Garmin Tactix 7 e le funzioni pensate per l’outdoor

    Per quanto riguarda le funzioni, chi è abituato all’ecosistema Garmin si troverà perfettamente a proprio agio. Lo schermo Amoled si affianca ai tradizionali pulsanti lato cassa dai quali è possibile accedere ai menu. Il pulsante a ore 9 attiva la suite di monitoraggio della salute e del benessere, quello a ore 2 consente di entrare nel menu delle attività tattiche.

    Non faccio parte dei corpi speciali, per cui non ho potuto apprezzare funzioni come la Jumpmaster, dedicata ai lanci con il paracadute, o come la Applied Ballistics, dedicata alle attività di tiro (funzione peraltro Premium). Però ho apprezzato la chiarezza e il dettaglio delle mappe e la loro facilità di navigazione. Così come la funzione Track Me per calcolare tempi e distanze dei propri percorsi.

    Proprio su questo punto il Garmin Tactix 7 Amoled Edition ha fatto un deciso passo avanti. Appoggiandosi al supporto GPS multibanda, l’orologio consente di navigare con dati più precisi e affidabili garantiti dall’impiego di diverse frequenze satellitari e da costellazioni di satelliti.

    Oltre alle mappe per la navigazione outdoor e su strada battuta, le mappe SkiView consentono di conoscere le più importanti località sciistiche del mondo, le loro piste e il relativo coefficiente di difficoltà. Magari avrò modo di testare questa funzione se i cambiamenti climatici consentiranno di avere neve quest’inverno.

    Salute, benessere e tecnologia

    Ricchissima la gamma di funzioni dedicate a benessere e salute. Tra essi la frequenza cardiaca al polso o a riposo giornaliera, gli avvisi sulla frequenza cardiaca anomala, la frequenza respiratoria 24×7. E ancora la saturazione di ossigeno nel sangue Pulse Ox, il monitoraggio dell’energia Body Battery, il livello di stress quotidiano (evito di scrivere i dati che mi apparivano sul display…) o il timer respirazione per il rilassamento.

    Altre funzioni le potete trovare qui e sono così tante che nella mia prova non sono riuscito a esaurirle. Soprattutto sono innumerevoli quelle dedicate agli sport. Outdoor, naturalmente, ma anche indoor. Nonostante sia una persona sportivamente attiva, ho testato l’orologio solo con una breve corsa: la rilevazione dei tempi, delle distanze e dei parametri fisici durante lo sforzo e a riposo è stata a mio avviso eccellente. Così come la leggerezza dell’orologio al polso e la tenuta del cinturino in nylon al sudore.

    I test con bicicletta, arrampicata e sci me li sono riservati per quando avrò la possibilità di farli. Queste, come altre, sono attività che mettono a rischio anche l’incolumità dell’orologio. È garantita sia dalla robustezza del polimero che costituisce la cassa, sia dal vetro zaffiro che protegge il quadrante.

    Considerazioni finali

    Per quanto non abbia potuto sfruttare al 100% le potenzialità del Garmin Tactix 7 Amoled Edition, come avrete capito ho voluto focalizzarmi sulle prestazioni che può apprezzare anche chi conduce una vita più ordinaria. E il mio giudizio sull’orologio è ampiamente positivo.

    Leggero da portare nonostante le dimensioni, facile da utilizzare anche per chi è meno avvezzo all’ecosistema Garmin, ricco di funzioni utili. Le quali, soprattutto, possono essere “tagliate” sia su un approccio dinamico alle proprie giornate, sia su uno stile di vita più urbano. Certo, con quest’ultimo si esclude una buona fetta di funzioni interessanti, ma non si penalizza eccessivamente la “mission” per la quale l’orologio è stato creato.

    Una “mission” dinamica, outdoor, di training che è ben evidente anche nell’estetica dell’orologio: bella ma essenziale, senza fronzoli. Forse, in questo senso, chi si avvicina al mondo degli smartwatch cercando qualcosa di stiloso deve puntare su altro. Qui l’estetica è al servizio della funzione e la funzione è pensata per essere fruita in ambienti rudi e difficili. È il bello del Garmin Tactix 7 Amoled Edition.

  • Patek Philippe Calatrava 6007G: colore e coraggio

    Patek Philippe Calatrava 6007G: colore e coraggio

    Ci sono marchi e modelli di orologi che hanno uno status ben definito. Il Patek Philippe Calatrava è uno di questi. A che cosa pensi quando leggi questo nome? Cassa tonda, materiali preziosi, linee classiche, quadranti dai colori tenui e rassicuranti. Poi, un giorno, dalle parti di Ginevra decidono che è ora di sparigliare un po’ le carte, di divertirsi a mettere in crisi decenni di certezze. Di far perdere un po’ la bussola agli impallinati di alta orologeria.

    E lo fanno come? Estraendo dalla loro manica inamidata non un asso ma tre. Tre Calatrava (quasi) mai visti prima che allo scorso salone di Watches and Wonders hanno fatto strabuzzare non poco gli occhi e sobbalzare il cuore. Perché proprio lì, al cuore e agli occhi, parlano le Ref. 6007G-001, 6007G-010 e 6007G-011 del Patek Philippe Calatrava. Come? Con il colore.

    Questo quadrante non mi è nuovo…

    Volente e nolente, nemmeno la Manifattura ginevrina può – né vuole perché non avrebbe senso, aggiungo io – resistere alle nuove tendenze dell’orologeria quando si parla di sportività. Tuttavia segue la corrente a modo suo, perché se il Calatrava è l’epitome di un classico dress watch, nella forma che prende con il 6007G è tutt’altro che classico. E la cosa non è per nulla negativa.

    Così come non è del tutto nuova. Il “quasi” che trovate tra parentesi poche righe sopra nasce perché, quando ho visto i Calatrava 6007G nel privé di Patek Philippe a Watches and Wonders, mi è venuto alla mente un illustre precedente. Per celebrare la nuova manifattura inaugurata nel 2019, Patek Philippe lanciò nel 2020 un orologio simile, la referenza 6007A, anche se con cassa in acciaio e quadrante blu, in edizione limitata di 1.000 pezzi.

    Nei silenziosi corridoi della Manifattura devono essersi ricordati di quanto piacque quel pezzo. E di quanto il fatto di essere un’edizione limitata aveva rassicurato i puristi; i quali forse pensarono che certi dettagli poco Patek Philippe e molto moderni si sarebbero limitati a quei 1.000 pezzi, per poi lasciare il posto ai grandi classici. Ebbene, i puristi si sbagliavano.

    Quest’anno la Maison ha deciso di riproporre questo concetto con un nuovo movimento e una cassa in oro bianco. E tanto colore, almeno per gli standard di Patek Philippe. L’edizione 2023 del Calatrava 6007G è disponibile infatti con accenti giocosi in rosso (6007G-010), giallo (6007G-001) e azzurro (6007G-011).

    Il quadrante dei nuovi Patek Philippe Calatrava

    Proprio su uno dei tratti caratteristici della collezione – il quadrante dai colori rassicuranti – Patek Philippe ha deciso di fare il colpo di teatro. In manifattura sono partiti dal motivo in rilievo del quadrante del 6007A per realizzare un motivo a trama in fibra di carbonio nella parte centrale.

    A differenza di quello cui ci ha abituato la Maison, questo motivo non è lavorato a mano con tecnica guilloché, ma è stampato. Una scelta che potrebbe far storcere il naso ai puristi di cui sopra, ma che ha un innegabile vantaggio: mantiene il prezzo dell’orologio entro limiti accettabili. Ovviamente senza arretrare di un centimetro in termini di qualità e di risultato estetico. Vi assicuro che, visto dal vivo, ha una resa eccezionale.

    La trama ripetuta, una sorta di scacchiera in diagonale, crea ombre e riflessi che danno profondità al quadrante del Patek Philippe Calatrava. Poi la zona centrale è circondata da tre settori alternati con differenti lavorazioni, che migliorano la leggibilità delle informazioni.

    Settore per settore

    Il più interno, adiacente alla parte centrale a scacchiera, è un anello della minuteria a chemin de fer bianco, con gli indici delle ore triangolari colorati. Si distacca dal resto del quadrante per la sottile finitura concentrica e per il fatto di essere racchiuso da una scanalatura lucida. Proprio in corrispondenza della scanalatura gira la punta della lancetta delle ore, in perfetto equilibrio con il quadrante.

    All’anello dei minuti segue quello delle ore, con grandi numeri arabi in oro bianco applicati e la sottostante finitura a cerchi concentrici. Sia gli indici sia le lancette di ore e minuti sono riempiti di materiale luminescente. Anche l’anello delle ore è racchiuso da una sottile scanalatura lucida, alla quale questa volta si allinea la punta della lancetta dei minuti, in razionale corrispondenza con la disposizione di quella delle ore.

    L’ultimo anello contiene una minuteria in stile racing con tacche colorate che si alternano tra l’indicazione di un secondo e la successiva, per rendere la lettura del tempo la più precisa possibile. Dopo gli indici triangolari delle ore e la minuteria racing, il terzo tocco di colore è dato dalla lancetta dei secondi centrali.

    È tutto oro quello che luccica

    La cassa, dicevo, è in oro bianco, ha un diametro di 40 mm e uno spessore di 9,17 mm. Provato al polso sembra visivamente più grande, forse anche per la larghezza di 22 mm delle anse, non così usuale in rapporto a una cassa da 40. Una sorta di regola non scritta dell’orologeria consiglia infatti di dimezzare la larghezza delle anse rispetto al diametro della cassa. Stando a questa regola, qui avanzano 2 mm, ma vi assicuro che la vestibilità non ne risente.

    La finitura della cassa è completamente lucida, salvo una parte dell’anello di incassaggio sul fondello. Le linee sono morbide, bombate, specialmente nella lunetta e nelle anse avvolgenti, che rendono l’orologio comodo al polso. Una costruzione armonica nella quale l’unico elemento di “rottura” è la grande corona di carica con una profonda zigrinatura.

    Il calibro del Patek Philippe Calatrava 6007G

    Come ho scritto sopra, rispetto all’edizione limitata del 2020 i Patek Philippe Calatrava 6007G utilizzano come movimento il calibro di manifattura 26-330 S C. Non sto a ricordarvi gli alti standard tecnici e qualitativi dei calibri di Patek Philippe, ma in questo caso devo fare un accenno a ciò che, qui, fa la differenza: ossia la ruota che muove i secondi centrali.

    È stata fabbricata dalla manifattura utilizzando una tecnologia chiamata LIGA, acronimo delle parole tedesche Lithographie, Galvanoformung, Abformung. Si possono tradurre grossomodo come (mi perdonino i germanisti) “litografia, elettroformatura, stampaggio”. Si tratta di una tecnologia molto avanzata che consente di creare ruote con denti sottili e lunghi, attraverso un processo di stampaggio additivo anziché tagliando i denti delle ruote individualmente o stampandoli da un unico wafer. 

    Le ruote dei secondi così precise al micron e con i denti così sottili e lunghi danno al calibro il vantaggio di un movimento quasi privo di scatti della lancetta dei secondi. Nonostante il movimento lavori a 28.800 alternanze/ora con 35-45 ore di autonomia, il risultato è un moto della lancetta dei secondi fluido e molto bello da vedere.

    Il calibro 26-330 S C ha anche la funzione cosiddetta di hacking seconds, ossia la lancetta dei secondi si ferma quando si estrae la corona di carica. È qualcosa che siamo abituati a vedere diffusamente, ma Patek Philippe l’ha introdotta nei propri movimenti relativamente di recente.

    Giù le mani dal cinturino

    Una menzione speciale la merita il cinturino. Poveretto, di solito viene lasciato in fondo a ogni recensione e liquidato con pochi cenni, ma nel caso del nuovo Patek Philippe Calatrava vale la pena spendere qualche parola in più.

    È realizzato in pelle di vitello nero goffrata, con una trama in fibra di carbonio che richiama il motivo centrale a settori del quadrante, e cuciture in tinta con gli accenti colorati di indici e lancetta dei secondi. Indossando l’orologio se ne può apprezzare la fattura eccellente. A mio avviso, completa alla perfezione l’estetica d’insieme.

    In questo senso voglio rendergli giustizia, perché non ha ricevuto commenti sempre positivi. La trama in fibra di carbonio è stata considerata da alcuni colleghi quasi “economica”, fuori posto persino sul modello più dichiaratamente informale nella collezione Patek Philippe Calatrava. Quasi un pagare dazio all’abbinata trita e ritrita carbonio-sportività.

    Ebbene, per quanto possa valere un parere modesto e non richiesto come il mio, questo cinturino ha tutti gli elementi per soddisfare in pieno il Dna Patek Philippe. La qualità della pelle e della lavorazione, il fatto che completi alla perfezione il “pacchetto” dell’orologio, il comfort al polso basterebbero da soli a certificarne lo standing in linea con quella della Maison ginevrina.

    Perché Patek è Patek

    Per concludere, con la referenza 6007G i Patek Philippe Calatrava hanno portato in collezione qualcosa di inatteso e, proprio per questo, intrigante. Anche coraggioso, in un certo senso, perché non del tutto in linea con i gusti degli amanti del marchio.

    D’altro canto, però, proprio perché Patek Philippe sa di essere Patek Philippe, non è escluso che con queste referenze abbia pensato anche di poter aprire una nuova strada. Una strada verso la sportività che altri marchi storicamente formali saranno incoraggiati a perseguire. In questo caso, la maison ginevrina avrebbe ragione ancora una volta. 

    Se è vero che, come recita il payoff della campagna, “un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”, è anche vero che il Calatrava 6007G non incarna proprio l’idea dell’orologio indossato da padre o dal nonno e custodito per essere tramandato alle generazioni successive. La forza del Marchio è anche, e soprattutto, questa.

  • Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo: forma e sostanza

    Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo: forma e sostanza

    Il bello di avere in collezione un classico è che ci si può sbizzarrire per renderlo sempre attuale. Prendete il Baume&Mercier Riviera. È come un bell’uomo di mezza età, che si tiene in forma cambiando look e mantenendosi giovanile senza scimmiottare i giovani. Mostrando gli anni che ha, sinonimo di esperienza e di vita vissuta, ma restando al passo con i tempi. 
    Fuori di metafora, significa che il nostro Baume&Mercier Riviera è capace di arricchirsi in termini di materiali, movimenti, complicazioni. Tutto mantenendo un’identità stilistica ben riconoscibile, figlia della sua storia.

    Una storia iniziata 50 anni fa, nel 1973, dalla penna di Jean-Claude Gueit, uno dei più grandi designer di orologi: che inventò l’incastonatura “rainbow” per le pietre colorate, creò il Polo di Piaget e, appunto, la collezione Riviera di Baume&Mercier.
    Un uomo che disegnò anche per Rolex, Patek Philippe, Vacheron Constantin e Harry Winston. Un uomo che in quei fenomenali anni ’70 diede la propria interpretazione estetica al filone degli orologi sporty-chic creato dal suo quasi coetaneo Gérald Genta. Il Baume&Mercier Riviera è una delle sue creazioni più riuscite e longeve, e il Marchio ne dà ora un’interpretazione nuova, arricchendola di un calendario perpetuo.

    Richiami al passato (e al presente)

    Il primo impatto visivo con il Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo mi ha riportato indietro di 40 anni. Se, infatti, il design della collezione rimane ben riconoscibile, il combinato disposto di colori e finiture richiama molto una certa orologeria degli anni ’80. Proprio nel 1985 la Maison produsse un Riviera calendario completo (non perpetuo) che ricorda da vicino il nuovo modello, pur nelle dimensioni più ridotte che caratterizzavano l’orologeria dell’epoca.

    Quello che nell’insieme colpisce di più è senza dubbio la tonalità dorata del quadrante, che spicca sull’acciaio di cassa, lunetta, bracciale. E lo illumina. Buona parte del merito è da attribuire, penso, alla delicata satinatura verticale e al gioco di contrasti creato con le finiture dei contatori, che al centro hanno infatti una lavorazione a motivo concentrico mentre il bordo è diamantato. Gli anelli con le indicazioni, posti a un livello leggermente inferiore sia del quadrante sia della parte centrale dei contatori, danno al quadrante stesso un accenno gradevole di profondità.

    Che cosa sia e come funzioni un calendario perpetuo, non ve lo sto a spiegare di nuovo. Leggete questo articolo e ne saprete anche più di me. Quello che ci tengo a farvi notare è la disposizione classica dei contatori con le loro indicazioni, che ricalca quella del modello dell’85 e dei calendari perpetui in generale.

    A ore 3 ci sono i giorni del mese, a ore 6 le fasi lunari, a ore 9 i giorni della settimana e a ore 12 i mesi dell’anno. Al centro di quest’ultimo contatore c’è l’indicatore del ciclo annuale, con l’anno bisestile indicato in rosso. Tutto molto ben bilanciato. Il quadrante è ricco, ma non si può dire che sia affollato, nonostante l’horror vacui abbia indotto Baume&Mercier a riempire lo spazio al di sotto delle fasi lunari con logo e nome della collezione.

    Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo, equilibrio di forme

    Scrivevo poco sopra che il quadrante spicca nella visione d’impatto dell’orologio, illuminando l’insieme di cassa e bracciale. In effetti, in questo Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo il Brand ha fatto un gran bel lavoro con le finiture. La satinatura verticale del quadrante torna infatti sia sulla cassa, sia sul bracciale integrato a tre file, sia sulla faccia superiore della lunetta, dando al tutto una bella impressione di omogeneità.

    Che non significa però piattezza. Basta dare un’occhiata al bordo lucido della lunetta (dodecagonale, che ve lo dico a fare?) per avere un’impressione di movimento, data dai giochi di luce. Lucide sono anche le teste delle classiche quattro viti che fissano la lunetta alla carrure. Per inciso, sul lato cassa satinato sono incassati i pulsanti dei correttori per i contatori.

    La cassa ha una misura portabilissima di 40 mm, che non mortifica per nulla la vestibilità del Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo. E nemmeno la leggibilità del quadrante. Spesso, infatti, i calendari perpetui prediligono casse più ampie per aprire il quadrante e dare maggiore spazio alla leggibilità delle informazioni. Qui, invece, la Maison ha lavorato bene grazie proprio alle finiture del quadrante stesso, di cui ho scritto prima.

    Detto che la cassa è impermeabile fino a 5 bar, segnalo lo spessore. Non arriva a 12 mm, si ferma a 11,84. Non male per un calendario perpetuo, considerando che il calibro incassato non è integrato ma modulare: un calibro di manifattura Baumatic abbinato a un modulo Dubois-Dépraz per il calendario perpetuo.

    Questa complicazione non mi è nuova…

    Come molti di voi sapranno, per realizzare una complicazione in un orologio (dal cronografo al calendario perpetuo), si può lavorare creando una costruzione integrata oppure modulare. Nella prima, le varie funzioni sono integrate nell’architettura del movimento; nella seconda la complicazione si trova in un modulo a parte che è montato su un movimento di base, il quale fornisce la funzionalità essenziale della misura del tempo.

    Il vantaggio della costruzione modulare è dato dal fatto che, essendo il modulo costruito separatamente, può essere abbinato a molti calibri diversi. Inoltre, per un brand costa meno produrre un movimento modulare. Per contro, lo svantaggio principale di questo movimento sta nel fatto che, ponendo un modulo sopra al calibro, aumenta lo spessore dell’insieme e, quindi, quello della cassa. Svantaggio che però, come ho scritto, nel Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo è stato contenuto entri limiti ragionevoli.

    Abbiamo già visto Baume&Mercier sviluppare questa soluzione per il Clifton Baumatic Calendario perpetuo, dove al calibro Baumatic BM13-1975A C2 era stato innestato un modulo Dubois-Dépraz 55202 per il calendario. La scelta qui è stata analoga: movimento di manifattura Baumatic e modulo Dubois-Dépraz. Del primo sapete già tutto e, se non lo conoscete fino in fondo, leggete qui. Del secondo, sappiate che è specialista dei moduli e che ne ha creati anche per i calendari perpetui del Royal Oak di Audemars Piguet. Tanto basta.

    Il Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo è in 50 pezzi

    Come ormai sapete se mi leggete con continuità, eccomi in fondo con il vil denaro. Che tanto vile in questo caso non è, perché il Baume&Mercier Riviera Calendario perpetuo costa 19.500 euro. Ed è in edizione limitata, che la Maison ha scelto di fissare in 50 pezzi al mondo.

    Personalmente non sono un fan delle edizioni limitate né delle edizioni boutique. Perché non me le posso permettere, penserà qualcuno di voi… In realtà no, e nemmeno perché ho un concetto democratico dell’orologeria. Non sono un fan perché penso che in tanti casi aiutino solo ad aumentare la speculazione più che a far crescere il desiderio: e, vista la piega presa dal mercato negli ultimi anni, la speculazione è l’ultima cosa che serve.

    Tuttavia, nel caso di questo orologio, Baume&Mercier ha compiuto una mossa intelligente, posizionandolo al di sotto dei 20.000 euro. Limitando così, spero, possibili rialzi forsennati sul mercato parallelo. Peccato per la quantità, perché 50 pezzi sono davvero pochi anche se, immagino, sia una scelta fatta per omaggiare i 50 anni della collezione. In questo caso, buon compleanno e auguri, anzi complimenti, a chi si metterà al polso questo pezzo notevole.

  • Blancpain Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3: atto finale

    Blancpain Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3: atto finale

    Quando Blancpain si muove per organizzare un evento, state pur certi che fa le cose in grande. Ne ho avuto l’ennesima prova lo scorso weekend, quando sono stato invitato a Cannes per la presentazione del terzo orologio che celebra i 70 anni del Blancpain Fifty Fathoms, il Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3.

    C’era chi pensava che…

    Dopo i modelli lanciati a gennaio e a febbraio, c’era curiosità intorno a questo terzo e ultimo pezzo. Oltretutto sul web avevano impazzato ipotesi e previsioni: alcune plausibili, altre bizzarre, talune surreali. Specialmente dopo la recentissima operazione in collaborazione con Swatch, c’è stato persino chi si è lanciato in mirabolanti supposizioni di Blancpain Fifty Fathoms colorati, anche per le referenze Bathyscaphe.

    Ebbene, io non sono il mago Otelma (grazie al cielo) e nemmeno ho un’intelligenza superiore alla norma (peccato), ma l’idea che sarebbe stato qualcosa di filologicamente più vicino alla storia dell’orologio mi è passata per la testa. Dopo che l’Act 1 era stato un omaggio al passato e il Fifty Fathoms Tech Gombessa Act 2 una prova generale di futuro, la sensazione che Blancpain sarebbe tornata alle origini era nell’aria.

    E così è stato. Durante il party del 23 settembre sull’île Sainte-Marguerite, il Ceo di Blancpain Marc Hayek ha tolto il velo all’orologio, o meglio, lo ha tolto dalla scatola. Il Blancpain Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3 era infatti celato sotto un cubo di legno, che Hayek ha sollevato facendosi aiutare dai due chef stellati che hanno curato il buffet dell’evento, Christopher Coutanceau e Glenn Viel. E da quella mistery box in stile Masterchef non è apparso un carciofo ma lui, la star della serata.

    Io l’ho provato

    La teca con l’orologio è stata oggetto di un immediato assalto degli astanti, a caccia del primo scatto, come fosse George Clooney sulla non lontana Croisette. Così ho optato per un altro banco, sul quale due orologiai avevano a disposizione altri due pezzi da mostrare e far provare. E da qui voglio partire questa volta, dalla prova al polso. Per quanto sia stata rapida, ha comunque offerto le sensazioni che cercavo per cominciare questo articolo.

    Inizio subito in media res, come dicevano i latini, con qualche informazione buttata lì che approfondirò più avanti. Ebbene, per l’ultimo nato della famiglia Blancpain Fifty Fathoms, il Marchio ha fatto uno sforzo in termini di vestibilità. La cassa ha un diametro di 41,3 mm e uno spessore di 13.30 mm e una leggera curvatura; non è pesante al polso nonostante sia fatta di bronzo dorato.

    Le anse molto allungate e abbinate al cinturino Nato (unica scelta, niente caucciù) non rendono questo Fifty Fathoms ideale per i polsi sottili come il mio. L’ho visto indossato da gente più nerboruta del sottoscritto e l’impressione che mi ha lasciato è che quello sia il suo habitat ideale. Poi, come dico sempre, la prova dal concessionario è sempre la cosa migliore per valutare l’indossabilità di un orologio.

    L’eredità del Blancpain Fifty Fathoms

    Ho fatto questa premessa, a mio avviso importante, perché non siamo in tantissimi ad avere avuto l’opportunità d mettere al polso il nuovo Blancpain Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3. Un parere fresco penso fosse utile. Ora torno a una presentazione più classica e inizio col dire che l’ispirazione per l’orologio è venuta dal modello in dotazione agli uomini rana della Marina Militare americana all’inizio degli anni ’60. Un’ispirazione che si ritrova in diversi dettagli.

    Tanto per cominciare nell’indicatore dell’impermeabilità a ore 6 che abbiamo imparato a conoscere dal contemporaneo Fifty Fathoms Mil-Spec e che è una invenzione di Jean-Jacques Fiechter, padre del Fifty Fathoms e Ceo di Blancpain dal 1950 al 1980. Il funzionamento dell’indicatore è molto semplice: se dell’umidità penetra nella cassa, la parte superiore bianca della “pastiglia” tende ad assumere un colore simile a quello della parte inferiore. In questo modo, mancando l’immediato contrasto visivo, un subacqueo che indossa l’orologio in immersione si accorge al volo che la tenuta stagna è stata compromessa.

    L’indicatore è presente fin dal 1957 sul quadrante del Mil-Spec (Military Specification, ossia costruito per soddisfare le specifiche richieste alle attrezzature militari). E ha fatto sì che la Marina statunitense giudicasse questo modello come l’unico in grado di soddisfare tutti i propri criteri riguardanti gli orologi da utilizzare per le missioni sottomarine. 

    Passato e presente

    I richiami a quell’orologio continuano nel colore nero opaco del quadrante, nel diametro della cassa (un’enormità a quei tempi) e nel logo Blancpain, scritto con i caratteri dell’epoca. Anche il vetro zaffiro, bello protruso, sa di anni ’50. Non potendo utilizzare il radio per gli indici, si è scelto il Super-LumiNova vintage, così come per la scala di immersione sulla lunetta. A proposito, quest’ultima è girevole, unidirezionale e piatta, con il tocco moderno dell’inserto in ceramica nera. 

    Il cinturino Nato bicolore riprende il codice cromatico del modello degli anni ’60, con un cuore sostenibile che lo rende adatto ai nostri giorni: è fatto con reti da pesca abbandonate, rimosse dagli oceani.

    Quello che invece distingue il Blancpain Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3 dall’orologio del passato è sicuramente la lunghezza delle anse, che là erano più corte e avvolgenti, oltre al materiale della cassa. L’ho anticipato prima, si tratta di bronzo dorato e, come promesso, ora ne parlo un po’ più da vicino.

    Una cassa speciale

    Sappiamo che in Swatch Group hanno il pallino di essere un po’ alchimisti e creano non di rado leghe proprietarie. Ricordo a titolo di esempio l’oro Sedna, Canopus o Moonshine di Omega. E cito Omega non a caso, perché questa lega brevettata chiamata bronzo dorato arriva da lì e chi ha buona memoria la ricorda in una cassa dello Speedmaster Chronoscope.

    È composta per il 37,5% da oro con punzonatura 9 carati e per il 50% da rame; il restante 12,5% se lo dividono argento, palladio e gallio. Quest’ultimo, molto raro, fonde a soli 30 gradi Celsius: pensate alla difficoltà di lavorarlo con altri componenti e ditemi se anche a voi non viene da pensare che nelle fonderie di Swatch Group lavori il Topolino Apprendista stregone di Fantasia.

    Il bronzo dorato fornisce un colore molto specifico, più vicino al bronzo tradizionale (almeno quando è nuovo) e diverso dalle altre leghe d’oro proprietarie di Omega. Allo stesso tempo, si qualifica come oro 9 kt e può quindi essere marchiato con punzoni. I risultati sono un colore e una lucentezza interessanti, diversi da qualsiasi altro bronzo. E – cosa importante – l’assenza di scolorimenti e ossidazioni, che per molti sono il bello di queste casse (più scolorano, più diventano uniche), ma per altri sono una seccatura che li frena nell’acquisto di questo tipo di orologi.

    Il calibro del Blancpain Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3

    Non torno sulle dimensioni della cassa, che è impermeabile fino a 30 bar – minimo sindacale per un subacqueo professionale. Passo al movimento. Si tratta di un calibro automatico solo tempo e senza indicazione della data, giusto per parlare di aderenza filologica alla tradizione. All’epoca, un movimento a carica manuale avrebbe potuto prestare il fianco a una perdita progressiva di impermeabilità della cassa, dovendo mettere mano quotidianamente alla corona per ricaricarlo.

    Il calibro 1154.P2 è dotato di un doppio bariletto, che garantisce all’orologio un’autonomia di 100 ore. È qualcosa in meno di quanto fornisce il classico 1315 montato sulla collezione corrente, che arriva a 120 ore. Il 1315 è di oltre due millimetri più spesso, anche per la presenza del disco del datario, e lavora a 28.800 alternanze/ora, che sono invece 21.600 nel 1154.P2.

    Come ogni calibro di alta qualità che si rispetti, ha la spirale in silicio che lo rende resistente al magnetismo. A proposito di resistenza, per la prima volta nel Blancpain Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 3 la Manifattura inserisce un movimento inattaccabile fino a 1000 gauss. Un risultato ottenuto grazie all’impiego del silicio abbinato, a livello di scappamento, a una serie di leghe esclusive.

    Questo ha consentito di evitare l’inserimento di una gabbia in ferro dolce a protezione del calibro, come si faceva un tempo, e di rendere così il movimento visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro. L’anello di incassaggio è anch’esso in bronzo dorato; dettaglio non secondario, perché negli orologi con cassa in bronzo di solito il fondello è in un altro metallo perché la lega può generare reazioni allergiche sulla pelle del polso.

    Blancpain e gli oceani

    Sopra ho parlato del cinturino fatto con reti da pesca riciclate. Scelta coerente, dal momento che l’esplorazione e la preservazione degli oceani mondiali sono essenziali per Blancpain. Un’affinità che si accompagna alla determinazione nel supportare importanti attività e iniziative dedicate agli oceani e dalla quale è nato il Blancpain Ocean Commitment (BOC).

    Grazie a questo programma, Blancpain è partner di diverse organizzazioni leader e personalità stimolanti. E concentra i suoi sforzi attraverso tre assi: sensibilizzare sulla bellezza degli oceani, contribuire alla ricerca scientifica e implementare delle misure efficaci di conservazione.

    Anche a Cannes, il giorno prima della mondanità, è stato dato spazio alla sostenibilità e voce al Blancpain Ocean Commitment con una tavola rotonda all’Hôtel Majestic. Vi hanno partecipato Marc Hayek, il fotografo ed esploratore subacqueo partner del brand Laurent Ballesta, il Ceo di Padi Drew Richardson, quello di Oceana Andrew Sharpless, il Direttore editoriale di The Economist Impact Charles Goddard.

    Prezzo e disponibilità

    Chiudo, come sempre, parlando del prezzo. Al momento la cifra precisa nella valuta comunitaria non è ancora stata comunicata, ma si aggira intorno a 32.000 euro. Aggiornerò appena possibile. Comunque soldi importanti per un orologio con cassa in bronzo dorato e non braccialato.

    E per la prova dal concessionario di cui ho scritto sopra ci vorranno pazienza e tenacia: l’orologio è in edizione limitata di 555 pezzi e al mercato italiano ne sono destinati meno del 5% del totale. Un motivo in più per ritenermi privilegiato a essere stato nel posto giusto al momento giusto. Cannes, 23 settembre 2023.

  • Breitling Navitimer 36 e 32, un “cult” in formato ridotto

    Breitling Navitimer 36 e 32, un “cult” in formato ridotto

    La storia dell’orologeria è fatta da referenze mitiche ma, soprattutto, dal genio di chi le ha create, capace non di rado di anticipare le tendenze e le dinamiche storiche. Prendiamo il Breitling Navitimer come esempio perfetto.

    Negli anni ’50 del Novecento l’aviazione commerciale era in pieno sviluppo, dopo aver fatto capolino tra gli anni ’20 e ’30 ed essere stata frenata dalla Seconda Guerra Mondiale. Un settore promettente, i cui professionisti avevano bisogno di strumenti efficaci da affiancare a quelli dei velivoli. E Willy Breitling che cosa combina? Si inventa il Navitimer, uno dei primissimi orologi tecnici sviluppati per i piloti professionisti.

    Roba da uomini

    Era il 1952 e oggi, a distanza di oltre 70 anni, il Breitling Navitimer è ancora in collezione. Non sto a riscrivere qui la genesi di questo orologio: lo potete leggere in questo articolo. Quello che conta, pensando alla sua nascita, è l’idea di Willy Breitling di inserire in un orologio da polso uno strumento professionale come il regolo logaritmico. Realizzato negli anni ’40 per il Chronomat, nel Breitling Navitimer era integrato in una lunetta girevole circondata da piccole perle, che ne agevolavano la manipolazione.

    Insieme alla semplicità d’uso, l’altro fattore determinante era la facilità di lettura. Per questo motivo i primi orologi avevano una cassa da 41 mm, gigantesca per quegli anni. Una scelta che garantiva la lettura immediata di tutte le informazioni presenti sul quadrante, grazie anche ai numeri arabi sovradimensionati al radio, a contrasto sul quadrante nero.

    Un orologio, il primo Breitling Navitimer, decisamente maschio. Sia per le dimensioni, sia per il fatto che, per decenni, i piloti professionisti dell’aviazione civile, commerciale e militare sono stati per la quasi totalità uomini. Dimensioni che sono andate anche crescendo nel corso del tempo, come testimoniano le referenze da 46 mm attualmente in collezione.

    La donna di Breitling

    Ecco perché i nuovi Navitimer da 32 e 36 mm appena presentati dal Marchio sono, a mio avviso, un’interessante operazione di estensione della gamma. Se il 41 mm lanciato lo scorso anno era, nell’idea di Breitling, interessante anche per le donne, con queste nuove referenze non ci sono ambiguità. E la scelta è in linea con la direzione presa da Breitling.

    Di recente, pezzi come il Chronomat, il Super Chronomat, il Superocean – anche se si tratta di collezioni che nascono maschili – presentano un numero incredibile di referenze sviluppate per i polsi e per i gusti femminili. Che non sono semplici trasposizioni in scala minore, con l’aggiunta di qualche brillocco e di metalli preziosi; basta considerare i movimenti meccanici, ai quali le clienti di oggi dedicano sempre maggiore attenzione.

    Il Breitling Navitimer da 36 o da 32

    Per questo motivo Breitling ha introdotto nella collezione Navitimer due nuove misure di cassa. E, come spesso accade, il marchio guidato da Georges Kern non si è risparmiato: e ha sviluppato ben 20 referenze, 10 per il 32 mm e 10 per il 36 mm.

    Ciò che le distingue in prima battuta è il materiale della cassa. Ciascuno dei due formati ha sei referenze in acciaio, due in acciaio e oro rosso, due in oro rosso. Per ciascuno di essi è disponibile sia la versione con il cinturino in alligatore, sia quella con il bracciale in materiale abbinato alla cassa. Totale 20, appunto.

    Tra le due misure, quella del Breitling Navitimer 36 parla anche a un appassionato uomo che non ama gli orologi troppo grandi. Che sia per una questione di polso sottile o di understatement, la preferenza per diametri tra i 35 e i 39 mm da parte dei maschietti è una tendenza in atto da alcuni anni. Ecco perché con il 36 mm Breitling strizza l’occhio anche a loro.

    Lo fa principalmente scegliendo colori di quadranti più unisex come il verde menta, l’argento e l’antracite, almeno sulle referenze in acciaio. Su quelle più preziose compaiono invece la madreperla e i diamanti incastonati agli indici (anche nel Navitimer 32), spostando decisamente il tiro sulla clientela femminile.

    Attitudine sostenibile

    Sarà per coinvolgere anche i Millennials, sarà perché le donne sono tendenzialmente più sensibili a certi temi, sta che di fatto che la nuova collezione ha a cuore anche la sostenibilità sociale e ambientale. I diamanti utilizzati nei Breitling Navitimer 36 e 32 sono infatti coltivati in laboratorio. Niente sfruttamento delle miniere, niente rischi di finanziare conflitti e corruzione nel Sud del mondo. In linea con la “Mission to do better” che si è data Breitling, le pietre sono anche tracciabili poiché provengono da produttori accreditati che hanno ottenuto lo standard SCS 007, il primo protocollo a fornire parametri di riferimento sulla sostenibilità dei diamanti.

    Stesso discorso per l’oro rosso. È il cosiddetto “oro migliore”, riconducibile a miniere artigianali e su piccola scala che soddisfano i criteri della Swiss Better Gold Association. L’associazione senza scopo di lucro fondata da imprese svizzere proprio per fornire all’industria orafa e orologiera catene di approvvigionamento responsabili, tracciabili e sostenibili.

    Scelte di continuità

    Dal punto di vista del design, i codici estetici del Navitimer ci sono tutti – a parte i contatori cronografici, visto che si tratta di un orologio solo tempo. Ecco quindi le piccole perle sulla lunetta – che da Breitling chiamano “a goccia” – e il regolo calcolatore analogico posto fra la lunetta stessa, il réhaut girevole e il quadrante. 

    Per il movimento, Breitling ha scelto di andare sul sicuro affidandosi al calibro 17 ND. Un “trattore”, robusto e preciso, certificato cronometro dal COSC, versione senza datario del calibro 17 del quale è una elaborazione. La base è un ETA 2824-2, movimento automatico fornito anche da Sellita, con massa oscillante bidirezionale su cuscinetto a sfere. Lavora a 28.800 alternanze/ora ed è accreditato di un’autonomia di 38 ore. Il fondello dell’orologio è chiuso, per cui il movimento non è a vista.

    Il volto prezioso del Breitling Navitimer

    Per il Navitimer 32, Breitling ha invece scelto un’estetica più spiccatamente femminile. Tanto per cominciare, sparisce il regolo calcolatore tipico della referenza. Una scelta dettata dall’esigenza di semplificare il design, adattandolo al diametro ridotto dell’orologio. In effetti, se già sul 36 mm non è facilissimo leggere le informazioni del regolo, sul 32 sarebbe un’impresa.

    Inoltre, la madreperla fa la sua comparsa anche nei quadranti delle referenze in acciaio e si colora, oltre che del classico bianco, anche di rosa cipria e di azzurro. Dei diamanti e dell’oro ho già scritto e, nel 32 mm, assumono ancora di più una connotazione femminile.

    Sul Breitling Navitimer 32 il calibro meccanico lascia il posto al quarzo che però, quando parliamo di questo Brand, non è un quarzo qualsiasi. Il calibro Breitling 77 che anima questo orologio è infatti un movimento SuperQuartz ultra-preciso e certificato COSC. Che cosa renda speciale il SuperQuartz, lo potete leggere qui. Di sicuro, con i suoi 3-4 anni di autonomia, toglie alle signore il pensiero di ricaricarlo ogni mattina.

    Per concludere

    Un’ultima occhiata ai prezzi. Per il Navitimer 32 si va da 4.100 a 21.000 euro, a seconda delle referenze. Per il Navitimer 36 il pendolo oscilla tra i 4.900 e i 32.000 euro. Georges Kern, Ceo di Breitling, dice che «puoi individuare una persona dall’altra parte della stanza e sapere che indossa un Navitimer. È così riconoscibile». Il fatto che questa frase sia vera anche con dimensioni così contenute, significa che la Marca ha lavorato bene, perché tradire il Dna di un simbolo è facile e rischioso. Pur ritoccando uno dei suoi tratti più riconoscibili, la misura della cassa, Breitling non è caduta nel tranello. Onore al merito.

  • Classic Power Reserve Big Date di Frederique Constant: qualità al cubo

    Classic Power Reserve Big Date di Frederique Constant: qualità al cubo

    Confesso che non mi è facile star dietro alla vena creativa di Frederique Constant. Meno di un mese fa scrivevo del record di 30 calibri di manifattura in 35 anni di vita e il Marchio ora che cosa fa? Presenta il Classic Power Reserve Big Date Manufacture. Calibro di manifattura numero 31. E tutti ad aggiornare le statistiche, io per primo.

    E il bello è che per scavallare il fatidico numero di 30 calibri, Frederique Constant ha deciso di crearne uno che unisce la bellezza di tre complicazioni. E di includerlo, vista la natura particolarmente complessa, all’interno della collezione Manufacture, destinata ad accogliere gli orologi con il maggior grado di raffinatezza. 

    Per il Classic Power Reserve Big Date Manufacture Frederique Constant ha pensato a quattro referenze, mosse tutte dal nuovo calibro FC-735. Le tre complicazioni che è in grado di gestire sono le indicazioni delle fasi lunari, dell’autonomia residua e la gran data. Le prime due sono ben padroneggiate dal Marchio e si ritrovano in diverse referenze. La gran data è invece al debutto e si inserisce in un filone in particolare fermento.

    Gran data, gran qualità

    La gran data è infatti una complicazione che richiama subito alla mente degli appassionati la tradizione dell’orologeria sassone. Glashütte Original e A. Lange & Söhne, per fermarmi ai due nomi più blasonati, ne fanno una bandiera. Ma, recentemente, è apparsa anche in un pezzo molto interessante di discendenza svizzera, il Multifort TV Big Date di Mido.

    E svizzera, a differenza di quanto si potrebbe pensare, è l’origine di questa complicazione. Il primo marchio a introdurla fu Helvetia, nel 1932, con il calibro 75A, un movimento di forma (tonneau) da 15 rubini con il modulo della gran data. Ogni cifra appariva in una finestra separata, rendendola molto più leggibile del primo datario mai comparso su un orologio da polso, pochi mesi prima, brevettato nel 1930 da Otto Graef, proprietario della manifattura Mimo.

    La complicazione del datario in una singola finestra apparve infatti due anni dopo il brevetto nell’orologio Mimo-Meter. Fu una rivoluzione, che purtroppo non aveva fatto i conti con la scarsa praticità dovuta alle dimensioni minuscole della finestrella. Ci pensò Helvetia a renderla più fruibile e da allora la gran data è diventata sinonimo, oltre che di leggibilità, anche di raffinatezza.

    Come funziona

    Tipicamente la gran data funziona grazie a due dischi in parallelo, uno con le cifre delle decine e l’altro con quelle delle unità. La ruota delle ore aziona una ruota intermedia, che innesta il disco delle unità con un ingranaggio sottostante a esso. Tramite questo ingranaggio la ruota delle ore trasferisce energia che, immagazzinata da una molla, viene rilasciata intorno alla mezzanotte: così, in combinazione con un martello, la molla fa scattare in avanti il disco delle unità.

    Ogni dieci giorni, una linguetta sul disco delle unità spinge il disco delle decine in avanti di una posizione. Altre molle mantengono entrambi i dischi data nella posizione corretta per visualizzare i numeri nelle finestre. Il movimento deve essere corretto manualmente (quando e se necessario) all’inizio di ogni mese.

    Numerosi marchi utilizzano invece un sistema di dischi sovrapposti (o componenti simili) per realizzare la propria gran data. Forse il più famoso è A. Lange & Söhne, che l’ha introdotta per la prima volta nel 1994 all’interno del quadrante del Lange 1 e l’ha fatta diventare una componente quasi imprescindibile del proprio linguaggio di design.

    Altri ancora creano la gran data con il disco delle decine posizionato all’interno del disco delle unità. Ciò risolve il problema della collocazione dei numeri su piani diversi, pur mantenendo compatto il meccanismo della grande data. Un esempio è il SeaQ Panorama Date di Glashütte Original.

    Complicazioni storiche

    Sulla riserva di carica e sulle fasi lunari c’è poco da dire. La comparsa dell’indicazione del moto lunare avviene nientemeno che sulla cosiddetta macchina di Antikythera. Non un orologio in senso stretto, ma comunque un sofisticato meccanismo di calcolo del tempo e dei moti astrali (così almeno è accreditato da studi sempre più recenti), risalente al I secolo avanti Cristo.

    Funzioni astronomiche e fasi lunari si diffusero poi a partire dal XVI secolo all’interno delle cattedrali e, in forma più piccola, negli orologi da tavolo delle dimore nobiliari. Dopo essere stata successivamente introdotta negli esemplari da tasca, per l’arrivo della complicazione all’interno di quelli da polso dobbiamo aspettare il XX secolo.

    L’indicazione dell’autonomia invece ha una storia relativamente più recente: fu introdotta dal “solito” Abraham-Louis Breguet negli anni ’80 del Settecento. Tutti i primi “orologi perpetui” realizzati dal Leonardo da Vinci dell’orologeria possedevano infatti un indicatore di tensione della molla di carica: una lancetta secondaria che percorreva un settore graduato da 0 a 60 (perché quegli esemplari disponevano di un’autonomia complessiva di 60 ore). Il primo orologio da polso entrato in produzione corrente fu invece il Powermatic di Jaeger-LeCoultre del 1948. Funzionava con il calibro 481 e aveva un’apertura sul quadrante a ore 12: all’interno di essa, un disco colorato indicava quanta carica era rimasta all’orologio.

    L’equilibrio del Classic Power Reserve Big Date Manufacture

    Ora arrivo al Classic Power Reserve Big Date Manufacture, tranquilli. E parto più o meno da dove ero rimasto prima dell’excursus sulle complicazioni, ossia dalle quattro referenze. Come sta diventando consuetudine, per gli orologi più pregiati Frederique Constant differenzia l’assortimento proponendo sia casse in metalli preziosi sia in acciaio. In questo modo, anche complicazioni come, per esempio, il tourbillon, sono alla portata di un maggior numero di persone.

    In questo caso la consueta cassa Classic mantiene il diametro di 40 mm ma è proposta in platino, oro rosa o acciaio. Di quest’ultima ci sono due varianti di quadrante, una blu e una argentata. Il quadrante della versione in oro rosa è grigio mentre quello del modello con cassa in platino è di un sorprendente meteorite blu.

    Tutti i quadranti sono accomunati da due caratteristiche: pulizia e leggibilità. La disposizione delle informazioni vede a ore 9 l’indicatore dell’autonomia residua, con una lancetta che si muove lungo un arco graduato. A ore 6 c’è la finestra con le fasi lunari, a ore 2:30 quella della gran data. Tutto molto equilibrato. A mio avviso si sarebbe potuta togliere la lancetta dei secondi centrali, per dare ulteriore chiarezza al quadrante, ma è un parere totalmente personale e non richiesto.

    I quadranti delle versioni in acciaio e in oro rosa del Classic Power Reserve Big Date Manufacture hanno la lavorazione soleil e sono impreziositi da dettagli che abbiamo imparato a conoscere in alcuni pezzi della collezione Classic. Mi riferisco principalmente agli indici applicati tagliati a diamante e lucidati a mano, e alle lancette di ore, minuti e secondi anch’esse lucidate a mano.

    Un calibro camaleontico

    Si diceva del 31° movimento di manifattura. Anche per il calibro FC-735 a carica automatica, Frederique Constant ha lavorato per mantenere alta la qualità, intervenendo anche sulle prestazioni. La collezione Classic ci ha abituati a calibri belli e affidabili ma dall’autonomia piuttosto contenuta, tipicamente 38 ore. Qui è stata aumentata a 50 ore. Bene.

    Per questo calibro, come per tutti quelli che ha progettato in passato, il Marchio ha lavorato sulla semplicità d’uso. Le tre complicazioni, così come la regolazione dell’ora, sono tutte regolate dalla corona a cipolla. Niente pulsanti, niente correttori, niente stilo: il calibro FC-735 è pensato per la vita di tutti i giorni ed è in linea con lo spirito della Casa. La missione, coraggiosa, di Frederique Constant è quella di rendere la bella orologeria accessibile al maggior numero di persone, senza richiedere particolari competenze specifiche né per apprezzare né per utilizzare gli orologi prodotti.

    La competitività di Frederique Constant

    Come sempre vi rimando per altri dettagli alle didascalie e chiudo con i prezzi e con una considerazione. La versione più pregiata, quella con cassa in platino, costa 25.995 euro ed è limitata a 35 esemplari. Per quella in oro rosa servono 17.995 euro e la prontezza di riflessi per portarsi a casa uno dei 350 esemplari millesimati. Le versioni in acciaio non sono in multipli di 35, a festeggiare il compleanno di Frederique Constant, ma sono in collezione corrente a 4.795 euro.

    Frederique Constant si è sempre distinta per l’ottimo rapporto qualità-prezzo che fa la felicità dei collezionisti entry-level. Anche in questo caso il livello di orologeria che porta con sé questa referenza è notevole, soprattutto se si considera il valore attribuito oggi ai calibri di manifattura.

    In questo senso il Marchio ha avuto l’intelligenza di capire come prendere elementi del calibro di base FC-700 e modificarlo per adattarlo a utilizzi diversi. In questo modo, analizzando l’ampio catalogo del Brand, probabilmente quasi tutti possono trovare un’opzione adatta alle proprie tasche e alle proprie esigenze. Il Classic Power Reserve Big Date Manufacture è un esempio della poliedricità della Casa. Con il mercato che, dopo due anni di follia, pare tornato a una situazione più razionale, avere in collezione esemplari così dà, a mio avviso, un buon vantaggio competitivo.

  • Citizen Series 8 GMT: viaggiatore di carattere

    Citizen Series 8 GMT: viaggiatore di carattere

    Guardo i nuovi Citizen Series 8 GMT e non posso fare a meno di pensare che il marchio giapponese sia davvero intelligente. Perché ha sempre mantenuto un posizionamento corretto in termini di fascia prezzo, senza derogare sulla qualità. Perché negli anni ha saputo conquistare appassionati in diversi segmenti, con il caso clamoroso della competentissima community di fan dei suoi diver.

    E perché ha fatto tutto questo contando sulle sinergie che gli derivano dall’essere un colosso industriale e diversificando in modo strategico la propria offerta in termini di materiali, complicazioni, movimenti e design. Sotto questi ultimi due aspetti, la collezione Series 8 e il Citizen Series 8 GMT nello specifico sono un caso di scuola.

    Series 8: giovane rampante

    La linea Series 8 ha debuttato nel 2008, ma era per la maggior parte destinata al mercato interno giapponese. Caratterizzata da orologi con un prezzo piuttosto alto, incassava principalmente movimenti Eco-Drive. Una collezione che è rimasta silente per oltre un decennio e che, sul mercato dell’usato, ha mantenuto un certo valore.

    A inizio 2021, Citizen ha annunciato una serie di nuovi orologi meccanici, alcuni mossi da calibri automatici. Sebbene la fabbrica di movimenti Miyota, che appartiene al Gruppo, produca continuamente movimenti al quarzo e meccanici, erano passati più di dieci anni da quando Citizen, come marchio, aveva introdotto un nuovo calibro meccanico. Una stasi interrotta dal calibro 0200 che in seguito aveva portato al debutto dei nuovi Citizen Series 8, più convenienti dei predecessori e in grado di rilanciare alla grande la collezione. Il cui punto di forza era e rimane, oltre al movimento, il design, appunto.

    Benché figlia del Terzo Millennio, la cassa della linea Citizen Series 8 ha un forte sapore anni ’70. Linee spigolose, anse corte, bracciali integrali ma non integrati e lunetta tonda inscritta in una cassa ottagonale: l’orologio fa di tutto questo un formidabile strumento d’acchiappo per gli amanti di un certo tipo di estetica. Che si accompagna alla precisione di un movimento meccanico ad alte prestazioni e a un’affidabilità che, in quanto giapponese, è a prova di bomba, almeno sulla carta. 

    Mentre modelli come l’ultramoderno 870 (40,8 x 10,9 mm) e l’elegante 831 (40 x 10,1 mm) hanno fornito una solida base per il rilancio, è stato l’830, con il design accattivante del quadrante, che ha suscitato il maggior entusiasmo. Con uno spessore di 11,7 mm era il più grosso del gruppo, ma il quadrante a più livelli con lo sfondo blu/viola iridescente, sormontato da un motivo a rete, ha posto il Citizen Series 8 tra i migliori sportivi in acciaio sul mercato in una fascia prezzo ragionevole.

    Visto e considerato tutto ciò, i nuovi Citizen Series 8 GMT hanno le carte in regola per sfondare sia sul mercato europeo sia su quello italiano. Dove, si sa, la complicazione GMT è sempre apprezzata, al di là dell’utilizzo concreto che se ne può fare. E vediamoli un po’ allora. 

    Collezione in continuità

    Intanto, c’è da dire che sono i primi orologi della collezione Series 8 a ospitare questa complicazione da globetrotter. Cosa che influisce anche sulle dimensioni. I nuovi modelli sono leggermente più grandi rispetto ai predecessori, con un diametro di 41 mm e uno spessore di 13,5 mm. Anche se il diametro maggiore aiuta a smorzare l’impatto dell’aumento di spessore, l’impressione è che i Citizen Series 8 GMT offrano un’esperienza al polso “importante”.

    La cassa è bella spigolosa, come nella tradizione della linea, e alterna finiture lucide e satinate, con una prevalenza di queste ultime. La lunetta a 48 scatti, dalla dentellatura piuttosto larga, è bidirezionale e consente la lettura del terzo fuso orario. Questo anche grazie al fatto che la lancetta GMT può essere regolata indipendentemente da quella delle ore.

    Oltre alla cassa, anche la lavorazione del bracciale è prevalentemente satinata. Tuttavia, il fatto che Citizen abbia riservato la lucidatura alle zone di giunzione delle maglie centrali fa in modo che il bracciale stesso risulti tutt’altro che piatto, ma ben mosso e ottimamente rifinito.

    Il movimento dei Citizen Series 8 GMT

    In termini di movimento, gli orologi della collezione Citizen Series 8 GMT sono alimentati dal calibro automatico 9054, che può essere caricato anche manualmente. Considerando che Miyota ha in scuderia un eccellente calibro GMT, il 9075, ci si poteva aspettare che Citizen lo impiegasse su questo nuovo orologio. Come ha fatto Bulova, altro marchio del Gruppo giapponese, che lo ha incassato nel nuovo Wilton GMT.

    Invece per i Series 8 GMT, Miyota ha sviluppato il 9054 in esclusiva per Citizen. L’architettura è praticamente la stessa, ma in questo caso il movimento ha un’autonomia di 50 ore e lavora a 28.800 alternanze/ora. Ha una resistenza al magnetismo di 16.000 Ampère/metro o 200 Gauss ed è visibile attraverso il fondello trasparente.

    Risponde quindi alle specifiche ISO 764:2020, in vigore dal febbraio 2020, secondo le quali esistono due gradi di resistenza degli orologi agli effetti dei campi elettromagnetici. Il primo mette il limite a 4.800 Ampère/metro e il secondo a 16.000.

    Del fatto che abbia la lancetta GMT indipendente da quella delle ore ho già scritto. Ed è cosa buona e giusta per un orologio pensato per viaggiatori di professione. Un po’ meno buona e giusta la precisione del calibro 9054: Citizen la accredita a +20/-10 secondi al giorno, quindi molto al di fuori delle specifiche del COSC, indicate tra +6/-4 secondi al giorno.

    Orgogliosamente Citizen

    Come avrete intuito, non ho ancora scritto nulla riguardo a materiali, quadranti e colori. Per i nuovi Series 8 GMT Citizen ha scelto di lanciare tre referenze: due sono in acciaio, una in acciaio con tonalità color oro, quest’ultima in edizione limitata. Tutt’e tre, a prima vista, hanno un aspetto familiare perché, inutile nasconderlo, le tre lunette in configurazione Pepsi, Batman e Root Beer richiamano esattamente quello che state pensando voi. Ma le analogie finiscono al colore. Stop.

    Intanto, come ho scritto prima, la dentellatura della lunetta è grande e ha un grip bello solido. Poi, il carattere tipografico dei numeri è chiaro e peculiare. Infine, nessun triangolo luminescente a sostituire il 24, che rimane ben visibile. Insomma, un orologio che strizza l’occhio a un mito ma che sottolinea con orgoglio la propria personalità.

    Altrettanto originali sono i quadranti delle tre referenze, per i cui dettagli vi rimando alle didascalie. Quelli delle versioni in acciaio sono nero e blu, con una trama che, dice Citizen, “si ispira allo skyline notturno di Tokyo delineato dai suoi innumerevoli grattacieli e finestre di diverse dimensioni, creando una svolta moderna sui tradizionali motivi a quadri usati da tempo in Giappone per rappresentare la prosperità”.

    Restando più sul prosaico, ricordano un po’ un tetto a scacchi. Entrambi hanno un tocco di colore nella scritta GMT in arancione e nella punta della lancetta del secondo fuso orario, dello stesso colore. Mentre il quadrante nero è semplicemente nero, trovo che quello blu risalti meglio e dia un po’ di vivacità all’orologio. Peccato che il blu della lunetta non sia lo stesso: forse un abbinamento più stretto avrebbe elevato ulteriormente il modello.

    La referenza del Citizen Series 8 GMT in acciaio con finiture in diverse tonalità dell’oro ha un quadrante chiaro con una trama erbosa. Secondo Citizen ricorda “il motivo creato dall’alternarsi di luce e ombra tra le piante nei prati giapponesi in autunno, illuminate dal caldo bagliore del tramonto”. Una seconda scivolata poetica che ricorda quelle di un altro Marchio giapponese. Può piacere o far sorridere, ma tutto sommato la trovo appropriata. Per essere un quadrante lavorato a macchina, il risultato è a mio avviso ricco e innalza di molto il percepito dell’orologio.

    Citizen Series 8 GMT: prezzi e… unicità

    Infine, prima di lasciarvi alle didascalie, un’occhiata ai prezzi e una considerazione finale. Le due referenze in acciaio escono al pubblico a 1.090 euro, quella color oro a 1.190. Si tratta di un’edizione limitata a 1.300 esemplari/mondo e, con tutta probabilità, i pezzi che arriveranno sul mercato italiano si conteranno sulle dita di una mano. Se a qualcuno interessa è meglio che faccia quattro chiacchiere con il proprio rivenditore. Alla svelta.

    Di sicuro con i Citizen Series 8 GMT, il Brand ha deciso di cavalcare più di una tendenza: bracciale integrato, GMT automatico, quadrante testurizzato, lunetta bicolore. Non mancheranno i soliti individui con il ditino alzato, pronti a fare la voce grossa e a parlare di mancanza di ispirazione perché hanno notato una o due somiglianze. Spero perciò che il breve e non esaustivo esame che ho fatto dei tre modelli possa farvi capire che questi modello sono, in realtà, una novità per Citizen. Una novità che conferma come il marchio abbia una forte capacità di indirizzare il mercato, mantenendo la propria vocazione a creare orologi moderni. E anche belli.

  • I calendari Parmigiani Fleurier #2. Uno specchio delle civiltà

    I calendari Parmigiani Fleurier #2. Uno specchio delle civiltà

    Ci siamo lasciati ieri parlando nel dettaglio del primo dei tre calendari Parmigiani Fleurier in platino che il brand ha presentato a Watches and Wonders 2023, in edizione limitata di tre cofanetti. Si trattava del Tonda PF Calendario Gregoriano, che noi occidentali comunemente utilizziamo, qui nella forma del calendario annuale con fasi di luna astronomiche. Come avevo anticipato, dopo il calendario annuale abbiamo un calendario completo e un calendario perpetuo.

    Il Tonda PF Xiali Calendario Cinese Completo è dedicato alla cultura del Dragone, che misura il tempo combinando un calendario solare e uno lunare. Il Tonda PF Hijri Calendario perpetuo islamico guarda invece alla cultura musulmana, che basa lo scorrere degli anni su una serie di cicli lunari.

    Le finiture del bracciale, del quadrante e della cassa sono per entrambi gli orologi le medesime del Tonda PF Calendario Gregoriano. Il diametro della cassa rimane di 42 mm mentre cambia lo spessore: 12,2 mm per lo Xiali, 11,2 per l’Hijri. Comunque incredibilmente sottili. Conviene dunque, per ciascuno dei due pezzi, concentrarsi sulle indicazioni del quadrante e sui movimenti e lasciare ulteriori descrizioni nelle didascalie. Parto dal Tonda PF Hijri.

    I calendari Parmigiani Fleurier guardano al Medio Oriente

    A differenza del calendario gregoriano, il calendario Hijri è puramente lunare. Fu introdotto dal profeta Maometto al tempo dell’Egira (o Hijra, da cui il nome), il momento in cui si traferì dalla Mecca a Medina nel 622 d.C. Segnò una rottura rispetto ai precedenti sistemi utilizzati dalle tribù arabe, alcune delle quali utilizzavano calendari lunari, altre calendari lunisolari.

    Secondo tra i calendari Parmigiani Fleurier, ecco dunque che il Tonda PF Hijri riflette gli aspetti storici delle tradizioni nomadi musulmane e delle pratiche religiose. Basato sul ciclo lunare, è organizzato in 12 mesi, ciascuno denominato in caratteri arabi in base a precetti o compiti dettati dalle stagioni o dal Corano.

    Il secondo mese, per esempio, è Safar, che si traduce più o meno come “vuoto”: in quel periodo dell’anno le case erano vuote perché i loro abitanti erano fuori, a raccogliere cibo. L’ottavo mese, Sha’ban, significa “sparso”, perché segnava il periodo dell’anno in cui le persone si disperdevano per raccogliere l’acqua. 

    Un quadrante ricchissimo

    Tutto questo è ben presente sul quadrante dell’orologio che, lo ricordo, è un calendario perpetuo e quindi tiene automaticamente conto della differente durata dei mesi anche negli anni bisestili. E non potrebbe essere diversamente, visto che il calendario islamico conta diverse eccezioni. Il ciclo lunare Hijri è di 30 anni e consiste in 19 anni comuni con 354 giorni e 11 anni abbondanti con 355 giorni. Questo perché dei 12 mesi che compongono l’anno, 6 hanno 30 giorni, 5 ne hanno 29 e uno è variabile a 29 o 30. Per cui c’è una differenza annuale da -10 a -12 giorni.

    Oltre alle ore e ai minuti, quindi, il complesso Tonda PF Hijri indica le varie informazioni su diversi contatori. Quello a ore 3 riporta i 12 mesi dell’anno in numeri: il 9° mese, il Ramadan, sacro per i musulmani, è in verde, il colore dell’Islam. Il contatore a ore 9 indica la data fino al 30. La piccola apertura all’interno segnala la differenza tra mesi di 30 e 29 giorni: se è verde, il mese è da 30. Infine il contatore a ore 12 segnala il ciclo lunare di 30 anni.

    Anche il materiale dell’orologio ha un significato culturale. Poiché il Corano istruisce gli uomini a non adornarsi con l’oro, non è stato possibile utilizzarlo per la cassa né per il bracciale. Né l’oro giallo, né l’oro rosa. Seguendo i dettami della cultura islamica, si è scelto dunque il platino e sulle fasi lunari dell’Hijri è stato usato l’oro bianco anziché quello giallo utilizzato per gli altri.

    Calibro che vince, non si cambia

    Come alcuni di voi sapranno, l’Hijri non è una novità assoluta tra i calendari Parmigiani Fleurier. È infatti stato introdotto per la prima volta in collezione nel 2019 e nel 2020 ha vinto il premio per l’innovazione nel Grand Prix d’Horlogerie de Genève. A sua volta, quel pezzo si basava sulla tecnologia che Parmigiani Fleurier aveva originariamente sviluppato per un orologio da tavolo del 2011, ispirato da un antico orologio da tasca con calendario arabo restaurato da Michel Parmigiani.

    La nuova edizione in platino armonizza l’orologio del 2019 alla trilogia di calendari perpetui sotto il profilo dell’estetica. Quella referenza era infatti diversa in quanto a colori e visualizzazione delle informazioni, pur mantenendo la medesima impostazione del quadrante. La cassa era anch’essa in platino ma più ampia, 44,5 mm, e più spessa, 14,09 mm.

    Lavorando su quell’orologio, Parmigiani Fleurier ha avuto modo di affidarsi al medesimo calibro di manifattura PF009, un movimento automatico con modulo calendario perpetuo. L’autonomia arriva fino a 48 ore e la frequenza di oscillazione è a 28.800 alternanze/ora. Le dimensioni totali di movimento e modulo insieme sono di 33,8 mm di diametro e 5,7 di spessore. Come nel calibro del calendario gregoriano, la decorazione prevede Côtes de Genève e ponti smussati, massa oscillante in platino scheletrata, lucidata e sabbiata.

    La sfida più dura per i calendari Parmigiani Fleurier

    Così come l’Hijri, anche il Tonda PF Xiali Calendario Cinese Completo non è una prima assoluta tra i calendari Parmigiani Fleurier. Lanciato all’inizio di quest’anno, ne abbiamo già scritto qui. Ragion per cui invito a rileggere almeno la prima parte di quell’articolo per capire come funziona in Cina la misurazione del tempo attraverso i calendari. In questo modo potrete intuire come mai per un orologiaio è un vero rompicapo infilarla in un orologio da polso.

    Come accaduto con il primo Hijri, anche tra questa versione dello Xiali e la precedente c’è un’importante differenza. Là era la dimensione della cassa (44,5 mm contro 42), qui è il materiale: perché dall’acciaio dello Xiali precedente si è passati al platino dell’attuale, per armonizzarlo con la trilogia dei calendari Parmigiani Fleurier. Il diametro da 42 mm è rimasto lo stesso.

    Non è cambiata nemmeno la disposizione dei contatori sul quadrante, mentre tra i due Hijri qualche differenza c’era. A ore 12 ci sono l’indicazione del nome dell’anno/animale e del relativo elemento, oltre all’associazione con il ciclo yīn-yáng. Troviamo a ore 3 l’indicazione del numero del giorno del mese (da 1 a 29 o da 1 a 30, a seconda della lunghezza del mese) e una finestrella che segnala la lunghezza di quello corrente. A ore 6 si trova l’indicazione della fase lunare, sincronizzata con il numero del giorno. A ore 9 l’indicazione del numero del mese da 1 a 12 e una finestrella con l’indicazione del mese extra-lunare, che resta vuota quando questo non c’è.

    Ottimizzare le risorse

    Anche con il Tonda PF Xiali di questa trilogia in platino, Parmigiani Fleurier ha ottimizzato gli sforzi tecnici servendosi dello stesso calibro utilizzato nell’orologio lanciato all’inizio del 2023. Parlo del calibro di manifattura PF008, che lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia di 54 ore.

    Qui le dimensioni totali di movimento e modulo insieme sono di 32,6 mm di diametro e 6,9 di spessore: oltre un millimetro in più di altezza rispetto all’Hijri, vista la quantità di informazioni che il calibro deve gestire, è comunque un’inezia. Anche qui, stessa attenzione alle decorazioni: massa oscillante in platino scheletrata, lucidata e sabbiata, Côtes de Genève e ponti smussati.

    Come avrete capito, il Tonda PF Xiali nasconde un meccanismo molto sofisticato che serve a visualizzare le informazioni in caratteri cinesi classici. Poiché il calendario cinese non è ciclico, la complicazione è programmata meccanicamente e copre un periodo di 12 anni, utilizzando un sistema a camme. Alla fine di questi 12 anni, l’orologio dev’essere ripristinato per un nuovo periodo equivalente.

    Durante questo periodo, l’orologio fornisce tutte le informazioni senza alcuna necessità di intervento, purché sia sempre tenuto in funzione. Se si ferma, le informazioni si ripristinano correggendo il numero del giorno e del mese con un correttore rapido, se necessario, per facilitare la rimessa in linea su lunghi periodi.

    Un omaggio culturale

    Un’informazione di servizio: il prezzo del cofanetto che comprende la straordinaria trilogia di calendari Parmigiani Fleurier non è disponibile se non su esplicita richiesta del diretto interessato. Detto ciò, penso abbiate capito che con questo sforzo meccanico la Maison abbia prima di tutto voluto compiere una operazione culturale. Lo ha fatto mettendo a disposizione il proprio savoir-faire e la propria perizia tecnica.

    Credo quindi che il modo migliore per chiudere la mia carrellata sia quello di prendere in prestito le parole di Guido Terreni: «La storia dell’orologeria è strettamente intrecciata con la storia della civiltà umana e riflette i progressi della tecnologia e i mutevoli valori culturali delle diverse epoche. Pertanto, l’orologeria è un’espressione culturale, poiché i calendari sono lo specchio delle civiltà, rappresentano per Parmigiani Fleurier un segno di rispetto multiculturale. Vogliamo interpretare le caratteristiche di una società creando un orologio che integri tutte le informazioni permettendoci di comprenderne l’organizzazione e la storia».

  • I calendari Parmigiani Fleurier #1. Un ponte fra culture

    I calendari Parmigiani Fleurier #1. Un ponte fra culture

    «Venite, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio, affinché l’uno non capisca il parlare dell’altro». Sono le parole che, secondo la Bibbia, Dio avrebbe pronunciato prima di punire l’uomo, reo di voler toccare il cielo con la Torre di Babele. Sappiamo come è finita. Oltre che per le lingue, però, alcune fette di umanità hanno qualche problemino di comprensione anche sui calendari. Ecco, con i calendari Parmigiani Fleurier prova a gettare un ponte fra tre grandi culture – occidentale, araba e cinese – che misurano il tempo con metodi diversi. E lo fa da par suo.

    I calendari Parmigiani Fleurier e la visione di Michel Parmigiani

    Non è un caso che Michel Parmigiani definisca il calendario «una complicazione orologiera affascinante, in quanto è davvero lo specchio delle civiltà». La Maison da lui fondata è di fatto l’unica a essersi cimentata con i sistemi gregoriano, arabo e cinese, in una trilogia della collezione Tonda che è un omaggio non solo all’orologeria, ma all’intera umanità.

    Sviluppati negli ultimi anni e orgoglio del Ceo Guido Terreni, i calendari Parmigiani Fleurier Tonda hanno trovato nel 2023 la migliore espressione in una speciale edizione limitata di tre cofanetti, ciascuno dei quali li include tutt’e tre. Presentati a Watches and Wonders Geneva la scorsa primavera, sono un incrocio tra cultura, civiltà e storia, una prova di Alta Orologeria cui il Marchio conferisce un significato unico.

    Oltre al fatto di leggere e misurare il tempo con specifiche differenti, i tre calendari hanno in comune anche un’altra caratteristica: il materiale di cui sono fatti. Gli orologi della trilogia sono in platino. Una scelta non casuale, perché è ormai questo il metallo scelto da Michel Parmigiani per le referenze più prestigiose del catalogo. Un segno identificativo, al pari della lunetta zigrinata e del quadrante guilloché con motivi Grain d’orge.

    Perché il platino?

    E pensare che non sempre il platino ha goduto di grande fortuna: lo si evince anche dal nome, che deriva dallo spagnolo plata e letteralmente significa “piccolo argento”, o “argento di poco valore”. Scoperto dai conquistadores in Sudamerica sul finire del XVI secolo, questo metallo bianchiccio simile all’argento all’inizio era considerato una scocciatura. Spesso era rinvenuto insieme all’oro, del quale alterava la purezza e ostacolava l’estrazione.

    Con il tempo, però, si è cominciato ad apprezzarne le caratteristiche e a utilizzarlo per realizzare monete, gioielli e anche strumenti scientifici. Ma quali sono le proprietà che lo rendono ideale anche per l’impiego nell’alta orologeria?

    Intanto il platino è resistente all’usura, all’ossidazione e alla corrosione. È amagnetico: una manna per i calibri degli orologi. È biocompatibile, non dà reazioni a contatto con il corpo umano. In più, è molto denso, pesante, ideale per chi vuole sentire bene ciò che indossa al polso. Ha un’altissimo punto di fusione ma allo stesso tempo è estremamente malleabile, facile da lavorare: basti pensare che con un grammo di platino si può ricavare un filo lungo due chilometri. Infine è raro, quindi prezioso: per produrre 30 grammi di platino, devono essere estratte circa 10 tonnellate di minerale. Quale alleato migliore per i calendari Parmigiani Fleurier?

    Il Tonda PF Calendario Gregoriano

    Comincio il racconto della trilogia dal calendario gregoriano. Siamo in Occidente, partiamo da qui, con il Tonda PF Gregorian Calendar, che in realtà è un Tonda Calendario Annuale. Un orologio caratterizzato da due complicazioni principali: la data retrograda e la fase lunare di precisione. Insieme orientano nettamente questo pezzo verso l’astronomia, con la riproduzione delle rivoluzioni della Terra intorno al Sole e in relazione alla Luna.

    Il quadrante in platino con finitura sabbiata è un vero pannello di controllo dell’anno in corso. A ore 3 si trova il contatore che indica i mesi, bilanciato a ore 9 da quello con i giorni della settimana. In entrambi, sia la parte centrale sia l’anello con le indicazioni mantengono la finitura sabbiata dell’intero quadrante, dando omogeneità visiva al tutto.

    A ore 6 c’è una delle due complicazioni protagoniste: la fase lunare di precisione. Impostata all’interno di una finestra circolare, mostra il cammino della Luna visto da entrambi gli emisferi della Terra, in modo da corrispondere alla posizione geografica di chi indossa l’orologio. Il cielo stellato in avventurina blu e i dischi della Luna in oro rosa danno un tocco di colore al quadrante, altrimenti monocromatico. 

    Le fasi lunari astronomiche

    Ma perché si chiama “fase lunare di precisione”? Non si tratta di un vezzo di Michel Parmigiani, ma di una caratteristica sostanziale presente in certi esemplari astronomici. Grazie al fatto che necessita di un’unica correzione ogni 122 anni, il sistema compensa la discrepanza tra quello che è il ciclo lunare convenzionale – 29 giorni e 12 ore – e il ciclo lunare reale. Quest’ultimo, detto anche mese sinodico, dura infatti in media 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 2,8 secondi: differenza che si accumula e, a lungo andare (ogni 122 anni, appunto), provoca una lunazione sfasata di un giorno in avanti. 

    Per non oscurare la precisione e la poeticità della prima complicazione, i designer di Parmigiani Fleurier hanno ideato per la seconda – la data retrograda – una soluzione ottimale. Indicato da una lancetta centrale con la punta a forma di mezzaluna, il datario è infatti disposto su un arco di cerchio alla periferia del quadrante, così da occuparne i due terzi superiori. In questo modo, la lancetta (che torna con uno scatto fulmineo all’1 allo scoccare della mezzanotte del 31) non passa mai al di sopra della finestra delle fasi lunari, per non ostacolarne la vista.

    Uno sguardo alla cassa

    La cassa del Tonda PF Calendario Gregoriano, lo avete letto, è in platino, così come la lunetta zigrinata, firma dei calendari Parmigiani Fleurier e non solo. Misura 42 mm di diametro e ha l’impressionante spessore di 11,1 mm. Perché impressionante? Provate a pensare alla quantità di componenti presenti nel calibro e a quello che significa farli stare in uno spazio così minuscolo…

    La lavorazione alterna, come spesso accade, finiture lucide (parte superiore e inferiore delle anse e lunetta) e satinate (lato cassa e lati delle anse). Gli stessi effetti sono riservati al bracciale a tre file – anch’esso in platino – ma qui sono ancora più ricercati. La satinatura è riservata alle maglie centrali mentre quelle laterali sono lucide. La finitura opaca torna sul profilo laterale del bracciale e ne accompagna la rastrematura fino alla fibbia pieghevole in oro bianco. Basterebbe questo a definire l’attenzione che Parmigiani Fleurier ha riservato al Tonda PF Calendario Gregoriano.

    Un calibro degno dei calendari Parmigiani Fleurier

    Arrivo infine al calibro, che nel caso del Tonda PF Calendario Gregoriano è il PF339, un movimento di manifattura a carica automatica con, appunto, calendario annuale retrogrado e fasi lunari di precisione. Il calibro lavora alle canoniche 28.800 alternanze orarie e ha un’autonomia di 50 ore circa a carica completa. Prestazione interessante, alla luce delle tante indicazioni che la meccanica dell’orologio è chiamata a mostrare.

    Come detto, l’unica correzione delle fasi lunari avviene ogni 122 anni. Il calibro, però, non riconosce la diversa durata del mese di febbraio (proprio perché è un calendario annuale, non perpetuo), per cui è necessaria una regolazione manuale una volta all’anno. Tutte le regolazioni dei contatori e della data retrograda possono essere effettuate utilizzando i pulsanti discretamente incassati nella carrure.

    Parmigiani Fleurier ha sviluppato il calibro PF339 a partire dal calibro automatico PF331, dotandolo di un modulo aggiuntivo per il calendario annuale retrogrado e le fasi lunari di precisione. La caratteristica principale del movimento è il doppio bariletto montato in serie, che stabilizza la distribuzione dell’energia così da trasmetterla all’organo regolatore in modo costante. Naturalmente anche il grado di finitura è ai massimi livelli: Côtes de Genève e ponti smussati, massa oscillante in platino scheletrata, lucidata e sabbiata. Un gran bel pezzo dunque, che costituisce il primo orologio dei tre calendari Parmigiani Fleurier dedicati alle grandi culture del mondo. Per i prossimi due, Hijri (mondo arabo) e Xiali (Cina), vi do appuntamento a domani.

  • I calibri di Frederique Constant: tra visione e innovazione #2

    I calibri di Frederique Constant: tra visione e innovazione #2

    E alla fine, eccomi al tourbillon che, come accennato sopra, ha fatto il suo debutto nel lontano 2008 con il calibro FC-980. Con quella che è considerata la regina delle complicazioni, nata dal genio di Abraham-Louis Breguet, i calibri Frederique Constant hanno fatto l’ingresso definitivo nel gotha dell’alta orologeria a soli 20 anni dalla fondazione del Marchio.

    Nel corso degli anni, l’architettura del calibro FC-980, assemblato a mano, è rimasta sostanzialmente la stessa. Con un diametro di 30 mm e uno spessore di 5,7, è costituito da 188 componenti e lavora a 28.800 alternanze/ora. Il che, come gli altri calibri di cui ho scritto in precedenza, ne porta l’autonomia a 38 ore a carica completa.

    Il fatto che in 15 anni le prestazioni del calibro più raffinato siano rimaste invariate potrebbe indurre qualcuno a pensare a uno scarso coraggio da parte della Manifattura nell’intraprendere sviluppi tecnici migliorativi. Io la vedo diversamente. Questo rimanere fedele all’architettura e alle performance originali potrebbe essere dettato dalla volontà di mantenere l’affidabilità del movimento in modo che i costi di produzione e, di conseguenza, il costo finale dell’orologio non aumentino troppo. Non dimentichiamo qual è la visione dei signori Stas… 

    Detto questo, aggiungo che la gabbia del tourbillon, composta da 81 elementi, compie un giro in un minuto e reca inciso il numero di serie di ciascun esemplare. Inoltre monta la ruota dello scappamento e l’ancora in silicio, che li rendono immuni dagli effetti nefasti dei campi magnetici. Come gli altri calibri Frederique Constant, è rifinito secondo la migliore tradizione orologiera con lavorazioni ad anglage, perlage, cerclage, fianchi a grana dritta e lucidatura a specchio.

    Un tourbillon per i calibri Frederique Constant

    Nelle collezioni di Frederique Constant il tourbillon è il protagonista del 2023. La Maison ha infatti aggiornato il Tourbillon Manufacture che ha accompagnato l’FC-980 sul palcoscenico della grande orologeria introducendo in collezione il Classic Tourbillon Manufacture, con cassa in oro rosa da 39 mm e quadrante antracite. Un’edizione limitata a 150 esemplari. Accanto ad essa, due referenze in acciaio con quadranti blu e argenté. Un regalo che il Brand si è fatto per i suoi 35 anni.

    La differenza principale con le precedenti referenze sta proprio nella dimensione della cassa, precedentemente da 42 mm. Oltre a questa, una finezza sull’apertura del tourbillon sul quadrante. Dal 2008 era caratterizzata da un disegno particolare a forma di “virgola”, che le consentiva di integrare la complicazione nel quadrante in modo dinamico e atipico. Nel Classic Tourbillon Manufacture, la virgola cede il posto a un cerchio perfetto.

    C’è anche il Monolithic. Ma…

    A dire il vero, ci sarebbe anche un altro movimento che dimostra la ricerca di avanguardia di Frederique Constant. Una ricerca che dal 2016 può avvalersi del supporto del gruppo Citizen, del quale il Brand fa parte. Parlo del calibro automatico FC-810, progettato appositamente dagli orologiai della Maison per supportare l’oscillatore Monolithic.

    Un oscillatore rivoluzionario, in silicio monocristallino, con il quale Frederique Constant ha sostituito i 26 componenti del suo set tradizionale utilizzando un unico elemento dotato di due pesi regolatori. Un elemento che integra anche l’ancora di scappamento nella sua struttura flessibile e che porta l’oscillatore a lavorare a 288.000 alternanze/ora.

    Questa struttura è il cuore pulsante dell’orologio Slimline Monolithic Manufacture, ormai esaurito da tempo. Poiché so che la manifattura ha in programma sviluppi ulteriori su questo calibro, preferisco rimandare un approfondimento a quando li avremo.

    In conclusione

    Detto questo, penso che avervi dato una panoramica sui calibri Frederique Constant dell’alto di gamma vi possa aiutare a capire come mai il Marchio abbia avuto successo in un lasso di tempo relativamente breve. Sicuramente le sinergie con un grande gruppo come Citizen aiutano. È anche vero, però, che l’ingresso nel portafoglio del gigante giapponese è recente. Piuttosto, è stata la filosofia dei signori Stas a indurre il Gruppo a investire sul Brand. Perché la loro missione di restare nell’alveo dello Swiss Made con orologi di ottima fattura a un prezzo accessibile è stata compiuta. In che modo? Grazie a una logica industriale e a una catena di fornitori e terzisti che non hanno inciso sulla qualità finale del prodotto. In un mercato come quello dell’orologeria, in cui gli aumenti dei listini degli ultimi anni sono sotto gli occhi di tutti, non è certo cosa da poco.

  • I calibri di Frederique Constant: tra visione e innovazione #1

    I calibri di Frederique Constant: tra visione e innovazione #1

    C’è un marchio, nel mondo dell’orologeria, che da tempo sta lavorando molto bene. È Frederique Constant, che in questo 2023 festeggia i 35 anni di vita. Un’inezia, in un’industria che annovera maison dalla storia ultracentenaria, eppure sufficienti per porre il Brand in una posizione di primo piano. Questo grazie a una filosofia aziendale che ha ispirato fin dagli esordi la visione dei fondatori, i coniugi Peter e Aletta Stas: creare bella orologeria meccanica Swiss Made a un prezzo ragionevole.

    Due concetti all’apparenza difficilmente conciliabili, che in Frederique Constant hanno però trovato l’alchimia giusta. Come? Grazie a progressivi investimenti che oggi l’hanno portato ad avere una manifattura integrata, dalla quale esce il vero valore aggiunto dell’azienda. Ciò che la distingue da altri marchi, a loro modo più blasonati: i calibri di manifattura.

    Frederique Constant: 30 calibri in 35 anni

    Il fatto che Frederique Constant abbia creati la bellezza di 30 movimenti in 35 anni non è frutto del caso. Dopo le prime collezioni datate 1992 e la linea best-seller Heart Beat del 1994, è cresciuta in azienda la consapevolezza di essere sulla strada giusta per coniugare qualità, valore e accessibilità del lusso. Tanto che, consolidati gli asset e la posizione di mercato a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila, già nel 2004 è arrivato il primo calibro interamente sviluppato e assemblato in-house: l’FC–910 a carica manuale.

    Il capostipite di una serie che ha spinto la Maison ad ampliare progressivamente la propria capacità industriale, in prima battuta facendo erigere nel 2006 a Plan-les-Ouates (non lontano da Ginevra) un edificio di proprietà. A questo è seguita – dopo l’acquisizione da parte di Citizen Group – un’ulteriore estensione nel 2019, per un totale di 6.200 metri quadrati. La casa di tutti i movimenti, tra cui il primo tourbillon con scappamento in silicio del 2008, il calibro FC–980.

    Naturalmente non possiamo illustrare nel dettaglio tutte queste creazioni. Ne abbiamo scelte tre, che a nostro avviso rappresentano bene la storia e la capacità produttiva di Frederique Constant: il tourbillon, il calendario perpetuo e il Worldtimer. Partiamo proprio da quest’ultimo.

    Il calibro FC-718: il Worldtimer

    E partiamo da qui proprio perché il Worldtimer è diventato, insieme all’Heart Beat, il cavallo di battaglia del Marchio ginevrino. Sicuramente in virtù di un’estetica definita e riconoscibile, che però varrebbe poco se non fosse supportata dalla meccanica del calibro FC-718. Un movimento automatico che fa della facilità di utilizzo la sua caratteristica principale.

    Il Worldtimer e il relativo calibro hanno esordito nel 2012, con il Classics Worldtimer Manufacture, che nel 2022 ha celebrato i suoi primi 10 anni. L’orologio si è da subito distinto per la possibilità di regolare tutte le indicazioni tramite la corona grazie all’architettura del calibro FC-718, costruita per dare vita a un sistema a tre posizioni. Nella prima si carica il movimento. Nella seconda si regolano la data, ruotando la corona verso l’alto, e la città di riferimento, ruotandola verso il basso. La corona nella terza posizione regola l’ora.

    Nello specifico, il calibro FC-718 deriva dall’FC-710 al quale aggiunge il disco per le ore universali al movimento con secondi centrali. Entrambi i movimenti si basano sul Maxime Manufacture FC-700 del 2009, che è stato il secondo movimento in-house di Frederique Constant dopo l’FC-910.

    Come l’FC-710, anche l’FC-718 lavora a 28.800 alternanze/ora, ha 26 rubini e muove le lancette centrali delle ore, dei minuti e dei secondi. Il datario è a lancetta, posizionato sul quadrante in un contatore a ore 6. Per quanto possano sembrare poche, le 38 ore di riserva di carica sono in linea con l’autonomia di altri calibri simili e sono comunque più che sufficienti per un uso assiduo e quotidiano dell’orologio.

    Orologi classici e qualità della lavorazione

    Anche se le decorazioni del movimento sono eseguite industrialmente, il marchio ha fatto in modo che, alla vista, la qualità percepita del movimento rimanga alta. La platina è decorata con un perlage. La stessa decorazione, con un raggio minore, è utilizzata anche per la zona sottostante il bilanciere. Il ponte superiore è decorato a Côtes de Genève circolare e ha incisioni dorate. Le viti visibili sono azzurrate.

    Il rotore placcato oro ha una finitura spazzolata verticale e reca inciso il nome del marchio insieme alla dicitura “Manufacture”, un’orgogliosa certificazione della qualità del movimento. Il calibro FC-718 equipaggia al momento tutti i Worldtimer di Frederique Constant, sia nella classica collezione Manufacture, sia nella più recente Highlife.

    L’ultimo salone di Watches and Wonders a Ginevra, al quale la Maison ha partecipato per la prima volta, è stato l’occasione per presentare due nuove referenze dell’Highlife Worldtimer, una con quadrante marrone e cassa in acciaio e una con quadrante blu e cassa in oro rosa. Lo scorso anno, invece, per i 10 anni del Worldtimer, Frederique Constant aveva lanciato due edizioni limitate del Manufacture. La prima versione, più rara e prestigiosa, in 88 esemplari con cassa in oro rosa. La seconda, in acciaio, limitata a 1888 pezzi.

    Il calibro FC-775: il calendario perpetuo

    L’altro movimento che ha posizionato con forza il Brand verso l’orologeria più raffinata è il calendario perpetuo. Senza scomodare papa Gregorio XIII e la rivoluzione del calendario gregoriano, mi limito a ricordare che un orologio con calendario perpetuo deve indicare almeno il datario, il mese e tenere conto delle differenti durate dei mesi, anche negli anni bisestili. A queste indicazioni spesso si aggiungono l’anno e il giorno della settimana.

    Ebbene, il movimento in-house del calendario perpetuo di Frederique Constant ha debuttato nel 2016 a Baselworld nel Manufacture Perpetual Calendar. Si trattava, e si tratta tuttora, del calibro automatico FC-775. Firmato da Manuel Da Silva Matos, Direttore ricerca e sviluppo della Manifattura, e dall’ex Direttore tecnico Pim Koeslag, ha richiesto due anni di sviluppo. Non pochi per un Brand così di nicchia.

    Ciò che colpisce del calibro FC-775 è lo spessore ridotto a 6,7 mm. Nonostante questo, visualizza ore, minuti, fasi lunari, data, giorno, mese e anno bisestile. Una volta regolato, il meccanismo tiene conto dei mesi di 30 e 31 giorni, dei 28 giorni di febbraio e anche del ciclo degli anni bisestili, con il ritorno del 29 febbraio ogni quattro anni.

    Anch’esso deriva dall’FC-700, come ricorda l’incisione sulla platina. Come nel caso del calibro FC-718, anche in questo caso la lavorazione delle componenti del movimento è realizzata con macchine Cnc e le finiture a perlage e Côtes de Genève sono le medesime. Così come l’FC-718 di cui ho scritto prima, anche il calibro FC-775 lavora a una frequenza di 28.800 alternanze/ora, ha 26 rubini ed è dotato di una riserva di carica di 38 ore. 

    Frederique Constant punta sulla facilità

    Non ci vuole un genio per capire che questo tipo di approccio industriale ha un duplice vantaggio: da un lato è garanzia di affidabilità del calibro senza derogare sulla qualità; dall’altro aiuta a contenere i costi di lavorazione e, di conseguenza, fa sì che il prezzo degli orologi finiti sia accessibile. Come da mandato della signora e del signor Stas.

    A differenza di quanto accade con il Worldtimer, qui la molteplicità delle informazioni che registra il calibro fa sì che non tutte le regolazioni possano avvenire tramite la corona. La quale serve solo per regolare ore e minuti. Il meccanismo del calendario perpetuo è infatti regolabile utilizzando appositi pulsanti sui lati della cassa.

    Il pulsante a ore 5 fa avanzare le fasi lunari, quello a ore 8 regola il giorno della settimana, premendone uno a ore 10 si fanno avanzare simultaneamente il giorno e la data. Il pulsante a ore 11 regola allo stesso tempo mese e anno bisestile.

    Questo movimento non necessita di correzioni manuali entro i 400 anni, ma a causa della ben nota eccezione al calendario gregoriano dovrà essere regolato manualmente il 1° marzo 2100. Gli anni d’inizio secolo precedenti, divisibili per 100, non sono considerati bisestili a meno che non siano divisibili, oltre che per 4, anche per 400. E il 2100 non lo è.

    Trasversale alle collezioni

    Il calibro in-house FC-775 equipaggia le due collezioni faro di Frederique Constant. Lo troviamo infatti incassato nel Manufacture Slimline Perpetual Calendar e nell’Highlife Perpetual Calendar Manufacture. In entrambe le collezioni, il movimento è visibile attraverso il fondello trasparente. L’Highlife Perpetual Calendar Manufacture è disponibile in quattro referenze, tre con cassa in acciaio e quadranti blu o bianco, e una con cassa in acciaio e placcatura in oro rosa e quadrante bianco. Frederique Constant propone invece il Manufacture Slimline Perpetual Calendar in un’unica referenza con cassa in acciaio placcata oro rosa e quadrante color grigio antracite. Continua…

  • Longines HydroConquest GMT: bello e possibile

    Longines HydroConquest GMT: bello e possibile

    È ufficiale, Longines ci ha preso gusto a parlare al viaggiatore sportivo. La prova? Il nuovo Longines HydroConquest GMT, presentato proprio oggi e degno “fratello” dello Spirit Zulu Time, che per il marchio è stato il protagonista delle collezioni 2022. Una novità importante nel portafoglio della Clessidra Alata, per diversi motivi.

    Intanto, arricchisce un’offerta già piuttosto abbondante e variegata sia in termini di referenze, sia di funzioni, non solo nella collezione HydroConquest. In un momento in cui tanti marchi asciugano e razionalizzano il proprio range, è una strategia audace. Poi torna a battere forte sulla funzione GMT, sulla quale Longines vanta una sorta di copyright del quale va, giustamente, fiera. Non voglio tornare in maniera troppo approfondita su aneddoti storici che molti di voi conosceranno, ma proprio perché forse non sono noti a tutti, mi limiterò ad accennarli. 

    Un passettino indietro

    È assodato che GMT è l’acronimo di Greenwich Mean Time, o Tempo Medio di Greenwich. La sigla, in orologeria, indica il sistema di misurazione del secondo fuso orario utilizzando una lancetta sussidiaria delle ore, che si regola indipendentemente da quella principale. La misurazione dei fusi parte dal meridiano 0, sul quale è posto l’osservatorio astronomico londinese di Greenwich.

    Detto questo, il copyright di cui parlavo riguarda un orologio Longines risalente al 1925, il primo del Marchio a indicare un secondo fuso orario. Considerato il primo GMT della storia, aveva la cassa quadrata e a ore 12 riportava la bandiera che, nel sistema marittimo internazionale, indica la Zeta. Zeta come l’iniziale di Zulu, nel cosiddetto alfabeto Nato. E Zeta come Zero, ossia il meridiano di Greenwich, la cui ora è indicata proprio come Zulu Time.

    In realtà, il Marchio aveva già creato nel 1908 un orologio da tasca per il mercato turco in cui l’ora locale poteva essere convertita nell’ora occidentale grazie a un doppio contatore con relative lancette. Però, da quello all’attuale Longines HydroConquest GMT, di tempo e di spazio ce ne corre.

    Longines HydroConquest GMT: chiarezza al potere

    Arrivo allora al nuovo esemplare, che arricchisce la collezione subacquea per eccellenza del Brand, lanciata nel 2007. Per rendere la complicazione la più leggibile possibile, Longines ha scelto la cassa da 41 mm, già presente nella collezione corrente a fianco della 39, della 43 e della cassa femminile da 32 mm. 

    L’alternanza di superfici lucide e satinate tra carrure, anse e profilo zigrinato della lunetta denota l’attenzione alla preziosità delle finiture, anche in un modello dalla spiccata vocazione sportiva come il Longines HydroConquest GMT. Cassa più grande significa anche maggior apertura del quadrante, che aiuta la chiarezza delle informazioni.

    Per la visualizzazione del secondo fuso orario è stato utilizzato un anello piatto al di fuori del giro della minuteria, dove trovano posto gli indici delle 24 ore. Una scelta che rende la lettura del fuso più comoda rispetto, per esempio, a quella di un réhaut inclinato spesso utilizzata nei GMT. La metà inferiore dell’anello, su cui stanno le ore del giorno, è più chiara rispetto a quella superiore, riservata alle ore della notte. In entrambe, le cifre sono a contrasto.

    Quadrante e finiture

    Restando sul quadrante, bella la diversa lavorazione tra l’anello dei fusi e la parte centrale: soleil quest’ultima, liscia la prima. Un dettaglio che tradisce un’attenzione particolare alla qualità, su cui il Brand batte da tempo. Quattro sono i colori in cui è proposto il quadrante: verde, marrone, blu e nero. A parte il marrone, li troviamo già tutti nella collezione HydroConquest.

    Trattandosi di un subacqueo, la leggibilità non è solo riservata alla funzione GMT ma anche e soprattutto alle ore. Troviamo infatti le classiche lancette sfaccettate dell’HydroConquest, dorate lucide nelle referenze marrone e verde, rodiate lucide nelle versioni nera e blu. In queste ultime due, l’outline della punta della lancetta GMT è arancione o azzurro, come gli indici GMT nella parte superiore dei rispettivi quadranti. Anche questo un bel dettaglio di stile.

    Gli indici, applicati e belli grandi, sono generosamente ricoperti di Super-LumiNova. Lo troviamo anche sulle lancette di ore e minuti e sulla punta delle lancette GMT e dei secondi centrali, quest’ultima a “lollipop”. La lunetta girevole unidirezionale è in ceramica, ormai lo standard per la collezione, alla quale non poteva certo sfuggire il Longines HydroConquest GMT.

    Un calibro di cui fidarsi

    Per il movimento, il Marchio è andato sul sicuro. Il calibro automatico L844.5 che anima l’orologio è il fratello gemello dell’L844.4 incassato nello Spirit Zulu Time da 42 e 39 mm. Deriva dall’Eta A31.L01 – a sua volta sviluppato su base Eta 2892-A2 – al quale è stato aggiunto il modulo per l’indicazione del secondo fuso orario.

    Come tutti i movimenti Eta gode di un’affidabilità comprovata. Non stupisce dunque che Longines, come gli altri marchi di Swatch Group di cui Eta fa parte, utilizzi a piene mani calibri sviluppati sulla base di quelli della consociata. Il movimento che dà vita al Longines HydroConquest GMT, come l’Eta A31.L01, lavora a 25.200 alternanze/ora, con un’autonomia a piena carica di circa 72 ore.

    Una scelta di affidabilità dettata anche dalla natura di orologio sportivo professionale che caratterizza l’HydroConquest. Per un pezzo così, è necessario un movimento che non tradisce, la cui solidità costruttiva è in linea con quella complessiva dell’orologio, dalla cassa al bracciale.

    Cinturino o bracciale?

    A proposito di bracciale, per le nuove referenze Longines ha scelto la doppia opzione. Tutti gli orologi sono disponibili con un bracciale in acciaio inossidabile con maglie a forma di H interamente ridisegnate e chiusura con microregolazione, una novità per Longines. Soluzione ideale per adattare l’orologio, eventualmente, al di sopra di una muta da sub o nel caso il polso si dilati per il caldo.

    L’altra opzione è quella di un cinturino in caucciù nero o blu, in tinta con il quadrante delle due referenze; per quelle marrone e verde, invece, il cinturino è un Nato beige o verde. Anche per i due in caucciù è prevista una fibbia pieghevole con microregolazione.

    Come spesso accade, la scelta tra cinturino o bracciale influisce sul prezzo finale dell’orologio. Le referenze con bracciale acciaio e quelle con cinturino in caucciù costano 3.150 euro, più economiche quelle con il cinturino Nato in tessuto: 3.050 euro.

    Il Longines HydroConquest GMT, un potenziale fuoriclasse

    Che dire, quindi, per concludere? Magari vale la pena fare una riflessione di posizionamento sul mercato, al di là di generiche affermazione di marketing che ricordano come l’orologio sia destinato ad “accompagnare in ogni circostanza gli avventurieri moderni e gli sportivi più esigenti”. E la riflessione è che il Longines HydroConquest GMT può dare fastidio alla concorrenza. Per un motivo, principalmente: il rapporto qualità/prezzo.

    Un subacqueo da 30 bar, con queste finiture e questi dettagli a poco più di 3.000 euro non è facilissimo da trovare. Grazie anche al fatto che la scelta di un calibro “proprietario” ma non di manifattura aiuta molto a contenere il prezzo finale. Quando poi, auspicabilmente e come già accaduto per lo Zulu Time, arriverà la versione da 39 mm, l’orologio potrà diventare un fuoriclasse.

    Anche perché tra le complicazioni meno utilizzate, la funzione GMT rimane la più utile ed è molto amata. Ha meno senso su un subacqueo come l’HydroConquest anziché su un orologio da aviatore come lo Zulu Time, ma penso che gli appassionati chiuderanno un occhio e guarderanno più all’ottima fattura complessiva dell’orologio. Che hanno anche i modelli di altri marchi, ma in generale per qualche centinaio (se non migliaio) di euro in più. Una motivazione d’acquisto che, in questi tempi di rialzi generalizzati dei listini, pesa più che nel passato.

  • Il blu di Eberhard & Co. Oltre il colore

    Il blu di Eberhard & Co. Oltre il colore

    C’è stato un periodo, pochi anni fa, durante il quale l’orologeria tradizionale è stata colpita da una febbre particolare: quella dei quadranti blu. Prima che diventassero più diffusi di una Fiat Panda, i grandi marchi li avevano ignorati per decenni, riservandoli a referenze particolari, non certo mainstream. Caso mai li piazzavano su qualche bel subacqueo, a ricordare il colore del mare (Amanda Priestley avrebbe commentato: «Avanguardia pura»). Eppure c’è un brand che di questa cromia ha fatto quasi un culto, tanto da creare un filone trasversale alle proprie collezioni, riconoscibile e inconfondibile. Potrei definirlo il blu di Eberhard & Co.

    Trasversale e versatile: è il blu di Eberhard & Co.

    Giusto per rinfrescarvi la memoria, le collezioni del marchio di La Chaux-de-Fonds toccano praticamente ogni tipologia di orologio. Dallo Scientigraf al Chrono 4, dallo Scafograf al Traversetolo, dall’8 Jours all’Aiglon, ciascuno di essi ha una storia e un carattere sui quali potenzialmente il blu di Eberhard & Co. veste alla perfezione. In alcuni, il Marchio è andato oltre la potenzialità e il colore del cielo ce lo ha messo proprio.

    Ho scelto quindi quattro esemplari in catalogo che, a mio avviso, rappresentano bene quello che intendo come blu di Eberhard & Co. Qualcosa che si accompagna con la stessa naturalezza a referenze sportive e a referenze eleganti. Un colore davvero senza tempo, mai uguale a se stesso, non frutto della moda ma di un approccio ragionato e per certi versi ancora autentico all’orologeria. Che è fatta non solo di meccanica, ma anche di estetica. E di colore.

    Vicino a noi: 8 Jours Grande Taille

    Parto da quello che forse è l’esempio più recente di blu di Eberhard & Co., l’8 Jours Grande Taille. I più attenti di voi ricorderanno che ne abbiamo scritto poco tempo fa, dedicando però una maggiore attenzione alla meccanica. Del resto, la soluzione degli otto giorni di carica (che ha portato al relativo brevetto) è una trovata italo-svizzera di cui andare fieri. E il blu non era il tema di quella recensione.

    Invece sul quadrante della versione che affianca quella bianca troviamo un esempio ottimo di blu di Eberhard & Co. Perché la tonalità profonda del colore è resa più elegante dalla lavorazione guilloché radiale, sia nella zona centrale sia all’interno del contatore dei piccoli secondi, dove si apre a ventaglio. Il bello del guillochage è che continua anche al di sotto del giro della minuteria, lasciando che questo punto di blu illumini di riflesso la sottile lunetta in acciaio.

    Bello sforzo, potrebbe commentare qualcuno di voi. Mettere l’eleganza del blu su una collezione già elegante di per sé come la 8 Jours non è una gran trovata, penserete. E invece il rischio si nasconde proprio qui: il rischio di banalizzare insieme colore e collezione, appiattendo entrambi su una soluzione cromatica per così dire facile. Invece, Eberhard & Co. ha lavorato d’esperienza: con la lavorazione raffinata e un punto di blu inedito, ha reso l’8 Jours Grande Taille nuovo e contemporaneo.

    Sportivo? C’è l’Extra-Fort

    E poi, per mettere al loro posto i criticoni delle lancette, qualcuno ha detto che il blu di Eberhard & Co. si può sposare solo alle referenze eleganti? Nossignori. E qui arrivo al secondo degli orologi che ho scelto: l’Extra-Fort. Parlo della più antica tra le collezioni del Marchio, per il quale ha sempre avuto una posizione di rilievo, contribuendo ancora oggi alla riconoscibilità di Eberhard & Co.

    Una collezione sportiva fino all’osso, specialmente nella versione cronografo, che ha nella ref. 31956.9 Extra-Fort Grande Taille Roue à Colonnes il suo esempio di blu di Eberhard & Co. Che, in questo caso, è un colore diverso da quello dell’8 Jours Grande Taille: è più profondo, più “cattivo”. Anche qui, reso vivo e attuale da un sapiente contrasto di lavorazioni. 

    La parte centrale del quadrante, con la sua finitura verticale, fa in modo che la luce si spezzi e si rifletta dando vivacità alla tonalità profonda del colore. Se lavorata in maniera uniforme, renderebbe l’orologio insopportabilmente piatto. Apparentemente più tenue è il blu del giro della minuteria con gli indici romani: la finitura concentrica ne smorza infatti l’impatto, accendendo il colore a contrasto con quello della zona centrale. La stessa lavorazione si trova nella referenza solo tempo, la 41029.09. Extra-Fort: esempio numero 2 del blu di Eberhard & Co. D

    Un Traversetolo è per sempre

    Vogliamo tornare a una collezione elegante? Eccomi qua con il terzo orologio, un Traversetolo. La quintessenza, insieme alla 8 Jours, di Eberhard & Co. in giacca e cravatta. Nato negli anni ’90 e nato per essere notato (43 mm di cassa non sono pochi oggi, non lo erano nemmeno in quel periodo), il Traversetolo ha avuto da subito un successo che lo ha portato a essere ancora oggi uno dei best-seller della Casa.

    Se, nella cassa, il movimento a carica manuale fa sempre la differenza, sul quadrante rieccomi a parlare del blu. E lo faccio con una referenza, la 21116.20 (c’è anche la 21120.20 in versione Vitré, con fondello trasparente), sulla quale si trova, a mio parere, una delle versioni più singolari del blu di Eberhard & Co. Perché parlo di un colore che è quasi nero.

    Esagero? Forse, ma la lavorazione opaca e uniforme, sulla quale spiccano gli indici arabi come fari nella notte, rende il colore così profondo da assorbire quasi la luce. In questo caso è l’assenza di sfumature e di finiture a rendere il blu essenziale, sovrastante, annichilente. Una tonalità che torna anche nel cinturino in tessuto gommato e che crea così un tutt’uno davvero singolare.

    Poteva mancare il mare?

    Chiudo con un ultimo esempio di blu di Eberhard & Co. preso da una collezione sportiva, per bilanciare le eleganti e impattare la partita sul 2 a 2. Eccomi allora alla Scafograf. Più precisamente all’edizione celebrativa Scafograf 300 MCMLIX che, prima di essersi vestita di verde e di nero, ha esordito con il blu della ref. 41034.08/VS. E siamo, con questo, a un altro, ennesimo blu.

    Perché qui abbiamo sia il quadrante sia la lunetta in blu di Eberhard & Co. Entrambi, a loro modo, unici. Perché il quadrante è il classico galbé, questa volta appunto blu con trattamento galvanico che gli dona una elegante finitura opaca. Firma inconfondibile della Maison, il quadrante galbé – o bombato – è esaltato in questo suo nuovo blu dagli indici, la cui luminescenza vintage porta dritta alle referenze degli anni ’60 che hanno fatto la storia del brand.

    Il blu del quadrante diventa così ancora più intenso e uniforme, senza sbavature o sfumature e sembra debordare nella lunetta girevole unidirezionale. Anche qui, il blu di Eberhard & Co. trae giovamento dal bel lume della graduazione della scala. Per dare continuità al tutto, il Marchio ha scelto l’abbinamento con un cinturino in gomma blu, oppure in pelle idrorepellente marrone. Marrone? Sì, ma con le impunture blu. Guarda caso…

    Ma il blu di Eberhard & Co. è un segno del destino

    Giusto per tirare le fila, spero abbiate capito perché tra Eberhard & Co. e il blu c’è un legame così stretto e articolato. Non è certo un caso che sia anche e soprattutto il colore corporate dell’azienda, come dimostra il logo. Il colore che unisce, attraverso tutte le collezioni, sportività, eleganza e nobiltà. E non potrebbe essere diversamente.

    Perché Georges-Lucien Eberhard, che fondò il marchio a La Chaux-de-Fonds nel 1887, apparteneva a un’antica famiglia bernese con probabili origini nel X secolo, il cui albero genealogico comprendeva conti, duchi e arcivescovi. Alto lignaggio, quindi, perfetto da vestire con il blu di Eberhard & Co. Sta all’appassionato scegliere quale. Con la certezza di non sbagliare mai.

  • Gucci Dive, il subacqueo con il glamour nel cuore

    Gucci Dive, il subacqueo con il glamour nel cuore

    Faccio subito coming out, dicendo quello che penso: il nuovo Gucci Dive è davvero un bel pezzo. Un’affermazione che a tanti potrà sembrare poco professionale, perché un giornalista con la schiena dritta dovrebbe attenersi ai fatti e lasciare da parte le opinioni personali. Però quell’orologio l’ho avuto tra le mani e mi ha lasciato un’ottima impressione per diversi motivi. Che voglio condividere con voi.

    Qualche cenno sul Gucci Dive

    Intanto, giusto per inquadrarlo correttamente all’interno dell’offerta del Marchio, il Gucci Dive è in collezione da ormai diversi anni. Rappresenta fin dal suo lancio l’anima super-sportiva della Maison fiorentina e si pone come l’alternativa fashion ma funzionale ai tanti diver delle case tradizionali. Ancora oggi alcuni modelli prodotti tra il 2012 e il 2015 sono molto ricercati dai collezionisti. Giusto per citarne una, la referenza YA136202: con la cassa da 45 mm e il movimento automatico prodotto da Sowind, aveva l’indicatore di riserva di carica a ore 5 e i piccoli secondi al 9.

    Negli ultimi anni, il Gucci Dive ha assunto un ruolo sempre più importante nel segmento sportivo del Brand, dando vita a collaborazioni speciali come quella del 2020 con l’azienda londinese di eSport **Fnatic **. Il Fnatic x Gucci Limited Edition Gucci Dive con cassa da 40 mm e movimento al quarzo era ispirato al team League of Legends del Brand britannico.

    Giovane e disinvolto, il Gucci Dive ha anche sposato in pieno la causa ambientalista. Lo scorso anno ha infatti accolto in collezione nuove referenze create con una plastica prodotta da fonti rinnovabili e naturali di origine vegetale. Almeno il 46% del bracciale e il 65% della cassa di quei Gucci Dive erano prodotti con materiali di origine biologica. Altri elementi tra cui la corona, la fibbia e il fondello erano realizzati in acciaio riciclato.

    Razionalizzare il prodotto

    Bene, e oggi? Oggi l’operazione che Gucci ha fatto con il suo nuovo subacqueo è duplice. Da un lato, ha reso la collezione più coerente con la sua vocazione marina puntando su un’estetica riconoscibile sia da chi ama i diver, sia da chi ama il Marchio fiorentino. Dall’altro, ha ripulito il Gucci Dive da tutto ciò che non è strettamente necessario ad assolvere la funzione di segnare l’ora sotto il pelo dell’acqua.

    Mi spiego. Se fate una ricerca online sui modelli passati dell’orologio, troverete più di una referenza con il quadrante decorato dai classici motivi Gucci: dal serpente alla tigre, fino alle api. Ebbene, di questa variegata fauna è rimasta visibile solo l’ape, peraltro presente con discrezione a ore 12 al di sopra del logo. È un’operazione di pulizia che sarà progressivamente estesa anche ad altre collezioni, con l’obiettivo di renderle più discrete e adatte ai gusti di diversi consumatori.

    Per quanto riguarda invece l’estetica da diver, eccoci qua. La lunetta graduata ha finalmente una bella visibilità che ne aiuta la funzione; gli indici sono tosti e molto evidenti; le spallette proteggi corona avvicinano ancora di più l’orologio all’universo dei diver professionali che tanti proseliti ancora oggi fa. Non solo tra gli appassionati. E ai subacquei professionali il Gucci Dive si avvicina anche per le prestazioni della cassa da 40 mm, impermeabile fino a 30 bar. Davvero niente male per un orologio dall’anima fashion.

    La bellezza del quadrante

    La nuova collezione Gucci Dive è composta da sette referenze, che possiamo dividere in due gruppi: uno da quattro e uno da tre. Tutti i sette orologi hanno però dei tratti in comune sul quadrante: grandi indici a forma di prisma riempiti di materiale luminescente; lancette di ore e minuti a daga, scheletrate; assenza della data.

    Il quadrante è su due livelli, con l’anello della minuteria più alto su cui si trovano gli indici che, appoggiandosi sulla sezione centrale ribassata, danno profondità all’insieme. Sia l’anello della minuteria sia la parte centrale hanno una bella finitura satinata circolare.

    Ho scritto sopra della lunetta girevole, la cui estetica è classicamente da diver, con la graduazione dei primi 15 minuti e il triangolo luminescente al 12. Gli indici sono incisi e riempiti di materiale luminescente e fanno decisamente la differenza rispetto alle precedenti referenze. I modelli che appartengono al cosiddetto gruppo da quattro hanno il quadrante argento, arancione o nero. Sono accostatati rispettivamente alla lunetta Pvd oro giallo, in acciaio o in ceramica nera.

    Dettagli di stile

    Da sottolineare la costruzione delle anse, di fatto con una doppia architettura: il cinturino si aggancia infatti a un’ansa satinata che si connette a sua volta alla cassa, con finitura lucida. Un bel dettaglio sia estetico sia funzionale, che esalta a sua volta il cinturino. Perché è proprio quest’ultimo che decreta quella divisione in gruppi da quattro e da tre di cui ho scritto prima.

    Il gruppo dei quattro ha infatti il bracciale a tre file, con la maglia centrale lucida e le laterali satinate, chiuso da una bella fibbia déployante satinata con logo Gucci. Gli altri tre, invece, hanno un cinturino in caucciù rifinito come se fosse un tessuto. L’ho provato al polso e, credetemi, è super-comodo. Un cinturino ha il classico motivo Web rosso e verde di Gucci, uno è blu e marrone, il terzo è arancione e turchese. I quadranti abbinati sono nero, antracite e argento.

    I calibri del nuovo Gucci Dive

    Due parole, infine, sul movimento dei nuovi Gucci Dive. Due davvero, perché Gucci è sempre molto parca di informazioni sui calibri che equipaggiano gli orologi delle sue collezioni continuative. Per quello che posso scrivere, si tratta di un movimento automatico Swiss Made con 38 ore di riserva di carica. Quindi parliamo un calibro sufficientemente affidabile.

    Andando oltre, però, come penso alcuni di voi sappiano, Gucci appartiene a Kering Group. Che possedeva anche due manifatture con una storia non proprio banale: Ulysse Nardin e Girard-Perregaux. E la collaborazione con le Marche orologiere del gruppo francese è continuata anche quando queste ultime sono diventate indipendenti. Come accade per l’Alta orologeria del Brand fiorentino, immagino quindi che anche per i Gucci Dive la sinergia con gli atelier dei due mostri sacri svizzeri sia più che collaudata. Che i calibri Swiss Made dei nuovi diver arrivino da La Chaux-de-Fonds è più che un’ipotesi. E, in questo caso, anche una garanzia.

    L’ultimo dettaglio prima di parlare dei prezzi vi obbliga ad andare a rileggere con maggiore attenzione una mia affermazione precedente. Quando ho parlato della semplificazione del “bestiario” di Gucci, non ho scritto a caso che è rimasta visibile solo l’ape sul quadrante. Perché meno visibile sul fondello c’è l’Ouroborus (uroburo), il serpente che si morde la coda e forma un cerchio perfetto, simbolo di Gucci e di eternità. Un particolare che non ha uguali.

    I prezzi e la campagna a supporto

    I prezzi dicevo. Sono in linea con la tipologia di orologio, anzi, a mio avviso potrebbero dare fastidio ad altri marchi con proposte analoghe. Si va dai 2.200 euro della referenza con lunetta in oro giallo ai 1.800 delle tre con cinturino in caucciù, passando dai 1.900 dei modelli con bracciale in acciaio.

    Un ottimo posizionamento di prezzo, a mio avviso, cui fa da supporto anche la nuova campagna di orologi e gioielli della maison, in cui il Gucci Dive compare nella versione con quadrante nero e lunetta in ceramica nera. Una campagna con foto e video curati dal fotografo e Direttore artistico Ezra Petronio, nella quale l’orologio mostra la sua anima più glamorous. Che non è l’unica, lo avrete capito, perché anche i contenuti tecnici sono tanti.

    In ogni caso, il mio proposito non era quello di convincervi che il nuovo Gucci Dive è un bell’orologio perché piace a me, ma di spiegarvi perché mi ha impressionato positivamente. Il mio consiglio è sempre lo stesso: se vi ho incuriosito, andate in boutique e provatelo. Così vi farete la vostra opinione, perché è giusto che ognuno ce l’abbia: importante e doveroso è che sia informata. Del resto siamo qui proprio per questo.

  • Longines Flagship Heritage, stregato dalla Luna

    Longines Flagship Heritage, stregato dalla Luna

    Lo scrittore americano John A. Shedd avrebbe potuto cedere una delle sue più celebri frasi come payoff per il Longines Flagship: «A ship in harbor is safe, but that’s not what ships are built for». Vale a dire, «una nave in porto è al sicuro, ma non è per questo che le navi sono costruite».

    Come le grandi navi sfidano le onde, uno dei più celebri orologi prodotti dalla Casa della Clessidra alata sfida il mare del tempo, forte di un fondello e di un nome che lo hanno sempre reso riconoscibile. Ma vado con ordine.

    Il successo negli anni del Boom

    Quando fu presentata, nel 1957, la collezione Longines Flagship voleva essere il segmento alto di gamma degli orologi a carica manuale del Marchio. L’investimento in termini di qualità fu notevole, poiché tutti i primi modelli prodotti erano animati o dal calibro 30L (con il contatore dei piccoli secondi), o dal calibro 30LS (con i secondi centrali). Movimenti robusti, affidabili e soprattutto precisi, poiché derivavano dal cronometro da competizione 30Z.

    Il successo del Longines Flagship fu subito importante, perché si poneva in un segmento di eccellenza come alternativa manuale all’automatico Conquest. In breve, il successo di cui godette indusse il management di Longines a introdurre anche una versione automatica. Si scelse il calibro 34x, che muoveva un altro top seller del marchio: l’Admiral. 

    Questo modello, prodotto in oro giallo o in acciaio, aveva il proprio segno distintivo sul retro. Il fondello aveva un medaglione ad altorilievo in smalto blu che raffigurava una nave ammiraglia, “flagship” in inglese, e che lo rese celebra tra i collezionisti e gli appassionati.

    Con il crescere del favore del pubblico e il conseguente aumento della produzione, dopo il 1963 Longines cercò di ottimizzare i costi sostituendo i calibri manuali 30L e 30LS con il calibro 490, mentre il calibro 380 automatico prese il posto del 34x. Alle casse in oro e in acciaio si affiancarono quelle in oro laminato o placcato.

    I nuovi Longines Flagship Heritage

    Lungo gli anni il Longines Flagship ha subito diversi aggiornamenti nell’estetica e nei materiali, rimanendo comunque fedele alla sua vocazione di dress watch. Lo testimoniano le più recenti versioni che lo hanno inserito nella collezione Heritage del marchio, quella con i caratteri più spiccatamente legati ai modelli storici. Tra gli aggiornamenti più recenti, quello del 2014 e del 2020 (vestito di nero) sono a mio parere i più riusciti.

    Proprio nel solco di questi ultimi si inseriscono i tre nuovi modelli appena svelati del Longines Flagship Heritage. Le referenze L4.815.4.78.2, L4.815.4.72.2 e L4.815.4.92.2 si distinguono tra loro principalmente per la finitura del quadrante che, a differenza delle ultime uscite del Flagship, ospita la complicazione delle fasi lunari, molto amate dal Brand. Presente nelle linee Master Collection, Primaluna, 1832, la complicazione necessita di un movimento ad hoc. Parto da qui.

    Un calibro prezioso

    I nuovi Longines Flagship Heritage sono animati dal calibro L899.5, che troviamo già in alcune referenze della collezione 1832. Si tratta di un movimento sviluppato su base Eta A31.L91, grazie alle sinergie che il produttore di calibri può garantire ai marchi di Swatch Group. Dal medesimo movimento Eta deriva il calibro Longines L899.2 che dà vita alle fasi lunari nella linea Master.

    Tornando al L899.5, il movimento da 11 linee ½ e 21 rubini ha una frequenza di 25.200 alternanze/ora ed è dichiarato da Longines con un’autonomia di 72 ore, anche se spesso gli è attribuita una riserva di carica di 64 ore.

    Poco importa. Ciò che conta è che il calibro L899.5 adotta alcuni di quelli che sono ormai gli standard tecnici per i movimenti di Swatch Group. Il più importante di essi è la spirale in silicio che, come credo ormai molti di voi sanno, è resistente ai campi magnetici e dà quindi all’orologio una maggiore accuratezza nella misurazione del tempo, con scarti minimi su base giornaliera.

    Guarda che Luna

    Detto questo, le fasi lunari sono appunto le vere protagoniste dei nuovi Longines Flagship Heritage. Si trovano sul quadrante a ore 6, posizione consueta anche per le referenze di altre collezioni, e fanno capolino dalla classica finestra bilobata. Intorno ad essa c’è l’anello del datario, in cui il giorno del mese è indicato da una lancetta.

    Gli indici dei cinque minuti sono sfaccettati e applicati mentre il giro della minuteria è stampato, in modo da rendere il quadrante molto leggero e arioso. Eleganti le lancette di ore e minuti, a daga, trattate con Super-LumiNova. La loro forma richiama quella delle lancette dei Longines anni ’60, una scelta di stile coerente con l’insieme dell’orologio.

    A proposito di coerenza, la misura della cassa in acciaio è la medesima della referenza del Longines Flagship Heritage attualmente in collezione. Il modello senza fasi lunari, con il datario e il contatore dei piccoli secondi a ore 6 misura infatti 38,5 mm di diametro, come le nuove referenze. Una taglia vicina a quelle dei pezzi delle origini, di cui richiama l’eleganza. Il fondello? Una chicca. Scopritelo nelle immagini della gallery.

    Il coraggio della qualità

    Come ho scritto sopra, i tre nuovi orologi si distinguono per la finitura dei quadranti e per i relativi cinturini abbinati. I quadranti sono opalino argentato, argentato soleil o blu soleil, tutti bombati come si conviene a un vero pezzo heritage.

    Il primo dei tre è molto classico e ricorda, in combinazione con gli indici e le lancette dorate, il Flagship Heritage piccoli secondi che è un caposaldo della collezione. Marrone, grigio o blu è il colore del cinturino in tinta.

    Eccoci al prezzo. I nuovi Flagship Heritage costano (l’un per l’altro) 3.300 euro. Una cifra importante per quella che è la scala prezzo di Longines, che dimostra come il Brand stia seguendo una strategia di posizionamento verso l’alto, almeno per quel che riguarda le collezioni principali. Una crescita dei prezzi non fine a sé stessa, ma dettata da un’offerta di contenuti tecnici migliorata rispetto alle referenze del passato.

    Posizionare questi tre orologi a un prezzo così impegnativo è anche un segnale di come Longines si fidi della sua collezione più rappresentativa, soprattutto se consideriamo che il 1832 con fasi lunari, sempre con calibro L899.5 ma con cassa da 40 mm, è proposto al pubblico a 2.550 euro. Introdotto nel 1957, il Longines Flagship del resto ha rappresentato una nuova visione per gli orologi ideati nella coraggiosa era del Boom economico. Orologi unici, progettati per la prima volta con nomi distintivi, che hanno consolidato negli appassionati il nuovo concetto di collezione, diventato la chiave di volta della pubblicità di Longines. Un marchio da percepire forte e sicuro come una nave ammiraglia.

  • Glashütte Original Sixties Small Second: non chiamatelo vintage

    Glashütte Original Sixties Small Second: non chiamatelo vintage

    Quando ho ricevuto il materiale stampa del nuovo Sixties Small Second di Glashütte Original ho fatto un esperimento. So che non si dovrebbe scrivere, ma… lo scrivo lo stesso. Ho fatto una ricerca su una delle tante piattaforme online certificate che vendono orologi di secondo polso, inserendo come chiave “GUB Glashütte”. Fatelo anche voi e capirete il perché mi è venuto quello sghiribizzo. Se non volete farlo, ve lo spiego io.

    Un po’ di storia

    Come dice il nome stesso dell’orologio, il nuovo modello di Glashütte Original si ispira agli anni ’60, un periodo nel quale la marca come la conosciamo oggi non esisteva. C’era però la sua antenata, quella VEB Glashütter Uhrenbetriebe (GUB), costituita nel 1951 dallo Stato e dallo Stato gestita. Non dimentichiamo che il borgo di Glashütte si trova in quella che fu la Germania Est: GUB nacque infatti come collettivizzazione forzata, unendo tutte e sette le aziende di orologeria della città, tra cui UROFA, UFAG (oggi Tutima) e A. Lange & Söhne.

    Dopo la riunificazione della Germania e il ritorno dell’economia di mercato nell’ex DDR, ciò che restava della Glashütter Uhrenbetrieb fu registrato come società privata nel 1990. Nel 1994 Heinz W. Pfeifer acquistò l’azienda, che all’epoca contava una settantina di dipendenti, e la chiamò Glashütte Original. Riportò in vita il tradizionale lavoro orologiero artigianale di Glashütte così bene, che nel 2000 Swatch Group acquistò il Marchio.

    Prima del Sixties Small Second, lo Spezimatic

    Ebbene, tornando alla ricerca online, se la fate vi accorgerete dai risultati di come il Sixties Small Second abbia in sé tanto, ma tanto, della lezione stilistica di quegli anni. Un’estetica che negli orologi del collettivo GUB era ben presente e diffusa, anche se tecnicamente a prevalere era la soluzione con i secondi centrali e non con i piccoli secondi.

    Specialmente la linea Spezimatic ha dato “il la” a Glashütte Original per liberare la propria ispirazione creativa e pensare al Sixties Small Second. Il marchio produce orologi che richiamano gli anni ’60 da tempo, ma è una storia che vale la pena rivisitare, soprattutto alla luce di questo pezzo che trovo particolarmente interessante nella sua versione modernizzata.

    Interessante è anche il fatto che, allora come ora, la Manifattura puntava molto sulla qualità. Un aspetto non banale, perché il dettato dell’economia socialista passato a GUB all’epoca della Cortina di Ferro fu quello di produrre orologi “popolari”, a basso costo, affidabili e resistenti. Qualcosa che il tedesco orientale medio potesse permettersi, nonostante il proprio salario contenuto, e che fosse poco vistoso e omologato.

    Così erano quegli orologi, al di fuori. In alcuni di essi, però, la qualità stava all’interno. Unico indizio esteriore, una Q con il numero 1 sul quadrante, a ore 6, dove la Q stava per Qualität ed era spesso associata a una certificazione di cronometro del movimento. Un’attenzione alla qualità che è ancora oggi un vanto di Glashütte Original.

    Le misure e il calibro

    Ecco dunque da dove arriva il nostro Sixties Small Second. Che dagli antenati si distingue principalmente per la misura della cassa. Se negli anni ’60 orologi simili andavano grosso modo dai 33 ai 37 mm, la nuova referenza di Glashütte Original arriva a 42, con uno spessore di 12,4 mm. Misure importanti – specialmente lo spessore -, considerando che si tratta di un solo tempo, senza data. In questo caso si fanno sentire sia il vetro zaffiro sul quadrante sia quello sul fondello, entrambi bombati, ma anche il fatto che il Brand lavora spesso con misure generose dei calibri.

    In questo caso parliamo del Calibro 39-60 di manifattura, realizzato appositamente per l’orologio a partire dal calibro 39-22. Purtroppo Glashütte Original non ha inserito nel materiale stampa un’immagine del movimento, ma siccome vale la pena di essere visto sono andato a scovarne una che trovate nella gallery. Trovate anche qualche dettaglio tecnico in più. Qui mi limito a ricordare che si tratta di un calibro automatico con circa 40 ore di autonomia. Lascio ai “precisetti” la discussione – che trovo oziosa – sull’opportunità o meno di un calibro manuale, vista la dichiarata ispirazione agli anni ’60.

    Una cassa in stile Glashütte Original

    Torno alla cassa. Impermeabile fino ai soliti 3 bar, è in oro rosa. Purtroppo non ho avuto ancora l’opportunità di vedere l’orologio dal vivo, ma l’impressione che si ha dalle immagini è quella di un oro rosa che tende più al giallo. Probabilmente il colore è dovuto a una percentuale di rame minore nella lega, forse con l’obiettivo di avvicinare la cromia della cassa a quelle degli anni ’60, in cui l’oro giallo era dominante.

    La distanza da ansa ad ansa è di 49,5 mm, che rende il Sixties Small Second un dress watch sui generis, abbondante ma ben proporzionato. L’idea che mi sono fatto è che abbia una buona vestibilità, nonostante le dimensioni. Il fatto che siano lievitate di diversi millimetri rispetto a quelle del periodo cui l’orologio si ispira, è compensato dalle anse decisamente corte.

    Due parole sul quadrante

    La prima impressione che si ha guardando il quadrante dell’orologio è che i designer di Glashütte Original abbiano fatto un lavoro importante per fargli guadagnare ariosità. Vi rimando alle didascalie per dettagli più approfonditi. Quello che voglio farvi notare qui è il bilanciamento tra il quadrante stesso e la lunetta.

    Quest’ultima è molto sottile, con un impercettibile gradino che la fa scivolare ancora di più verso la carrure. Il risultato è quello di alleggerirla il più possibile, senza farla quasi sparire, ma in modo che la sua presenza discreta consenta di ampliare ancora di più l’apertura del quadrante. Che con quella finitura argenté galvanica-opalina è di una luminosità unica.

    Un prezzo strategico

    Come ormai sapete, se siete dei miei lettori assidui, lascio per ultimo il prezzo. L’orologio è disponibile da qualche giorno nelle boutique di Glashütte Original a 18.100 euro. Una cifra sicuramente importante, specialmente perché parliamo di un marchio che non è propriamente mainstream. Però, come spesso accade, i numeri vanno letti in controluce e comparati.

    Nel suo segmento di mercato, orologi di marchi prestigiosi con caratteristiche analoghe (dress watch in oro, con piccoli secondi) costano in media il 50% in più. Si può discutere sui contenuti tecnici di ciascun concorrente, ma di certo quelli del Glashütte Original Sixties Small Second non sono secondi a nessuno. Senza dimenticare che cosa comportano in termini di costi lo sviluppo di un movimento ad hoc e l’impiego di un metallo prezioso per la cassa, solo per citare due voci da mettere a bilancio. Ragion per cui, quella cifra ha senso. Certo, ai papaveri della nomenklatura DDR sarebbe venuto un accidente se l’avessero vista sul cartellino del prezzo di un GUB Glashütte, ma questa è un’altra storia.

  • Nuovo Tissot Sideral: una macchina del tempo

    Nuovo Tissot Sideral: una macchina del tempo

    Erano i primi di marzo quando ho avuto la possibilità di toccare con mano e di indossare il nuovo Tissot Sideral. Era l’occasione dell’anteprima stampa delle novità del marchio per il primo semestre 2023. Ammetto che quell’orologio, per me, ha rubato la scena.

    Belle le nuove referenze del PRX, dei Chemin de Tourelles, dei vari T-Race, Supersport e Seastar. Ma il Tissot Sideral aveva il classico non so che. Che in realtà so, perché l’ho capito fin da subito e provo a spiegarlo anche a voi, facendo una breve escursione nel passato.

    Ha rubato la scena, innanzitutto, perché è un pezzo di design. E quando in orologeria si parla di design si pensa principalmente, salvo rare eccezioni, agli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70. Il periodo in cui nacquero quelle forme che avrebbero attraversato i decenni, diventando imprescindibili anche oggi. Solo per restare nella famiglia Tissot, pensate al “cugino minore” del Sideral, il PRX.

    Tissot Sideral: nel suo nome, la sua origine

    Il Sideral del passato nacque ben prima del “cugino”, tra i due decenni in cui design, ricerca di nuovi materiali e di soluzioni tecniche passarono dallo spazio all’orologeria. Non dimentichiamo che in quel periodo si combatterono le grandi sfide tecnologiche tra Usa e Urss per la conquista del cosmo e della Luna, culminate nell’impronta di Neil Armstrong sulla polvere del nostro satellite.

    Specialmente il campo dei materiali era e rimane importante per lo sviluppo di nuovi composti che, dall’ambito aerospaziale e tecnologico in generale, trovano poi utilizzo anche in oggetti della vita di tutti i giorni. E il Tissot Sideral, ieri come oggi, è un esempio calzante in questo senso.

    Perché nel 1969, quando fu lanciato, si presentò al mercato con una cassa tonneau, in linea con il gusto sportivo dell’epoca, ma realizzata con un materiale ultra-moderno per l’epoca. Mai prima di allora la fibra di vetro aveva fatto la sua comparsa in orologeria. Dopo le prime versioni con bracciale in acciaio mesh, un anno dopo arrivò il Sideral S, molto più sportivo e con un rivoluzionario cinturino in caucciù, che è d’ispirazione per il pezzo moderno.

    L’uso della fibra di vetro

    La cassa monoblocco del Sideral era realizzata in quel materiale inedito da un’azienda svedese, che le inviava poi in Svizzera per l’incassaggio dei movimenti e per dare forma finita all’orologio. La fibra di vetro, per quanto moderna, non era una novità industriale. Utilizzata nella cantieristica navale (e la Svezia era un’eccellenza in questo) e in campo automobilistico per vetture all’avanguardia, faceva però per la prima volta capolino tra gli orologi.

    Portava in dote caratteristiche perfette per quel tipo di prodotto. Resistente agli urti e ai graffi, molto più leggera dell’acciaio (con una densità di circa 2,48 g/cm³ contro i 7,85 g/cm³ dell’acciaio), antimagnetica e termicamente stabile, la fibra di vetro era perfetta per un orologio moderno. Pensato anche per i giovani.

    Lo tsunami Sessantotto era appena agli inizi e quale modo migliore per presentare il Tissot Sideral se non come un pezzo di rottura con il passato? “Allontaniamoci dallo stile tradizionale dell’orologio di papà” o “L’orologio giovane, per i giovani” sono solo due degli slogan che il marchio scelse per le campagne di lancio. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, il focus sulla modernità rimane intatto, così come quello sulla forma e sul materiale.

    Anno 2023: il carbonio forgiato

    Partiamo da quest’ultimo, che non è più la fibra di vetro ma il carbonio forgiato che costituisce la cassa del nuovo Tissot Sideral. Passano i decenni, ma non passa la tensione alla ricerca né cambiano le dinamiche industriali. Così come la fibra di vetro, anche quella di carbonio è passata dall’aerospazio all’automotive alla nautica, per arrivare all’orologeria. Anche sotto forma di carbonio forgiato che, pur non essendo una novità nel mondo delle lancette, non è così comune.

    E non tutti, forse, sanno che la sua invenzione si deve a un ingegnere meccanico italiano, Paolo Feraboli. Fondatore della Gemini Composites (consociata interamente controllata da Mitsubishi Chemical Carbon Fiber and Composites) e dell’Automobili Lamborghini Advanced Composite Structures Laboratory, nell’ambito di quest’ultimo Feraboli lavorò al progetto dell’auto Sesto Elemento. La vettura aveva la scocca e altre parti proprio in carbonio forgiato. 

    Un composto ottenuto dalla combinazione di frammenti di fibra di carbonio con una resina sintetica, diverso dalla fibra di carbonio perché le fibre non hanno tutte un orientamento preciso e definito. Sono infatti spezzate, fuse e pressate fino a costituire una struttura piena. E diventano un materiale che, come la fibra di vetro, è leggero, inscalfibile, insensibile agli sbalzi termici e agli effetti del magnetismo.

    I dettagli del Tissot Sideral

    Insomma, metodi e materiali moderni ma risultati analoghi. Perché la cassa del nuovo Tissot Sideral, ve lo garantisco, è leggerissima e molto vestibile. Non ha anse e i suoi 41 mm di larghezza sono bilanciati da un lug-to-lug contenuto a 46,5 mm e da uno spessore inferiore ai 14 mm che la rendono indossabile anche su un polso da bambolina come il mio. Inoltre, la particolare struttura del carbonio rende ciascun orologio unico, a beneficio di quanti amano dire «Ce l’ho solo io».

    Detto che la cassa è impermeabile fino a 30 bar, diamo un’occhiata al quadrante, la cui vocazione sportiva è un rimando diretto al Sideral S. È infatti presente un settore colorato rosso e verde su base dieci minuti che serve da funzione regata, completata da due settori da cinque minuti presenti sulla lunetta, da utilizzare come conto alla rovescia. La lunetta stessa, del diametro di 39 mm, è girevole, unidirezionale, in acciaio trattato Pvd nero, abbinata a un anello lucido.

    Il giro della minuteria è colorato in tinta con il cinturino, nelle versioni blu e gialla, e indica il tempo trascorso dall’avvio della regata. È ben riempito con Super-LumiNova come le lancette di ore e minuti, mentre quella dei secondi centrali, rossa, ha il classico contrappeso a T.

    Affidabile e adorabile

    Per quanto riguarda il movimento, calibro che vince non si tocca. Tissot ha in casa il Powermatic 80, frutto delle sinergie di ricerca e sviluppo di Swatch Group. Non ha bisogno di presentazioni: automatico, 80 ore di autonomia e spirale in Nivachron, una lega amagnetica a base di titanio, resistente alle variazioni termiche e agli urti. Se nel Sideral S originale la resistenza ai campi magnetici era garantita almeno fino a 150 Gauss da una gabbia di Faraday intorno al calibro, ancora una volta, oggi, l’avanzamento della tecnologia porta a performance migliori.

    Poco sopra ho citato il cinturino in caucciù colorato. Disponibile rosso, giallo o blu, in quest’ultima cromia richiama il colore dei pigmenti presenti nel carbonio della cassa. Quello giallo, invece, rimanda direttamente al progenitore degli anni ’70 anche nella chiusura. Di fatto senza fibbia, si affida a un piccolo bottone a incastro che sfrutta la traforatura lungo l’intero cinturino.

    Un orologio furbo

    Il prezzo? Tenetevi forte. Con 1.075 euro, il Tissot Sideral si pone in un segmento furbo, soprattutto per i contenuti che ha. Cassa in carbonio forgiato, movimento automatico, cinturino speciale: stando di poco sopra i 1.000 euro significa un posizionamento intelligente e allettante. Lungi dall’essere un orologio estivo, nonostante il look disimpegnato e le cromie sbarazzine, credo che voglia puntare a replicare l’effetto PRX. Sicuramente, il Tissot Sideral è meno pop di quest’ultimo, ma penso abbia i contenuti giusti per parlare a un cliente che non è solo quello del suo antenato, giovane e ribelle. Trasversale e attuale.

  • In manifattura da Moser (parte 2): la semplicità del meglio

    In manifattura da Moser (parte 2): la semplicità del meglio

    Alla fine della prima parte della mia visita in manifattura Moser ci siamo lasciati sulle scale che portano dal piano terra al primo piano. Quando ho salito quei gradini, mi sono ritrovato nel paese delle fiabe. Nei palazzi patrizi, dal Rinascimento in poi, il primo piano era chiamato “piano nobile” perché ospitava la cosa più preziosa: la famiglia. Nella manifattura è lo stesso, solo che qui le cose più preziose sono le complicazioni degli orologi.

    Si trovano infatti lì i reparti assemblaggio, controllo finale, regolazioni e soprattutto l’atelier delle complicazioni. Stanze nelle quali ci sono tutti gli ambienti che siamo abituati a conoscere in una manifattura. Banchi da orologiaio, tanta luce (sì, ancora quella), atmosfera ovattata e un silenzio che i visitatori come noi si guardano bene dal rompere, giusto solo per fare qualche domanda ai tecnici al lavoro. Cercando di non distrarli.

    Perché quello che si svolge qui è un lavoro di altissima precisione, per il quale la macchina a controllo numerico è sostituita dal cervello e dalle mani dell’uomo. E dalla pazienza. Come quella che ha Lukas, impegnato su un calendario completo che, per essere concluso, ha bisogno di almeno venti ore. Ogni minuto che gli sottraiamo con le nostre domande è per lui oro.

    Il piano delle meraviglie

    Nel reparto di assemblaggio finale ho avuto la fortuna di assistere agli ultimi ritocchi su alcuni Heritage Dual Time. Con disinvoltura e precisione, un’austera signora eliminava i residui granelli di polvere dal quadrante bordeaux fumé, per chiuderlo poi sotto al vetro zaffiro, a movimento già incassato. Un’operazione apparentemente semplice ma di una difficoltà estrema per chi non è del mestiere, perché ad alto rischio di imperfezione. E l’imperfezione, da H. Moser & Cie., non è un’opzione. Specialmente considerando che producono circa 2.500 orologi all’anno. Solamente.

    Notevole il lavoro di assemblaggio finale e di incassaggio. Proprio qui ho ritrovato quei pezzi che ho visto nascere due piani più sotto. Vi ricordate che nella prima puntata avevo scritto di non dimenticarvi di loro, che li avremmo rivisti più su? Eccoli qua. Bilancieri, masse oscillanti e treno del tempo trovano il loro posto all’interno delle casse proprio su questi banchi, grazie al lavoro di persone come Lukas, Livia, Lars, Nathalie, Neal. Mani, occhi e teste al servizio dell’eccellenza.

    Un’eccellenza che è anche nei materiali, come il Vantablack su cui non mi soffermo: leggete qui, c’è tutto. O quasi, perché è toccato a Martina raccontarmi qualcosa che ancora non sapevo su questo materiale. Martina è una ragazza sulla trentina e fa parte di quel terzo di quote rosa che compone il personale dell’azienda: 33% donne, 67% uomini. E, nonostante l’età, è una delle più anziane nella manifattura Moser (l’età media degli orologiai, lì, è di 33 anni e mezzo), e una delle poche persone a saper lavorare i quadranti Vantablack. Perché richiedono capacità ed esperienza.

    La difficoltà nel lavorarli, ci ha spiegato, sta nel fatto che non possono essere toccati con nulla. Polvere o imperfezioni devono essere tolte solo utilizzando un po’ di aria compressa, ma leggera. E ha usato un’espressione che mi ha fatto capire tutto alla perfezione: «Il Vantablack sul quadrante è come la polvere sulle ali delle farfalle». Da maneggiare con decisione e delicatezza, il modo in cui Martina affronta tutti i giorni il proprio lavoro.

    I miti di H. Moser & Cie. al polso

    La visita in manifattura Moser continua con tante belle storie e tante belle professionalità tra i laboratori del primo piano. Peccato solo che nella sede di Neuhausen am Rheinfall non si producono i meravigliosi quadranti fumé che sono il Dna del brand. Li realizza un quadrantista esterno che, purtroppo, non abbiamo potuto visitare. Però il management di Moser ha saputo compensare alla grande. Dopo il tour negli atelier del primo piano, sono tornato al piano terra dove ho potuto provare più di un capolavoro.

    Streamliner Flyback Chronograph, Streamliner Tourbillon. Pioneer Centre Seconds, Pioneer Cylindrical Tourbillon Skeleton, Pioneer Tourbillon. Heritage Dual Time, Endeavour Centre Seconds Concept Lime Green. Solo per citarne alcuni. Sono tutti atterrati sul mio polso, l’uno dopo l’altro. E mi sono sentito come un bambino in un negozio di giocattoli.

    Senza contare, poi, che ho potuto mettere le mani sulla valigia delle meraviglie. All’interno, gli orologi più emblematici del marchio, i pezzi unici e quelli più irriverenti. Swiss Alp Watch, Swiss Mad Watch (con la cassa di formaggio), Swiss Icons Watch (il Frankenstein del SIHH 2018 che tanto ha fatto parlare), Endeavour Cylindrical Tourbillon con MB&F. E ancora Swiss Alp Watch Final Upgrade, Endeavour Concept, Venturer Concept Vantablack, Endeavour Centre Seconds x seconde/seconde/. Per finire con l’Endeavour Perpetual Calendar Tutorial, l’Endeavour Centre Seconds Genesis e il Nature Watch, con tanto di erba ormai rinsecchita.

    Finire dove tutto è iniziato

    Insomma, il modo migliore per concludere la visita nella manifattura Moser. Una due giorni iniziata con un tuffo nella storia, visitando la dimora storica di Heinrich Moser, la tenuta di Charlottenfels. Oggi è un museo che ripercorre l’avventura umana e imprenditoriale di quell’orologiaio visionario che, partito da questo angolo di Svizzera, a metà dell’800 andò alla conquista del mercato russo diventando il preferito degli zar.

    Tornato in patria, diede un impulso fortissimo all’industrializzazione della città di Schaffhausen, sfruttando il potenziale del Reno e della sua corrente per produrre quell’energia indispensabile allo sviluppo produttivo delle aziende. Se vi capita, fatelo un giro a Charlottenfels: ne vale la pena, anche solo per conoscere la curatrice del museo, Mandy, e condividere il suo entusiasmo, la sua passione, la sua simpatia.

    Così come è d’obbligo una tappa alle celebri cascate del Reno, visitate ogni anno da centinaia di migliaia di turisti. Da lì, da quell’acqua e da quella potenza della natura, ha origine la storia industriale del territorio, plasmata da Heinrich Moser. E da quella storia discende l’avventura moderna di H. Moser & Cie., capace di portare nel XXI secolo un sogno di eccellenza nato quasi due secoli fa. Con quell’attenzione e quel savoir-faire che ne giustificano in pieno il pay-off: “Very Rare” si nasce, non si diventa. Prendetevi mezza giornata per una visita da Moser e capirete il perché.

  • La manifattura di H.Moser & Cie.: l’atelier a misura d’uomo

    La manifattura di H.Moser & Cie.: l’atelier a misura d’uomo

    Fine maggio. Il pulmino lascia me e altri ospiti di fronte alla manifattura di H.Moser & Cie. a Neuhausen am Rheinfall, Canton Sciaffusa, Svizzera. È un mattino di meteo incerto. Incerto come il mio sguardo di fronte all’edificio. Ne ho viste tante di manifatture, ma al primo impatto qualcosa mi dice che questa volta mi aspetta qualcosa di diverso. Una sensazione. Perché già l’ingresso dice molto sul mondo che si apre una volta attraversata quella semplice porta a vetri.

    Nessuna costruzione magniloquente, nessuna reception super-moderna, nessuna prosopopea sull’heritage del marchio. Entri da H.Moser & Cie. e ti sembra di trovarti in una qualunque nostra azienda manifatturiera. Se non fosse per le fotografie dei vari Pioneer o degli Streamliner appese con parsimonia all’ingresso, penseresti che lì dentro producono piastrelle o cavi elettrici. E invece…

    Invece da quelle stanze escono alcuni degli orologi più desiderati sul mercato attuale. Merito di un prodotto di altissima fattura, dove la quantità è al servizio della qualità; il tutto sostenuto da una politica commerciale e di comunicazione intelligente, che porta a una crescita costante della desiderabilità di quei prodotti. Un orologio di H.Moser & Cie., oggi, è per molti appassionati un punto di arrivo e un pezzo irrinunciabile in collezione. E hanno ragione.

    H.Moser & Cie. e Precision Engineering

    Giusto per ribadire la peculiarità della manifattura di H.Moser & Cie, la nostra visita comincia nel modo meno rutilante possibile: dal sotterraneo. Ovviamente non uno scantinato umido e buio, ma la parte dell’edificio in cui trova spazio la Precision Engineering. È l’azienda che, insieme a H. Moser & Cie. e Hautlence, appartiene a Melb Luxe group, e che è specializzata nello sviluppo e nella produzione dei bilancieri e degli scappamenti. In sostanza, è come se lì dentro dessero forma ai neuroni che compongono il cervello di un orologio.

    Il “neurochirurgo” che dirige le operazioni è Stephan, giovane ingegnere che ci racconta i segreti delle spirali di Moser. E abbiamo il privilegio di vederle nascere sotto ai nostri occhi. A partire da un filo metallico che, spiega, è fatto con una lega di diversi componenti (titanio, alluminio, cromo, cobalto…) che concorrono a creare un materiale stabile, affidabile e in grado di compensare le variazioni termiche.

    Un filo che, all’inizio, ha un diametro di 0,5 mm. Essendo fatto di un materiale molto duttile, passa in una trafila che, diametro dopo diametro, lo porta a 0,1 mm. Stirato così tanto che la bobina iniziale da 0,5 mm, lunga 100 metri, diventa di 4 km a 0,1 mm. Il filo passa poi in quattro successive vasche di lavaggio per eliminare le impurità e in una macchina che, da cilindrico, lo rende piatto. Per poi essere tagliato e i vari segmenti avvolti fino a diventare spirali.

    Fin qui le macchine. Poi arrivano le signore che a mano, dico a mano, assemblano sui bilancieri le spirali, sia quelle doppie sia le spirali Breguet. Regolandone la bilanciatura con piccoli contrappesi fino a trovare quella precisa, come fa il gommista con gli pneumatici. Perché senza il bilanciamento corretto, la precisione dell’orologio cala. A mano, con il microscopio o con una lente. Non dimenticatevi di questi pezzi e delle altre parti che escono da Precision Engineering: ritroveremo tutto due piani più sopra.

    La meccanica intelligente

    Se le stanze di Precision Engineering sono una via di mezzo tra lo studio di un antico alchimista e un laboratorio di ricerca avanzatissima, i locali che si trovano al pian terreno della manifattura di H.Moser & Cie. sono il paradiso della meccanica. Rumore, odore di olio lubrificante e di metallo lavorato ti accolgono varcata la prima porta, che immette in un mondo popolato da poche persone, che si limitano a sorvegliare discretamente il lavoro delle macchine. Tante. 

    Sono le avanzatissime macchine a controllo numerico, alle quali è affidato il compito più rude ma non meno importante: quello di dare forma a quelle parti dell’orologio che amo definire gregarie. Platine, ponti, viti, sono quei componenti a volte finemente decorati ma più spesso silenziosamente al servizio dell’architettura del calibro. Che però, se mancassero della precisione nel taglio e di una perfetta pulitura, sarebbero solo dei pezzi sagomati di metallo.

    Metallo spesso prezioso. Singolare vedere, nella parte posteriore di alcune di queste macchine, piccoli bidoni pieni di trucioli, bave e scarti d’oro. Roba da infilarci entrambe le braccia e uscire con un paio di manciate da mettersi in tasca. Ho dovuto resistere alla tentazione: in Svizzera la giustizia fa sul serio e poi, ci hanno spiegato, quelli sono sì scarti, ma destinati alla rifusione e al riutilizzo.

    Economia circolare anche sui metalli preziosi. Dico anche, perché l’olio lubrificante e i liquidi utilizzati da queste macchine di H.Moser & Cie. nel loro processo industriale sono costantemente filtrati e rimessi in circolo. Gli scarti e il loro impatto ambientale sono limitati al minimo.

    E poi ti capita di vedere, a fianco delle macchine Cnc che ricordano dei robot della fantascienza, qualcosa che arriva dal passato. Un banco pieno di lucine, scomparti, con un dinamometro d’antan in cui l’unico tocco moderno è un microscopio. La macchina, ci spiega un tecnico, risale agli anni ‘60 e misura la potenza di una spirale per decidere poi, in base a essa, per quale orologio è adatta. «È vecchia ma ancora molto precisa e svolge il suo compito alla perfezione», ci dice.

    Salire alle stelle

    La mia salita alle stelle, partita dal piano -1, si completa al piano 1 della manifattura di H.Moser & Cie. Alle stelle, perché lì ci sono le stanze delle meraviglie. Atelier delle complicazioni, regolazioni, assemblaggio finale mi accolgono in rapida sequenza. Lì ritrovo quello che è comune a tutte le manifatture da me visitate negli anni: atmosfera ovattata, silenzio e luce.

    Soprattutto la luce naturale, quella che negli altri piani mancava e che in queste stanze è vita. «Mehr Licht», «più luce» sono state le ultime parole di Goethe prima di morire. Le stesse che un orologiaio, non solo di Moser, manda a mente ogni volta che si siede al suo banco di lavoro per mettere mani e occhi su un calibro. E lì, al primo piano della manifattura di H.Moser & Cie., di orologiai seduti al banco non ce ne sono parecchi, ma hanno tra le dita alcuni pezzi da far girare la testa. Ciascuno di questi ragazzi e ragazze ha un compito ben preciso e qualcuno di loro ha saputo stupirmi con dettagli che non conoscevo, perché strettamente legati ai prodotti Moser. Volete saperne di più? Non perdetevi la seconda parte del mio racconto e la gallery fotografica. Ho scattato io buona parte delle immagini e anche se non sono un professionista eccelso, danno più l’idea dell’esperienza in presa diretta. Continua…

  • Breguet Type XX: ritorno al futuro

    Breguet Type XX: ritorno al futuro

    Parigi val bene un Breguet Type XX. E anche un Type 20. No, non sto dando i numeri romani né arabi. Perché la scorsa settimana la Maison ha scelto la capitale francese per presentare i nuovi cronografi dedicati al mondo dell’aviazione. Chi conosce la storia di questo orologio conosce la distinzione tra i due modelli: Type 20 è la versione militare, Type XX indica la specifica civile. 

    A Parigi io c’ero e ho potuto essere tra i primi a toccare e indossare gli orologi, al termine della cena di gala che ha concluso un grandioso evento di tre giorni dedicato a stampa e clienti. A dire il vero, il tempo in cui li ho potuti tenere tra le mani è stato un po’ poco per farmi un’idea precisa dei nuovi Breguet Type XX e Type 20, ma qualcosa posso comunque condividere con voi. Prima, però, farei un passo indietro.

    Le origini del Breguet Type XX

    Solo per ricordare che il legame che unisce la famiglia Breguet al mondo dell’aeronautica è antico. La Société des Ateliers d’Aviation Louis Bréguet, o Bréguet Aviation, è stata un’importante azienda produttrice di aeromobili, fondata da Louis Charles Breguet nel 1911. Quando la Francia entrò nella Prima Guerra Mondiale, possedeva 120 aerei. Alla fine del conflitto, l’azienda di Louis Breguet aveva contribuito a costruire buona parte dei 55mila apparecchi e dei 110mila motori prodotti nel periodo bellico. Quarant’anni dopo l’inizio della Grande Guerra, Montres Breguet creò il Type 20, cronografo a due contatori per specifiche militari, e il Type XX a tre contatori. 

    L’origine dei due cronografi risale ai primi anni ’50. In quel periodo Breguet apprende che l’Aeronautica Militare francese vuoi fornire ai propri piloti cronografi da polso con requisiti ben precisi. I classici, diremmo: quadrante nero con numeri e lancette luminescenti, movimento capace di resistere alle variazioni di pressione e alle forti accelerazioni, lunetta girevole, funzione flyback o “retour en vol”, alla francese. Il Ministero dell’Aeronautica chiama Type XX questo orologio.

    Sono molte le manifatture che si aggiudicano l’appalto, con la possibilità di vendere gli orologi anche ai clienti privati, motivo per cui abbiamo i Type XX e i Type 20. Breguet presenta i propri prototipi nel 1952. Omologati nel 1953 dal Service technique de l’aéronautique, nel 1954 vengono commissionati 1100 Type 20 militari. Orologi oggi ricercatissimi, non hanno la firma sul quadrante, si distinguono per il contatore dei 30 minuti e sul fondello riportano l’iscrizione BREGUET – TYPE 20 – 5101/54.

    Tocca poi al Centre d’Essais en Vol (CEV), che riunisce l’élite dei piloti collaudatori, ordinare 80 pezzi consegnati tra il 1956 e il 1957. Hanno il totalizzatore dei 15 minuti e 50 di essi anche un contatore delle 12 ore a ore 6. Sul retro appare l’incisione CEV e un numero identificativo da 1 a 80. Nel 1958 la Marine Nationale commissiona 500 esemplari per i piloti e i naviganti della propria compagine aerea, l’Aéronautique Navale, consegnati nel 1960. Hanno il contatore dei 15 minuti in un cerchio dal diametro ingrandito e finalmente compare la firma Breguet sul quadrante.

    Detto che nel 1963 il movimento Valjoux 14 linee è sostituito da un più moderno 13 linee e che la seconda e terza generazione del Breguet Type XX arrivano nel 1971 e nel 1995, non vi voglio annoiare oltre e arrivo alle due novità. 

    Breguet Type 20 Chronographe 2057

    E parto subito. Il Breguet Type XX Chronographe 2067 è la versione civile a tre contatori, il Type 20 Chronographe 2057 è quella militare a due contatori. Che, metto le mani avanti, mi ha convinto di più. Perché lo trovo più pulito ed equilibrato, nonostante di solito ami di più le versioni a tre contatori. Il quadrante nero, liscio, ospita il contatore dei secondi continui a ore 9 e quello dei 30 minuti a ore 3, dal diametro maggiore in una configurazione chiamata anche “Big-Eye”. Stop. Sono leggermente abbassati rispetto al piano del quadrante e nessuna finitura li distingue da quest’ultimo. Omogeneità totale.

    Le lancette di ore, minuti e piccoli secondi sono a daga, quelle dei secondi cronografici e dei 30 minuti a goccia. Una distinzione di forma che distingue anche le due funzioni dell’orologio, misura del tempo e cronografia. Tutte le lancette e i grandi numeri arabi hanno una colorazione luminescente verde menta ripresa anche dal triangolo sulla lunetta a ore 12. Lunetta che, per inciso, è bidirezionale non graduata e scanalata, come nei pezzi d’epoca per i piloti delle forze aeree militari.

    E in effetti la vocazione vintage del nuovo Breguet Type XX, ispirato al modello del 1953, è evidente proprio dai dettagli, come la grande corona zigrinata a pera, con la firma Breguet. Indossati, i 42 mm della cassa in acciaio si appoggiano comodi anche a un polso magro come il mio; le anse non proprio corte hanno infatti una curvatura intelligente, che agevola la vestibilità dell’orologio. Molto bella, dal vivo, l’alternanza tra lavorazione lucida della lunetta e dei pulsanti e quella satinata della cassa, con lo smusso lucido delle anse a dare preziosità al tutto.

    Breguet Type XX Chronographe 2067

    Anche la configurazione civile ha una forte estetica vintage e si rifà ai modelli usciti dal 1957 in poi. In questo caso i contatori delle 12 ore a ore 6 e quello dei secondi continui a ore 9 sono lavorati con un motivo concentrico che li distingue dal resto del quadrante e dal contatore dei 15 minuti a ore 3. Quest’ultimo ancora nella versione “Big-Eye”.

    Il lume di lancette, indici e triangolo al 12 questa volta è avorio. Anche in questa referenza la cassa da 42 mm di diametro e 14 di spessore, satinata, contrasta con la lunetta lucidata a specchio. Anch’essa bidirezionale come nel Type 20, è però graduata e ha una zigrinatura meno accentuata. La corona non è oversize ma più piatta e senza logo, mentre i pulsanti a pompa del crono sono gli stessi dell’altra versione.

    I calibri

    Come ho scritto all’inizio, la terza generazione del Breguet Type XX è apparsa nel 1995 e da lì in avanti, salvo diverse evoluzioni e l’introduzione del Type XXI e del Type XXII nel 2004 e nel 2010, è arrivata fino ai giorni nostri. Ecco perché, per le nuove referenze, è stato necessario fare un grande lavoro anche sul movimento.

    Un lavoro di sviluppo durato quattro anni che ha portato alla nascita del calibro 7281 (due contatori) e 728 (tre contatori). Calibri che a Parigi abbiamo avuto tra le mani, singolarmente, prima di poter conoscere l’orologio, grazie a un workshop pomeridiano con gli orologiai di Breguet.

    Si tratta di movimenti cronografici flyback: chi non ricordasse le loro specifiche, può dare una lettura a questo articolo. Le caratteristiche principali del calibro 728 sono: ruota a colonne a innesto verticale, frequenza di 5 Hz, spirale, ruota di scappamento e anse dell’ancora in silicio, autonomia di 60 ore.

    Poiché sia il Breguet Type XX sia il Type 20 hanno il fondello in vetro zaffiro, la Maison ha usato un occhio di riguardo per la decorazione del calibro. Visto dal vivo, anche attraverso il microscopio, confermo l’alta qualità del lavoro. Alle lavorazioni soleil, a spirale, all’anglage e al perlage si affianca il trattamento Dlc nero della ruota a colonne, che richiama la brunitura della massa oscillante in oro. L’effetto d’insieme è molto elegante. Molto Breguet.

    La questione del datario

    Ho lasciato volutamente in fondo all’articolo il punto che ha suscitato più perplessità in me e in tanti alla vista dei nuovi Breguet Type XX. Il datario a ore 4:30, sottolineato dalla scritta Swiss Made tra la finestrella e il giro della minuteria che lo rende ancora più visibile. Lo sapete, non sono un fan del datario. E se proprio ci deve essere, lo tollero al 6 e anche a 3. Al 4:30 no.

    Detto questo, però, ho provato ad andare oltre l’ego e a ragionare in modo oggettivo e non soggettivo. E mi sono chiesto il perché di questa scelta, alla luce del fatto che nelle versioni cui si ispira l’orologio il datario non c’era.

    Per farmi aiutare, mi sono letto delle dichiarazioni rilasciate dal Ceo di Breguet, Lionel a Marca, a Hodinkee. Che suonano più o meno così: «Se non avessi incluso il calendario, alcuni ne avrebbero chiesto uno. Non puoi mai accontentare tutti. Viviamo ora nel XXI secolo e, viste le tendenze del momento, un orologio che non presenta un calendario non sarebbe molto apprezzato dai clienti. Quindi è quasi una necessità oggi».

    E ancora, sulla posizione del datario nel Breguet Type XX: «Se avessimo posizionato la data nel contatore alle 6, avremmo perso il 6. Sarebbe stato un peccato. Lo stesso se la avessimo messa al 3. Quindi ci abbiamo pensato molto e abbiamo ritenuto che il miglior posizionamento fosse tra il 4 e il 5, e mantenendo il 4, il 5 e il 6».

    In conclusione

    Alla luce di questo, capisco che da un lato le ricerche di mercato fatte da Breguet evidenziano che si vendono meglio orologi con il datario. Dall’altro, che i designer ritengono quella posizione la migliore per preservare la pulizia del quadrante. Si può condividere o meno, ma ammetto che così la scelta ha un senso. Magari, avendo presentato due referenze, avrebbero potuto riservare il datario a una sola di esse, ma sono cavilli: probabilmente il mercato darà ragione ad a Marca.

    Un mercato sul quale i due orologi arrivano con lo stesso prezzo: 19.400 euro. E nel quale, è evidente, puntano a due diversi tipi di appassionato. La versione civile è più mirata a un pubblico di consumatori “generalista”, mentre la versione militare parla ai collezionisti più puristi. Ora la parola passa al mercato, il giudice supremo. Al di là di datari, lancette e nuovi calibri.

  • Locman Mare 300Mt Carbon: Dna italiano

    Locman Mare 300Mt Carbon: Dna italiano

    In una delle tante chiacchierate che ho avuto modo di fare con Marco Mantovani, il fondatore e Presidente di Locman mi parlava così della sua azienda: «Penso che il marchio Locman possa aspirare a essere uno stile di vita oltre che un orologio, per via della nostra italianità e creatività. Se di esperienze come quelle vissute da Locman non facciamo un fardello pesante ma una ricchezza, credo che la storia della nostra azienda possa tramutarsi in un successo di lunga durata».

    Un pensiero che è alla base del lavoro fatto dal marchio dell’Isola d’Elba in quasi quarant’anni di lavoro, che hanno segnato in maniera positiva la storia dell’orologeria italiana. E che hanno portato Locman a credere fortemente nella rinascita della filiera dell’orologio tricolore con il progetto Oisa, di cui abbiamo già scritto. Ma questa è un’altra storia.

    Perché l’articolo di oggi vuole parlare di presente e di prodotto. Di un prodotto e di un presente che non ci sarebbero se non ci fosse un’impresa con una storia che è davvero una ricchezza. Il prodotto si chiama Locman Mare 300Mt Carbon e racchiude nel nome, oltre al Brand, almeno altre due parole chiave che spiegano l’avventura umana e imprenditoriale di Marco Mantovani.

    Locman, dammi due parole

    Comincio da Mare. È una delle collezioni più giovani di Locman, che comprende diverse referenze tra cronografi e solo tempo. Ma soprattutto è la collezione che richiama l’elemento fondante della storia del marchio. Quel mare che, insieme alla natura, come mi raccontava il Presidente sempre in quella chiacchierata, «in luoghi ricchi di storia e cultura come i nostri rappresentano valori eterni, fonte di ispirazione e motivazione artistica».

    L’altra parola è Carbon. Un materiale del cui utilizzo Locman è pioniera, almeno in orologeria. Perché non ha mai avuto paura di sperimentare fin dagli albori della sua storia, quando stregò i Vip di mezzo mondo – da Elton John a Puff Daddy, da Jennifer Lopez a David Beckham – con le casse in alluminio anodizzato della linea Sport.

    Prima dell’alluminio, negli anni ’80, Locman si era persino cimentata con una cassa in radica di erica. Non è un caso, perciò, la fondazione nel 2002 di Materie Future, una società specializzata nella ricerca e nell’applicazione del titanio e dei materiali compositi.

    Da lì, nel 2003, la sperimentazione arrivò al carbonio, appunto. Leggerissima, ancora più dell’alluminio, la fibra di carbonio fu utilizzata da Locman per creare la prima cassa integrale al mondo fatta di quel materiale. Un primato che non tutti conoscono e che ne aprì la strada all’utilizzo su larga scala in orologeria.

    Edizioni anniversario

    E arrivo così all’oggetto di queste righe, presentato proprio per celebrare il 20° anniversario della prima cassa in carbonio. Il Locman Mare 300Mt Carbon è declinato in due versioni, solo tempo e cronografo: entrambe – nemmeno a dirlo – in tiratura limitata di 2003 esemplari, ed entrambe caratterizzate dalla cassa integrale in carbonio. La quale le rende non solo leggere, ma anche sportive e adatte all’ambiente evocato dal loro nome: le onde e le profondità.

    Sia il solo tempo sia il crono sono orologi versatili, con tutti i codici estetici e le caratteristiche tecniche che ci aspetta di trovare nei subacquei professionali. La cassa da 44 mm si integra con continuità al cinturino in silicone, chiuso da una fibbia ad ardiglione. Molto bella la ghiera girevole bombata per il calcolo dei tempi di immersione, con i numeri incisi.

    La ghiera è realizzata in Abs (una termoplastica utilizzata per creare materiali leggeri e allo stesso tempo rigidi) e acciaio con trattamento in Pvd nero (ossia Physical Vapor Deposition, tecnologia usata per la deposizione di film metallici sottili su diverse tipologie di substrati).

    Locman Mare 300Mt Carbon: ottimi calibri, ottimi prezzi

    L’altro aspetto caratterizzante degli orologi, va da sé, è la texture del quadrante in fibra di carbonio. Nel solo tempo, quest’ultimo è pulito e leggibile, grazie ai grandi indici a pallettoni luminescenti, alle grandi lancette scheletrate di ore e minuti e a quella dei secondi centrali con la punta arancione. A ore 6 è presente, con orgoglio, il Tricolore. Informazioni ben chiare anche sul quadrante del cronografo.

    Per i movimenti, Locman ha operato due scelte differenti. Sul solo tempo il fondello in vetro, bloccato da un anello di titanio, consente la visione del calibro automatico, un Sellita SW200. Una meccanica onesta e affidabile per un orologio che, pur nella sua eleganza, rimane uno strumento professionale basato su precisione e affidabilità.

    Il cronografo è invece equipaggiato da un calibro al quarzo Swiss Made (Ronda). Anche in questo caso, Locman è andata sul sicuro consegnando la misura del tempo del Mare 300 Metri Carbon crono a uno dei costruttori di movimenti al quarzo più seri e affidabili.

    Locman ha dunque scelto di non utilizzare movimenti creati dalla propria accademia interna di formazione S.I.O., la Scuola Italiana di Orologeria. Questo ha consentito all’azienda di mantenere anche nel caso del Mare 300Mt Carbon l’ottimo rapporto qualità-prezzo che distingue le sue collezioni. Il solo tempo costa 1.798 euro, il cronografo 1.498 euro.

    L’importanza di fare squadra

    Chiudo come ho aperto, con le parole di Marco Mantovani di quel dialogo dell’epoca pre-covid che conservo: «Penso che le imprese funzionino quando c’è la squadra. È la cosa principale e più difficile da allestire, specialmente in un settore come il nostro che necessita di competenze tecniche molto specifiche. In ciascun ambito servono persone capaci, che si prendano delle responsabilità e sappiano dialogare».

    Non solo il Locman Mare 300Mt Carbon, ma l’intera storia dell’azienda e le sue collezioni sono lì a dimostrare che la squadra c’è e che l’impegno profuso nel suo allestimento ha ripagato ampiamente in termini di risultati e prodotti.

  • Calatrava 24 Ore Travel Time: Patek Philippe viaggia leggero

    Calatrava 24 Ore Travel Time: Patek Philippe viaggia leggero

    Quando, a Watches and Wonders, ho avuto tra le mani il Calatrava 24 Ore Travel Time 5224R-001 di Patek Philippe, mi è venuta in mente una frase di Antoine de Saint-Exupéry. Dice: «La perfection est atteinte non pas lorsqu’il n’y a plus rien à ajouter, mais lorsqu’il n’y a plus rien à retirer». Che tradotta suona più o meno così: «La perfezione si ottiene non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere».

    Oltre a essere una delle star del salone ginevrino, il nuovo Travel Time di Patek Philippe è a mio avviso uno di quegli orologi di fronte ai quali si può solo stare zitti e guardare. Perché gli è stato tolto tutto ciò che non serve per essere memorabile. E nulla gli va aggiunto.

    Certo, poi è utile anche un minimo di spiegazione per provare a capire come mai è così unico, ma senza averlo al polso le parole hanno un’efficacia relativa. Io ci provo lo stesso, ma consiglio – dopo aver letto queste righe – di prendere un appuntamento da un concessionario e provarlo.

    Il viaggio secondo Patek Philippe

    Gli orologi destinati ai viaggiatori sono da tempo presenti nelle collezioni del Brand, fin da quando Patek Philippe, insieme a Louis Cottier, sviluppò il primo esempio di ore del mondo. In questo contesto, la funzione del doppio fuso orario Travel Time è l’interpretazione che il marchio dà del concetto di fuso orario multiplo. 

    Tra le numerose complicazioni disponibili nelle collezioni di Patek Philippe, il sistema Travel Time per la visualizzazione di un secondo fuso orario è diventato un classico, grazie anche alla sua praticità. Funziona con due lancette centrali, una delle quali può essere regolata all’indietro con scatti di un’ora. Abbinato a pulsanti per regolare il fuso orario aggiuntivo e spesso con gli indicatori di giorno e notte, è stato utilizzato in molti modelli.

    Il più noto probabilmente è l’Aquanaut Travel Time 5164A, ma gli si affiancano pezzi come il Calatrava Pilot Travel Time 5524G o 5524R, i Nautilus Travel Time Chronograph 5990/1A e 5990/1R. Senza dimenticare l’Aquanaut Luce Travel Time 5269, la Grande Complicazione Alarm Travel Time 5520P, il Calendario Annuale Travel Time 5326G e gli ultimi arrivati, i cronografi Calatrava Pilot Travel Time 5924G. 

    Questo nuovo Calatrava 24 Ore, però, è un’interpretazione del Travel Time che non è slegata da eleganza, classe e praticità, alle quali aggiunge un tocco di originalità e disinvoltura che ti puoi aspettare solo da Patek Philippe.

    Il Dna del Calatrava

    L’idea alla base di questo orologio è semplice: creare un modello per viaggiatori con l’elegante cassa di un Calatrava, un quadrante pulito, nessuna funzione aggiuntiva visibile, nessuna finestra o apertura. Solo l’aspetto raffinato associato da sempre a questa collezione. Da un punto di vista estetico, che cosa dire… obiettivo raggiunto.

    Se non fosse per la lancetta centrale in più, la ref. 5224R potrebbe quasi essere vista come un orologio solo tempo con il quadrante dei piccoli secondi al 6. Anche perché non ci sono pulsanti sul lato cassa e nessun correttore incassato nella stessa.

    Come abbia fatto Patek Philippe a rinunciare a tutto questo e a creare un orologio dall’eleganza sofisticata e semplice, è presto detto: con una visualizzazione originale del tempo che mostra contemporaneamente sul quadrante tutte le ore del giorno e della notte. 

    Se, normalmente, è comune avere l’ora di casa, o fuso orario aggiuntivo, visualizzata sulle 24 ore, nel Calatrava 24 Ore Travel Time 5224R-001 la lancetta dell’ora locale e quella dell’ora di casa ruotano insieme durante il giorno, su una scala di 24 ore. Le lancette dell’ora locale e dei minuti hanno un rivestimento luminescente, quella di casa è scheletrata. In questo modo, inoltre, non servono più le finestrelle per l’indicazione giorno-notte: basta una visualizzazione originale, ma non nuova.

    L’equilibrio del design

    Il design del Calatrava 24 Ore si ispira direttamente a un altro orologio della collezione, il Calendario Settimanale 5212A. Stesso design generale della cassa, lunetta sottile, angoli vivi, anse allungate e affusolate con profilo a gradino, che Patek Philippe chiama anse curve a doppio godron. Il nuovo 24 Ore Travel Time 5224R è però più grande della 5212A, con un diametro di 42 mm.

    Per la visualizzazione delle ore, invece, gli antenati più prossimi sono i Chronometro Gondolo realizzati all’inizio del XX secolo per il concessionario brasiliano Gondolo & Labouriau. Oggi, i designer li hanno resi più contemporanei e hanno privilegiato la leggibilità: l’indicazione di mezzogiorno è a ore 12 e non a ore 6, come accade spesso in questo tipo di display.

    Se sotto il profilo della visualizzazione il quadrante appare semplice, non lo è di certo dal punto di vista dell’esecuzione. Il colore blu navy lo rende molto elegante, senza per questo farlo diventare meno sportivo. Il giro delle ore e quello dei minuti sono entrambi marcati da una scala a chemin-de-fer, interna per le ore, esterna per i minuti. 

    I settori del quadrante sono lavorati con diverse finiture, che li distinguono e ne migliorano la leggibilità. La parte centrale è rifinita a cerchi concentrici, il giro delle ore ha una satinatura verticale, il contatore dei piccoli secondi è azzurrato ed evidenziato da una cornice in oro rosa.

    L’effetto wow è dato però dalla gran quantità di applique che popolano il quadrante. Tra indici, numeri arabi e cabochon si arriva a 44. Ciascuna di esse è in oro rosa e ha un rivestimento luminescente; il loro insieme dà all’orologio una tridimensionalità spettacolare senza affollare il quadrante, ma rendendolo elegante ed equilibrato.

    Il lavoro sul calibro

    Per quanto riguarda la meccanica, il Calatrava 24 Ore 5224R si affida a uno dei migliori calibri base automatici del marchio, il 31-260, da cui ha creato il 31-260 PS FUS 24H che anima questo orologio. Sviluppato inizialmente per il regolatore del calendario annuale 2011 in oro rosa, ref. 5235, il 31-260 è stato successivamente rielaborato nel 2021 per il calendario perpetuo in linea, la ref. 5236P.

    Patek ha dato a questo movimento di base una frequenza di 28.800 alternanze/ora e il 20% in più per la coppia bariletto-molla. È alimentato da un micro-rotore in platino, più pesante dell’oro – quindi con una migliore capacità di carica -, e ha una ruota di riduzione che disaccoppia il meccanismo di carica automatica quando si ricarica a mano l’orologio. In questo modo, si riduce l’usura dei componenti.

    Grazie alla sua particolare architettura, il calibro 31-260 PS FUS 24H ha consentito a Patek Philippe di mantenere un design essenziale, eliminando i classici pulsanti correttori dell’ora locale posti sul fianco sinistro della carrure. Al loro posto c’è un sistema brevettato di correzione tramite la corona, estratta in posizione intermedia (correzione avanti e indietro con incrementi di un’ora). Un dispositivo che riprende quello utilizzato nel 2022 nella ref. 5326G-001.

    Calatrava 24 Ore Travel Time 5224R-001: per chiudere

    Per qualche dettaglio tecnico o estetico in più, vi rimando alle didascalie. Vi lascio con il prezzo e con una riflessione. Il vil denaro dice che servono 57.830 euro per mettersi al polso questo orologio. Un prezzo che è il combinato disposto di qualità del prodotto, modernità del lavoro di ricerca e sviluppo, preziosità dei materiali. Niente da dire. La riflessione vuole invece ragionare su una capacità unica posseduta da Patek Philippe. Quella di bilanciare stili e soluzioni presi dalla sua lunga storia con un’abilità fuori dal comune nel fiutare gli umori e gli amori di collezionisti e appassionati del marchio. Così crea orologi destinati a essere praticamente sempre un successo, come immagino sarà Calatrava 24 Ore Travel Time 5224R-001. Nulla da togliere, nulla da aggiungere.

  • Tonda GT Cronografo: Parmigiani Fleurier fa rima con sport

    Tonda GT Cronografo: Parmigiani Fleurier fa rima con sport

    Un consiglio: prima di leggere questo articolo andate a dare un’occhiata alla nostra intervista più recente al ceo di Parmigiani Fleurier, Guido Terreni. È il modo migliore per capire che cosa sta dietro al Tonda GT Cronografo. Benché non sia una delle novità del marchio, è l’esempio di quell’equilibrio tra essenzialità della forma, praticità della funzione ed eleganza non ostentata che sono tre punti essenziali per il successo del brand.

    È piuttosto evidente come il tipo di orologio oggi desiderato da molti appassionati sia un pezzo abbastanza elegante da mostrare gusto e status. Ma anche abbastanza sportivo da adattarsi al veloce stile di vita contemporaneo. Si spiega così la popolarità di orologi come il Royal Oak o il Nautilus, eleganti ma pensati per essere indossati anche con jeans e polo.

    Un trend interpretato da Parmigiani Fleurier con esemplari che s’inseriscono in questo segmento a pieno merito. Uno di questi è proprio il Tonda GT Cronografo, disponibile in una serie di versioni, caratterizzate da attraenti quadranti bicolore o panda, chiamati dal brand Quantum Grey e Granata.

    I due Tonda GT Cronografo con cassa in oro rosa sono alimentati dal movimento cronografo integrato ad alta frequenza di Parmigiani Fleurier, mentre i due in acciaio combinano il cronografo con il calendario annuale.

    I codici estetici di Parmigiani Fleurier

    La mano di Guido Terreni in Parmigiani Fleurier si è vista da subito, con la razionalizzazione delle collezioni in due linee principali, Toric e Tonda. Quest’ultima è la meglio rappresentata e comprende Tonda PF, sottofamiglia di eleganti orologi sportivi di lusso, e Tonda GT. Questa è una linea più sportiva, un tempo nota come Tondagraph, il cui nome richiama le GT del mondo dell’auto, vetture Gran Turismo pensate per la guida ad alta velocità e per le lunghe distanze.

    L’architettura del Tonda GT Cronografo s’ispira in parte al Tonda Chronor Anniversaire, il primo movimento cronografo integrato del marchio realizzato nel 2016 per celebrare il 20° anniversario del Brand. I pulsanti a forma di goccia e le anse fluide discendono da quell’orologio, mentre la lunetta zigrinata distingueva già il primo Toric di Michel Parmigiani del 1996. Quadranti guilloché, lancette a delta scheletrate e gran data sono altre caratteristiche della linea Tonda GT.

    Tonda GT Cronografo ad alta frequenza: la cassa

    Parto però dalla cassa del Tonda GT Cronografo con movimento ad alta frequenza. Quella in oro rosa si sposa molto bene con le combinazioni di colori dei contatori del cronografo. Ha un diametro di 42 mm e uno spessore di 14,3 (non sottile ma contenuto) ed è lavorata con un’alternanza di superfici lucide e satinate. È caratterizzata da una delicata curvatura che aiuta la vestibilità dell’orologio al polso e che è ben visibile guardandolo di profilo.

    Non ci sono bordi spigolosi né forme taglienti; tutto è liscio e addolcito, come per esempio i pulsanti a goccia del cronografo. Sono inclinati, per seguire la curvatura della carrure, e alloggiati all’interno dell’ansa, anch’essa a goccia e più grande. L’ansa si fonde con il cinturino in caucciù, chiuso da una fibbia pieghevole anch’essa in oro rosa.

    Il lavoro sul quadrante

    A mio parere, quindi, una cassa molto bella, perché ha un’architettura ragionata e ben eseguita. Allo stesso modo del quadrante. Sullo sfondo argentato lavorato a guilloché spiccano i contatori nelle due tonalità Quantum Grey o Granata, in tinta con il colore del cinturino. Hanno la classica disposizione a ore 3 (contatore dei 30 minuti), 6 (secondi continui, ad arco e con doppia traccia) e 9 (12 ore), cui fa da contrappunto la finestra della gran data a mezzogiorno.

    In contrasto con la lavorazione a guilloché della zona centrale, il giro delle ore ha una finitura concentrica e accoglie gli indici delle ore in oro rosa applicati, con rivestimento nero luminescente. Lo stesso rivestimento si trova sulle punte delle lancette di ore e minuti, che sono a delta e scheletrate, come nella tradizione della famiglia Tonda. Interessante il dettaglio del contatore dei secondi: la scritta “5Hz Chronograph”, che indica il sofisticato movimento cronografico che anima il Tonda GT Cronografo.

    Un movimento integrato

    Si tratta del calibro PF071, un movimento automatico di manifattura certificato Cosc con gran data e cronografo integrato a ruota a colonne e innesto verticale. Deriva dal calibro PF361 del 2016 e lavora con una frequenza di 5 Hz (36.000 alternanze/ora), cui aggiunge 65 ore di autonomia. Consente al cronografo di misurare anche gli intervalli di 1/10 di secondo.

    Come tutti i movimenti di Parmigiani Fleurier, è rifinito secondo standard altissimi. Bene dunque che ci sia il fondello in vetro zaffiro per consentirne la visione. Dotato di 331 componenti e 42 rubini, ha finiture che vanno dai ponti traforati satinati ai bordi smussati a mano, fino al grande rotore scheletrato in oro rosa 22 carati. Una gioia per gli occhi, oltre che una meccanica ultraraffinata.

    Il calendario annuale secondo Parmigiani Fleurier

    Passando al Tonda GT Cronografo con calendario annuale, non mi soffermo sui tanti punti di contatto con la versione solo cronografo, dalle finiture di cassa e quadrante ai colori di cinturino e contatori. Meglio buttare l’occhio sulle differenze, estetiche e sostanziali, tra i due modelli. 

    Intanto la cassa. Si passa dall’oro rosa all’acciaio, si rimane sui 42 mm di diametro ma lo spessore cala, seppur di poco: 13,7 mm. Mezzo millimetro in meno circa, nonostante la presenza del modulo del calendario annuale. Significa che gli ingegneri di Parmigiani Fleurier hanno ottimizzato la compattezza del movimento, facendo in modo che il calendario sfrutti al meglio lo spazio generato dall’assenza del modulo ad alta frequenza.

    L’altra grande differenza, naturalmente, si ritrova nella disposizione dei contatori. Qui abbiamo i 30 minuti al9, le 12 ore al 6 e i secondi continui al 3. In quest’ultimo contatore, la scritta “5Hz Chronograph” è sostituita dalla finestrella con il mese dell’anno. La gran data campeggia ancora a mezzogiorno.

    Tonda GT Cronografo: da un calibro all’altro

    La disposizione differente dei quadranti è conseguenza diretta del calibro PF043. È un movimento di manifattura che integra un cronografo automatico e un modulo con calendario annuale.

    Anche in questo caso è visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro, perché le cose belle vanno sempre messe in mostra. Dotato di un rotore scheletrato in oro molto simile a quello dell’altra referenza, il calibro scende dalle 36.000 alternanze/ora alle più comuni 28.800, o 4Hz. L’autonomia, in questo caso, scende a 45 ore. Le finiture sono a Côtes de Genève sui ponti e a perlage sulle platine.

    La famiglia si allarga

    Recentemente sono entrate in collezione altre varianti di colore. Del Tonda GT Cronografo con calendario annuale c’è una versione con contatori e cinturino neri, un’altra con contatori neri e bracciale in acciaio, e un’altra ancora supersportiva con quadrante nero e, in arancione, la gran data, il mese e la scritta “Annual calendar” a ore 6. Anche l’assortimento del Tonda GT Cronografo con movimento ad alta frequenza si è arricchito di due referenze con contatori neri, una con cinturino in caucciù e un’altra con bracciale in oro rosa.

    I prezzi del cronografo calendario annuale in acciaio vanno dai 20.600 euro delle versioni con cinturino ai 21.700 per quelle con bracciale. Mentre riguardo al cronografo in oro rosa si passa dai 45.700 euro con cinturino ai 72.900 con bracciale.

    Come chiudere quindi questa presentazione del Tonda GT Cronografo di Parmigiani Fleurier, se non prendendo in prestito le parole di Guido Terreni? «La semplicità è una questione di misura e la misura è una questione di gusto». La sintesi perfetta di un orologio come questo.

  • L.U.C 1860, la bellezza secondo Chopard

    L.U.C 1860, la bellezza secondo Chopard

    Metto subito le cose in chiaro: per come la vedo io, il nuovo L.U.C 1860 di Chopard è, come direbbe Carlo Verdone, un sacco bello. Non pensate però che il racconto che sto per farvi di questo orologio, presentato all’ultimo Watches and Wonders, sia influenzato dalla mia opinione. Proprio perché ho potuto farmela – vedendolo, toccandolo, indossandolo in quel di Ginevra -, credo di essere legittimato a raccontarlo in modo che vi facciate la vostra. Che non per forza dovrà coincidere con la mia, ci mancherebbe: ciascuno ha il diritto di avere la propria opinione, l’importante è che sia informata. Vorrei che questo fosse l’obiettivo delle righe che seguiranno. Ma andiamo con ordine.

    L.U.C: l’orologeria di Chopard al meglio

    Nel portafoglio di Chopard, la collezione L.U.C racchiude il savoir-faire dell’alta orologeria secondo la concezione del Marchio. Introdotta nel 1997, si distingue per caratteristiche come precisione, artigianalità, estetica classica, che la rendono riconoscibile sia tra le collezioni del Brand, sia tra la concorrenza.

    Del resto, già il nome è una dichiarazione d’intenti. Richiamare le iniziali di Louis Ulysse Chopard, colui che diede vita alla Maison e che, intorno al 1860, cominciò a realizzare i propri orologi, significa voler posizionare la collezione nell’altissimo di gamma.

    Un’eredità che il nuovo L.U.C 1860 porta con eleganza e disinvoltura, specialmente se si pensa a cosa ha significato per Chopard l’orologio cui esso si ispira, ossia il L.U.C 1860 originario del 1997: vincere il riconoscimento di “Orologio dell’anno” da parte delle riviste specializzate svizzere Montres Passion e Uhrenwelt.

    La collezione L.U.C, indipendente, composta da pezzi di alta manifattura (già il L.U.C 1860 del ’97 era mosso dal calibro in-house 1.96) e certificata secondo standard elevati, ha segnato l’affermazione di Chopard come brand di settore durante la rinascita dell’orologeria tradizionale, negli anni ’90. Quella intuizione del co-Presidente Karl-Friedrich Scheufele, di creare una collezione dedicata ai métier d’art e alle tradizioni della Haute Horlogerie, ha pagato.

    Lasciandoci alle spalle il passato per arrivare al presente, non ho intenzione di mettere a confronto i due L.U.C 1860 come in “Aguzzate la vista”, il gioco de La Settimana Enigmistica in cui trovare le differenze tra due disegni simili. Anche perché ritengo questo orologio non tanto una riedizione, quanto un’evoluzione del suo predecessore. Mi preme concentrarmi sul moderno, perché il modo in cui Chopard ha modificato l’originale è ciò che ha fatto riscuotere da subito interesse e successo al nuovo L.U.C 1860. A partire dal colore.

    Bello e amico dell’ambiente

    L’abbinamento tra l’acciaio della cassa e il color salmone del quadrante rende questo orologio molto elegante e, credo, incredibilmente collezionabile, visto il sapore vintage che gli dona. Se aggiungiamo le dimensioni della cassa stessa – 36,5 mm di diametro per 8,2 di spessore -, che lo avvicinano più a quelle degli anni ’50 e ’60 che a quelle contemporanee, il gioco è fatto. Chopard ha reso il L.U.C 1860 un po’ più elegante e fresco, mescolando nel look modernità e tradizione.

    La cassa è in Lucent Steel, acciaio prodotto con almeno l’80% di materiale riciclato, che Chopard mira a portare a minimo il 90% entro il 2025. Una scelta sostenibile non solo per la natura dell’acciaio, ma anche per via dei fornitori di acciaio riciclato del Brand. La loro sede in paesi limitrofi, o comunque nel raggio di 1.000 km dal sito produttivo svizzero di Chopard, riduce le emissioni legate al trasporto del materiale.

    Ma oltre ad avere un ridotto impatto ambientale, il Lucent Steel è anche un bel vedere. Nonostante questa lega sia chiamata così per la particolare brillantezza, la cassa del nuovo L.U.C 1860 è un poco più scura dell’oro bianco o del platino. La lunetta e la parte superiore delle anse sono lucide, mentre la carrure ha una lavorazione satinata. Grazie allo spessore contenuto della cassa e alle anse ricurve, l’orologio avvolge il polso in modo molto comodo; anche il cinturino antracite con cui Chopard lo abbina è una scelta elegante. 

    Semplice? No, Chopard

    Vista la cassa, eccomi al quadrante. Non ce ne vogliano in Chopard ma, a dispetto del gran lavoro fatto sul Lucent Steel a livello di sostenibilità, nel L.U.C 1860 è proprio il quadrante in oro a rubare la scena. E non solo per il color salmone, ancora una volta di tendenza. È la lavorazione guilloché a stupire, per la finezza e l’originalità di esecuzione.

    La finitura non ha origine, come spesso accade, dal centro del quadrante, in corrispondenza del perno delle lancette, ma dal logo Chopard a ore 12, incorniciato da un’elegante targhetta. Come se fosse composta da tante piccole onde, la lavorazione si espande fino a infrangersi sul contatore dei piccoli secondi a ore 6 e sul cerchio della minuteria.

    Il pregio di questo orologio è quello di far sembrare semplice un’architettura che in realtà non lo è. La struttura del quadrante è infatti apparentemente elementare, mentre è costruita su più settori che si amalgamano in un insieme equilibrato. E completato da un’alternanza di lavorazioni per le quali vi rimando alle didascalie. Su tutto campeggiano, in oro bianco, le lancette Dauphine di ore e minuti, quella a bastone dei secondi, e gli indici delle ore, sfaccettati e a losanga. 

    Il quadrante è stato realizzato da Metalem, produttore specializzato acquisito da Chopard alcuni anni fa dopo essere stato a lungo fornitore del Marchio. A testimonianza del livello altissimo della collaborazione, ricordo che anche un maestro come Philippe Dufour si è servito della perizia di Metalem per realizzare i quadranti Simplicity. 

    Il nuovo calibro

    Semplicità che, nel caso di questo L.U.C 1860, è data anche dalla mancanza del datario, presente invece sulla referenza del 1997. Un’assenza dovuta principalmente al nuovo calibro 96.40-L. Migliorato rispetto al calibro 1.96 del ’97 per la mancanza del datario e per l’introduzione dei cosiddetti hacking seconds, ossia lo stop dei secondi nel momento della rimessa all’ora. 

    Il calibro automatico da 3,3 mm di spessore batte alla frequenza di 28.800 alternanze/ora ed è certificato cronometro dal COSC. Reca il punzone di Ginevra, a garanzia della completa realizzazione entro i rigidi canoni di qualità, precisione e artigianalità che questo disciplinare impone. Il micro-rotore in oro etico 22 carati carica le molle dei due bariletti sovrapposti, offrendo all’orologio un’autonomia di 65 ore.

    Con il calibro 96.40-L, l’atelier di Fleurier nel quale Chopard crea i propri movimenti ha sfornato un altro pezzo di altissima manifattura, la cui complessità di sviluppo incide anche sulla disponibilità dell’orologio. Pur non essendo un’edizione limitata, il nuovo L.U.C 1860 avrà una produzione contingentata e sarà esclusiva delle boutique. 

    Da Chopard fanno sapere che per il 2023 la manifattura realizzerà da 10 a 15 pezzi, aumentando i volumi a circa 100 orologi l’anno prossimo. Il calibro 96.40-L richiede infatti diversi mesi per essere prodotto, così come ci vuole molto tempo per creare il complesso guillochage di ciascun quadrante. È un peccato, perché uno dei motivi per cui rinnovare un orologio del passato è quello di rendere più accessibile un modello storico difficile da reperire. Se non altro, però, in questo modo il marchio manterrà ancora più alta la desiderabilità.

    Per concludere

    Come ho scritto all’inizio, spero che queste poche righe e quanto trovate nelle didascalie vi possano aver aiutato a formarvi un’opinione sul L.U.C 1860. Certo, poi la prova al polso potrà fare come Alessandro Borghese: confermare o ribaltare il giudizio iniziale.

    Di certo, a mio parere, in un mondo in cui sono le referenze sportive a essere quasi sempre gli oggetti del desiderio degli appassionati, questo pezzo di Chopard è esattamente il tipo di orologio che serve. Perché fa capire che c’è una vita elegante oltre ai Submariner, ai Royal Oak o ai Nautilus. Anche e soprattutto tra i marchi indipendenti.

  • Breguet Classique reinventa il calendario perpetuo

    Breguet Classique reinventa il calendario perpetuo

    Italo Calvino scrisse una volta che «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Una frase che vale anche per l’orologeria, specialmente se applicata alla collezione Breguet Classique. Che, secondo me, è una delle più ricche di suggestioni tra quelle di tutti i marchi e che, con il nuovo Calendario Perpetuo ref. 7327, rimane nella tradizione ma con un lampo di modernità. Una modernità che parte dai dettagli e che arriva a definire l’orologio nella sua interezza. Vediamo di capire in che modo.

    Un aspetto più contemporaneo

    Il nuovo Calendario Perpetuo ref. 7327 prende il posto della ref. 5327, in catalogo da quasi vent’anni. Conserva lo stile tradizionale che definisce il Marchio, pur con una delicata modernizzazione nel design che rimane però Breguet fino al midollo. Come definire altrimenti il quadrante ordinato ma asimmetrico rifinito a guilloché, le lancette a “pomme évidée” e la cassa sottile con la carrure scanalata?

    Il quadrante è leggermente più pulito degli orologi cui il Marchio ci ha abituati, spesso fin troppo elaborati. Ma a differenza del restyling che il Brand ha operato sulla ref. 7337, per alcuni eccessivamente moderno, questo Breguet Classique Calendario Perpetuo ref. 7327 rimane ancora classico. Secondo me, l’esempio di questo lavoro sulla modernità nella tradizione è l’aggiunta del mese retrogrado a ore 11. Dà al quadrante un carattere in puro stile Breguet e ne rompe la simmetria, ma in modo armonico, come avveniva negli orologi da tasca del XIX secolo.

    Più contemporaneo è l’indicatore delle fasi lunari tra ore 1 e 2, dal quale scompaiono le nuvole e il volto sorridente della luna che si trovavano sulla ref. 5327. Qui, il nostro satellite è lavorato con un motivo martellato che ne accentua l’artigianalità. Allo stesso modo, la lavorazione clous de Paris del quadrante ha una grana molto più fine rispetto a quella del modello precedente. Così fine che la si ritrova all’interno dell’indicatore del giorno della settimana.

    La discendenza del Breguet Classique

    Il Breguet Classique Calendario Perpetuo ref. 7327 continua la tradizione del Marchio di trarre ispirazione dai propri esemplari da tasca del XVIII e XIX secolo per creare orologi da polso dal design classico. Come gli altri pezzi della collezione Classique, la ref. 7327 prende infatti spunto dai precedenti calendari perpetui ref. 3310 e 5327, a loro volta ispirati a modelli da tasca. Introdotta a metà degli anni ‘80, la ref. 3310 era all’epoca uno dei calendari perpetui più complessi di Breguet: comprendeva le indicazioni di giorno, data, mese e anno bisestile, fasi lunari e autonomia residua.

    Nel 2004, Breguet ha introdotto la ref. 5327, versione aggiornata della 3310, mantenendo la stessa disposizione del quadrante e del movimento ma con una misura di cassa più contemporanea: 39 mm contro i 36 della ref. 3310. Quei 3 mm in più hanno dato origine a un quadrante più ampio con una leggibilità leggermente migliore, pur mantenendo nel complesso un design simile. La ref. 5327 era anche più pratica, grazie al correttore di data che rendeva semplice impostare il calendario. 

    Come successore di questa genealogia, la ref. 7327 continua il lavoro distintivo e raffinato operato da Breguet, preservandone lo stile e le dimensioni: la cassa da 39 mm aiuta la leggibilità delle tante informazioni presenti sul quadrante.

    Il quadrante, una scuola di pulizia

    Sia il quadrante della ref. 3310 sia quello della 5327 avevano un aspetto piuttosto affollato a causa delle molte indicazioni presenti. Un’estetica tipica del marchio, molto affascinante ma non particolarmente pratica in termini di leggibilità. Al contrario, il Breguet Classique Calendario Perpetuo ref. 7327 ha una leggerezza visiva grazie al design che ha affinato sia i dettagli del quadrante, sia la complicazione stessa del calendario perpetuo.

    Quello che in precedenza era l’indicatore dell’autonomia residua, a forma di ventaglio tra le 10 e le 11, nel nuovo orologio è diventato l’indicatore retrogrado dei mesi. È più largo di prima, si apre dalle 9 alle 12 e, oltre a migliorare la leggibilità, è anche un elemento di design a tutti gli effetti.

    In posizione speculare si trova la finestra delle fasi lunari. Anch’essa ha subito un restyling importante, poiché è stata ingrandita per creare una grande apertura che contiene un nuovo disco lunare. È laccato e cosparso di particelle di alluminio e ossido di silicio, che gli conferiscono una finitura scintillante evocativa del cielo notturno. Sul disco si trova una luna in oro bianco massiccio, delicatamente martellata per dare l’impressione della superficie lunare piena di crateri.

    Anche l’indicatore della data a ore 6 è stato ingrandito. In questo modo è più facile da leggere e dà al quadrante un bilanciamento migliore. L’aumento delle imensioni fa sembrare più piccoli gli indicatori dell’anno bisestile e del giorno della settimana, che lo toccano nella parte alta, rendendo così il quadrante ancora più leggero. 

    Guillochage e finiture

    Come tutti i quadranti di Breguet lavorati a guilloché, anche questo è in oro massiccio argentato rifinito a mano utilizzando appositi macchinari. C’è da dire che, mentre la maison utilizzava storicamente diversi tipi di guilloché sullo stesso quadrante, quello del Breguet Classique Calendario Perpetuo ref. 7327 è rifinito interamente a Clous de Paris. Breguet ha motivato la scelta come un ritorno alle specifiche originali che il fondatore applicava ai quadranti nel XVIII secolo. 

    Questa lavorazione a guilloché così fine comporta anche un piccolo ma significativo cambiamento sui bordi dei registri e degli indicatori. A differenza di quanto accadeva nei precedenti calendari perpetui della Casa, gli indicatori della ref. 7327 non hanno bordi zigrinati, caratteristica tipica in presenza di una lavorazione a guilloché. Ciascun indicatore (persino il logo!) è incorniciato da bordi netti e scanalati che rendono l’insieme del quadrante più pulito. Dettaglio fighissimo e finissimo: la doppia firma segreta Breguet ai lati dell’indice delle 12.

    La cassa da 39 mm ha uno spessore di 9,13 mm, poco più alta di quella della ref. 5327 principalmente perché il meccanismo del calendario perpetuo è stato in parte ridisegnato. È disponibile in oro bianco o rosa, ha i fianchi scanalati e le anse dritte, saldate a mano. Elegante e sottile, è resa ancora più leggera dalla lunetta estremamente fine. Il fondello in vetro zaffiro consente la visione del calibro 502.3.P, sul quale vale la pena spendere qualche parola.

    Il calibro 502.3.P

    Il Breguet Classique Calendario Perpetuo ref. 7327 è animato dal calibro 502.3.P, un movimento automatico ultrasottile combinato con la variante di un modulo calendario perpetuo esistente. L’architettura di base di questo modulo è riconoscibile in ogni calendario perpetuo Breguet. Da un punto di vista meccanico, l’orologio più vicino alla ref. 7327 è la ref. 5447 del 2007, che ha la stessa disposizione del quadrante ma in più una ripetizione minuti. 

    Sotto al calendario perpetuo c’è il calibro 502 derivato dal Frederic Piguet calibro 70 introdotto nel 1970, che rimane ancora oggi un eccelso movimento di fascia alta grazie al fatto di essere uno tra i più piatti sul mercato. Ha uno spessore limitato di 4,5 mm, soprattutto grazie al calibro di base, sottile solo 2,4 mm. Tra i numerosi aggiornamenti che ha subito ci sono la spirale in silicio e un bilanciere a spirale libera. Oscilla alla frequenza di 3 Hz e ha un’autonomia di 45 ore.

    Invece l’architettura del modulo del calendario perpetuo senza indicazione retrograda, come qui, si trova nella ref. 5327 del 2004. Là, la disposizione dei contatori era ricca ma non proprio ordinata e spiccavano l’indicatore dell’autonomina residua alle 11 e quello del mese al centro del quadrante. Come ho scritto sopra, la scelta di rinunciare all’indicatore dell’autonomia a favore di un indicatore del mese retrogrado ripulisce non poco il layout del nuovo calendario perpetuo.

    Ingegno retrogrado

    Il meccanismo del calendario perpetuo utilizza una soluzione tradizionale con una grande leva che si sposta a distanze diverse in base alla lunghezza del mese. Questa è registrata attraverso una ruota a 48 denti che codifica i 48 mesi su un ciclo di quattro anni. La regolazione del calendario viene effettuata utilizzando i pulsanti incorporati sul lato cassa.

    Ciò che è nuovo, in questo modulo, è la visualizzazione retrograda dei mesi che esprime il sofisticato approccio di Breguet alla costruzione del movimento. Il meccanismo ha una leva retrograda che consente di leggere meccanicamente i mesi innestandosi su un’apposita camma. La quale ha quattro bracci ricurvi ed è montata sulla ruota a 48 denti che compie un giro ogni quattro anni, corrispondente a un ciclo completo dell’anno bisestile.

    Raggiunto l’apice della curvatura, ciascun braccio diventa poi dritto: quando la leva retrograda “cade” dall’apice verso il perno lungo questa parte dritta e verticale, si ha il passaggio da dicembre a gennaio e la visualizzazione retrograda sul quadrante salta all’indietro.

    Una soluzione complessa e ingegnosa, che conta anche su alcuni ingranaggi tensionatori. Non è infatti possibile utilizzare una molla di tensione a spirale a causa dei vincoli di spazio dati dal fatto che il pignone del mese si trova alla periferia del movimento.

    Il movimento ha un’altra caratteristica interessante: il bariletto aperto, che rende visibile la spirale principale. Da una parte, l’eliminazione del coperchio riduce ancora lo spessore del movimento, poiché il ponte del bariletto può trovarsi sopra alla molla di carica. Dall’altra la molla stessa, visibile, funziona come indicatore dell’autonomia residua: quando completamente carico, l’orologio avrà quasi tutte le spire avvolte attorno al perno centrale. 

    Breguet Classique Calendario Perpetuo ref. 7327: perché è un sì

    Ho cercato di non entrare troppo nell’aspetto tecnico per non annoiarvi, ma spero di avervi fatto capire perché il Breguet Classique Calendario Perpetuo ref. 7327 è un pezzo di indiscutibile valore tecnico ed estetico per la Maison.

    Valore anche economico, indubbiamente. Entrambe le referenze, oro bianco e oro rosa, costano 86.600 euro, poco più della referenza precedente nelle versioni con cinturino. Ovvio, non è un orologio per tutti, ma come per ogni prodotto è necessario andare al di là del costo (influenzato non solo dai materiali, ma da numerose altre variabili) e dare un’occhiata anche a ciò che propone la concorrenza nel medesimo segmento.

    Un segmento per pochi quello degli orologi con calendario perpetuo di fascia alta, ma che annovera pezzi di altri marchi a prezzi più alti, anche del 20%. Non vi dico quali, fate un esercizio e cercateli voi. E, una volta trovati, provate a capire se il loro prezzo più alto rispetto a quello del Breguet si traduce anche in una maggiore qualità complessiva. Io non ne sono così convinto. E, come scriveva Calvino, resto in ascolto di ciò che questo classico dell’orologeria ha ancora da dirmi.

  • Aquanaut Luce Calendario Annuale: Patek Philippe stupisce ancora

    Aquanaut Luce Calendario Annuale: Patek Philippe stupisce ancora

    Valentino definì l’eleganza come «equilibrio tra proporzioni, emozione e sorpresa». Lui disegna abiti, ma se disegnasse orologi potrebbe prendere questa frase e vestirci il nuovo Aquanaut Luce Calendario Annuale di Patek Philippe. Presentato a Watches & Wonders 2023, ha fatto subito parlare di sé per tanti motivi. Sicuramente per il fatto di chiamarsi con uno dei nomi più desiderati del marchio ginevrino, ma non solo.

    Perché l’Aquanaut è uno dei casi rari casi in orologeria in cui una collezione è diventata un mito nell’arco di pochi anni. Quando fu presentata, nel 1997, era figlia dei propri tempi, di quello scorcio di anni ’90 durante il quale il mercato del lusso ideò prodotti pensati per i collezionisti più giovani. Gli imprenditori del primo boom digitale, di quella bolla di internet che, prima di scoppiare, arricchì tanti di loro che all’epoca non erano nemmeno trentenni. Persone che si ritrovarono con una forte capacità di spesa ma con un alto di gamma che ancora rispecchiava i gusti dei loro padri.

    Dall’Aquanaut all’Aquanaut Luce

    Patek Philippe pensò a loro prendendo ispirazione dal Nautilus e creando il primo Aquanaut, la Ref. 5060A con cassa da 35,6 mm. Diversamente dal quadrante del Nautilus, caratterizzato dalle strisce orizzontali, quello dell’Aquanaut era un motivo a blocchi che ricordavano alla lontana una tavoletta di cioccolato. 

    Su di esso spiccavano i grandi numeri arabi riempiti di materiale luminescente, che staccavano l’orologio dalle altre collezioni del marchio. Per non parlare del cinturino in caucciù, un’altra prima per Patek Philippe. Lo caratterizzava lo stesso motivo a blocchi del quadrante, che dava un senso di continuità all’insieme.

    L’Aquanaut è stata la prima collezione di Patek Philippe dal lancio del Nautilus negli anni ‘70, seguita solo dalla Twenty~4 nel 1999. È passata attraverso poche ma significative complicazioni, come il cronografo della Ref. 5968A-001 o la funzione travel time della 5164A-001, per virare poi verso un pubblico femminile. È accaduto nel 2004 con l’Aquanaut Luce, distinta fin da subito non solo dalla meccanica sopraffina, ma anche dall’uso delle pietre.

    Piace a lei, piace a lui

    Dalle referenze al quarzo in acciaio con diversi colori di quadrante e cinturini abbinati alla Ref. 5268/200R-010 automatica in oro rosa con quadrante e cinturino color taupe, la collezione è sempre stata a dir poco luccicante. Punte di diamante (è il caso di dirlo…) le versioni Haute Joaillerie 5062/450R-001 e 5072R-001. E ora Patek Philippe che fa? Per la prima volta toglie le pietre dall’Aquanaut Luce e ci mette un bel calendario annuale dei suoi.

    Risultato? La nuova referenza diventa subito il sogno mica delle donne, ma dei collezionisti maschietti. Tanto che a Watches and Wonders, durante la presentazione delle novità del marchio a noi della stampa italiana, il presidente di Patek Philippe Thierry Stern ha scherzosamente definito l’orologio “a big mistake”. Un grande errore: creato per le mogli, ha fatto perdere la testa ai mariti. Ecco il vero motivo per cui ha fatto tanto parlare. Guardiamolo da vicino e non sarà difficile capire il perché.

    I dettagli del nuovo Aquanaut Luce Calendario Annuale

    Partiamo dal diametro della cassa: 39,9 mm. Alzi la mano chi la considera una misura femminile. Non vedo mani alzate. In effetti il rapporto tra la larghezza e la lunghezza da ansa ad ansa (47,35 mm) fa in modo che l’orologio si adatti molto all’uomo, o alla donna che ama taglie di cassa medie. Mettiamoci anche uno spessore di poco meno di 12 mm, notevolmente sottile per un calendario annuale, e il gioco delle proporzioni perfette è fatto.

    Il colore, secondo aspetto. Non ditemi che il grigio-blu del quadrante e del cinturino (che una volta si sarebbe definito blu avio e che io trovo bellissimo) non è una tonalità unisex. A contrasto con l’oro rosa della cassa e della lunetta, accende ancora di più la fantasia. Cassa e lunetta che sono lavorate secondo il più sontuoso savoir-faire di Patek Philippe. La satinatura verticale di quest’ultima diventa orizzontale sulla carrure, mentre i lati lucidi della lunetta si armonizzano alle anse e alle spallette proteggi corona.

    Ora sotto con il quadrante. Del colore e del motivo a blocchi ho già detto. Dei grandi numeri arabi in oro rosa riempiti di materiale luminescente, tipici dell’Aquanaut, anche. Sottolineo solo, per questi ultimi, il bel contrasto con l’oro della bordatura (così come per la finestra della data a ore 6), che li fa spiccare ancora di più sul grigio-blu di sfondo.

    Sia la lancetta dei secondi centrali, sia quelle dei contatori sono luminescenti; la prima è in una lega molto leggera di rame, nickel e stagno chiamata Pfinodal, le seconde in oro rosa. Queste due lancette mi portano dritto dritto ai due contatori e, da lì, al movimento del nuovo Aquanaut Luce Calendario Annuale.

    La complicazione del calendario annuale

    Che cos’hanno di insolito i contatori dei mesi e dei giorni della settimana? Gli intenditori lo avranno già capito: sono invertiti rispetto a quelli degli altri calendari annuali di Patek Philippe. Diversamente dal solito, troviamo a ore 3 i dei giorni della settimana e a ore 9 i mesi.

    Il calendario annuale brevettato è una delle combinazioni più classiche della Maison. Presentato per la prima volta nel 1996, vinse il premio di Watch of the Year in Svizzera. Merito dell’eccellenza estetica e tecnica con cui era costruito e di una complicazione considerata utile e facile da usare. Fece il suo esordio con il calibro 315 S QA e la Ref. 5035 in oro giallo e, negli anni, fu poi arricchito con altre complicazioni, tra cui le fasi lunari come nel caso del “nostro” Aquanaut Luce.

    Il calendario annuale deve essere corretto una sola volta all’anno, alla fine del mese febbraio. Per questo si colloca tra il calendario semplice, che richiede cinque correzioni l’anno nei mesi con meno di 31 giorni, e il calendario perpetuo, che non richiede alcun tipo di regolazione. 

    Diritto e rovescio

    Tutti quei calendari annuali di Patek Philippe, come ho scritto prima, hanno il contatore dei giorni della settimana a ore 9 e quello dei mesi a ore 3. Perché, quindi, nel nuovo Aquanaut Luce sono rovesciati? In questo caso non serve essere intenditori per sapere che la disposizione di ogni funzione sul quadrante ha il suo motivo meccanico al di sotto di esso. Nel caso del “nostro” orologio, i contatori sono invertiti perché il calibro è rovesciato all’interno della cassa rispetto al solito.

    Parlo del nuovo movimento automatico calibro 26-330 S QA LU con rotore centrale in oro 21 carati. È basato sul calibro 26-330, introdotto nel 2019 nel Calatrava Calendario Settimanale (Ref. 5212A), dotato del modulo calendario annuale con fasi lunari.

    Il calibro è dotato di una spirale Spiromax (se volete saperne di più, leggete qui) e del bilanciere Gryromax brevettato da Patek Philippe, oscilla a una frequenza è di 28.800 alternanze/ora, mentre l’autonomia va da un minimo di 35 e un massimo di 45 ore.

    Per inciso, parlando del Gyromax, ricordo che il bilanciere è quell’organo dell’orologio che, con le sue oscillazioni, regolarizza la velocità di rotazione del ruotismo. Maggiore è la sua libertà di oscillazione, maggiore è il suo isocronismo. Sulla corona del Gyromax sono infilati, a dura frizione su perni appositi, alcuni piccoli cilindri forati e tagliati. Ruotandone il taglio verso l’interno della corona si modifica il raggio di giro e si provoca ritardo, ruotandoli verso l’interno si anticipa.

    La lezione di Oscar Wilde

    Insomma, lo avrete capito, questo Aquanaut Luce Calendario Annuale mi piace. Come sempre, ho provato a motivare il mio parere con argomenti spero validi, perché basati sulla qualità ineccepibile di Patek Philippe: tutti sono capaci di dire “è bello” o “è brutto” senza spiegare il perché in modo circostanziato. E poi, a Watches and Wonders l’ho indossato con così tanta passione da suscitare gli sguardi sospettosi dell’addetto alla sicurezza che piantonava la porta della sala riservata in cui mi trovavo. 

    Il vantaggio del salone è soprattutto quello di far toccare gli orologi con mano, farli mettere al polso. Così ho capito perché questo calendario annuale pensato per le donne è in realtà terribilmente unisex e perché, nonostante la sua boutade, Thierry Stern sia contentissimo del “big mistake” di Patek Philippe.

    Del resto, come disse Oscar Wilde, «c’è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé». Quanto è vero per l’Aquanaut Luce Calendario Annuale.

  • Guido Terreni e “l’orchestra” Parmigiani

    Guido Terreni e “l’orchestra” Parmigiani

    Parlare con Guido Terreni non è mai banale. Il Ceo di Parmigiani Fleurier è uno dei pochi manager dell’orologeria con un’idea di prodotto che è anche, soprattutto, un’idea di futuro. Il suo è un approccio al mercato e all’industria indirizzato da una visione lucida e netta, riflessa nella chiarezza degli orologi che l’azienda ha cominciato a realizzare dal momento del suo arrivo, un paio di anni fa.

    Una visione che non prescinde dai valori che Michel Parmigiani ha trasmesso a Terreni e che lui ha fatto propri con una rapidità e una facilità che non mi stupiscono, conoscendo la persona. Con lui, a Watches and Wonders, ho fatto una bella chiacchierata, piena di spunti preziosi che mi piace condividere con voi.

    Michel Parmigiani ama dire che non bisogna pensare che in orologeria sia già stato inventato tutto. E allora, che cosa manca da inventare?
    Tantissimo. Abbiamo progetti in cantiere fino al 2029 e quello di quest’anno è il Minute Rattrapante, una prima mondiale. La nostra filosofia è quella di pensare al futuro. Ciò che ho sempre fatto nella gestione dell’orologeria è utilizzare l’arte meccanica per creare qualcosa che sia proiettato in avanti. L’industria ha un po’ rallentato sotto questo aspetto, perché negli ultimi 20-30 anni abbiamo visto molti orologi che sono riedizioni di se stessi e questo per me non è interessante. Siamo forse l’unica categoria merceologica in cui nove prodotti su dieci non sono stati disegnati dalla nostra generazione. Certo, questo è anche un valore, perché poter dare a un prodotto un ciclo di vita praticamente infinito è affascinante, ma ogni pietra miliare del nostro settore al momento della sua uscita era di rottura, innovativa: non vedo perché non si possa continuare a fare questo.

    Gli orologi Parmigiani sono capolavori di sottrazione. Togliere il più possibile per arrivare all’essenziale. Come ci riuscite?
    È una mia fissazione. Io penso che il superfluo non serva a nulla. In un orologio come il Tonda PF – che è apparente semplicità, perché in realtà non è per nulla semplice – la bellezza di un disegno minimalista è stata la cosa più difficile da ottenere. Ma non è minimalismo brutale, come poteva essere un certo purismo del secolo scorso. La semplicità è una questione di misura e la misura è una questione di gusto. Esiste una componente emotiva e razionale nel design per la quale non c’è una ricetta ma solo sensibilità, la coerenza di ciò che stai facendo. Per essere interessante devi sapere quando fermarti nel momento in cui togli e sapere che cosa tenere.

    Come il GMT Rattrapante dello scorso anno?
    In quell’orologio abbiamo operato la rivisitazione di una funzione molto comune, senza seguire un libro già scritto ma partendo dal concetto di una funzione che quando non ti serve non c’è. Per ottenere questo risultato, in Parmigiani dovevamo non mettere delle cose che spesso in un GMT ci sono. Se vuoi avere l’esperienza di un orologio che quando non viaggi è un due lancette pulito ed elegante, non puoi avere funzioni superflue sul quadrante. Quindi le tolgo per puntare al bello e alla facilità d’uso. È una questione solo di equilibrio e gusto. 

    Tempo fa mi raccontasti di aver passato i primi mesi in Parmigiani a studiare. Che cosa hai imparato?
    In realtà ho iniziato a studiare il marchio tre mesi prima di entrare in azienda e ho imparato un sacco di cose. Ho potuto respirare i valori di Michel grazie al solo fatto di averlo presente tra noi, anche se con un ruolo non operativo. Questi valori sono due, molto forti, e sono il fondamento della marca. Uno è un patrimonio culturale enorme. Michel Parmigiani è un’enciclopedia vivente, non solo di nozioni ma anche di capacità di gestire l’arte meccanica in tutte le fasi della sua storia. Un quadrante del ‘700 da restaurare necessita di tecniche diverse da uno del ‘900 e lui le padroneggia tutte. Ha una conoscenza di una profondità incredibile.

    E il secondo?
    Il secondo è legato al primo, è la non ostentazione. Chi restaura lavora sul lavoro di qualcun altro, per cui la sua mano deve sparire; significa che hai competenze e capacità enormi, però il tuo ego non deve essere visibile. 

    Understatement come quello dei vostri orologi. E dei vostri clienti.
    Un cliente Parmigiani ama possedere un oggetto colto, raffinato, rifinito ai massimi livelli ma non ostentato. È un cliente discreto, perché il vero lusso non è mostrare il proprio potere d’acquisto ma avere la consapevolezza di ciò con cui ci si accompagna. Quindi è cultura del prodotto in generale, non solo dell’orologio. Un cliente educato al bello e alla capacità di goderne, non lo fa in piazza ma in privato. Questo è il nostro cliente, perché il vero lusso è dietro le quinte.

    Questa filosofia vi aiuta anche in mercati dove invece l’ostentazione è un valore?
    Fortuna vuole che questo tipo di persona è trasversale alle culture, anche in mercati nuovi come la Cina, dove ho avuto modo di incontrare collezionisti raffinatissimi, anche più formali di noi. Sono curiosi, cercano marchi meno conosciuti e lo fanno con competenza. Sono molto attratti dagli indipendenti e da chi ha uno stile che non è stravagante, ma che ha quella singolarità nella proposta che lo rende interessante.

    Dove finisce il Ceo e dove inizia il creativo in Guido Terreni?
    Per come intendo il ruolo del Ceo, io sono un direttore d’orchestra che però scrive anche la musica ogni tanto. Non posso però essere anche l’interprete, ho bisogno di persone che suonino a tempo, che interpretino le emozioni che cerchiamo di sviluppare. Tutto questo ha necessitato un periodo di focalizzazione su ciò che, come Parmigiani, avremmo voluto fare e avremmo voluto essere. Il credo di questa nuova direzione è stato difficile all’inizio, ma ora siamo allineati. Ormai penso che sia chiaro a tutti qual è il nostro messaggio in orologeria. 

    Che cosa ti manca da imparare ancora in Parmigiani?
    Moltissime cose, perché è una storia appena iniziata, è il rinascimento di un marchio che deve durare nel tempo. Siamo stati tutti sorpresi, io per primo, dalla rapidità dell’apprezzamento verso di noi. Per il GMT Rattrappante dello scorso anno abbiamo sette volte la domanda rispetto a quello che abbiamo messo in produzione. La dimensione di questa domanda rispetto a ciò che immaginavamo un anno fa è frutto della creatività, del desiderio che c’è attorno alla marca. Il rovescio della medaglia è che si è creato questo desiderio e si è un po’ frustrati perché i clienti devono attendere il loro orologio per alcuni mesi.

    Un problema comune a tanti marchi, purtroppo…
    È un aspetto non facile da gestire, dobbiamo imparare a essere più vicini ai nostri clienti finali in attesa, far loro capire che cosa comporta, in termini di filiera e di investimenti industriali, dover accelerare la produzione. Mettere tutto in sincronia nella supply chain o nella produzione è molto complesso, è un lavoro di organizzazione produttiva che stiamo cercando di gestire nella maniera meno problematica possibile. Dobbiamo migliorare anche la capacità di dire esattamente a un cliente in attesa quando arriverà il suo orologio.

    Non è che poi a forza di aspettare, certi clienti mollano il colpo?
    Un’altra cosa che dobbiamo fare è proprio continuare a mantenere la desiderabilità nel lungo periodo. Non ci interessa avere triplicato il business in tre anni: è bello, ma è un punto di partenza, non di arrivo. E poi un cliente come il nostro va continuamente stimolato e interessato. L’asticella si alza ogni anno di più, creando prodotti che non si devono cannibalizzare. Ciò che ho fatto in passato deve rimanere interessante, in modo da dare un’offerta il cui contenuto orologiero continui a essere al cuore di quello che realizza Parmigiani, in una maniera molto fresca.

    Un esempio di questa freschezza, Guido Terreni lo aveva raccontato qualche tempo fa direttamente ad Augusto Veroni, parlando del Tonda PF Automatic da 36 mm. Un orologio reinventato da Parmigiani in una dimensione di cassa che ne ha reso le proporzioni ancora più equilibrate, con un dettaglio prezioso. Sono i diamanti taglio baguette che costituiscono gli indici, nelle versioni Warm Grey e Deep Ruby, quest’ultima premiata al GPHG 2022 nella categoria Ladie’s Watch.

    Una scelta e una lavorazione non banali, che Terreni spiegava così a Veroni: «La forma rettangolare riproduce lo stile degli indici della collezione e in base a questa disegniamo la baguette. Usare un diamante taglio baguette costa due volte e mezzo un diamante rotondo, ma non è il prezzo che conta. La baguette è giusta per quello stile, per quell’orologio. L’abbiamo chiamata “baguette misteriosa” perché abbiamo usato la tecnica del sertissage invisibile, con il quadrante che funge da binario. Dentro di esso viene fatta scorrere la baguette, tagliata apposta solo nella sua parte non visibile. Nessuno l’aveva fatto prima per gli indici, infatti c’è un brevetto che stiamo depositando. In questo tipo di affichage non è più la griffe che tiene la pietra ma è come se la pietra disegnasse l’indice, rispettando lo stile dell’orologio».

    Se non è coerenza questa…

  • Hautlence Linear Series 2, la meccanica che stupisce

    Hautlence Linear Series 2, la meccanica che stupisce

    Non è un luogo comune dire che tra i marchi indipendenti, sia a Watches and Wonders sia in generale, si trovano le novità più stuzzicanti e interessanti. L’ho sperimentato ancora una volta al Salone di quest’anno con Hautlence, un marchio che viene da Neuhausen am Rheinfall, Canton Sciaffusa, Svizzera. Un borgo sulle cascate del Reno (come ricorda il suo toponimo) ad alto tasso di eccellenza orologiera. Lì, per citare un marchio, ha base H. Moser & Cie. e ci sono diverse aziende specializzate nella produzione di componenti come scappamenti, bilancieri e altro. 

    Hautlence: storia breve, ma ci vede lungo

    Fondato nel 2004, il Marchio ha un nome che è l’anagramma di Neuchâtel, in omaggio a una delle culle dell’orologeria elvetica. Sostenuto dal 2012 da MELB Holding, un gruppo orologiero indipendente e familiare, Hautlence produce circa 200 orologi all’anno, di fatto è poco più che un atelier. Ed è proprio in queste realtà, la cui dimensione è inversamente proporzionale alla loro creatività, che si crea innovazione.

    Hautlence lo fa fin dalla sua nascita e lo ricordano orologi come Vortex, Invictus, Moebius (il cui nome ricorda il nastro di Moebius, simbolo del Brand), Vagabonde e Linear Series 1, presentata lo scorso settembre. Proprio di quest’ultimo orologio Hautlance ha portato a Ginevra la più recente evoluzione, il Linear Series 2, che segue la precedente di pochi mesi. Un pezzo che, come quelli delle altre collezioni, fa dell’unione tra design fuori dagli schemi e complicazioni di altissimo livello il proprio punto di forza.

    Con il Linear Series 2, quando parliamo di complicazioni intendiamo l’ora saltante retrograda lineare e il tourbillon. Mica robetta, quindi. Del resto in esemplari come il Vagabonde, il Vortex e lo Sphere, Hautlence ci aveva già abituati alle ore vagabonde, alle ore saltanti classiche e a quelle visualizzate su una sfera. Insomma, un luna park per amanti della micromeccanica che solo marchi così lontani dalle classiche logiche commerciali del settore hanno la voglia e il coraggio di allestire. Ora, però, è meglio vedere più da vicino il Linear Series 2.

    Tre aggettivi per una complicazione

    Parto dal movimento e dalla sua particolare architettura, perché sono senza dubbio le due caratteristiche dell’orologio che colpiscono alla prima occhiata. È realizzato in collaborazione con Agenhor, uno dei migliori laboratori di alta orologeria sperimentale della Svizzera, fondato da un maestro come Jean-Marc Wiederrecht.

    Come ho scritto prima, riporta un’indicazione dell’ora saltante, retrograda e lineare. Un aggettivo alla volta, proviamo a capirne di più. Lineare perché le 12 ore non sono indicate sul classico contatore circolare, ma su una scala verticale graduata simile a quelle utilizzate negli strumenti di misura di precisione e posta sulla sinistra del quadrante.

    Retrograda perché l’indicatore dell’ora, una volta che scatta l’una, torna indietro dal 12 in fondo alla scala all’1 in cima. Infine saltante, e qui c’è la prodezza tecnica di Hautlence che già era stata introdotta sul Linear Series 1. Una soluzione che ricorda il sistema utilizzato nel primo movimento sviluppato dal Brand nel 2004, il calibro HL, anch’esso con le ore saltanti.

    La piccola lancetta bianca che indica l’ora sulla scala lineare è posta all’estremità di una grande leva curva, scheletrata e azzurrata, che attraversa l’intero quadrante. Man mano che la leva si sposta dall’1 al 12, la ruota cui è collegata accumula progressivamente energia tramite un sistema di molle. Una volta superato il 12, un elemento a chiocciola sgancia la leva e libera così l’energia accumulata, grazie alla quale la leva stessa riporta con un salto la lancetta bianca al numero 1. E riparte il circo.

    Oltre all’ora saltante, retrograda e lineare, ho detto che c’è anche il tourbillon. Che non passa certo in secondo piano, anzi, è un bellissimo tourbillon volante a 1 minuto posto a ore 6 ed evidenziato da un elegante ponte scheletrato e azzurrato, come la leva delle ore.

    Il calibro D50 di Hautlence

    Tutto questo ben di Dio meccanico è mosso dal calibro automatico D50, interamente sviluppato, progettato e prodotto da Hautlence (è l’ottavo movimento di manifattura del Brand), che ricorda da vicino il calibro MC 804 del flying tourbillon di H. Moser & Cie. Comprende 239 componenti, oscilla a una frequenza di 21.600 alternanze/ora e offre un’autonomia di 3 giorni.

    Il movimento può essere visto parzialmente attraverso le zone aperte del quadrante, ma soprattutto attraverso il fondello. Il vetro zaffiro che lo espone all’occhio dell’osservatore è decentrato a sinistra, poiché sulla destra c’è lo spazio corrispondente alla scala delle ore sul quadrante; notevole la massa oscillante decorata con il nastro di Moebius.

    L’estetica del Linear Series 2

    Rispetto al Linear Series 1, questo orologio è caratterizzato da una cassa ridisegnata non tanto nella forma quanto nell’estetica. Le linee sono infatti quelle classiche a televisore, nel formato 16:9 che distingue le collezioni del Brand. Come tale, le sue dimensioni sono a dir poco generose: 50,8 x 43 mm, con uno spessore tutto sommato contenuto di 11,9 mm. 

    Contenuto perché non dimentichiamo che la cassa ospita pur sempre un tourbillon e che, soprattutto, il Linear Series 2 è strutturato con un quadrante su differenti livelli, che danno all’orologio una sensazione di profondità molto interessante. Il primo livello è dato dalla scala delle ore, a sinistra. Poi, un disco in vetro zaffiro reca gli indici dei minuti, tridimensionali e creati in Globolight, materiale luminescente ad alte prestazioni che al buio emana una tonalità azzurra. 

    Infine il quadrante principale, parzialmente aperto, caratterizzato da una bella satinatura verticale che si ritrova anche sulla carrure, tra la lunetta e l’attacco del cinturino. Il blu e il grigio della precedente referenza lasciano il posto a un rivestimento Pvd nero che contrasta con gli accenti azzurrati della lancetta dei minuti, della leva delle ore e del ponte del tourbillon. Dettaglio sfizioso, la corona scanalata (sempre con trattamento Pvd nero) ha una banda in gomma che richiama il cinturino, anch’esso in gomma e con fibbia ad ardiglione.

    Edizione limitata e ambizione illimitata

    In chiusura, segnalo che il Linear Series 2 di Hautlence è realizzato in edizione limitata di 28 pezzi. Considerando che, come ho scritto all’inizio, la manifattura sforna circa 200 orologi all’anno, l’impegno per la produzione di questa referenza è notevole. Così come è notevole l’impegno economico per chi se ne vorrà assicurare una: 63mila franchi svizzeri.

    L’ho scritto all’inizio e lo ripeto alla fine: l’orologeria indipendente svizzera è una miniera nella quale si trovano spesso gemme preziosissime. Hautlence dice di sé che è impegnata a “spingere sempre più in là i confini dei codici dell’orologeria tradizionale, unendoli a innovative soluzioni meccaniche e a un universo illimitato mutuato dalle varie arti, coniugando design, architettura e movimento”. Forse un po’ retorico ma, guardando orologi come il Linear Series 2, indubbiamente vero.

  • Breitling Top Time Classic Cars, la scuderia si allarga

    Breitling Top Time Classic Cars, la scuderia si allarga

    Avete presente che cosa è un fiume carsico? Ma sì, dai, quello che scava nel profondo le rocce calcaree, che scorre sotto di esse, sbuca di quando in quando alla vista e poi torna a nascondersi… Ecco, per Breitling il Top Time è più o meno così: attraversa la storia del marchio emergendo ogni tanto con modelli nuovi e inaspettati, sempre in puro stile Breitling. Lo ha fatto anche con la collezione Breitling Top Time Classic Cars, presentata nel 2021, che oggi ospita un nuovo cronografo. Prima di parlarne, però, penso sia utile capire perché è così importante per il Brand. Mettetevi comodi, perché per capirlo bisogna tornare indietro di una sessantina d’anni.

    Aria di rivoluzione

    Una storia cominciata in un periodo, gli anni ’60, di pieno fervore artistico e sociale. Un decennio nel quale la spinta vitale e innovatrice dei giovani si fece sentire più forte che nelle generazioni precedenti, decisa a rivoltare il mondo come un calzino usato. A loro, ai sogni e alla visione della vita che ribollivano sotto a quei capelloni, parlava Willy Breitling quando immaginava il Top Time.

    Un orologio che doveva essere dinamico, sportivo, tecnico. Soprattutto diverso. Perché diverso dal precedente era il pubblico cui si rivolgeva. Come disse Herr Breitling, «i giovani non compreranno il tipo di orologio che indossa il loro papà. Saranno interessati a un orologio da competizione con quadranti particolari e pulsanti. Un orologio che “colpirà i ragazzi”, un orologio che sia allo stesso tempo imponente e davvero elegante». Con tre frasi aveva disegnato già il Top Time.

    Breitling Top Time: il destino nel nome

    Il cronografo fece il suo debutto sul mercato nel 1964, dopo che Breitling aveva presentato i primi modelli nel 1962. Già la scelta del nome era una straordinaria trovata di marketing e una figlia dei tempi. Un nome inglese, perché quella era la lingua dei giovani, che rimandava alla Swinging London, la città madre di tutte le rivoluzioni culturali e di costume del tempo. E, sarà un caso, ma proprio uno degli inglesi più celebri, James Bond, indossò un Breitling Top Time nel film Thunderball, del 1965.

    Il cronografo a due contatori era proposto con tre diverse scale esterne, in base alla richiesta del cliente: tachimetrica, pulsometrica o decimale. I primi calibri a essere incassati erano dei Venus, a quali seguirono poi negli anni i Valjoux (che aveva acquisito Venus nel 1966), senza però che i primi fossero abbandonati del tutto. Calibri manuali, robusti e precisi.

    I quadranti e le casse

    Ma ciò che rese così inconfondibile negli anni il Breitling Top Time furono soprattutto i quadranti e le casse. I primi alternavano look classici a look più audaci, con un assortimento che cercava di incontrare i gusti di una clientela giovane e attenta allo stile. Una clientela che cominciava a considerare l’orologio più come un accessorio che come uno strumento.

    Celeberrimo il quadrante soprannominato “Zorro” per via del particolare design che incorniciava i due contatori del crono e che ricordava la maschera dell’eroe di Don Diego de la Vega. Un design ripreso dalla referenza A23310121G1X1 del 2020.

    Le casse, invece, virarono anche verso la forma quadrata, poiché Willy Breitling pensava a un pubblico femminile, più attento alla moda e al design e meno tradizionalista nei gusti. Il Top Time quadrato, con quella cassa fuori dal coro, fu abbinato ben presto a diversi metalli e quadranti, arrivando così a interessare anche agli uomini che avevano stile e personalità.

    Breitling Top Time Classic Cars, la collezione si allarga

    Tutto questo per dire che cosa? Che il Breitling Top Time è tornato, ancora una volta. E, come ho scritto all’inizio, è tornato nella collezione Top Time Classic Cars. Se avete cliccato il link presente nel primo paragrafo dell’articolo, avete visto com’era la collezione un anno e mezzo fa. Tre orologi, ciascuno dedicato a una mitica supercar americana degli anni ’60: Ford Mustang, Chevrolet Corvette, Shelby Cobra. Oggi, a questi tre si aggiunge il cronografo dedicato alla Ford Thunderbird. Tutto qui, direte voi? Non proprio. Perché non si tratta solo di un nuovo ingresso ma di un restyling pressoché totale della collezione.

    Il nuovo entrato è caratterizzato da un quadrante bianco con i tre contatori tono su tono e dal cinturino rosso fiammante, il cui accento si ritrova nella lancetta dei secondi del cronografo e nello spicchio sulla scala tachimetrica. Qui, le tacche con un mix di rosso mattone tenue e arancione attirano l’attenzione sugli elementi del cronografo. Da questi blocchi di colore al rosso opaco della lancetta centrale dei secondi del crono, i toni caldi danno energia al design mentre rafforzano il tema automobilistico.

    Breitling bilancia queste tonalità infuocate con un uso giudizioso del turchese – un colore profondamente legato alla linea Thunderbird – per la lancetta dei secondi continui a ore 9 e per il logo Ford Thunderbird stampato a ore 12. I contatori a ore 3, 6 e 9 hanno la forma che il Brand chiama “squircle”, né quadrati (square) né tondi (circle). Questa forma e la loro svasatura rievocano i contagiri vintaage dei cruscotti delle auto. Un tratto comune a quelli degli altri 3 cronografi, così come comune è il restyling.

    Restyling importante

    Se prendete gli orologi della collezione 2021 e li affiancate a questi, è del tutto evidente. Indici a bastone ora più lunghi e visibili, scala tachimetrica rifatta e armonizzata su base 400, contatori più grandi, una finitura diversa del colore dei quadranti. E poi le casse.

    In acciaio, impermeabili fino a 10 bar, hanno tutte lo stesso diametro (41 mm) e lo stesso spessore (13,8 mm). Nella precedente collezione, la cassa del modello Shelby Cobra era da 40 mm, le altre due da 42 mm. Ho provato quelli nuovi e vi assicuro che vestono quasi come un 39 mm, merito proprio delle proporzioni della cassa riviste per una migliore indossabilità.

    Il maquillage non è solo estetico, ma anche di sostanza. Al posto dei calibri B25 e B41 di fornitura, che equipaggiavano i vecchi Breitling Top Time Classic Cars, i nuovi sono tutti mossi dal movimento automatico di manifattura B01. Il che significa 70 ore di autonomia, 28.800 alternanze/ora, certificazione di cronometro COSC. Visibile attraverso i fondelli in vetro zaffiro, ciascuna massa oscillante è personalizzata con i loghi delle quattro auto.

    Il prodotto c’è. E si vede

    Per il resto vi rimando alle didascalie e chiudo con una considerazione. Rinfrescare il look di un prodotto è sempre una buona cosa, anche a distanza di pochi anni come per il Breitling Top Time Classic Cars. In questo caso, l’aggiornamento è stato dettato principalmente da un fattore tecnico, ossia il cambio del movimento, che ha portato anche a uno spostamento dei contatori.

    Poi c’è stato l’ingresso del nuovo modello, che ha arricchito la collezione e portato un nuovo colore, se vogliamo più rassicurante. Il tutto, però si è tradotto in un rialzo dei prezzi. Se gli orologi della collezione 2021 costavano 5.330 euro, questi ne costano 7.550 con il cinturino in pelle e 7.950 con il bracciale in maglia milanese. Pelle su pelle significa circa il 42% in più.

    Però, alla presentazione in anteprima della collezione a noi della stampa, da Breitling ci è stato detto che i retailer non hanno battuto ciglio di fronte ai nuovi listini. Bene, dico io: il prodotto c’è, e se la sicurezza che il Brand ha nei suoi confronti è confermata da chi poi lo deve vendere al cliente finale, è un buon segno. Il segno che, ogni qual volta torna a scorrere in superficie, il fiume carsico del Breitling Top Time lava via i dubbi e lascia la sostanza, ossia che a contare è solo il prodotto. Se questo funziona, il resto sono chiacchiere.

  • Il rapporto annuale di Swatch Group: emozioni e numeri

    Il rapporto annuale di Swatch Group: emozioni e numeri

    Tempo di numeri e di bilanci per Swatch Group. Come ogni anno, questa mattina l’Amministratore delegato Nick Hayek ha presentato ai giornalisti internazionali i dati relativi al 2022. Una conferenza stampa di oltre un’ora, nella quale però i numeri hanno occupato solo una decina di minuti. E che diavolo, penserete voi: dieci minuti per un anno di conti per un colosso come Swatch Group?

    Sì, perché il senso della conferenza stampa è stato tutto condensato nei cinque minuti di introduzione fatti da Nick Hayek, quando ha parlato del 2022 come di un anno «interessante e perfetto» per un gruppo che ha in sé tanti brand emozionali. Perché, ha detto il Ceo, nel 2022 «sono tornate le emozioni, le persone hanno avuto voglia di esprimerle e di incontrarsi».

    I relatori

    E all’insegna delle emozioni è stato l’appuntamento a Bienne poiché sul palco dei relatori, oltre a Nick Hayek, c’era sì il Cfo Thierry Kenel, l’uomo dei numeri, ma anche altri manager chiave del gruppo. Che hanno dato spazio alle emozioni, ciascuno per il proprio ambito.

    Ha iniziato Marc Hayek, Presidente e Ceo di Blancpain, che ha parlato dei 70 anni del Fifty Fathoms, il primo orologio subacqueo moderno, attraverso video storici e contemporanei. Lo ha seguito Raynald Aeschlimann, Presidente e Ceo di Omega, che ha raccontato la genesi dell’innovativa tecnologia Spirate, una spirale del bilanciere che consente regolazioni finissime della marcia dell’orologio, con una garanzia di precisione straordinaria. Senza dimenticare, naturalmente, il nuovo Speedmaster Super Racing, il primo orologio a montare questa tecnologia.

    Poi una parte importantissima del business di Swatch Group, la formazione delle nuove generazioni di tecnici orologieri. Ne ha parlato Reto Kohli, responsabile degli apprendisti e delle scuole di orologeria Nicolas G. Hayek, le quali formano ogni anno centinaia di nuovi tecnici. Perché, come ha detto Nick Hayek introducendo il suo intervento, «dobbiamo essere attrattivi verso le nuove generazioni e portare i giovani a entrare nelle aziende e a creare prodotti, non solo a riflettere su di essi in maniera teorica». Generazione Z, a me gli occhi… e le competenze.

    MoonSwatch ancora protagonista

    E, a proposito di Generazione Z, Nick Hayek si è tenuto per ultimo l’intervento sul fenomeno MoonSwatch, l’orologio che ha stregato i ragazzi ma non solo. L’orologio che ha fatto rivivere le scene di entusiasmo collettivo che hanno caratterizzato i primi anni del Brand, ormai tre decenni or sono. L’orologio, in sostanza, più emozionale del 2022. 

    Hayek ha lanciato un video di una decina di minuti che ha ripercorso il boom del MoonSwatch, esploso il 26 marzo dello scorso anno. Un boom che ha portato Swatch a vendere oltre un milione di pezzi negli ultimi 12 mesi, con un hype mai visto sui social media e un successo commerciale che è diventato subito un fenomeno di costume. Come nel 1983, quando un orologio di plastica, colorato, salvò l’agonizzante industria svizzera delle lancette.

    I numeri del rapporto annuale di Swatch Group

    Per quanto riguarda i freddi numeri, ci arrivo. È vero, nell’oretta e passa di conferenza stampa si è parlato di emozioni, ma le cifre avrebbero dovuto essere il fulcro della presentazione. Oddio, qualcuno è in grado di emozionarsi anche con grafici, percentuali e cifre, e sicuramente per costoro l’intervento di Thierry Kenel sarà stato elettrizzante. Io, senza entrare nel dettaglio dei segmenti più specifici dell’industria di Swatch Group, negli investimenti, negli asset liquidi e illiquidi dell’azienda, mi limito ai numeri secondo me più significativi del 2022 sul 2021. Gli altri li potete leggere qui. Tutte cifre in franchi svizzeri, naturalmente.

    Utile netto: +6,3%, da 774 milioni a 823 milioni. Margine netto pari all’11% dal 10,6%. Fatturato netto di 7,5 miliardi, pari al +4.6% rispetto all’esercizio precedente, a tassi di cambio costanti, al +2,5% ai tassi di cambio attuali. Incremento del fatturato del 25% in valuta locale in tutte le regioni, ad esclusione della Cina, dove i lockdown dovuti al Covid hanno comportato un mancato guadagno di oltre 700 milioni.

    Utile operativo pari a 1 miliardo e 158 milioni, da 1 miliardo e 21 milioni del 2021. Margine operativo pari al 15,4% contro il 14% dell’esercizio precedente. Cash flow operativo di 724 milioni, calato dal miliardo e 298 milioni dell’esercizio precedente, soprattutto a causa dell’aumento delle scorte di sicurezza a scopo precauzionale. Liquidità netta elevata di 2 miliardi e 540 milioni contro i 2 miliardi e 558 milioni dell’esercizio 2021.

    Per quanto riguarda le vendite, il 32% è avvenuto nell’area della cosiddetta Greater China, il 27% in Europa, il 24% in Asia e Medio Oriente e il 15% nelle Americhe. In generale, in Europa, Usa, Medio Oriente e nella maggior parte dei mercati asiatici si sono registrate vendite a doppia cifra, non solo a livello di Swatch Group ma anche nelle boutique di proprietà di marchi come Swatch, Breguet, Harry Winston e Omega.

    La solidità di Swatch Group

    Siccome Swatch Group è un’azienda quotata in Borsa, la sua ricchezza è anche quella degli investitori. Ecco dunque che il Consiglio d’amministrazione ha deciso di proporre un dividendo di 6 franchi per azione al portatore e di 1,20 per azione nominativa. Nell’esercizio precedente erano di 5,50 e 1,10 franchi.      

    Insomma, tante emozioni ma anche tanti bei soldoni. Perché Swatch Group era e rimane un gruppo solido e in salute, capace di occupare in maniera stabile e coerente tutte le fasce di prodotto dal basso all’altissimo di gamma. Ma capace soprattutto di produrre ricchezza, occupazione e di fare cultura in un’industria, quella degli orologi, che è diversa da tutte le altre industrie del lusso. Un’industria in cui alla base di tutto, oltre alla sapienza artigiana e alla tecnologia, c’è proprio l’emozione. Ecco perché, come ha detto ancora Nick Hayek, il 2022 con la sua voglia di ritorno alle emozioni è stato «un anno perfetto per un consumer brand e un gruppo come Swatch». E se lo certificano anche i numeri, qualcosa di vero c’è.

  • Code 11.59 by Audemars Piguet: carattere d’acciaio

    Code 11.59 by Audemars Piguet: carattere d’acciaio

    La collezione Code 11.59 di Audemars Piguet è un caso di scuola per quanto riguarda l’approccio all’alta orologeria da parte di alcuni soloni del settore. Quando fu presentata a Le Brassus, nel 2019, ci furono più perplessità e nasi arricciati che scene di giubilo e approvazione. Perché ci si trovò di fronte a qualcosa di inatteso e all’apparenza lontano dalla storia e dai codici del brand. Qualcosa, in una parola, di nuovo.

    Parlo di caso di scuola perché tanta parte degli addetti ai lavori ama ripetere e ripetersi la litania secondo cui l’orologeria non inventa ormai più nulla di nuovo. Secondo cui i marchi propongono modelli del passato rivisti in chiave moderna, appellandosi all’heritage per nascondere una drammatica mancanza di idee. Però, quando compare un orologio davvero nuovo che obbliga costoro a uscire dalla propria comfort zone, vi trovano più difetti che pregi. Con il Code 11.59 è andata così.

    Perché Audemars Piguet è uno di quei marchi che, suo malgrado, ha finito per identificarsi con il proprio pezzo-mito, il Royal Oak. Hai voglia a raccontare la complessa costruzione della cassa del Code 11.59, il nuovo movimento di manifattura, le finiture, il logo applicato a mano eccetera. Ciò che non è Royal Oak è, nella migliore delle ipotesi, insolito. 

    Per fortuna ad Audemars Piguet lavora gente che non si fa spaventare e che è convinta della bontà delle proprie idee. Bene il successo del Royal Oak e del Royal Oak Offshore (con conseguente difficoltà a soddisfare le richieste del mercato); bene la crescita delle quotazioni di queste collezioni nel secondo polso. Ma la collezione su cui puntare per la comunicazione è ormai la Code 11.59. A testimonianza di quanto l’azienda si fidi del prodotto, in barba ai soloni.

    Sei nuove referenze

    A valle di tutte queste considerazioni, era piuttosto evidente che a distanza di quattro anni dal lancio la collezione avesse bisogno di un ritocco. È una dinamica normale nella vita commerciale di un prodotto. A febbraio, Audemars Piguet ha presentato, oltre alle grandi complicazioni, sei nuove referenze del Code 11.59, tre solo tempo e tre cronografi. Le novità sono principalmente di carattere estetico, alle quali se ne affianca una sostanziale: per la prima volta la collezione ospita una cassa in acciaio.

    In questo articolo scelgo di parlare del solo tempo, perché è a mio avviso l’orologio dove lo sforzo di affinare la collezione si percepisce meglio. Trasferite le medesime considerazioni sul cronografo (flyback) e vedrete che sono sovrapponibili. E scelgo di partire proprio dall’innovazione più evidente, quella del materiale.

    Code 11.59 in acciaio: mica facile…

    In principio erano oro bianco e oro rosa. E oro bianco e oro rosa erano le casse del Code 11.59. E oro bianco e oro rosa erano il Code 11.59. Nel 2021 e nel 2022 il primo sussulto: Audemars Piguet integrò una cassa mediana in ceramica nera o blu in alcune referenze. Oggi, 2023, il passo definitivo: la cassa in acciaio entra stabilmente in collezione. E non si tratta di una banalità.

    Chi conosce la storia di questa linea sa che l’architettura della cassa del Code 11.59 è estremamente complessa e rognosa da lavorare. È come se fosse un sandwich ottagonale, le cui fette di pane sono due lunette del Royal Oak e la cassa mediana la farcitura. Con in più il carico da novanta delle anse integrate, stilizzate e traforate, e della lunetta sottilissima. Un combinato disposto di design complesso che, nel caso delle precedenti referenze, aveva reso la vita meno grama agli artigiani e ai cassisti di Audemars Piguet perché la malleabilità dell’oro rendeva il lavoro meno difficoltoso.

    Con l’acciaio è tutta un’altra musica, perché è una lega meno malleabile e dare forma a un’architettura del genere non è una passeggiata. È stato necessario attingere alle migliori competenze maturate in Manifattura per riuscire a creare questa cassa con questo materiale. In più, due delle sei referenze hanno la cassa mediana in ceramica nera. Ulteriore mal di testa per gli artigiani di Audemars Piguet.

    Il lavoro sul quadrante

    Le altre evoluzioni più importanti ed evidenti riguardano il quadrante, a partire dall’incisione à guilloché. Per realizzarla, la Manifattura si è avvalsa del lavoro di un guillocheur svizzero, Yann von Känel, il quale ha creato stampe originali incise a mano. Le stampe riproducono un motivo a onde, che diventano da più a meno fitte man mano che si muovono dall’interno all’esterno del quadrante. Il quale risulta così punteggiato da centinaia di piccole cavità con cui gioca la luce. Il risultato è un effetto cromatico che dà l’illusione che i quadranti siano fumé anche quando la loro tonalità è uniforme.

    Accade con i quadranti blu e verde, colori ottenuti tramite processo Pvd; il terzo colore della collezione è un beige, che realmente sfuma verso un marrone scuro dal centro alla periferia. In questo caso, gli artigiani hanno ottenuto la tonalità con un processo galvanico. Il solo tempo e il cronografo con quadrante beige hanno la cassa mediana in ceramica nera. Giusto per completezza segnalo che il punto di blu è lo stesso “Bleu Nuit – Nuage 50” del Royal Oak.

    Gli indici sono un’ulteriore evoluzione della collezione Code 11.59. Le precedenti referenze avevano i numeri romani al 3, 6, 9 e 12 e indici a bastone sulle altre ore. Adesso ci sono 12 indici in oro bianco rivestiti con Super-LumiNova, appiattiti, sfaccettati e lucidati. Proprio questa loro piattezza crea contrasto con il nuovo motivo del quadrante. La scala dei secondi sul réhaut è passata dall’indicazione di cinque secondi in cinque secondi a una più dettagliata, a beneficio di una più precisa rilevazione del tempo. Il datario si è spostato da ore 4:30 a ore 3.

    A proposito di réhaut, i designer di Audemars Piguet hanno dato una sistemata anche a quello. Ora è meno inclinato, così che si riduce il dislivello con il quadrante e ne beneficia l’omogeneità dell’insieme. È anche più grande rispetto al precedente e ha una smussatura più liscia che lo rende più equilibrato e maggiormente gradevole alla vista.

    Ma c’è dell’altro

    Spostandoci dal quadrante all’esterno dell’orologio, la corona e la fibbia del cinturino si distinguono per alcuni dettagli nuovi. Per trovare la differenza tra fibbia vecchia e nuova, serve fare un gioco simile all’Aguzzate la Vista de La Settimana Enigmistica: al posto del monogramma inciso AP, ora il nome è per esteso, Audemars Piguet.

    La corona è più ergonomica, con una forma più arrotondata e rientranze meno profonde ma più marcate rispetto alle precedenti, a beneficio della maneggevolezza. Sui due modelli con quadrante sfumato beige ha una calotta in ceramica nera che sovrasta la parte in acciaio.

    Nulla di rilevante, invece, sul fronte del movimento. Il calibro dei nuovi Code 11.59 solo tempo è infatti il 4302 di manifattura, dotato di un meccanismo brevettato che garantisce stabilità e precisione nella regolazione dell’orologio. L’unico dettaglio è estetico: una massa oscillante scheletrata in oro rosa dedicata alla collezione. È visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro.

    Perché questo Code 11.59 vale tanto

    Per finire, i prezzi. Le referenze blu e verde costano 25.400 euro, quella sfumata beige 27.900 euro: la ceramica fa la differenza. Sono prezzi che, naturalmente, non ha senso comparare con quelli degli altri Code 11.59 solo tempo, visto che si parla di acciaio contro oro.

    Quello che mi sento di dire è che la rinfrescata che Audemars Piguet ha dato alla collezione è quanto mai salutare. Pur non mettendo in dubbio l’eccellenza della fattura delle referenze precedenti, ho sempre trovato i solo tempo poco equilibrati. Il motivo? Un quadrante non all’altezza, in quanto a finiture, della complessità costruttiva della cassa. Parere personalissimo e quindi ampiamente discutibile. Ora, mi pare che proprio il lavoro fatto sul quadrante abbia rimesso le cose a posto, dando a questi Code 11.59 un percepito all’altezza della loro qualità effettiva. Portando i tre lancette all’altezza dei cronografi, da sempre più equilibrati. Una spinta in più su questa collezione, una prova in più di quanto Audemars Piguet creda in essa. Dopotutto, la referenza beige costa esattamente quanto il santissimo Royal Oak solo tempo in acciaio. Vorrà pur dire qualcosa, no?

  • RM 07-04 Automatic Sport: femminile, sportivo… Richard Mille

    RM 07-04 Automatic Sport: femminile, sportivo… Richard Mille

    Coco Chanel disse una volta che «pour être irremplaçable, il faut être différente» ossia, più o meno «per essere insostituibile, devi essere diverso». Quando ho visto l’ultimo orologio presentato da Richard Mille, ho pensato a queste parole della divina Mademoiselle. Perché è un esemplare da donna diverso dai femminili che conosciamo. Se sia insostituibile non lo so, di sicuro è sportivo. Anzi, il primo sportivo per signora creato dal marchio.
    Si chiama RM 07-04 Automatic Sport e per costruirlo Richard Mille non ha cercato la strada più breve, ossia riprodurre in piccolo e con qualche belletto un orologio maschile. Al di là del fatto che Monsieur Mille non è tipo da strade brevi né semplici, se avesse fatto questo probabilmente il risultato sarebbe stato piuttosto povero. Quindi non in linea con la filosofia del brand.

    RM 07-04 Automatic Sport: girl power

    Ecco perché ha richiesto tre anni di sviluppo e un’idea di base tanto semplice quanto efficace. Se voglio che sia il mio primo orologio sportivo da donna – devono aver pensato in azienda -, da chi posso farmi consigliare per capire come dovrà essere? Da donne sportive di professione. Naturalmente scelte tra le migliori in alcune discipline affini al brand. Sei donne dinamiche, come sei sono le versioni dell’RM 07-04 Automatic Sport.

    Aurora Straus e Margot Laffite (automobilismo), Nafi Thiam e Yuliya Levchenko (atletica leggera), Nelly Korda (golf) ed Ester Ledecká (sci) sono state coinvolte direttamente perché spiegassero ai tecnici di Richard Mille quali caratteristiche avrebbero dovuto connotare l’orologio affinché fosse perfetto sia per loro, sia per qualunque sportiva. Naturalmente in base alla loro esperienza nelle rispettive discipline, non proprio rilassanti per un orologio in termini di shock, stress e usura.

    A giudicare da come è uscito l’RM 07-04 Automatic Sport, scommetto che gli aggettivi più frequenti sfoderati durante il brainstorming delle campionesse sono stati: leggero, robusto, comodo, bello. Perché a mio parere li incarna tutti, benché i primi due siano oggettivi mentre gli altri siano piuttosto personali.

    L’insostenibile leggerezza di Richard Mille

    Partiamo dal primo dato, incontrovertibile: dove trovate un orologio automatico che pesa 36 grammi, cinturino incluso? Un risultato che, come recitava una réclame di qualche anno fa, è scienza, non fantascienza, perché deriva dall’utilizzo di materiali leggerissimi sia per la costruzione del calibro, sia per quella della cassa.

    La platina e i ponti del movimento sono in titanio grado 5, una lega che unisce rigidità, resistenza alla corrosione e una leggerezza unica. La stessa lega si ritrova nel réhaut interno e nelle viti che serrano i ponti e la cassa, la quale è anch’essa un prodigio di leggerezza. Cinque orologi ce l’hanno in Quartz TPT, uno in Carbon TPT, materiali dal peso ridottissimo, utilizzati per applicazioni ad altissime prestazioni ed esclusivi per Richard Mille in orologeria. Infine, il cinturino è in velcro: in pratica è come non averlo al polso.

    A prova di tutto

    Sulla robustezza, idem con patate. Entrambi i materiali della cassa hanno coefficienti di resistenza alla pressione e alla trazione molto elevati che li rendono virtualmente infrangibili, oltre che inscalfibili. Caratteristiche utili se, per caso, fossero colpiti accidentalmente con una mazza da golf o se strisciassero sul tartan di una pista di atletica a causa di una sfortunata caduta.

    Il vetro zaffiro, antiriflesso su entrambi i lati, ha un valore di 1.800 sulla scala Vickers – la scala che misura la durezza dei materiali. Se considerate che il più duro degli acciai, quello nitrurato, arriva a 1.160, non dico che l’orologio abbia un vetro antiproiettile, ma antimazzate sì.

    E anche il movimento, la parte virtualmente meno robusta che affida la propria incolumità alle prestazioni della cassa, è costruito per resistere. Il calibro automatico di manifattura CRMA8 è stato sviluppato appositamente per garantire la rigidità della propria architettura: la platina e i ponti in titanio grado 5 sono rinforzati da un trattamento superficiale Pvd nero. Il bilanciere a spirale libera garantisce a sua volta una maggior affidabilità in caso di urti.

    Trattandosi di un orologio sportivo, il calibro è il più compatto fra tutti quelli sviluppati da Richard Mille ed è stato sottoposto a una serie di test rigorosi per garantirne la resistenza ad accelerazioni fino a 5000 G. La sua compattezza è una sfida anche per il maestro orologiaio, il quale si trova ad affrontare una fase di assemblaggio notevolmente più complessa del normale, durante la quale non ha margini di errore.

    Oltre alla robustezza, il calibro CRMA8 ha alcune caratteristiche tecniche che lo rendono ideale per un orologio pensato per un utilizzo sportivo. Questa volta non entro troppo nei dettagli, lasciando i più salienti per le didascalie: mi limito a parlare del rotore e del pulsante a ore 4.

    La doppia firma di Richard Mille

    Il rotore è in platino ed è probabilmente la parte più pesante di tutto l’orologio. Sfrutta il sistema di carica OneWay brevettato da Richard Mille, che troviamo anche su altre referenze del marchio. Grazie all’impiego di cuscinetti a sfere in ceramica, carica il bariletto in modo efficiente senza compromettere le dimensioni compatte del movimento.

    Anche il pulsante a ore 4 è una vecchia conoscenza del brand. Agisce da selettore di funzione: premendolo, si può scegliere se mettere il movimento in modalità di carica, di regolazione dell’ora o neutra. In questo modo si evita che l’asse di carica del calibro sia sottoposto a stress inutili. La funzione selezionata è visibile in una cornice a ore 6, indicata da una lancetta ore 5.

    Purché sia comodo

    Spero di avervi fatto capire perché l’RM 07-04 Automatic Sport di Richard Mille è leggero e robusto. Sulla comodità, come ho scritto sopra, c’è sempre un margine di soggettività. Però i numeri sono numeri: la cassa misura 30,5 mm di diametro, 10,35 mm di spessore e ha una lunghezza da ansa ad ansa di 44,95 mm.

    Quest’ultima è una misura notevole se si pensa che parliamo di un orologio femminile, ma è il dazio da pagare alla forma tonneau. La classica curvatura della cassa, l’assenza di anse e la leggerezza stupefacente dell’insieme dovrebbero comunque attenuarne gli effetti al polso e rendere il pezzo confortevole e ben portabile.

    Arcobaleno ragionato

    Anche parlando di bellezza si entra nel campo delle opinioni. Ogni cassa ha un colore diverso – nero, panna, arancione, rosa, verde o blu -, abbinato a cinturini a loro volta di colori differenti, così come cambiano da orologio a orologio le cromie del pulsante selettore di funzione, del rivestimento in caucciù della corona e del réhaut.

    Il risultato è, a mio modesto avviso, è allegro e femminile senza risultare pacchiano. Perché c’è un gioco di rimandi dei colori tra cinturino, pulsante selettore, corona e réhaut che rende il tutto molto organico e, soprattutto, ben integrato – oserei dire funzionale – alla scheletratura del movimento.

    Il prezzo della sportività

    Tengo per la fine, come sempre, la vil pecunia. L’RM 07-04 Automatic Sport costa 167mila franchi svizzeri iva esclusa. Un prezzo da Richard Mille, come vi ho già spiegato in passato. Nulla di cui stupirsi, basterebbe solo pensare ai tre anni di sviluppo e al concentrato di tecnologia e materiali contenuto nell’orologio.

    Siccome è progettato per una donna tanto sportiva quanto di classe, mi piace chiudere l’articolo come l’ho aperto, con un’altra frase di Coco Chanel: «Une fille doit être deux choses: classe et fabuleuse», «una ragazza dovrebbe essere due cose: elegante e favolosa». Con al polso l’RM 07-04 Automatic Sport, non è un’impresa difficile…

  • Pilot Majetek, l’eroe dei cieli di Longines

    Pilot Majetek, l’eroe dei cieli di Longines

    Se di mestiere disegnassi orologi, probabilmente per me sarebbe una pacchia lavorare per Longines. L’epopea del Marchio è fatta di pezzi memorabili: basta scartabellare nei suoi archivi sterminati per trovare, anche con poca fatica, modelli cui ispirarsi e ai quali dare una nuova vita. Come nel caso del Pilot Majetek, un orologio da aviatore che ha una storia molto interessante e che Longines ha appena fatto atterrare nel Terzo millennio.

    Longines Pilot Majetek: le origini

    Dal 1935 al 1948 Longines produsse per i piloti cechi questo modello, sul cui fondello era incisa la scritta “Majetek Vojenské Spravy”, ossia “Proprietà dell’Esercito Cecoslovacco”. Da qui il nome con cui è diventato celebre e con cui scrisse alcune pagine eroiche durante gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale.

    Dopo l’occupazione tedesca nel 1938, molti piloti cechi fuggirono in Francia e da lì in Inghilterra, dove circa 90 di loro si unirono alla Royal Air Force. Ancora equipaggiati con i loro Longines, aiutarono la Gran Bretagna a combattere contro la Germania nazista ed ebbero un ruolo importante durante la Battaglia d’Inghilterra. Furono 29 gli aviatori cechi a diventare Flying Aces ufficiali – e uno di loro, Josef Frantisek, abbatté da solo 17 aerei tedeschi nel settembre 1940.

    Il Longines Pilot Majetek che lui, come i suoi commilitoni, portava al polso era dotato di una lunetta zigrinata girevole per indicare il tempo trascorso. Il quadrante nero con i numeri arabi, l’indicatore a forma di triangolo e le lancette a cattedrale ricoperti di radio erano facilmente leggibili al buio.

    Longines produsse questo modello con tre diversi movimenti (calibro 15.94, 15.26 o 15.68Z), sia per l’aviazione cecoslovacca sia per il mercato civile. Il calibro dell’orologio era alloggiato in una cassa a cuscino, in acciaio, da 40 mm, antimagnetica e resistente agli urti. Il quadrante era sormontato da un vetro infrangibile. Questo particolare design fu registrato il 1° aprile 1935 all’Ufficio Internazionale della Proprietà Industriale di Berna.

    Un secolo in volo

    Il cosiddetto Majetek è un esempio della storia che lega Longines al mondo dell’aviazione. Da Amelia Earhart a Elinor Smith, da Charles Lindbergh a Howard Hughes, sono innumerevoli i pionieri del volo che hanno legato il proprio nome a quello della Casa della Clessidra alata. Collaborazioni che hanno consentito al Marchio di Saint Imier di sviluppare competenze specifiche che, dopo 100 anni, mettono Longines ancora tra gli specialisti degli orologi da pilota.

    Proprio queste competenze hanno portato, per esempio, alla realizzazione nel 1925 del primo orologio da polso capace di indicare due fusi orari, lo Zulu Time, progenitore del modello presentato lo scorso anno. Una complicazione utile per i primi aviatori, che sarebbe poi diventata protagonista nelle collezioni di numerosi marchi.

    Pilota nell’anima

    Eccoci allora alla versione moderna del Pilot Majetek, che Longines ha appena paracadutato a noi direttamente dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Anche se, a dirla tutta, a Baselworld 2014 il Marchio aveva portato il modello Heritage 1935 che già era ispirato al Majetek, con alcune differenze importanti sia rispetto all’originale, sia al modello presentato ora. Di cui, immagino, vorrete sapere di più, quindi arrivo finalmente al sodo.

    L’aspetto dell’orologio è caratterizzato, come quello dei pilot storici, principalmente da un particolare: la ghiera fortemente zigrinata, adatta a essere maneggiata con i guanti da aviatore. È bidirezionale e abbinata a un triangolo di riferimento interno mobile luminescente, il cosiddetto Starting time indicator. Ruotando la lunetta, può essere posizionato sull’ora dalla quale si desidera far partire la misurazione della durata di un evento, tipicamente un decollo.

    Il triangolo si trova al di sopra del quadrante e sotto al vetro zaffiro, trattato antiriflesso all’interno e all’esterno, dal quale è indipendente. Nel modello del 1935, la lunetta e il vetro con lo Starting time indicator ruotavano insieme – mentre oggi il vetro è fisso, a beneficio dell’impermeabilità della cassa che arriva a 10 bar.

    Una cassa importante

    Già, la cassa… Sono 43 mm di solido acciaio, la cui forma coussin richiama quella dell’originale del secolo scorso, con l’aggiunta delle spallette proteggi-corona: una concessione al gusto moderno che bilancia l’estetica dell’orologio. Lo spessore è importante, 13,30 mm, e le anse molto corte provano a dare una migliore vestibilità a un esemplare che al polso si vede e si sente.

    È vero che gli orologi da aviatore hanno storicamente diametri importanti per favorire la leggibilità del quadrante, ma personalmente mi lascia un po’ perplesso il passaggio ai 43 mm. Il modello che ha ispirato il Longines Pilot Majetek misurava 40 mm (già l’Heritage 1935 di Baselworld 2014 era salito a 42) ed era un campione di pulizia e chiarezza. Ma immagino che la scelta sia dettata dalla volontà di inserire l’orologio nel perimetro estetico dei pilot contemporanei…

    Del resto le dimensioni del movimento non rinfluiscono minimamente su questa scelta. Nel Majetek c’è infatti il calibro L893.6, con certificazione di cronometro da parte del Cosc. Un movimento di derivazione Eta A31.L91 – al pari dell’L893.5 montato, per esempio, nell’Heritage Classic che però ha una cassa da 38,5 mm. D’accordo, quello è un dress watch, questo un tool watch (perdonatemi l’eccesso di anglicismi) e come tali chiamano misure differenti. Ma a mio parere, per quello che vale, i designer di Longines avrebbero potuto fare un lavoro altrettanto egregio con qualche millimetro in meno.

    Pilot Majetek: chiaro, essenziale, Longines

    Detto questo, la bontà complessiva del risultato non è in discussione. Lo si vede, per esempio, dal quadrante, di una sobrietà francescana. Nero opaco, accentua la visibilità dei numeri arabi bianchi, incisi e trattati con Super-LumiNova dalla tonalità old radium, effetto vintage. Le ore sono evidenziate dalla minuteria a chemin-de-fer che si ritrova nel contatore dei piccoli secondi a ore 6, posto a un livello leggermente inferiore rispetto a quello del quadrante.

    Per le lancette di ore e minuti, i designer di Longines si sono staccati dall’originale scegliendo la forma a bastone: erano a cattedrale sia nel pezzo degli anni ’30, sia nell’Heritage 1935 del 2014. Altra differenza è il font del logo, a ore 12. Nel nuovo Pilot Majetek è d’epoca ma in stampatello, mentre l’avo lo aveva in corsivo, con l’ulteriore scritta Anti-Magnetique sopra la secondina a ore 6.

    Niente datario, fortunatamente, a conservare l’allure dei primi modelli. Nell’edizione di Baselworld 2014 era invece presente a ore 6 e spezzava il contatore dei piccoli secondi in maniera piuttosto violenta e antiestetica.

    Tre cinturini, un solo prezzo

    Il Pilot Majetek è disponibile con tre diversi cinturini: pelle marrone o pelle verde, con impunture di fermo beige; oppure Nato, in tessuto color khaki, prodotto a partire da materiali riciclati. Le tre referenze costano tutte 4.000 euro. C’è poi un cofanetto speciale, con doppio cinturino, in pelle e Nato, che ha un prezzo suggerito al pubblico di 4.150 euro.

    Cifre tutto sommato competitive per un oggetto indubbiamente fuori dal coro, la cui estetica contribuisce a perpetuare il nomignolo con il quale divenne famoso il suo predecessore: big turtle, ossia tartarugona. Animale saggio, così come saggia si è dimostrata Longines nel produrre questa riedizione, perché la voglia di heritage non muore mai, specialmente se un orologio ha una storia da raccontare. E questo ce l’ha, eccome.

  • Fifty Fathoms Tech Gombessa. I 70 anni del Blancpain, atto 2°

    Fifty Fathoms Tech Gombessa. I 70 anni del Blancpain, atto 2°

    Continuano le celebrazioni per il 70° compleanno del famoso orologio subacqueo. Con la Maison di Le Brassus che presenta un secondo modello Anniversario: il Fifty Fathoms Tech Gombessa, dotato di materiali e soluzioni tecniche d’avanguardia. E una complicazione mai vista prima

    Il pedagogista tedesco Johann Paul Friedrich Richter, meglio noto come Jean Paul, scrisse una volta che «i nostri compleanni sono piume sulle ampie ali del tempo». Suggerisco a Blancpain di utilizzare questa frase come sommario delle celebrazioni per i 70 anni del Fifty Fathoms. Un orologio che, tenendo il tempo degli abissi, ha fatto la storia non solo del marchio svizzero ma anche dell’intera orologeria subacquea.

    Blancpain ha presentato ai primi di gennaio il Fifty Fathoms 70th Anniversary, con cui ha dato il via ai festeggiamenti per i sette decenni dell’orologio. Settant’anni di storia che non sto a riscrivere oggi, perché li trovate raccontati come si deve in questo articolo. Molto meglio andare al succo, perché il Brand ha svelato lunedì 13 febbraio, in anteprima mondiale, il secondo Fifty Fathoms celebrativo.

    Lo ha fatto con un collegamento internazionale fra l’atollo di Rangiroa, nella Polinesia Francese, e la sede di Blancpain a Le Brassus, in Svizzera. Al caldo e al sole degli antipodi, il Brand ambassador e documentarista subacqueo Laurent Ballesta; al freddo e nella neve elvetica, il Ceo di Blancpain Marc Hayek e il Vice president sales Marc Junod. In Italia c’erano la stampa specializzata locale e, a fare gli onori di casa, il Brand manager Roberto Castagna, insieme al Brand ambassador Gianluca Genoni, pluricampione mondiale di apnea.

    In mezzo c’era lui, il Fifty Fathoms 70th Anniversary Act 2 – Tech Gombessa (che per farla breve chiamerò d’ora in poi Fifty Fathoms Tech Gombessa). E non è solo per deferenza nei confronti del capo o per riconoscenza verso il grande documentarista che Hayek e Ballesta sono stati chiamati a presentare l’orologio. Quest’ultimo, infatti, è a tutti gli effetti una loro creatura perché insieme hanno ideato e fatto realizzare la complicazione che lo contraddistingue. Una prima mondiale per la quale è stato depositato un brevetto. Siete curiosi?

    Da Blancpain una complicazione innovativa

    Per scoprirla, basta dare un’occhiata alla lunetta girevole unidirezionale del Fifty Fathoms Tech Gombessa. Diversamente da quelle che troviamo di solito sugli orologi da immersione, questa ha una graduazione su una scala di 3 ore. È connessa a una lancetta speciale, che effettua un giro completo del quadrante esattamente in 3 ore e si regola attraverso la corona di carica. Il materiale e il colore della lancetta, un rivestimento luminescente bianco a emissione verde, sono abbinati a quelli degli indici.

    Perché 3 ore? Perché, come ha spiegato Ballesta, è la durata massima, definita per convenzione, di un’immersione in acque profonde effettuata con un particolare respiratore chiamato rebreather a circuito chiuso. È un apparecchio che consente di raggiungere elevate profondità grazie al fatto che è possibile variare la percentuale di ossigeno presente nella miscela di gas da respirare. Una miscela che può contenere elio, utile per limitare i problemi di narcosi da azoto oltre i 30 metri. Questo apparecchio è anche silenzioso, non emette bolle ed evita così di spaventare i pesci.

    Ballesta ne fa largo uso, perché le sue spedizioni subacquee richiedono tempi di immersione molto lunghi, alla ricerca di fauna rara e sconosciuta. Senza bolle, poi la qualità delle immagini e del “rapporto” con i pesci si alza sensibilmente. A dire il vero, come ha ricordato lui stesso durante la presentazione, questo tipo di rebreather consentirebbe immersioni anche più lunghe, ma il limite delle 3 ore è stato fissato anche tenendo conto dell’affaticamento del subacqueo.

    Lo sviluppo del nuovo Fifty Fathoms Tech Gombessa

    Marc Hayek ha messo lo zampino nella complicazione perché, come qualcuno di voi saprà, è anch’egli un subacqueo appassionato, ben più che un semplice amatore. Immaginato cinque anni fa da lui e da Ballesta, l’orologio è stato testato a lungo. Hayek stesso ne ha personalmente provato diversi prototipi durante le proprie immersioni. Nel 2019, dopo un anno di studio, Blancpain ha avviato il progetto iniziando proprio dai due elementi chiave del Fifty Fathoms Tech Gombessa: il movimento e la lunetta.

    I subacquei guidati da Ballesta hanno provato l’orologio durante l’intera evoluzione. Quattro prototipi sono stati messi ai loro polsi per essere testati durante una cinquantina di giorni a 120 metri di profondità nell’ambito delle missioni Gombessa V e Gombessa VI. Condotte nel Mediterraneo rispettivamente nel 2019 e 2021, hanno dato modo di associare per la prima volta l’immersione di saturazione con l’immersione con autorespiratore a circuito chiuso.

    Stazionati per due volte durante un mese a bordo di una cassa iperbarica di 5 metri quadrati, dalla quale uscivano quotidianamente per esplorare le profondità marine, i sub hanno sottoposto gli orologi a test da sforzo al limite del sopportabile. In particolare hanno provato anche diverse versioni della valvola di decompressione (presente sull’orologio a ore 10).

    Focus su materiali e funzionalità

    Il risultato è stata la creazione di uno strumento super-professionale, che unisce sviluppi meccanici, materiali all’avanguardia e innovazioni funzionali. Dal punto di vista meccanico abbiamo il cuore dell’orologio, il calibro 13P8 sviluppato appositamente per supportare la nuova complicazione. E in linea con gli standard di robustezza e affidabilità che caratterizzano la collezione. Tre bariletti forniscono a questo Fifty Fathoms 5 giorni di autonomia.

    Come materiali, l’orologio punta tutto sul titanio e non potrebbe essere altrimenti. I 47 mm di diametro della cassa e i quasi 15 di spessore (14,81 mm, per l’esattezza) lo rendono un bel “padellone” e hanno bisogno della maggiore leggerezza possibile. La cassa è dunque in titanio grado 23, conosciuto anche come titanio grado 5 ELI (Extra Low Interstitials, ossia “con pochissime inclusioni”).

    È una speciale lega Ti6Al4V, la cui sigla tradisce la presenza di altri due metalli: alluminio, che ne aumenta la durezza, ne riduce il peso specifico e ne migliora l’elasticità; e vanadio, che in associazione con l’alluminio riduce del 50% la conducibilità termica e aumenta del 50% la resistenza all’usura. In soldoni: cassa super-leggera, super-resistente, super-durevole.

    La nuova lunetta graduata a 3 ore ha invece un inserto in ceramica nera, è bombata e inclinata verso il quadrante, quasi a portarvi lo sguardo. Ed è giusto così, perché lunetta e quadrante lavorano in modo sintonico. Una volta piombato su quest’ultimo, l’occhio è attratto da due particolari: il colore nero e, a contrasto, l’arancione degli indici.

    Da Blancpain dicono che questo nero è in grado di assorbire il 97% della luce che lo colpisce. Qualcosina meno del Vantablack (usato da H. Moser & Cie.), ma pur sempre una percentuale che consente agli indici di spiccare in maniera molto evidente. Indici e numeri sono dei blocchi di materiale luminescente scolpiti e applicati, la cui emissione diventa blu al buio e nelle profondità marine. Lo stesso blu compare sulle lancette di ore e minuti, per distinguere le informazioni orarie dai tempi trascorsi sott’acqua. Infatti, la lancetta d’immersione da 3 ore ha la punta bianca, dello stesso colore degli indici sulla lunetta: al buio, diventano verdi.

    C’era una volta l’ansa

    Un’importante innovazione funzionale riguarda invece il cinturino in caucciù. Oltre alle dimensioni della cassa, ciò che colpisce subito l’appassionato attento è l’assenza di anse visibili. Una novità per la collezione Fifty Fathoms, sulla quale i tecnici di Blancpain hanno lavorato parecchio. Le anse sono infatti organiche alla cassa e, una volta che il cinturino è avvitato su di esse dal lato del fondello, rimangono nascoste all’interno. L’impressione visiva è che il cinturino emerga direttamente dalla carrure, quasi fosse una sua estensione naturale.

    Per scongiurare tagli o rotture del caucciù, il cinturino ha un rinforzo interno in titanio, che aiuta a mantenere la geometria ideale con il polso e permette di estendersi senza difficoltà se si indossa il Fifty Fathoms Tech Gombessa sopra una muta tecnica. Allo stesso modo, la fibbia ad ardiglione è pensata per rinforzare l’attacco dell’orologio sul polso e facilitare il fissaggio dell’estensione.

    Questa particolare combinazione di anse/cinturino dovrebbe anche migliorare la vestibilità di un orologio oggettivamente grandicello su polsi poco nerboruti, in condizioni d’uso quotidiano e urbano. Il mio misura 16,5 cm: ho provato questo Fifty Fathoms e devo ammettere che il cinturino lo fascia in maniera accettabile. Il diametro però si vede e si sente tutto. Non è un caso se possiedo solo orologi entro i 42 mm.

    Infine due parole sul fondello, che è in vetro zaffiro e consente la visione del calibro 13P8. Più che l’architettura del movimento, quello che interessa è la massa oscillante color antracite decorata con il logo delle missioni Gombessa. Questo Fifty Fathoms è l’orologio ufficiale delle spedizioni e, oltre a celebrare i 70 anni della collezione, suggella 10 anni di collaborazione fra Blancpain e Laurent Ballesta. Il progetto Gombessa è nato infatti nel 2013, grazie all’impegno della Manifattura nel ruolo di partner fondatore.

    La passione che muove Blancpain

    Per concludere, vi porto a riflettere su un parallelo. Nel 1953, la nascita del Fifty Fathoms come primo orologio da immersione moderno avvenne anche grazie allo stimolo dell’allora Ceo di Blancpain Jean-Jacques Fiechter, appassionato subacqueo. Nel 2023, il Fifty Fathoms Tech Gombessa è stato sviluppato grazie a un’idea nata dall’attuale Ceo, Marc Hayek, anch’egli subacqueo quasi professionale.

    Trovo molto bello il fatto che la passione di chi guida un marchio porti alla nascita di complicazioni e di orologi dei quali possono godere tutti. È il segno di un approccio al lavoro che non è freddo e professionale ma pensato e sentito, capace di generare innovazione e di conseguenza progresso.

    Anche se questo significa impiegare tempo, risorse, fatica. Consapevoli del fatto che non si lavora per un prodotto prêt-à-porter ma che si sta facendo un investimento a medio termine, del quale non si raccoglieranno subito i frutti. Quando lo si farà, questo prodotto porterà benefici non solo al Brand, ma all’intero mercato.

    Anche alla luce di questi tempi lunghi impiegati fra ricerca, sviluppo, test e produzione, trovo più che giustificato il prezzo importante di 26.300 franchi svizzeri. Per un orologio che non è in edizione limitata ma pensato come patrimonio a disposizione degli appassionati, capaci di apprezzarne il valore oggi e, chissà, tra 70 anni. Sempre «sulle ampie ali del tempo».

  • Riviera 10660: analisi di un successo Baume & Mercier

    Riviera 10660: analisi di un successo Baume & Mercier

    Quando penso a Baume & Mercier e al suo Riviera mi viene in mente il brano Ringo Starr, che ha fatto conoscere al grande pubblico i Pinguini Tattici Nucleari a Sanremo 2020. Il quarto dei Beatles sembrava nascosto dal carisma degli altri tre, ma provate a togliere quella batteria da Penny Lane o da Help! e vedete se la qualità del brano non cambia.
    Allo stesso modo, il brand ginevrino pare vivere all’ombra dei marchi “fratelli” in Richemont. Pare. Provate a togliere Baume & Mercier dal portafogli orologiero del gruppo finanziario svizzero e vedete che la sua offerta diventa irrimediabilmente più debole. Modelli come il Clifton Baumatic e, appunto, il Riviera, hanno un posto di primo piano nelle collezioni del marchio e completano il ventaglio di possibilità che Richemont apre a quasi tutti i segmenti di mercato. In questo senso, il Riviera 10660 è emblematico.

    Il Riviera inaspettato

    Perché ho scelto proprio questa referenza tra i 17 Riviera da uomo che Baume & Mercier ha attualmente in assortimento? Perché è un orologio che nell’ultimo anno ha avuto un destino particolare.

    Non è una novità, perché è stato presentato a Watches & Wonders 2022 insieme a un’altra referenza maschile, la 10702, che al Salone aveva impressionato di più buona parte di noi giornalisti. Io per primo avevo pensato che, nella sua fascia prezzo e in rapporto ad altri orologi della concorrenza, la ref. 10702 avrebbe, come dicono i giovani, spaccato.

    Parlando però con gli amici di Baume & Mercier Italia, il quadro che mi è stato presentato è diverso. Un quadro che nell’ultimo anno, almeno nel nostro Paese, ha visto il Riviera 10660 diventare uno dei principali best-seller della collezione, con una crescita velocissima dal lancio a oggi. Ecco perché ho deciso di tornare brevemente sull’orologio per provare a capire i perché di un successo che, forse, ha colto di sorpresa anche Baume & Mercier.

    Per farlo, ricordo alcune caratteristiche di questo solo tempo, che è sportivo ed elegante soprattutto in questa referenza. Ragionando però alla rovescia. Ossia, provo a capire quali sono i dettagli che, all’apparenza, potrebbero non essere visti come punti di forza ma che, a quanto dice il mercato, non hanno orientato gli appassionati verso altri orologi, anzi…

    Il segreto è nel movimento?

    Partiamo dal motore. Il Baume & Mercier Riviera 10660 è animato da un calibro automatico Sellita SW200. Un movimento tra i più robusti e affidabili in circolazione, ma pur sempre un calibro di fornitura e non di manifattura.

    Tralasciando le disquisizioni barbose sul primato o meno di un movimento di manifattura (se vi va, leggete qui un pezzo illuminante sull’argomento), è un dato di fatto che l’impiego di quest’ultimo è sempre più un forte argomento di vendita. E dovrebbe far preferire gli orologi che lo incassano rispetto a quelli con calibro di fornitura.

    In questo caso non è andata così. Un successo ancora più importante, se si considera che la ref. 10702 di cui sopra è equipaggiata dal movimento di manifattura Baumatic. Riserva di carica di cinque giorni, precisione di -4/+6 secondi al giorno, antimagnetismo fino a 1500 Gauss e tutti i prodigi che conosciamo. Per soli 750 euro in più a listino.

    Bracciale sì, bracciale no

    Provo allora con un altro punto di forza, da sempre, della collezione Riviera: il bracciale integrato. Come molti di voi sanno, è una delle caratteristiche tipiche degli orologi sportivi di lusso, un segmento nato all’inizio degli anni ’70. Il Riviera, presentato nel 1973, cavalcava quell’onda che aveva appena cominciato a crescere e si distingueva anche per questo bracciale.

    Ebbene, anche in questo caso siamo fuori strada. Il Riviera Automatico 10660 monta un cinturino in caucciù color antracite, in tinta con il quadrante. Cinturino chiuso da una déployante, a mio avviso meno comoda del classico ardiglione.

    I materiali del Riviera 10660

    E allora, perché diavolo questo orologio è piaciuto e sta piacendo ancora così tanto al cliente italiano? Provo a ipotizzare. E penso alla scelta dei materiali. L’abbinamento tra la cassa in acciaio lucido e satinato e la lunetta in titanio sabbiato è effettivamente molto interessante ed è un giusto mix tra eleganza e sportività, come nella tradizione della collezione Riviera.

    C’è poi un altro elemento che forse ha contribuito al successo della ref. 10660: l’abito bicolore che impreziosisce cassa e quadrante. Il réhaut è in acciaio dorato, così come sono dorati il profilo dodecagonale sotto la lunetta, la bordatura degli indici e le lancette, il tutto a contrasto con cassa e quadrante. Non è banale: il bicolore, in Italia, è storicamente qualcosa di molto apprezzato. Penso principalmente all’acciaio/oro, ma anche accostamenti come questo trovano estimatori da Bressanone a Gela.

    Non trascurerei nemmeno le dimensioni della cassa. Se è vero che la tendenza contemporanea è quella di una riduzione dei diametri, il gusto del nostro mercato premia ancora le misure classiche come i 42 mm, specialmente su referenze sportive. In più, parere personale, i 42 mm valorizzano la lavorazione del quadrante del Riviera 10660, pensata per riflettere la luce in modo sempre diverso.

    Occhio al portafoglio

    Da ultimo posso pensare anche al costo. Questa referenza esce a listino 3.150 euro. Una cifra non banale, certo, ma che va rapportata sia all’intero assortimento del Riviera, sia a quello che la concorrenza offre in una fascia prezzo analoga.

    Nel caso dell’assortimento, la referenza 10660 si pone più o meno a metà tra le più “basiche” in acciaio e le più alte, dotate di movimento Baumatic e di complicazioni come il cronografo o le fasi lunari. Riguardo alla concorrenza, non sono tantissimi i marchi che offrono contenuti tecnici, o materiali simili, a un prezzo comparabile. In questo caso, posto di fronte a una scelta, il consumatore si lascia spesso guidare dall’estetica dell’orologio e dalla tradizione del brand. Credo che in entrambi i casi, con il Riviera 10660 Baume & Mercier parta in vantaggio.

    Non so se tutto questo è sufficiente per spiegare come mai questo orologio “funziona”. Come scriveva Roberto Gervaso, «c’è un successo che si fonda sul merito e uno sulla fortuna. Il primo dura di più; il secondo costa di meno». Mi piace pensare che quello del Riviera 10660 sia del primo tipo.

  • RM 66 Flying Tourbillon: Richard Mille suona il rock

    RM 66 Flying Tourbillon: Richard Mille suona il rock

    È possibile che nel creare l’RM 66 Flying Tourbillon, in Richard Mille avessero in testa questa frase: «Rock has always been the devil’s music», il rock è sempre stato la musica del diavolo. Non l’ha pronunciata un curato di campagna ma David Bowie, uno che di rock qualcosina capiva. E che cosa c’entri con questa musica un marchio come Richard Mille è abbastanza evidente a chi conosce l’orologeria. Se c’è un brand che ama pensare al di fuori di schemi e convenzioni, esattamente come fa il rock, è proprio questo.

    Lo ha fatto dieci anni fa con l’RM 052 Tourbillon Skull, presentato al Sihh 2012 come interpretazione meccanica sublime del cosiddetto “memento mori”. Quel “ricordati che devi morire”, fin dall’antica Roma era un monito a vivere scansando la superbia e gli eccessi. La mano scheletrica che fa il gesto delle corna, che campeggia sul quadrante dell’RM 66 Flying Tourbillon, va in tutt’altra direzione. Quella indicata dal rock ‘n’ roll: scioccare, scuotere e rivoluzionare lo status quo, vivendo la vita al massimo.

    L’anima rock di Richard Mille

    Nella cultura rock, il teschio è un simbolo di ribellione e sopravvivenza. Mentre le corna suggeriscono l’idea di “fare casino” e dicono «noi ti adoriamo» a un artista impegnato a violentare la chitarra per trarne musica immortale. Hanno un significato che richiama l’essere parte di un clan, sono un simbolo di cameratismo che urla: «Noi apparteniamo a questa tribù».

    Nel caso dell’RM 66 Flying Tourbillon, la tribù non è solo quella dei pochi fortunati dal portafogli profondo, che potranno sborsare la bellezza di 985.000 franchi iva esclusa per acquistare uno dei 50 orologi prodotti dal Marchio. È anche e soprattutto la tribù di chi capisce di alta orologeria ed è capace di guardare al di là di un oggetto irriverente, deliberatamente oltre le regole e, per questo, Richard Mille fino al midollo. Vediamo insieme perché.

    Qua la mano!

    Come è ovvio, e come immagino abbiano voluto in Richard Mille, ciò che cattura l’occhio quando cade sul quadrante è la mano in oro rosso. Come se fosse vista ai raggi X, afferra letteralmente il ponte centrale del movimento mentre fa il gesto delle corna. Creata da squadre di lavoro supervisionate da Olivier Vaucher, rinomato incisore ginevrino, è micropallinata, lucidata e rifinita interamente a mano in maniera artigianale.

    È costituita da cinque pezzi prima fresati, sui quali il lungo e meticoloso lavoro di levigatura e lucidatura mette poi in risalto i contorni delle ossa e le delicate articolazioni, con la loro finitura micropallinata.

    La scheletratura del movimento e il doppio vetro zaffiro su quadrante e fondello consentono di apprezzare un dettaglio che trovo fighissimo: le falangi ripiegate del pollice, del medio e dell’anulare, che consentono alla mano di tenere saldo il movimento sono visibili dal retro dell’orologio. E danno all’intero quadrante una tridimensionalità mai vista, o quasi.

    Giocare con i materiali

    Tanto per evitare la banalità, la cassa dell’RM 66 Flying Tourbillon è un mix di tre materiali sui quali Richard Mille ha costruito tanta parte della propria eccellenza. Carbonio Tpt per lunetta e fondello (se ancora non sapete di che cosa si tratta, leggete qui), titanio grado 5 e oro rosso per la carrure. Quattro placchette di quest’ultimo materiale, poste sul lato cassa, hanno una lavorazione a clou de Paris. Che però, in un pezzo come questo, anziché ispirarsi all’estetica dell’alta orologeria, ricordano le borchie che tempestavano cinture e “chiodi” di metallari e punk. Un lavoretto che ha impegnato il team casse per 1.500 ore di ricerca e sviluppo e 9 mesi di lavoro.

    Un modo per mescolare mondi anche lontani che, come spiega Alexandre Mille, direttore commerciale di Richard Mille, è tipico del brand: «Al marchio piace giocare con i contrasti, giustapponendo regni che sono completamente in contrasto. I nostri orologi si sono sempre distinti. Con sensibilità e sfumatura, testimoniano il nostro grande amore per la tecnica e l’innovazione, il nostro abbraccio aperto dei molti mondi che ci circondano».

    La corona dell’RM 66 Flying Tourbillon

    Insomma, l’RM 66 Flying Tourbillon sembra essere principalmente un orologio scenografico, “orgogliosamente anticonvenzionale” come lo definisce il brand. Ma è anche un concentrato di tecnologia con dettagli che lasciano a bocca aperta. Pensereste mai che per sviluppare la sola corona i tecnici di Richard Mille ci hanno messo la bellezza di 200 ore? Roba che un amanuense dell’XI secolo ci avrebbe messo meno a trascrivere 100 pagine di un classico latino.

    Senza contare le 12 ore che ciascuna corona richiede per essere lavorata e rifinita. «Per che cavolo ci hanno messo così tanto?», potreste dire? Perché questa corona non serve solo a caricare l’orologio ma a proteggerlo dall’utilizzatore maldestro. Quello che carica, carica, carica… e arriva a violentare la molla senza saperlo. E senza rendersi conto che il povero orologio grida di dolore.

    Una sovraccarica accidentale può infatti causare danni all’albero di carica o esercitare un’eccessiva tensione sulla molla nel bariletto. Per evitarlo, la corona è dotata di un limitatore di coppia, un dispositivo di largo uso in meccanica che permette di ridurre la coppia torcente a un valore massimo oltre il quale non può andare. In sostanza, blocca la trasmissione del moto tra l’organo trainante (la corona) e quello trainato (la molla), intervenendo quando sulle strutture di collegamento s’iniziano ad avere sollecitazioni eccessive a causa del sovraccarico.

    Così la corona si disinnesta automaticamente quando la tensione della molla nel bariletto è ottimale. Una finezza tecnica che dal punto di vista estetico ha la forma di un artiglio in titanio grado 5, lucido. E quanto sia difficile lucidare il titanio, che prende fuoco come fosse paglia, dovreste saperlo. I sei bracci dell’artiglio afferrano una guarnizione in gomma, la stessa usata per il cinturino, e il punto di aggancio incrocia un rubino sintetico posto sul prolungamento dello stelo di avvolgimento.

    Sulla testa della corona, un minuscolo teschio, anch’esso in titanio, è il richiamo più evidente all’RM 052 Tourbillon Skull. Del resto Julien Boillat, Direttore del dipartimento casse di Richard Mille, in una breve intervista a corredo del lancio dell’RM 66 Flying Tourbillon ha detto che in azienda cercavano da anni un successore di quell’orologio. Ed eccolo qui.

    Il calibro RM 66

    Tutta quest’abbondanza di meraviglie tecniche, estetiche e di materiali non ci deve far dimenticare che senza il suo cuore meccanico, anche un pezzo come l’RM 66 Flying Tourbillon sarebbe come la donna cantata da Cocciante: bello senz’anima.

    L’architettura del calibro manuale RM 66 mette a ore 6 il bariletto a carica rapida, che fornisce all’orologio un’autonomia di 3 giorni, mentre il tourbillon volante è in evidenza a ore 12. Non è la prima volta che Richard Mille si cimenta con un questo tipo di tourbillon (chi non ne ricordasse le caratteristiche, può leggere questo articolo). Ma prima d’ora non lo aveva mai messo in questo posto d’onore, a bilanciare l’ingombrante mano cornuta.

    Il tourbillon volante ha il bilanciere a inerzia variabile, una caratteristica che assicura una maggiore affidabilità in caso di urti e nelle operazioni di assemblaggio e manutenzione. Inoltre, garantisce migliori risultati cronometrici sul lungo periodo. La gabbia del tourbillon è fissata solo a un’estremità dell’asse, eliminando il ponte superiore in modo da accentuare visivamente l’impressione che esso galleggi nel vuoto. Un vuoto accresciuto dalla scheletratura completa del calibro, in titanio grado 5, e, come ho scritto prima, dal doppio zaffiro su fondello e quadrante.

    La forza del messaggio

    Oggi preferisco chiudere qui, lasciando alle didascalie ulteriori informazioni su quadrante, dimensioni, dettagli tecnici del movimento. Per concentrarmi su una riflessione finale che non ha a che fare con il prezzo dell’orologio: perché costano tanto i Richard Mille, l’ho già spiegato qui. E la sostanza non cambia con l’RM 66 Flying Tourbillon.

    Quello su cui voglio soffermarmi è la volontà che l’alta orologeria ha, ogni tanto, di prendersi meno sul serio. Lo fa con orologi come questo, nel quale un paio di corna è capace di oscurare le tecniche più avanzate, l’impiego di materiali di ultimissima generazione, anni e anni di ricerca e sviluppo. Senza sminuirli, badate, ma facendo in modo che il messaggio (“Let’s rock!”, in questo caso) sia più forte del prodotto.

    Personalmente non credo che vedremo l’orologio al polso di qualcuno che quarant’anni fa girava per Londra con la cresta blu e una spilla da balia infilata nella narice, o che si spiaccicava contro le transenne, ipnotizzato dalle dita di Angus Young. Più facile pensare a qualche manager di Singapore, fiero di mostrare che chi veste in doppiopetto può nascondere un’insospettabile punta di trasgressività. Anche questo, signori, è Richard Mille.

  • Big Crown Calibre 473: pura meccanica Oris

    Big Crown Calibre 473: pura meccanica Oris

    Non me ne vogliano i marchi svizzeri di proprietà dei grandi gruppi internazionali del lusso. Ma ho sempre pensato e penso tuttora che il bello dell’orologeria elvetica stia soprattutto nelle decine dei brand indipendenti, piccoli o medi. E ne ho avuto la conferma prendendo tra le mani – in attesa di vederlo dal vivo – la cartella stampa del nuovo Oris Big Crown Calibre 473.

    Perché si tratta di un pezzo che non avrebbe potuto nascere senza visione imprenditoriale e fegato. Gli stessi che, 40 anni fa, spinsero il Ceo dell’epoca, Rolf Portmann, e Ulrich W. Herzog, attuale Presidente del Marchio, ad acquistare le azioni dell’azienda per restituire a Oris il proprio status di società indipendente.

    Il coraggio di essere Oris

    Fondata nel 1904 ad Hölstein, nel canton Basel-Landschaft, nel 1970 Oris era infatti entrata a far parte dell’Asuag (Allgemeine Schweizerische Uhrenindustrie AG, ossia Società generale dell’orologeria svizzera), un gruppo di aziende costituito nel 1931 per proteggere l’industria dal collasso finanziario seguito alla grande crisi del 1929.

    Dopo essersi fusa con l’omologa Ssih (Société Suisse pour l’Industrie Horlogére SA), ASUAG divenne parte di Smh (l’attuale Swatch Group) nel 1985. Tre anni prima, Portmann ed Herzog ne avevano già portato a termine l’acquisizione, rendendo Oris di nuovo indipendente e sfidando l’onda lunga della crisi del quarzo con una decisione coraggiosa: stop graduale all’elettronica e produzione di orologi solo meccanici. Fu l’inizio di una costante rinascita.

    Alle origini del Big Crown

    Una rinascita che, fortunatamente, poté contare su un patrimonio di conoscenze tecniche e di modelli che consentirono a Oris di riprendere a parlare un linguaggio estetico ben noto agli appassionati. In primis quello del Big Crown Pointer Date, cui il Big Crown Calibre 473 si ispira in maniera evidente.

    Il Big Crown, nato come orologio da pilota nel 1938, presentava una corona sovradimensionata per aiutare gli aviatori a regolare l’ora senza dover togliere i guanti. Uno dei modelli più popolari della collezione è proprio il Big Crown Pointer Date. La complicazione originale della data, brevettata nel 1915 da A. Hammerly, utilizza al posto del classico datario una lancetta centrale, che indica i numeri da 1 a 31 su una scala perimetrale, lungo il réhaut.

    L’Oris Movement Creation Programme

    Dal 1904 a oggi, l’azienda ha creato oltre 270 calibri originali. L’Oris Movement Creation Programme, nato nel 2014 per far rivivere una parte della cultura del Brand rimasta sopita a causa della crisi del quarzo degli anni ’70, portò alla nascita del Calibro 110 a carica manuale, con una formidabile autonomia di 10 giorni grazie a un singolo bariletto.

    Tre anni fa è la volta dell’innovativo Calibro 400, un potente movimento automatico antimagnetico con un’autonomia di cinque giorni e una garanzia di dieci anni. Prima linea di movimenti automatici sviluppata in più di quattro decenni, la serie Calibro 400 è considerata come il nuovo standard negli automatici di fabbricazione svizzera.

    Gli sviluppi del Big Crown

    Fino al 2021, l’orologio montava un calibro Sellita Sw200-1 modificato. Due anni fa il Big Crown Pointer Date in edizione limitata Hölstein è stato dotato del calibro automatico 403 di nuova concezione, una derivazione del 400 con piccoli secondi e datario a lancetta. A oggi, entrambi i modelli coesistono in catalogo con una differenza di prezzo di circa 1.000 franchi tra quelli con movimenti Sellita modificati e quelli sviluppati internamente.

    Si può dire che il Big Crown, reintrodotto in collezione nel 1984, abbia avuto un ruolo fondamentale nel salvare l’azienda dall’estinzione durante l’era del quarzo, rilanciandola dopo il buyout di due anni prima. Oggi, il Big Crown Calibre 473 perpetua la collezione e la fa evolvere aggiungendo un elemento fondamentale: una nuovissima meccanica.

    Big Crown Calibre 473: cuore meccanico

    Progettato da zero dai tecnici di Oris, il calibro manuale 473 ha avuto bisogno di quattro anni di sviluppo. Come il calibro serie 400, è resistente, preciso, con elevati livelli di antimagnetismo e garantito 10 anni. Elaborato sulla stessa base del calibro 403 automatico, racchiuso all’interno del Big Crown Pointer Date del 2021, il calibro 473 alimenta le ore, i minuti, i piccoli secondi, il puntatore della data. E ha una caratteristica extra: un indicatore dell’autonomia residua sul retro.

    L’autonomia complessiva è consistente: 5 giorni, indicata anche da una scritta sul quadrante. Ben in evidenza sul ponte sopra al bariletto e visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro, l’indicatore brevettato ha tacche a 0, 24, 48, 72, 96 e 120 ore e si legge tramite una lancetta azzurrata. Ben all’interno delle tolleranze Cosc, la precisione del movimento è valutata a -3/+5 secondi al giorno. Niente male, davvero.

    Come i calibri 110 e 400, anche il 473 è un movimento proprietario sviluppato internamente, ma prodotto da una rete di fornitori con tecniche industriali all’avanguardia. Del resto, come spiega Herzog in una breve intervista a corredo del lancio del Big Crown Calibre 473, per Oris in-house significa «definire specifiche e progettazione, finanziare lo sviluppo del prototipo e degli strumenti. Il know-how è nostro, la produzione è di terzi e l’assemblaggio è condiviso».

    Un design riconoscibile

    L’oblò sul fondello mette in evidenza l’estetica pregevole del Calibro 473, grazie anche a un anello di incassaggio molto sottile che lascia il movimento in piena visione. Il che è senz’altro una goduria per i fissati della meccanica. Ma per la maggior parte dei mortali che si lascia stregare dal quadrante prima di comprare un orologio, dico che il Big Crown Calibre 473 ha i tratti classici del Big Crown Pointer Date con qualcosa in più.

    Oltre al nuovo movimento automatico, l’orologio ha un design della cassa rinnovato e più attuale. Con un diametro di 38 mm, il Big Crown Calibre 473 presenta meno tratti d’ispirazione rétro rispetto al Big Crown da 38 mm del 2021. Ha sostituito la lunetta zigrinata con una piatta e lucida, ha rimodernato le cifre, ha cambiato l’estremità a mezzaluna della lancetta del datario con una a forma di freccia e ha sostituito le classiche lancette a cattedrale con quelle a daga, più sottili.

    Trovo molto bello il color azzurro acqua del quadrante, che si distingue tra le decine di tonalità che negli ultimi anni abbiamo visto da pressoché tutti i brand. Le lancette, i numeri arabi stampati e gli indici delle ore sono tutti trattati con Super-LumiNova. Un dettaglio che testimonia l’accuratezza con cui Oris ha creato l’orologio: gli indici a freccia sulla minuteria periferica sono gialli, mentre i numeri e le lancette sono bianchi. Il vetro zaffiro ha il trattamento antiriflesso all’interno e una bombatura meno pronunciata di quella dei classici Big Crown Pointer Date. Un’altra caratteristica che attutisce l’aspetto vintage dell’orologio.

    Big Crown Calibre 473, sostenibile e abbordabile

    Infine, merita ancora qualche parola il cinturino. Circa un anno fa, Oris presentò il Big Crown x Cervo Volante, che sanciva la collaborazione tra il Brand e questa azienda di Zurigo. Una collaborazione votata alla sostenibilità. Cervo Volante crea infatti scarpe, giacche, borse e accessori ecologici usando pelli di cervi selvatici cacciati legalmente sulle Alpi svizzere.

    I signori di Cervo Volante vanno dai macellai per recuperare le pelli che altrimenti sarebbero bruciate e le conservano mediante essiccazione o surgelazione. Durante la lavorazione non utilizzano prodotti chimici ma si appoggiano a due concerie svizzere che impiegano i tradizionali processi di concia. Così hanno creato il cinturino per l’orologio della partnership e, oggi, per il Big Crown Calibre 473.

    Quel cinturino era completato da una classica fibbia ad ardiglione, quello attuale ha una déployante con un sistema di regolazione fine, nuovo per il marchio. Che consente a chi lo indossa di regolare la lunghezza del cinturino in relazione alle dimensioni del polso e ai repentini cambiamenti dovuti alle condizioni climatiche.

    Chiudo, come sempre, con il prezzo, che è di 4.200 euro. Una cifra importante, che mette l’orologio nella fascia più alta del catalogo di Oris e che è comprensibile, considerati i contenuti tecnici del Big Crown Calibre 473. Quattro anni per sviluppare un calibro non sono uno scherzo, specialmente per un marchio indipendente. Il quale, però, ha un occhio di riguardo per il portafoglio dell’appassionato, spesso non a fisarmonica ma a sottiletta. Come afferma il Presidente Herzog, Oris offre «orologi meccanici affidabili a prezzi onesti in un settore che talvolta dimentica chi, pur desiderando possedere un orologio meccanico, ama dare il giusto valore al denaro». Chapeau.

  • Tonda PF Xiali: il calendario cinese secondo Parmigiani Fleurier

    Tonda PF Xiali: il calendario cinese secondo Parmigiani Fleurier

    C’è una frase molto bella e molto vera che Guido Terreni, Ceo di Parmigiani Fleurier, pronuncia in un video in cui presenta il nuovo Tonda PF Xiali, una prima mondiale con calendario completo cinese: «Ciò che distingue le civiltà è il modo in cui esse interpretano il tempo». Tradurre in un orologio il modo in cui lo fa la civiltà del Dragone, non è da tutti. Ma da Parmigiani Fleurier, sì.

    Se da un lato il calendario cinese è molto affascinante, dall’altro è un incubo per qualsiasi orologiaio ci si voglia cimentare. Perché misura il tempo diversamente da come lo misura quello occidentale/gregoriano cui siamo abituati. Ciò significa che le soluzioni meccaniche che si utilizzano per creare i consueti orologi con calendario perpetuo, con il calendario cinese semplicemente non funzionano.

    Insomma, se per mangiare gli involtini primavera le bacchette possono essere sostituite dalla forchetta, in un orologio con calendario cinese non basta sostituire alcuni moduli o utilizzare sul quadrante gli ideogrammi anziché l’alfabeto latino e i numeri arabi… Il pezzo va del tutto re-ingegnerizzato. È la sfida del Tonda PF Xiali di Parmigiani Fleurier.

    Calendario cinese vs. calendario gregoriano

    Le differenze tra il nostro calendario e quello cinese sono sostanziali. Intanto, mentre quello gregoriano nomina i mesi e numera gli anni, quello cinese nomina gli anni lunari e numera i mesi. Inoltre, il calendario cinese combina elementi sia del calendario solare sia di quello lunare, prima calcolati separatamente e poi sincronizzati grazie all’aggiunta di un mese extra-lunare, o intercalare. Questo tredicesimo mese fa coincidere i due cicli e ricorre circa ogni tre anni. Il calendario cinese, poi, divide l’anno solare in 24 termini che simboleggiano il calendario agricolo.

    Il sistema di numerazione delle unità di tempo si basa sulla combinazione di un ciclo decimale – le dieci Radici Celesti, associate al ciclo yīn-yáng e basate su cinque elementi: Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua – e un ciclo duodecimale, i dodici Rami Terrestri. I Rami sono rappresentati dagli animali dello zodiaco cinese, che designano gli anni del ciclo sessagesimale e che possono variare a seconda dei Paesi dell’Asia orientale: Cina, Giappone, Corea o Vietnam.

    Questo sistema di numerazione basato su Radici Celesti e Rami Terrestri consente 60 diverse combinazioni numeriche e grazie a esso la Cina dà un nome agli anni. Tali nomi si ripetono dunque su un ciclo di 60 anni, ma il calendario comprensivo di date, giorni e mesi è calcolato sulla base di osservazioni astronomiche. Dunque non è costante, ma varia.

    Tonda PF nel profondo

    Agli occhi di noi occidentali il sistema è, per usare un eufemismo, piuttosto incasinato. Proprio per questo, credo, Parmigiani Fleurier ha colto al volo la ghiotta occasione di mettere alla prova l’abilità dei propri maestri orologiai con il Tonda PF Xiali. Forti anche dell’esperienza maturata con il calendario perpetuo Tonda Hijri, o calendario musulmano, che tra l’altro nel 2020 ha vinto il premio Innovazione al GPHG.

    Il Tonda PF Xiali non è da meno. Intanto, già al primo colpo d’occhio si notano i codici estetici della collezione Tonda PF, dalla lunetta zigrinata in platino ai pulsanti a goccia, fino alle lancette scheletrate a delta. La cassa da 42 mm è in acciaio come il bracciale integrato, a tre file, che alterna finiture lucide e satinate presenti anche su anse e carrure.

    Il quadrante del Tonda PF Xiali

    Il colpo da maestro sta però nel quadrante, dove Parmigiani Fleurier ha applicato il principio secondo il quale “complicazione non significa necessariamente complessità”. Bilanciare l’equilibrio estetico della collezione Tonda PF con la ricchezza di informazioni dell’orologio è stato possibile grazie a un quadrante a più livelli, per i cui dettagli rimando alle didascalie. Qui mi limito a una specie di legenda.

    Intanto, il colore chiamato “rosso imperiale” è un omaggio alla tradizione cinese. Così come la lavorazione grain d’orge guilloché è tipica della collezione Tonda PF. Sul réhaut sono riportati i 24 termini solari, funzionali al calendario agricolo, mentre la parte centrale del quadrante è strutturata con quattro contatori, a loro volta elaborati su più livelli.

    A ore 12 ci sono l’indicazione del nome dell’anno/animale e del relativo elemento, oltre all’associazione con il ciclo yīn-yáng. A ore 3 l’indicazione del numero del giorno del mese (da 1 a 29 o da 1 a 30, a seconda della lunghezza del mese) e una finestrella che segnala la lunghezza di quello corrente. Mentre a ore 6 si trova l’indicazione della fase lunare, sincronizzata con il numero del giorno. Infine a ore 9 l’indicazione del numero del mese da 1 a 12 e una finestrella con l’indicazione del mese extra-lunare, che resta vuota quando questo non c’è.

    Tutte queste informazioni sono regolabili utilizzando i pulsanti correttori incassati nella carrure. E sono gestite dal movimento di manifattura calibro PF 008, con 54 ore di autonomia e 28.800 alternanze ora. Insieme alla massa oscillante scheletrata in oro rosa 22 carati, è visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro.

    Come penso sia chiaro, dunque, il Tonda PF Xiali è un orologio a suo modo straordinario. Anche perché i maestri di Parmigiani Fleurier hanno trovato spazio per tutto questo po’ po’ di roba in un calibro sottile solo 6,9 mm. Non male.

    Una considerazione finale

    Allo stesso tempo, però, è evidente che il Tonda PF Xiali non è per tutti. È pensato lapalissianamente per il mercato della Cina, o per i cinesi che vivono e lavorano fuori dal loro Paese… E credo che lo vedremo difficilmente al polso di un occidentale che non conosca quella cultura e quella scrittura. A meno che costui non voglia spendere 59mila franchi per leggere solamente l’ora o per bearsi ammirando l’estetica dell’orologio.

    Sento già i commenti di quelli con il ditino alzato, pronti ad accusare Parmigiani Fleurier di essersi piegato – tu quoque! – alle logiche commerciali geografiche imperanti. Colpevole di aver creato un orologio per adulare i clienti del ricchissimo mercato della Cina. Colpevole di averlo presentato scaltramente a pochi giorni dal Capodanno cinese, previsto per il 23 gennaio prossimo.

    Non mi risulta che Parmigiani Fleurier sia una onlus, per cui ha tutto il diritto di fare business dove il business c’è. E poi sono numerosi i marchi di orologeria che creano edizioni speciali per il mercato cinese: sono tutti mossi e abbagliati dal solo profitto?

    Vedete, l’orologeria è un mondo strano, dove la passione è il primo e più forte motore di acquisto, più forte anche della razionalità. Quale persona spenderebbe razionalmente decine di migliaia di euro per leggere l’ora al polso quando la può vedere sullo smartphone o sul microonde, a un prezzo nettamente inferiore?

    Oltre a ciò, l’orologeria è anche cultura. Cultura del bello, cultura del tempo, espressa sia in un orologio a tre lancette, sia in un calendario come il Tonda PF Xiali. Michel Parmigiani dice che «i calendari sono la radiografia delle civiltà»: ebbene, le civiltà si rispettano anche rispettando i loro gusti e le loro tradizioni. Al di là del profitto.

  • Ref. 5373P-001: il “tiro mancino” di Patek Philippe

    Ref. 5373P-001: il “tiro mancino” di Patek Philippe

    Destino amaro quello dei mancini. Nonostante lo fossero geni assoluti come Leonardo da Vinci, Vincent Van Gogh o Jimi Hendrix, i preconcetti nei confronti della mano sinistra iniziano già dall’etimo di mancino, dal latino “mancus”, “mutilato”. Del tutto indifferente al pregiudizio è Patek Philippe, che con la Ref. 5373P-001 ricorda quanto sia un privilegio usare la sinistra nella vita, specie se maneggia un cronografo à rattrapante monopulsante con calendario perpetuo.

    Patek Philippe e gli orologi mancini

    Non è la prima volta che la maison ginevrina si cimenta con un orologio per mancini. Il predecessore illustre della Ref. 5373P-001 è altrettanto superbo per meccanica e finiture. Ancora di più se si considera che quell’orologio, che incassava il movimento N. 198 012, era anch’esso un cronografo à rattrapante monopulsante, ma creato tra il 1925 e il 1926.

    Realizzato su richiesta di un cliente mancino che lo acquistò nel 1927, aveva la cassa coussin da 34 mm in oro giallo e si distingueva per l’insolita disposizione dei comandi e delle visualizzazioni. La cassa e il movimento furono ruotati di 180 gradi, con il pulsante del cronografo a ore 9, anziché a ore 3, e il pulsante della rattrapante a ore 8 anziché a ore 2.

    Il quadrante era in argento con cifre Breguet nere, ridisegnato per ospitare il contatore dei 30 minuti cronografici a ore 9, anziché a ore 3, e dei piccoli secondi a ore 3, anziché a ore 9. Particolari distintivi erano anche le lancette del cronografo e della sdoppiante con contrappeso, dalla forma piuttosto inusuale per l’epoca.

    L’evoluzione di un calibro

    Senza però perdersi nelle nebbie del tempo, Patek Philippe ammette che la Grande Complicazione odierna si ispira alla più recente Ref. 5372P, ma con corona, pulsanti e visualizzazione delle informazioni pensati per gli appassionati mancini. Un orologio la cui meccanica arriva da lontano. Patek Philippe ha infatti introdotto nel 2005 il calibro CHR 27-525 PS a carica manuale. Acclamato come il movimento cronografo à rattrapante con ruota a colonne più sottile al mondo, è stato integrato con un calendario perpetuo nel 2010 per diventare il CHR 27-525 PS Q.

    Quel calibro ultrasottile da 7,3 mm è diventato il cronografo monopulsante à rattrappante con calendario perpetuo più sottile mai prodotto ed è apparso all’interno della Ref. 5372 del 2017. La Ref. 5373P-001 è ora l’unica della collezione con lo spettacolare calibro CHR 27-525 PS Q e sostituisce le precedenti Ref. 5372P-010, con quadrante in oro rosa satinato verticale, e Ref. 5372P-001, con quadrante blu soleil.

    L’equilibrio del platino

    La cassa in platino è a dir poco abbagliante e compattissima: 38,3 mm di diametro e uno spessore di 12,93 mm. Io che sono un amante delle dimensioni medio-piccole, avendo il polso smilzo, non posso che trovarla prodigiosa. Come tutti i pezzi in platino della maison, la Ref. 5373P-001 ha il caratteristico diamante incastonato nella carrure. Poiché però l’orologio è pensato per i mancini, anche la pietra ha cambiato posizione e si trova a ore 12 anziché a ore 6.

    Le finiture lucide sulle superfici superiori di questa Grande Complicazione (lunetta concava e anse delicatamente curve) contrastano con quelle satinate più sportive sui fianchi leggermente scavati della carrure. La satinatura è presente anche sui lati del pulsante rettangolare a ore 8, con testa lucida, che attiva la lancetta sdoppiante. Il monopulsante all’interno della corona a ore 9 attiva le funzioni di avvio, arresto e azzeramento del cronografo. Corona, devo dire, ben dimensionata.

    Ci sono anche correttori nella carrure per regolare il giorno della settimana (tra ore 2 e ore 3), il mese (tra ore 6 e ore 7), le fasi lunari (tra ore 4 e ore 5) e la data (a ore 6), che possono essere maneggiati con uno stilo di correzione in ebano con intarsi in oro bianco 18 carati. Giusto per rinfrescare la memoria su che cosa significa à rattrapante, a questo link trovate qualche informazione di base.

    Il quadrante della Ref. 5373P-001

    Il quadrante si stacca nettamente da quello della Ref. 5372P-010, che era più classico e rassicurante, con la sua tonalità salmone, mentre quello della nuova Ref. 5373P-001 è più sportivo e contemporaneo. In oro 18 carati, ha uno sfondo grigio antracite con una finitura satinata verticale che diventa più scura man mano che dal centro passa alla periferia; le lancette del cronografo sono rosso vivo, i contatori secondari, rifiniti a chiocciola, sono di colore più scuro e i numeri applicati in oro bianco.

    Se si confronta la Ref. 5372P-010 con la nuova Ref. 5373P-001 si nota che non sono stati spostati solo la corona e i pulsanti, ma l’intera visualizzazione delle informazioni sul quadrante è stata ruotata di 180 gradi. Nonostante l’enorme quantità di informazioni, esso rimane sorprendentemente leggibile ed equilibrato, con i nitidi indicatori bianchi e lancette del cronografo rosso brillante. Trattandosi di una Grande Complicazione di Patek Philippe, non c’è lume sugli indici né sulle lancette Dauphine in oro bianco.

    Il contatore dei 60 minuti è a ore 9, con una lancetta rossa e una finestra rettangolare per l’indicazione del mese; il datario è a mezzogiorno, i piccoli secondi a ore 3 con una finestrella per l’indicazione del giorno della settimana; l’indicatore dell’anno bisestile è alle 10:30 e della funzione giorno/notte all’1:30; infine la finestra bilobata per le fasi lunari a ore 6.

    Eccellenza meccanica firmata Patek Philippe

    Sul calibro CHR 27-525 PS Q si potrebbero spendere carriolate di parole tecniche (qualcosa trovate nelle didascalie) oppure lo si potrebbe guardare dal fondello in vetro zaffiro: basterebbe questo per apprezzarne l’architettura armonica e la complessità, per la quale è necessario che ciascun movimento sia assemblato da un unico maestro orologiaio.

    Dotato di due ruote a colonne con cappelli lucidi firmati Patek, il movimento ultrasottile (7,3 mm, 5,25 dei quali per il movimento di base e 2,05 per il calendario perpetuo) è a carica manuale, ha una frequenza di 21.600 alternanze/ora e un’autonomia compresa tra le 38 e le 48 ore con il cronografo disattivato. I ponti sono accuratamente smussati, con spigoli lucidati e decorati a Côtes de Genève. Gli angoli rientranti dei ponti sono realizzati a mano, da maestri in possesso di una grande abilità e di una lunga esperienza.

    Bilanciere Gyromax, spirale Breguet, sigillo Patek Philippe, infine, sono il minimo che ci si può aspettare da un movimento del genere. Ah, per chi non fosse così impallinato con la meccanica della Ref. 5373P-001, l’orologio è fornito anche con un fondello in platino pieno, intercambiabile con quello in vetro zaffiro.

    Per amore di coerenza, la forte anima contemporanea dell’orologio è completata dal cinturino in pelle di vitello nera con un motivo in tessuto goffrato e impunture rosse, che è ben saldo al polso grazie a una fibbia déployante in platino.

    La Ref. 5373P-001, un orologio per pochi

    Chiudo con una riflessione statistica. Uno studio del 2020, basato sulla meta-analisi di più di 2 milioni di individui, ha stimato la prevalenza del mancinismo nella popolazione mondiale al 10,6%. Non mi è dato sapere quanti di questi siano appassionati di orologeria; per pochi che possano essere, sono piuttosto certo che solo lo “zerovirgola” di costoro può aspirare a mettersi al polso la Ref. 5373P-001 di Patek Philippe.

    Perché è prodotta in piccole serie, come tutte le Grandi Complicazioni del marchio, e perché costa 500.000 franchi svizzeri. Essere mancini può essere un privilegio, e – si sa – i privilegi hanno il loro prezzo…

  • Locman-Ducati atto IV: italianità al cubo

    Locman-Ducati atto IV: italianità al cubo

    Se il caustico Roberto Gervaso era solito dire, non a torto, che «gli italiani danno spesso il meglio di sé nel peggio», è anche vero che quando questo meglio arriva, nessun popolo riesce a starci alla pari. Nessuno. Se poi si mettono insieme due realtà come Locman e Ducati, che hanno il meglio come loro marchio di fabbrica, non c’è davvero gara.
    Il brand dell’Isola d’Elba e la Rossa di Borgo Panigale collaborano ormai da cinque anni e il loro rapporto ha dato vita a ben quattro generazioni di orologi Locman-Ducati. Collezioni che si sono evolute e si sono raffinate nel design e nella meccanica. Le prime referenze come la D550 puntavano molto sulla forma tonneau della cassa, resa più sportiva e aggressiva da tocchi di colore e dettagli racing in carbonio. Con il tempo, Locman ha poi spostato il focus anche sulla meccanica, facendo tesoro della collaborazione con le grandi manifatture di movimenti.

    Locman-Ducati, un solido rapporto

    I modelli Locman-Ducati del 2018 – solo tempo automatico o cronografo al quarzo – erano su cassa tonneau in acciaio satinato o trattato Pvd nero, con quadrante in fibra di carbonio o smaltato grigio con effetto soleil. Nel 2019 Locman è passata alla cassa tonda, con quattro varianti: solo tempo al quarzo, cronografo al quarzo a due o a tre contatori, e solo tempo automatico.

    Il punto di svolta, a mio avviso, si è avuto con il lancio della collezione Locman-Ducati 2020, in occasione della presentazione della stagione sportiva della scuderia il 31 gennaio, al Ducati Store di via Ammiano a Milano. Poche settimane dopo, il mondo è sprofondato nell’incubo del Covid e quella collezione non ha avuto l’attenzione che avrebbe meritato, se non altro perché segnava il debutto del primo cronografo automatico legato alla casa motoristica.

    Lo animava un calibro Eta Valjoux 7750, elaborato dalla Scuola Italiana di Orologeria (S.I.O.) di proprietà di Locman. Chiamato calibro 077, era ospitato in una cassa modulare dall’architettura complessa e molto sportiva. Proprio da lì, Locman e Ducati sono ripartiti con la quarta generazione degli orologi in co-branding, con un’italianità non più al quadrato ma al cubo. Perché il 2022 delle due ruote e dell’eccellenza italiana, oltre a due marchi – Ducati e Locman – ha anche un nome: Pecco Bagnaia.

    La nuova collezione: materiali e lavorazioni

    La storica vittoria nel mondiale di MotoGP dell’accoppiata italiana moto-pilota è stata l’occasione per presentare in anteprima su Instagram, lo scorso 5 novembre, la nuova collezione Locman-Ducati. I tre orologi che la compongono sono stati disegnati dal Centro Stile Ducati e sviluppati da Locman. Sono un cronografo automatico (in edizione limitata e numerata di 100 esemplari), un solo tempo automatico e un cronografo al quarzo. Le forme dinamiche e il Dna corsaiolo sono l’evoluzione della collezione 2020 e si sviluppano su due livelli: uno estetico e legato ai materiali, l’altro meccanico. Parto dal primo.

    La costruzione modulare della cassa è un retaggio della collezione precedente ed è comune ai tre nuovi orologi. La cassa è composta da quattro pezzi, con le anse separate, in acciaio, che abbracciano e sorreggono la carrure, anch’essa in acciaio; le anse sono fissate con quattro viti a vista, a testa esagonale. Grazie alle due profonde svasature delle anse a ore 3 e ore 9, l’impressione visiva è di leggerezza e ariosità, nonostante i 42 mm di diametro non siano pochi.

    E la sensazione di movimento è accentuata dall’alternanza delle finiture: lucida quella di lunetta e carrure, satinata quella delle anse. I pulsanti dei cronografi hanno anch’essi la testa lucida e un’accentuata zigrinatura laterale che richiama quella della corona, sovradimensionata. Dettagli che favoriscono la maneggevolezza dell’orologio e rendono onore allo scrupolo per l’ergonomia che Locman pone nei propri prodotti.

    L’estetica dei quadranti

    L’attenzione all’estetica è ben sottolineata anche nei quadranti. Quello dei due automatici ha in comune una lavorazione a contrasto: per circa due terzi ha una finitura nera uniforme, il resto è decorato con un motivo diagonale che rende dinamico l’insieme. A mio parere, nel cronografo questa parte è un po’ affollata: la presenza dei loghi Locman e Ducati, del datario, della bandiera italiana e dei numeri 10 e 20 non è del tutto bilanciata dalla disposizione dei tre contatori, pur ariosa, nella rimanente parte del quadrante.

    Decisamente più pulito è l’aspetto del cronografo al quarzo, i cui contatori hanno in comune il bel dettaglio dell’ultimo quarto della scala cronometrica accentuato in rosso Ducati. A ore 12 ci sono i loghi dei due marchi, mentre a ore 4:30 si apre la finestra del datario… Solo per gli amanti del genere: chi mi conosce lo sa, come diceva Alberto Tomba.

    Locman-Ducati: i calibri

    Infine, qualche parola sui movimenti della collezione Locman-Ducati. In una recente chiacchierata, il Presidente di Locman, Marco Mantovani, mi ha raccontato di come il rapporto dell’azienda con alcuni tra i maggiori produttori di calibri al mondo sia ottimo e proficuo. Questo nonostante il marchio elbano sia capofila, insieme allo storico produttore italiano di movimenti Oisa 1937, della rinascita della filiera orologiera italiana.

    Ebbene, questa collezione è la prova di quanto Mantovani mi ha raccontato. L’automatico solo tempo è infatti mosso da un calibro lavorato dalla Scuola Italiana di Orologeria, e quindi made in Elba. Il cronografo al quarzo incassa un movimento Miyota, ossia uno dei quarzi giapponesi più precisi e affidabili in circolazione. Nel cronografo automatico batte invece un Sellita SW500 da 28.800 alternanze/ora e 48 ore di autonomia.

    Si tratta di uno dei calibri cronografici svizzeri più affidabili e versatili, sulla cui base sono state elaborate decine di altri movimenti che equipaggiano orologi dei più svariati marchi. I due calibri automatici possono essere osservati dal fondello in vetro zaffiro. Entrambe le masse oscillanti sono personalizzate Ducati, ma quella del solo tempo, traforata, effetto carbonio e con il logo inciso, ha una marcia in più.

    Non tradire le origini

    Chiudo con un dettaglio importante. Alle origini di Locman, prima ancora che l’orologeria, c’è la pelletteria, con la produzione di cinturini e accessori. Un retaggio mai dimenticato, come dimostra il fatto che per la collezione Locman-Ducati è stata scelta la migliore pelle nera di vitello per i cinturini, con il rosso che si ritrova sia nelle impunture, sia nel lato del cinturino stesso.

    Prezzi? In linea con il posizionamento di Locman e con la scala di qualità composta dai tre orologi: 498 euro per il cronografo al quarzo, 598 per il solo tempo e 2.298 per il cronografo automatico in edizione limitata. Insomma, “Italians do it better”. Anche nell’orologeria.

  • Une Folle Journée di Trilobe, il signore degli anelli

    Une Folle Journée di Trilobe, il signore degli anelli

    Albert Einstein diceva che «è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio». Vale anche per l’orologeria, della quale siamo soliti dire che propone troppo spesso pezzi uguali a se stessi. Novità vere? Poche. «Che noia che barba, che barba che noia», avrebbe detto Sandra Mondaini. Ebbene, date un’occhiata agli orologi di Trilobe e scoprirete un marchio che ha spezzato come un grissino i pregiudizi dei soloni delle lancette. Anche e soprattutto con l’ultimo nato, Une Folle Journée.

    Nominato all’ultimo GPHG nella sezione Orologi da uomo, a Une Folle Journée non è andata bene. Ma il Ceo di Trilobe, Volcy Bloch, e il direttore creativo e fondatore, Gautier Massonneau, hanno comunque festeggiato: l’orologio Nuit Fantastique Dune Edition si è aggiudicato il premio Petite Aiguille. Niente male per un indipendente che interpreta l’orologeria in modo visionario.

    Due parole su Trilobe

    Vale la pena spendere due parole sul brand, magari non familiare a tutti, prima di entrare nel dettaglio di Une Folle Journée. Trilobe è un marchio giovane, immaginato per la prima volta nel 2013 e che ha lanciato il suo primo orologio cinque anni dopo. Il concetto alla base dell’azienda, creata da Massonneau, punta su un’indicazione del tempo altamente concettuale e decostruita. E non potrebbe essere diversamente.

    Gautier Massonneau è francese, figlio di un architetto e interior designer, e l’obiettivo della sua visione creativa è stato subito quello di liberarsi dalle tradizioni per trovare un modo nuovo di indicare l’ora, che andasse al di là delle classiche lancette. Scartate soluzioni come quelle delle ore vagabonde, delle indicazioni tramite cilindri, dei display simil-digitali, si è focalizzato su dischi o anelli rotanti e decostruiti, tradotti per in orologi stupefacenti come Nuit Fantastique e Les Matinaux.

    Quest’ultimo, nel complesso ancora piuttosto classico, spicca per il quadrante composto da tre dischi eccentrici che, ruotando, visualizzano ore, minuti e secondi. Il tempo è segnalato da tre indicatori fissi a forma di logo del brand, ognuno dei quali fornisce una lettura precisa dell’ora. Une Folle Journée è la nuova tappa di Trilobe sulla strada dello stupore ed è stato presentato all’ultimo Watches and Wonders Geneva.

    Une Folle Journée: che ore sono?

    Fedele al Dna di Trilobe, che è tanto tecnico quanto artistico, Une Folle Journée mantiene la visualizzazione dell’ora caratteristica del marchio, con gli anelli eccentrici rotanti – quello più grande, esterno, per le ore, il mediano per i minuti, il più piccolo e interno per i secondi -, ma la porta a un livello ulteriore di semplificazione. Se per indicare l’ora Les Matinaux aveva bisogno di tre indicatori e Nuit Fantastique di due, per Une Folle Journée ne basta uno solo.

    Un triangolino rosso, fisso in quella che in un orologio classico sarebbe la posizione a ore 6, consente di leggere l’ora precisa quando le cifre riportate sui tre anelli intrinseci al movimento si allineano al triangolo stesso. Gli anelli scorrono sfiorandosi senza mai toccarsi, in un calibro che, come dicono poeticamente in Trilobe, “da solo permette di liberare il tempo”.

    Ingegneria meccanica al cubo

    E vediamolo questo movimento, che Trilobe ha battezzato X-Centric­3. Al cubo perché è l’evoluzione del calibro X-Centric­ che muove Les Matinaux e Nuit Fantastique. È un movimento automatico con micro-rotore, progettato e sviluppato esclusivamente per Trilobe dalla manifattura partner le Cercle des Horlogers di La Chaux-de-Fonds. L’obiettivo è quello di combinare la sfida tecnica con un approccio artisticamente insolito, grazie al know-how dei maestri orologiai svizzeri che si esprime nei dettagli nascosti del calibro.

    Poiché un orologio deve essere bello sia davanti sia dietro, Trilobe gioca con i contrasti: una visione eccentrica sul quadrante, una firma concentrica e simmetrica sul retro, basata su una prospettiva grafica e architettonica centrata, uno dei pilastri del brand. Traendo ispirazione dai codici estetici dell’architettura, il movimento offre un contrasto visivo attraverso una platina bicolore: ricerca di luminosità davanti, sensualità del grigio profondo dietro.

    Tecnicamente, il calibro X-Centric­3 è caratterizzato da una struttura a più livelli, un design tridimensionale giocato anche sull’alternanza delle lavorazioni delle varie superfici. Ruotismi satinati, anelli di ore, minuti e secondi lucidi, ponti e platine rifinite grené color antracite danno ulteriore dinamismo al calibro. Che può contare su una frequenza di 28.800 alternanze/ora e su 48 ore di riserva di carica.

    Gli anelli nella bolla

    L’eccezionalità tecnica del movimento è bilanciata dall’altrettanto eccellente complesso formato da cassa, anelli e vetro zaffiro. Quest’ultimo è impressionante di suo, una colossale bolla di 10,2 mm di altezza, che ricorda un po’ certe creazioni di MB&F, per non scomodare il più abusato Bubble di Corum. Prodotta in Giappone utilizzando la fusione a fiamma, questa cupola è poi levigata e lucidata in Svizzera, trattata antiriflesso all’esterno e all’interno.

    Le sue dimensioni portano lo spessore dell’orologio a quasi 18 mm, ma sono indispensabili per far danzare liberi gli anelli del tempo, che sembrano fluttuare nell’aria nonostante siano sostenuti da nove piccoli pilastri. Ciascun anello è in titanio, colorato attraverso una finitura Dlc nera o blu (le due cromie in cui è disponibile Une Folle Journée), con i numeri realizzati utilizzando un processo di stampa a tampone. Una soluzione intelligente, perché consente di riprodurre in modo semplice e con elevata fedeltà e risoluzione, disegni, scritte e decori sia su superfici piane sia su superfici concave o convesse, come nel caso degli anelli.

    La leggerezza di una folle giornata

    Ovviamente l’orologio non ha la lunetta, ma una cornice in titanio scavata e levigata sostiene un anello interno curvo e satinato, anch’esso in titanio. Scelta per la sua leggerezza, la lega di titanio-alluminio-vanadio è una delle più dense e complesse con cui operare. Come ho già scritto altre volte, ha l’irritante tendenza a prendere fuoco durante il processo di lavorazione ed è per questo molto difficile da lucidare, specialmente su scala così piccola.

    La sua leggerezza è in un certo senso il contraltare fisico della leggerezza dell’intera struttura, la quale spinge verso l’alto i tre anelli eccentrici che fluttuano sotto la cupola. Anche la cassa da 40,5 mm è in titanio, grado 5, con carrure satinata e anse lucide, piuttosto corte, che provano a compensare con una buona vestibilità lo spessore complessivo dell’orologio.

    Un dettaglio simpatico è legato all’impermeabilità della cassa. Sul fondello, fissato con sei viti, i 50 metri (meglio sarebbe stato scrivere 5 bar) di resistenza all’acqua non sono affiancati dal classico simbolo del pesciolino ma da una paperella. In Trilobe fanno le cose maledettamente sul serio, ma sono capaci anche di prendersi alla leggera.

    È invece per portafogli meno leggeri il prezzo di Une Folle Journée, anche se dal mio punto di vista monsieur Massonneau è stato più che onesto: 21.500 euro, sia per la versione blu sia per quella nera. Confesso che, una volta letto il prezzo, mi sarei aspettato di più. Evidentemente, rompere un pregiudizio è difficile, ma può anche non essere così costoso.

  • Longines Record Heritage: linee rétro, performance attuali

    Longines Record Heritage: linee rétro, performance attuali

    La grande nuotatrice americana Ethelda Bleibtrey è celebre, oltre che per le sue medaglie d’oro ai Giochi di Anversa del 1920, anche per una frase emblematica: «I record sono come le bolle. Scompaiono velocemente». Non credo che Longines la pensi così, almeno per quanto riguarda le sue collezioni: la linea Record è infatti viva e vegeta. E, nonostante i suoi soli cinque anni di vita, ha la stoffa di una veterana. Lo conferma il nuovo cronografo Longines Record Heritage.

    La collezione Longines Record

    Lanciata nel 2017 e sviluppatasi in quattro misure di cassa (26, 30, 38,5 e 40 mm), la linea Longines Record guarda indifferentemente all’uomo e alla donna. Il punto di forza sta nei calibri: tutti i movimenti della collezione Record, nessuno escluso, sono certificati dal Cosc, l’Istituto ufficiale svizzero di controllo dei cronometri.

    Una scelta che non è una scommessa, ma il frutto della visione che Matthias Breschan, il Ceo di Longines, ha del marchio, della sua storia e soprattutto del suo presente. Non a caso ha concentrato molto la propria strategia di brand sui movimenti e sugli aspetti tecnici, oltre che sullo stile. Il suo obiettivo è quello di offrire il meglio dell’orologeria, abbinando design vintage e tecnologia contemporanea. In questo senso, la collezione Record è il prodotto perfetto.

    Eleganza vintage

    Non nego che vedere per la prima volta un cronografo all’interno della collezione Record mi abbia stupito. Non perché non me lo aspettassi, anzi, ha molto senso per quello che questa linea è. Ciò che a mio avviso colpisce positivamente è l’estetica, che avvicina l’orologio ad altre collezioni del marchio, come per esempio la Heritage, pur restando perfettamente coerente al dettato tecnico e alla filosofia della Record.

    Intanto, il cronografo Longines Record Heritage rimane all’interno del range di dimensioni della collezione. La cassa in acciaio misura infatti 40 mm di diametro per 13,8 di spessore e ha una bella lavorazione satinata sulla carrure che si alterna alla finitura lucida della lunetta e delle anse. Queste ultime sono piuttosto pronunciate e danno l’idea di rendere l’orologio più adatto a polsi importanti. Purtroppo non ho ancora avuto modo di indossarlo, mi riservo di tornare da voi su questo aspetto dopo una prova.

    Sono lucidi anche i pulsanti del cronografo, di forma rettangolare come nei pezzi degli anni ‘50, che avevano spesso la cassa al di sotto dei 40 mm. Penso che con il Record Heritage, Longines abbia scelto questa misura più per rendere l’orologio coerente con l’insieme della collezione che per preservarne lo spirito vintage. Ben dimensionata la corona, che troviamo molto simile sugli altri orologi della linea Record, con una zigrinatura pronunciata e fatta apposta per agevolare la presa e l’utilizzo.

    Fedele alla tradizione di Longines

    Come ho scritto sopra, questo è il primo cronografo della collezione Record. Ma è una prima assoluta anche per un altro motivo: nonostante le numerose varianti a catalogo nella linea, non c’erano ancora referenze che presentassero un quadrante nero con indici dorati. Nel caso del Record Heritage, questo ha dato vita a un orologio accattivante, preservando un abbinamento cromatico molto in linea con l’epoca a cui il cronografo si ispira.

    Pulito e leggibile, il quadrante ha gli indici applicati, cifre arabe dorate per le ore pari e indici sottili per quelle dispari. Vi sono riportate due scale: una interna per i secondi e una scala tachimetrica esterna, con base 1000. Tutte le informazioni dorate spiccano decisamente sul colore nero opaco del fondo e l’intera estetica attinge fortemente all’eredità vintage del Record, dalle lancette a forma di foglia al carattere tipografico tradizionale.

    Curata la lavorazione dei due contatori, quello dei secondi continui posto a ore 3 e quello dei 30 minuti a ore 9: entrambi sono rifiniti con un elegante motivo a cerchi concentrici. Nel Longines Record Heritage non c’è il datario, per forza di cose. Anche se spesso richiesta dai clienti (meno dagli appassionati puristi…), quella finestrella sarebbe stata un anacronismo su un orologio ispirato ai pezzi della metà del ‘900.

    Record Heritage Chronograph: il calibro

    Sotto al cofano del Record Heritage Chronograph, Longines ha messo uno dei suoi motori più affidabili. Il calibro L895.4 è una derivazione dell’L895.2, a sua volta sviluppato su base ETA A31.L01. Il calibro L895.2 è utilizzato nei cronografi bicompax Longines come l’Heritage Classic Chronograph e l’Heritage Chronograph Tuxedo.

    È interessante però notare che il movimento di base L895 incassato nel Longines Record Heritage è stato notevolmente ottimizzato. Intanto, come detto, la nuova versione è certificata Cosc; la spirale è in silicio, come ormai nello standard delle referenze più pregiate di Longines e di altri marchi di Swatch Group, anche se a tendere dovrebbe diventare lo standard. La riserva di carica è stata estesa da 54 a 59 ore, mantenendo la frequenza di 28.800 alternanze/ora.

    Unico dettaglio fuori posto, a mio avviso, è il fondello trasparente. Oltre a non essere “heritage”, mette in evidenza l’anello d’incassaggio piuttosto spesso, il quale crea un “effetto ciambella” che personalmente trovo poco gradevole. Parere del tutto personale e come tale prendetelo.

    L’importanza del dettaglio

    Trasparenza per trasparenza, è invece spia di attenzione alla qualità la lavorazione del vetro zaffiro con trattamento antiriflesso multistrato, sia all’interno sia all’esterno. Un dettaglio che spesso fa la differenza nel far lievitare non poco il prezzo dell’orologio, ma non qui. Ci torno tra poco.

    Non prima di aver parlato del cinturino in pelle marrone con impunture écru, forse troppo moderno per un orologio così classico; un po’ più di patina, come per esempio su quello dell’Heritage Military, non avrebbe guastato. Bello, invece, il bracciale in acciaio a sette file, lavorate lucide e satinate, con chiusura déployante a pulsante.

    Qualità e prezzo: una riflessione

    Il fatto che parli del bracciale e del cinturino verso la fine non deve far dimenticare che, spesso, la qualità di un orologio si giudica dal grado di attenzione che il marchio dedica alla loro lavorazione. Il rischio di creare qualcosa di cheap, pensando che ciò che conta siano solo il quadrante e la cassa, è infatti dietro l’angolo.

    In questo caso, inoltre, l’aver lasciato il discorso in fondo è funzionale anche per parlare del prezzo del Record Heritage di Longines: 3.190 euro, sia nella versione con cinturino sia in quella con bracciale. Non è una banalità: spesso quest’ultimo sposta di qualche centinaio di euro in su il prezzo rispetto al primo.

    Un prezzo comunque niente male per un orologio che ha contenuti tecnici importanti e un’estetica ricercata. Giusto per restare in famiglia, l’Heritage Chronograph Tuxedo, che non è un Cosc, costa 3.360 euro. È la prova del fatto che Longines persegue ormai una filosofia coerente di prodotto in rapporto al costo che la sta posizionando in modo sempre più forte, sia sul mercato sia nel portafoglio di Swatch Group. Una filosofia che non sparirà velocemente come una bolla, credo.

  • Seamaster Planet Ocean Ultra Deep: l’Omega nato dagli abissi

    Seamaster Planet Ocean Ultra Deep: l’Omega nato dagli abissi

    Normalmente quando diciamo di “aver toccato il fondo” significa che non abbiamo dato una grandissima prova di noi stessi. C’è però un orologio, il Seamaster Planet Ocean Ultra Deep di Omega, che a questa espressione attribuisce un valore del tutto opposto. Lui il fondo lo ha toccato davvero, ma è stato un successo. Poi è risalito in superficie per iniziare una nuova vita.

    Ad aprile del 2019, tre Ultra Deep hanno raggiunto insieme all’esploratore Victor Vescovo il fondale della Fossa delle Marianne, nell’Oceano Pacifico: -10.935 metri. Il punto più profondo mai toccato da un essere umano e da un orologio. Mentre Vescovo se ne stava al sicuro nel batiscafo, due Omega erano fissati al braccio robotico di quest’ultimo, il terzo a un’unità di raccolta dati chiamata Lander. Tutt’e tre sono riemersi perfettamente funzionanti e intatti dopo 12 ore.

    Quei Seamaster Planet Ocean Ultra Deep erano stati progettati per quella missione, la Five Deeps Expedition. Ed erano quindi in grado di resistere a una pressione di 1.500 bar, che si registra più o meno a 15.000 metri di profondità. È però chiaro che, da quei prototipi, Omega aveva in mente di creare una collezione permanente qualora fossero usciti sani e salvi dalla spedizione. E così è stato.

    La tradizione “alchemica” di Omega

    Una collezione che conta sette referenze, sostanzialmente simili tra loro per le soluzioni tecniche e per il movimento. Ma che si distinguono per il materiale di cassa e bracciale: una è in titanio grado 5, le altre sei in una lega d’acciaio nuova che Omega ha chiamato O-MegaSteel, in un gioco di parole scontato ma efficace.

    Vorrei focalizzarmi proprio su questo materiale, lasciando da parte il titanio di cui conosciamo più o meno vita, morte e miracoli. Perché questo O-MegaSteel non è solo un acciaio dal nome bizzarro, è anche il figlio di una lunga tradizione che Omega ha nello sviluppo di nuove leghe. Una tradizione quasi alchemica, che inizia da lontano.

    Omega è conosciuto come il primo marchio ad aver utilizzato l’acciaio 904L per un orologio, nei primi anni ‘70, con il programma di ricerca Ploprof (allora questa lega era chiamata acciaio Uranus). Oggi le leghe più preziose nel portafoglio del brand sono esclusive di Omega o condivise con alcuni marchi di Swatch Group: Sedna Gold (oro rosa), Canopus gold (oro bianco), Moonshine gold (oro giallo pallido).

    O-MegaSteel, l’acciaio 2.0

    L’O-MegaSteel è una lega priva di nichel, quindi con migliori proprietà ipoallergeniche e una migliore resistenza alla corrosione. Il suo colore è più bianco rispetto alle leghe 316L o 904L, con una conseguente maggiore lucentezza. Ma non è tutto acciaio quello che luccica: l’O-MegaSteel è un brutto cliente, più complesso da lavorare e lucidare rispetto al classico acciaio.

    Ma il gioco vale la candela, come si suol dire. Per quanto riguarda la resistenza, offre prestazioni pari a circa il doppio rispetto ad altre leghe di acciaio. A titolo di confronto, quella dell’acciaio 316L è accreditata fino 200-250 megapascal (MPa), a seconda delle leghe. Quella del 904L fino a 220 MPa e quella del titanio grado 5 a 800-900 MPa. L’O-MegaSteel è accreditato per 560 MPa, una resistenza alle sollecitazioni e alla rottura almeno due volte superiore alle leghe tradizionali.

    Per quanto riguarda la durezza, che al polso di noi tutti indica la resistenza ai graffi e quindi la capacità di mantenere l’orologio pulito e brillante, l’acciaio 316L ha un valore di 200 sulla scala Vickers (Hv), che misura la durezza dei materiali; l’acciaio 904L è a 175 Hv e l’O-MegaSteel arriva fino a 300 Hv, circa il 40% in più rispetto alle classiche leghe di acciaio. Questi elementi creano un materiale con grandi proprietà meccaniche, adatto all’orologeria di lusso e subacquea.

    Seamaster Planet Ocean Ultra Deep: plasmato nel titanio…

    Bene, direte voi, in sostanza ci hai raccontato che con l’Omega Seamaster Planet Ocean Ultra Deep non in titanio, avremo meno graffi da scrivania sulla chiusura del bracciale: e dunque? L’orologio è bello o no? Che prestazioni offre? Quanto è grande? Veste bene? Ci arrivo.

    La versione in titanio è principalmente ispirata all’orologio che è arrivato in fondo alla Fossa delle Marianne. La lunetta è in ceramica spazzolata con scala graduata in Liquidmetal. E le anse integrate cosiddette “manta”, che ricordano nella forma le protuberanze che il pesce ha vicino alla bocca.

    Anche il quadrante è titanio grado 5 ceramizzato nero, con gli indici delle ore spazzolati e riempiti di Super-LumiNova bianca a emissione blu e i numeri arabi anch’essi spazzolati, con vernice ciano come la lancetta centrale dei secondi. Il vetro zaffiro bombato da 5,2 mm è realizzato attraverso il processo chiamato Efg (Edge-defined Film-fed Growth Method), che ne garantisce la resistenza all’abrasione e agli agenti chimici, oltre a donargli elevata trasparenza.

    Girando l’orologio, il fondello in titanio grado 5 ha inciso al laser il simbolo del sonar e l’ippocampo di Omega, oltre all’iscrizione “Diver’s watch 6000 m for saturation diving”. Questa ne certifica la conformità alle immersioni in saturazione e soddisfa lo standard ISO 6425 per gli orologi subacquei destinati a questo tipo di immersioni.

    Una certificazione rilasciata dall’ente di prova indipendente svizzero Metas, insieme a quelle della resistenza magnetica e della precisione del movimento: una prima assoluta nell’industria dell’orologeria. Completa il look dell’orologio un cinturino Nato a righe ciano e nero, realizzato con filo di poliammide proveniente da reti da pesca riciclate.

    … ma anche nell’acciaio

    Pur condividendo le stesse specifiche della referenza in titanio, i sei modelli in O-MegaSteel hanno qualche differenza nell’esecuzione e nel design della cassa. Pur con dimensioni identiche, 45,5 mm di diametro per 18,12 mm di spessore, nelle versioni in acciaio quest’ultima ha una forma asimmetrica e spallette proteggi-corona, piuttosto nuove per Omega.

    Anche qui il vetro zaffiro sporgente si ispira alla forma dell’oblò del sottomarino Five Deeps, con una bombatura che favorisce la distribuzione uniforme delle sollecitazioni sul vetro stesso quando la pressione aumenta. Per la corona e il fondello funziona lo stesso principio: non a caso ci sono ben quattro brevetti riguardanti l’architettura della cassa.

    Il risultato? Il Seamaster Planet Ocean Ultra Deep è impermeabile fino 600 bar, anche se in realtà gli orologi sono testati fino a 750 bar, per garantire un margine di sicurezza del 25%. Ecco perché, a mio avviso, è uno dei subacquei più impressionanti mai commercializzati.

    Omega ha lavorato molto bene anche sull’assortimento cromatico dei quadranti e delle lunette. È possibile scegliere l’abbinamento tra il quadrante con effetto sfumato che va dal blu a nero e la lunetta nera; quello tra quadrante sfumato dal grigio al nero e lunetta arancione; o ancora quello con quadrante bianco e lunetta blu.

    Per amore di omogeneità, io comprerei la versione con il bracciale in O-MegaSteel, anche perché ha la fibbia déployante allungabile brevettata con la regolazione complementare e l’estensione per essere utilizzata sopra alla muta. Ciascun orologio offre però l’alternativa del cinturino in caucciù, con una struttura a muta sul lato superiore e la fibbia in O-MegaSteel.

    Il calibro Omega Master Chronometer 8912 e i prezzi

    La cosa più importante che accomuna le referenze in acciaio con quella in titanio è però il movimento. Tutta la collezione Seamaster Planet Ocean Ultra Deep monta il calibro di manifattura certificato Master Chronometer 8912, a carica automatica con due bariletti, autonomia di 60 ore, frequenza 3,5 Hz (25.200 alternanze/ora).

    Il calibro integra alcune tecnologie top di Omega, tra cui lo scappamento Coassiale, la spirale libera in silicio e, naturalmente, la resistenza ai campi magnetici fino a 15mila gauss. Per i puristi dell’estetica, non c’è il datario.

    Come sempre vi rimando alle didascalie per altri dettagli e chiudo con la vil pecunia. Perché un siffatto concentrato di tecnologia ha il suo prezzo che, a essere onesti, è tutto sommato adeguato a un orologio del genere. Si va dai 13.900 euro della versione in titanio ai 13.100 di quella in O-MegaSteel con bracciale, fino ai 12.700 dell’O-MegaSteel con cinturino.

    Forse non vi immergerete nella Fossa delle Marianne, ma un Seamaster Planet Ocean Ultra Deep è comunque un bel compagno d’avventura. Anche perché, a dispetto delle dimensioni, veste bene. L’ho provato in boutique in anteprima, la scorsa primavera, e le sue anse ridisegnate lo hanno accomodato facile facile al mio polso da 16,5 cm. Lasciandoci anche un po’ di nostalgia.

  • Streamliner Tourbillon Vantablack: il nero secondo H. Moser & Cie.

    Streamliner Tourbillon Vantablack: il nero secondo H. Moser & Cie.

    «Il nero è un colore in sé, che riassume e consuma tutti gli altri». Non lo pensa Giorgio Armani aprendo l’armadio ogni mattina per scegliere la T-shirt da indossare, ma lo ha scritto uno che di colori qualcosina ci capiva, Henri Matisse. Avesse avuto al polso il nuovo Streamliner Tourbillon Vantablack di H. Moser & Cie., si sarebbe compiaciuto di quanto aveva ragione.

    I ragazzi di Edouard Meylan hanno fatto un lavoro egregio – un’altra volta -, unendo modernità e tradizione in un orologio che proprio del nero fa la sua firma, non solo estetica. Perché si fa presto a dire nero, ma un quadrante così non si improvvisa. E non è solamente frutto di artigianalità: è tecnologia, è investimento in ricerca, sviluppo e materiali, è scienza. E da qui parto.

    Questo nome non mi è nuovo…

    Il nome dello Streamliner Tourbillon Vantablack di H. Moser & Cie. non ha nulla a che vedere con la fantascienza o con il lato oscuro della Forza, come potrebbe suonare agli appassionati di Star Wars. Intanto, è un nome che abbiamo già imparato a conoscere associato alle collezioni Venturer ed Endeavour del marchio. Venturer Concept Vantablack ed Endeavour Tourbillon Vantablack Black Hands vi ricordano qualche cosa?

    Ebbene, questa volta la banda Meylan ha associato il Vantablack alla sua collezione più moderna, la Streamliner, che ci sta dando belle soddisfazioni in termini di innovazioni da un paio d’anni a questa parte. Ed è riuscita a ottenere un risultato interessante: ha fatto brillare il nero assoluto. Impossibile? No, se si lavora per contrasti. Vediamo come.

    Vantablack: scienza, non fantascienza

    Per capirlo, partiamo dal rinfrescare la memoria sul Vantablack. Lungi dall’essere il cugino di Darth Vader, come abbiamo detto, altro non è che il nome commerciale di un materiale sviluppato, brevettato e creato una decina di anni fa dall’azienda britannica Surrey NanoSystems. Il nome è l’acronimo dell’inglese Vertically Aligned NanoTube Arrays (schiere di nanotubi allineati verticalmente), unito alla parola Black, nero.

    L’utilizzo di nanotubi di carbonio sul quadrante di un orologio non è una novità: qualche anno fa, anche Panerai li aveva impiegati nel Lab-Id Luminor 1950 Carbotech. E prima ancora Richard Mille, a cominciare dall’RM 050 lanciato nel 2012. Ma il Vantablack è un salto qualitativo, come dimostrano gli esemplari già nel catalogo di Moser. Perché è stato il materiale più scuro conosciuto fino a quando, nel 2019, alcuni ingegneri del Massachusetts Institute of Technology ne hanno sviluppato uno ancora più scuro.

    La caratteristica del Vantablack è quella di assorbire quasi totalmente la luce: si mangia il 99,965% di quella emessa da un fotone. E per questo motivo è impiegato in astrofisica all’interno dei telescopi, in ambito militare per il camouflage termico, nella sfera civile per la costruzione di pannelli solari. Giusto per completezza, il materiale del MIT ne assorbe il 99,995%, ma dubito che l’occhio umano si accorga di questo 0,03% di differenza.

    Occhio umano che ha bisogno di luce riflessa per poter percepire ciò che gli si trova davanti, e così quando osserva il Vantablack lo percepisce come assenza di materia. Guardando il quadrante dello Streamliner Tourbillon Vantablack di H. Moser & Cie. dovremmo avere più o meno la stessa sensazione che avremmo se guardassimo un buco nero. Fa un po’ impressione, ma è emozionante.

    La brillantezza dell’oro

    E dove sta allora il contrasto? Come far brillare l’assenza di luce? Lavorando sul materiale della cassa e del bracciale, l’oro rosso 5N. La cassa da 40 mm ha la forma a cuscino che è il marchio estetico della collezione Streamliner, così come ben riconoscibile è il bracciale integrato con maglie articolate. Ciò che fa la differenza ed esalta il nero è la lavorazione del metallo.

    La carrure alterna superfici satinate orizzontali, satinate soleil e lucide. Le maglie del bracciale sono satinate verticalmente all’esterno, all’interno e di lato; la smussatura è invece lucida, così come lucidi sono i lati interni delle maglie, dove si congiungono tra loro. Queste superfici, nascoste quando il bracciale è compatto, diventano visibili ogni volta che le maglie vengono piegate, generando giochi di luce sul bracciale.

    In oro rosso sono anche gli indici, elementi a diretto contatto con il nero del quadrante e che, per questo, sono stati oggetto di particolari attenzioni da parte di Moser. Non sono infatti applicati, ma posizionati sul quadrante attraverso la parte posteriore, utilizzando una speciale placca: in questo modo, a seconda dell’angolatura con cui si guardano, compaiono o scompaiono alla vista.

    Le lancette delle ore e dei minuti sono anch’esse in oro rosso, con la classica forma “a siringa” della collezione Streamliner. E sono evidenziate dagli inserti luminosi in Globolight, materiale a base di ceramica che contiene Super-LumiNova.

    Il tourbillon volante secondo H. Moser & Cie.

    Non dimentichiamo che nel proprio nome, lo Streamliner Tourbillon Vantablack ha anche la parola tourbillon. Che nel caso di H. Moser & Cie. non poteva essere un tourbillon qualunque: doveva essere volante, il top della complicazione. Un sistema che ha un secolo di storia, sviluppato dal maestro orologiaio sassone Alfred Helwig intorno al 1920.

    Helwig, originario della valle di Glashütte, patria dell’orologeria tedesca, aggiornò l’invenzione di Abraham-Louis Breguet fissando il meccanismo regolatore a un unico punto e impiegando due cuscinetti, posti tra loro a una distanza minima, per governare il tourbillon. Nella versione di Helwig la gabbia che racchiude scappamento, ruota e spirale del bilanciere è fissata da un unico ponte ancorato alla platina del movimento.

    Una trovata tecnica che come ha una conseguenza estetica: far apparire il tourbillon, durante la rotazione, come sospeso nel vuoto. Eliminato il ponte nella parte superiore, il tourbillon volante infatti lascia liberi alla vista la gabbia e l’intero meccanismo.

    Il calibro e le sinergie industriali di H. Moser & Cie.

    Il tourbillon volante un minuto con ponti scheletrati dello Streamliner Tourbillon Vantablack è posizionato a ore 6 e fa da pacemaker al cuore dell’orologio, il calibro automatico HMC 804. Un movimento da 21.600 alternanze/ora, che ha un’autonomia minima di 72 ore ed è un esempio di efficace sinergia industriale. H. Moser & Cie. ha infatti una società sorella specializzata nella realizzazione di componenti orologieri per scappamenti, la Precision Engineering AG, incorporata nel 2012 nella Moser Watch Holding.

    Precision Engineering produce pezzi come organi di regolazione e spirali del bilanciere, utilizzati sia per la produzione interna sia per la fornitura a società partner. E nei propri laboratori copre tutte le fasi della costruzione, dalla progettazione fino alla realizzazione del prodotto da integrare nel movimento orologiero che dovrà regolare.

    Per il calibro HMC 804 dello Streamliner Tourbillon Vantablack, Precision Engineering ha sviluppato e prodotto in-house una doppia spirale, che riesce a correggere lo spostamento del punto di gravità subìto da ciascuna molla al momento dell’espansione, e riduce anche l’effetto di frizione. Così la precisione e l’isocronia del movimento risultano di gran lunga migliori.

    Streamliner Tourbillon Vantablack: conclusioni

    Come sempre, dopo aver raccontato tante belle cose, mi tocca tornare sulla terra e parlare di vil denaro. Perché questo concentrato di tecnologia costa, come è giusto che sia. I materiali, i macchinari, le persone e il loro tempo vanno pagati, altrimenti in H. Moser & Cie. farebbero volontariato, non orologi. E pagati il giusto, perché lo Streamliner Tourbillon Vantablack costa 126mila euro, un prezzo in linea con la media del listino del marchio. Anche con orologi dal contenuto tecnico inferiore.  

    E se ho aperto con Matisse, permettetemi di chiudere con Goethe, il quale senza saperlo formulò un pensiero che è il perfetto pay-off per questo orologio: «Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera». Volete dargli torto?

  • Tissot PRX: storia di un successo… di squadra

    Tissot PRX: storia di un successo… di squadra

    “Squadra che vince non si cambia” è un adagio che vale in ogni sport, dal calcio alla pallavolo, la cui nazionale italiana è fresca campione del mondo. Vale anche in orologeria, come dimostra la collezione Tissot PRX. Un modello vincente già quando apparve per la prima volta, nel 1978, e che il brand di Le Locle ha rilanciato a inizio 2021 con analogo successo. Un boom che ha spinto Tissot non solo a non cambiare la squadra, ma ad arricchirla di nuovi campioni.

    Come i più attenti di voi ricorderanno (i meno attenti possono rinfrescarsi la memoria leggendo qui), la prima referenza del Tissot PRX rilanciata a febbraio dello scorso anno è stata quella con cassa da 40 mm, quadranti blu, nero o argento e movimento al quarzo. Un successone che ha costretto l’azienda a riassortire continuamente i negozi. E l’ha indotta a considerare l’idea di allargare la collezione.

    Più colori, meno millimetri

    Tissot lo ha fatto in maniera razionale, evitando di moltiplicare le referenze in modo incontrollato, ma muovendosi lungo quattro direttrici: ampliamento dei colori, arricchimento delle complicazioni, diversificazione delle misure, introduzione di nuovi calibri.

    Andando in ordine, la palette del Tissot PRX si è allargata a cromie più moderne e alla moda come l’azzurro, il verde e lo champagne. Poi, oltre al solo tempo, è entrato in collezione anche il cronografo, che tanto piace agli appassionati italiani e di cui abbiamo già scritto qui.

    In terzo luogo, nemmeno questo orologio è sfuggito alla tendenza della riduzione delle dimensioni di cassa, con il 35 mm al quarzo che ha affiancato il classico 40: per vestire i polsi femminili ma anche quelli dei maschietti alla ricerca di orologi più portabili. Infine, il nuovo movimento, aspetto sul quale voglio soffermarmi un po’ di più.

    Il Tissot PRX si è fatto automatico

    La presentazione del PRX lo scorso anno è stata fatta in digitale, si era ancora alle prese con i disastri della pandemia. Ricordo di aver chiesto all’amministratore delegato di Tissot, Sylvain Dolla, come mai l’orologio fosse mosso da un calibro al quarzo. Nella sua risposta articolata, una delle motivazioni era storica: gli anni ’70 erano gli anni del quarzo e da quell’epoca arrivava il PRX.

    Dolla non aveva certo chiuso all’idea di un Tissot PRX con movimento automatico. Anzi, lo aveva anticipato con l’obiettivo di fare dell’orologio un bestseller sui mercati orientali, amanti di bilancieri e scappamenti più che dei cristalli di quarzo. Così come automatico sarebbe stato anche il cronografo, che infatti monta un Valjoux A05 H31, derivato da quel Valjoux 7753, prodotto da Eta (di proprietà di Swatch Group). Un calibro “storico”, più affidabile e resistente di un mulo degli alpini su un ghiaione delle Dolomiti.

    Anche per il solo tempo Tissot aveva la soluzione in casa: il calibro Powermatic 80 da 80 ore di autonomia, che equipaggia i tre lancette di fascia alta del marchio e che sempre da un Eta arriva. L’ideale per motorizzare il PRX da 40 mm.

    La versione automatica del Tissot PRX da 40 mm si differenzia esteticamente da quella al quarzo per la lavorazione del quadrante. Se in quest’ultima c’è una satinatura verticale, nell’automatico compare il decoro cosiddetto a petite tapisserie, che dà all’orologio un percepito di qualità più alto. La gamma dei colori rimane la medesima, con l’introduzione del verde e della lunetta con trattamento Pvd oro rosa nella versione argento. Sul nero e sul blu, Tissot dà l’alternativa del cinturino in pelle.

    C’è Powermatic e Powermatic…

    La vera differenza, però, sta all’interno della cassa. Ed è il Powermatic 80, calibro che appartiene a una famiglia basata sull’Eta C07.611, a sua volta derivato dal 2824-2. Tutti i Powermatic 80 hanno una frequenza del bilanciere di 3 hertz o 21.600 alternanze/ora, che corrisponde alla riduzione di un hertz rispetto al 2824-2. Visivamente, questa riduzione si traduce in piccoli scatti nella lancetta dei secondi, che non tutti gli appassionati apprezzano.

    In Tissot non hanno scelto di abbassare la frequenza perché sono dei Tafazzi, ma per un motivo pratico e utile. Un bilanciere con frequenza più alta richiede di norma un consumo di energia più elevato, che si traduce in minore autonomia. Abbassando la frequenza, modificando il bariletto e introducendo uno scappamento senza scatto all’indietro, regolato da viti di massa sul bordo del bilanciere, sono riusciti a ottenere le 80 ore di autonomia.

    Sotto la dicitura Powermatic 80 sono compresi differenti tipi di movimenti che si distinguono tra loro per il materiale con cui è realizzato lo scappamento: plastica, metallo, silicio, o ancora Nivachron, la lega a base di titanio sviluppata da Nivarox (altra azienda di Swatch Group) e Audemars Piguet, di cui potete leggere qui. A seconda del materiale impiegato, cresce il livello qualitativo del movimento.

    Per qualitativo intendo la capacità di assicurare la costanza di marcia, fornita dallo scappamento e fondamentale per la precisione dell’orologio. Così fondamentale che chi sviluppa movimenti deve tenere in considerazione tutti gli elementi che possono influire negativamente sullo scappamento – magnetizzazione in primis – e, di conseguenza, sulla costanza di marcia.

    La spirale in Nivachron è quella che al momento offre le maggiori garanzie in tal senso. E si trova nel Powermatic 80 montato nelle due referenze più preziose del Tissot PRX 40 mm: le versioni Gold, che affiancano quelle citate sopra. Come il nome lascia intuire, il loro tratto distintivo è la lunetta scanalata in oro rosa massiccio da 18 carati. Inoltre, hanno il quadrante blu o marrone sfumato, lavorato con finitura soleil e non a petite tapisserie.

    Estetica riconoscibile, prezzo accessibile

    Per il resto, le caratteristiche di base sono le stesse degli altri 40 mm: impermeabilità della cassa fino a 10 atmosfere; spessore di 10,9 mm; bracciale integrato in acciaio a maglia singola, con finitura satinata verticale, e chiusura déployante con due pulsanti di sicurezza.

    Attualmente la collezione PRX include 21 modelli, tra meccanici e non, distribuiti su cinque prezzi: 375 euro per i 35 e i 40 mm al quarzo, 475 le versioni champagne; 695 euro per l’automatico con bracciale e 645 per quello con il cinturino; 2.095 euro per le versioni con la lunetta in oro massiccio.

    La strategia di Tissot

    In questo modo, Tissot ha creato una collezione razionale sia dal punto di vista delle referenze, sia del prezzo, mantenendola all’interno di quel segmento che l’appassionato si aspetta dal marchio. Segmento commerciale, certo, ma anche qualitativo.

    Perché il Tissot PRX rimane uno dei più clamorosi successi di prodotto degli ultimi anni all’interno dell’orologeria di fascia media. La prova che per creare un orologio che, come dicono i ragazzi, spacca, non servono materiali da fantascienza e cartellini a cinque o sei cifre. Bastano una chiara visione dei bisogni del mercato e la capacità industriale per soddisfarli. Se ti chiami Tissot e appartieni a Swatch Group, le hai entrambe. E gli appassionati ringraziano.

  • Mido Multifort Powerwind Chronometer: dal passato al futuro

    Mido Multifort Powerwind Chronometer: dal passato al futuro

    Il drammaturgo inglese Thomas Holcroft scrisse una volta che “il passato è un segnale di direzione, non un palo dove appoggiarsi”. Senza saperlo, aveva ideato quello che potrebbe essere il pay-off del Mido Multifort Powerwind Chronometer. È una delle novità lanciate questa estate dal marchio del Gruppo Swatch, che a differenza di altri brand ha scelto la bella stagione per presentare begli orologi. Pezzi che, nel caso del Multifort Powerwind Chronometer, hanno anche un bel passato.

    Mido all’avanguardia già negli anni ‘50

    Correva l’anno 1954 e, come molti settori, anche quello degli orologi da polso era in pieno fermento innovativo, sulla spinta dell’entusiasmo e della voglia di rinascita che seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale. Era il momento giusto per sperimentare e lanciare nuovi prodotti, anche servendosi di tecnologie sviluppate nei decenni precedenti. Così fece Mido, presentando il suo Powerwind.

    Nelle reclame dell’epoca, di cui potete vedere un paio di esempi nella galleria fotografica, non si portava l’attenzione tanto sull’estetica dell’orologio, quanto sui contenuti tecnici. Il nuovo calibro 917P era assemblato con meno della metà dei componenti che costituivano il suo predecessore (7 contro 16, per limitarsi a quelli principali), quindi offriva una manutenzione più semplice. Poteva inoltre contare su una spirale mai vista, frutto di una ricerca tecnologica rara a quei tempi. Montato su 17 rubini, aveva una frequenza di 18.000 alternanze orarie e un’autonomia di 41 ore.

    Fin dagli anni ’20, Mido cercava infatti di produrre un orologio per “vincere le esigenze della vita moderna”: resistente agli urti, all’acqua, alla polvere, al magnetismo, agli sbalzi di temperatura, ai profumi, agli olii e ad altri prodotti chimici. Il Multifort, realizzato in numerosi modelli dal 1934 in poi, fu la prima di molte innovazioni che costruirono la reputazione tecnica dell’azienda.

    Nel 1935 Mido lanciò un orologio da polso automatico – non il primo, ma sicuramente uno dei più affidabili tra i primi automatici. E due anni dopo fu la volta del Permadur, che prendeva il nome dalla innovativa lega con cui era fatta la spirale. Una lega dalle particolari proprietà elastiche e antimagnetiche, sviluppata apposta per essere quasi indistruttibile, visto che la fragilità era da sempre il tallone d’Achille delle molle del bilanciere.

    Un calibro che ha il suo perché

    Un riassuntino da secchione per farvi capire da quale continuo lavoro di ricerca e sviluppo su materiali e tecnologia nacque, nel 1954, il sistema Powerwind per gli orologi automatici, che abbinava una costruzione più semplice a una maggiore autonomia. Quello stesso nome è oggi riportato alla luce dalla Marca nel Mido Multifort Powerwind Chronometer che, come potete intuire, ha ancora qualcosa in più rispetto al predecessore.
    Il calibro automatico che lo anima è infatti un Eta 2836-2 certificato cronometro dal Cosc, il Côntrole Officiel Suisse des Chronomètres, che ne assicura la precisione (per quanto possibile, come potete ben leggere qui). Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia di 38 ore.

    Mido ha in casa un movimento eccezionale per qualità e resistenza, quel Calibro 80 da 80 ore di autonomia che è frutto delle sinergie rese possibili da un colosso come Swatch Group. Una tecnologia condivisa con altri marchi della famiglia come Tissot e Rado che qui, però, Mido ha scelto di non usare, affidando la qualità dell’orologio alle mani del Cosc e a un Eta. Una scelta che ritengo coraggiosa e logica, perché in linea con la filosofia che ha ispirato la riedizione di questo orologio. E dimostra quanto il marchio sia consapevole della qualità di ciò che produce.

    L’estetica del movimento è arricchita dalla massa oscillante decorata a Côtes de Genève e personalizzata dal logo Mido. Purtroppo non è visibile, perché il fondello è in acciaio, chiuso, e ha inciso sul bordo esterno il numero progressivo dell’edizione limitata. Sbadato come sono, mi ero scordato di scrivere che l’orologio è prodotto in 1954 esemplari. Il perché di questo numero mi pare evidente…

    Ma il Mido Multifort Powerwind Chronometer è anche bello…

    I più attenti di voi avranno notato che in questo articolo ho un po’ cambiato il mio approccio all’orologio. Normalmente comincio scrivendo del cosiddetto habillage – parola un po’ fighetta che si usa per definire l’estetica di cassa, quadrante e bracciale -, finendo con il calibro. Eccomi ora, invece, a parlare del colpo d’occhio e delle finiture del Mido Multifort Powerwind Chronometer dopo aver scritto del movimento.

    Comincio dal quadrante, che modernizza alcuni elementi estetici del suo predecessore come per esempio la bombatura. Il colore è un bel blu profondo con lavorazione soleil, sul quale sono applicati gli indici color oro rosa, sfaccettati e lucidi, che creano contrasto con la superficie scura. Belli anche il logo Mido vintage a ore 12 e la scritta Powerwind a ore 6, nei caratteri tipografici originali degli anni ’50.

    Le lancette di ore e minuti in oro rosa hanno la forma cosiddetta ad Alfa, come nell’originale modello da uomo del 1954. Il datario in formato day-date a ore 3 è a mio avviso piuttosto ingombrante (non c’era la data nei modelli del ’54) e rompe l’armonia dell’insieme. Ma del resto bisogna accontentare un po’ tutti, anche coloro i quali non possono fare a meno di usare l’orologio per sapere che giorno è…

    La cassa è in acciaio con lavorazioni lucide e satinate e ha un diametro da 40 mm: lontano dalle misure amate negli anni ’50 e più in linea con i gusti moderni, ma tutto sommato una dimesnione equilibrata. Niente cinturini per il Mido Multifort Powerwind Chronometer, perché è disponibile solo con bracciale in acciaio con chiusura a farfalla e pulsanti di sicurezza. Un bracciale molto morbido, con un design a chicchi di riso: le cinque file centrali sono lucide, le due laterali satinate. Meglio così: penso che un cinturino in pelle o in alligatore avrebbe mortificato lo spirito rétro dell’orologio.

    In sintesi…

    Il Multifort Powerwind Chronometer è in definitiva un orologio che solo Mido poteva creare. Perché è un oggetto curato, discreto, con un’anima e un look che non scimmiottano il passato ma lo attualizzano. E perché, con i suoi 1.160 euro, si inserisce in una fascia prezzo congeniale al portafoglio del Marchio di Le Locle. Un ottimo modo per staccarsi dal palo del passato e puntare dritto al futuro.

  • 1815 Rattrapante: il brivido di A. Lange & Söhne

    1815 Rattrapante: il brivido di A. Lange & Söhne

    Quando ho avuto tra le mani il materiale stampa del nuovo 1815 Rattrapante di A. Lange & Söhne mi è tornata alla mente un’amica, ferratissima sulla moda ma del tutto digiuna d’orologeria. Costei, anni fa, mi confessò che associava la parola “rattrapante” alla sensazione di brivido.

    Curioso, perché nel vedere la nuova creazione del marchio sassone, credetemi, ho provato un brivido. Motivo per cui aspetto di poterlo tenere tra le mani per sentire se questo brivido si riproporrà ancora più forte. Come spesso accade toccando gli orologi di A. Lange & Söhne.

    Arrivo dunque al 1815 Rattrapante dopo questa premessa personale, di cui probabilmente non interesserà un fico secco a nessuno di voi ma che mi serve per mettere in chiaro una cosa: parlo dell’orologio avendolo visto solo in fotografia. Il mio racconto sarà dunque per forza di cose parziale, ma cercherò comunque di fare del mio meglio.

    A. Lange & Söhne e le complicazioni

    Credo che molti di voi sappiano che la storia moderna di A. Lange & Söhne è relativamente breve. Dopo un centinaio d’anni di vita, tra il 1845 e il 1945, il marchio rimase dormiente fino a quando Walter Lange, pronipote del fondatore Ferdinand Adolph Lange, il 7 dicembre 1990 (145 anni dopo la prima apparizione del marchio “A. Lange, Dresden”) fondò la Lange Uhren GmbH.

    I primi orologi furono presentati quattro anni dopo. E fu subito chiaro a tutti che la manifattura, la quale nel frattempo aveva riacquisito i diritti sul marchio A. Lange & Söhne, faceva sul serio. Solo pezzi di altissima artigianalità, con materiali preziosi e complicazioni sopraffine. Tra queste, il cronografo rattrapante, o sdoppiante, non poteva mancare.

    Il 1815 Rattrapante: alla fine arriva lui

    Sulla storia e sulle caratteristiche del cronografo rattrapante non torno: a questo link potete trovare qualche informazione di base. Preferisco ricordare rapidamente alcuni orologi di A. Lange & Söhne che possono vantare questa complicazione, senza far torto agli esclusi. Un excursus che mi dà l’occasione di segnalare come, curiosamente, il marchio sassone sia arrivato a realizzare il crono rattrapante “basico” dopo averne sperimentato due versioni ben più complesse.

    Il Double Split del 2004 è stato il primo cronografo meccanico al mondo con doppia funzione rattrapante. Presentava due lancette cronografiche e due lancette rattrapanti ed entrambe le coppie potevano essere fermate separatamente. Inoltre, le lancette rattrapanti ferme potevano ricongiungersi a quelle del cronografo ancora in funzione. Ciò consentiva misurazioni meccaniche, comparative e intermedie, di eventi della durata massima di 30 minuti.

    Il Triple Split del 2018 introduceva una nuova dimensione della misurazione del tempo. Era infatti il primo cronografo meccanico rattrapante al mondo che consentiva misurazioni comparative di più ore. Questo era possibile grazie al meccanismo a triplo rattrapante per secondi, minuti e ore. Poteva misurare e confrontare con precisione tempi singoli e additivi, un numero illimitato di tempi intermedi e di riferimento e due eventi avviati contemporaneamente, che duravano fino a dodici ore. Il tutto con la precisione di un sesto di secondo.

    Infine, del 2020 è il primo rattrapante “basico”, il 1815 Rattrapante Honeygold “Homage to F. A. Lange”, di cui la nuova referenza è la diretta discendente. Lanciato come parte della trilogia “Homage to F.A. Lange”, celebrativa del 175° anniversario dell’alta orologeria sassone, il 1815 Rattrapante era l’unico dei tre pezzi a essere un modello completamente nuovo: il primo cronografo rattrapante puro della manifattura, sorprendentemente snello per i suoi standard. Un’edizione, quella dell’anniversario con cassa in oro e quadrante nero, esaurita rapidamente.

    Edizione… un po’ meno limitata

    Il nuovo 1815 Rattrapante di A. Lange & Söhne ha invece la cassa in platino e il quadrante in argento massiccio. Una combinazione piacevole e per così dire familiare, spesso vista sui modelli meno complessi del marchio. La livrea argento e blu è infatti rara per i cronografi Lange, che tendono ad avere quadranti di colore scuro.

    Il 1815 Rattrapante è degno di nota anche perché l’originale in Honeygold era limitato a soli 100 esemplari, mentre per la nuova referenza ne sono previsti 200. Questo orologio, così come quello del 2020, meriterebbe secondo me un pubblico più ampio, perché attraente da più punti di vista.

    A partire dal fatto che è sottile e sobrio, a differenza della maggior parte dei complicati di Lange. Vanta comunque un movimento con la profondità visiva e le decorazioni impeccabili tipiche del marchio. Detto questo, comprendo alla perfezione A. Lange & Söhne quando dichiara che “data la sua complessità orologiera, questo capolavoro è limitato a un’edizione globale di 200 esemplari”.

    La disposizione verticale dei contatori è la medesima dell’edizione 2020, ma in più rivela le origini del movimento di base, l’L101.1 del 1815 Calendario Perpetuo Rattrapante. L’L101.2 del 1815 Rattrapante rimuove il meccanismo del calendario: in questo modo riduce ulteriormente lo spessore del movimento, preservando la meccanica visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro.

    Il calibro del 1815 Rattrapante in puro stile A. Lange & Söhne

    Il calibro di manifattura Lange L101.2 a carica manuale è dotato di due lancette cronografiche centrali sovrapposte: quella del cronografo, in acciaio rodiato, e quella del rattrapante, in acciaio azzurrato. Entrambe si avviano insieme premendo il pulsante a ore 2. La lancetta del rattrapante può ora essere arrestata indipendentemente da quella del cronografo premendo il pulsante a ore 10 e quindi risincronizzata con essa.

    Una facilità di utilizzo che deriva da un calibro realizzato secondo gli standard elevatissimi del marchio, ma che manca di quell’approccio eccessivamente ingegnerizzato che è classico di A. Lange & Söhne. Per esempio, non utilizza un isolatore per la funzione rattrapante, che riduce la resistenza quando le misurazioni dei secondi sono separate. E si affida a una molla elicoidale cilindrica per il meccanismo di reset. Dettagli tecnici che vanno a vantaggio dello spessore del movimento: solo 7,4 mm.

    Sebbene l’L101.2 sia meccanicamente identico al movimento incassato nell’edizione celebrativa “Homage to F. A. Lange”, tuttavia è rifinito in modo diverso. Al posto della finitura satinata riservata alle edizioni limitate, i ponti sono decorati con le classiche strisce di Glashütte (Côtes de Glashütte le chiamano alcuni, per sfottere le Côtes de Genève degli svizzeri), che conferiscono loro l’estetica tipica di Lange.

    Altro punto di eccellenza nella lavorazione del calibro è la finitura manuale ad anglage dei bordi periferici e dei lati superiori dei componenti mobili del cronografo rattrapante, come le leve e le molle. Questo tipo di finitura, che prevede uno smusso a 45 gradi della parte lavorata, la rende più bella ma non è un vezzo estetico. Ha un fine pratico: evita la presenza di spigoli vivi che in caso di urti potrebbero rompersi, liberando nella cassa piccoli pezzi di metallo, letali per il funzionamento del calibro. Non è un lavoro per tutti: solo gli artigiani esperti riescono a lucidare a mano gli angoli.

    Come sempre, vi rimando alle didascalie per ulteriori dettagli sul calibro Lange L101.2 e sul 1815 Rattrapante. Il prezzo non è disponibile, ma dovrebbe essere in linea con quello dei complicati di A. Lange & Söhne (la versione in Honeygold costava 130mila euro).

    In chiusura, torno alla mia amica che associava il rattrapante al brivido. Sempre a lei, la parola tourbillon faceva venire in mente le giostrine su cui andava da piccola: chissà che non mi sia da spunto per aprire il prossimo pezzo su questa complicazione… Magari proprio di un Lange.

  • RM UP-01 Ferrari: l’ultrapiatto secondo Richard Mille

    RM UP-01 Ferrari: l’ultrapiatto secondo Richard Mille

    In Richard Mille non la fanno semplice, decisamente. Prendete la partnership con Ferrari, comunicata a febbraio 2021. Pochi mesi dopo l’annuncio, qualsiasi altro marchio avrebbe sfornato un orologio dedicato. Loro invece ci hanno messo più di un anno prima di presentare l’RM UP-01 Ferrari. Perché questo non è un marchio qualsiasi. E come c’era da aspettarsi, il risultato non è un orologio qualsiasi: è una vera bomba.

    Un orologio sorprendente, un Richard Mille che non sembra un Richard Mille e che sui social network e sui forum di appassionati ha generato, al momento dell’uscita, più perplessità che entusiasmo. Ma è sempre così: il genio è spesso nemico della prima impressione, va studiato con calma per poterlo capire e giudicare. Dopodiché ciascuno è libero di avere la propria idea, purché sia un’idea informata. Vediamo se, insieme, riusciamo a farcela questa idea.

    I numeri dell’RM UP-01 Ferrari

    Perché ho scritto che l’RM UP-01 Ferrari è un Richard Mille in incognito? Proprio perché ho utilizzato l’approccio da “prima impressione”. Si era mai visto, prima d’ora, un orologio simile? No. E per provare a capire di che cosa si tratta, parto dai numeri.

    Nonostante al liceo fossi una capra tibetana in matematica, ciò che mi hanno insegnato e di cui rimango convinto è che i numeri si analizzano ma non si interpretano. E i numeri dell’RM UP-01 Ferrari sono inequivocabili. Cassa da 51 x 39 mm, sottile 1,75. Movimento a carica manuale spesso 1,18 mm, pesante 2,82 grammi, capace di resistere ad accelerazioni di oltre 5mila g. Autonomia di 45 ore; 6mila ore di sviluppo e prove in laboratorio.

    Basterebbero lo spessore della cassa e quello del movimento per capire che con questo orologio i tecnici di Richard Mille hanno dovuto trovare soluzioni straordinarie a problemi straordinari. Problemi dettati dalle tolleranze al decimo di millimetro che la cassa e il movimento dell’RM UP-01 Ferrari hanno messo di fronte agli ingegneri del brand.

    Richard Mille alla prova dell’ultrapiatto

    La soluzione trovata è straordinaria nel risultato più che nell’idea. Una soluzione da economia domestica, mi viene da dire. Se ho tante T-shirt da infilare in un cassetto poco profondo, non le impilo ma le distribuisco sull’intera superficie del cassetto; ce le faccio stare tutte, diminuendo lo spessore del malloppo. Allo stesso modo, Richard Mille ha distribuito su una superficie più ampia tutto ciò che poteva non essere impilato, creando una simbiosi tra il movimento e la cassa. In questo modo, ciascun componente garantisce la necessaria rigidità dell’altro. Facile a dirsi, ma provate a farlo in una cassa così…

    Inoltre, l’idea era che l’orologio mantenesse un’architettura tradizionale in cui le componenti del movimento fossero montate all’interno della cassa. In altri recenti ultrapiatti invece sono integrate nel fondello, che ha funzione di platina e garantisce maggiore resistenza agli urti. Ecco perché la cassa dell’RM UP-01 Ferrari è stata lavorata nel reparto movimenti del brand anziché in ProArt, fabbrica satellite di Richard Mille destinata alla produzione delle casse.

    L’RM UP-01 Ferrari dentro e fuori

    Fatta questa lunga ma necessaria premessa, vediamo che cosa c’è dentro e fuori l’orologio. Intanto, il titanio grado 5 è l’elemento che accomuna la cassa, il treno del tempo, la platina e i ponti scheletrati. All’interno della cassa, la nuova architettura del movimento ha portato Richard Mille a sviluppare diversi brevetti, tra cui un bariletto e uno scappamento ultrapiatti.

    Senza entrare troppo in tecnicismi come la curva di rilascio della forza della molla, segnalo che è stata ridisegnata l’intera architettura dello scappamento: sono stati tolti i due elementi che controllano il moto dell’àncora durante la fase libera dell’oscillazione, ossia il disco di sicurezza e il dardo. Per supplire a questa mancanza, la forcella è stata allungata e dotata di nuovi corni. Sparita anche la racchetta di regolazione, sostituita da un bilanciere in titanio a spirale libera e inerzia variabile. In cui sei pesi consentono una calibrazione fine della frequenza.

    Un’architettura anomala

    Tutto molto bello, direbbe Bruno Pizzul, ma alla fine chi acquista un orologio vuole lasciarsi sedurre anche dall’estetica. E l’estetica ci parla di una cassa dalla forma tonneau che si sviluppa in orizzontale anziché in verticale, come nella tradizione di Richard Mille, e sulla quale si trovano quattro aperture. Se volessimo immaginarla come una cassa tradizionale, potremmo dire che sono posizionate a ore 12, tra ore 1 e 2, tra ore 7 e 8 e tra ore 10 e 11.

    A ore 12 si trova l’indicazione di ore e minuti, con le lancette fissate direttamente sulle ruote del treno del tempo. Tra ore 1 e 2 fa bella mostra di sé il bilanciere. Continuando in senso orario, troviamo prima la corona per caricare l’orologio o correggere l’ora; e poi quella del selettore, che consente di impostare sull’altra corona la funzione di ricarica (W) o quella di rimessa all’ora (H). Entrambe le corone sono integrate orizzontalmente nello spessore della cassa, parallelamente alle ruote del movimento, e sono in acciaio con trattamento superficiale Dlc.

    Un’architettura che si è resa necessaria perché, per alimentare un orologio così sottile, si è dovuto ripensare completamente sia il meccanismo di ricarica, sia quello di rimessa all’ora. È stato infatti eliminato l’asse di carica, perché il suo diametro minimo di 1,5 millimetri non consentiva di infilarlo in uno spazio così angusto.

    Il prezzo dell’eccellenza

    Julien Boillat, Direttore tecnico per le casse di Richard Mille, ha detto che «per un progetto del genere, era necessario mettere da parte tutte le conoscenze accumulate in anni di pratica e ogni possibile standard di orologeria». Infatti, mi dicono le mie fonti, il progetto era in studio da anni e praticamente già pronto: serviva trovare il partner giusto per portarlo dalla carta al polso.

    Ovvio che un orologio così, frutto di oltre 6mila ore di sviluppo e che ha comportato la collaborazione del team di Richard Mille con i laboratori di Audemars Piguet Le Locle, sia prodotto in edizione limitata di 150 esemplari. Ciascuno in vendita al prezzo non indifferente di 1,7 milioni di franchi svizzeri, tasse escluse.

    Una cifra che, come sempre quando si parla di questo marchio, da un lato scandalizza i neo-pauperisti un po’ rosiconi. Dall’altro fa i titoloni sui giornali se qualcuno ha la sventura di farsi scippare l’orologio. Ma è una cifra che nasce da quanto scritto finora: materiali, tecnologie, investimenti in macchinari, anni di studio e di progetti, anni di stipendi pagati a chi ha studiato e progettato quelle tecnologie e quei materiali che hanno permesso di creare l’orologio.

    Badate, non scrivo questo perché ho interesse a difendere il signor Richard Mille o invogliarlo a comprare la pubblicità sul sito. Lo scrivo perché – come ho detto all’inizio – ciascuno ha il dovere di avere un’opinione e il diritto di esprimerla, purché sia informata. Anche questi argomenti servono a costruirsela. A ciascuno poi la libertà di considerare l’RM UP-01 Ferrari un capolavoro di alta orologeria o un costoso giocattolo dall’estetica discutibile.

  • Superocean, dallo Slow Motion a oggi. Così Breitling reinterpreta il passato

    Superocean, dallo Slow Motion a oggi. Così Breitling reinterpreta il passato

    “If everybody had an ocean/across the USA/then everybody’d be surfin’/Like Californi-a…”. Attacca così una canzone che ha quasi 60 anni, ma è partita nella mia mente appena ho visto il nuovo Superocean di Breitling.
    Era il 1963 e i Beach Boys cantavano il manifesto di un’epoca, di un modo di vivere leggero e giocoso. Di una generazione che aveva riguadagnato l’innocenza dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, e che ancora non l’aveva persa nuovamente con quelli del Vietnam. Un mondo in cui il Superocean di Breitling c’era, e teneva il tempo sia sott’acqua sia in spiaggia.

    Alle origini del Breitling Superocean

    La creatura anfibia di Willy Breitling era infatti venuta alla luce sei anni prima, dopo una gravidanza da cui erano nati due gemelli eterozigoti: un subacqueo solo tempo, l’elegante Superocean Ref. 1004; e un cronografo, la sportiva Ref. 807. Gli anni ’50 furono infatti un periodo di fermento per l’orologeria, alla scoperta degli abissi. Oltre a Breitling, anche Rolex, Tudor, Blancpain e altri diedero vita in quel decennio a pezzi che, ancora oggi, popolano con successo le loro collezioni.

    Tornando ai gemelli Breitling del 1957, il primo di loro, il Superocean Ref. 1004, è il nonno della recente collezione Superocean Heritage ’57; mentre il nonno dell’orologio appena presentato arrivò sette anni dopo, nel 1964, sempre grazie a un’intuizione di Herr Breitling.

    Il signor Willy era infatti entusiasta del successone che la Ref. 807 aveva ottenuto tra i subacquei professionisti. Proprio perché andava al polso di gente che affidava in tutto e per tutto la propria sopravvivenza sott’acqua alla leggibilità dell’orologio, voleva però che quella leggibilità fosse facile e pratica. Cosa non sempre possibile con un contatore dei minuti piccolo, benché a contrasto.

    La soluzione? Un ribaltone dal punto di vista del design, quasi una contraddizione in termini: dal cronografo sparì il contatore cronografico dei minuti. Ohibò, possibile? Sì, perché l’indicazione del tempo di immersione fu affidata alla lancetta principale del cronografo, quella centrale, alla quale Willy Breitling tirò, per così dire, il freno a mano.

    La lancetta… alla moviola

    Sulla base del calibro Venus 188 ampiamente utilizzato da Breitling (ma poi ci fu anche il Valjoux 7731), il marchio sviluppò un nuovo movimento e lo chiamò Slow Motion. La lancetta centrale del cronografo compiva infatti un giro completo in un’ora anziché in un minuto, consentendo di leggere il tempo di immersione attraverso essa e i numeri sulla minuteria del quadrante.

    L’orologio, la Ref. 2005 Superocean Slow Motion, era quindi utilissimo allo scopo, ma aveva un limite: come faceva il subacqueo a capire che il cronografo era attivato, dal momento che la lancetta aveva un moto molto lento? Un limite che poteva fare la differenza tra la vita e la morte.

    La soluzione tecnica inventata da Breitling per superare il problema fu l’inserimento di un indicatore circolare di marcia, a ore 6 sul quadrante. Qualcosa che ricordava, per forma e posizione, il disco presente sul quadrante del Fifty Fathoms Mil-Spec di Blancpain. Là, il cambio di colore del disco indicava la presenza di acqua nella cassa, qui indicava l’on/off del cronografo. Quando quest’ultimo era attivato, l’indicatore appariva giallo; se era nero con un puntino giallo nel centro, il cronografo era in stand-by; se era del tutto nero, il cronografo era azzerato e fermo.

    Il fatto che Breitling, con il nuovo Superocean, abbia scelto di richiamarsi a questo particolare pezzo della propria storia va nella direzione che il Ceo Georges Kern ha voluto dare all’azienda da quando si è insediato. Una direzione che è fatta di attenzione al ricco patrimonio di referenze di Breitling, che diventa fonte di ispirazione per le nuove collezioni, senza scimmiottare il passato. Al contrario, rendendolo moderno e appetibile a nuove generazioni di consumatori.

    Il nuovo Superocean: dettagli e calibro

    Ma che cos’ha il nuovo orologio che ricorda i pezzi del marchio degli anni ’60? Principalmente il design. Che oggi ha delle caratteristiche e dei canoni che a noi sembrano fin troppo scontati per un subacqueo, ma che ha le proprie radici ben piantate in quegli anni di ricerca forsennata. A partire dalla parola d’ordine alla base di quegli orologi, che si ritrova nel nuovo Superocean: leggibilità.

    I quadranti delle varie referenze hanno bene in vista tutto ciò che serve e non hanno ciò che non è utile, a partire dal datario. Non c’è, naturalmente, neppure il disco che indicava lo stato del cronografo, dal momento che questo Breitling è un solo tempo. Il réhaut inclinato con la minuteria a contrasto, gli indici applicati belli massicci e inondati di Super-LumiNova, così come le lancette, sono una lezione di chiarezza.

    A proposito di lancette, se quella centrale dei secondi ha la punta cosiddetta “lollipop”, o a lecca-lecca, quella dei minuti ha la punta quadrata come in alcune delle referenze degli anni ’60-‘70. È un po’ ingombrante, ma assolve alla propria funzione in un orologio subacqueo che, come ricorda Breitling, è “perfetto anche per il nuoto, il surf e come accessorio da sfoggiare in spiaggia”.

    Per quanto riguarda il movimento, Breitling è andata sul sicuro, affidando il nuovo Superocean alle prestazioni del calibro B17, una meccanica largamente presente nelle collezioni Avenger, Superocean e Navitimer. È un movimento automatico su base ETA 2824-2, da 28.800 alternanze/ora e 38 ore di autonomia. Una scelta in qualche modo conservativa, che sottolinea come in questo orologio ciò che conta di più è quello che si vede.

    Ce n’è per tutti i gusti

    E ciò che si vede è tanto, specialmente in termini di referenze. Come per il nuovo Navitimer, presentato lo scorso marzo, anche per il Superocean la banda Kern non si è risparmiata, sfornandone la bellezza di 28, distribuite tra quattro misure di cassa: 46, 44, 42 e 36 mm. Casse che sono per la maggior parte in acciaio tranne che per due referenze in bronzo: una da 44 mm, con quadrante e cinturino di caucciù marroni, e una da 42 mm in verde.

    Il colore la fa da padrone nell’intera collezione. I quadranti vanno dal nero al blu, dal bianco al verde, dal marrone a un azzurro turchese che in fotografia (purtroppo non li ho ancora visti dal vivo, mannaggia…) tende quasi a una tonalità Tiffany. C’è anche l’arancione, sia con cassa da 36 sia in una edizione limitata da 42 mm firmata insieme al campione di surf Kelly Slater, da anni membro della Breitling Surfer Squad e volto del marchio svizzero.

    In alternativa al cinturino in caucciù, gli orologi sono disponibili con un bracciale in acciaio a tre file dal design rinnovato. Le due referenze in bronzo montano solo il cinturino, così come la referenza più preziosa, che ha la cassa da 42 mm, la lunetta e la corona in acciaio e oro rosso.

    Come è lecito aspettarsi, data l’estensione dell’assortimento, la forbice di prezzo è piuttosto ampia: va dai 4.350 euro della referenza da 36 mm con cinturino, fino ai 6.400 euro di quella in acciaio e oro. L’edizione limitata è invece in vendita a 4.650 euro.

    Quella vocina che…

    Che dire… Breitling ha ridisegnato dalle basi una collezione già di per sé vincente, che però da alcuni anni non veniva toccata. È noto che, a un certo punto del proprio ciclo di vita, ogni prodotto esige una rinfrescata per far sì che il consumatore continui a percepirne la modernità e la presenza sul mercato. Visto il risultato del nuovo Superocean, però, penso che ci sia qualcosa in più.

    Penso che l’orologio sia un messaggio di Breitling a un certo tipo di clientela: giovane ma attenta alla qualità, attratta dall’estetica ma non digiuna di meccanica. Un messaggio lanciato con una vocina che dice: «Ehi, io so fare queste cose, penso di saperle fare bene e penso che siano ciò che stai cercando. Ti va di seguirmi?». Vedremo se questa vocina saprà farsi ascoltare.

  • Tonda PF GMT Rattrapante: la lezione di essenzialità di Parmigiani Fleurier

    Tonda PF GMT Rattrapante: la lezione di essenzialità di Parmigiani Fleurier

    La prima cosa che abbiamo pensato io e altri colleghi quando, a Watches & Wonders, Guido Terreni ha iniziato la presentazione del Tonda PF GMT Rattrapante proiettandone l’immagine sulla lavagna luminosa è stata: «Dove diavolo sono i contatori del cronografo?».

    La seconda cosa che ho pensato io (non so gli altri…), quando il Ceo di Parmigiani Fleurier ci ha spiegato che l’orologio è “solo” un GMT, è stata che, forse, noi giornalisti di settore non siamo una banda di scemi ma solo persone troppo condizionate dagli stereotipi. Perché senti “rattrapante” e pensi subito a un cronografo. E chi lo ha detto?

    Il disorientamento che ci ha preso di fronte al Tonda PF GMT Rattrapante è la prova provata della bontà del lavoro che Terreni sta svolgendo in tandem con Michel Parmigiani. Se una delle lamentele che più spesso escono dalle bocche dei soloni dell’alta orologeria è che i marchi hanno perso la fantasia, che nascondono dietro ai pezzi “heritage” una drammatica mancanza di idee nuove, questo orologio va nella direzione opposta. Cerchiamo di capire insieme perché.

    Tonda PF GMT Rattrapante: l’inattesa complicazione

    Che cosa sia il Tonda PF GMT Rattrapante lo dice il nome stesso: un orologio GMT con funzione rattrapante. Bene, e come potrebbe funzionare? Che cosa fa nel concreto? Una volta compreso, vedremo che lavora in un modo così evidente e naturale che è difficile capire come mai non esistesse già prima che ci pensasse Parmigiani Fleurier.

    Intanto, su che cosa si intenda per funzione rattrapante, tipica appunto dei cronografi, non ho intenzione di spendere parole: chi non lo sa, legga questo pezzo del maestro Veroni e tutto sarà chiaro. Poi, tanto per proseguire, il Tonda PF GMT Rattrapante è tutto ciò che è il Tonda PF Micro Rotor, di cui ho già scritto qui. Ha lo stesso splendido bracciale, la caratteristica lunetta zigrinata in platino e il delicato motivo guilloché sul quadrante. Tutti dettagli su cui torno nelle didascalie. Ma è altro ancora.

    Come ha fatto dunque Parmigiani Fleurier a traslare la funzione rattrapante su un GMT? Usando quello che è il tratto distintivo del marchio: la semplicità. Semplicità estetica e semplicità di utilizzo. Dove semplicità non significa banalità ma capacità di ridurre forma e funzione all’essenziale, a beneficio di chi indossa ogni giorno l’orologio.

    Tutto parte da un pulsante

    Forma e funzione che sono sintetizzate dal pulsante a ore 8. Non esagero se dico che vale da solo il prezzo dell’orologio, semplicemente per il design eccezionale. Ha la stessa forma dei pulsanti del cronografo Tonda PF e sporge dall’ansa come se fosse una sua estensione naturale. Il profilo è quello dell’ansa, solo un po’ più piccolo in scala, il che lo rende parte integrante della cassa.

    Nella maggior parte dei casi, negli orologi con pulsanti integrati questi vengono nascosti dal design, mentre nel Tonda PF GMT Rattrapante il pulsante non è celato ma esaltato dalla forma e dalla particolare posizione.

    Perché è importante questo pulsante? Perché premendolo accade la magia: a ogni pressione, la lancetta delle ore, in oro rodiato, si sposta di un’ora in avanti in modo da impostare l’ora locale nella posizione attuale di chi indossa l’orologio. Così si rivela un’altra lancetta delle ore, nascosta sotto alla prima e identica a questa in forma e dimensioni ma non in materiale (è in oro rosa), che mostra l’ora di casa. Quindi, se ci si trova a casa rimane visibile una sola lancetta delle ore, perché ora locale e ora di casa coincidono.

    Altri orologi GMT di solito hanno lancette per l’ora di casa piuttosto appariscenti, e questo potrebbe essere appropriato. Ma che cosa succede se ci si trova a casa o, comunque, nel proprio fuso orario locale? Accade che la lancetta GMT diventa inutile e ingombrante perché indica lo stesso orario della normale lancetta delle ore. Ecco quindi che la soluzione ideata da Parmigiani Fleurier incarna l’intero concetto di questo orologio e della filosofia produttiva del marchio: non mostrare ciò che non è necessario.

    Tutto finisce in un pulsante

    E quindi, la funzione rattrapante? C’è un altro pulsante in oro rosa integrato nella corona; quando lo si preme, la lancetta GMT dell’ora locale salta sopra alla lancetta dell’ora di casa per nasconderla nuovamente. Si potrebbe ottenere lo stesso risultato premendo ripetutamente il pulsante a ore 8, ma a che cosa sarebbe servito lo sforzo tecnico e creativo di portare la funzione rattrapante in un GMT?

    I pignolini si aspetterebbero che il pulsante in oro rosa facesse muovere la lancetta in oro rosa. E invece no, perché come ha spiegato Terreni durante la presentazione a Ginevra, la scelta di questo materiale per la lancetta dell’ora di casa non è casuale: l’ora di casa ricorda il tempo in famiglia, il più prezioso, e tale dev’essere anche il metallo che lo rappresenta. Così come di quel metallo è fatto il pulsante che ti consente di correre più velocemente a goderti quel tempo.

    Da un punto di vista tecnico, questa intelligente interpretazione della funzione GMT è resa possibile da un meccanismo che dispone in modo coassiale una ruota delle 12 ore e una camma a forma di cuore, in modo da attivare la funzione di azzeramento proprio come in un cronografo. Una soluzione tecnica così ovvia che nessuno, da che mi risulta, l’ha mai usata prima.

    Il calibro del Tonda PF GMT Rattrapante

    A proposito di tecnica, se si prende l’orologio e lo si guarda dal lato posteriore si vede qualcosa di vagamente familiare. Il calibro Parmigiani PF051 che muove il Tonda PF GMT Rattrapante è il PF702 con un modulo per la funzionalità aggiunta. Il PF702 è a sua volta la versione senza data del PF703, che si trova nel Tonda PF Micro Rotor, con una differenza evidente: il materiale del micro-rotore, che qui è in oro rosa anziché in platino.

    Il prezzo dell’oro attualmente è più alto di quello del platino e questa modifica aumenta anche il valore del movimento e il prezzo dell’orologio, venduto a 26mila franchi svizzeri. Ma la scelta di utilizzare l’oro rosa per il micro-rotore ha anche una motivazione estetica, perché lo armonizza alle parti più evidenti dell’orologio realizzate con questo materiale: la lancetta dell’ora locale e il pulsante della funzione rattrapante.

    Il calibro PF051 ha una frequenza di 21.600 alternanze/ora e un’autonomia consueta di 48 ore. Il suo spessore di 4,93 mm non incide in modo drammatico sui 10,7 mm di spessore della cassa, che ha un diametro di 40 mm. Mantenere uno spessore limitato rispetto ai 7,8 mm del Tonda PF Micro Rotor non è stato facile, perché la funzione addizionale è posta al centro del movimento. Essere rimasti sotto agli 11 mm è un signor risultato.

    Un orologio di carattere

    Detto questo, la collezione Tonda PF cui appartiene il GMT Rattrapante si distingue per la spiccata personalità, che trae la sua originalità da una silhouette slanciata e da un mix di codici distintivi di Parmigiani Fleurier. Parlo della lunetta zigrinata, delle anse a forma di goccia, del bracciale integrato, del quadrante lavorato a guilloché grain d’orge con indici dorati corti applicati e delle lancette scheletrate a forma di delta.

    Un orologio come questo non poteva che appartenere a una collezione della quale mantiene tutti i canoni di raffinatezza stilistica e semplicità. A partire dal bell’effetto visivo della lavorazione guilloché del quadrante color “Milano blue”, dal quale è scomparsa anche la finestra del datario. Io, lo sapete, sono un sostenitore degli orologi senza data, complicazione che ammetto su un ore del mondo o su un GMT, per motivi comprensibili. Il fatto che Parmigiani l’abbia fatta sparire anche dal suo GMT, forse significa che a Fleurier sono più integralisti del sottoscritto.

    Il logo del marchio, a ore 12, è applicato e composto da due parti, l’ovale esterno e le lettere PF centrali, come nel Tonda PF Micro-Rotor. Una lavorazione che dice tutto dell’attenzione maniacale alla perfezione del dettaglio che Guido Terreni e il suo team portano ogni giorno in manifattura.

    Parola a Terreni

    Direi quindi che non mi rimane molto da aggiungere su questo orologio, se non rimandarvi alle didascalie per qualche informazione in più. E infatti preferisco che sia Guido Terreni in persona a chiudere l’articolo, con alcune sue parole sul Tonda PF GMT Rattrapante che trovate in questa recentissima intervista.

    «L’eleganza chiama a fare delle scelte: via il datario. Non è elegante avere una data che cambia non all’ora del viaggiatore. Quando non si viaggia, non è elegante avere un buco nel quadrante che mi indica se è giorno o notte. Via l’indicazione night&day. Ritengo non necessario avere una funzione descrittiva del genere, quando si sa che se si viaggia verso est il fuso orario di casa è in anticipo, mentre se si viaggia verso ovest, casa è in ritardo. Un piccolo esercizio che vale la pena di pagare per avere un quadrante integro e puro. Tecnicamente non sarebbe stato complesso inserire questa indicazione, ma volutamente non l’abbiamo fatto. Ha vinto la bellezza sulla funzionalità fine a sé stessa». Semplice e lineare, come l’orologio.

  • Blancpain Air Command, il nuovo aviatore gentile

    Blancpain Air Command, il nuovo aviatore gentile

    Quando mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sul nuovo Blancpain Air Command, sono stato contento. Gli orologi da aviatore sono i miei preferiti e considero questo modello un pezzo che non dovrebbe mancare nella collezione di un appassionato. Anche in questa versione inedita che il marchio comunica come femminile.

    Niente di strano, ci mancherebbe. La storia del volo è popolata di donne straordinarie, da Amelia Earhart a Jacqueline Cochran, fino all’asso dell’aviazione sovietica Lidija Litvjak. Nel caso del nuovo Blancpain Air Command, quello che lo porta sul polso femminile è il diametro della cassa, 36,2 mm, piuttosto inusuale per un orologio da pilota.

    Prima però di parlare nel dettaglio di questa referenza, permettetemi due brevi excursus, spero poco noiosi. Uno sulla storia dell’Air Command, l’altro sulla funzione flyback: penso possano essere utili per inquadrare meglio l’orologio. Decolliamo!

    Il Blancpain Air Command e gli anni ‘50

    Come nel caso del fratellone subacqueo Fifty Fathoms, anche l’Air Command è legato al mondo militare e agli anni ’50. Forte della sua esperienza con il Fifty Fathoms al fianco della US Navy, Blancpain aveva infatti sviluppato un cronografo per l’Aeronautica americana con le caratteristiche richieste per vestire i polsi degli aviatori: quadrante nero, indici sovradimensionati e lancette ben leggibili anche in condizioni di scarsa visibilità, funzione flyback.

    Che poi erano le specifiche tecniche minime, indicate nello stesso periodo dal ministero della Difesa francese, alle quali doveva sottostare un orologio da pilota secondo il protocollo Type 20. Come spesso accade nella storia dell’orologeria, la fortuna di un pezzo fu decisa dall’intuizione di una persona, in questo caso con una grande visione di business.

    Parlo del distributore statunitense di Blancpain, quell’Allen V. Tornek che con il Fifty Fathoms aggirò il Buy American Act del governo degli Stati Uniti, convincendo Blancpain a rinominare i circa 1.000 orologi che avrebbe fornito alla Marina come Tornek Rayville Usa. Fiutato l’affare, prese l’iniziativa di far sviluppare anche un cronografo per piloti, destinato agli assi dell’Usaf.

    Blancpain non dichiara quanti di quegli Air Command furono realizzati. Pare che non vi sia alcuna documentazione superstite, a parte la notizia che per il progetto fu creata una dozzina di prototipi. Il che, come i Fifty Fathoms firmati Tornek Rayville Usa, li rende una rarità sul mercato del vintage, con uno di essi venduto all’asta “Start-Stop-Reset 2016” di Phillips per quasi 80mila sterline.

    Due parole sul cronografo flyback

    Detto della storia dell’orologio, eccomi alla funzione flyback del cronografo del nuovo Blancpain Air Command. In soldoni, consente di passare da una rilevazione cronografica alla successiva premendo un solo pulsante. Tipicamente quello a ore 4, che di solito azzera il cronometraggio dopo che il pulsante a ore 2 ha fermato il conteggio.

    Nel caso del cronografo flyback, il pulsante a ore 4 può azionare l’azzeramento in qualsiasi momento. Fermato il cronometraggio, la lancetta del crono ritorna in posizione zero e se durante il funzionamento del cronografo il pulsante per l’azzeramento viene tenuto premuto, il conteggio si azzera. Una volta rilasciato, il cronografo riprende a lavorare. Da qui il nome flyback, “ritorno in volo”. Il primo marchio a sviluppare questa funzione fu Longines, con il calibro 13ZN del 1936.

    Il nome flyback nacque infatti negli anni ’30 tra i piloti che avevano la necessità di fermare una rilevazione e di avviarne subito un’altra per seguire il piano di volo. Sul quadrante di alcuni Breguet Type XX per l’Aeronautica francese è riportato “retour en vol” (ah, la grandeur…); ma è curioso il caso del Type XX 3817 realizzato in 20 pezzi in esclusiva per l’Italia, nel 2020: sul quadrante la scritta è “ritorno in volo”.

    Meno poetica la versione tedesca “permanente Nullstellung” – o azzeramento permanente -, più carina “Tempostopp”. Ideata durante la Seconda guerra mondiale dalla tedesca Urofa (Uhren-Rohwerke-Fabrik Glashütte AG), era riportata sul cronografo da aviatore Tutima, marchio che ha ancora oggi a catalogo un modello Tempostopp con movimento di manifattura.

    Un calibro studiato ad hoc

    Eccomi finalmente all’orologio, per il quale distribuirò come di consueto le informazioni tra il testo e le didascalie. Il Blancpain Air Command Ref. AC03-12B40-63 e AC03-36B40-63 – l’ho scritto all’inizio – si distingue per le dimensioni della cassa. A fronte dei 42,5 mm classici della collezione (potete leggerne qui), i 36,2 di questo orologio lo rendono indossabile non solo sui polsi femminili, ma anche su quelli maschili particolarmente snelli, come il mio. Grazie anche allo spessore contenuto: 11,5 mm non sono male per un cronografo flyback.

    Merito soprattutto del calibro di manifattura F188B. Derivato dall’F388B che alimenta l’Air Command da 42,5 mm, è sensibilmente più compatto (26,2 mm di diametro contro 31,8) e lavora a 21.300 alternanze/ora contro le 36.000 del fratello maggiore. Minore anche la riserva di carica, 40 ore anziché 50.

    Per il resto, è il classico movimento cronografico integrato, con ruota a colonna e innesto verticale. È dotato della spirale in silicio che è ormai lo standard per i movimenti montati dai marchi di Swatch Group, specialmente in orologi che necessitano di alti standard di precisione e non devono essere influenzati dai campi magnetici.

    Il quadrante e la cassa

    Il quadrante del nuovo Blancpain Air Command da 36,2 mm è praticamente identico a quello della versione più grande, con un layout bi-compax, grandi numeri arabi, lancette luminose e una serie di scale alla periferia tra le quali quella tachimetrica. È blu, spazzolato con motivo soleil e con le lancette in tinta con il colore della cassa. Che è in oro rosso 18 carati o in titanio grado 23.

    Sì, avete letto bene, grado 23. È anche conosciuto come titanio grado 5 ELI (che sta per Extra Low Interstitial) ed è una lega che, come lascia intuire la sigla Ti6Al4V, è composta da titanio, alluminio e vanadio. L’alluminio, presente al 6%, aumenta la durezza, riduce il peso specifico e migliora il modulo di elasticità della lega. In associazione con il vanadio, riduce del 50% la conducibilità termica e aumenta del 50% la resistenza all’usura.

    È utilizzata più nell’ambito delle protesi mediche che in orologeria, proprio perché è molto resistente all’usura, leggera, e conduce poco il calore. Pur restando, come ogni titanio che si rispetti, un brutto cliente da lavorare, a differenza dell’oro rosso.

    Che scrivere di più, quindi, rispetto a quello che ho scritto fino adesso e a quello che trovate nelle didascalie? Forse che un cronografo flyback da aviatore pensato per le donne è una mossa astuta. Blancpain fu il primo marchio a presentare, già nel 1998, un crono flyback per signora, ma la collezione Air Command presidia un campo storicamente maschile. Ingentilendone lo spirito con le ridotte dimensioni di cassa, il marchio non rende solo omaggio alle grandi aviatrici del passato ma apre a una nuova, potenziale clientela questo particolare segmento di orologi. C’è chi la chiama “range extension”, io la chiamo intelligenza commerciale. E voi?

  • Omega Speedmaster ’57, questione di sfumature

    Omega Speedmaster ’57, questione di sfumature

    Quando ho visto con i miei occhi i quadranti vivaci dei nuovi Speedmaster ’57 Calibro 9906 nella boutique milanese di Omega, mi è venuta in mente una frase. La scrisse un tizio che di orologi, ma soprattutto di colori, ci capiva qualcosa, Pablo Picasso: “I colori, come i lineamenti, seguono i cambiamenti delle emozioni”.

    Perché lo Speedmaster ’57 dà emozioni che corrono il rischio di scatenarsi fino a dividere gli appassionati come neanche le curve di San Siro durante Inter-Milan. Perché? Per la scelta di Omega di dare a questa referenza – conosciuta come “broad arrow”, per via della punta triangolare, larga, della lancetta delle ore – una botta cromatica audace. Ma andiamo per gradi.

    Lo Speedmaster delle origini

    Comparso nel 2013, l’Omega Speedmaster ’57 rendeva omaggio alla celebre referenza CK 2915-1 del 1957, nata dalla matita del designer Claude Baillod. Era la prima al mondo a essere dotata di una scala tachimetrica sulla lunetta anziché sul quadrante. Il modello del ’57, che ancora non riportava la scritta “Professional”, era un cronografo con cassa da 38,6 mm e quadrante nero con indicazione cronografica a 1/5 di secondo, contatori dei minuti, ore e secondi continui in bianco.

    La referenza CK 2915-1 era animata dal movimento a carica manuale Omega 321, evoluzione del calibro 27CHRO C12. Una sigla che sembra un rebus della Settimana Enigmistica, ma che in realtà è semplice da spiegare. Il 27 indica i mm di diametro del calibro, CHRO il fatto che è dotato di funzione cronografica, C12 che l’orologio ha il contatore del crono a 12 ore.

    La collezione Speedmaster ‘57

    L’Omega Speedmaster ’57 del 2013 riprendeva alcune caratteristiche della CK 2915-1, in primis le anse dritte e gli evidenti pulsanti cronografici. Da tre, i contatori diventavano due e compariva a ore 6 il datario, croce di molti appassionati e delizia di pochi. Ma, per il resto, “la faccia” era quella di 56 anni prima.

    Non il cuore né i materiali, naturalmente. Il calibro automatico Co-Axial 9300 che lo equipaggiava era lo stato dell’arte dei movimenti di Omega, alloggiato per quella referenza in una cassa realizzata con differenti materiali: oro giallo o rosso, titanio grado 5, acciaio e oro rosso o giallo, semplice acciaio.

    Salvo una sottile revisione nel 2015, lo Speedmaster ’57 era rimasto fermo a quella collezione, i cui esemplari si trovano a prezzi interessanti sul mercato del secondo polso. Un mercato cui l’appassionato ha guardato fino a oggi, chiedendosi quando diavolo Omega avrebbe messo mano a quella linea così legata al passato e, insieme, tanto moderna. Lo Speedmaster ‘57 comparso nella trilogia del 2017 insieme al Railmaster e al Seamaster va infatti considerato come un pezzo singolo, non certo come una collezione.

    Eppure si muove…

    All’inizio del 2022 si è capito che qualcosa stava succedendo. Omega ha infatti presentato un’edizione celebrativa dei 65 anni dell’orologio, estremamente fedele alla referenza CK 2915-1 del 1957. Con un prezzo, però, che supera gli 81.000 euro, al di fuori della portata di molti. Ne avevamo parlato qui, se volete approfondire, perciò ve la faccio breve.

    Un prezzo conseguenza della cassa e del bracciale in Canopus Gold (una lega d’oro bianco 18K esclusiva di Omega, dalla incredibile brillantezza) e del movimento al suo interno: il calibro 321 a carica manuale, usato nello Speedmaster del 1957, che alimentava anche gli orologi indossati durante le missioni Apollo, inclusi tutti gli allunaggi.

    Per l’appassionato comune, il cui portafogli non è a fisarmonica e non di rado ha lo spessore di una sottiletta Kraft, è stata solo una questione di settimane. All’inizio di marzo Omega ha presentato gli Speedmaster ’57 Calibro 9906, quattro orologi che ho potuto provare di persona non appena le restrizioni causate dal Covid hanno cominciato ad allentarsi. E ora che sono arrivati nei negozi, è il momento giusto per parlarne.

    Parto dalla cassa. Nessun fuoco d’artificio o materiale avveniristico. Per tutte le referenze si parla di solido acciaio, con un diametro di 40,5 mm (meno dell’originale del 1957) e uno spessore di 12,99 mm. Quello 0,01 lo fa stare sotto i 13 mm (contro i 13,58 mm del Moonwatch 3861) ed è merito soprattutto del calibro a carica manuale incassato nell’orologio. Ne parlerò più sotto.

    Quadranti moderni

    Perché adesso è bene che mi focalizzi sui quadranti, a mio avviso il punto forte della collezione. All’inizio ho parlato di derby non a caso. Per molti appassionati, lo Speedmaster di Omega è più sacro della mamma. Facile che qualcuno non digerisca la scelta di abbandonare lo storico quadrante nero per introdurre un verde e persino un bordeaux (blu se ne sono già visti parecchi).

    Dall’altra, mi immagino il favore di chi guarda al mercato e alle tendenze richieste dai clienti negli ultimi anni: quella del colore è tra le più consolidate ed evidenti. Lo dico subito: io mi schiero con questi ultimi, soprattutto dopo aver visto l’orologio dal vivo e averlo indossato. La cromia è azzeccata, bilancia l’estetica del cronografo e soprattutto non è gridata. Niente colori pastello o effetto laccato: il bordeaux, il blu, il verde e il nero vestono lo Speedmaster ’57 come guanti.

    Sì, avete letto bene, ho scritto nero. I più attenti di voi mi chiederanno come mai qualche riga più sopra ho parlato di “abbandonare lo storico quadrante nero”. Perché, appunto, quello dell’Omega Speedmaster ’57 non è lo storico quadrante nero profondo. Ha invece ha una finitura sabbiata che lo opacizza e ne vira il colore più sull’antracite.

    Il quadrante di questa referenza in nero ha anche un’altra caratteristica: è costruito a sandwich. Si tratta di una particolare struttura costituita da due strati: quello inferiore è ricoperto di materiale luminescente; quello superiore è inciso in corrispondenza dei numeri o degli indici, in modo che si veda la parte luminescente inferiore.

    L’effetto è potente e intrigante al buio, ma è sempre molto bello perché regala una profondità accattivante. Sulle referenze in verde, blu e bordeaux, gli indici invece sono applicati e riempiti di Super-LumiNova bianca a emissione verde.

    Il calibro Co-Axial Master Chronometer 9906

    Quando ho attribuito al movimento dell’Omega Speedmaster ’57 buona parte del merito dello spessore di cassa, mi riferivo al calibro Co-Axial Master Chronometer 9906 a carica manuale. Come tutti i movimenti di fascia alta del Marchio, anche questo ha ricevuto la certificazione ufficiale di cronometro Master Chronometer da parte del Metas, l’Istituto federale svizzero di metrologia.

    In soldoni, per ottenerla il movimento deve prima essere certificato dal Cosc (il Controllo ufficiale svizzero dei cronometri); e poi superare 8 rigorosi test, che vanno dalla misurazione della precisione cronometrica alle performance di marcia con l’esposizione ai campi magnetici, dall’impermeabilità al mantenimento della riserva di carica.

    Il fatto che il calibro sia a carica manuale, e quindi privo di massa oscillante, ne diminuisce l’ingombro e permette uno spessore più contenuto dell’orologio. Per il resto, lavora a 28.800 alternanze/ora, ha un’autonomia di 60 ore e il cronografo è con ruota a colonna.

    È stato sviluppato a partire dal calibro 9900 in sostituzione del 9300 ed è stato il primo dei movimenti cronografici di Omega a ricevere la certificazione Metas, presentato a Baselworld 2016 nel Seamaster Planet Ocean. È parente stretto del Co-Axial Master Chronometer 9908 che equipaggia lo Speedmaster Chronoscope e, come quest’ultimo, è una gioia per gli occhi.

    La lavorazione a Côtes de Genève arabescata della platina a tre/quarti si irradia dal bilanciere verso la periferia del movimento. O se preferite, al contrario, porta l’occhio di chi lo guarda dalla periferia verso il cuore dell’orologio sempre in moto. Un cuore che è testato per mantenere la piena efficienza anche sotto un campo magnetico di 15mila gauss, più o meno quello generato da un macchinario per la risonanza magnetica.

    Speedmaster ’57: bracciale o cinturino?

    Infine un cenno a cinturini e bracciali. Tutte le quattro referenze sono disponibili con entrambe le soluzioni. I cinturini in pelle sono coordinati con il colore del quadrante nei modelli blu, verde e bordeaux, mentre il cinturino per il quadrante nero è marrone.

    Il bracciale in acciaio a tre file (satinata quella centrale, lucide quelle laterali) dell’Omega Speedmaster ’57 è ispirato al bracciale dell’orologio lanciato nel 2019 in omaggio alla missione Apollo 11. È dotato di un pratico sistema di regolazione che consente di adattarlo anche ai polsi sottili. Io non ho avuto difficoltà a metterlo a misura al mio, di 16,5 cm.

    Dei prezzi e del rispetto

    Naturalmente la scelta del bracciale o del cinturino influisce sul prezzo: 9.200 euro per il primo, 8.900 per il secondo. Prezzo che rimane uguale anche per la referenza con il quadrante sandwich, più ricercata e, se vi può interessare qualcosa, la mia preferita.

    Badate: il fatto di non modificare il prezzo di una versione che richiede uno sforzo tecnico maggiore per una migliore resa estetica e funzionale non è una banalità. È la prova del rispetto e dell’attenzione di Omega tanto verso la qualità quanto, soprattutto, verso il cliente. Un rispetto non scontato nel mondo del lusso. Un rispetto vero, del quale i quadranti colorati sono solo sfumature. Del resto, non lo ha scritto Charles Bukowski che “la verità sta nelle sfumature”?

  • Octa Automatique, il genio elegante di F.P. Journe

    Octa Automatique, il genio elegante di F.P. Journe

    Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer scriveva che “un talento colpisce un bersaglio che nessun altro può colpire; un genio colpisce un bersaglio che nessun altro può vedere”. Per evidenti motivi, Schopenhauer non può aver conosciuto François-Paul Journe, ma probabilmente se lo avesse fatto avrebbe scritto quella frase dopo aver indossato un suo orologio. Perché le creazioni del Maestro marsigliese sono bersagli di alta orologeria invisibili ai mortali, che lui colpisce creandoli. L’Octa Automatique è uno di questi. Il calibro Octa è uno di questi.

    Octa Automatique: dalla serie limitata alla produzione regolare

    L’anno scorso F.P. Journe ha organizzato a Ginevra una mostra dedicata al 20° anniversario del movimento, dal primo orologio Octa del 2001 a quello del 2021. L’orologio designato per celebrare la ricorrenza era l’Automatique Série Limitée, un’edizione limitata di 99 pezzi con spunti di design presi dall’Octa Réserve de Marche del 2001: cassa in platino da 40 mm, indicazione decentrata di ore e minuti con piccoli secondi, grande datario, indicatore dell’autonomia ad arco, movimento in ottone rodiato e quadrante in oro giallo satinato.

    Ora, nel 2022, l’F.P. Journe Octa Automatique diventa un pezzo regolare della collezione Classique ed è disponibile con cassa da 40 mm o 42 mm, in platino 950 o oro rosso 6N 18 carati con quadrante in oro grigio o rosso 5N. Come parte della collezione regolare, il potente calibro automatico Octa 1300.3 è realizzato in oro rosa 18 carati.

    Calibro Octa: l’impresa di F.P. Journe

    Proprio il cuore dell’orologio ha una storia particolare, perché il movimento Octa del 2001 è stato il primo a carica automatica del marchio. Prima dell’Octa, François-Paul Journe si era affermato come uno dei maestri più rispettati dell’orologeria moderna. Nel 1999 aveva creato il Tourbillon Souverain e il suo regolatore tourbillon con meccanismo a forza costante e, un anno dopo, il Chronomètre à Résonance.

    Il bersaglio che nessun’altro poteva vedere, nell’Octa, era la precisione cronometrica raggiunta dal Maestro con i movimenti precedenti. Lungi dal pensare che un calibro automatico avrebbe potuto comprometterla, Journe fece in modo che la garantisse stabilmente a 120 ore, anche se il movimento è accreditato di un’impressionante riserva di carica: 160 ore.

    Questione di lunghezza

    Una prestazione da maratoneta olimpico, resa possibile grazie all’estensione della capacità di sviluppo della spirale. Lunga 1 metro e spessa 1 millimetro, è stata integrata allo stesso livello del treno degli ingranaggi e dello scappamento in un bariletto singolo.

    L’avvolgimento unidirezionale dell’esclusivo rotore decentrato in oro rosso 5N 22 carati è ottenuto utilizzando un sistema di cuscinetti a sfera autobloccanti. La massa oscillante utilizza qualsiasi minimo movimento del polso per la ricarica dell’orologio. Inutile dire che l’Octa sarebbe presto diventato il movimento base dell’intera collezione, fino all’Octa Automatique.

    Dopotutto, ci sono voluti tre anni di ricerca e sviluppo prima che fosse completato. Perché François-Paul Journe non è banale nel proprio lavoro e la perfezione – il bersaglio invisibile da colpire -, richiede tempo. Lo ricorda lui stesso: «La realizzazione del calibro Octa ha legami meno forti con la storia dell’orologeria rispetto a quelli che hanno il dispositivo a forza costante o i modelli a risonanza. Ma simboleggia un ideale orologiero che vuol dare a chi misura il tempo il più alto grado possibile di precisione e autonomia».

    Chi vuole approfondire la storia del calibro e la nascita della collezione Octa, può leggere questo contributo completo ed esaustivo.

    L’estetica dell’Octa Automatique

    Autonomia, precisione, prestazioni, dunque… Ma conta pure il piacere estetico perché anche l’occhio vuole la sua parte o, come direbbe François-Paul Journe, “pour le plaisir des yeux”. Ed esteticamente l’Octa Automatique non è un plaisir, è una vera e propria goduria come tutti gli orologi del Maestro di Marsiglia.

    Si rifà al layout asimmetrico dell’Octa Réserve de Marche del 2001 ma beneficia degli aggiornamenti che caratterizzano l’edizione del 20° anniversario. Il quadrante è in oro grigio o rosso 5N e un telaio in acciaio fissato con tre viti (dalla forma ingentilita rispetto al modello del 2001) contiene l’indicazione decentrata delle ore e dei minuti e il relativo contatore dei piccoli secondi, che si intersecano tra loro.

    I contatori sono decorati con diverse lavorazioni e i numeri arabi di ore e minuti sono nel carattere tipografico distintivo di F.P. Journe. Rispetto a quelli dell’edizione del 2001 sono stati ingranditi per offrire una migliore leggibilità.

    Tutte le lancette sono in acciaio azzurrato. Quelle di ore, minuti e autonomia sono a forma di goccia allungata, caratteristiche degli orologi di F.P. Journe; quella dei piccoli secondi è a bastone, con il contrappeso traforato.

    Dettagli e vestibilità

    Il quadrante in oro grigio del modello platino è un esercizio di sobrietà, con una bellezza un po’ algida a dire il vero. Netto è il contrasto con i toni più caldi del quadrante in oro rosso 5N, che rendono a mio parere questa versione maggiormente accattivante, perfetta ma più umana. Sperando di non essere stato troppo fumoso in questa valutazione personale…

    I dettagli della cassa evidenziano il lavoro fatto da François-Paul Journe per trasformare un orologio già armonico come l’Octa Réserve de Marche in uno del tutto equilibrato come l’Octa Automatique.

    La classica corona zigrinata con il motivo a cordoncino è stata ingrandita rispetto a quella dell’Octa Réserve de Marche, per agevolare la presa e la regolazione di ora e data. Le anse corte, lucide come lunetta e carrure, “tolgono” almeno due millimetri di diametro all’esemplare una volta al polso, rendendolo ancora più elegante.

    Perché l’eleganza è essere semplici nella complessità. Così, per finire come ho iniziato, cito il cantautore americano Pete Seeger: “Qualsiasi sciocco può fare qualcosa di complesso; ci vuole un genio per fare qualcosa di semplice”. François-Paul Journe ne è la prova.

    Gli orologi di F.P. Journe sono in vendita da GMT – Great Masters of Time in via della Spiga, 25 a Milano.

  • RM 032 Les Voiles de Saint Barth: Richard Mille gonfia le vele

    RM 032 Les Voiles de Saint Barth: Richard Mille gonfia le vele

    Ti chiedi se è un caso che nel 2021 Richard Mille sia entrata nel club dei magnifici sette dell’orologeria svizzera, i sette marchi che hanno fatturato oltre 1 miliardo di franchi. Nel 2017 era fuori dai primi trenta e oggi è lì, con il sesto posto di Patek Philippe nel mirino. Ti chiedi se è un caso, ma poi guardi orologi come il nuovo RM 032 Les Voiles de Saint Barth e ti rispondi: no, non lo è.

    Perché non basta produrre orologi che costano in media 226mila franchi, un livello irraggiungibile per ogni altro marchio: bisogna farli bene. E per farli bene servono investimenti, ricerca, sviluppo, competenze, una buona dose di audacia, un’idea chiara di prodotto e un marketing che funziona. Guardate l’RM 032 Les Voiles de Saint Barth e ci troverete tutto. Non ci credete? Vediamo un po’…

    Richard Mille, anatomia di un’azienda

    Parto dal marketing che funziona. Coinvolta nel 2010 nell’organizzazione della regata caraibica Les Voiles de Saint Barth e title partner dell’evento dal 2019, Richard Mille ha partecipato all’edizione 2022 che si è tenuta a metà aprile. A Saint Barth c’era Arnaud Jerald, campione mondiale di apnea e partner del marchio. Due piccioni con una fava: presenza massiccia sul posto e volto noto con al polso l’ultimo nato della casa. Più marketing di così…

    Ora salto agli investimenti. Qualche anno fa ho avuto modo di visitare i vari dipartimenti in cui è strutturata la manifattura di Richard Mille in Svizzera. Horométrie, Guenat Montres Valgine, ProArt I e II, ciascuna di queste realtà lavora sulle diverse parti dell’orologio, casse, movimenti, assemblaggio e finiture.

    Una manifattura policentrica con macchinari di ultima generazione e processi produttivi da industria 4.0. Un’architettura che richiede investimenti continui, anche per gli spazi: durante la mia visita, ProArt II era solo un cantiere, di lì a pochi mesi – con di mezzo l’inverno svizzero, che in quelle zone sa mordere forte – è diventata completa e operativa.

    Parliamo di ricerca, sviluppo e competenze? Parliamone. I team che lavorano in Richard Mille partono ogni volta da zero, ogni nuovo orologio è diverso dal precedente. Questo implica tempo, energie, sperimentazione nella costruzione di nuovi movimenti, nell’utilizzo di materiali esistenti o nello sviluppo di nuovi.

    Un fronte, quest’ultimo, su cui il marchio ha pochissimi rivali: grazie alla collaborazione con l’azienda svizzera North Thin Ply Technology ha creato materiali come il Carbon TPT e il Quartz TPT, ormai standard per Richard Mille. Tutto questo non è possibile senza ingegneri e tecnici tra i migliori al mondo: competenze che si pagano, ma che il mercato ripaga una volta che si trova di fronte all’orologio finito.

    L’ultimo nato: RM 032 Les Voiles de Saint Barth

    E alla fine, perché sono cattivello e ve lo lascio in fondo, arrivo all’RM 032 Les Voiles de Saint Barth con audacia annessa. Ma mi piaceva darvi prima qualche sintetica pennellata che vi aiutasse a capirlo di più, a capire come esso racchiuda tutto ciò che ho appena finito di scrivere. A capire non tanto e non solo perché un orologio di Richard Mille costi così tanto, quanto perché sia così desiderato. Non bastano i prezzi a scalare una classifica, se insieme agli orologi non si compra un sogno.

    Perché anche l’RM 032 Les Voiles de Saint Barth è a suo modo un sogno, per chi vorrebbe essere tra i 120 fortunati che se lo potranno mettere al polso. Un sogno audace, perché audace è l’aspetto dell’orologio. Se, come in tutti i Richard Mille, il bello è chiuso nella cassa, l’estetica dell’RM 032 Les Voiles de Saint Barth mi impone però di partire da quadrante, cassa e funzioni.

    Il quadrante

    Il quadrante è ricco di informazioni. Del resto stiamo parlando di un orologio tecnico, un subacqueo professionale impermeabile fino a 30 bar che deve essere completo e leggibile. Un quadrante in vetro zaffiro al di sotto del quale si vede la scheletratura di ponti e platine, come ci si aspetta dal brand. Affollato ma bilanciato, i punti sui quali cade l’occhio stanno a ore 12, 3 e 6.

    Il datario di grandi dimensioni è in un’apertura orizzontale a ore 12, è a salto semi-istantaneo e ha la regolazione automatica per mesi di 30 o 31 giorni. A ore 6 c’è il classico contatore delle 12 ore, mentre a ore 3 un dettaglio interessante.

    Al posto della lancetta dei piccoli secondi, è stato messo un indicatore di marcia a forma di elica che consente di controllare il funzionamento dell’orologio a colpo d’occhio. L’indicatore compie due giri al minuto ed è composto da settori in SuperLumiNova e settori neri alternati, in modo che possa essere facilmente visibile sia alla luce sia al buio. Tra le ore 4 e le ore 5 c’è l’indicatore semi-istantaneo dei mesi, indicati con numeri arabi.

    Le lancette cronografiche di ore (punta rossa) e minuti (punta gialla) dell’RM 032 Les Voiles de Saint Barth ci dicono una cosa importante: siamo davanti a un cronografo flyback. Per sintetizzare, questa complicazione consente di azzerare il cronografo in marcia senza doverlo fermare e di ripartire con una nuova misurazione con una sola pressione di pulsante (anziché tre: stop, reset, start). Ideata negli anni ’30 per gli aviatori, è una funzione ricercata, utile anche sott’acqua.

    La cassa

    L’acqua, appunto, il banco di prova per ogni cassa. Quella dell’RM 032 Les Voiles de Saint Barth è possente, è molto Richard Mille. Sono 50 x 17,80 mm di Carbon TPT, Quartz TPT, titanio grado 5 e, aggiungo provocatoriamente, testosterone. Una cassa maschia, nonostante il bianco e il blu caraibico che si trovano anche sulla lunetta provino a ingentilirla.

    A proposito di lunetta, è girevole, unidirezionale conforme alle norme ISO 6425 che evita errori di calcolo in immersione. Il tutto assemblato con 22 viti. Il sistema di fissaggio della lunetta alla cassa dell’orologio la rende totalmente stabile e impossibile da spostare o allentare inavvertitamente. Dell’impermeabilità a 30 bar ho scritto sopra.

    Il calibro

    E adesso tocca al movimento. Il calibro automatico RMAC2 da 28.800 alternanze/ora ha 50 ore di autonomia, che diventano 45 con il cronografo in funzione. E fin qui nulla di speciale. Ciò che è speciale riguarda da una parte i ponti e le platine, dall’altra la massa oscillante dell’RM 032 Les Voiles de Saint Barth.

    I ponti e le platine in titanio grado 5 con rivestimento in Pvd nero danno all’insieme del calibro un’ottima rigidità e rendono le superfici perfettamente piatte, condizione indispensabile per il corretto funzionamento del treno del tempo. Platine e ponti scheletrati sono stati sottoposti a test separati e approfonditi perché soddisfino rigorosi requisiti di resistenza.

    La massa oscillante è a geometria variabile, quasi come le ali di un aereo da caccia. Questo design esclusivo di Richard Mille consente di adattare efficacemente il riavvolgimento della molla di carica in base al livello di attività di chi indossa l’orologio. I bracci più esterni della massa oscillante possono essere regolati in sei posizioni diverse: in questo modo si modifica l’inerzia del rotore, per accelerare il riavvolgimento della molla in caso di movimenti delicati del polso, o per rallentarlo durante l’attività sportiva.

    RM 032 Les Voiles de Saint Barth. E dunque?

    Potrei continuare scrivendo anche del doppio bariletto, della spirale libera a inerzia variabile, delle viti scanalate a otto punte in titanio grado 5 usate per i ponti e la cassa, dei cuscinetti a sfera in ceramica e di altre informazioni da impallinati, ma mi fermo qui. Come sempre, trovate qualche dettaglio in più nelle didascalie, altrimenti questo pezzo diventerebbe lungo come la Quaresima.

    Vi lascio con il prezzo e con una riflessione. Sono forse troppi 225.000 euro per un orologio come questo? Rileggete quello che ho scritto sopra, informatevi su come lavora oggi Richard Mille e su come funziona la manifattura, cercate di immaginare i numeri del business plan di un imprenditore che aspira ben più che al settimo posto in un’industria come quella dell’orologeria. Shakerate il tutto e provate a rispondere alla domanda. Io, una risposta me la sono già data.

  • Tonda PF Microrotor: Parmigiani Fleurier e l’elogio della sottrazione

    Tonda PF Microrotor: Parmigiani Fleurier e l’elogio della sottrazione

    «Nonostante i miei vent’anni d’esperienza nell’orologeria, mi sto rendendo conto che ora devo vedere tutto con occhi diversi». Così parlava in questa intervista rilasciataci a marzo 2021 Guido Terreni, Ceo di Parmigiani Fleurier, all’epoca insediato da pochi mesi dopo aver trascorso 20 anni in Bulgari. I suoi occhi si sono abituati presto alla luce e ai panorami di Fleurier e hanno cominciato a vederci bene già dallo scorso autunno, quando è stato presentato il Tonda PF Microrotor.

    La collezione Tonda PF è la prima “firmata” da Terreni in Parmigiani Fleurier: porta in sé la visione, i tratti, la filosofia di lavoro sua e quella di Michel Parmigiani. Tutti elementi che ho ritrovato nei pezzi presentati quest’anno a Watches and Wonders, dei quali ci sarà tempo per raccontare.

    Anche perché senza parlare prima del Tonda PF Microrotor, molti dettagli delle collezioni 2022 non si possono capire fino in fondo. E allora ne parlo, con essenzialità. Perché essenziale nelle linee e nella concezione estetica è l’orologio, definito in questo articolo un “incubo creativo”. Un “incubo” sul quale gli artigiani di Parmigiani Fleurier hanno lavorato guidati da una sola delle quattro operazioni aritmetiche: la sottrazione. Hanno tolto, per arrivare all’essenza.

    Il quadrante: scuola di pulizia

    A partire dal quadrante grigio, un esercizio di pulizia come pochi ce ne sono nell’orologeria di oggi. Strutturato su due livelli dallo scarto quasi impercettibile – giro della minuteria e parte centrale -, è spoglio ma ricchissimo. Indici, lancette, datario, logo spiccano solitari sulla lavorazione guilloché grain d’orge realizzata a mano. Ipnotica ma non invasiva, presente ma quasi impercettibile. D’impatto.

    Del resto, Terreni è sembrato quasi anticipare il Tonda PF Microrotor in quella intervista, quando ha detto: «Sto cercando l’alchimia di un piacere sofisticato nel quale però i valori non provengono dagli orpelli o dalla quantità di materiali preziosi che ci metti dentro; viene piuttosto da un’idea semplice, forte, che mostri l’arte necessaria per realizzare un certo tipo d’orologio».

    Una sartorialità delicata, non gridata, che è alla base dell’intero processo creativo dell’orologio: un oggetto nel quale il dettaglio funziona perché è parte di un insieme coerente. È il frutto di un lavoro di riduzione all’essenziale e di sottrazione che, per quanto possa suonare strano, è una delle operazioni più difficili da compiere quando si tratta di orologi da polso.

    Le lancette di ore e minuti – scheletrate, a Delta, in oro 18 carati – raccontano lo scorrere del tempo sul quadrante che è una quinta scenica, equilibrata dal posizionamento speculare del datario a ore 6 e del logo a ore 12. Logo e datario, nella loro discrezione, sono due capolavori in miniatura per i cui dettagli vi rimando alle didascalie. A proposito di sottrazioni, non c’è nemmeno la lancetta dei secondi, piccoli o centrali che siano.

    Sottolineo anche il fatto che Terreni ha semplificato il nome del marchio, riducendo Parmigiani Fleurier a un logo: la riconoscibilità di un brand dal suo segno grafico e non dal suo nome per esteso è indice della maturità del marchio stesso. Lo dice il marketing, non io.

    La cassa e il bracciale del Tonda PF Microrotor

    Che nel Tonda PF Microrotor ci sia tutta l’anima di Michel Parmigiani interpretata dal nuovo corso del brand è evidente dall’insieme di cassa e bracciale integrato, entrambi in acciaio. La cassa misura 40 mm di diametro e – grazie alle anse molto corte, leggermente curvate, e allo spessore ridotto di 7,8 mm – al polso risulta comoda ed elegante.

    Il bracciale è invece frutto di un lavoro certosino che, scommetto, deve aver messo a dura prova la pazienza e i nervi degli artigiani dell’atelier di Fleurier. D’accordo, non è certo il primo bracciale ad avere un design rastremato dalle anse alla fibbia. Mi affascina però osservare come la rastrematura sia opera esclusivamente delle maglie laterali, le cui dimensioni decrescono progressivamente e le cui superfici sono lavorate con finiture differenti sui diversi lati. A qualcuno sembrerà una follia creativa, a me pare un modo per farsi beffe della banalità.

    Il microrotore secondo Parmigiani Fleurier

    Non è banale neppure il cuore del Tonda PF Microrotor. Come sempre quando si parla di calibri di manifattura firmati da Parmigiani Fleurier. E come sempre quando si parla di orologi con movimenti automatici alimentati da un microrotore. Una soluzione tecnica che si attribuisce a Universal Genève, che l’ha brevettata nel 1955 (ricercatissimi sono oggi i suoi Polerouter degli anni ’60 con microrotore); ma che secondo altri sarebbe stata realizzata un anno prima da Buren.

    Un dibattito che può appassionare gli accademici della lancetta, non il sottoscritto. A me, non lo nascondo, appassiona il microrotore in sé: una soluzione bellissima dal punto di vista estetico e furbissima da quello meccanico. Una cassa sottile 7,8 mm non sarebbe realizzabile senza i 3 mm di spessore del movimento con microrotore. La soluzione alternativa alla carica manuale: come quest’ultima, consente di preservare la sottigliezza della cassa grazie al fatto di essere integrata al medesimo livello dell’intero calibro. E questa è la meccanica.

    Allo stesso tempo è un sistema più elegante della massa oscillante, che di norma è posta appunto al di sopra del calibro e non al suo interno. Spesso copre gran parte del movimento e ne nasconde le finiture, a scapito della bellezza che le caratterizza. A meno che non si tratti di un rotore periferico: il quale, nella mia personale hit parade dei movimenti, se la gioca quasi alla pari con il microrotore.

    Si fa presto a dire microrotore…

    Che, detto per inciso, sarà anche fighissimo ma è pure una brutta bestia per chi lo deve ingegnerizzare. Date le sue dimensioni ridotte, va progettato con maggiore attenzione rispetto a un rotore standard e realizzato con materiali che offrano una ricarica efficiente e un’inerzia corretta. Pena la scarsa affidabilità e accuratezza dell’orologio.

    Quello del Tonda PF Microrotor è in platino 950, un metallo usato per creare le masse oscillanti in orologi di gran pregio. Le sue proprietà fisiche e il suo elevato peso specifico garantiscono l’inerzia e la ricarica ideali di cui sopra.

    Il calibro PF703 ha un’autonomia di 48 ore, “batte” a 21.600 alternanze/ora e presenta le classiche decorazioni a Côtes de Genève e perlage. Il microrotore, oltre a recare inciso il logo di Parmigiani Fleurier, ha la stessa lavorazione grain d’orge del quadrante. Un dettaglio che conferma l’attenzione fuori dal comune riservata dall’atelier a questo orologio.

    Un occhio al prezzo e uno alla qualità

    Come sempre accade, dopo aver volato alto su estetica, finitura e meccanica, metto il piombo al mio ragionamento e lo faccio tornare sulla Terra con argomenti più pratici. Come il prezzo: 21.000 euro. Che ad alcuni potranno sembrare troppi per un solo tempo in acciaio. Come risposta, mi basta far loro notare che ne esistono di più cari, di marchi più celebri, ma con contenuti tecnici e artigianali a volte inferiori.

    Ecco perché, per concludere, se guardo al Tonda PF Microrotor trovo che funzionino bene le parole usate da Guido Terreni in quell’intervista per definire gli orologi di Parmigiani Fleurier: «Oggetti non banali, di valore. Un valore che non è dato dalla cosmesi della comunicazione, ma è intrinseco nell’oggetto».

  • Endeavour Lime Green: il Centre Seconds Concept semplicemente Moser

    Endeavour Lime Green: il Centre Seconds Concept semplicemente Moser

    C’è una massima attribuita a Leonardo da Vinci che ormai è diventata quasi roba da Baci Perugina. Che suona così: “La semplicità è la suprema sofisticazione”. Per quanto trita e ritrita, è la prima frase che mi è venuta alla mente a Watches and Wonders, quando ho avuto per le mani l’Endeavour Centre Seconds Concept Lime Green di H. Moser & Cie (che d’ora in poi per comodità chiamerò solo Endeavour Lime Green).

    Credetemi. Poter toccare, soppesare, osservare con la lente questo orologio – anche sotto le terribili luci artificiali dello stand di un salone – è l’unico, dico l’unico modo per raccontarlo a dovere. Non me ne vogliano gli amici della comunicazione di H. Moser & Cie.: le loro cartelle stampa sono bellissime e fatte ad arte, ma l’Endeavour Lime Green va indossato per poterne parlare con cognizione di causa.

    Perché, come tutti gli orologi nati nella manifattura di Neuhausen am Rheinfall, ha sì una meccanica eccelsa, ma trae la sua potenza dall’essenzialità delle linee e dei colori. Da un’estetica che è, leonardescamente parlando, semplice ma supremamente sofisticata. E che parte dal quadrante.

    Endeavour Lime Green: c’è verde e verde…

    Ormai lo sanno anche i sassi della Vallée de Joux che H. Moser & Cie. è nota e riconoscibile principalmente per i quadranti. Le tonalità fumé che li caratterizzano sono diventate la firma estetica del marchio, copiata, imitata, ma mai raggiunta in qualità. Con l’Endeavour Lime Green, i signori di Moser hanno voluto mettere ancora più metri tra loro e gli inseguitori, perché il livello di lavorazione e finitura del quadrante smaltato è uno scatto in avanti degno di un pistard.

    Verde, intanto. Beh, direte voi, di orologi verdi negli ultimi anni se ne sono visti a chili e anche a Watches and Wonders 2022 le varie case non se li sono certo fatti mancare. Vero, ma qui c’è qualcosa di diverso. E per farvelo capire comincio prendendo a prestito una frase dalla cartella stampa che sottolinea come, quando si crea un orologio a tre lancette, “se ci si vuole distinguere, l’estetica deve rasentare la perfezione”. La perfezione non è di questo mondo, men che meno dell’orologeria – che è cosa umana -, ma da Moser ci sono andati vicini.

    Per creare la texture sgranata del quadrante dell’Endeavour Lime Green, gli smaltatori lavano e macinano in modo molto fine i pigmenti di colore, che poi applicano in tre diverse gradazioni su una base d’oro. Uno smaltatore impiega circa un’ora per depositare i pigmenti a uno a uno, in modo che durante il passaggio nel forno (sono 12 le fasi di cottura necessarie) i colori si ossidino e si fondano tra di loro, senza creare l’effetto pixel.

    Un quadrante 100 per cento H. Moser & Cie.

    Il risultato è un quadrante in smalto Grand Feu traslucido, che presenta l’effetto fumé di H. Moser & Cie. su una texture che però non è liscia: sembra martellata ma non lo è. Un risultato per nulla banale, credetemi. Per chi non sapesse o non ricordasse in che cosa consiste la smaltatura Grand Feu, rimando a questo articolo. Segnalo solo che si tratta di una tecnica estremamente raffinata, che prevede più passaggi in forno a temperature molto elevate e necessita di grande maestria, per evitare di rompere e buttare quadranti assai delicati.

    Ogni quadrante dell’Endeavour Lime Green di H. Moser & Cie. è praticamente unico, spoglio di indici e, in questo caso, senza nemmeno il logo visibile in trasparenza che troviamo su altri orologi della collezione Endeavour. Un po’ per spingere sempre più in là il livello di understatement del marchio, un po’ perché credo che su questo tipo di texture sarebbe piuttosto complicato ottenerlo.

    Dalle lancette al calibro

    Detto del quadrante, la cassa in acciaio lucido misura 40 per 11,2 mm. L’ideale per uno sportivo elegante, facile da portare – grazie anche alle anse corte – e che ama fare capolino dal polsino della camicia. La lunetta è praticamente inesistente, in modo che il verde “si apra” il più possibile e quasi abbagli chi guarda l’orologio.

    In acciaio sono anche le lancette, quelle di ore e minuti a forma di foglia e quella dei secondi centrali color violetto. Un indizio che chi è appassionato di H. Moser & Cie. coglie al volo e che spiego altrettanto al volo a chi non è così familiare con il marchio. Negli orologi di Moser, la lancetta dei secondi di quel colore indica che il movimento nella cassa ha una doppia spirale.

    All’interno dell’Endeavour Lime Green batte infatti il calibro di manifattura HMC 200, che equipaggia anche altri orologi del marchio in diverse collezioni, dalla Endeavour alla Heritage alla Pioneer. Nulla di nuovo quindi, ma comunque lo stato dell’arte per Moser, grazie proprio all’organo regolatore con doppia spirale Straumann con curva Breguet.

    La spirale geniale

    L’organo regolatore a doppia spirale nasce dalla collaborazione tra Moser e la “società sorella” Precision Engineering (se volete saperne di più, leggete qui e capirete di più anche su Herr Straumann) e ha il compito di contrastare le influenze gravitazionali che compromettono la precisione del movimento. Allo stesso tempo è un sistema di intercambiabilità del modulo dello scappamento, che impedisce al bariletto di scaricarsi in maniera incontrollata.

    Due spirali, ciascuna con una curva Breguet, sono poste l’una sull’altra con un orientamento diametralmente opposto di 180 gradi. Sono fissate al bilanciere a un’estremità e a due perni separati, posizionati direttamente uno di fronte all’altro. Poiché vibrano in direzioni opposte, l’effetto della gravità che si esercita su un punto qualsiasi di una spirale, specialmente quando l’orologio è in posizione verticale, viene efficacemente annullato dalla vibrazione dell’altra spirale.

    Se l’effetto nascosto di questo organo regolatore è rendere l’orologio molto preciso, quello evidente è sulla riserva di carica, che Moser garantisce come minimo di tre giorni. Settantadue ore di autonomia una volta levato dal polso, sono tanta roba. Così come tanta roba è il costo industriale per realizzare e regolare la doppia spirale: pari a quello di un tourbillon, secondo quanto dichiarò Edouard Meylan, Ceo di Moser, in un’intervista del 2015 a WatchTime. Come sempre, vi rimando alle didascalie per qualche dettaglio in più sull’orologio. Che dovrebbe essere disponibile ai primi di maggio, fanno sapere da Moser, a 26.200 euro. Un prezzo in linea con l’offerta del marchio e con quanto disse una volta il grande informatico olandese Edsger Dijkstra: «La semplicità è una grande virtù, ma occorre un duro lavoro per raggiungerla nonché gusto per apprezzarla». E questo gusto il mercato ce l’ha, ne sono certo.

  • BR 03-92 Diver: i nuovi Bell & Ross, sportivi al quadrato

    BR 03-92 Diver: i nuovi Bell & Ross, sportivi al quadrato

    «Non è degno del nome di uomo colui che non sa che la diagonale di un quadrato è incommensurabile con il suo lato». Ho scomodato nientemeno che Platone, perché quando mi trovo davanti alle collezioni BR 01 e BR 03 di Bell & Ross questa idea della cassa tonda nel quadrato mi scatena la fantasia. Specialmente quando guardo il BR 03-92 Diver.

    Una linea che Bell & Ross ha declinato in molteplici colori e altrettanto molteplici materiali. Dall’acciaio alla ceramica fino al bronzo, dal nero all’arancione, dal blu al verde. Fino ad arrivare alle ultime due referenze di cui parlo oggi, il BR 03-92 Diver Brown Bronze e il BR 03-92 Diver White.

    E torno ora alla cassa, perché lo sanno anche i sassi: impermeabilizzarne una quadrata non è una passeggiata. Figuriamoci quella di un orologio subacqueo. E figuriamoci quella di un subacqueo professionale, garantito fino a 30 bar. Eppure l’approccio di Bell & Ross a questo tipo di orologi dice molto dell’idea di orologeria che guida il marchio nella creazione delle proprie collezioni.

    Tre passi indietro…

    Il primo approccio del brand con l’orologio subacqueo fu nel 1997, quando lanciò l’Hydromax con classica cassa tonda, un campione d’impermeabilità: fu testato con successo dall’Istituto francese di ricerche marine a una pressione di 1110 bar, pari circa a quella che si trova a -11.100 metri.

    Dieci anni dopo, la cassa cominciò a cambiare forma e divenne tonneau nel BR 02, dotato di una valvola di decompressione per far uscire l’elio. La trasformazione fu definitiva nel 2017, con la rinnovata collezione Diver, destinata ai sub professionisti e caratterizzata dalla cassa del BR 03, quadrata e impermeabilizzata. Quella che ancora adesso identifica questo orologio.

    Due passi avanti…

    E arrivo finalmente agli orologi di oggi, il BR 03-92 Diver Brown Bronze e il BR 03-92 Diver White. Si tratta sostanzialmente di due estensioni della collezione, che non hanno contenuti tecnici nuovi o particolari ma puntano tutto sull’estetica e sulla combinazione di materiali. Che non è cosa da poco, badate bene.

    Proprio la diversità di colori e materiali (di cui ho scritto sopra) è infatti il tratto distintivo che ha fatto apprezzare il BR 03-92 Diver. Non solo ai professionisti delle profondità – per le sue doti tecniche – ma anche a molti collezionisti, che vogliono possedere un pezzo per ciascuna variante.

    I nuovi Bell & Ross BR 03-92 Diver: che cosa li unisce…

    Parto dai punti in comune tra i due orologi, a cominciare dal calibro. Si tratta del collaudatissimo BR-CAL.302, un movimento automatico su base Sellita SW300-1 da 28.800 alternanze/ora, che in Bell & Ross equipaggia buona parte della collezione BR 03, ma non solo. Muove ore, minuti, secondi e data ed è onesto e affidabile. Il punto debole, a trovarne uno, è l’autonomia: 38 ore sono un po’ pochine.

    Poi le dimensioni e l’architettura della cassa, naturalmente. Diametro di 42 mm e spessore di 12,05 mm (decisamente interessante per un diver professionale); forma quadrata con angoli smussati a incorniciare quadrante e lunetta tondi, quest’ultima con inserto in alluminio anodizzato marrone o nero.

    Dettaglio da sottolineare, che indica l’accuratezza messa da Bell & Ross in questa collezione: le quattro viti che serrano la cassa agli angoli hanno il taglio a 45 gradi, i cui prolungamenti tracciano due immaginarie diagonali che si incrociano in corrispondenza del centro del quadrante.

    … e che cosa li divide

    Colori e materiali sono naturalmente gli elementi di distanza tra le due nuove referenze della linea Diver. Lo dicono i loro nomi: il BR 03-92 Diver Brown Bronze ha la cassa in bronzo, quadrante e lunetta marroni; il BR 03-92 Diver White ha la cassa in acciaio e il quadrante bianco, ispirato alle immersioni sotto ai ghiacci polari, riservate a professionisti top e poco freddolosi.

    L’utilizzo della cassa in bronzo non è una novità nella collezione. Si tratta di un materiale che ha una lunghissima storia di impiego legata al mondo del mare, grazie alla particolare resistenza alla corrosione. Inoltre, tende ad acquisire una patina che lo protegge ulteriormente dall’attacco degli agenti esterni.

    In particolare, il bronzo della cassa di questo orologio è del tipo CuSn8, composto per il 92% da rame e per l’8% da stagno, e assume una tonalità rosata. La patina acquisita da che ciascun orologio lo rende quasi un pezzo unico, roba non da poco per gli impallinati. Avete presente le occhiate assassine che si scambiano due signore quando si ritrovano a un vernissage indossando lo stesso vestito? Ecco, ci crediate o no, per i signori vale più o meno la stessa cosa con gli orologi…

    Il Diver Brown Bronze è quindi, come scritto prima, un’estensione di colore degli altri orologi in bronzo, abbinati al rosso, al blu e al verde. Anche se trovo che questo marrone abbia una marcia in più degli altri, devo ammettere che sul BR 03-92 di Bell & Ross il bronzo sta bene con tutto, come il prosecco bevuto a tutto pasto.

    Il BR 03-92 Diver White sembra meno sofisticato del fratello bronzeo, ma non fatevi ingannare. Il bianco è un colore piuttosto raro negli orologi di Bell & Ross, che tende a prediligere il nero e in generale le tonalità più scure in virtù del proprio legame con l’aviazione e con il colore degli strumenti di bordo degli aerei.

    Lo ricorda anche Bruno Belamich, Direttore creativo e co-fondatore del marchio: «Questa finitura ricercata conferisce eleganza all’orologio. Rispecchia la qualità di alta gamma e la finezza del lavoro svolto». Il colore scelto è infatti un argento opalino dai toni tenui; alla superficie opaca del quadrante è stata aggiunta una metallizzazione che fa assumere all’insieme dei riflessi cangianti.

    La lunetta nera spicca molto bene nell’insieme dell’orologio. Ma – parere ovviamente non richiesto – se i creativi di Bell & Ross avessero osato farla bianca con graduazione in nero (e magari con cinturino in tinta), l’effetto total white avrebbe potuto essere straordinario.

    Bell & Ross, i prezzi e… Platone

    Come sempre, nel finale arrivo con i prezzi. Perché la qualità si paga e chi lavora per sviluppare e creare gli orologi pure. Anche se, devo dire, meno di quanto i contenuti tecnici dei due orologi potrebbero pretendere: 4.500 euro il BR 03-92 Diver Brown Bronze e 3.800 euro il BR 03-92 Diver White. Prezzi in linea con la media della gamma più rifinita di Bell & Ross.

    Visto che ogni dieci anni il marchio prende i suoi diver e li inventa da capo, non so se per il 2027 dovremo aspettarci un’ulteriore evoluzione nei subacquei di Bell & Ross. Visto il successo della collezione BR 03-92, sarebbe una mossa poco razionale. Forse Platone non apprezzerebbe, ma che cosa sarebbe l’orologeria senza il sale dell’irrazionalità?

  • Lionel a Marca racconta il Breguet Marine Hora Mundi

    Lionel a Marca racconta il Breguet Marine Hora Mundi

    «Possiamo dire che questo orologio rappresenta davvero ciò che vogliamo proporre: complicazioni di alto livello alla portata degli amanti dell’alta orologeria». L’orologio in questione è uno dei pezzi più sorprendenti presentati finora nel 2022, il Breguet Marine Hora Mundi. A definirlo in modo efficace è colui che ne ha seguito da vicino la genesi: il Ceo del marchio Lionel a Marca.

    Alla guida di Breguet dall’agosto dello scorso anno, Lionel a Marca è attivo per la Maison già dal 2019, dopo essere entrato in Swatch Group nel 1992. È un manager di lungo corso, con il vantaggio competitivo di avere una formazione tecnica.

    In una recente intervista a Monochrome, raccontava così di sé: «Ho una formazione da orologiaio e mi sono diplomato alla scuola di orologeria di Porrentruy. Da lì sono andato a lavorare da Mercier SA a Les Breuleux, dove assemblavamo tutti i tipi di movimenti, e poi da Frédéric Piguet a Le Noirmont. Ho anche lavorato a stretto contatto con ETA, in particolare sullo sviluppo dell’Omega Central Tourbillon, rifinendo e assemblando questo superbo movimento, e poi su diversi progetti di complicazioni». Chi meglio di lui può parlarci del Marine Hora Mundi?

    Ci può raccontare il nuovo orologio da un punto di vista strettamente tecnico?
    «Il Marine Hora Mundi incorpora una funzione di memoria GMT con doppio fuso orario istantaneo. Il sistema di memoria a cambio istantaneo è stata la nostra vera sfida in questo pezzo. Un’impresa tecnica resa possibile attraverso l’utilizzo del pulsante e della corona. Infatti, dopo aver definito la prima città, l’ora e la data, è sufficiente che chi indossa l’orologio imposti solo la seconda città. Il meccanismo dell’orologio calcola quindi l’ora e la data utilizzando un sistema intelligente di camme, martelli e un differenziale integrato. Il calibro di questo nuovo orologio è il 77F1, il suo pregio sta proprio nei moduli aggiuntivi brevettati: complessi da sviluppare, ma facili da usare per chi possiede l’orologio».

    Tre anni di sviluppo, quattro brevetti e un doppio fuso orario a cambio istantaneo che è semplicemente straordinario: nell’Hora Mundi c’è davvero tutto il savoir-faire di Breguet?
    «Abraham-Louis Breguet, fondatore di Breguet, è stato un eccezionale tecnico, inventore e designer che ha contribuito con un gran numero di invenzioni allo sviluppo dell’orologeria. Innovazioni ancora rilevanti 200 anni dopo la loro creazione. Il nostro obiettivo è perpetuarne l’eredità mentre costruiamo l’orologeria di domani. Per questo motivo, e dall’acquisizione del marchio da parte di Swatch Group nel 1999, abbiamo investito molto nel reparto Ricerca & Sviluppo e continuiamo ad innovare: penso ad esempio al Pivot Magnétique o all’Alta Frequenza».

    E per quanto riguarda l’estetica, che cosa ha guidato la realizzazione dell’orologio?
    «Il nostro obiettivo nel nuovo Hora Mundi era quello di creare un effetto 3D, una profondità sul quadrante. Al di là del realismo, volevamo anche essere in grado di offrire una grande leggibilità. Per farlo, abbiamo quindi giocato sulla sovrapposizione di piani diversi. Il primo, in oro, è composto da onde lavorate a mano a guilloché mentre esibisce un quadrante con lavorazione soleil, il cui effetto dà la sensazione del movimento delle onde stesse. Quindi, un’ulteriore platina in zaffiro compone i meridiani. I continenti sono stati lavorati con un trattamento satinato orizzontale e le coste sono sottolineate leggermente con un bordo turchese metallizzato. Infine, il réhaut esterno racchiude tutti i vari elementi presentati sul quadrante. Un risultato le cui dimensioni e superfici sono perfettamente eseguite, grazie a vari trattamenti che hanno richiesto diverse settimane di lavoro. È questo sapiente mix di prospettive e dettagli che rende l’orologio così speciale».

    Perché avete scelto di far entrare l’Hora Mundi all’interno della collezione Marine?
    «Per noi, l’integrazione di un doppio fuso orario con la memoria istantanea aveva davvero senso all’interno della collezione Marine, che rappresenta il mondo del viaggio e dell’esplorazione. A riprova di ciò, Abraham-Louis Breguet è stato il primo orologiaio a introdurre l’equazione del tempo che scorre sul quadrante di un orologio. Questa complicazione, che permette di orientarsi rispetto al sole, indica l’ora civile e l’ora reale mediante due lancette. Abraham-Louis Breguet condusse ricerche approfondite sull’orientamento in mare. Fu membro del Bureau des Longitudes e fu nominato orologiaio della Marine Royale da re Luigi XVIII».

    Crede che il suo background da tecnico orologiaio le faccia avvicinare in modo diverso il processo di sviluppo e creazione dei nuovi prodotti? Penso all’Hora Mundi, ma non solo. 
    «Questo “doppio cappello”, per così dire, mi permette di avere una visione globale sia in termini di sviluppo di nuovi prodotti sia delle difficoltà che si possono incontrare nella loro commercializzazione. Dall’inizio della mia carriera ho infatti percorso tutte le fasi del prodotto, dal design del movimento all’organizzazione della produzione, gestendo non solo la coerenza delle collezioni, ma anche i team. Un altro aspetto molto stimolante per me è aver potuto lavorare a fianco di Marc A. Hayek per 20 anni. La sua conoscenza dei prodotti, della tecnica e la sua visione rafforzano giorno dopo giorno le mie conoscenze, per le quali gli sono grato. Oggi, il mio obiettivo è utilizzare tutto questo know-how per perpetuare l’eredità di Abraham-Louis Breguet nell’insieme del suo lavoro».

  • Big Bang Integral Time Only: l’Hublot diverso

    Big Bang Integral Time Only: l’Hublot diverso

    Un orologio sportivo con bracciale integrato funziona sempre. «Non è un punto di vista, è un teorema», come dice il mitico Dogui nel film “Vacanze di Natale”. Un teorema da almeno 50 anni, grazie al genio e all’intuizione di Gérald Genta. Un teorema dimostrato, in questo 2022, dall’Hublot Big Bang Integral Time Only. Un orologio che finge di non essere Hublot, ma che è figlio del marchio di Nyon al 100 per cento. Ma andiamo per gradi.

    Hublot e i bracciali integrati

    L’idea di introdurre il bracciale integrato all’interno delle proprie collezioni arriva a Hublot da lontano. Nel 2020 ha fatto la sua comparsa sui Big Bang in versione cronografo, naturalmente nei materiali più fighi possibili: titanio, ceramica nera e King Gold, la lega esclusiva ideata dal marchio che mescola all’oro rosso un 5 per cento di platino.

    Nel 2021 la ceramica di quei cronografi è diventata bianca, blu navy e grigia; poi il bracciale integrato è comparso anche nel Big Bang Integral Tourbillon Full Sapphire, un orologio mostruosamente intrigante e altrettanto costoso. E quindi, direte voi, come diavolo fa il Big Bang Integral Time Only a fingere di non essere un Hublot?

    C’è e non c’è

    Domanda più che legittima se non lo si è preso in mano, indossato, soppesato. Io ho avuto la fortuna di farlo un paio di giorni fa, nella boutique che Hublot ha inaugurato a Milano in partnership con Pisa Orologeria. Ecco perché penso di avere gli argomenti giusti per rispondere.

    È tutta una questione di pesi e di dimensioni. Intanto, è un 40 mm: alzi il polso chi è convinto che la cassa di un Hublot non debba misurare meno di 42 mm. Non pochi, sono pronto a scommetterlo. E poi lo spessore: 9,25 mm. Non dico che sia come una seconda pelle, ma indossandolo e osservando il lato cassa a fianco di quello del cronografo si ha l’idea del lavoro importante fatto dal brand su questo aspetto.

    Certo, essendo un solo tempo è più facile assottigliare movimento e cassa, senza doverci ficcare la complicazione cronografica. Ricordiamoci però che stiamo parlando di un marchio che da sempre, o quasi, ha fatto del look “maschio” dei propri orologi una chiave di riconoscibilità.

    Il lavoro sul bracciale del Big Bang Integral Time Only

    E poi c’è il bracciale integrato, che non è un argomento di marketing ma il punto forte del Big Bang Integral Time Only. In tutt’e tre le versioni dell’orologio: titanio, All Black (ceramica), oro giallo. L’ho provato e confermo: oltre a essere una piuma – almeno quello in titanio e quello in ceramica -, è morbido come un guanto ed è la continuazione organica della cassa.

    Nelle sue tre file ne riprende gli spigoli vivi, richiamando l’architettura energica della carrure. Hublot ha lavorato su ciascuna maglia, che è lucidata e satinata, angolata e smussata singolarmente. Il risultato è una continuità di forme con la cassa – i cui 40 mm sono la misura perfetta per questo tipo di bracciale -, accentuata dall’alternanza di superfici opache o lucide che giocano con la luce. Con lo stesso effetto, qualunque sia il materiale dell’orologio.

    Proprio questa “inconsistenza” al polso del Big Bang Integral Time Only, questo suo essere poco Hublot nel farsi sentire quando è indossato potrebbe essere oggetto di scetticismo da parte degli aficionados del brand. Mi sento di rassicurarli: al di là delle sensazioni che ciascuno vuole provare quando porta un orologio, do ragione al Ceo del brand, Ricardo Guadalupe, quando dice che è un «Big Bang Integral più compatto che mai, energico, potente, ma allo stesso tempo più raffinato e lineare di qualsiasi altro modello».

    Quadrante, lunetta e la firma di Hublot

    Lo si vede dal quadrante. Nel suo minimalismo ha in realtà tutto quello che serve – ore, minuti, secondi, data -, presentato in maniera pulita ed essenziale. Nel rimandarvi alle didascalie per ulteriori dettagli, qui segnalo solo il bel contrasto tra il pieno dei ponti a vista avvitati e il vuoto del disco del datario scheletrato, che corre al di sotto del giro della minuteria.

    Sormontato da un vetro zaffiro, il quadrante è incorniciato da una lunetta circolare fissata con le celebri sei viti ad H – ciascuna in corrispondenza degli indici pari delle ore -, firma estetica del marchio. Basterebbero queste viti a convincere i so-tutto-io con il loro «ma questo non sembra un Hublot» su quale maison è la madre biologica dell’orologio.

    Sinergie… in movimento

    Due parole anche sul movimento, visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro. Il calibro automatico HUB1710 che muove l’orologio lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia di circa 50 ore. A dirla tutta, si tratta di un movimento su base Zenith Elite 670, elaborato e personalizzato dai “cugini” di Zenith per Hublot, impiegato già su altri solo tempo delle collezioni di Nyon.

    Nulla di cui vergognarsi, anzi. Questo calibro è un lavoro ben fatto, pulito, esempio di come Hublot abbia impiegato in modo intelligente le sinergie che un colosso come LVMH mette a disposizione dei propri marchi. Una prova ulteriore di come il gruppo di Monsieur Arnault, a differenza di altri, sembri intenzionato a lavorare sui propri brand di orologeria in maniera davvero strutturata.

    Il Big Bang Integral Time Only alla prova del mercato

    Infine, come sempre, due parole sui prezzi. Il Big Bang Integral Time Only in titanio costa 17.500 euro, quello in oro giallo 48.700, quello in ceramica All Black 19.600. Quest’ultimo è creato in edizione limitata di 250 esemplari.

    Dopo aver letto queste righe e dato un’occhiata anche alle immagini e alle didascalie, siete convinti, come ho scritto all’inizio, che un orologio sportivo con bracciale integrato funziona sempre? Anche senza il Dogui o Pitagora, per dimostrare il teorema basterebbe il fatto che alla ultima LVMH Watch Week due marchi su quattro – Zenith e appunto Hublot – hanno presentato novità con questo bracciale. E che, a detta dei rispettivi marketing, l’accoglienza da parte dei retailer è stata frizzante.

    Come sempre, per avere successo in un segmento di mercato piuttosto affollato è necessario proporre il mix giusto tra innovazione, qualità, estetica e prezzo. L’impressione che ho avuto “live” è che l’Hublot Big Bang Integral Time Only ce l’abbia. Ora tocca al mercato, ultimo e supremo giudice, emettere la sentenza definitiva.

  • Longines Legend Diver Watch: io sono leggenda

    Longines Legend Diver Watch: io sono leggenda

    Il grande attore britannico Christopher Lee disse una volta che «per essere una leggenda, devi essere morto o esageratamente vecchio». Beh, nel caso del Longines Legend Diver Watch di cui scrivo oggi, la frase di Sir Lee è fuori luogo. Perché parlo di un orologio tutt’altro che defunto, per nulla vecchio, ma che insegue la leggenda. Non solo per via del suo nome. Ma andiamo per gradi.

    Rilanciato nel 2007, il Longines Legend Diver Watch ha radici lontane. In quegli anni ’50 nei quali gli abissi erano le nuove frontiere della conquista e dell’esplorazione umana, in attesa della corsa allo spazio del decennio successivo. In quel periodo tutti i grandi marchi – da Longines a Blancpain, da Rolex a Tudor a Oris, per tacer degli altri – svilupparono orologi subacquei pensati per l’uso professionale, destinati poi a emergere dai fondali e a finire al polso anche nella vita di tutti i giorni.

    L’illustre antenato

    La proposta di Longines dalla quale discende il nostro Legend Diver Watch si chiamava Super-Compressor Diver ref. 7042, orologio lanciato nel 1959. Era l’evoluzione tecnica del Nautilus Skin Diver ref. 6921, il primo subacqueo per uso civile presentato dal marchio un anno prima.

    La cassa del Nautilus Skin Diver, come quella del Super-Compressor Diver, fu realizzata in collaborazione con E. Piquerez. Questa azienda, specializzata in casse, vi applicò la tecnologia “Compressor” brevettata alcuni anni prima: all’aumentare della profondità di immersione, il conseguente aumento della pressione faceva espandere la guarnizione O-Ring inserita nella cassa, che sigillava ermeticamente un punto di debolezza storico dell’orologio, il fondello. Che, tra l’altro, non era avvitato ma chiuso a baionetta.

    Il Super-Compressor Diver migliorò questa tecnologia, mantenendo la caratteristica di base secondo cui al crescere della pressione aumentava la tenuta stagna dell’orologio. In quel caso il fondello era avvitato e conteneva una molla, per fare in modo che fosse sì stretto alla carrure, ma non del tutto serrato sulla guarnizione O-Ring. Tra la tecnologia “Compressor” e la “Super-Compressor”, Longines aveva utilizzato per un breve periodo la “Compressor 2”, con il fondello serrato da quattro viti. La soluzione sviluppata per la ref. 7042 si rivelò tuttavia migliore.

    Il Super-Compressor Diver aveva una cassa in acciaio da 42 mm, ben grande per gli standard dell’epoca anche su un subacqueo. Era mosso dal calibro automatico 19AS. Impermeabile fino a 12 atmosfere, l’orologio era caratterizzato da un réhaut girevole bidirezionale con scala sessagesimale per l’impostazione dei tempi di immersione. Una soluzione alternativa alla lunetta esterna, che utilizzata in acqua era più soggetta a possibili danni.

    Legend Diver Watch: evolvere fa bene

    Bene, tutto questo excursus non era pensato per farvi sbadigliare, ma per ricordarvi che nell’orologeria del XXI secolo succede come nella fisica: come stabilisce il primo principio della termodinamica, nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Spesso in meglio, grazie al progredire della tecnologia. Il nuovo Legend Diver Watch di Longines lo dimostra.

    Con i nuovi ingressi, la collezione si compone ora di ben 16 referenze, che si distinguono principalmente per la dimensione della cassa (36 o 42 mm), per il colore del quadrante e per la tipologia di bracciale e cinturino. Gli orologi appena presentati sono ben 5 e, come si suol dire, ce n’è per tutti i gusti.

    Nella cinquina fresca fresca, Longines ha scelto di prediligere la dimensione di cassa più contenuta. Sono infatti 3 le referenze da 36 mm, con quadranti dalle tonalità interessanti: beige sabbia, bordeaux vivace e blu reale. Il beige sabbia torna sul Legend Diver Watch da 42 mm, misura disponibile anche in color grigio cenere. Il blu (sfumato, non reale) era già disponibile in collezione con cassa da 42 mm, per tutti gli altri si tratta di una prima assoluta.

    Colore a parte, il quadrante ha per tutte le nuove referenze la classica grafica del Longines Legend Diver: numeri arabi al 6, 9, 12, datario al 3, indici ben leggibili in ogni condizione di luce (per i dettagli vi rimando alle didascalie). Il brand ha fatto un ottimo lavoro sul colore, mantenendo la scelta del quadrante sfumato introdotta sulle referenze precedenti a queste, che giocavano sui toni del blu, del marrone e del verde. Quest’ultima con cassa in bronzo.

    Affidabilità firmata Longines

    E veniamo al movimento. Qui, Longines fa come l’allenatore di calcio che deve vincere la finale di Champions League: schiera in campo il bomber affidabile che, ne è sicuro, la metterà in rete. La versione da 42 mm del Legend Diver Watch monta infatti il calibro Longines L888.5, un solo tempo automatico con 3 giorni di autonomia e 25.200 alternanze/ora, che deriva dall’ETA A31.L11.

    Si tratta di un movimento di provata affidabilità, come lo era il calibro 19AS che equipaggiava il suo antenato del ‘59. Del resto, per quanto ormai super-stiloso, il Legend Diver Watch rimane un subacqueo di razza, come dimostra l’impermeabilità fino a 30 atmosfere. Ha quindi bisogno di un movimento che non tradisce.

    Allo stesso modo, il calibro L592.5 che equipaggia le versioni da 36 mm deriva da un ETA (A20.L11), ma è ancora più preciso – 28.800 alternanze/ora -, anche se paga un po’ in autonomia – solo 45 ore. Entrambi i calibri sono garantiti 5 anni e hanno la spirale in silicio, materiale che minimizza gli effetti negativi del magnetismo sulla precisione e sulla marcia dell’orologio.

    Un prezzo, mille polsi per il Legend Diver Watch

    Prima di lasciarvi alle didascalie che meglio illustrano alcune peculiarità del Legend Diver Watch, due parole sul prezzo, uno dei punti sui quali Longines è storicamente forte. La strategia commerciale ha previsto di non differenziare i prezzi di queste ultime referenze, né in base al colore né in base al diametro di cassa: gli orologi costano tutti 2.280 euro, come gran parte di quelli già in catalogo. Potete già trovare i nuovi modelli sull’e-commerce della Casa, nella pagina dedicata all’intera collezione.

    Al di là del rapporto qualità-prezzo, sul quale Longines ha pochi rivali, questo posizionamento consente anche, a mio avviso, di assecondare in modo furbo una tendenza in atto sulle scelte delle dimensioni di cassa. Da un lato, molte donne si orientano su misure più ampie, maschili; dall’altro, gli uomini con i polsi sottili cercano orologi con casse più vestibili, non ingombranti e che evitino di litigare con il polsino della camicia.

    Giocando su queste dinamiche e su colori decisamente genderless, i nuovi Longines Legend Diver Watch accontentano ben quattro tipi di appassionati: la donna che sceglie l’orologio da donna, l’uomo che sceglie quello da uomo, la donna che ama la misura da uomo, l’uomo che ama quella da donna. In un’epoca in cui le desinenze in A e in O, in E e in I sono sostituite da ridicoli asterischi, non è una roba da poco. Specialmente per un orologio che vuole essere leggenda.

  • Defy Skyline: il sorprendente Zenith con El Primero solo tempo

    Defy Skyline: il sorprendente Zenith con El Primero solo tempo

    «È del poeta il fin la meraviglia», scriveva nel ‘600 il più grande poeta barocco italiano, Giovan Battista Marino. Parafrasando: qual è il compito del poeta? Stupire. Sostituiamo “poeta” con “orologeria”: l’endecasillabo salta, ma il verso diventa quasi un payoff per lo Zenith Defy Skyline. Un orologio poco barocco, molto essenziale, che però stupisce. Eccome.

    Ce ne siamo accorti durante la LVMH Watch Week, nella quale Zenith ha presentato ben cinque modelli tra i quali, appunto, il Defy Skyline. Non che gli altri quattro siano passati inosservati – specialmente il Defy Revival A3642 -, ma questo, signori, ha catturato occhi e attenzioni di tutti. Spero di farvi capire il motivo.

    Perché la collezione Defy

    Per riuscirci, devo fare qualche passo nel futuro e qualche altro nel passato. Quelli nel futuro li muovo insieme al Ceo di Zenith, Julian Tornare. In un’intervista dello scorso dicembre, rilasciata al sito Hodinkee.com, ha definito la collezione Defy come «la locomotiva che sta spingendo avanti il brand». In effetti, in questa linea Zenith fa ciò che le case automobilistiche fanno in Formula 1: sperimenta le soluzioni avanzate che poi entreranno nella produzione “di serie”.

    Provate a pensare. Da quando è stata riportata in vita, nel 2017, la collezione Defy ha ospitato un cronografo a 1/100 di secondo (Defy 21), un nuovo oscillatore (Defy Inventor), un doppio tourbillon (Defy Double Tourbillon), un tourbillon a gravità zero (Defy Zero-G), per tacer del resto.

    Una sperimentazione che l’ha portata a essere la collezione più completa di Zenith. Con un cronografo ad alta frequenza nel Defy 21 e nel Defy Extreme, un segmento di fascia alta con orologi sulla scia del tourbillon a gravità zero e, appunto, un orologio sportivo di punta che è il nuovo Defy Skyline. Un esemplare bello davanti, ma che dà il meglio di sé sul lato B, o meglio, con ciò che dal lato B si intravede: il nuovo calibro El Primero 3620. La soluzione avanzata di cui sopra.

    El Primero solo tempo? What?!

    Se di solito parto dall’esterno nel raccontare un orologio, il Defy Skyline merita di essere spiegato partendo dal cuore. Perché è vero che si tratta di un solo tempo, ma guardando la lancetta del contatore a ore 9… c’è qualcosa che non quadra: corre come Filippo Ganna in una cronometro del Giro d’Italia. Infatti, sembrano piccoli secondi, ma è l’indicazione dell’alta frequenza: un contatore del decimo di secondo.

    Una piccola magia (la “meraviglia” di cui scrivo all’inizio) resa possibile proprio dal calibro El Primero 3620, che usa la stessa base del 3600 – 36.000 alternanze/ora – senza le funzionalità del cronografo e aziona la lancetta del decimo di secondo direttamente dallo scappamento, permettendole di compiere 10 “scatti” ogni secondo (in realtà con un moto in apparenza molto fluido). Medesima base di partenza, calibro nuovo.

    Zenith afferma che questa è la prima volta nella storia dell’orologeria svizzera in cui un orologio incorpora un contatore a parte per il decimo di secondo. Inoltre, a differenza di altri esempi storici di El Primero, il Defy Skyline ha pure la cosiddetta funzione hacking seconds, comunemente chiamata “stop secondi”, ossia il blocco della lancetta dei secondi quando si estrae la corona per regolare ora e data con precisione.

    Il calibro 3620 conserva anche elementi del calibro 3600: come la carica automatica tramite rotore bidirezionale; 60 ore di autonomia; la ruota dello scappamento in silicio a forma di stella; e l’àncora visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro. “Un movimento della Madonna”, lo ha definito un illustre collega che scrive mirabili pezzi su questo sito.

    Di sicuro un calibro che, facendo muovere la lancetta del decimo di secondo direttamente dallo scappamento, avrebbe potuto avere problemi nell’ampiezza dell’oscillazione, con conseguenti ricadute sulla precisione dell’orologio. Pur partendo dal calibro 3600, nel 3620 Zenith non si è limitata a togliere di mezzo il modulo cronografico. Ha creato un movimento del tutto nuovo: ha reingegnerizzato il treno del tempo per puntare a una trasmissione dell’energia ottimale e costante. Non dimentichiamo che lavora pur sempre a 5 Hz…

    Ma prima del Defy Skyline…

    Il risultato è un orologio solo tempo dalle prestazioni superiori, che però non spunta dalla sera alla mattina come un fungo porcino. Intanto, perché il lavoro fatto sul calibro – lo abbiamo visto – è stato lungo e accurato. E poi perché nelle collezioni di Zenith comparve già una decina d’anni fa un El Primero tre lancette, quando era amministratore delegato l’attuale Ceo di Rolex, Jean-Frederic Dufour. Prendeva il nome da una serie del marchio degli anni ’70, Espada.

    Un orologio nel complesso ben fatto, ma che non ebbe successo per una serie di motivi. Ben fatto, appunto, ma non aveva nulla che lo identificasse a colpo d’occhio come uno Zenith. A differenza del Defy Skyline, il cui contatore con la lancetta del decimo di secondo non esiste in nessun altro orologio ed è dannatamente, visceralmente Zenith. Con l’Espada ci si era limitati a togliere i componenti del cronografo e a “semplificare” il movimento, qui lo si è reinventato ex novo. E la differenza si vede.

    Inoltre quell’Espada era un orologio piuttosto anonimo – cassa tonda da 40 mm, cinturino in pelle -, mentre il Defy Skyline ha un’estetica ben definita, che lo fa scendere nell’arena dei tre lancette sportivi in acciaio con bracciale integrato, a sfidare voi sapete quali marchi e quali pezzi. In questa arena, il contatore del decimo di secondo è un punto esclamativo: il segno che Zenith non si limita a cantare nel coro, ma vuole far sentire la propria voce da solista, provare a guidare la tendenza anziché seguirla.

    Da dentro a fuori

    Questo mi dà l’aggancio per parlare dell’estetica del Defy Skyline. Era ora, direte voi. Forse sì, ma il piccolo excursus appena compiuto (i passi nel passato che all’inizio ho scritto che avrei mosso…) aiuta a capire meglio certi dettagli. Come, per esempio, la forma della cassa e della lunetta: la prima è ottagonale, la seconda ha 12 lati. I Defy del passato erano caratterizzati da una lunetta con ben 14 lati; il passaggio a 12 è dettato principalmente dall’aumento del diametro della cassa, passato da 37 agli attuali 41 mm.

    Lo Zenith Defy Revival A3642 presentato durante la LVMH Watch Week mantiene la lunetta a 14 lati perché è una riproduzione fedelissima del suo antenato del 1969. Bella, ma impedisce uno dei dettagli che rendono il Defy Skyline così ricercato: i 12 indici delle ore – placcati rutenio, sfaccettati e rivestiti di Super-Luminova – cadono esattamente a metà di ciascun lato della lunetta.

    Il quadrante

    Questi stessi indici sono applicati sul quadrante, la cui lavorazione, come si suol dire, vale il prezzo del biglietto: è un motivo che allinea una serie di stelle a quattro punte incise. È insieme una reinterpretazione del logo Zenith “double Z” degli anni ’60 e un richiamo al cielo notturno. Cielo che ha ispirato il fondatore del marchio, Georges-Favre Jacot, a creare l’orologio più preciso della sua epoca e a chiamare la sua manifattura come il punto più alto dell’emisfero celeste visibile.

    Il quadrante stellato, disponibile in blu, nero o argenté, ha una finitura effetto soleil; invece il contatore del decimo di secondo ha una lavorazione azuré (a cerchi concentrici) che lo fa spiccare sul “cielo stellato”. La finestra del datario, a ore 3, ha lo sfondo in tinta con il quadrante per mantenere una omogeneità cromatica molto ben bilanciata.

    Defy Skyline: portiamolo allo yacht club

    A proposito di bilanciamento, eccomi alla cassa e al bracciale. Intanto, l’ho scritto, siamo di fronte a uno sportivo in acciaio con bracciale integrato. Viene quasi da definirlo un “orologio da yacht club”: sporty-chic e impermeabile fino a 10 bar pur non essendo un subacqueo. La corona avvitata, però, fa la differenza. A dirla tutta, non sarebbe strettamente necessaria su un pezzo con questa vocazione, ma nella collezione Defy mancava e, francamente, meglio che adesso ci sia: aumenta le occasioni di utilizzo dell’orologio.

    L’eleganza sportiva da yacht club torna anche nelle finiture di cassa, lunetta e bracciale. La cassa ottagonale alterna la lavorazione lucida dei bordi smussati con la satinatura verticale della carrure. La medesima alternanza si trova sulla lunetta – parte interna tonda satinata, dodecagono lucido – e sul bracciale a tre file. Bracciale che è chiuso da una fibbia déployante con doppio pulsante di sicurezza, che non altera la silhouette avvolgente dell’orologio.

    Oltre al bracciale, è disponibile anche un cinturino in caucciù: blu o nero, abbinato ai rispettivi quadranti, verde per la referenza con il quadrante argenté. Un’alternativa molto estiva e “marinara” quella del caucciù; mi chiedo solo perché chiudere anche questo con una déployante, che è anche più ingombrante rispetto a quella del bracciale, anziché con un bell’ardiglione. Mah!

    Considerazioni finali

    Il Defy Skyline è un orologio intelligente. E se avete letto con attenzione tutto quello che ho scritto fino a qui, non dovreste faticare a capire perché. Principalmente perché è la proposta con cui un marchio che ha tutto per essere leader – storia, capacità, tecnologia, visione – si inserisce in un segmento di mercato più che presidiato e ricco di mostri sacri. Un ingresso che è stato fatto con orgoglio ed emozione, come ha fatto percepire durante la presentazione digitale dell’orologio Romain Marietta, Head of Product Development oltre che Heritage Director del brand.

    Soprattutto, però, perché Zenith ha scelto di entrare in questo club dalla porta principale, giocando due carte da sempre vincenti per il brand: prestazioni e design. E abbinandole a un dettaglio non di secondo piano, il prezzo. In un segmento nel quale i principali competitor del Defy Skyline costano due, tre, quattro volte di più, posizionare questo orologio – disponibile da fine febbraio – a 8.300 euro è una mossa destinata a dare fastidio a tanti.

    Il rischio vero è che, data l’attuale capacità produttiva di Zenith limitata a poche migliaia di orologi all’anno (e data la non volontà/possibilità di aumentarla a breve), per questo più che per altri modelli della casa lo shortage è dietro l’angolo. Poco male, forse: dopotutto ci sono marchi che sulle referenze con il contagocce hanno costruito il proprio successo…

  • TAG Heuer Aquaracer Professional 200: subacqueo a chi?

    TAG Heuer Aquaracer Professional 200: subacqueo a chi?

    Neve o ghiaccio, sempre acqua è. No, non vi sto invitando alla fiera dell’ovvio. Sto mettendo nero su bianco il primo pensiero che ho avuto assistendo alla presentazione online del TAG Heuer Aquaracer Professional 200. Una novità sulla quale il marchio di LVMH punta parecchio, forse ancora di più che sull’Aquaracer Professional 300 presentato lo scorso anno.

    Sì, va bene l’acqua solidificata, ma cosa c’entrano la neve e il ghiaccio con un orologio che è storicamente e ancora un subacqueo, mi chiederete? C’entrano, perché il messaggio che TAG Heuer dà con la campagna di promozione a sostegno dell’Aquaracer Professional 200 è chiaro.

    Dice che chi si mette al polso questo pezzo può anche mollare surf e bermuda, infilarsi un paio di sci e lanciarsi in un fuoripista. Oppure calzare i ramponi, afferrare due piccozze e scalare una cascata di ghiaccio. Senza che l’Aquaracer Professional 200 faccia un plissé, perché è sì un subacqueo ma soprattutto è un orologio multisport.

    Il DNA rimane TAG Heuer

    Lo ha confermato durante la presentazione il “padrone di casa”, il Ceo di TAG Heuer Frédéric Arnault. Occhio, perché il ragazzo è in gamba, non è stato messo lì perché figlio del proprietario di LVMH. Ha le idee chiare sulle strategie di sviluppo del marchio. Alla mia domanda sul perché trasformare un subacqueo in un multisportivo, non ha avuto esitazioni: perché la collezione è maturata così tanto nel portafoglio di TAG Heuer e nel percepito degli appassionati che, ormai, il mare le stava stretto.

    Tra tutte le collezioni del marchio, è l’unica che si poteva prestare a questo ampliamento di orizzonti, perché è la più versatile in termini di materiali e performance. E devo dire che il risultato non è niente male, anche confrontato con l’Aquaracer 300.

    TAG Heuer ha realizzato l’Aquaracer Professional 200 con movimenti automatici e al quarzo e con due dimensioni di cassa, da 30 e da 40 mm. Concentrerò la mia attenzione sui 40 mm, perché mi sembrano quelli che meglio si adattano alla vocazione sportiva dell’orologio, non certo per una discriminazione di genere. Gli orologi maschili e femminili per me hanno pari dignità, chi vuole far polemica sbaglia persona…

    Il lavoro sul quadrante

    E per parlare dell’orologio parto dal quadrante, sul quale è stato fatto un lavoro importante e ben riuscito. Anche se gli immancabili so-tutto-io hanno ironizzato parlando di “AquaNautilus” o di “NautiRacer” di fronte alla lavorazione a righe orizzontali, il quadrante dell’Aquaracer Professional 200 ha carattere e non scimmiotta nulla. La decorazione esalta la tonalità fumé, nera o blu, più chiara in centro e più scura verso la periferia, grazie anche all’effetto soleil. E ne viene esaltata.

    Uno sfumato che si trova solo sulle due referenze con calibro automatico, mentre sulle due al quarzo TAG Heuer ha optato per una tonalità nera o argento uniforme. È l’unica differenza tra i quadranti di quarzo e automatici, che condividono invece le altre caratteristiche: indici trapezoidali dai bordi dritti, lancette a forma di spada e markers bianchi nitidi. Gli indici e le lancette sono ben rivestiti di Super-LumiNova, come si conviene a uno sportivo.

    Come nell’Aquaracer Professional 300, il datario è a ore 6 ma è privo di lente magnificatrice, che nel 300 era interna al cristallo zaffiro per eliminarne le sporgenze. Girovagando sui forum specializzati ho visto che la scelta di eliminare la lente è stata accolta con molto favore. Personalmente sospendo il giudizio in attesa di poter provare l’orologio: la mia vista cala con il passare degli anni e forse una lente mi farebbe comodo, nonostante i numeri a contrasto sul disco scuro del datario sembrino ben leggibili. Vi saprò dire.

    Sportivo ma vestibile

    Bella l’attenzione dedicata alla finitura della cassa, in acciaio leggermente spazzolato. La stessa finitura che si ritrova sulla lunetta dodecagonale e che rende così l’orologio ben omogeneo alla vista. La cassa è spessa 11 mm, non male per un subacqueo professionale. Uno spessore che, come dicono in TAG Heuer, lo rende “perfetto sia per lo speed-flying o lo sci su ghiaccio, che per passeggiare in città”. Insomma, un tipo da giacca a vento ma anche da giacca di tweed. 

    Due parole proprio sulla lunetta unidirezionale. I designer di TAG Heuer non ci hanno messo nemmeno una goccia di Super-Luminova per creare, come dicono loro, “un look più sartoriale” (ricordatevi della giacca di tweed…). E hanno lavorato anche sulla fluidità dello scatto e sul suono.

    Perché dovete sapere che il mondo di noi che amiamo gli orologi è popolato da feticisti. Tra cui coloro che godono nell’ascoltare il suono della lunetta rotante: più fluido è lo scatto e meno diventa rumoroso, più è ovattato e più aumenta il piacere. Ecco, questi personaggi avranno di che godere con l’Aquaracer Professional 200, vista la fluidità con cui gira la lunetta.

    Un calibro che è una garanzia

    Il movimento è il collaudatissimo Calibro 5 di TAG Heuer, automatico da 28.800 alternanze/ora e 38 ore di autonomia (il suo unico punto debole…), con indicazione di ore, minuti, secondi centrali e data. Nasce come variante dell’Eta 2824-2, un movimento dal quale sono state sviluppate decine di calibri, incassati prevalentemente da orologi dei marchi di Swatch Group, cui Eta appartiene.

    È il movimento per eccellenza della collezione Aquaracer e di alcune referenze solo tempo della Carrera; e oltre all’affidabilità ha il non trascurabile vantaggio di aiutare a contenere il costo dell’orologio entro una cifra concorrenziale nel suo segmento. Ottima in rapporto alla qualità complessiva del pezzo: 2.600 euro (1.950 per la versione al quarzo).

    Bracciale o cinturino?

    L’orologio è fornito solo con un bracciale in acciaio con fibbia deployante, doppio pulsante di sicurezza e sistema per estenderlo in modo da indossarlo sopra alla muta o sopra alla giacca a vento. Il bracciale è a tre file, con la maglia centrale lucida che forse è un po’ delicata per l’utilizzo da duri che questo Aquaracer vorrebbe incentivare.

    Personalmente avrei affiancato anche la possibilità di impiegare un cinturino in caucciù, in cordura o in velcro per un uso più spregiudicato; ma mi rendo conto che sarebbe stato più difficoltoso gestire il sistema di estensione.

    TAG Heuer Aquaracer Professional 200: promosso

    Giusto per completezza, segnalo che oltre alle quattro referenze con cassa da 40 mm, due al quarzo e due automatiche, l’Aquaracer Professional 200 di TAG Heuer è disponibile in sette referenze con cassa da 30 mm, due automatiche e cinque al quarzo. Negli automatici prevale la sportività, con quadranti in madreperla fumé e indici in diamanti; nei quarzi l’eleganza, specialmente nella versione con indici e lunetta in diamanti e quadrante in madreperla bianca.

    Nel complesso l’Aquaracer Professional 200 è ben riuscito; incontra la tendenza di questi ultimi anni a ridurre i diametri delle casse (lo fa persino Panerai!), aumentando però il valore percepito dell’orologio. Segno che TAG Heuer sta lavorando bene e nella direzione giusta per ampliare la sua base di clienti e di appassionati. Frédéric Arnault è bravo, non è un raccomandato e ha un’altra virtù: è molto giovane. E Dio solo sa quanto i giovani servono oggi all’orologeria svizzera.

  • HydroConquest XXII Commonwealth Games: la serie limitata di Longines

    HydroConquest XXII Commonwealth Games: la serie limitata di Longines

    Chi, come me, ama La Settimana Enigmistica conosce bene la rubrica di curiosità “Forse non tutti sanno che…”. Ebbene, forse non tutti sanno che esiste un evento multisportivo che si tiene ogni quattro anni e che è secondo solo alle Olimpiadi come numero di atleti e di Paesi partecipanti: i Giochi del Commonwealth. Di cui Longines è Partner e Cronometrista Ufficiale, e in quanto tale ha realizzato l’HydroConquest XXII Commonwealth Games.

    Giochi del Commonwealth: what?

    Aspettate, forse sono partito in tromba, meglio andare per gradi. E ricordare che, come recita Wikipedia, il Commonwealth delle nazioni o Commonwealth è “un’organizzazione intergovernativa di 54 Stati indipendenti, tutti accomunati (eccetto il Mozambico e il Ruanda) dalla passata appartenenza all’Impero britannico, del quale il Commonwealth è una sorta di sviluppo su base volontaria”.

    I Giochi del Commonwealth riuniscono ogni quattro anni gli atleti appartenenti ai Paesi di questa entità post-coloniale. L’edizione numero 22 si svolgerà a Birmingham, in Inghilterra, dal 27 luglio al 7 agosto prossimi. Poter tenere il tempo delle diverse discipline è per Longines un bel colpo, ma non una novità: la Clessidra Alata ha già incrociato i destini degli sportivi di Sua Maestà Elisabetta II (Dio la conservi, ça va sans dire), nelle edizioni del 1962, 2014 e 2018.

    E siccome l’appetito vien mangiando, nel 2020 il marchio ha sottoscritto un accordo con l’organizzazione dei Giochi per essere partner della manifestazione anche nelle edizioni 2022, 2026 e 2030. Insomma, con Omega alle Olimpiadi e Longines ai Giochi del Commonwealth Swatch Group ha fatto scopa, confermandosi leader mondiale nel cronometraggio sportivo.

    Longines Hydroconquest, la scelta naturale

    Una bella spinta alla visibilità del brand, che però da sola non basta. Perché se è vero che il logo e il nome di Longines saranno ovunque a Birmingham e in sovrimpressione sulle televisioni del mondo, la missione del marchio – oltre a cronometrare – è quella di vendere orologi. E così, un po’ come fa Omega con i Cinque Cerchi, Longines ha preparato un esemplare in versione celebrativa: l’HydroConquest XXII Commonwealth Games.

    Perché proprio un HydroConquest? Risposta semplice: perché è la linea più sportiva del marchio, quella che per design e materiali meglio si adatta a uno stile di vita dinamico e attivo. Una collezione non ancora maggiorenne, perché nel 2022 celebra i 15 anni di vita. Quindici anni non particolarmente movimentati a dire il vero, perché Longines ha mantenuto una certa coerenza estetica rispetto al primo modello presentato nel 2007.

    Fino al 2013 l’HydroConquest rimase quasi uguale a se stesso. In quell’anno Longines introdusse i dodici i numeri arabi sul quadrante al posto dei 6, 9 e 12, ripristinati poi nel 2015. Nel 2018 arrivò la ghiera in ceramica e gli indici a bastone furono soppiantati dai “pallettoni”. Negli anni anche le dimensioni della cassa mutarono, passando da 44 mm a 43, 41, 39, così come all’acciaio si affiancò la ceramica.

    Anche sui movimenti dell’HydroConquest c’è stato parecchio… movimento. La serie originaria incassava il calibro Longines L633, derivato dall’ETA 2824 in versione elaboré; nel tempo si è passati al Longines L619 di derivazione ETA 2892-A2. Si è arrivati poi a grandi passi fino al calibro attuale, L888, di gran lunga uno dei movimenti più utilizzati dal marchio per gli automatici a tre lancette (l’HydroConquest è disponibile anche al quarzo). I cronografi incassano il calibro L688, la stessa famiglia di quello montato nel Longines Spirit.

    HydroConquest XXII Commonwealth Games: l’orologio

    Bene, bravo, bis. Ma ci vuoi parlare dell’orologio creato per i Giochi del Commonwealth? Senza perdere altro tempo, dico subito che si tratta di un HydroConquest nella sua espressione più pura. Cassa in acciaio da 41 mm, bracciale anch’esso in acciaio bello massiccio; impermeabilità a 30 bar come si conviene a un subacqueo di razza; quadrante nero con lavorazione soleil e sottigliezze stilistiche per le quali rimando alle didascalie.

    Il riferimento ai Giochi è affidato ai tocchi cromatici (trovate anche qui i dettagli nelle didascalie) e al fondello, che reca il logo Birmingham 2022 inciso con la dicitura “Limited Edition – 1 out of 2022”. Perché, dimenticavo, Longines ha pensato a un’edizione limitata per questo orologio; una scelta non usuale per il marchio, che dimostra quanto orgoglio ha nello sposare questa partnership.

    Giusto per riagganciarmi al discorso sui calibri che ho scritto poco sopra, anche l’HydroConquest XXII Commonwealth Games è mosso dal calibro automatico L888.5 di derivazione ETA, affidabile e infaticabile come un mulo degli Alpini. Affidabile perché la spirale in silicio gli garantisce un’elevata precisione e una maggiore durata nel tempo; infaticabile perché le 72 ore di riserva di carica sono un’ottima performance per uno sportivo con queste caratteristiche.

    E il bello sta nel fatto che Longines è così sicura dell’affidabilità e delle prestazioni dell’orologio, da corredarlo con una garanzia di 5 anni. Che lo porta oltre la data della prossima edizione dei Giochi del Commonwealth, per i quali ci aspettiamo un’altra limited edition dedicata.

    Per concludere

    Insomma, c’è altro da dire su questo HydroConquest XXII Commonwealth Games? Ok, mancano il prezzo (1.810 euro) e la disponibilità (per ora si sa che sarà in vendita da marzo sull’e-commerce del marchio). Ma in più c’è da dire che Longines sta lavorando molto bene ormai da anni, utilizzando al massimo le potenzialità dell’economia di scala che le derivano dall’appartenenza a un colosso come Swatch Group.

    Il tutto riuscendo a restare fedele a una storia ultracentenaria (quest’anno l’azienda compie 190 anni) senza snaturarla, senza svilirsi con costose ma vacue strategie di marketing, senza posizionarsi dove non le compete.

    Sarà un caso se nel 2020, secondo le stime di LuxeConsult e Morgan Stanley, si è posizionata al quinto posto per fatturato tra i marchi di orologeria (1 milione e 145mila franchi) e al terzo per numero di pezzi venduti (circa 1,5 milioni)? Io credo di no. E voi?

  • UR-100 Electrum: Urwerk tra passato e futuro

    UR-100 Electrum: Urwerk tra passato e futuro

    «Il termine topos deriva dal greco τόπος, “luogo”, e significa luogo comune. Con esso può quindi intendersi uno schema narrativo indefinitamente riutilizzabile, a cui spesso è legato un particolare motivo stilistico ad esso consono». Così Wikipedia. «L’orologeria svizzera non cambia mai», per esempio, è un topos. Almeno per chi non conosce Urwerk e le sue creazioni, come l’UR-100 Electrum.

    Il marchio fondato da Felix Baumgartner e Martin Frei è tutto fuorché statico e non poteva essere diversamente: parliamo di un maestro orologiaio e di un designer entrambi visionari. Fin dalla nascita, nel 1997, Urwerk ha dato alla visualizzazione del tempo una forma e un significato nuovi. Fatevi un giro sul sito del brand, date un’occhiata alle collezioni e provate a trovare un orologio “normale”: non ce la farete, garantito al limone.

    Urwerk UR-100: vagabondo che son io…

    Per fortuna, dico io. Perché collezioni come la UR-Satellite cui appartiene il giocattolino di cui scrivo oggi – l’UR-100 Electrum, appunto -, sono una botta di vita e di genialità in un mondo che, se è falso dire che non cambia mai, sicuramente lo fa con una certa lentezza. Dopotutto, ciò che caratterizza l’UR-100 Electrum, ossia l’indicazione del tempo attraverso un sistema planetario (a ingranaggi epiciclici) delle “ore vagabonde”, pur se interpretato qui in maniera ultra-moderna, è antico di almeno 400 anni. Era già usato, ad esempio, a metà del ‘600 dai fratelli Campani, artigiani umbri di strumenti ottici.

    A loro, papa Alessandro VII commissionò un prototipo di orologio che consentisse di vedere le ore anche al buio e avesse uno scappamento non rumoroso. L’orologio “notturno e silenzioso” creato dai Campani aveva al posto delle lancette alcuni dischi rotanti che indicavano le ore marcando un semicerchio con la scala dei minuti incisa, illuminata dal retro da una lampada a olio.

    Sul quadrante dell’UR-100 Electrum vi sono tre satelliti, ciascuno dei quali riporta quattro ore. Essi ruotano su se stessi e intorno a un asse, in una sorta di giostra a tre bracci; allo scattare dell’ora (dipinta in Super-LumiNova, nessuna lampada…), il satellite che la riporta la mette in evidenza allineandosi alla parte inferiore del quadrante; qui, su un arco di circa 140°, si trova la scala dei minuti, lungo la quale scorre una lancetta rossa e bianca solidale all’ora riportata dal satellite.

    Rotazione e rivoluzione

    Baumgartner e Frei hanno aggiunto un barbatrucco. Quando la lancetta dei minuti passa il 60° minuto dell’ora, scompare per un po’ per riapparire sul lato sinistro del quadrante come un contachilometri, illustrando i 555 chilometri che la Terra percorre ogni 20 minuti ruotando su se stessa (calcolati sulla velocità media di rotazione del pianeta all’Equatore). Sul lato destro è misurata un’altra scala: la distanza percorsa dalla Terra nel moto di rivoluzione intorno al Sole, sempre in 20 minuti: circa 35.740 chilometri.

    Non che siano dati di una qualche utilità nel nostro quotidiano, ma sono piuttosto fighi e in linea con la filosofia di Urwerk. Di Baumgartner in particolare: «Secondo me, un orologio è sia una riproduzione fisica sia astratta della nostra situazione sulla Terra. Esso ci àncora a un tempo e a una longitudine precisi, mentre allo stesso tempo testimonia la natura fugace di quella posizione».

    Nulla di nuovo anche questa volta perché, come ricorda lo stesso Baumgartner, l’ispirazione gli è venuta da un orologio restaurato da suo padre e realizzato da Gustave Sandoz nel 1893: anziché contare le ore, indicava la distanza percorsa dalla Terra all’Equatore.

    E nulla di nuovo nemmeno per Urwerk, a dirla tutta. Questo tipo di visualizzazione a satellite caratterizza tutta la collezione UR-Satellite, mentre le velocità della Terra si trovano nelle diverse varianti della linea UR-100. Dov’è allora la differenza? Nel materiale della cassa dell’UR-100 Electrum, che anche in questo caso ci riporta al passato.

    La cassa dell’Urwerk UR-100 Electrum

    È infatti realizzata in elettro, o electrum: una lega naturale di oro e argento che può essere ottenuta artificialmente ma che si trova anche in natura, specialmente in Asia Minore. Era utilizzata nella Grecia antica e nell’Antico Egitto come lega per battere moneta; e prende nome dal colore, che ricorda quello dell’ambra, in greco antico ἤλεκτρον, èlektron.

    Le dimensioni sono quelle della linea UR-100, 41 x 49,7 mm. Ma ciò che spicca qui è la lavorazione della superficie, plissettata, quasi ondulata. Nell’idea di Martin Frei, ricorda le tribune di un teatro greco, le pieghe di un abito della stilista Iris van Herpen, la terra scavata dalle impronte del tempo, il motivo Seigaiha tipico dei kimono tradizionali… Mi fido! Non è la prima volta che nella linea UR-100 troviamo una cassa lavorata: quella dell’Ur-100V T-Rex ha un Clous de Paris futuristico.

    Oltre che per la lavorazione plissettata, che guardandola fissa mi ha quasi ipnotizzato, la finitura della cassa esagonale si distingue per l’alternanza di lucidatura e satinatura; e per le marcate scanalature sui lati a ore 3, 6 e 9, che sono un tocco “ruvido” in un insieme che è tutto sommato piuttosto elegante. Anche grazie alla presenza della corona al 12.

    Urwerk e i luoghi comuni…

    Per i dettagli del movimento e del quadrante, vi rimando alle didascalie della galleria di immagini. Chiudo ricordando che l’UR-100 Electrum è fatalmente realizzato in edizione limitata di 25 esemplari. Costa 62.000 franchi svizzeri. E vi lascio con uno spunto di riflessione che spero vi sia già venuto leggendo le righe precedenti.

    Vi ho raccontato che l’orologeria svizzera non è immobile ma discretamente conservativa e ci sono marchi come Urwerk che provano, riuscendoci, a darle una scossa. Poi però scopriamo che l’UR-100 Electrum sfrutta un’idea vecchia di quattro secoli e che ha la cassa fatta con un materiale utilizzato millenni fa. Saranno Baumgartner e Frei a prendersi simpaticamente gioco di noi con la loro genialità? O forse c’è davvero un fondo di verità nei luoghi comuni, anche in quelli che riguardano le lancette rossocrociate?

  • Clifton Baumatic: tutti i colori del Natale di Baume & Mercier

    Clifton Baumatic: tutti i colori del Natale di Baume & Mercier

    «I colori, come i lineamenti, seguono i cambiamenti delle emozioni», era solito dire Pablo Picasso. E il periodo dell’anno che dà emozioni forti è quello del Natale, che cade però in una stagione non particolarmente colorata come l’inverno. Ci ha pensato Baume & Mercier a dare una pennellata di vitalità alle Feste con la sua renna… pardon, il suo cavallo di battaglia. Che ha un nome e un cognome ben noti agli appassionati: Clifton Baumatic. 

    Clifton Baumatic tra tecnica ed estetica

    Non sto a spendere eccessive parole sulle caratteristiche tecniche del calibro automatico Baumatic. Rischierei di duplicare i contenuti dell’articolo perfetto e completo che potete leggere qui; e farei felice Google e il suo algoritmo, che segherebbero senza pietà questo mio contributo. Mi limito a una rinfrescata veloce veloce.

    Cinque giorni di autonomia grazie anche allo scappamento Powerscape, elevata resistenza ai campi magnetici, affidabilità che ne dilata i tempi di manutenzione programmata, precisione certificata Cosc. Non a caso, il Baumatic è diventato il movimento bandiera di Baume & Mercier.

    Come promesso, sono stato più che sintetico, perché siamo qui per parlare di orologi ma anche del Natale e dei colori. Colori che come da tradizione, oltre al bianco della neve, sono il rosso di Babbo Natale e il verde dell’albero. Ecco allora che quei furbacchioni di Baume & Mercier hanno pensato di abbinare alle festività i Clifton Baumatic più vivaci che hanno in collezione, con i quadranti laccati sfumati bordeaux e verde, lanciati lo scorso autunno. Con in più il blu della referenza con calendario perpetuo, che aggiungiamo noi.

    I “gemelli diversi” della famiglia Baumatic

    I Clifton Baumatic verde e bordeaux sembrano gemelli ma sono fratelli. La cassa da 40 mm del primo scende a 39 nel secondo; a dividere i due “ragazzi” c’è anche il materiale: acciaio per il verde, oro rosa per il bordeaux. Una scelta intelligente, perché l’abbinamento acciaio-verde è più contemporaneo, mentre il bordeaux “chiama” decisamente l’oro rosa.

    Entrambe le referenze, come ricorda la Maison, hanno “linee eleganti e metropolitane”, ma la più elegante delle due è a mio avviso quella bordeaux, per diversi motivi: un diametro di cassa più da dress watch; l’oro rosa; e la provvidenziale fibbia ad ardiglione (chi mi conosce sa che su questo tipo di fibbia sono sfacciatamente di parte…), che lo rende più indossabile sotto al polsino di una camicia.

    Per l’importante lavoro che Baume & Mercier ha fatto sulle finiture di questi due orologi vi rimando alle didascalie della galleria di immagini. Segnalo solo un dettaglio che mi ha fatto capire l’accuratezza di pensiero che sta dietro al design del Clifton Baumatic.

    Così come sono un fan dell’ardiglione, allo stesso modo non amo il datario sugli orologi a tre lancette; qui, invece, la finestra a ore 3 è ciò che serve per completare l’equilibrio del quadrante. Il suo sfondo nero si mimetizza con la nuance più scura dello sfumato e la sua forma rettangolare fa sì che il lato interno si allinei alle estremità degli indici delle 2 e delle 4, tenendo in equilibrio il giro della minuteria. Un’armonia di proporzioni sostenuta dal mirino al centro del quadrante, tocco vintage caratteristico del Baumatic in versione Cosc fin dal suo esordio.

    Perpetuamente Baume & Mercier

    Scrivevo sopra che, oltre ai “gemelli diversi” verde e bordeaux, abbiamo messo sotto all’albero anche il Clifton Baumatic con calendario perpetuo, nella versione con quadrante blu che ritengo tra le più interessanti sul mercato. Per differenti ragioni.

    Intanto, perché la chiarezza delle informazioni sul quadrante non è così scontata in una complicazione del genere. Eppure qui tutto è ben visibile – grazie anche ai 42 mm della cassa in oro rosa – e, come potete leggere nelle didascalie, ciascun contatore è razionalmente posto dove deve essere. Con il tocco delle fasi lunari a ore 6, non sempre presenti in un calendario perpetuo.

    Poi, per la facilità di utilizzo. I correttori del giorno della settimana, del giorno dell’anno, del mese e delle fasi lunari sono presenze discrete su entrambi i lati della cassa e consentono una regolazione immediata ed elementare di tutte le informazioni.

    E ancora per il movimento. Il calibro Baumatic BM13-1975A C2 è stato sviluppato partendo da una base Baumatic sulla quale gli orologiai di Baume & Mercier hanno innestato un modulo Dubois-Dépraz 55202 per il calendario perpetuo. E ricordo che parlare di Dubois-Dépraz significa parlare di un’azienda “signora” dei moduli, ma anche capace di creare in passato nientemeno che il celebre calibro 11 di Heuer. Mica pizza e fichi. Si tratta dunque di due meccaniche di ottimo livello, che mettono a fattore comune le loro migliori caratteristiche in una complicazione d’eccellenza.

    Clifton Baumatic: prezzo, qualità e… Babbo Natale

    Ricordo en passant che la caratteristica del calendario perpetuo è quella di sapere riconoscere in modo automatico i mesi con 30, 31 e 28 giorni, oltre al febbraio da 29 dell’anno bisestile. Funzioni che avranno bisogno di una correzione manuale a febbraio 2100. Il calendario gregoriano, su cui è basata la misurazione del nostro tempo, prevede che un anno centenario su quattro non sia bisestile, per mantenere il corretto ciclo dei giorni: il prossimo sarà proprio il 2100. Fra 79 anni, dunque, gli attuali calendari perpetui dovranno essere regolati manualmente per passare dal 28 febbraio al 1° marzo, saltando il 29. Buon per chi ci sarà…

    Infine, il Clifton Baumatic calendario perpetuo merita una notazione per il prezzo. A 26.000 euro un calendario perpetuo non è certo regalato, ma guardando alla concorrenza il costo è decisamente competitivo, considerando calibro, materiali (la cassa è pur sempre oro rosa 18 carati) e finiture. I fratellini costano invece 3.050 euro – acciaio – e 7.300 – oro rosa.

    Un’informazione che non guasta. Perché se è vero che a Natale tendiamo a non guardare troppo il portafogli pur di far felici chi si ama, è anche vero che spendere il giusto prezzo per la giusta qualità è sempre più importante per amanti dell’orologeria che siano anche consapevoli di ciò che acquistano. Sarà un caso che Baume & Mercier ha messo nel sacco di Babbo Natale proprio la collezione Baumatic?

  • H. Moser & Cie. Heritage Dual Time: (quasi) tutto il resto è noia

    H. Moser & Cie. Heritage Dual Time: (quasi) tutto il resto è noia

    Un adagio dei nostri nonni dice che “il frutto non cade mai lontano dall’albero”. Vale anche per gli orologi, figli prediletti di artigiani dei quali non di rado rispecchiano l’animo e la visione della vita. Prendiamo il caso di H. Moser & Cie. e del suo nuovo Heritage Dual Time.

    Come tutti gli orologi dotati di un secondo fuso orario, l’Heritage Dual Time è concepito per il viaggio e per un viaggiatore coraggioso. Nel senso che non deve aver paura di spostarsi da un continente all’altro con un pezzo di alta orologeria da 20.900 euro al polso… Una vocazione da globetrotter che era propria anche del padre del marchio, Heinrich Moser.

    Quell’Heinrich Moser che nel 1827, a 22 anni – età in cui, oggi, buona parte dei ragazzi italiani è ancora saldamente aggrappata alla gonna di mammà -, mollò tutto nella natia Schaffhausen per andare a cercare fortuna in Russia. Fortuna che trovò, ma non è il caso di metterci a raccontare tutta la storia che venne dopo. Magari la prossima volta. Oggi pensiamo a parlare dell’orologio, che già da solo ha bisogno di più di qualche riga.

    Heritage Dual Time: che è Moser, si vede…

    Detto che la funzione dual time consente a chi è in viaggio di leggere l’ora di casa attraverso una seconda lancetta (che può essere celata sotto a quella delle ore, se non si utilizza la funzione) e che H. Moser & Cie. si è già cimentata con questa complicazione nella collezione Endeavour, per parlare dell’Heritage Dual Time parto “dall’abito”, che è inconfondibilmente Moser.

    Il quadrante fumé color bordeaux con lavorazione soleil – che diventa più scura man mano che dal centro si avvicina alla lunetta – è infatti la firma estetica del marchio di Neuhausen am Rheinfall (già presente nelle collezioni Pioneer ed Endeavour), che è stata poi ripresa da altre case altrettanto blasonate. Una lavorazione che in Moser definiscono orgogliosamente artigianale, che rende ogni orologio quasi un pezzo unico e lo associa immediatamente al brand.

    Del resto, il quadrante dell’Heritage Dual Time è il vero argomento di marketing di un marchio che il marketing lo detesta e che tende a scomparire dietro all’orologio, il quale deve sembrare come se si creasse da sé. Così come scompare il logo “segreto”, a ore 12, ottenuto attraverso la deposizione di uno strato quasi invisibile di smalto trasparente che ha l’effetto dell’inchiostro simpatico, facendo comparire e scomparire la scritta a seconda delle condizioni di luce. Ma il quadrante riserva altre sorprese.

    E luce fu

    Mi riferisco agli indici. Intanto, la loro presenza è massiccia, maschia, e il carattere tipografico richiama alla mente (alla mia, almeno) certi indici tipici degli orologi da aviatore, vocazione che Moser certamente non ha. E poi hanno una luminosità eccezionale su cui il marchio ha lavorato utilizzando un particolare materiale fotosensibile.

    Detto che tra Super-LumiNova, Chromalight, Lumibrite e via discorrendo, i brand hanno a disposizione tanti di quei materiali da illuminare di notte le piste di Malpensa, Moser ha scelto di impiegare il Globolight. Non è un’esclusiva del brand, ma un materiale elaborato dall’azienda svizzera Xeno Print; a base di ceramica e contenente Super-LumiNova, Globolight è resistente fino a 150°, può essere lavorato meccanicamente in tutte le forme, colorato con qualsiasi cromia e l’intensità della sua luminescenza può essere scelta a piacere. E, al buio, l’Heritage Dual Time di Moser fa un figurone con il Globolight che accende, letteralmente, gli indici sovradimensionati.

    Dettagli in stile Moser

    Abbinata a essi c’è una classica minuteria chemin de fer bianca, la cui corsa è interrotta a ore 6 dal datario. Funzione non particolarmente amata dal sottoscritto ma necessaria in un Gmt, è sincronizzata con la lancetta del secondo fuso orario e può essere impostata avanti e indietro. Dettaglio interessante: il disco della data ha lo sfondo nero e la finestrella è stata posizionata dove il quadrante fumé si fa più scuro, per non rompere del tutto l’armonia di quest’ultimo. Non male.

    Le lancette di ore e minuti, a gladio, sono belle presenti, anch’esse ben farcite di Globolight. Minimalista, invece, quella del secondo fuso orario, che quasi annega nel color vinaccia del quadrante, forse perché scheletrata e visibile quasi più di notte che di giorno, grazie alla punta fotoluminescente. Una presenza più evidente, a mio parere, non avrebbe guastato.

    Cassa e movimento dell’Heritage Dual Time

    Dal quadrante, passo ora alla cassa in acciaio, anch’essa tutt’altro che banale. L’ispirazione è quella degli antichi modelli da tasca che tanta fortuna hanno portato a herr Moser alla corte dello zar; la bella sorpresa è la dimensione, 42 mm, che però alla vista e al polso sembra quasi un 40. Merito forse dell’effetto scenico che ha il combinato disposto lunetta-quadrante; ma anche dello spessore della cassa stessa: 11,6 mm, che insieme ai 47 scarsi da ansa ad ansa e alla lavorazione delle anse stesse – corte, a filo e curvate verso il basso – rendono l’orologio vestibile anche da polsi piccoli.

    Dal fondello in vetro zaffiro è possibile vedere il nuovo calibro HMC 809 automatico di manifattura, che utilizza un modulo dual time sviluppato da Moser sulla base del movimento HMC 200. Nonostante il marchio non sia mai particolarmente prodigo di dettagli sui suoi calibri, questo è abbastanza semplice; è decorato con il classico motivo “Côtes de Moser” a doppia cresta e ha un rotore traforato in tungsteno. Con un sistema di avvolgimento a cricchetto bidirezionale, l’HMC 809 ha una frequenza di 21.600 alternanze/ora e un’autonomia di 72 ore, ossia tre giorni.

    Per altre informazioni tecniche vi rimando alle didascalie e chiudo con una considerazione generale. Dagli orologi con la cassa di formaggio o foderati di erbe svizzere, il marchio ne ha fatta di strada. Credo che, dopo l’Heritage, sarà inevitabile ritrovare un dual time anche nella collezione Streamliner e magari anche nella Pioneer. Lo spero. Perché in un mondo dell’orologeria fatto di tanti sbadigli, gli orologi di H. Moser & Cie. sono capaci di svegliarti di botto, come una tazzina di ottimo caffè. Napoletano però, non svizzero…

  • Fifty Fathoms Bathyscaphe titanio: il ragazzo terribile di Blancpain

    Fifty Fathoms Bathyscaphe titanio: il ragazzo terribile di Blancpain

    Sono furbi quelli di Blancpain. Hanno in casa una collezione formidabile per storia e caratteristiche, la Fifty Fathoms. E ogni volta che vogliono aggiornarla per provare a stanare nuovi appassionati o stuzzicare le fantasie degli aficionados, basta che operino pochi ma sostanziali ritocchi e arrivano dritti al massimo risultato con il minimo sforzo. Come nel caso del nuovo Fifty Fathoms Bathyscaphe in titanio.

    Furbi sì, ma anche fortunati: avere in portafoglio una linea come la Fifty Fathoms facilita le cose.
    Ammettiamolo però: furbi, fortunati e soprattutto bravi. Perché il Fifty Fathoms Bathyscaphe in titanio è il prodotto di un ottimo lavoro che prosegue l’opera di valorizzazione del “fratellino” del Fifty Fathoms classico (sono i signori di Blancpain ad averlo chiamato così, non io…), grazie alla virata su uno dei materiali ormai largamente usati per produrre orologi, non solo subacquei: il titanio.

    C’è titanio e titanio…

    Un titanio particolare però, di grado 23. Ma come? In orologeria tutt’al più abbiamo sempre avuto a che fare con il grado 5… Ma quanti diavolo di gradi ha ‘sto titanio? Parecchi. E ciascuno con una propria caratteristica.

    Senza entrare in tecnicismi da scienza dei materiali (sono un povero letterato, comprendetemi…), questo tipo di titanio, cito da un sito specializzato, “è una lega basata sul grado 5, del quale è la versione a maggiore purezza. Le proprietà di resistenza, leggerezza, buona resistenza alla corrosione ed elevata tenacità lo rendono particolarmente adatto per parti altamente sollecitate a pareti spesse, come l’ultima applicazione dentale e medica”.

    In sostanza, invece che per il ponte di una dentiera o per una protesi all’anca, Blancpain ha usato il titanio 23 per la cassa del Fifty Fathoms Bathyscaphe. Facile capire perché. Resistenza alle sollecitazioni, alla corrosione, leggerezza: parole al miele per chi vuole un orologio subacqueo. Ultimo ma non meno importante, la biocompatibilità di questo elemento metallico; che deriva dalla sua porosità superficiale analoga a quella dei tessuti umani e lo rende fisiologicamente inerte.

    Come ogni titanio che si rispetti, anche questo è diavolaccio da lavorare. È sì resistente alla corrosione da agenti esterni ma non, per esempio, alla corrosione da frizione ed è dunque delicato da trattare con le macchine. Soprattutto, poi, le sue polveri sono altamente infiammabili, non proprio l’ideale per un metallo da modellare in officina.

    L’elemento titanio è già stato utilizzato in diverse referenze del “fratellone” Fifty Fathoms e non è una novità per Blancpain: il primo impiego risale nientemeno che a 60 anni fa, quando produsse una serie speciale di modelli MIL-SPEC II per le squadre anti-mine della Marina americana.

    L’anima del Fifty Fathoms Bathyscaphe

    Con questo orologio la ricerca sui materiali si evolve, naturalmente. Ma non c’è bisogno di rischiare la pelle sminando i fondali per indossarlo: basta apprezzarne le caratteristiche tecniche ed estetiche, oltre alla qualità del titanio utilizzato.

    E allora vediamole queste caratteristiche. La cassa ha il classico diametro da 43 mm, contenuto per un subacqueo professionale ma perfettamente funzionale all’utilizzo per cui è pensato. Lo spessore è di 13,45 mm, motivo per il quale il Blancpain Fifty Fathoms Bathyscaphe è un orologio molto apprezzato anche sotto al polsino di una camicia e non solo sul neoprene di una muta.

    Per le lavorazioni e le finiture, vi rimando alle didascalie. Non che non siano fenomenali, ci mancherebbe, ma qui meglio dare un’occhiata al movimento, uno dei classici di casa Blancpain.

    La firma meccanica di Blancpain

    Il calibro 1315 equipaggia buona parte della collezione Fifty Fathoms ed è a carica automatica, montato su 35 rubini. Il fatto di essere robusto va un po’ a scapito del diametro (30,6 mm) e dello spessore (5,65 mm). Dimensioni giustificate anche dalla presenza di tre bariletti in serie, che danno all’orologio un’autonomia di 120 ore, oppure 5 giorni, che suona più figo (ed è immediatamente più comprensibile).

    Oltre a essere tecnicamente ineccepibile – ha la spirale in silicio e il bilanciere a inerzia variabile, con viti in oro – ed esteticamente ben rifinito, il calibro 1315 ha fra le sue caratteristiche di pregio una precisione notevole. Come ricorda il nostro Augusto Veroni, “ho visto, dopo una regolazione in fabbrica, un test al crono-comparatore che mostrava una precisione fra –1,5 e +1 secondi al giorno”, nonostante non abbia la certificazione di cronometro rilasciata dal Cosc.

    Come ogni orologio subacqueo professionale che si rispetti, anche il Blancpain Fifty Fathoms Bathyscaphe in titanio è impermeabile fino a 30 bar. Del resto, l’impermeabilità se la porta nel nome. Per i quattro gatti che ancora non lo sapessero, la tenuta stagna del primo modello presentato nel 1953 era garantita fino a una profondità di 50 fathoms. Parola che significa “braccia” e che indicava un’unità di misura pari a 1,8288 metri, utilizzata nel sistema metrico dell’ex impero britannico.

    Rimane altro da dire del Blancpain Fifty Fathoms Bathyscaphe in titanio, che non ritroviate nelle didascalie? Ah, sì, per chiudere come ho iniziato… A mio avviso, con quest’orologio Blancpain ha compiuto un’operazione intelligente. Ha allargato l’assortimento, senza affollare più di tanto una collezione già nutrita e senza deviare dai codici che la ispirano. Del resto, la Fifty Fathoms è il suo cavallo di battaglia: non è un male abbigliarlo con una nuova gualdrappa.

  • Omega Speedmaster Chronoscope: il tempo è fatto a scale…

    Omega Speedmaster Chronoscope: il tempo è fatto a scale…

    Si sbagliava Oscar Wilde quando diceva che «l’unico fascino del passato è che è passato». Il fascino del passato, almeno in orologeria, sta nel fatto che può ritornare. Zitto zitto, quando meno te lo aspetti, eccolo lì che compare sotto forma di un orologio dalla forma familiare o dal nome già orecchiato da qualche parte… Stavolta è toccato a Omega. Il marchio è infatti sceso nelle viscere della sua storia e, come fanno i minatori con l’oro, è tornato alla superficie con un nome che gli appassionati conoscono, Chronoscope, abbinandolo a un altro nome mitico (anzi, forse IL nome mitico) della Maison: Speedmaster. Risultato, la nuova collezione Omega Speedmaster Chronoscope, che ho potuto toccare e provare di persona.

    Omega Speedmaster Chronoscope: qualche passo indietro

    Giusto per completezza, ricordo che il primo Chronoscope risale al 1885, anno in cui il fondatore di Omega, Louis Brandt, realizzò il primo cronoscopio: uno strumento che serviva a determinare con precisione la durata di un fenomeno. Era un orologio da tasca, che ho avuto il privilegio di avere tra le mani durante la presentazione dei nuovi Speedmaster Chronoscope: da brividi.

    Usato da medici, soldati e altri professionisti, fu riproposto da Omega in versione da polso tra gli anni ’30 e ’40, sempre caratterizzato da ciò che lo rendeva uno strumento professionale: la presenza sul quadrante della scala pulsometrica, telemetrica e tachimetrica.

    Il ritorno fugace del nome Chronoscope nella collezione De Ville nel 2007 portò a un orologio che non aveva nulla del suo antenato in termini tecnici ed estetici. Un pezzo non proprio indimenticabile (pur se mosso da un calibro coassiale) e, non me ne vogliano gli amici di Omega, pure bruttarello. Soprattutto perché mancava la firma distintiva, le tre scale. Sulle quali vale spendere qualche parolina, provando a non annoiarvi con spiegazioni da secchione.

    La scala telemetrica

    In soldoni, è un tipo di scala che consente, attraverso un calcolo basato sulla differenza di velocità di propagazione delle onde sonore rispetto alla luce, di ottenere l’indicazione della distanza di un evento visibile e udibile. L’impiego più classico era, ahinoi, il calcolo della distanza delle artiglierie nemiche durante le guerre.

    Poiché la luce viaggia più velocemente del suono, non appena un soldato scorgeva all’orizzonte il bagliore del fuoco nemico, attivava il cronografo; lo fermava quando il proiettile esplodeva, calcolando sulla scala telemetrica la distanza percorsa dal bolide. Naturalmente, così come le scale tachimetrica e pulsometrica, anch’essa funziona se abbinata a un cronografo.

    La scala tachimetrica

    Qui non ci sarebbe bisogno di spendere troppe parole, visto che questo tipo di scala è presente su quasi tutti i cronografi, dai più raffinati ai più economici. A volte anche a sproposito ma questa è una opinione personale. È, in sostanza, uno strumento di misurazione che, utilizzato insieme al cronografo, consente di convertire in velocità, o unità all’ora, il tempo trascorso in secondi.

    Unità non a caso (la parola Units è infatti incisa su molte lunette), perché un tachimetro è un arnese neutro, direi quasi democristiano: può infatti utilizzare pressoché qualsiasi unità di misura, dalle miglia ai chilometri, fino ai nodi nautici.

    E, già che siamo in casa Omega, ricordo che il marchio ha un primato non indifferente. Con lo Speedmaster, nel 1957, per la prima volta questa scala uscì dal quadrante, installandosi comoda comoda nella lunetta tachimetrica. Inamovibile ancora oggi.

    La scala pulsometrica

    È forse la più affascinante delle tre, perché ha a che fare direttamente con la carne viva di noi mortali. Grazie alla lancetta dei secondi del cronografo centrale, il pulsometro misura la frequenza cardiaca su una base di 15 o 30 pulsazioni (30 per l’Omega Speedmaster Chronoscope).

    Si avvia il cronografo, si contano i battiti corrispondenti alle pulsazioni e si consulta la posizione della lancetta dei secondi sulla scala per determinare la frequenza cardiaca, espressa in battiti al minuto. Una funzione molto apprezzata dai medici nell’era pre-digitale (almeno fino agli anni ’60), oggi un po’ demodé vista l’abbondanza di diavolerie medicali elettroniche.

    Il cronografo con scala pulsometrica deriva dal cronografo medicale, il primo vero cronografo prodotto oltre 300 anni fa, grazie allo zampino del medico britannico John Floyer. Fu il primo a misurare la frequenza cardiaca nelle visite di routine, utilizzando la lancetta dei minuti di un orologio a pendolo o una clessidra. Ma non gli bastavano.

    Si rivolse a un orologiaio, Samuel Watson, chiedendogli di adattare un orologio in modo che potesse essere usato per misurare la frequenza del polso. Ne creò uno che includeva una seconda lancetta e una leva speciale per bloccare il meccanismo all’occorrenza. Era il 1695. Floyer impiegò così l’orologio come strumento di precisione per le sue misurazioni cliniche, confrontandone la regolarità con una clessidra per minuti, utilizzata come standard.

    Ci vollero più di 200 anni perché l’orologeria svizzera si rendesse conto dell’impiego diffuso di cronografi da parte dei medici durante le loro visite. Negli anni ‘20 cominciarono così a essere introdotte le scale pulsometriche nei quadranti degli orologi con funzione cronografica.

    Omega Speedmaster Chronoscope: finalmente…

    E dopo questi (spero non troppo) noiosi excursus tecnico-storici, finalmente l’orologio. Partiamo dalla cassa dell’Omega Speedmaster Chronoscope. Sono 43 mm di solido acciaio (a parte una versione speciale cui accennerò tra poco), che grazie alle anse relativamente corte “alla Speedmaster” sono ben vestibili anche da un polso smilzo da 16 cm come il mio. Fidatevi, l’ho provato. E visivamente, la cassa appare quasi un 42, se non un 41 mm.

    Merito, forse, del quadrante, sulle cui finiture Omega non si è risparmiata, come da tradizione. Spostandoci dal réhaut verso l’interno, la scala dei minuti è seguita da una corona lavorata con finiture circolari che ospita gli indici arabi applicati. Seguono le tre scale, telemetrica, pulsometrica e tachimetrica, quest’ultima a complemento di quella incisa sulla lunetta esterna, per calcolare le durate oltre il minuto. Il tutto completato dai contatori dei piccoli secondi e delle 12 ore, anch’essi rifiniti con lavorazione circolare.

    Movimento al top

    Nella cassa è ospitato il calibro Omega Co-Axial Master Chronometer 9908. Senza tirarla troppo per le lunghe, il nome del movimento ci fa già capire che si tratta di una fuoriserie. Intanto, è un calibro Co-Axial, quindi con scappamento coassiale.

    In breve, esso trasmette energia tramite forze tangenziali erogate da componenti che si muovono in senso radiale, così che il contatto tra il dente della ruota di scappamento e la leva d’impulso è breve e rapido. Si riduce così l’attrito generato nello scappamento, che non necessita di lubrificazione e imprime all’orologio una regolarità di marcia sul lungo periodo. In una parola: vantaggioso.

    Poi, è certificato Master Chronometer dal Metas, l’ufficio metrico della Confederazione svizzera. In una parola: preciso. Anche se sulle certificazioni di precisione i discorsi da fare sono ampi e diversi, come potete leggere qui e qui. Per cui passo oltre. Perché oltre che vantaggioso e preciso, questo calibro è bello da vedere, come potete leggere nelle didascalie.

    Ed è pure prezioso…

    Per lo Speedmaster Chronoscope, Omega non si è risparmiata in termini di offerta. L’orologio è infatti disponibile in sette referenze, sei delle quali si distinguono tra loro per l’abbinamento di quadranti, bracciali e cinturini: quadrante blu con bracciale in acciaio o cinturino in pelle tipo vitello; quadrante argento con bracciale in acciaio o cinturino in pelle blu tipo alligatore; quadrante argento “Panda” con bracciale in acciaio o cinturino in pelle nera tipo racing. Le versioni braccialate costano 8.700 euro, quelle con cinturino 8.400.

    E poi c’è la versione lussuosa. Qui niente acciaio, ma una lega speciale che i moderni alchimisti di Omega hanno sviluppato non tra calderoni e alambicchi, ma nei moderni laboratori di Bienne. Si chiama Bronze Gold ed è già stata utilizzata in altri orologi del marchio, come il Seamaster 300. Mescola in percentuali diverse oro (37,5 per cento), argento e palladio.

    I risultati sono una tonalità che si colloca tra quella dell’oro Moonshine e quella dell’oro Sedna e una resistenza alla corrosione e al viraggio di colore. Terzo risultato, un sensibile aumento di prezzo: 14.100 euro, solo con cinturino in pelle.

    Il pelo nell’uovo… pardon… nel quadrante

    Tutto molto bello, quindi? Al 99,9 per cento sì, ma se non faccio il pignolino rompiscatole non sono contento. Perché lo 0,1 per cento che mi ha soddisfatto meno alla prova e alla visione dell’Omega Speedmaster Chronoscope sta proprio nelle scale sul quadrante, che tendono ad affollarlo e a essere poco leggibili per chi, come me, da vicino fa un po’ fatica (l’età avanza…).

    Per carità, nulla di paragonabile ai modelli del passato, con quadranti ancora più piccoli e scale stampate con numeri come formichine. E poi, onestamente, sarei curioso di vedere quanti possessori dell’orologio si divertiranno a calcolare la distanza di un temporale estivo usando la scala telemetrica…

    Però è un prezzo da pagare all’operazione nostalgia di Omega. Che, lungi dall’avere solo ragioni estetiche, ha un obiettivo ben concreto: offrire all’appassionato del marchio un’opzione – bella – sotto il prestigioso cappello Speedmaster.

    Ce la farà a diventare un orologio di successo? Probabile, perché il prodotto è figo e ha ottimi argomenti di vendita. Il resto lo faranno i consumatori e il mercato, con i suoi andamenti. Perché, si sa, anche nel business il mondo è fatto a scale…

  • Franz Linder, un tuffo dentro a Mido: mercato, prodotto, strategie

    Franz Linder, un tuffo dentro a Mido: mercato, prodotto, strategie

    «Il costo di un orologio è importante, se lo alzassimo troppo forse venderemmo meno, ma il nostro rapporto qualità-prezzo è stabile e l’obiettivo è crescere il più possibile». Franz Linder è un manager con idee chiare e notevoli capacità. Se non fosse così, non sarebbe da quasi 20 anni alla guida di Mido, con cui sta facendo un ottimo lavoro.

    Marchio di “middle range” nel portafoglio di Swatch Group – si pone tra Longines e Hamilton -, Mido negli ultimi anni sta spingendo molto sia sul prodotto, sia sulla comunicazione. Anche per questo si è legato come sponsor alla Red Bull Cliff Diving World Series, il circuito mondiale di tuffi da grandi altezze, da cui ha scelto come brand ambassador il tuffatore italiano Alessandro De Rose.

    Ho incontrato Franz Linder durante l’ultima tappa del circuito di tuffi a Polignano a Mare, in Puglia; complici il clima rilassato e il bel terzo posto conquistato da De Rose in gara, il Presidente mi ha raccontato di Mido, confermando di possedere visione, strategia e amore per il marchio.

    Quanto è importante oggi avere il giusto prodotto nella giusta fascia prezzo?
    Franz Linder: «Nell’industria orologiera, i marchi hanno determinati posizionamenti ben conosciuti da clienti e appassionati. Mido ha oltre cent’anni di storia e la percezione che il mercato ha del brand è che sia molto forte proprio per quanto riguarda il prezzo; certamente è necessario restare fedeli al proprio posizionamento, senza salire o scendere troppo, perché non sarebbe logico. Nel caso di Mido, la strategia è semplice: per decenni abbiamo avuto lo stesso metodo di pricing e la nostra ambizione è quella, ogni volta che lanciamo una nuova generazione di prodotti, di mantenere il prezzo aggiungendo innovazione e continuando a offrire un’ottima qualità del prodotto».

    In questo senso, l’essere parte di un gruppo come Swatch Group è una spinta in più per Mido?
    Franz Linder: «È proprio grazie al fatto di appartenere a questo gruppo che possiamo perseguire la nostra strategia. Non credo saremmo in grado di farlo se fossimo un marchio indipendente. Tutto il processo di ricerca e sviluppo, l’applicazione di nuove tecnologie al prodotto sono portati avanti da aziende molto specializzate, con competenze molto forti, che appartengono al gruppo: da Nivarox a Eta, da chi produce lancette, alle casse, ai quadranti. Si tratta di un know-how importantissimo di cui possiamo beneficiare, grazie al quale possiamo creare prodotti di ottima qualità, molto competitivi sul mercato».

    Nella vostra offerta vi focalizzate sulla modernità, con linee come la Ocean Star, ma avete anche tocchi heritage nella Multifort. C’è un focus nel quale si riconosce di più l’identità del marchio?
    Franz Linder: «In Mido abbiamo cinque collezioni principali che portiamo avanti da decenni, ciascuna con il proprio Dna. L’approccio che abbiamo verso di loro è quello di rinnovarle, mantenendone la contemporaneità. D’altra parte siamo orgogliosi della nostra storia e del ricco heritage, tanto che possiamo dire di avere almeno tre simboli dalla forte impronta tradizionale: Multifort, la collezione più antica, dal 1934; l’Ocean Star Decompression Timer, orologio il cui antenato risale al 1961; la linea Commander, che non è vintage ma evergreen, perché è in produzione dal 1959» .

    Quanto è importante per Mido il mercato italiano?
    Franz Linder: «Se guardiamo alla timeline dell’industria orologiera, per Mido l’Italia è un mercato piuttosto giovane. Siamo ancora nel suo processo di sviluppo, in termini di distribuzione ma anche sotto il profilo importante della brand awareness. Abbiamo comunque risultati molto buoni e personalmente sono certo che l’Italia ci possa dare soddisfazioni, perché il cliente italiano ha gusto: ama le cose belle e vuole pagarle il giusto, per cui sono molto ottimista sul fatto che, per Mido, il mercato italiano possa crescere anno dopo anno».

    Quali sono invece i mercati più importanti per Mido, oggi?
    Franz Linder: «Tradizionalmente, Mido è molto forte in America Latina (il nome deriva dallo spagnolo “Yo mido”, io misuro, sottinteso il tempo, ndr), il Messico è il nostro mercato principale. Poi, per noi è molto importante l’espansione in Oriente, in Asia, dove ci sono mercati in cui siamo forti e vendiamo grandi volumi. L’Europa è il continente in cui abbiamo il maggiore potenziale di crescita, perché la brand awareness e la distribuzione non sono ancora ai livelli degli altri mercati che ho citato prima. Abbiamo ancora ottimi margini miglioramento» .

    Quanto sono importanti per la brand awareness eventi come la Red Bull Cliff Diving?
    Franz Linder: «Credo che aiutino molto, perché ci permettono di comunicare in un modo differente. Danno più visibilità della comunicazione classica e la possibilità di passare insieme momenti piacevoli. Non è un caso il fatto che lavoriamo con la Red Bull Cliff Diving. Quando abbiamo lanciato una nuova linea nella collezione Ocean Star, ci siamo chiesti come avremmo potuto promuoverla. È vero, le radici di Mido sono ispirate all’architettura, ma per questi modelli sportivi avevamo bisogno di qualcosa di più dinamico. I tuffi dalle grandi altezze hanno a che fare con la bellezza, la performance e la precisione, proprio ciò che distingue l’Ocean Star: è bello, preciso e performante, grazie alle 80 ore di riserva di carica e alla cassa solida. Come vede, condivide gli stessi valori della Red Bull Cliff Diving».

    E che ci dice del Decompression Timer? È stato una case history di successo per il marchio…
    Franz Linder: «È sicuramente uno degli orologi che rappresentano il passato di Mido; credo che il suo successo, che confermo, stia nell’unicità del design. Se oggi qualcuno avesse proposto un orologio con quella scala così colorata sul quadrante, tutti gli avrebbero dato del pazzo; nel caso di Mido abbiamo la credibilità per farlo, perché riproduce un orologio simbolo del nostro passato, unico, bello e divertente».

    Torniamo ai mercati. I dati di export di orologi svizzeri per il 2021 sono molto simili a quelli del 2019: è ottimista per la chiusura di quest’anno?
    Franz Linder: «Siamo felici perché in molti mercati la situazione sta tornando alla normalità. Il primo semestre è stato difficile, perché ci sono ancora Paesi in cui stiamo soffrendo dei lockdown, ma è fantastico constatare la velocità con cui l’industria orologiera svizzera si sta riprendendo. Forse le persone apprezzano gli orologi più di prima, forse durante i mesi costretti a casa hanno avuto più tempo per cercare informazioni sul web e maturare scelte e preferenze».

    Pensa dunque che la pandemia abbia cambiato il modo in cui le persone considerano il tempo e, perché no, anche l’orologio?
    Franz Linder: «Non so se le persone hanno oggi una differente percezione del tempo; probabilmente sì, perché l’essere costrette a casa per un lungo periodo le ha spinte a porsi molte domande. Ma alla fine della giornata ogni secondo passato è passato, così come prima della pandemia; in ogni caso devi farne l’uso migliore possibile, anche in una situazione di lockdown, più complicata rispetto alla vita normale. Alla fine il tempo passa e resta la consapevolezza che non torna, che è necessario godersi ogni minuto».

  • BR 05 GMT, il Bell & Ross per grandi viaggiatori

    BR 05 GMT, il Bell & Ross per grandi viaggiatori

    Se volessimo da retta al filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale «la coerenza è il fondamento della virtù», sarei senza dubbio un uomo virtuoso. Poco meno di un anno fa, infatti, scrivevo proprio su questo sito del BR 05 Chrono di Bell & Ross; e ammettevo di non avere un’opinione chiara sulla collezione BR 05. Oggi, coerente con me stesso, davanti al nuovo BR 05 GMT sono ancora indeciso come un portiere davanti a un rigorista.

    Eppure Bell & Ross ci ha provato a convincermi, lanciando questo orologio e facendomelo anche toccare – occasione unica – durante un press day. Prenderlo in mano, pesarlo, osservarlo, metterlo alla prova è sempre il modo migliore per farsi un’idea. Anche se, in questo caso, rimango con le mie incertezze e mi limito a fare il cronista, raccontandovi il BR 05 GMT per quello che è.

    Intanto riconosco al marchio francese una buona dose di fegato, dote che in realtà non gli è mai mancata. Lanciare un orologio vocato al viaggio come un GMT (ossia, che presenta l’indicazione di un secondo fuso orario) in un periodo in cui viaggiare è ancora un’esperienza a dir poco complicata, è segno di coraggio.

    Due parole sul GMT

    Giusto per i neofiti o gli smemorati, ricordo che GMT sta per Greenwich Mean Time, Tempo Medio di Greenwich. Detto anche Meridiano Zero, è il fuso orario di riferimento stabilito nel 1884 alla Conferenza Internazionale sui Meridiani di Washington. Va dal Polo Nord al Polo Sud e attraversa l’Osservatorio di Greenwich, nell’omonimo quartiere di Londra. Partendo da esso, il GMT si determina in base alle misurazioni della rotazione terrestre.

    Anche se molti pensano che il GMT-Master di Rolex sia l’antesignano degli orologi con doppio fuso orario, in realtà il primo fu l’Airman di Glycine. Vide la luce nel 1953, due anni prima del GMT-Master, grazie all’intuizione dell’allora rappresentante commerciale di Glycine, Samuel Glur.

    Durante i suoi viaggi, Glur chiese ai piloti degli aerei su cui volava quali avrebbero dovuto essere le caratteristiche perfette degli orologi loro destinati. La risposta fu quasi sempre la stessa: doppio fuso orario e impermeabilità. Il resto è storia.

    Puro stile Bell & Ross

    È pur vero che per molti la complicazione GMT, così come altre quali il cronografo o le ore del mondo, è un giocattolino più estetico che funzionale e viene utilizzata raramente. Ciò non toglie che un orologio come il BR 05 GMT nasce, come ricorda Bell & Ross, pensando ai “globe-trotter in movimento che atterrano in diverse capitali, sempre connessi ai diversi fusi orari”. E come tale va raccontato.

    Partendo proprio dalla funzione GMT, che nell’orologio è assolta da una lancetta con la punta ben definita da un outline rosso, a incorniciare un bel triangolone generosamente farcito di Super-LumiNova bianco. Questa lancetta mostra l’ora del Paese di origine grazie alla lunetta interna graduata a 24 ore, con due semicerchi: uno nero, che corrisponde alle ore della notte, uno grigio per quelle del giorno. Le lancette bianche di ore e minuti invece indicano l’orario nella posizione in cui si ci trova.

    Il design del BR 05 GMT è quello tipico della collezione di Bell & Ross. Cassa quadrata con angoli smussati, che incornicia il quadrante circolare, e bracciale integrato le cui maglie sono flessibili a vantaggio della vestibilità. Una caratteristica che confermo dalla mia esperienza diretta con l’orologio al polso, la cui presenza si fa sentire: cassa e bracciale in acciaio non lo rendono un peso piuma, ma si lascia portare.

    Merito anche del diametro della cassa: 41 mm, contro i 40 del solo tempo e i 42 del cronografo. Lo spessore intorno ai 13 mm rimane invece il tallone d’Achille dell’orologio. Per chi preferisce sensazioni più leggere, esiste il cinturino in caucciù nero a coste con fibbia deployante.

    Le finiture del BR 05 GMT

    Mi piace constatare che, anche in questo orologio, i signori di Bell & Ross hanno voluto mantenere degli standard qualitativi di ottimo livello per quanto riguarda le finiture. Faccio notare solo un paio di dettagli: la bella satinatura verticale della cassa e della lunetta, che contrasta con la finitura liscia dei loro profili laterali; e la posizione delle quattro viti che serrano la lunetta stessa.

    Queste viti sono una firma della collezione ed è naturale che si ritrovino anche sul BR 05 GMT. Però occhio al loro taglio: è posizionato a 45 gradi e allineato con gli indici delle ore 3, 9, 15 e 21 del GMT, a tracciare quattro ipotetiche diagonali che convergono verso il centro del quadrante.

    Facilità di lettura

    E, a proposito di quadrante, in questa versione del BR 05 Bell & Ross ha scelto un nero con una sottile lavorazione soleil. Dal vivo rende molto di più che in fotografia e anima l’orologio in modo molto gradevole. Per il resto, cifre e indici a bastone applicati, nel classico font che contraddistingue il marchio, rendono la lettura dell’ora facile e immediata.

    Per quanto possa sembrare banale, credetemi, non è così scontato. Quindi spero che al BR 05 GMT non vengano applicati in futuro quadranti scheletrati o fumé, dall’estetica figa ma spesso poco pratici per la consultazione dell’orologio. Che rimane, in fondo, uno strumento di uso pratico.

    Uno sguardo al movimento

    Infine, due parole sul movimento. Il calibro BR-CAL.325 che muove l’orologio è meccanico a carica automatica e, come nella tradizione del marchio, non è un movimento di manifattura. Deriva da un calibro Sellita e ha finiture speciali realizzate appositamente per Bell & Ross. Niente di cui vergognarsi, anzi. Affidabile come la Nazionale di Mancini agli ultimi Europei, è una scelta più che razionale nell’economia di scala del brand.

    Grazie a queste strategie, Bell & Ross riesce a contenere i prezzi entro cifre accettabili: 4.500 euro con cinturino e 4.990 con bracciale. Ma allo stesso tempo garantisce un’ottima qualità non solo estetica ma anche tecnica. Anche perché – parere personalissimo – quelle sul “calibro di manifattura sì/calibro di manifattura no” sono spesso discussioni accademiche, destinate a restare nel cerchio ristretto di alcuni addetti ai lavori. E l’orologeria ha bisogno di ben altro se vuole guadagnare nuovi clienti.

    Un posto nel mondo

    Chiusa questa mini-filippica, chiudo anche l’articolo. Indubbiamente, il fatto di aver potuto provare il BR 05 GMT mi ha fatto apprezzare alcune caratteristiche difficilmente rilevabili da una cartella stampa. Mi rimane comunque la sensazione che la collezione BR 05 stia ancora cercando, come si suol dire, il proprio posto nel mondo.

    In mezzo a proposte di altri marchi, comparabili per fascia prezzo, materiali e complicazioni, il fatto di puntare su un’estetica riconoscibile è l’asso che Bell & Ross non deve aver paura di giocare. Aggiungere complicazioni può aiutare ad avvicinare nuovi appassionati, senza, però, abbandonare la coerenza del progetto.

  • Chronographe Monopoussoir Rattrapante di F.P.Journe: fuga dall’ovvio

    Chronographe Monopoussoir Rattrapante di F.P.Journe: fuga dall’ovvio

    Una volta il matematico scozzese Eric Temple Bell disse: «”Ovvio” è la parola più pericolosa in matematica». Una frase in cui il termine “matematica” potrebbe essere sostituito da “orologeria”. Proprio per questo esistono personaggi come F.P. Journe e orologi come il suo Chronographe Monopoussoir Rattrapante della collezione LineSport: per metterci al riparo dall’ovvio e dalla banalità.

    Innanzitutto perché questo orologio racchiude in sé due caratteristiche che si ritrovano solo nell’Olimpo delle lancette: oltre ad essere cronografo, è appunto monopulsante e sdoppiante. In sostanza, con un unico pulsante si governano le funzioni crono e, grazie a una lancetta in più, si possono misurare gli intervalli di tempo. O, per dirla in modo diverso, due eventi che iniziano simultaneamente ma terminano in momenti differenti. Un’idea che viene da lontano…

    Da dove arriva il Chronographe Rattrapante?

    Dopo l’invenzione e lo sviluppo del cronografo nei primi decenni del XIX secolo da parte di Nicolas-Matthieu Rieussec e Louis Moinet, gli orologiai vollero trovare un modo per fermare la lancetta che indica gli intervalli di tempo, per una lettura più precisa e comoda. Nel 1827, Louis-Frédéric Perrelet introdusse un orologio con due lancette dei secondi. All’avvio partivano entrambe, ma una di esse poteva essere fermata a piacimento; poi, con una seconda pressione sullo stesso pulsante, quest’ultima raggiungeva la prima, che intanto aveva continuato la propria marcia. Del resto rattraper in francese significa proprio “raggiungere”.

    Intorno al 1831, l’austriaco Joseph-Thaddeus Winnerl (ebbene sì, stavolta niente svizzeri…) inventò un sistema rattrapante che fermava la lancetta dei secondi, la quale poteva poi recuperare il proprio tempo di arresto, purché non superiore ai 30 secondi. Questo primo sistema e il secondo che avrebbe inventato in seguito, dotato di due lancette dei secondi sovrapposte, erano basati sulla ruota dei secondi e non sul meccanismo del cronografo. Fu però solo intorno al 1880 che la funzione rattrapante apparve nella sua forma attuale.

    A proposito, preferiamo definirla “sdoppiante” non solo per evitare francesismi poco comprensibili; ma anche per sottolineare la capacità della lancetta centrale dei secondi crono di “sdoppiarsi” per prendere due misurazioni contemporaneamente. Misurazioni che oltretutto possono essere ripetute all’infinito.

    Ricco e sportivo (ma non è un calciatore…)

    Poteva dunque F.P. Journe sottrarsi alla sfida di realizzare un cronografo sportivo sdoppiante e vincerla? Naturalmente no, e ci ha messo tanto del suo sia sotto il profilo tecnico (ça va sans dire…), sia sotto quello dei materiali e delle finiture.

    Materiali che significano platino, oro rosso e titanio. Vale a dire il top, da una parte della preziosità, dall’altra della leggerezza. Finiture che significano accostamenti elegantissimi di cromie, a partire dai quadranti: argento di colore blu-malva per il modello platino, argento ricoperto di rutenio per il modello in oro, lega di alluminio di colore antracite per il modello in titanio.

    La cassa ha un diametro di 44 mm ed è più spessa di solo un millimetro rispetto a quella dell’automatico della collezione LineSport: il movimento ha un’altezza totale di soli 6,80 mm. Una prova della grande capacità di F.P. Journe di contenere le dimensioni dell’orologio anche di fronte a una complicazione come quella del cronografo, che notoriamente ha molta fame di spazio sia nella cassa, sia nel movimento.

    L’ossessione di F.P. Journe per la perfezione

    E a proposito di movimento, quando si parla di orologi del Maestro marsigliese, mi tolgo il cappello e contemplo in silenzio, come se entrassi in chiesa. Il Chronographe Monopoussoir Rattrapante è mosso dal calibro 1518, a carica manuale. Ideato da F.P. Journe, è come al solito interamente realizzato nella sua manifattura, dove ciascun orologiaio esperto esegue tutti i passaggi dell’assemblaggio, dall’inizio alla fine.

    Ricordate quando più sopra ho scritto che la complicazione cronografica è vorace di spazio? Mica solo di quello: anche di energia se ne pappa parecchia. Tant’è vero che – quando sono usati da chi li indossa (raramente, a dire il vero…) per fare ciò che ci si aspetta da loro: misurare gli intervalli di tempo – l’attivazione del cronografo a volte va a scapito della regolarità di marcia. Ebbene, questo orologio ha invece un’autonomia elevata: 80 ore complessive (se non si attiva la funzione crono). Comunque abbastanza per non incorrere in perturbazioni cronometriche.

    Devo aggiungere poi che è ispirato al Chronographe Monopoussoir Rattrapante Bleu, realizzato dallo stesso Journe per l’asta Only Watch del 2017. Come quello presenta infatti un cambio diretto del cronografo, con un pignone oscillante che evita l’antiestetico e inefficiente salto della lancetta all’avvio della misurazione.

    L’ossessione di F.P. Journe per i materiali

    Anche in questo caso i diversi materiali della cassa e del bracciale si abbinano a diversi materiali del calibro: in oro rosa (come sempre) per i modelli in platino o in oro rosso; in lega di alluminio per il modello in titanio grado 5.

    Le finiture e le decorazioni del movimento sono visibili attraverso un fondello trasparente in vetro zaffiro: Côtes circolaires sui ponti, perlage parziale sulla platina, testa delle viti lucida, anglage nelle scanalature, lancette lucidate e azzurrate, parti in acciaio con spigoli ad anglage, linee disegnate sulla superficie. Insomma, al di là dei termini in francese siamo di fronte allo stato dell’arte nelle finiture di alta gamma.

    Parlando di finiture, non posso non estendere il discorso ai quadranti e ai bracciali. Nelle versioni in platino e in oro, i quadranti hanno una finitura guilloché nella parte centrale mentre i contatori sono in argento; nella versione in titanio i contatori sono in vetro zaffiro. I numeri arabi sono applicati, in oro bianco, rosso o rivestiti di Super-LumiNova. La lunetta tachimetrica in ceramica intarsiata e il nuovo carattere tipografico delle cifre ricordano quelli del Chronographe Monopoussoir Rattrapante Bleu.

    La corona ha tre posizioni: 1 per la carica; 2 per la correzione della data – molto grande, riportata in una finestra di 5,20 x 2,80 mm -; 3 per l’impostazione dell’ora. Infine, uno sguardo al bracciale: le maglie attaccate alla cassa sono articolate per adattarsi alle diverse dimensioni del polso con una chiusura pieghevole regolabile. Nelle versioni in oro rosso e titanio è possibile trovare anche inserti in caucciù che proteggono il metallo da eventuali piccoli urti. Allo stesso modo, anche la corona a tre posizioni degli orologi in titanio e oro rosso è rivestita in caucciù, per migliorarne la manovrabilità e aumentarne la resistenza agli urti.

    Dimenticato qualcosa? Forse, perché quando si parla di F.P. Journe è difficile ridursi all’essenziale. Spero comunque sia abbastanza chiaro che con lui, l’ovvio in orologeria non esiste. Perché per F.P. Journe l’orologeria è arte e, come scrisse una volta il regista americano Edward Dmytry: «In arte, l’ovvio è un peccato».

  • Montecristo Skeleton Rose Gold e l’evoluzione “buddista” di Locman

    Montecristo Skeleton Rose Gold e l’evoluzione “buddista” di Locman

    «Il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è», soleva dire Buddha, l’Illuminato. Ecco, pensando a questa frase posso affermare che il Montecristo di Locman è un orologio “buddista”: capace di cambiare senza soffrire né snaturarsi, restando se stesso nella sostanza. Come dimostra il nuovo Montecristo Skeleton Rose Gold.

    I tanti volti del pupillo di Locman

    Facciamo però un passo indietro. Sono passati oltre 10 anni da quando il marchio elbano ha lanciato il Montecristo. Un orologio che è presto diventato indissolubile dal brand: tanto per il nome, radicato nell’arcipelago toscano come Locman, quanto per l’inconfondibile estetica e per la forte spinta sulle declinazioni che l’azienda gli ha sempre riservato.

    Dal 2010 a oggi, sul Locman Montecristo si sono alternati i calibri automatici, quelli al quarzo, le fasi lunari, il cronografo o, ultimamente, i quadranti trasparenti (con l’Open Heart) e i movimenti scheletrati, appunto. Il lancio del primo Montecristo Skeleton risale a un anno e mezzo fa, quando l’orologio convinse gli scettici che non credevano nella capacità di un’azienda come Locman di cimentarsi con una lavorazione estremamente tecnica come la scheletratura.

    La leggerezza del Montecristo Skeleton Rose Gold

    Si sbagliavano. Grazie alla collaborazione tra la S.I.O., la Scuola Italiana di Orologeria interna a Locman, e Depa, azienda svizzera di movimenti cui fa capo anche la mitica Landeron, nel 2019 il Montecristo ha debuttato in versione scheletrata con cassa in acciaio e titanio. Vi rimando a questo articolo per i dettagli tecnici della scheletratura, che sono gli stessi di quella del Montecristo Skeleton Rose Gold. La differenza sta nella cromia: ora l’orologio si arricchisce dei toni caldi delle finiture in color oro rosa.

    Ciò che rende prezioso questo Montecristo è il fatto che la scheletratura del movimento nasce in fase di progettazione, richiamando la struttura leggera della cassa, fatta di pieni e di vuoti. Inoltre, il quadrante trasparente ne esalta la lavorazione nascondendo alla vista il meno possibile di un calibro automatico che ha subìto a monte un importante lavoro di “sottrazione”.

    A Locman, infatti, non piace vincere facile, come con i Gratta e Vinci: scheletrare un quadrante non è come scheletrare un movimento. Movimento che, per inciso, conta su un’autonomia di carica di tutto rispetto, che può arrivare fino a 72 ore, cioè 3 giorni pieni.

    L’abito gentile del marinaio

    Fatte queste precisazioni, ribadisco che il Montecristo Skeleton Rose Gold di Locman si distingue dal precedente del 2019 per il trattamento in Pvd oro rosa sulla lunetta, sulla corona e sulle sfere. Visto l’orologio in fotografia, sembra però la scheletratura e le sfumature rosate delle lancette vadano un po’ a scapito della leggibilità. Le sfere del Montecristo Skeleton potevano invece contare su una colorazione gialla, blu o nera (a seconda del colore del réhaut), che ne favoriva il contrasto sul quadrante. Ma, come sempre, aspetto la prova al polso per confermare o smentire l’impressione.

    In ogni caso, è un fatto che le finiture color oro rosa ingentiliscano l’insieme del Locman Montecristo Skeleton Rose Gold. Da un lato fanno apparire la lunetta, già sottile di suo, ancora meno voluminosa, allargando ulteriormente un quadrante molto aperto; dall’altro, alleggeriscono un poco la presenza maschia della corona, data dalla zigrinatura doppia e molto scanalata. Una lavorazione pensata per agevolarne l’uso anche con le dita umide o con i guanti da regata.

    Non dimentichiamo infatti che Montecristo nasce come collezione strettamente marina. Anche il Montecristo Skeleton Rose Gold è e rimane un marinaio; un po’ più fighetto forse, senza il volto rude e salmastro di un pescatore, ma pur sempre un marinaio. Lo dimostrano proprio la corona, a vite e dotata di triplice guarnizione interna o-ring, e l’impermeabilità della cassa fino a 10 atmosfere.

    Dettagli da best-seller

    La cassa, appunto, è da 42 mm, sempre in acciaio e con fondello in titanio come il predecessore; è collegata al cinturino dalle anse a tre barre, classiche sulla collezione Montecristo, che tendono a rendere la vestibilità dell’orologio più adatta ai polsi poco sottili. L’esemplare resta comunque alleggerito nella struttura non solo per l’architettura della cassa e per la scheletratura del movimento, ma anche per il fondello trasparente, che ne accentua la profondità.

    A completarlo, un cinturino in pelle o un bracciale metallico a cinque file. Entrambe le soluzioni sottolineano lo spirito urbano del Montecristo Skeleton Rose Gold, che si affianca alla vocazione marinara di cui ho scritto poc’anzi. In base alla presenza di cinturino o bracciale, cambia ovviamente il prezzo: 1.150 euro il primo, 1.265 il secondo. Un occhio allo scontrino, di questi tempi, non fa di certo male.

    Che dire di più, che non sia già stato detto su questo pezzo di Locman? Nulla, se non chiudere così come ho aperto, ossia con un’altra frase di Buddha: «Non c’è niente di costante tranne il cambiamento». All’Elba lo sanno. Ed è per questo che, per tradizione, continuano a innovare. Anno dopo anno.

  • Richard Mille RM 21-01 Tourbillon Aerodyne: potere ai materiali

    Richard Mille RM 21-01 Tourbillon Aerodyne: potere ai materiali

    Preparatevi: questo articolo potrebbe essere noioso, anche se parla di Richard Mille. Se, come spiegano ai giornalisti in erba, in un attacco accattivante sta già il 90 per cento dell’efficacia di un pezzo, dopo aver letto il mio penserete che venticinque anni di professione non m’hanno insegnato nulla.
    Invece no, fidatevi. Ho scritto “potrebbe essere” e non “sarà”, perché ai dettagli tecnici dell’RM 21-01 Tourbillon Aerodyne riservo le didascalie, mentre nelle prossime righe parlo dei materiali. Che, quando si tratta di Richard Mille, hanno lo stesso peso del prodotto finito.

    Lo ricorda anche il marchio, quando dice di sfruttare principalmente “l’ingegnerizzazione dei materiali consolidata in aeronautica e in Formula 1” e di trasferirne “le possibili applicazioni sia nel movimento di un orologio sia nella cassa”. Parlando dell’RM 21-01 Tourbillon Aerodyne, questi materiali sono il carbonio Tpt, la lega Haynes 214, l’oro rosso e il titanio grado 5.
    Richard Mille li ha scelti per il loro background in industrie come l’aeronautica e l’automobilistica, avanzato banco di prova per la ricerca e lo sviluppo. Metterne le caratteristiche al servizio di un oggetto piccolo come un orologio, dopo averle testate su uno grande come un jet o un’auto, è una bella sfida industriale.

    Il carbonio Tpt: l’ossessione di Richard Mille

    Partiamo dal carbonio Tpt, non certo una novità per il marchio francese: anzi, quasi una ossessione. L’acronimo, che sta per Thin Ply Technology, ossia tecnologia a strati sottili, indica una lavorazione particolare utilizzata in parte anche per il quarzo Tpt. Per questo motivo, vi invito a cliccare qui per avere una spiegazione esaustiva e dettagliata.

    La composizione a strati di questo tipo di carbonio – 600, composti da filamenti paralleli di spessore non superiore a 30 micron -, oltre a contare sulla leggerezza tipica del materiale, ne aumenta notevolmente la resistenza alla trazione e alla compressione. Banalmente, è meno probabile che una cassa o un componente della stessa si rompano, se uno di questi ultimi è difettoso, quando sono ottenuti dalla sovrapposizione di più strati anziché da un monoblocco. L’unione, qui, fa davvero la forza (e la leggerezza).

    L’azienda che ha ideato e che produce il carbonio Tpt utilizzato da Richard Mille, la North Thin Ply Technology, è svizzera e sorge a due passi da Losanna. Ha visto tra i finanziatori anche Ernesto Bertarelli, industriale italo-svizzero celebre per essere il patron di Alinghi. Non a caso, l’industria della vela – così come quella aeronautica – fa largo uso di questo materiale.

    Una lega che ama il calore

    Il carbonio Tpt compone la lunetta, il fondello, le colonne laterali della cassa, la corona e l’anima della platina. La quale contiene la vera novità dell’RM 21-01 Tourbillon Aerodyne in termini di materiali: la lega Haynes 214. Quello che sembra il nome di un agente segreto, è in realtà una lega molto diffusa nell’industria pesante e in quella aeronautica, per via di una peculiare caratteristica: la forte resistenza alle temperature.

    È stata creata dalla multinazionale americana Haynes International, uno dei più grandi sviluppatori, produttori e distributori al mondo di leghe a base di nichel e cobalto ad alte prestazioni, per l’uso in applicazioni ad alta temperatura e corrosione.

    Nell’industria delle turbine a gas, la lega Haynes 214 – a base di nichel-cromo-alluminio-ferro – viene utilizzata per guarnizioni a nido d’ape (ricordatevi questo particolare…) e per la costruzione di piastre paraspruzzi. Nell’industria automobilistica si impiega negli interni dei convertitori catalitici; in quella aeronautica nelle camere di combustione. Trova impiego anche nella creazione di nastri metallici, vassoi e dispositivi per la cottura della ceramica e della porcellana.

    Insomma, tutti ambienti con temperature altissime, in cui la lega Haynes 214 – che ha il punto di fusione a 1400° C – fa valere il proprio basso coefficiente di dilatazione termica e la forte resistenza all’ossidazione da calore. Queste caratteristiche ne agevolano lo stampaggio convenzionale che, con il Richard Mille RM 21-01 Tourbillon Aerodyne, si traduce nella inedita platina a nido d’ape (eccola qui!).

    Dalle uova agli orologi

    Dell’oro rosso già sappiamo molto, ma qualche informazione è bene ricordarla. Reso celebre nell’800 dal gioielliere Peter Carl Fabergé e dalle sue preziose uova, deve il colore al fatto di essere una lega di oro e rame, con un’alta percentuale di quest’ultimo.

    Nella variante a 18 carati, con il 75 per cento di oro e il 25 di rame, è duro ma anche fragile. Per ridurne la fragilità mantenendone la lavorabilità, si fa raffreddare velocemente, sia nella fase di fusione sia in quella di ricottura, a una temperatura di circa 500° C. In questo modo si mantiene anche la colorazione più vivida.

    Nell’RM 21-01 Tourbillon Aerodyne, l’oro rosso la fa da padrone nella cassa (che misura 42,68 x 50,12 x 14,30 mm), irrobustita dal carbonio Tpt della lunetta, del fondello e delle colonne laterali. È presente anche con una vaporizzazione Pvd sui ponti del calibro RM21-01 a carica manuale, realizzati in titanio grado 5.

    Un titanio… titanico

    Ed eccoci allora all’ultimo dei materiali che mettono una firma pesante sull’RM 21-01 Tourbillon Aerodyne. Il titanio grado 5 non ha bisogno di troppe presentazioni. Lega biocompatibile di titanio (90 per cento), alluminio (6 per cento) e vanadio (4 per cento), è utilizzata largamente nell’industria aerospaziale per le ottime proprietà di resistenza alla trazione, alla rottura e alla propagazione delle incrinature. In compenso è difficile da lavorare e le sue polveri si infiammano facilmente.

    Come la maggior parte delle leghe di titanio, ha un’eccellente resistenza alla corrosione in ambiente naturale e di lavorazione industriale. L’aggiunta di alluminio e vanadio ne aumenta la durezza e la resistenza a graffi e incisioni. Nella scala Vickers, ottenuta dalla prova di durezza sui materiali, il titanio grado 5 ha un valore di 396 contro i 140-180 dell’acciaio inox e i 22 dell’oro (il diamante, il più duro, arriva a 8.400).

    Gli ingegneri di Richard Mille hanno scelto come destinazione principale del titanio grado 5, come ho accennato sopra, i ponti del calibro. Grazie alla rigidità della lega, il funzionamento corretto e senza interferenze del treno degli ingranaggi è garantito. Nello stesso materiale sono anche le viti dei ponti e della cassa (poco sensibili all’usura durante le operazioni di manutenzione); e quelle che serrano alla cassa stessa i supporti elastici in gomma che sostituiscono l’anello di incassaggio.

    Ah, ma l’RM 21-01 Aerodyne è anche tourbillon…

    Insomma, un mix di materiali avanzatissimi, completato dallo zaffiro del quadrante, del vetro frontale e di quello del fondello. Materiali, lo avete visto, accomunati da un fil rouge, come le prove di Giochi Senza Frontiere: la loro applicazione e sviluppo nell’industria aeronautica. Del resto, Richard Mille non ha chiamato questo orologio Aerodyne per caso.

    Un insieme di materiali e design che quasi fa passare in secondo piano la presenza del tourbillon, a ore 6. Non proprio una costruzione di quelle banali… Dunque, se siete arrivati a leggere fino a qui significa che non sono stato noioso e che l’attacco a effetto ha funzionato. Non vi resta che dedicarvi alle didascalie per i conoscere i dettagli e le funzioni dell’RM 21-01 Tourbillon Aerodyne.

  • Riviera, la rinascita di un “classico” di Baume&Mercier

    Riviera, la rinascita di un “classico” di Baume&Mercier

    «L’Éternité. C’est la mer allée avec le soleil», l’eternità è il mare mischiato con il sole, scrisse il poeta francese Arthur Rimbaud. Una definizione che richiama alla mente pomeriggi di luce abbagliante in Costa Azzurra, terra che ha ispirato scrittori, pittori, fotografi… e anche Baume&Mercier per il Riviera.

    Un orologio entrato nelle collezioni del marchio quasi dieci lustri fa, nel 1973, ma che – a causa di alcune discontinuità di produzione – negli ultimi anni è sparito dai radar del mercato. Non da quelli degli appassionati però, che ne hanno sempre apprezzato il design e la versatilità. E hanno sempre sperato in un suo ritorno.

    Finalmente, eccolo. Sulla soglia dei 50 anni, il Baume&Mercier Riviera torna come realtà da 36, 42 o 43 mm, con novità importanti che però vi racconterò tra poco. Perché questo esemplare ha una storia che vale la pena di essere brevemente raccontata (e letta).

    Riviera, figlio del suo tempo

    Fin dal lancio, il design del Riviera fu immediatamente riconoscibile. Lunetta e cassa dodecagonali erano insolite sul mercato, ma del tutto logiche: se su un orologio ci sono 12 ore, perché non ci possono essere anche 12 lati? Una provocazione estetica in un periodo che vide la nascita dei modelli sportivi in acciaio, in un tripudio di lunette poligonali e bracciali integrati scatenato da quel genio di Gérald Genta e dai suoi epigoni.

    Del resto, era ciò voleva un nuovo tipo di clientela, in un’epoca in cui gli esemplari eleganti erano necessariamente in oro. Una clientela abituata tanto alla vita urbana quanto al weekend fuori porta, con la spensieratezza degli anni ’60 che ormai era un nostalgico ricordo. Da indossare al polso, deve aver pensato Baume&Mercier. Che con lo stile robusto ma chic del Riviera creò un orologio portabile da lunedì a domenica, con un nome ispirato all’eleganza rilassata della Costa Azzurra.

    Dotato inizialmente di un calibro meccanico, il Riviera adottò presto il movimento a diapason e successivamente al quarzo, dalla metà degli anni ’70. La seconda generazione fu lanciata nel 1979 e aveva una cassa più sottile, grazie allo sviluppo di calibri elettronici meno ingombranti. Il bracciale, reso più flessibile con due maglie esterne e una centrale, fu dotato di una nuova fibbia e fu riportato sul quadrante il nome Riviera.

    L’evoluzione degli anni ‘80

    Gli anni ’80 si aprirono con un simpatico aneddoto. Per testarne la robustezza che prometteva, Baume&Mercier fece fissare un Riviera alla ruota di un’auto che partecipò alla 24 Ore di Le Mans. Ebbene, il pezzo uscì indenne dagli effetti della velocità, delle accelerazioni, della forza centrifuga nelle curve, del meteo e del caldo dei freni. Un po’ impolverato, forse, ma funzionante come se fosse appena uscito da un negozio superchic della Côte d’Azur.

    Nel 1981 la collezione fu arricchita da un modello subacqueo con ore del mondo e funzione GMT, mentre nel 1985 arrivò sul mercato la terza generazione dei Riviera. Lunetta più liscia e meno spigolosa, superfici lucide e spazzolate, più affidabile corona a vite, migliore leggibilità della data e movimenti al quarzo ultrasottili erano le caratteristiche principali.

    Nel 1987 fu prodotto il modello con calendario completo, mentre il cronografò arrivò solo nel 1993, per il ventesimo anniversario della collezione. Nel 2004 fu la volta della quarta generazione, che vide l’introduzione delle quattro viti sulla lunetta e l’arrivo, nel 2007, del Riviera Magnum, dal design più maschio. Seguito dai Riviera Magnum XXL Automatic e Flyback Chronograph nel 2009.

    Baume&Mercier ci punta forte

    Bene, vi ho annoiati a sufficienza con il Riviera che fu. È tempo di arrivare al Riviera che è, alla quinta generazione della collezione presentata in occasione del Watches & Wonders Geneva 2021 in corso e in vendita dal prossimo giugno. Un orologio che, come dichiara Baume&Mercier, “coglie i segnali del nostro tempo per reinterpretarli al meglio”.

    Per caratterizzare la nuova linea, il marchio ha scelto di continuare nella strategia, lodevole, di semplificazione delle dimensioni e delle referenze. Ecco perché, come ho accennato all’inizio, il Riviera 2021 è disponibile in tre misure di cassa, 36, 42 e 43 mm. Lasciando da parte quest’ultima, che è riservata al cronografo, mi concentro sul solo tempo.

    Da buon cavaliere, lascio prima spazio alle signore per le quali è pensata la referenza da 36 mm. Intanto, vi dico che ho avuto la possibilità di toccare con mano l’orologio e di indossarlo: come dimensione, il 36 mm non sfigura neppure su un polso maschile, purché sottile come il mio. È però evidente come la clientela cui pensa Baume&Mercier sia in questo caso femminile.

    L’orologio ha la cassa in acciaio, impermeabile fino a 5 bar, contraddistinta dalla riconoscibilissima forma dodecagonale e dalle quattro viti sulla lunetta. Il quadrante dal particolare decoro è azzurro o argentato – abbinato al bracciale integrato in acciaio – oppure nero – con il cinturino in caucciù in tinta. Cinturini e bracciali possono essere facilmente sostituiti grazie al sistema di sgancio rapido di cui sono muniti. Il Riviera 36 mm è animato da un movimento al quarzo Swiss made o da un automatico realizzato da Sellita.

    Stessi stilemi estetici per il Riviera da 42 mm, che però è disponibile solo con il movimento automatico (sempre Sellita) e con il quadrante blu, nero o argentato. Anch’esso ha il bracciale in acciaio intercambiabile con il cinturino in caucciù blu. Quest’ultimo, in abbinamento al quadrante dello stesso colore, dà vita a una versione “total blue” estremamente estiva, nello spirito della collezione.

    Il Riviera si affida al Baumatic

    Il plus del Riviera sta però all’interno della cassa nella versione di alta gamma, dove Baume&Mercier ha scelto di alloggiare il calibro Baumatic, definito dal marchio “di manifattura”, che gli appassionati ben conoscono per l’utilizzo nella collezione Clifton.

    Evito di tediarvi con i dettagli tecnici del calibro. Se siete avidi di informazioni, leggete questo articolo che è più completo di quanto potrei esserlo io. Mi limito ad alcune caratteristiche utili per la vita quotidiana, facendomi aiutare dalla cartella stampa di Baume&Mercier: autonomia di 5 giorni, scarto di -4/+6 secondi al giorno, antimagnetismo fino a 1500 Gauss. Più che sufficiente per proteggere il movimento dall’enorme quantità di campi magnetici (non tutti leggeri, peraltro) che ci bombardano dalla mattina alla sera, e pure di notte.

    Questa versione del Riviera è disponibile con il quadrante in vetro zaffiro blu fumé decorato e il bracciale in acciaio integrato, oppure in grigio fumé decorato e il cinturino nero. I quadranti fumé, così come i fondelli in vetro zaffiro, consentono di vedere in azione il movimento Baumatic. Dettaglio estetico che, avendoli visti dal vivo, è notevole e dà all’orologio un valore percepito alto.

    Insomma, per il rilancio del Riviera Baume&Mercier ha utilizzato il meglio del proprio stato dell’arte orologiero, per far sì che la collezione torni a far gustare l’aria di quella Saint-Tropez che l’ha ispirata quasi 50 anni fa. Quella Saint-Tropez che lo scrittore francese Guy de Maupassant definì «una di quelle affascinanti e semplici figlie del mare, spinta in acqua come una conchiglia». Lui ancora non lo sapeva, ma è una figlia del mare da vivere con un bell’orologio al polso.

  • Longines Silver Arrow, una freccia dal passato

    Longines Silver Arrow, una freccia dal passato

    Un orologio che si chiama come un’auto ma che ha per emblema un aereo. Che guarda al futuro ma che arriva dal passato… Parlando del nuovo Longines Silver Arrow ce n’è a sufficienza per sentirsi più confusi di un camaleonte in una scatola di Smarties. Basta però mettere gli argomenti in fila, come tanti piccoli indiani, e le cose sembreranno più chiare.

    Intanto abbiamo spoilerato: il protagonista dell’articolo è il Longines Silver Arrow, presentato a fine febbraio insieme ad altre novità del primo semestre 2021, e in arrivo nei negozi nei prossimi giorni. Un orologio che più vintage non si può, come da alcuni anni a questa parte è nelle corde di Longines, forte di un archivio storico ricco quanto una biblioteca benedettina.

    Perché se gallina vecchia fa buon brodo anche in orologeria, c’è però gallina e gallina. Fuor di metafora: se l’orologio ispiratore ha una storia, allora ci sono buone possibilità che anche la riedizione abbia qualcosa da dire. E, a proposito di orologi ispiratori, vediamo da dove arriva questo Silver Arrow 3.0.

    Il Longines Silver Arrow e la 24 Ore di Le Mans

    Per scoprirlo, facciamo un salto indietro di oltre 65 anni. Correva infatti il 1955 quando, nelle stanze della manifattura di Saint-Imier, era tutto un ribollire di cervelli per trovare nome a un nuovo, avanguardistico orologio. Longines organizzò infatti un concorso d’idee interno per battezzarlo. E, alla faccia di chi dice che gli svizzeri sono noiosi e privi di fantasia, arrivarono sul tavolo della direzione circa 450 proposte.

    Si dice che il nome prescelto, Silver Arrow, fosse stato proposto in omaggio alle “Frecce d’Argento”, le Mercedes Benz che nella prima metà degli anni ’50 facevano man bassa di vittorie in Formula 1 e sulle strade del mondo. Certo, dare a un nuovo orologio il nome di un’auto che proprio nel 1955 aveva falciato centinaia di spettatori in un incidente alla 24 Ore di Le Mans, ammazzandone 83, non era proprio di buon auspicio per il successo commerciale.

    Evidentemente, però, in Longines la superstizione non ebbe la meglio sul marketing. E vinse il proposito di legare il nuovo pezzo al concetto di velocità, caro ai marchi di orologeria e affine a un mondo che voleva lasciarsi alle spalle la tragedia del secondo conflitto mondiale prima possibile. Al concetto di velocità, al nome di un’auto, ma utilizzando come emblema… un aereo.

    Auto o aereo?

    Un aereo che, riprodotto sul fondello del Silver Arrow, aveva effettivamente la forma di una freccia, con la configurazione con ala a delta e fusoliera allungata. Un aereo, però, con tutta probabilità frutto della fantasia dei creativi di Longines, visto che l’unico apparecchio con ala a delta di quel periodo dovrebbe essere l’Avro Canada CF-105 Arrow. Che debuttò però dopo, nel 1957, e che aveva una deriva diversa da quella del Silver Arrow dell’orologio.

    Insomma, un aereo che con le sue linee futuristiche era più un simbolo ideale di velocità che un ritratto dal vero. In ogni caso, qualcosa di molto caratterizzante se, dopo 65 anni, Longines lo accosta ancora all’orologio attuale. Al quale finalmente arrivo, dopo questa divagazione da secchione. Non prima però di aver ricordato che il Silver Arrow era già comparso in riedizione una dozzina di anni fa. Ecco perché ho definito l’attuale come 3.0.

    Prodotta in quantità limitate tra il 2009 e il 2010, la referenza L1.647.4.72.3 differisce dall’ultima nata per diversi dettagli. Principalmente per la presenza del datario, le lancette cosiddette dauphine, la lavorazione degli indici e l’incisione sul fondello piuttosto anonima: al posto dell’aereo ci sono una stella e una freccia un po’ striminzita.

    Longines Silver Arrow: trova le differenze

    Molto più filologico è invece l’orologio appena presentato da Longines, che ha scelto di riproporre un esemplare più pulito, senza datario e con lancetta dei secondi centrali. Tra i ’50 e i ’60 non sono infatti mancate versioni del Silver Arrow con la data al 3 e altre con i piccoli secondi al 6.

    Diretti discendenti del modello del ’56 sono gli indici lavorati e le lancette cosiddette a gladio, entrambi rivestiti di Super-LumiNova. Il giro dei minuti, invece, è separato dagli indici da un sottile anello incavato, che non era presente nella referenza originaria.

    Dettagli da precisetti, sì. Che però rendono l’idea di come il marchio abbia cercato una maggiore aderenza al modello originario di quanto non abbia fatto con l’orologio del 2009. Un esempio? L’assenza della scritta Automatic sul quadrante. Presente nella referenza L1.647.4.72.3, per ovvi motivi non c’era 65 anni fa, essendo quell’orologio a carica manuale.

    Il calibro e un dubbio sulla lunetta

    Per equipaggiare il Longines Silver Arrow 2021, i tecnici hanno scelto uno dei cavalli di battaglia della casa della Clessidra alata: il calibro L.888.5 nella variante ND (no data). Un movimento super-collaudato, su base Eta 2892, che nella variante con data equipaggia alcune referenze della collezione HydroConquest; mentre nella configurazione L.888.4 è ampiamente utilizzato nella Conquest e nella Spirit. Segno di un’affidabilità che ha indotto il marchio a garantire l’orologio per cinque anni.

    Tutto molto bello, quindi? Quasi. Perché di fronte ai tanti segni più, il Longines Silver Arrow ha a mio avviso anche un segno meno: le dimensioni della lunetta. Il diametro della cassa da 38,5 mm – lo standard per gli attuali dress watch di Longines – non è un’esagerazione, anzi, veste bene anche i polsi più smilzi come il mio, che dai 42 mm in su possono essere in imbarazzo. Peccato, però, che l’originale fosse di 34 mm e avesse una lunetta sottile che lo rendeva più elegante di quella attuale, secondo me un po’ ingombrante.

    Fermo restando che oggi una cassa da 34 mm non avrebbe mercato, va considerata anche la questione del calibro. Nei 34 mm, che sono oramai tutti al femminile, attualmente Longines incassa movimenti al quarzo, ma utilizzarne uno per il Silver Arrow sarebbe stata una bestemmia. Montare uno dei vecchi movimenti automatici dei Conquest 34 mm fuori catalogo sarebbe stato un impoverimento. Sviluppare un calibro apposta per questo orologio, una strategia senza senso dal punto di vista industriale.

    Con buona pace dei puristi o dei nostalgici che quindi devono farsi andare bene la cassa da 38,5 mm – magari uno sforzo per assottigliare la lunetta si sarebbe potuto fare. Chiudiamo, come sempre, con il vil denaro. Il Silver Arrow costa 1.950 euro. Adeguato alla scala prezzo di Longines, bilanciato con la qualità dell’orologio. Il camaleonte di cui sopra sarà adesso un po’ meno confuso?

  • Fifty Fathoms No Rad: Blancpain rende omaggio al passato

    Fifty Fathoms No Rad: Blancpain rende omaggio al passato

    «La stabilità può essere raggiunta solo dalla materia inattiva». No, non l’ha detto Mario Draghi pensando alle forze che compongono il suo governo, bensì Marie Curie. Avrebbe mai pensato la due volte premio Nobel che un giorno, indirettamente, i suoi studi sulla radioattività avrebbero reso mitico un orologio, il Blancpain Fifty Fathoms No Rad?

    Chiaramente no. Ma vado oltre la provocazione e vi racconto in breve la storia di questo orologio e di come mai Blancpain abbia deciso di dedicargli un altro esemplare-tributo, in edizione limitata, in questo 2021. Il Tribute to Fifty Fathoms No Rad.

    Vade retro, radio!

    Intanto, il nomignolo No Rad deriva dal logo riportato sul quadrante, a ore 6, a indicare che il materiale luminescente usato da Blancpain per indici e lancette dell’orologio è “No Radiation” (nessuna radiazione). Ossia privo di radio. E ci mancherebbe, direte. Da decenni il radio è bandito dall’orologeria perché dannoso per la salute, non tanto di chi indossa l’orologio quanto di chi lo lavora.

    Appunto, sono decenni. Ma prima questa sostanza era ampiamente utilizzata per via dell’eccellente proprietà auto-luminosa. L’esempio più noto, che ha dato origine a una collezione di orologi, è il Radiomir, composto da una miscela di fosforo e materiale radioattivo in pasta, inventato da Guido Panerai tra le due guerre mondiali.

    Utilissimo ma pericoloso, il radio fu soppiantato negli anni dal trizio, anch’esso radioattivo pur se in misura molto minore. Radioattività per radioattività, anche il trizio fu progressivamente sostituito da materiali fotosensibili e non dannosi per la salute. Una mossa che ha reso gli orologi vintage con indici e lancette triziate sempre più ricercati dai collezionisti.

    Se volete sapere di più sui materiali luminescenti, vi rimando a questo articolo interessante. Del resto siete qui per leggere del Tribute to Fifty Fathoms No Rad di Blancpain, giusto? E allora parliamone, ricordando come nacque il Fifty Fathoms e arrivando all’orologio del 1965, cui il modello attuale rimanda.

    Blancpain Fifty Fathoms: un po’ di storia

    Nel 1952, la Marina e i servizi segreti francesi incaricarono il tenente Claude Riffaud e il capitano Robert Maloubier di creare un’unità specializzata di sommozzatori destinata ad agire nella massima segretezza. Alcune delle loro missioni includevano attacchi ai porti e sabotaggio di navi.

    Riffaud e Maloubier avevano un’idea generale di quale fosse l’attrezzatura di cui i subacquei avevano bisogno: bussole, profondimetri, orologi. Ma, in fatto di orologi, sul mercato non esisteva un modello specificamente progettato per l’uso che ne avrebbero fatto quei sommozzatori.

    Così Maloubier stesso ne disegnò uno, ideale per le immersioni. Doveva avere una cassa robusta e impermeabile e un quadrante leggibile nelle notti più buie e nelle profondità marine. Il capitano sottopose la sua idea a diversi produttori, ma incontrò rifiuti e resistenze a causa del design troppo ardito dell’orologio.

    Finché arrivò a Blancpain, il cui Ceo dell’epoca, Jean-Jacques Fiechter, era egli stesso un subacqueo dilettante. E un uomo di business, che fiutò l’opportunità: creare un orologio che nessun altro aveva osato realizzare.

    Nacque così nel 1953 il Fifty Fathoms. Con lunetta in bachelite, guarnizioni in gomma per sigillare la cassa e movimento automatico, scelto al posto del manuale per evitare di sollecitare la corona (punto debole per le infiltrazioni d’acqua) con avvolgimenti ripetuti.

    I primi No Rad

    E il Fifty Fathoms No Rad? Arrivò a metà degli anni ’60, quando l’esercito tedesco acquisì il Fifty Fathoms RPG 1 (ci fu poi l’RPGA 1, con datario), conosciuto come “Bund No Rad“. Il nome deriva dal termine Bundeswehr (Forze Armate) – inciso sul fondello degli orologi che equipaggiavano il Kampfschwimmer, l’unità d’élite del commando subacqueo tedesco – e dalla caratteristica dell’orologio: il logo No Rad, presente per la prima volta sul quadrante di un Fifty Fathoms.

    In questo modo, Blancpain rassicurava sull’assenza di radio i subacquei militari professionisti, così come i civili che acquistavano i Fifty Fathoms da fornitori di attrezzature specializzate. Una rassicurazione data anche dalla scritta T<25 sul réhaut interno a ore 5, a indicare la quantità di trizio utilizzata, inferiore a 25 millicurie come richiesto dalle normative in vigore all’epoca.

    Blancpain ha già dedicato un tributo al Fifty Fathoms No Rad nel 2010, il 5015B Tribute to Fifty Fathoms. Basato sul modello classico, con diametro di 45 mm (negli anni ’60 era di 41), ha la lunetta completamente graduata e il quadrante con indici dipinti e logo “No Rad” a ore 6. Limitato a 500 pezzi, monta il calibro 1315 con 120 ore di autonomia.

    Blancpain Tribute to Fifty Fathoms No Rad, atto secondo

    Ora, a undici anni di distanza dal 5015B, Blancpain presenta un’altra edizione limitata (ancora 500 esemplari) del Tribute to Fifty Fathoms No Rad. A campeggiare sul quadrante è di nuovo il simbolo No Rad giallo-arancione, ma questa referenza (5008D) ha argomenti a mio avviso più convincenti di quelli della riedizione del 2010.

    L’orologio condivide molti elementi con il Fifty Fathoms Barakuda del 2019. Innanzitutto, ha una cassa molto più compatta del precedente, ridotta al diametro di 40,3 mm e allo spessore di 13,23 mm, ma tipica del Fifty Fathoms. È in acciaio inossidabile lucido, con anse corte e ricurve, e fondello in vetro zaffiro; è impermeabile fino a 300 metri ed è dotata di una corona a vite protetta da piccole spallette.

    Il quadrante nero opaco ha gli indici che combinano pallettoni tondi, rettangoli e a forma di diamante (a ore 12). L’orologio sarà anche no radiation, ma in Blancpain hanno fatto un barbatrucco utilizzando per indici, lancette e tacche della ghiera un Super-LumiNova di colore “old radium” che riprende il beige-arancione degli indicatori vintage, con la loro patina del tempo.

    A proposito di ghiera, quella del Tribute to Fifty Fathoms No Rad, dal classico profilo bombato, è girevole e unidirezionale. Ha una graduazione tipica dei primi modelli Fifty Fathoms ed è dotata di un inserto in zaffiro, tratto distintivo della collezione contemporanea. Concessione alla modernità – anche se esisteva già nell’RPGA 1, come abbiamo visto – è il datario a ore 3, la cui apertura è evidenziata da un bordo bianco come in uno dei modelli degli anni ’60.

    Il calibro è il collaudato 1151, utilizzato ampiamente da Blancpain non solo nella collezione Fifty Fathoms, ma anche nella Villeret. È un movimento di manifattura a carica automatica molto sottile (3,25 mm). Ha una frequenza di 3Hz, la spirale in silicio, amagnetica, e il doppio bariletto, quindi maggiore autonomia: quattro giorni.

    Giudizio e prezzo

    Come era solito dire Alberto Tomba, «chi mi conosce, lo sa»: in generale, non sono un fan accanito degli orologi-tributo. Anche se belli, ben fatti e filologicamente impeccabili, penso che chi ama il vintage vada alla ricerca dell’originale più che della riedizione. Per quanto possa costare tempo e fatica trovarlo – e a volte, non sempre, abbia un prezzo superiore.

    Però nel caso del Tribute to Fifty Fathoms No Rad faccio un’eccezione. Penso che, da quanto ho scritto finora, ci siano argomenti più che sufficienti per giustificare il mio parere positivo (per quanto può valere…) su questa edizione limitata.

    Bel colpo l’aver riportato la cassa a dimensioni più contenute. Ma anche l’aver scelto di utilizzare un calibro affidabile già impiegato in altri orologi, anziché pensare a qualcosa ad hoc, non è certo un minus. Significa voler offrire un prodotto eccellente, contando sulle potenzialità industriali e sulle economie di scala di un grande gruppo come Swatch Group.

    Il prezzo? Ottimo, in rapporto a quello che l’orologio offre e al fatto di essere una edizione limitata: 13.400 euro. Chiudo come ho iniziato, con una frase di Marie Curie: «Mi è stato insegnato che la strada per il progresso non è rapida né facile». Lo sa anche Blancpain: diversamente, non continuerebbe a proporre orologi così speciali.

  • Locman 1960 Fasi Lunari: tra “Dolce Vita” e… San Francesco

    Locman 1960 Fasi Lunari: tra “Dolce Vita” e… San Francesco

    C’è un celeberrimo detto, pare di origine orientale, che più o meno tutti conoscono e che recita: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Mi è venuto in mente osservando il nuovo Locman 1960 Fasi Lunari, perché sarebbe sciocco guardarsi il dito mentre si osserva la complicazione di un orologio così pulito e alla moda.

    Il bello della vita

    La scelta di Locman di inserire le fasi lunari all’interno di una collezione come la 1960 ha una sua logica. È infatti considerata la complicazione più elegante e una tra le più affascinanti (non mi soffermo sul suo funzionamento, ne ho già parlato qui). E la 1960 è, tra le linee del marchio elbano, quella che fa dell’eleganza il proprio tratto distintivo.

    Nata nel 2015, la collezione 1960 ha nel nome la dichiarazione d’intenti del proprio Dna orologiero. L’ispirazione è infatti quella della magnifica decade che è sinonimo di spensieratezza, gioia di vivere, voglia di costruire e di godere e che, in Italia, è identificata con la “Dolce Vita”. Un modo di essere e di esistere estremamente chic, come dimostrano le linee degli orologi che in quegli anni furono creati e ancora oggi sono oggetti del desiderio per gli amanti del vintage.

    A quelle linee rimanda il Locman 1960 fin dalla sua creazione, prima con il solo tempo, poi con il cronografo, la gran data e infine con le fasi lunari. Quadranti monocromi, indici a bastone, lancette sottili, datario discreto (quando presente) sono dettagli che caratterizzano la collezione e che la rendono interessante per chi è alla ricerca di un dress watch fuori dal coro.

    Semplicità al potere

    Detto questo, la smetto con le divagazioni fini a se stesse e mi concentro sul Locman 1960 Fasi Lunari. Un orologio che non tradisce la pulizia delle forme e la facilità di lettura dell’ora proprie della collezione. Il quadrante, disponibile in versione bianca smaltata o grigia con lavorazione soleil, è arioso ed essenziale, di una frugalità francescana.

    Mi si perdonerà la citazione in odore di santità, ma come definire altrimenti uno spazio che i designer di Locman hanno spogliato di tutto il superfluo, persino della lancetta dei secondi, in modo che la vista cada sulle fasi lunari?

    La finestrella è posta a ore 6 ed è concepita con il classico design bilobato, in modo che vi possano scorrere le quattro fasi della Luna – nuova, crescente, piena e calante – che si susseguono nell’arco dei 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi del mese sinodico. Un modo figo e scientifico per definire il tempo impiegato dal nostro satellite per riallineare la propria posizione con il Sole e la Terra, dopo aver compiuto una rivoluzione intorno a quest’ultima.

    I dettagli tecnici del Locman 1960 Fasi Lunari

    La finestra non è enorme ma ritengo che non anneghi più di tanto in un quadrante la cui ariosità è ampliata dalle dimensioni della cassa (41 mm) e dalla lunetta sottilissima. A mio gusto l’avrei abbassata un po’ verso l’indice delle 6 – ma temo che i vincoli del calibro non l’abbiano permesso -, per bilanciarla con la scritta Locman Italy posta nella metà superiore del quadrante. Però, chi sono io per dettare la linea ai signori dell’Elba?

    L’orologio è animato da un calibro al quarzo che muove, naturalmente, anche le fasi lunari; e che è alloggiato in una cassa disponibile sia in acciaio lucido, sia in acciaio con trattamento Pvd Rose Gold. La prima è abbinata al quadrante bianco e a un cinturino in pelle marrone con fibbia ad ardiglione. La seconda, al quadrante grigio e a un cinturino in pelle grigia, sempre con ardiglione. Per chi non ama l’ardiglione (de gustibus), sarà disponibile anche il bracciale in acciaio in maglia milanese.

    Una questione di valore

    Sui cinturini e sui bracciali spendo volentieri una parola in più. Non dimentichiamo che Locman nacque a metà degli anni ’80 come pellettiere e quindi ha un’attenzione altissima nei confronti dei pellami che usa. Lo posso confermare in prima persona, avendone più volte provato al polso gli orologi. Quello che per molti brand è un dettaglio, il cinturino, per il marchio elbano è un punto imprescindibile per definire la qualità delle proprie creazioni. E anche i bracciali in maglia milanese hanno una morbidezza che si trova di norma in pezzi di valore ben superiore.

    Il valore, appunto. La scala prezzo dei Locman 1960 Fasi Lunari attualmente disponibili parte dai 269 euro della versione acciaio con cinturino per arrivare ai 299 della versione Rose Gold, sempre con cinturino. Prezzi in linea con l’offerta del marchio e della collezione 1960 in particolare, ampiamente giustificati dalla presenza di un movimento al quarzo e non di un calibro meccanico.

    Ma valore e prezzo sono concetti differenti e non sempre collegati in modo che al crescere del primo cresca anche il secondo. Come nel caso del Locman 1960 Fasi Lunari. Il brand fa dell’accessibilità uno dei propri punti di forza, a fronte di finiture di buon livello e a complicazioni tutt’altro che banali, come appunto le fasi di Luna (usate già nel Montecristo Moon). Un approccio che si ritrova in un orologio come questo, sobrio e, come l’ho definito prima, “francescano”. Del resto, il poverello di Assisi non la chiamava forse Sorella Luna?

  • Tissot PRX 40 205. Figlio degli anni Settanta

    Tissot PRX 40 205. Figlio degli anni Settanta

    Lo scrittore Tommaso Labranca ha definito gli anni ’70 come «l’ultimo grande momento di creatività originale, di colore, di sogni, di speranze, di aneliti, di rapporti umani e sociali». Anche se tramortita dal boom del quarzo, durante quella decade l’orologeria diede più volte prova di “creatività originale”, come dimostrò Tissot con il PRX.

    Tissot PRX: Settanta mi dà tanto…

    Nato nel 1978, era un orologio che faceva del design minimalista la propria cifra caratteristica: cassa piatta di forma tonneau, indici sottili e ben leggibili, bracciale integrato (un must dell’epoca). Un concentrato di semplice eleganza, che rivive oggi nel Tissot PRX 40 205, dove 40 sta per i millimetri della cassa e 205 è un omaggio alla referenza del ’78.

    Una scelta di prodotto intelligente perché, a mio avviso, Tissot ha ben chiaro il fatto che gli orologi in acciaio con il bracciale integrato sono tornati a essere molto popolari. Un interesse partito dalla fascia alta (con marchi come Audemars Piguet o Patek Philippe), e che poi si è progressivamente spostato verso pezzi di fasce prezzo ben più accessibili. Quelle in cui Tissot si posiziona per scelta strategica del gruppo Swatch, cui appartiene.

    L’appassionato che cerca un orologio con bracciale integrato senza dover vendere un rene per acquistarlo, guarda a esempi come il Tissot PRX 40 205. È un appassionato che gode (sì, si gode anche per questo…) nell’osservare i giochi di luce tra le superfici lucide e satinate, tra le anse spigolose e la lunetta sinuosa, tra la finitura del quadrante e gli indici.

    Dettagli di qualità

    Parto proprio dai dettagli della cassa e del bracciale che, a colpo d’occhio, danno all’orologio un valore percepito ben più alto di quello che è il suo reale prezzo. Intanto, traspaiono dalle immagini (inutile sottolineare che l’infame Covid ancora ci impedisce di toccare con mano gli orologi…) una decisa fluidità e morbidezza del bracciale, che ne aiutano la vestibilità. “Come un serpente intorno a un ramo”, dicono da Tissot.

    Sono molti i bracciali integrati più cicciotti di quanto dovrebbero essere: un plauso alla scelta di contenere lo spessore di questo, per creare anche una continuità estetica con la cassa sottile (10,4 mm). Inoltre, il bracciale del Tissot PRX 40 205 ha la parte esterna satinata e quella interna lucida, spia di una cura del dettaglio notevole. Bravi.

    Un gioco di lucidatura e satinatura che si ritrova anche sulla carrure, con finiture spazzolate verticali addolcite da sfaccettature lucide; e sull’intera cassa, che ha una linea leggermente tonneau coronata da una lunetta liscia, sottile e rotonda.

    Cassa robusta, ottima leggibilità

    La cassa in acciaio ha una distanza da ansa a ansa (in verticale) di circa 44 mm che la rende molto indossabile. Tissot ne ha aggiornato le dimensioni rispetto a quelle del modello della fine degli anni ’70, per rendere il PRX 40 205 più moderno.

    Rimane, di quell’orologio, l’impermeabilità a 10 bar (X, originariamente, stava per “dieci” atmosfere in numeri romani, mentre PR stava per “preciso” e “robusto”). Il vetro è invece un moderno zaffiro, che però non pare trattato con rivestimento antiriflesso, forse volutamente per evitare di farne lievitare troppo il prezzo.

    I quadranti del Tissot PRX 40 205 sono semplici, metropolitani, con un focus indiscutibile sulla leggibilità e con proporzioni nel complesso molto buone. Sono classici, con le versioni in blu e in nero lavorate soleil e con indici e lancette nichelate. La versione argento satinato verticale è abbinata a indici e lancette in oro rosa.

    Uno sguardo al movimento

    Figlio, come me, degli anni ’70, l’orologio non può che essere animato da un movimento al quarzo, che aiuta a contenere lo spessore della cassa. Si tratta di un calibro ETA F06.115, che fornisce le indicazioni dell’ora e della data e ha una durata della batteria di oltre cinque anni.

    Il movimento ha un indicatore cosiddetto di fine vita della pila, o EOL, end-of-life. Ossia? Semplicemente, la lancetta dei secondi comincia a fare un salto ogni quattro secondi quando la batteria si sta per scaricare, ma l’orologio continua a indicare l’ora esatta finché quella non si esaurisce completamente. Di norma, si consiglia di cambiarla entro un paio di settimane dalle prime avvisaglie di morte. Nulla di avveniristico (possiedo un Sector di quasi vent’anni fa che integra questo sistema), ma senz’altro un dettaglio in più che arricchisce il valore dell’orologio.

    Tra giugno e settembre, il Tissot PRX 40 205 arriverà anche in una versione con movimento automatico – il collaudato Powermatic 80 -, caratterizzata anch’essa da quadranti blu, nero o argenté, lavorati però con un motivo goffrato con rilievo “a quadretto di cioccolato”, che fa un po’ Royal Oak ma ha il pregio di aumentare i giochi di luce goderecci.

    La scelta del Tissot PRX automatico

    Confesso che, alla lettura della cartella stampa, ho pensato che l’idea di creare una versione con calibro automatico avesse l’obiettivo di far aumentare l’appeal di questo orologio verso i “sofisticoni”. Quelli che guardano al quarzo come al demonio, ai tanti che “ah, ma vuoi mettere la poesia di un bariletto e di uno scappamento?”.

    Potevo dunque farmi scappare l’occasione di chiedere i motivi della scelta direttamente al Ceo di Tissot, Sylvain Dolla, durante la presentazione alla stampa delle novità del brand? Certo che no, e il sempre disponibile Sylvain non ha esitato nel confessare che il motivo è stato duplice.

    Da un lato, Tissot ha ricevuto moltissime richieste da parte di potenziali clienti per realizzarla. Customer is king, direbbero gli americani. Dall’altro, l’automatico punta a sfondare sul mercato orientale, principalmente cinese, che considera sì il quarzo come il demonio, o quasi.

    Quarzo tutta la vita (almeno qui…)

    Quando ho definito il Tissot PRX 40 205 figlio degli anni ’70 intendevo che, come tale, deve essere un quarzo. È noto quanto Tissot tenga a stare nel proprio segmento di prezzo e di mercato. Infatti, la strategia industriale e le economie di scala che stanno dietro allo sviluppo e alla produzione del movimento Powermatic 80 fanno sì che gli orologi che lo montano, di qualunque marchio di Swatch Group siano, non abbiano prezzi fuori da ogni logica, tutt’altro. E infatti l’automatico del PRX è dato tra i 600 e i 650 euro.

    È anche legittimo ampliare la desiderabilità del Tissot PRX 40 205 a fasce di consumatori e a mercati differenti, specialmente in un periodo come questo. Ma, per il poco che può valere il mio punto di vista, penso che l’orologio stia bene così com’è: un quarzo di ottima fattura tecnologica ed estetica, con un valore percepito ben al di sopra del suo prezzo al pubblico di 355 euro. Perfetto nel price range di Tissot e destinato a dar fastidio a molti competitor. What else?

  • Piaget Polo Skeleton: l’essenziale è visibile agli occhi

    Piaget Polo Skeleton: l’essenziale è visibile agli occhi

    «Tutte le cose sono nell’aria, conta solo chi le realizza», disse una volta il grande Andy Warhol. Una frase che mi è venuta alla mente quando ho visto le immagini del nuovo Piaget Polo Skeleton. E non ho pensato a Warhol per caso: tra il genio di Pittsburgh e Piaget vi è infatti un legame stretto. Un rapporto che, nel caso del Polo, è richiamato anche da un numero: 1979. In quell’anno nacque l’orologio sportivo che sarebbe diventato un simbolo del marchio. E Warhol incontrò per la prima volta a New York Yves G. Piaget, quarta generazione della famiglia titolare della Maison. Un legame che avrebbe segnato l’amore dell’artista per gli orologi Piaget.

    Piaget Polo Skeleton: c’era da aspettarselo…

    Bene, mi direte voi: e dunque? Volevi solo fare il figo con una citazione, o la frase di Warhol c’entra qualcosa con il Piaget Polo Skeleton? C’entra, perché la Manifattura ha realizzato una versione scheletrata del suo sportivo, che era nell’aria per diversi motivi.

    Intanto perché le referenze scheletrate dell’Altiplano hanno aperto la strada all’estensione di questa lavorazione nel Polo. Poi, perché la tendenza a creare versioni skeleton degli orologi sportivi, oltre che di quelli eleganti, è ormai più che consolidata. Lo dimostrano i casi di Zenith, Bell & Ross, Roger Dubuis, Ulysse Nardin, per tacer degli altri.

    Non poteva dunque mancare il Piaget Polo Skeleton, erede di una tradizione che ha visto i primi orologi squelette della Maison realizzati negli anni ’70; pezzi capaci di conquistare personaggi come Miles Davis e di anticipare la tendenza attuale, antica quanto l’orologeria stessa, come ricordiamo qui.

    Scheletri nell’armadio del tempo

    A Parigi, nel ’700, il maestro orologiaio André Charles Caron ebbe infatti la trovata di togliere il quadrante ai suoi orologi per consentire ai clienti di osservare le meccaniche in azione. Clienti per i quali poteva anche creare pezzi da tasca sempre più sottili, eliminando elementi non necessari. Come il quadrante, appunto.

    La differenza tra gli scheletrati di un tempo e quelli attuali sta nel fatto che i primi erano lavorati “dal pieno”, con il maestro scheletratore che toglieva da un movimento esistente tutte le parti non funzionali.

    Ora, invece, i movimenti sono concepiti scheletrati già in fase di progettazione. Chiedere per conferma a Carole Forestier-Kasapi, ex responsabile della creazione dei movimenti di Cartier, che per il brand ha creato calibri scheletrati innovativi. Oggi come allora rimane un tratto comune: la scheletratura è prerogativa di orologi di alta gamma. In linea di massima, perché già appaiono le prime eccezioni.

    Piaget fino al midollo

    Ricordata fulmineamente l’origine di questa scelta estetica (ci vorrebbero pagine e pagine per esaurire l’argomento), arrivo finalmente a ciò per cui vi siete presi la briga di aprire questo link del sito. Ossia il Piaget Polo Skeleton.

    Tanto per cominciare, è un Piaget e quindi fa dello spessore ridotto una delle proprie caratteristiche più evidenti. Maestra nella creazione di meccanismi di eccezionale sottigliezza, la Maison ha coniugato quest’ultima con la scheletratura e con gli elementi che distinguono la collezione Polo: il quadrante coussin e la cassa curva, sormontata dalla lunetta rotonda.

    La cassa è la classica in acciaio da 42 mm (47 mm da ansa ad ansa). Ma ciò che fa la differenza è lo spessore di 6,5 mm, più sottile di circa il 30 per cento rispetto a quello delle casse degli altri Polo. Merito del calibro automatico scheletrato Piaget 1200S1, con una linea snella da 2,4 mm da fare invidia al girovita di Olivia Oyl. Sì, proprio quella di Braccio di Ferro…

    Caratteristica estetica e funzionale del calibro è il micro-rotore decentrato, che ha consentito ai tecnici di Piaget di alleggerirne ulteriormente lo spessore. Senza però sacrificarne la bellezza (personalmente, la soluzione del micro-rotore mi fa impazzire) né le prestazioni, viste le più che dignitose 44 ore di autonomia e le 21.600 alternanze/ora.

    La bellezza è valorizzata dalla scelta di lasciare il movimento visibile su entrambi i lati della cassa, per ottenere una profondità che pare andare oltre i 2,4 mm effettivi. Il vetro zaffiro sul fondello, insieme a quello posto sul quadrante, lascia in evidenza le finiture di colore sui ponti e sulla minuteria che caratterizzano le due referenze del Piaget Polo Skeleton: Blu Piaget o grigio ardesia.

    Che ore sono?

    L’insieme dell’orologio è quindi più che gradevole ed estremamente leggero, proprio per la progressiva e continua opera di sottrazione che la scheletratura impone ai maestri orologiai. Su questo punto, però, ho una riserva che conto di sciogliere solo nel momento in cui potrò vedere e toccare dal vivo il Piaget Polo Skeleton: la facilità di lettura dell’ora.

    Le precauzioni anti-Covid non mi permettono ancora di avere gli orologi tra le mani e mi devo accontentare delle immagini, dalle quali percepisco una certa difficoltà nel capire a colpo d’occhio che ore sono. Anche le lancette di ore e minuti sono infatti scheletrate come il movimento, e pare che “anneghino” all’interno di esso, specialmente nella versione grigio ardesia.

    Rischio anche di altri scheletrati, va detto a onor del vero; e infatti, alla prova del polso, mi è capitato più volte di dovermi ricredere e di imputare l’impressione iniziale alla eccessiva bidimensionalità delle fotografie, anche di quelle più dettagliate.

    Giudizio d’insieme e prezzo

    Sospendo dunque il giudizio su questo dettaglio non secondario, nell’attesa di palpeggiare l’orologio in boutique appena possibile (poi vi dirò…)*. Nel frattempo, promuovo nel complesso il Piaget Polo Skeleton, per il combinato disposto di quanto scritto sopra: estetica affascinante, meccanica superba di manifattura, spessore ridotto che evita il litigio con il polsino della camicia.

    Infine, una notazione sul costo. È vero che è un Piaget, è vero che è scheletrato, è vero che il calibro è di manifattura (ma non creato ex novo, bensì un’evoluzione del 1200S)… Ma forse 29.900 euro è un prezzo che avrebbe potuto essere limato. Non in senso assoluto, ma in rapporto al price range del marchio, visto che un Polo solo tempo in acciaio con cinturino costa il 65 per cento in meno e con bracciale circa il 40 per cento in meno, con un calibro che offre prestazioni migliori.

    Come si spiega? Speculazione? Tutt’altro. Il prezzo è dettato proprio dal movimento, che di fatto è stato interamente riprogettato. Ed è prodotto da un marchio che ha una produzione rarefatta, così rarefatta da non consentire economia di scala. È anche una questione di rarità, oltre che di fascino. Del resto i Piaget sono sempre stati orologi per pochi. In genere grandi artisti. Andy docet.

    *p.s. 11 marzo 2021
    Carissimi, vi ricordate che avevo espresso una riserva e sospeso il giudizio sulla leggibilità delle ore, che dalle immagini mi pareva difficoltosa? Ebbene, riserva sciolta. Stamattina ho toccato con mano e messo al polso il Piaget Polo Skeleton (libidine, avrebbe detto il grande Jerry Calà), grazie al gradito invito dell’ufficio stampa del marchio. Le ore si leggono bene e la scheletratura delle lancette non fa a pugni con quella del movimento. Impressione iniziale rettificata, dunque, a dimostrazione di quanto conti nella vita l’esperienza diretta. Sempre.

  • Fridays for Future: Morgan Bourc’his e Tudor sulle tracce della natura

    Fridays for Future: Morgan Bourc’his e Tudor sulle tracce della natura

    «Mi chiamo Morgan Bourc’his e sono campione del mondo di apnea. Ma di quale mondo sono il campione?». È la domanda, profonda, che l’apneista francese pone a se stesso e a quanti guardano il film documentario La Quête du Sauvage (Sulle tracce della natura). Nel quale, con il Tudor Pelagos al polso, Morgan Bourc’his si immerge nelle acque più settentrionali della Norvegia per nuotare con orche e balene.

    Nelle gelide acque artiche

    Il documentario, una co-produzione Bluearth Production – Whipped Sea – Ushuaïa TV, mette al centro diverse riflessioni: il rapporto tra uomo e natura, la sostenibilità, l’impatto delle attività umane sull’ambiente. E il ruolo stesso dell’uomo sul pianeta, né signore né dominatore degli esseri viventi ma piccola parte di un unico, grande mondo comune.

    Tutte tematiche molto care a Bourc’his e a Tudor. Il campione francese, come amico del marchio, le ha portate nel documentario filtrandole attraverso la propria visione durante le numerose immersioni nelle acque dei fiordi; punti focali unici per orche, balene e aringhe nel cuore del territorio dei Sami, l’ultimo popolo indigeno d’Europa.

    Macchina fotografica alla mano, Morgan Bourc’his ha trascorso diverse stagioni a contatto con osservatori di balene, scienziati e Sami; si è immerso nei fiordi e nei differenti universi con i quali è entrato ha condiviso esperienze e momenti di vita comune, per comprendere i loro legami con il mondo selvaggio.

    Per raggiungere il suo obiettivo, Morgan Bourc’his è stato messo alla prova dalla natura del grande Nord. Ma le giornate gelide e le numerose frustrazioni sono state compensate dall’immersione a contatto con le più possenti creature dell’oceano.

    L’avventura (umana e scientifica) di Morgan Bourc’his

    L’esperienza per Morgan Bourc’his si è trasformata in un moderno romanzo di formazione. Da atleta di livello mondiale e stuntman, è diventato documentarista attento, attraverso la riflessione su temi che aveva sempre guardato con occhi diversi. «Incontrare queste creature per me è stato una sfida», ha raccontato l’apneista. «Il mare fa parte di me. Ma da piccolo mi hanno inculcato anche l’idea che sia un ambiente minaccioso, pieno di creature misteriose e a volte pericolose, come nel film Lo squalo. Insomma ho dovuto affrontare le mie paure».

    La Quête du Sauvage è stata per Bourc’his un’esperienza che lo ha portato a maturare come uomo, da lui stesso definita «un’avventura tecnica e umana in collaborazione con la natura e soggetta ai suoi desideri». Un’avventura con un messaggio forte, che l’atleta, l’intera squadra di produzione e Tudor stessa hanno voluto condividere con quanti hanno a cuore il destino del Pianeta. Che è messo sotto pressione dall’uomo e dalle sue attività anche in un ambiente marino come quello artico, il cui equilibrio è sottile.

    Sottile come il passare del tempo, la cui percezione è stata il trait d’union tra Morgan Bourc’his e Tudor. «Trascorrere del tempo in un luogo lontano, anche se dotato di tutti i comfort moderni, ci ha obbligato a riesaminare il nostro rapporto con il tempo e la civiltà», ha spiegato Bourc’his. «Ci trovavamo in una terra dalla cultura occidentale, eppure così remota, dove ogni aspetto logistico della vita deve essere organizzato in anticipo, che si tratti di rifornimenti, trasporti o energia».

    Il Tudor Pelagos, compagno di immersione

    Il Pelagos con lunetta e quadrante blu ha accompagnato Morgan Bourc’his durante le lunghe giornate di immersioni. Non sono casuali le scelte del modello e del colore. In primo luogo, perché il blu si accompagna da sempre agli sportivi di Tudor, specialmente ai modelli subacquei. Ne è una prova il Black Bay Fifty-Eight Navy Blue presentato lo scorso anno, diventato in breve una delle referenze più ricercate, grazie alla combinazione di movimento di manifattura, dimensioni contenute (è un 39 mm) e un punto di blu decisamente seducente.

    Poi, perché il Pelagos è lo strumento subacqueo per eccellenza di Tudor. Certo, non è un gigante come buona parte dei diver professionali (la cassa è da 42 mm); ma ha indici e lancette che, grazie alle loro dimensioni importanti e all’utilizzo generoso di materiale fotoluminescente, offrono una visibilità eccezionale anche in condizioni di scarsa visibilità.

    La versione indossata da Morgan Bourc’his ha il cinturino in caucciù in tinta con lunetta e quadrante; una scelta dettata dal fatto che si è immerso a profondità relativamente contenute. Per le discese più estreme invece sarebbe stato utile il bracciale in titanio, autoregolante: si contrae quando la muta è compressa a elevate profondità e si espande quando la pressione diminuisce in fase di risalita.

    «Avere il coraggio di incontrare la natura, significa avere il coraggio di incontrare se stessi»: questo è il messaggio che Bourc’his lascia allo spettatore con il film documentario. Una lezione che egli per primo ha imparato nuotando con i grandi cetacei e che passa per una presa di coscienza: il fatto che l’uomo, la Terra e le sue risorse sono un’unica realtà, destinata vivere o a soccombere insieme. Dipende solo da noi.

  • Lo Speedmaster Moonwatch di Omega diventa Master Chronometer

    Lo Speedmaster Moonwatch di Omega diventa Master Chronometer

    «Lascio agli altri la convinzione di essere i migliori, per me tengo la certezza che nella vita si può sempre migliorare», disse una volta la divina Marilyn Monroe. Una frase che in Omega devono avere preso alla lettera, visto ciò che hanno appena fatto con il loro Moonwatch. Cioè? Hanno provato a migliorare qualcosa di già vicino alla perfezione, lavorando al suo interno. Omega ha infatti diffuso quello che, un po’ pomposamente, ha definito “il più grande annuncio di orologeria del 2021”, ossia l’arrivo della nuova generazione di Speedmaster Moonwatch.

    Il nuovo cuore del Moonwatch

    Una generazione che si differenzia dalle precedenti sostanzialmente per il calibro. Dopo i vari 861, 1861, 321 e i loro fratelli, gli Speedmaster Moonwatch di nuovissima produzione montano il calibro Co-Axial Master Chronometer 3861. In sostanza, con il nuovo movimento l’orologio si può fregiare della certificazione di Master Chronometer rilasciata dall’Istituto federale di metrologia svizzero (Metas).

    Che cosa significhi ciò, è stato spiegato in modo semplice ed esaustivo in questo articolo da chi ne sa infinitamente più di me, ragion per cui vi invito a leggerlo se volete “seguir virtute e canoscenza” (come scrisse Dante Alighieri). A me basta aggiungere che questo calibro è realizzato per resistere a campi magnetici estremi, dichiarati da Omega fino a 15.000 Gauss. Anche in questo caso, potete approfondire qui i danni che quel briccone del magnetismo può causare al meccanismo di un orologio.

    Per il resto, il calibro rimane un carica manuale con scappamento coassiale. Inventato da quel mostro sacro dell’orologeria che è stato George Daniels, questo tipo di scappamento ha come grande vantaggio, rispetto a uno normale ad àncora svizzera, quello di ridurre quasi a zero gli attriti derivanti dalla trasmissione degli impulsi al bilanciere da parte dei denti della ruota e del pignone. In questo modo non c’è necessità di impiegare lubrificanti, il cui deperimento con il tempo influisce negativamente sulla regolarità di marcia dell’orologio.

    In soldoni, quindi, i nuovi Speedmaster danno un’ulteriore garanzia di precisione. E coloro che lo vorranno (ma lo sconsigliamo…) li potranno indossare durante una seduta di magnetoterapia o di risonanza magnetica, restando ragionevolmente sereni. Ma per quanti si innamorano di un orologio per il suo aspetto esteriore, quali sono i valori aggiunti dei nuovi Moonwatch?

    Il diavolo sta nei dettagli

    Partiamo con il dire che in questo caso Omega ha applicato all’orologeria ciò che applicano ormai molti marchi, ossia il postulato fondamentale di Lavoisier: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». Perché lo Speedmaster Moonwatch Master Chronometer si ispira nell’estetica a quello che è il suo più illustre antenato: la referenza ST 105.012, che avevano al polso nel 1969 Neil Armstrong e compari, a bordo dell’Apollo 11.

    Un’estetica che è fatta principalmente di dettagli, tra i quali cinque sono quelli evidenziati da Omega come tributi all’orologio sbarcato sulla Luna: la cassa asimmetrica; il quadrante cosiddetto “step”; il fondello a doppia smussatura; il punto sul 90; e il punto diagonale al 70 sull’anello della scala tachimetrica. Spieghiamoli.

    Della cassa asimmetrica c’è poco da dire: è ben visibile come il lato con i pulsanti del cronografo e la corona sia più sporgente rispetto a quello opposto, quasi a filo con la lunetta. Il quadrante “step”, a differenza di quello bombato, presenta uno scalino che divide la parte centrale da quella esterna, con il giro dei minuti. Minuti che, per inciso, sono divisi in 3 parti, a differenza delle 5 dei modelli precedenti, in virtù della maggiore precisione data dalle 21.600 alternanze/ora del calibro.

    Il fondello a doppia smussatura è tipico degli Speedmaster cosiddetti “pre-Moon” e, come dice il nome stesso, non è piatto ma caratterizzato da un doppio livello che degrada verso la carrure. Il punto sul 90 (o Don, “dot over ninety”) è il punto della scala tachimetrica posto sopra il numero e non a fianco di esso, che distingue le referenze anteriori al 1970; alle stesse referenze appartiene il punto del 70 in basso a destra, a differenza di quelle posteriori dove il punto stava a fianco della cifra o sotto di essa.

    Speedmaster Moonwatch per tutte le tasche (o quasi)

    Minuzie per i comuni mortali, vere sequenze del Dna dello Speedmaster per gli appassionati e i collezionisti del Moowatch, cui Omega strizza l’occhio con questa nuova generazione di cronografi, provando magari a distoglierli dal mercato del vintage. Anche utilizzando la leva del prezzo.

    Le otto versioni dello Speedmaster Moonwatch 2021 vanno dai 6.000 euro di quella in acciaio con fondello chiuso, logo Omega stampato e cinturino in tessuto rivestito in nylon, fino ai 45.400 di quella preziosissima in Canopus Gold 18 carati (un tipo di oro esclusivo della casa); passando per i 7.200 del Moonwatch in acciaio con fondello a vista, logo Omega applicato e bracciale in acciaio e i 34.900 della versione in oro Sedna 18 carati (idem).

    Insomma, ce n’è abbastanza per rendere ancora più desiderabile un orologio difficilmente perfettibile. E lasciamo rosicare quanti dicono che se non fosse andato sulla Luna, lo Speedmaster Moonwatch sarebbe solo uno dei tanti, anonimi cronografi: a mio modesto avviso, è uno dei più sexy in assoluto. Ma in quanto alle forme… continuo a preferire quelle di Marilyn.

  • T-My Lady e Gentleman: Natale in casa Tissot

    T-My Lady e Gentleman: Natale in casa Tissot

    Ladies and gentlemen, ecco a voi Tissot. Questa volta il marchio di Le Locle è stato bravissimo a non farmi scervellare per trovare l’attacco giusto per l’articolo. Mi è bastato prendere due delle novità del brand, una per lei e una per lui – Tissot T-My Lady e Gentleman -, metterle insieme… Et voilà: attacco pronto e pezzo già mezzo scritto.

    Oddio, già mezzo scritto non esageriamo, perché di cose da dire sui Tissot T-My Lady e Gentleman ce ne sono parecchie. A partire dal fatto che sono proposte interessanti per il periodo natalizio, specialmente se si pensa alla classica abbinata regalo lei-lui. Ma andiamo con ordine e diamo la precedenza alle signore.

    Tissot T-My Lady: quando la donna spacca il minuto

    La proposta femminile di Tissot parte da un presupposto per nulla scontato: anche le signore apprezzano la meccanica. È vero, questo orologio ha anche alcune referenze mosse da un movimento al quarzo, ma qui preferisco concentrarmi sulle versioni automatiche, ben nove. E, per una volta, parto proprio dall’interno dell’orologio, il calibro.

    La versione per lei del Tissot Gentleman ospita nella cassa un calibro della famiglia Powermatic, precisamente il Powermatic 48; è nato su base Eta, sinonimo di affidabilità e resistenza e, come ben sanno gli impallinati, a differenza del “fratello maggiore” Powermatic 80 può contare su una autonomia di 48 ore e sulla molla del bilanciere paramagnetica in Nivachron.

    Senza tirarla troppo per le lunghe, il Nivachron è una lega a base di titanio con caratteristiche che hanno la capacità di ridurre l’influenza negativa di un campo magnetico sulla regolarità del movimento. Avvicinate una calamita da frigo a un orologio meccanico o leggete questo articolo e capirete cosa si intende per influenza negativa…

    Questa capacità di riduzione varia a seconda del calibro in cui la molla è montata; ma, in soldoni, ciò che non varia è l’effetto finale: la maggiore precisione dell’orologio, visto che il sistema bilanciere-scappamento ne è un po’ il cervello che imposta il ritmo di marcia, per capirci.

    L’imbarazzo della scelta

    Detto quindi che le signore con al polso un Tissot T-My Lady arriveranno auspicabilmente puntuali a un meeting di lavoro con i collaboratori così come a una seduta dall’estetista, lo faranno anche con un bell’orologio al polso. Perché Tissot ha puntato a raffinare l’estetica oltre che la tecnica di questo esemplare.

    Sono nove, abbiamo detto, le referenze automatiche, tutte accomunate dalla dimensione della cassa, 29 mm. Per il resto, le combinazioni di colori e materiali sono così tante che un camaleonte avrebbe bisogno di uno psicologo dopo aver passeggiato sopra alla collezione.

    Si va dalle tonalità dei quadranti – blu soleil, argenté, opalino crema, antracite soleil, madreperla – a quelle dei cinturini – bianco, marrone o grigio -, insieme ai bracciali in acciaio a tre file. Per finire con i materiali di cassa e lunetta.

    Accanto alle versioni più sportive del Tissot T-My Lady, con cassa e lunetta in acciaio, vi sono quelle con cassa in acciaio e lunetta in oro rosa, lucida o con la bellezza di quasi mezzo carato di diamanti (39 punti per essere precisi). Diamanti che si ritrovano, in alcune referenze, anche al posto degli indici.

    Tissot Gentleman: semplicemente uomo

    Meno civettuolo ma molto di sostanza è anche il “capofamiglia” Tissot Gentleman, per il quale il marchio ha in catalogo la bellezza di 26 referenze, tra automatici e quarzi. Non me ne vogliano gli amanti di questi ultimi, che odiano dover agitare il polso per caricare l’orologio e trovarlo scarico dopo averlo lasciato per giorni in un cassetto: anche qui, preferisco trattare degli automatici.

    Nessuno snobismo, solo la volontà di valorizzare lo sforzo produttivo di Tissot nello sviluppare il calibro Powermatic 80. Basato sull’Eta C07.811, a sua volta derivato dal collaudato 2824-2, ne eredita la robustezza. E trae vantaggio dal fatto che Tissot, di proprietà di Swatch Group così come Eta, può lavorare su questi movimenti con un’economia di scala che altri marchi si sognano.

    Come gli appassionati sanno e come i neofiti possono facilmente capire, il Powermatic 80 fa delle 80 ore di autonomia il proprio punto di forza. Tre giorni abbondanti che potrebbero convincere anche i polsi più pigri a farci un pensierino.

    Se nel Tissot T-My Lady la furbata tecnica era la spirale in Nivachron, ciò che consente al Tissot Gentlemen di fare la differenza in termini di precisione è la spirale in silicio. Cambiano i materiali, ma non la sostanza: il “cervello” dell’orologio è più resistente ai campi magnetici, vive di più, è più preciso. Nivachron e silicio come il Gerovital, insomma.

    Colori, materiali e finiture

    La scelta di colori, materiali e dettagli delle versioni automatiche del Tissot Gentleman è sconsigliata agli indecisi. Qui, il marchio di Le Locle si è sbizzarrito, pur tenendo ferma la dimensione della cassa: 40 mm, equilibrata per un orologio che nasce come un dress watch.

    Alle combinazioni cassa in acciaio-lunetta in acciaio e cassa in acciaio-lunetta in oro rosa che abbiamo visto nel Tissot T-My Lady, si aggiunge ora quella con cassa in acciaio e lunetta in oro giallo. Nero, marrone, blu, argenté sono le tonalità molto maschili dei quadranti, alle quali si unisce una particolare cromia opalina, abbinata a lunetta, indici e lancette in oro rosa.

    Notevoli le versioni che sul quadrante hanno una marcatura centrale dalle linee incrociate; un’estetica ispirata ai quadranti dei tempi che furono, ma anche una strizzatina d’occhio e una sfida – la butto lì – a un orologio di un gruppo concorrente, che costa tre volte di più, anche in virtù di soluzioni meccaniche differenti. Indovina indovinello…

    Chiudo con i bracciali e i cinturini. In pelle blu, marrone o nera, con o senza stampa coccodrillo, questi ultimi sono solo con chiusura déployante (che io non amo, ma pazienza: ormai lo sapete e ve ne farete una ragione); più sportivo il bracciale in acciaio a tre file, con quella centrale lucida. Per quanto può valere il mio punto di vista, trovo più centrate le versioni con il cinturino.

    T-My Lady e Gentleman: orologi giusti, al posto giusto

    Che dire, dunque, per tirare le somme sui Tissot T-My Lady e Gentleman? Che con questi orologi, il marchio si rafforza nel segmento di mercato che più gli è congeniale e che, stando agli ultimi dati disponibili sull’export di orologi svizzeri, è quello che registra il calo più contenuto.

    Il T-My Lady automatico, infatti, va da 850 a 2.225 euro a seconda delle referenze; mentre per il Gentleman automatico la forbice di prezzo è più ridotta: da 765 a 1.450 euro. Considerate che, a ottobre, l’export di orologi svizzeri tra i 500 e i 3.000 euro è calato del 5 per cento in valore; meno della media di mercato (7 per cento) e molto meno di quello degli orologi sotto i 200 franchi, giù del 24 per cento.

    Tissot presidia questo segmento con i T-My lady e Gentleman, appunto. Due pezzi il cui valore percepito è ben più alto di quello reale, proprio per quell’investimento su meccanica, materiali e finiture di cui ho parlato nell’articolo che avete avuto la pazienza di arrivare a leggere fino a qui.

    In definitiva, penso che il brand abbia fatto un ottimo lavoro, perché conosce il proprio mercato, la propria clientela e sa qual è il proprio posto nel mondo Swatch. Non vuole essere ciò che non è, né lo vuole diventare: nell’orologeria, essere fedeli a se stessi aiuta a vincere. Anche in un grande gruppo.

  • Le fasi lunari nel Clifton Baumatic di Baume&Mercier

    Le fasi lunari nel Clifton Baumatic di Baume&Mercier

    Un capellone la cantava guardando il mondo da un oblò; un pastore kirghiso le chiedeva che cosa facesse in cielo; un’eccentrica signora la sentiva bussare alle porte del buio. Un tizio ci ha persino poggiato il piede, parlando di un gigantesco balzo per l’umanità. Lei, l’avrete capito, è la Luna e delle fasi lunari ha dato la sua interpretazione la collezione Clifton Baumatic di Baume&Mercier.

    Come funzionano le fasi lunari

    Un preambolo doveroso, perché le fasi lunari sono una complicazione molto amata. Entrate nei quadranti degli orologi a pendolo dal XVI secolo, di norma le fasi lunari (non solo quelle del Clifton Baumatic) sono riportate su un disco mobile a 59 denti, in cui la Luna è raffigurata due volte: 59 denti, pari a 59 giorni, pari a due lunazioni, ciascuna di circa 29 giorni e mezzo.

    La ruota delle ore ingrana la ruota conduttrice dell’indicatore delle fasi lunari la quale, una volta al giorno, ingrana il disco a 59 denti facendolo scattare in avanti di un dente. Dopo lo scatto quotidiano, una molla tiene in posizione il disco per evitare scarti.

    Senza entrare nel dettaglio per non annoiarvi, ricordo che, per quanto precise, le indicazioni delle fasi lunari operano pur sempre una media perché devono fare i conti con il moto del nostro satellite, tutt’altro che regolare nel corso di un mese per via di differenti fattori, che vanno dalla sua orbita all’attrazione gravitazionale della Terra. Roba da geni dell’astrofisica, quale io non sono.

    Se una lunazione/rotazione del disco avviene ogni 29 giorni 12 ore e 2,8 secondi, significa che ci sarà uno scarto di misurazione di +44 minuti per lunazione, quasi 9 ore all’anno. Sistemi più raffinati usano una ruota che arriva anche a 135 denti per una maggiore precisione, ma se ne facciano una ragione gli orologiai: la perfezione non è di questo mondo, men che meno del loro.

    Le due lune del Clifton Baumatic

    Di solito, le fasi lunari su un orologio mostrano una sola Luna alla volta, ma non mancano pezzi nella cui finestra compaiono entrambe le lune. La scelta è più estetica che funzionale, pensata per tracciare le fasi lunari sui due emisferi terrestri. Nella linea Clifton Baumatic, Baume&Mercier ha introdotto entrambe le soluzioni a seconda della referenza.

    Troviamo la finestra con le due lune a ore 6 nei Clifton Baumatic ref. 10547 e 10548, che si differenziano per il materiale delle finiture e della cassa da 42 mm: oro rosa nel primo, acciaio nel secondo. Oltre che dal cielo stellato sullo sfondo, le fasi lunari sono impreziosite da un vetro zaffiro grigio fumé che offusca discretamente la Luna nuova, senza celarla alla vista. Un trucchetto facile facile, ma di notevole resa estetica. Un bravo a chi lo ha pensato.

    La finestra è ulteriormente evidenziata dalla corona della data, indicata da una lancetta baricentrica alla finestra stessa. Come in un gioco di specchi, il complesso finestra-datario si riflette nel contatore a ore 12 con i giorni della settimana, per una elegante interpretazione della funzione day-date.

    Il quadrante, appunto… Devo dire che pur nell’affollamento dato da finestra, contatore, logo, dicitura Baumatic 5 Days e indici, è insospettabilmente “leggero” e leggibile. Un plauso ai designer di Baume&Mercier, perché il risultato non è così scontato, specialmente su una nuance grigia, per quanto ben laccata e sfumata.

    Più bianco non si può

    Bianco è invece il quadrante dei Clifton Baumatic ref. 10549 e 10552, che si distinguono tra loro per la presenza del cinturino in alligatore blu (il primo) o del bracciale in acciaio a cinque file (il secondo). Ciò che invece li differenzia dalle precedenti referenze è la presenza solo delle fasi lunari e della data (niente giorno della settimana).

    In questo orologio, la finestra delle fasi lunari è la classica mezza bilobata, che lascia vedere una Luna alla volta. Al posto del vetro fumé, la finestra è in continuità con il quadrante bianco effetto porcellana e reca la dicitura Baumatic 5 Days. Anche qui, il tutto è circondato dalla data, indicata da una lancetta questa volta posta tra i due lobi della finestra.

    Più spoglio e arioso del precedente, il quadrante è di un candore che abbaglia e, a mio avviso, viene valorizzato di più nella referenza con il cinturino, mentre il bracciale tende a spegnerne la lucentezza. De gustibus…Le anse corte e le dimensioni contenute della cassa vanno a vantaggio della vestibilità e smorzano gli effetti dello spessore dell’orologio, 13,2 mm, dovuto principalmente alla presenza delle complicazioni. Cari maschietti, sotto al polsino della camicia ci sta comodo, anche su polsi sottili.

    Un accenno al movimento

    Sui movimenti non spenderei soverchie parole, ne hanno trattato degnamente altri colleghi, come potete leggere qui. Naturalmente non si tratta dei medesimi calibri automatici, poiché questi hanno complicazioni in più, ma della medesima famiglia Clifton Baumatic sì. Ossia di quel movimento uscito dalle segrete stanze di Baume&Mercier e della Manufacture Horlogère ValFleurier dopo anni di ricerca e sviluppo.

    Cinque giorni di riserva di carica, elevatissima precisione, resistenza ai campi magnetici e affidabilità sono le sue caratteristiche principali. In un altro calibro di manifattura simile a quello del Clifton Baumatic (così definito da Baume&Mercier perché ideato dai propri progettisti e fabbricato in esclusiva con specifiche proprie, anche se non costruito in-house) farebbero lievitare il prezzo dell’orologio in modo sensibile. In questo no.

    Il motivo? Il fatto di appartenere a un gruppo consente economie di scala che mantengono i costi di produzione più contenuti. E infatti, anche con queste referenze, Baume&Mercier conferma il proprio approccio “democratico” all’orologeria di pregio (benedetta sia la democrazia…) con un interessante rapporto qualità-prezzo: 4.300 euro per il 10548 e 11.900 per il 10547; 3.950 per il 10549 e 4.100 per il 10552. Tanta roba.

    In definitiva, quindi, promuovo senza riserve le fasi lunari della collezione Clifton Baumatic di Baume&Mercier, con una predilezione per la versione day-date. Anzi, se qualcuno mi chiedesse che regalo desidero per Natale… quasi quasi…

  • Montecristo Open Heart, il Locman che mostra l’anima meccanica

    Montecristo Open Heart, il Locman che mostra l’anima meccanica

    «Il Montecristo Open Heart di Locman risponde a una esigenza ben precisa, che ha portato anche alla creazione dello Skeleton, quella della trasparenza. Nell’orologeria, dove il cuore del prodotto è chiuso in una cassa, l’appassionato vuole vedere e capire; ecco il perché di un orologio con il movimento automatico, visibile attraverso il quadrante trasparente».

    Questo mi ha raccontato durante una chiacchierata il Presidente e fondatore di Locman, Marco Mantovani, parlando dell’ultimo orologio uscito da quella bottega di creatività che è l’azienda dell’Isola d’Elba. Una filosofia non nuova nel mondo delle lancette, come lo stesso Mantovani sottolinea, ma non per questo difficile da interpretare secondo lo stile del marchio.

    L’orologio-camaleonte

    Principalmente perché Locman può contare sulla linea Montecristo, una scuderia che ospita diversi cavalli di razza, ormai diventata la propria collezione simbolo. Lo “sportivone” della Maison elbana, con le sue anse a tre barre e il quadrante dalla grafica chiara e moderna, è infatti l’orologio che più si presta a essere interpretato in edizioni speciali o limitate, perché immediatamente riconoscibile.

    Non voglio con questo dire che Mantovani e i suoi siano una banda di pigroni che punta su “minima spesa, massima resa”. Tutt’altro: scegliere un Montecristo come orologio da declinare in versione “radiografata” è una mossa intelligente. Perché in esso si incrociano un trend in crescita, una conseguente esigenza di mercato e la spinta creativa necessaria a renderlo un pezzo interessante e, credo, di successo.

    Com’è profondo il… cuore

    Il racconto del Montecristo Open Heart si deve sviluppare un po’ come è sviluppato l’orologio: a livelli. Intanto, è a cuore aperto perché Locman ha puntato sulla massima visibilità del movimento. Ha cioè utilizzato un quadrante trasparente in vetro minerale con trattamento zaffiro, insieme ad altri due vetri minerali con il medesimo trattamento: uno a protezione del quadrante e uno sul fondello.

    L’effetto ottenuto è quello di moltiplicare i livelli di visione e di spingere in profondità l’occhio di chi indossa l’orologio, esaltando la tridimensionalità di quest’ultimo. Obiettivo finale… ta-dà! Il calibro. 

    Un movimento top per il Montecristo Open Heart

    Si tratta di un movimento cronografico integrato Sellita SW500, affidabile come una Panda 4×4 su un sentiero della Val Gardena. Sviluppato da Sellita all’inizio degli anni Duemila, sulla base del celeberrimo Valjoux 7750, a quasi vent’anni dalla nascita continua a equipaggiare numerosi cronografi, grazie a un’architettura facilmente declinabile in base alle esigenze dell’orologio. E, appunto, a una robustezza e a un’affidabilità riconosciute.

    Nel Montecristo Open Heart questo movimento a carica automatica da 28.800 alternanze/ora è nella sua classica configurazione, con i contatori alle 6-9-12 (secondi continui alle 9), datario alle 3 e funzione stop-second. La massa oscillante personalizzata Locman dà all’orologio un tocco che sa di firma di stile, tanto caro al marchio.

    A proposito di movimenti, non è la prima volta che Locman incassa nei propri pezzi dei calibri meccanici svizzeri di marchi prestigiosi. Per il Montecristo Moon, ad esempio, la Maison ha recuperato 300 Lemania 1883 d’epoca, movimento che è l’evoluzione con fasi lunari del 1873, sviluppato a metà degli anni ’60 e montato negli Speedmaster pre-allunaggio, oltre che in numerosi altri orologi. Una volta revisionati dai tecnici della Scuola Italiana di Orologeria, i 300 calibri sono finiti nell’edizione limitata “lunare” del Montecristo.

    Le edizioni limitate

    Tornando al nostro Montecristo Open Heart, vi rimando alle didascalie per gli aspetti più estetici e funzionali dell’orologio. Qui però vale la pena ricordare che la cassa in acciaio è la classica 44 mm del Montecristo, impermeabile fino a 10 atmosfere. È realizzata anche con rivestimento in Pvd Total Black o Pvd Total Blue in edizione limitata di 350 pezzi numerati per ciascun colore, in omaggio ai 35 anni dalla nascita di Locman.

    Come per gli altri “colleghi” della collezione, anche il Montecristo Open Heart è disponibile sia con cinturino in silicone, sia con cinturino in pelle, con chiusura déployante. Negli anni, Locman ha migliorato la mescola del silicone rendendo i cinturini più morbidi, più vestibili e meno fragili, mentre sulla qualità delle pelli lo standard è sempre rimasto alto. Non dimentichiamo che l’azienda nacque proprio come pellettiere, prima di innamorarsi dell’orologeria…

    In conclusione

    In definitiva, se fossi su Facebook (il mio social network, ormai, essendo definitivamente quello degli anziani…) metterei un “mi piace” sotto al Locman Montecristo Open Heart, nonostante 44 mm per il mio polso smilzo siano tanti. Diversi i motivi del gradimento.

    Intanto, l’orologio intercetta la giusta tendenza di mercato nel giusto momento. Poi non tradisce la propria vocazione sportiva, nonostante un abito ricercato. Ancora, si pone in una fascia prezzo corretta e sensata (2.280 euro per le edizioni limitate, 1.998 per la versione con cinturino in silicone, che diventano 2.068 con la pelle). Infine, il lancio di un nuovo orologio in un momento così difficile è un bel segnale da parte di Locman, non solo per il settore ma per tutta l’economia. Significa credere nel futuro e, soprattutto, nella bontà del proprio lavoro e del proprio prodotto.

     

  • Klepcys GMT Retrograde: il viaggiatore secondo Cyrus

    Klepcys GMT Retrograde: il viaggiatore secondo Cyrus

    Mani dietro la schiena, come un anziano davanti a un cantiere, osservo il nuovo Klepcys GMT Retrograde di Cyrus. E ripenso a quanto mi raccontò una volta Jean-François Mojon, genio creativo del brand e co-proprietario di Chronode, la manifattura interna del marchio ginevrino: «Già dall’infanzia, avevo una decina d’anni, provavo grande interesse per tutto ciò che era tecnico e per l’espressione della tecnica in forme originali».

    Voilà. Bastano queste parole a far capire la filosofia progettuale alla base dell’orologio, senza averlo tra le mani. Quando, all’inizio, ho scritto “osservo”, ho infatti usato il verbo non a caso: perché la presentazione fisica del Cyrus Klepcys GMT Retrograde è saltata causa Covid e io, come altri, mi devo per ora accontentare delle fotografie. Ma con quel suo assist, come un Pirlo dei tempi migliori il maestro orologiaio mi lancia in campo aperto verso la sua ultima creazione.

    Un esemplare che nasce dall’idea di inserire in collezione un orologio con doppio fuso orario, venuta al Direttore generale di Cyrus, Walter Ribaga. Instancabile viaggiatore per lavoro e per piacere, ha realizzato che una simile funzione avrebbe potuto completare l’offerta del brand, allineandola a quella di altri marchi top. La condizione era che l’indicazione dell’ora GMT fosse la più originale possibile.

    (Più) piccolo è bello

    Il Klepcys GMT Retrograde è sì un Cyrus fino al midollo, ma qui «l’espressione della tecnica in forme originali», per dirla alla Mojon, mostra un’evoluzione (in positivo, secondo me) rispetto ai precedenti modelli della collezione Klepcys. Per le indicazioni più tecniche vi rimando alle didascalie: qui preferisco sottolineare alcuni dettagli a mio avviso interessanti.

    La cassa, per esempio. È in titanio grado 5, più forte del titanio commercialmente puro (da grado 1 a 4) pur avendo la stessa rigidità e proprietà termiche. La forma a cuscino è quella tipica di Cyrus, non però nelle dimensioni cui il brand ci ha abituati. Sono 42 mm per 13,9 di spessore, più che contenuti rispetto, per esempio, ai 44 per 19,9 del Klepcys Vertical Skeleton Tourbillon, o ai 46 per 17 e rotti del Klepcys Alarm.

    Certo, la complicazione GMT retrograda è meno vorace di spazio rispetto alle altre; ma questo downsizing – tendenza comune a molte case – farà piacere a quanti etichettavano i Cyrus come “orologi da russi” per via delle loro proporzioni.

    Intimamente GMT

    Detto che i russi sono persone rispettabilissime e amanti della bella orologeria, veniamo alla complicazione, la funzione GMT, Greenwich Mean Time, a identificare il fuso orario di riferimento della Terra: indica l’ora della città di partenza rispetto all’ora locale della città in cui ci si trova. Definizione ormai superata in gergo tecnico da UTC, che sta per Tempo Universale Coordinato, ma ancora diffusa in orologeria. 

    Presente per la prima volta sul Glycine Airman nel 1953, diventa celebre un anno dopo grazie al GMT Master di Rolex, ref. 6542, creato in collaborazione con la Pan-Am, per fornire ai piloti un orologio che tenesse traccia dell’ora locale e del GMT, utile per chi attraversava molti fusi orari sui voli a lungo raggio.

    La funzione può essere assolta in diversi modi: con una lunetta aggiuntiva di 24 ore per un secondo fuso orario e l’ora GMT, come nel Glycine; con una lancetta GMT aggiuntiva e impostazione del secondo fuso orario, eseguita ruotando la lunetta; con moto retrogrado come nel Klepcys GMT Retrograde: una volta arrivata alle 24 sul lato destro della scala, la lancetta ritorna con uno scatto secco sulle 24 del lato sinistro e ricomincia la corsa.

    La funzione GMT retrograda non è certamente un’invenzione di Mojon. La ritroviamo, per citare solo due esempi, nel Masterpiece Double Rétrograde GMT di Maurice Lacroix e nella collezione Master Collection di Longines. Il Cyrus Klepcys GMT Retrograde, però, la valorizza attraverso il gioco di profondità che caratterizza il quadrante e che merita attenzione.

    La profondità del Klepcys GMT Retrograde

    Il quadrante tridimensionale a più livelli si ritrova spesso nella collezione Klepcys e in questo orologio distingue e distribuisce le funzioni. Nel primo livello, il disco antiriflesso trasparente in cristallo zaffiro riporta i numeri arabi delle ore luminescenti e il réhaut gli indici dei minuti, sempre luminescenti.

    Il secondo livello è più affollato. Ospita l’arco dell’ora della località di partenza, in lacca di un bel colore blu; e il quadrante dei piccoli secondi a ore 6, decorato a triangoli, trattato con Pvd nero a rilievo e completato dalla lancetta dei piccoli secondi blu a forma di elica, il simbolo di Cyrus. Insieme a tutto questo, le altre lancette: ore, minuti e lancetta blu dell’ora della città di partenza (home time).

    Un assembramento degno dei Navigli milanesi al sabato sera? No, perché il design arioso garantisce una leggibilità ottimale. Il vetro zaffiro su quadrante e fondello e la platina superiore del movimento, traforata a raggiera, alleggeriscono la struttura visiva del Klepcys GMT Retrograde senza compromettere la consultazione dell’ora. Sappiamo quanto spesso, invece, le scheletrature barocche finiscano per annegare le povere lancette dentro un mare di arabeschi. E capire che ore sono diventa allora una scommessa. Persa.

    Il movimento

    Eccomi, infine, al cuore dell’orologio, il calibro: il palcoscenico sul quale Mojon può sfogare la propria vena tecnica e, perché no, artistica. Credo che si diverta come un pazzo a progettare movimenti insieme al suo team, senza darsi limiti; alla fine degli anni ’90 per esempio ne concepì uno con 30 giorni di autonomia. In altre creazioni clamorose, poi, ha accoppiato due bariletti in parallelo per “nutrire” il calibro CYR1280 del Klepcys Alarm; e ha fatto alzare dal suo letto secolare il tourbillon, mettendolo in posizione eretta nel calibro CYR625 del Klepcys Vertical Tourbillon Skeleton.

    Questa volta è il calibro CYR708 a carica automatica a gestire l’indicazione dei due fusi orari con funzione retrograda. Un movimento da 28.800 alternanze/ora e 55 ore di riserva di carica, sul quale avremmo voluto sapere qualcosa in più in termini di materiali e architettura costruttiva. Ma le curiosità di noi smanettoni vanno momentaneamente accantonate: avremo a disposizione ulteriori informazioni solo con la presentazione fisica dell’orologio.

    Per adesso limitiamoci a dire che il colore grigio antracite dei ponti è ottenuto tramite un trattamento elettrolitico Nac, un rivestimento più resistente e durevole del Pvd, a prova di sbriciolamento. I ponti sono a raggi leggermente ricurvi con finitura satinata e microbillé, mentre i ruotismi spiccano per il loro colore dorato (ottone?). La massa oscillante monoblocco traforata riprende lo stile della platina lavorata che abbiamo visto prima sul quadrante.

    In definitiva…

    Il Klepcys GMT Retrograde è prodotto in tre versioni – titanio lucido, titanio lucido con lunetta Dlc nera, titanio Dlc nero -, ciascuna in 50 esemplari. I prezzi sono un po’ al di sotto degli standard dei listini di Cyrus: 18.100, 18.300 e 18.600 euro. Tra costo e tiratura limitata, anche questo Klepcys è dunque un orologio per pochi.

    Personalmente, lo trovo esteticamente più gradevole ed equilibrato degli altri suoi fratelli in collezione; il Klepcys Solo Tempo è forse l’unico che riesce a tenergli testa sotto questo punto di vista, ma 46 mm per un solo tempo sono tanta, troppa roba. Comunque le opinioni estetiche sono sempre soggettive. Sotto il profilo tecnico, invece, è pregevole l’interpretazione retrograda. Ribaga è stato ascoltato quando chiedeva «a unique way to display the home time».

    E così, dopo aver parlato di vil denaro, millimetri e virtuosismi tecnici, mi piace chiudere con un’altra citazione di Mojon. Che è una dichiarazione d’amore per il proprio lavoro, al di là delle logiche commerciali: «Quello del maestro orologiaio è un mestiere meraviglioso, che non è ancora pronto per essere sostituito dai robot». Meno male, caro Jean-François…

  • BigEye e Legend Diver: anteprime Longines per il mercato italiano

    BigEye e Legend Diver: anteprime Longines per il mercato italiano

    Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori… E amanti di Longines. L’Italia, cantata da grandissimi del calibro di Petrarca, Dante, Leopardi, Mino Reitano, è infatti un Paese nel quale il marchio della Clessidra alata ha da sempre un nutrito seguito. Che si è consolidato negli ultimi anni grazie a modelli come il BigEye e il Legend Diver.

    Un successo che per Longines ha un’importanza chiave in termini di strategie commerciali, specialmente in un momento complesso per il mercato dell’orologeria come quello attuale. Ecco perché il marchio ha appena lanciato tre nuovi modelli, disponibili quest’anno in anteprima mondiale per il mercato italiano, ideati in materiali e colorazioni inedite per accontentare il gusto nostrano. Gli orologi? Avigation BigEye e Legend Diver, of course.

    Ai signori del marketing di Longines piace vincere facile, come diceva una réclame di qualche tempo fa. Un po’ per la scelta delle collezioni da mettere in focus per l’Italia, un po’ per il colore che caratterizza due modelli su tre, il blu, particolarmente apprezzato dalle nostre parti.

    Longines Avigation BigEye Titanium

    Parto da quello che ritengo sia uno dei pilot’s watch più fighi in circolazione, il Longines Avigation BigEye. Lo so, la mia è una visione di parte, visto che possiedo la versione in acciaio con quadrante nero del 2017. Ma oggettivamente il cronografo è un esempio di accurato lavoro filologico su un modello del passato: in questo caso un orologio da aviatore degli anni ’30, la cui acquisizione da parte del Museo Longines ha ispirato la creazione del BigEye.

    Ora, il quadrante del modello per il mercato italiano abbandona il nero profondo e si veste di un blu petrolio sfumato, lavorato grené. Per il resto, la grafica e i contatori neri rimangono i medesimi (compreso quello enorme dei 30 minuti a ore 3, che dà il nomignolo all’orologio); se non che questi ultimi, lisci nella referenza del 2017, ora hanno un’ipnotica lavorazione a chiocciola. Cambia anche il cinturino, ora più vintage e con le impunture all’ansa, e rimane la fibbia ad ardiglione (evviva evviva!).

    Oltre al colore, le altre due grandi novità rispetto al BigEye precedente sono nei materiali: per la cassa da 41 mm, dove l’acciaio lascia il posto al titanio, e per la spirale in silicio, ormai sempre più presente nelle collezioni di Longines.

    Sorvoliamo sugli evidenti vantaggi che derivano dall’avere una spirale in materiale amagnetico e concentriamoci sulla cassa. Il titanio rende l’orologio estremamente leggero e vestibile, nonostante lo spessore importante di 14 mm, che si vede tutto nei fianchi satinati, dritti come muraglie. Un prezzo da pagare all’architettura del movimento cronografico L688 con ruota a colonna di derivazione ETA A08.L01, unico, vero dettaglio che mi fa dire “bene ma non benissimo”.

    L’operazione filologica sarebbe infatti perfetta se il movimento incassato fosse a carica manuale come nell’originale: oltre a soddisfare la libidine di quanti amano armeggiare con la corona, consentirebbe di limare un paio di millimetri di spessore grazie all’eliminazione del rotore, a vantaggio della vestibilità che rimane comunque ottima.

    Longines Legend Diver in nuovi colori

    Blu è anche una delle due versioni del Legend Diver che Longines lancia in anteprima per il nostro mercato. Ok, diciamolo subito per togliere la curiosità: l’altra è marrone. In entrambi gli orologi, la struttura tecnica ed estetica è quella del Legend Diver “classico”, erede della tradizione subacquea che il marchio si è costruito a partire dagli anni ’60, periodo al quale questo diver strizza l’occhio.

    Lancette ben visibili grazie all’uso del SuperLuminova, che si ritrova nei quadrati all’interno degli indici e nei rettangoli che sottolineano le cifre arabe sul quadrante. Il quadrante, appunto… Sia il blu, sia il marrone sono sfumati, più chiari al centro e più scuri man mano che ci si avvicina al réhaut.

    Il movimento è sempre il collaudato calibro L888 di derivazione ETA A31.L11, che muove ore, minuti, secondi centrali e data. Ecco, il datario… Su questo orologio rimane a mio avviso di troppo, una tassa da pagare al gusto attuale che, in questo senso, mi fa preferire il Longines Skin Diver Watch, per restare sott’acqua…

    De gustibus, naturalmente, che però non tolgono al Legend Diver i suoi innegabili punti di forza: dalla cassa in acciaio da 42 mm all’onnipresente (o quasi) spirale in silicio, dai cinturini in pelle (molto belli!) in tinta con i quadranti, fino al calibro da 64 ore di riserva di carica. Non a caso, l’orologio è uno tra i bestseller di Longines, non solo nella collezione Heritage.

    Tra marketing e coraggio

    Certo, rimane la singolarità di proporre al mercato un orologio subacqueo nel mese di novembre, senza nemmeno poter dire «vabbè, lo si userà alle Maldive durante le vacanze di Natale», visti gli scenari di lockdown che si profilano all’orizzonte. Ma in questo sfigatissimo 2020 sono saltati gli schemi per tutti, figuriamoci chi produce costosi accessori, in quanto tali non indispensabili; ragion per cui apprezzo lo sforzo e il coraggio di Longines nel lanciare ben tre pezzi per un mercato che, lontano dai fasti del passato, zoppica come e più di altri.

    C’è altro da aggiungere per questi cavalli di battaglia rinfrescati nel look? Ah, sì, i prezzi. Anche in questo caso interessanti in rapporto alla qualità, come spesso accade con Longines: 3.290 euro per il Big Eye, 2.280 per i Legend Diver.

    Se spirale, titanio e tutto il resto spiegano gli oltre 700 euro di differenza tra l’Avigation BigEye Titanium e la referenza del 2017, i Legend Diver per il mercato italiano costano quanto le versioni standard in collezione. Un bel segnale di stima nei confronti di una clientela attenta e affezionata come quella italiana, che non smette di amare le belle cose. Alla faccia dell’infame virus.

     

  • Bell & Ross BR 05 Chrono: essere o apparire?

    Bell & Ross BR 05 Chrono: essere o apparire?

    Passatemi una riflessione un tantino sopra le righe: la collezione BR 05 di Bell & Ross, compreso l’ultimo arrivato, il BR 05 Chrono, è perfetta per uno stadio di calcio. Sarebbe a dire? Sarebbe a dire che fin dalla sua presentazione, poco più di un anno fa, il BR 05 ha diviso appassionati e addetti ai lavori in due fazioni, tipo curva nord e curva sud, fortunatamente senza risse, insulti o lanci di petardi.

    Difficile trovare qualcuno indifferente o indeciso: per buona parte di coloro che masticano orologeria come fosse la gomma del ponte, la collezione BR 05 di Bell & Ross è fighissima oppure bruttissima. Tertium non datur, se non sporadicamente. Indice del fatto che il marchio ha colpito nel segno, anche con la versione cronografo del BR 05, sulla quale voglio focalizzarmi oggi.

    Vi risparmio tutta la filosofia di marketing che Bell & Ross ha costruito intorno al BR 05 Chrono come orologio destinato agli “esploratori urbani”, perché la trovate ben raccontata sul sito della marca e perché, in questi tempi di Covid e coprifuoco, nelle città c’è ben poco da esplorare. Allo stesso modo vi risparmio la storia del marchio, che abbiamo già sintetizzato bene in questo articolo dedicato al lancio della collezione. Vado dritto al dunque.

    Il design del BR 05 Chrono

    Il BR 05 Chrono di Bell & Ross è un cronografo che ha diversi assi nella massa oscillante, pardon… nella manica. Primo fra tutti il fatto di portare con sé due caratteri della collezione che, nelle intenzioni del brand, sono veri e propri punti di forza: design e leggibilità. Che tra l’altro lo aiutano a distinguersi tra i pezzi in qualche modo analoghi delle case concorrenti.

    Come la versione solo tempo, il BR 05 Chrono è stato creato fondendo i due tratti di design storici delle casse di Bell & Ross: il quadrato e il cerchio – con le quattro viti angolari, maschie, in bella vista sulla lunetta. Ma il cronografo si dilata di 2 mm, passando dai 40 del solo tempo ai 42; una tassa da pagare per consentire al quadrante di ospitare i due contatori, quello dei piccoli secondi a ore 3 e quello dei 30 minuti a ore 9, senza perdere in leggibilità.

    Leggibilità che nel BR 05 Chrono è garantita anche dall’abbondante uso di Super-LumiNova su indici, numeri e lancette, che deriva dal retaggio aeronautico di Bell & Ross. Le informazioni devono spiccare, belle e fragorose, anche nel buio di una cabina di pilotaggio durante la notte, pena una fine miserrima di aereo e pilota.

    Ora, le esigenze di un esploratore urbano in sella a una bici o alla guida di un monopattino, rigorosamente di giorno, non sono quelle di un pilota dell’Armée de l’air ai comandi di un Mirage. Ma l’avere il pieno controllo dell’ora e della cronografia in un solo colpo d’occhio fa la differenza.

    Occhio al quadrante

    A proposito di cronografia, un plauso alla scelta di Bell & Ross di concepire i due contatori con lo stesso stile grafico della cassa, ossia quadrati con gli angoli smussati e con le lancette dotate di innesto quadrato. Dettagli che dimostrano quanto la Maison abbia messo la testa in questo orologio, che non è la versione crono di un solo tempo ma un pezzo con identità propria.

    Piccolo appunto da rompiballe quale sono: se anche nel quadrato dei contatori avessero inscritto un cerchio, senza perdere in leggibilità, sarebbe stato il top. Visto che non è stato fatto, accontentiamoci di notare come il contrasto tra la lavorazione dei contatori a chiocciola e quella del quadrante soleil, blu o nero, dia un ulteriore tocco di attenzione all’estetica.

    Parlando sempre di quadrante, spero che eventuali ulteriori versioni del BR 05 Chrono non lo prevedano scheletrato, come una variante del solo tempo nella quale la lettura delle ore è, a mio avviso, difficoltosa. Dice il grande maestro britannico Roger W. Smith, mutuando dal suo mentore George Daniels: «Un orologio deve essere pratico e utile. Non tiene solo il tempo; comunica il tempo, e un orologio che comunica male a causa del suo design secondo me è un fallimento». Una frase che ogni direttore creativo dovrebbe tatuarsi sul dorso della mano usata per disegnare un orologio.

    Un trattore nel cuore

    E veniamo al movimento, da sempre un argomento caldo per gli appassionati che discutono di Bell & Ross. Nell’attesa che il marchio voglia fare il salto di qualità dotandosi di un movimento di manifattura, il BR 05 Chrono – come altri cronografi del brand – è animato dall’affidabile calibro BR-Cal.301, basato sul cronografo modulare automatico Eta 2894-2 con 42 ore di autonomia.

    Il 2894 è un calibro cosiddetto modulare, ossia una base solo tempo Eta 2892 cui viene aggiunto un modulo cronografico, in questo caso sempre Eta; esistono comunque altri movimenti in cui sulla base Eta è montata una piastra cronografica Dubois-Depraz. Quest’ultima è facilmente riconoscibile perché presenta il disco data sotto al modulo, dato che appartiene alla “base tempo”. Nel caso di Eta su Eta, invece, il disco data fa parte del modulo; il che significa una disposizione del datario più organica al quadrante (in questo caso a ore 4:30), quindi esteticamente migliore e funzionalmente più leggibile.

    Il 2894 è un movimento che qualcuno definisce un trattore, per via delle riconosciute doti di robustezza e affidabilità. Ma un trattore di livello, aggiungo io, data la precisione della misurazione (28.800 alternanze/ora) e dello smistamento della cronografia tramite ruota a colonne.

    Se non altro l’utilizzo di un calibro derivato e non di manifattura contribuisce a contenere il prezzo finale del BR 05 Chrono entro limiti ragionevoli: 5.400 euro nella referenza con cinturino in caucciù in tinta con il quadrante, 5.900 euro per quella con bracciale. A proposito di bracciale, il cronografo ripropone la stessa versione integrata del solo tempo, che strizza l’occhio a una delle tante tendenze revival dell’orologeria degli ultimi anni.

    BR 05 Chrono sì o no?

    Smentendo quanto scritto nell’attacco e, in parte, quanto di buono raccontato fin qui sull’orologio, ammetto di far parte di quel minimo di addetti ai lavori che ancora non ha deciso su quale fronte schierarsi, tanto sulla collezione BR 05 quanto sul cronografo nello specifico. Nessun approccio democristiano al pezzo in oggetto; piuttosto la consapevolezza che qualcosa ancora manca per far pendere il piatto della bilancia da una parte o dall’altra.

    Sì alla cura delle finiture, sì alla scelta del movimento più coerente possibile con la filosofia dell’orologio. No a un design che, per quanto distintivo, è troppo figlio delle logiche e delle richieste di mercato. Ci mancherebbe altro, direte voi, Bell & Ross non è una onlus: primo comandamento, vendere. Eppure non è cosa da poco, perché il marchio ha la forza, le potenzialità e la personalità per poter dettare le tendenze anziché cavalcarle. In un periodo come l’attuale, questo può fare la differenza, anche più del posizionamento di prezzo.