Giornale Degli Orologi
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Autore: Dino del Vescovo

  • Patek Philippe 5924G: il cronografo Calatrava per grandi viaggiatori

    Patek Philippe 5924G: il cronografo Calatrava per grandi viaggiatori

    Ci sono orologi che per tradizione, eleganza e quantità di complicazioni non risentono del tempo che passa. Patek Philippe, per esempio, ne ha diversi in collezione. La referenza di cui vi parlo in questo articolo, grazie alla maestria riposta nella realizzazione del calibro CH 28-520 C FUS a carica automatica, è tanto attuale oggi quanto lo sarà negli anni a venire. È il Patek Philippe 5924G Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph. Il nome, di per sé, ne anticipa il fascino: identifica l’orologio come Calatrava e lo colloca quindi in una delle collezioni storiche più apprezzate e riconosciute della Manifattura ginevrina. Ma svela anche di più: il termine Pilot lo riporta ai modelli del 2015 ispirati agli orologi per aviatori che la stessa Patek ha introdotto negli anni Trenta del secolo scorso. Gli ingredienti per fare del Patek Philippe 5924G un complicato senza tempo, quindi, ci sono tutti. Vediamo perché.

    Complicazioni ed estetica in stile Patek

    La Referenza 5924G, che a catalogo identifica il Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph – ed è declinata nelle due varianti “-010”, con quadrante blu-grigio soleil, e “-001”, con quadrante laccato verde kaki -, è la prima della collezione a integrare un cronografo. Non un cronografo qualsiasi, ma un cronografo flyback (o, come dicono i francesi, retour en vol). Che, nel caso dell’esemplare in questione, affianca il doppio fuso orario, l’indicazione giorno/notte per le ore di casa e locali, oltre al datario a lancetta a ore 6. Caratteristiche ricercate da chi, orologio al polso, si sposta continuamente da un lato all’altro del mondo.

    Noto subito, mettendo a confronto questo modello con quello del 2018 (Ref. 5524R-001), senza cronografo e con cassa in oro rosa, che la Manifattura ha sostituito i due pulsanti di sinistra deputati alla regolazione dell’ora locale con due correttori inseriti nella carrure che scompaiono alla vista. Una soluzione che preserva l’armonia estetica dell’orologio, vista la presenza dei due pulsanti a destra del cronografo flyback.

    Cos’è e a cosa serve il cronografo flyback

    Prima di spiegarvi in cosa consiste un cronografo flyback, riporto quanto Patek Philippe suggerisce nel manuale di istruzioni dell’orologio. E cioè che il cronografo può restare sempre in funzione senza inficiare sull’autonomia, che complessivamente si attesta fra 45 e 55 ore. A patto che l’orologio sia indossato regolarmente e caricato a fondo, mantenendo la molla nel suo range di funzionamento ottimale. Tenere il cronografo sempre attivo significa far sì che la lancetta centrale dei secondi cronografici funga da “normale” lancetta dei secondi. In questo modo Patek accontenta chiunque voglia vedere qualcosa muoversi ogni volta che punta gli occhi sul quadrante dell’orologio.

    Ma torniamo al cronografo flyback e vediamo cosa lo differenzia da un cronografo tradizionale. O, per meglio dire,” semplice”. In genere, il cronografo si attiva e si arresta con il pulsante a ore 2. Dopo che è stato fermato, il pulsante a ore 4 riporta a zero le lancette crono. Premere il pulsante di azzeramento senza che il cronometraggio sia stato arrestato può addirittura danneggiare il calibro. Tutto questo in un cronografo flyback non succede. Mentre il pulsante al 2 avvia e arresta il cronografo, quello al 4 azzera e fa ripartire istantaneamente il cronografo a ogni pressione. Il che permette di misurare intervalli di tempo in sequenza e senza sosta, agendo su un solo pulsante. Anche infinite volte, senza rischiare di danneggiare l’orologio.

    La funzione flyback affonda le origini nei primi decenni del secolo scorso, quando la navigazione aerea dipendeva esclusivamente da mappe cartacee, bussole e orologi da rilevamento. Questa complicazione permetteva gli aviatori di cronometrare singole tratte di volo o virate senza perdere quei secondi necessari ad arrestare e azzerare continuamente le misurazioni. Forse, oggi, un cronografo simile non serve a tutti, ma in termini di capacità realizzative si colloca nell’olimpo dell’alta orologeria.

    Come funziona la funzione Travel Time di Patek Philippe

    Introdotta proprio con la serie Pilot, la funzione Travel Time si traduce nella presenza di due distinte lancette delle ore. La prima, quella traforata, indica l’ora di casa, cioè del luogo di partenza, quello in cui si vive di solito, ed è intesa come punto di riferimento. La seconda lancetta, piena e rivestita di materiale luminescente (come quella dei minuti), indica invece l’ora locale, ossia l’ora del luogo in cui, per piacere o per lavoro, ci si trova. È evidente quanto la funzione Travel Time sia dedicata a chi viaggia.

    Non solo. È anche estremamente facile da regolare, in accordo con la filosofia della Maison che ha fatto della “semplicità d’uso” delle complicazioni un proprio mantra. Se ci si sposta verso ovest, rispetto alla propria residenza, occorre premere il correttore contrassegnato dal simbolo “-” (a ore 10) tante volte quante sono le ore di differenza fra i due fusi. Se si viaggia verso est, si deve agire sul correttore “+” (ore 8) per avanzare in senso orario del numero di ore necessarie. La lancetta delle ore locali è saltante, nel senso che scatta di un’ora esatta alla pressione del correttore. Quando si torna a casa, basta riportare la lancetta dell’ora locale sotto quella dell’ora di casa: la sovrapposizione è perfetta al punto di farla scomparire.

    Ma come sapere, quando si è in viaggio, se ci si riferisce a un orario prima o dopo mezzogiorno? Il dubbio dell’AM (ante meridiem) o PM (post meridiem) è importante soprattutto per stabilire che ore sono “a casa” (perché per l’ora locale basterebbe guardar fuori dalla finestra). Ma per amor di simmetria, Patek fornisce la risposta per entrambi i fusi orari. Sempre in modo semplice, affidata com’è alle due piccole finestrelle rotonde contrassegnate rispettivamente dalle scritte “local” e “home”. Il blu indica la notte, il bianco il dì.

    E la data?

    In un orologio pensato per garantire una perfetta collocazione temporale a ognuna delle nostre azioni, non poteva certo mancare il datario, sempre riferito all’ora locale. Patek Philippe, nella collezione Calatrava Pilot Travel Time, lo ha concepito a lancetta e lo ha collocato in un contatore a ore 12, con lo stesso diametro di quello dei minuti cronografici. Il numero 1 è di colore rosso. Non vi è una ragione particolare: semplicemente, gli orologiai di Patek hanno voluto far risaltare visivamente il primo giorno del mese.

    A parte questo, il datario non è in grado di correggersi autonomamente nel passare da un mese di 30 giorni a uno di 31, tantomeno nel passaggio da febbraio a marzo. Ricordiamoci che non siamo di fronte a un calendario annuale, né a un calendario perpetuo, che aggiungerebbero complicazioni alla complicazione. La correzione quindi deve essere effettuata manualmente, cinque volte l’anno, alla fine dei mesi con meno di 31 giorni, con una piccola pressione sul correttore invisibile posto sulla carrure tra le ore 12 e le ore 1. Importante: come in tutti gli orologi meccanici, la correzione non va fatta in corrispondenza del cambio effettivo di data, quindi tra le ore 22 e le 2 del mattino seguente.

    Il prezzo del Patek Philippe 5924G

    Sarà che quando scrivo di un orologio finisco per innamorarmene, sarà che alla Manifattura svizzera per eccellenza concediamo quasi tutto, ma gli 84.229 euro necessari per comprare il Patek Philippe 5924G Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph non mi sembrano poi così tanti, considerata “la sostanza” dell’orologio.

    Il prezzo è lo stesso per entrambe le versioni ed è almeno in parte giustificato dalla notevole quantità di oro utilizzata per costruirlo. Sono infatti realizzati in oro bianco la cassa da 42 mm di diametro per 13,05 mm di spessore, le lancette e gli indici delle ore, i pulsanti crono, la corona e la fibbia ad ardiglione. In più il prezioso metallo si ritrova anche nel rotore di carica, in oro giallo 21 carati (con tanto di Croce di Calatrava).

    Tutto il resto lo fanno le complicazioni a bordo. Il movimento CH 28-520 C FUS, rigorosamente ideato e costruito in-house, integra un cronografo flyback di ultima generazione. Lo si ritrova anche nel Nautilus Ref. 5990, ma non è il caso di parlarne qui. Lascio la descrizione dettagliata alle didascalie delle immagini nella galleria in alto.

    In sintesi

    CaratteristicheSpecifiche del Patek Philippe 5924G
    NomeCalatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph
    Referenza5924G-001 verde kaki / 5924G-010 blu-grigio
    CassaOro bianco, 42 mm di diametro x 13,05 mm di spessore
    CalibroCH 28-520 C FUS a carica automatica
    FunzioniOre, minuti, cronografo flyback, secondo fuso orario con doppia funzione giorno/notte, datario
    Autonomia55 ore
    Prezzo84.229 euro

  • RM 64-01 Tourbillon Colnago: il Richard Mille di Tadej Pogačar

    RM 64-01 Tourbillon Colnago: il Richard Mille di Tadej Pogačar

    Le gare ciclistiche si vincono grazie alla forza e alla tenacia di chi pedala, ma non possono prescindere dalle prestazioni che il mezzo garantisce. Tant’è che i principali campi di studio del ciclismo, almeno ai livelli più alti, sono l’aerodinamica, la scienza dei materiali e la leggerezza. Temi cari anche a Richard Mille, che non a caso ha sempre nutrito molto interesse per il mondo delle due ruote. Basti ricordare amicizie storiche con corridori del calibro di Mathieu van der Poel o Mark Cavendish, che ne testavano in gara prototipi e modelli definitivi. Poi, nel 2021, il Marchio ha anche siglato una collaborazione con UAE Team Emirates. E oggi questo legame si concretizza nel nuovo RM 64-01 Tourbillon Colnago.

    Colnago, per l’appunto, è la storica azienda italiana di biciclette da corsa, che è anche fornitore della squadra professionistica emiratina. E il cerchio si chiude in tutta la sua perfezione con il nome del momento: Tadej Pogačar. Il ciclista sloveno, che dal 2019 mette il proprio inesauribile talento al servizio dello stesso Team, da anni indossa gli orologi di Richard Mille. Ma di recente ha formalizzato il rapporto con il Brand, di cui è diventato ambasciatore proprio per il lancio del nuovo orologio ispirato a Colnago. Vediamo quindi in dettaglio cos’ha di speciale questo esemplare.

    Dal telaio al polso: design e analogie con lo stile Colnago

    Scheletrato e con cassa tonneau, il Richard Mille RM 64-01 Tourbillon Colnago mostra nell’estetica una forte derivazione dal mondo dei pedali. Privo di quadrante, si affida a elementi geometrici che richiamano i tubolari modulari della Colnago C68. Un modello che per l’azienda di Cambiago rappresenta la massima espressione dell’arte di costruire a mano biciclette da corsa.

    Il motivo simmetrico dei ponti del calibro RM 64-01, che toccano il réhaut in oro rosso in corrispondenza degli indici 12, 4, 6 e 10, si ripropone speculare anche alla base del movimento, osservandolo dal fondello in vetro zaffiro. Il tutto converge in due punti speciali. Sotto quello superiore, a ore 1, si trova il bariletto. Sotto quello inferiore, a ore 7, il tourbillon con la grande gabbia da 12,40 mm. Due elementi di forma circolare che, disposti in diagonale, simboleggiano il sistema di trasmissione, composto da corona e pignone, di cui ogni bicicletta è dotata.

    I colori bianco, blu e oro sono gli stessi che caratterizzano una delle varianti cromatiche del telaio della Colnago C68. Gli stessi colori si ritrovano sulla corona piuttosto sporgente, abbellita da un asso di fiori nero, logo di Colnago. Quella corona, oltre a consentire la rimessa all’ora, ricarica il movimento meccanico a carica manuale per un’autonomia massima di 65 ore.  

    Altri elementi di spicco sono la trasparenza complessiva e il look minimalista del calibro RM 64-01, il quale lascia intravvedere quasi tutti i 274 elementi che lo compongono. Evidente, da questo punto di vista, l’obiettivo di Richard Mille di dar vita a un design essenziale, che nella parte interna possa seguirsi con lo sguardo, esattamente come si farebbe con il telaio di una bicicletta. Dall’inizio alla fine. L’assenza della lancetta dei secondi, ben compensata dal tourbillon che compie un giro completo in un minuto, contribuisce al design minimalista dell’orologio.

    RM 64-01 Tourbillon Colnago: leggerezza estrema

    Come ogni orologio Richard Mille, anche l’RM 64-01 Tourbillon Colnago nasce dall’unione di materiali ricercati. La platina scheletrata del movimento, così come i ponti e altri componenti, sono realizzati in titanio grado 5. Trattasi di una lega metallica resistente dal punto di vista meccanico e chimico, ma particolarmente leggera, tanto da essere usata anche in ambito aeronautico, automobilistico e aerospaziale. La si ottiene fondendo titanio, alluminio e vanadio nella rispettive proporzioni del 90%, 6% e 4%. Ogni elemento in titanio è microsabbiato quindi smussato e lucidato a mano. Il nero e il grigio di alcune parti sono ottenuti mediante trattamento Pvd (Physical Vapor Deposition, ovvero deposizione fisica da vapore).

    La cassa è realizzata in Quartz TPT® (Thin Ply Technology), materiale composito sviluppato per Richard Mille. Declinato in diverse cromie e tessiture, è utilizzato per l’altissimo rapporto resistenza/peso. Non un unico blocco di quarzo, quindi, che sarebbe altrimenti soggetto alla frattura concoide tipica di questo minerale, ma un’infinità di strati sottilissimi sovrapposti, ciascuno ottenuto immergendo fibre di quarzo in una matrice di resina che funziona da collante. Un processo complesso, in parte coperto da segreto industriale, quindi non facile da descrivere, ma in grado di elevare ai massimi livelli le proprietà chimico-fisiche dei materiali che ne derivano.

    Le porzioni dei ponti color oro, in linea con gli stilemi della Colnago C68, sono dipinte a mano con oro rosso 5N. Lo stesso metallo prezioso è utilizzato per realizzare il réhaut, in cui sono incastonati gli indici fluorescenti, e le lancette forate, il cui aspetto richiama le pedivelle dell’iconica bicicletta da corsa.  

    Un tourbillon da collezionisti

    Gli appassionati di ciclismo potrebbero riconoscere il legame fra tra il Marchio elvetico e l’azienda lombarda anche solo guardando l’RM 64-01 Tourbillon Colnago in modo distratto. Le geometrie dei ponti e la scelta dei colori richiamano immediatamente alla memoria il famoso telaio da corsa. Un’associazione facilitata dalla già descritta disposizione in linea del bariletto e del tourbillon. La rotazione continua di quest’ultimo, poi, non fa altro che accentuare questa analogia.

    Ma l’RM 64-01 Tourbillon Colnago non risponde solo alla pura operazione di marketing. Piuttosto, è la dimostrazione di come le collaborazioni sportive possano essere utili e fruttuose. Come ho scritto a inizio articolo, il rapporto fra Richard Mille e il mondo del ciclismo è di lunga data. Ed è sempre stato finalizzato alla ricerca tecnica, al reale sviluppo ingegneristico, in poche parole alla messa a punto di orologi ottimizzati – studiati e via via migliorati – in modo specifico per quello sport. l’RM 64-01 Tourbillon Colnago ne è la dimostrazione.

    Il prezzo, come ci si può aspettare, sfiora il milione di euro. Più precisamente, l’RM 64-01 Tourbillon Colnago costa 800.000 franchi svizzeri (più di 860.000 euro), cui vanno aggiunte le tasse.
    Considerate, nel fare le vostre valutazioni, che il movimento RM 64-01, oltre a essere montato e rifinito quasi tutto a mano, fonda su un tourbillon, la complicazione più costosa di cui un orologio può dotarsi. E che l’edizione è limitata a 50 esemplari, il che ne fa un orologio di grande valore collezionistico.        

  • Scafograf 200 MCMLIX: Eberhard & Co. lancia il diver neo-vintage

    Scafograf 200 MCMLIX: Eberhard & Co. lancia il diver neo-vintage

    Nel 2020 Eberhard & Co. ha presentato lo Scafograf 300 MCMLIX, con la cassa da 43 mm di diametro impermeabile fino a 30 bar. Versione celebrativa dello Scafograf 100, il primo subacqueo che aveva lanciato proprio nel 1959, negli anni successivi ha conosciuto diversi allestimenti – fino a comporre una collezione di una decina di modelli, tuttora in catalogo. Quest’anno è quindi la volta dello Scafograf 200 MCMLIX, ispirato allo stesso esemplare d’epoca. Fin da subito però è declinato in dodici varianti, per offrire massima versatilità e personalizzazione su una cassa più compatta da 39 mm di diametro e un’impermeabilità fino a 20 bar.

    Le caratteristiche dello Scafograf 200 MCMLIX

    L’estetica è quella vintage dello storico predecessore, frutto di accurate ricerche d’archivio tradotte dai designer in tratti contemporanei. La caratteristica lancetta delle ore a freccia, composta da tre triangoli, si abbina a un’alternanza di indici triangolari e di indici tondi, “a bicchierino“. Tutte le indicazioni sono rivestite di abbondante materiale luminescente, per rispondere a precise esigenze di leggibilità sott’acqua.

    Stesso discorso per la lunetta girevole unidirezionale, con inserto in ceramica, materiale inscalfibile e resistente agli urti e ai raggi Uv, su cui si legge la scala sessagesimale utile per calcolare i tempi durante la fase di emersione. Per la gioia dei puristi dell’orologeria, il quadrante è privo di datario.
    Riguardo alla meccanica, l’orologio monta un movimento automatico, calibro Sellita SW200.1 accuratamente personalizzato, rifinito e regolato “in casa”.

    La vocazione tecnica è sottolineata anche dalla valvola di decompressione. Un elemento fondamentale durante le immersioni in saturazione perché permette all’elio eventualmente penetrato nella cassa di defluire all’esterno. Gas pericoloso per gli orologi, l’elio si espande durante la risalita e provoca un aumento di pressione all’interno della cassa, rischiando di far saltare il vetro dell’orologio come un tappo di champagne.

    Altre caratteristiche: la corona a vite, il cristallo zaffiro bombato e il fondello avvitato, decorato con un’incisione della stella marina. Il simbolo della collezione Scafograf fin dagli esordi della collezione e del legame della Maison de l’Aigle con il mondo della subacquea.

    Le diverse declinazioni

    Chiarite le impostazioni comuni a tutti i modelli, entriamo nel vivo della collezione. In questo caso Eberhard & Co. non ha creato 12 modelli diversi: ha applicato invece un’efficace strategia che moltiplica le opzioni, incrociando due colori di base e due configurazioni di quadrante con tre tipologie di bracciale/cinturino. La famiglia del nuovo Scafograf 200 MCMLIX si divide equamente tra due tonalità classiche della tradizione subacquea: il nero e il blu.

    Per ogni colore, la Maison de l’Aigle ha studiato due grafiche differenti che cambiano l’impatto estetico dell’orologio al polso. Da un lato c’è un quadrante dégradé dalla finitura opaca, che sfuma gradualmente verso il centro più chiaro. Dall’altro un quadrante con fascia perimetrale argenté – in pratica l’anello della minuteria color argento con satinatura circolare – che dona un look più tecnico e rétro.

    Quindi le tre opzioni per bracciale e cinturino. Ciascun esemplare può adottare infatti tre diversi “supporti” – chiamiamoli così, per comodità. In primis il bracciale in acciaio a maglia milanese, assoluta novità nell’intera collezione Scafograf: un “nastro” metallico dalla trama fitta ma flessibile, che regala all’orologio un look più urbano ed elegante, naturalmente old style.

    Poi il classico bracciale Chassis®, dalla struttura sportiva, con maglie satinate e fibbia déployante 2Click®. In alternativa un cinturino in pelle idrorepellente: un accessorio tecnico, trattato già in fase di concia per non assorbire né l’acqua né il sale, così da mantenere la propria morbidezza anche dopo l’asciugatura. In una calda tonalità marrone con impunture a contrasto, rimanda naturalmente e con coerenza ai diver di fine anni Cinquanta.

    I prezzi dello Scafograf 200 MCMLIX

    Ed è proprio la presenza del bracciale o del cinturino il discrimine che definisce il prezzo dei diversi modelli, già disponibili presso i rivenditori autorizzati. Le versioni con cinturino in pelle costano 2.950 euro. Quelle con il bracciale Chassis 3.590 euro. Infine quelle con bracciale in maglia milanese 3.790 euro. Di poco superiori saranno invece i prezzi delle edizioni speciali in bronzo, di cui i soliti ben informati preannunciano l’uscita. Un’evoluzione matura per lo Scafograf 200 MCMLIX, delle quali attendiamo il debutto.

  • Richard Mille RM 55-01: la leggerezza, in tutti i sensi

    Richard Mille RM 55-01: la leggerezza, in tutti i sensi

    “Un’ode alla leggerezza”. Quando ho letto il claim che introduce il nuovo Richard Mille RM 55-01, ho subito pensato che la scelta di quelle parole non fosse stata dettata da pure questioni di marketing. In effetti il Richard Mille RM 55-01, oltre a essere fisicamente leggero (attorno ai 60 grammi, a seconda della configurazione), fa della semplicità estetica e costruttiva il proprio tratto distintivo. Tanto da piacere anche a chi di solito trova le scelte stilistiche della Casa di Les Breuleux un po’ sopra le righe. Nelle pagine del nostro giornale lo abbiamo detto più volte: Richard Mille è un brand di cui non è facile scrivere, è divisivo e ha una personalità talmente forte da apparire, nel panorama dell’alta orologeria, un mondo a sé stante. Uno di quei mondi con cui ti scontri o ci vai a nozze.  

    Quando togliere è meglio di aggiungere

    Se si approfondisce l’argomento, la conferma definitiva arriva dalla frase dello scrittore e pilota francese Antoine de Saint-Exupéry, che la Casa elvetica prende in prestito per dare ulteriore enfasi alla semplicità dell’orologio. “Perfection is achieved, not when there is nothing more to add, but when there is nothing left to take away”. Che vuol dire: “La perfezione è raggiunta non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere”. L’aforisma a mio avviso ha una forza incredibile: con l’aggiunta si rischia il superfluo, con la rimozione si tende invece al perfetto, a ciò che vive da sé.

    Non è un caso che gli inglesi dicano “less is more“. Basta guardare il nuovo Richard Mille RM 55-01, in direzione frontale soprattutto, per accorgersi di quanto sia minimale e conciso – “pulito”, verrebbe da dire -, di come ogni elemento sia al suo posto e perfettamente in grado di integrarsi con gli altri. Di come non serva altro. Di quanto i pochi colori presenti siano sobriamente combinati fra loro. E soprattutto di quanto il movimento, tanto essenziale quanto raffinato, sia in grado di far passare luce da un lato all’altro dell’orologio. Per questo lo reputo uno degli scheletrati meglio riusciti della Marca. 

    Richard Mille RM 55-01, come è fatto

    Richard Mille, per mettere a punto il suo nuovo RM 55-01, anziché aggiungere, ha quindi tolto. Ha eliminato il rotore di carica, per esempio, preferendo un movimento più semplice, a carica manuale: il calibro RMUL4. Ne saranno felici i puristi dell’orologeria, secondo cui il rotore di carica sarebbe in qualche modo un elemento “perturbante” all’interno della meccanica.

    Comunque sia, nell’RM 55-01 Richard Mille ha ridotto il numero complessivo dei componenti. Ha optato come sempre per un design scheletrato, ma per la cassa ha utilizzato solo il materiale composito TPT, e l’ha quindi privata dei consueti elementi in oro. Ha eliminato ogni complicazione che potesse appesantire l’orologio, nel peso e nella concezione, limitandosi alle tre sole lancette di ore, minuti e secondi. Anche la data, onnipresente nelle altre referenze in catalogo, qui manca.

    Il risultato è uno scheletrato vero, leggero, arioso, a mio parere bellissimo. Perfettamente rifinito, con la cura e l’accuratezza tipiche della tradizione orologiera, sebbene l’architettura abbia ben poco di tradizionale e risulti invece modernissima. Un’alternanza di pieni e vuoti – anzi, più vuoti che pieni – definisce la meccanica. A tal punto che, una volta indossato, l’orologio permette chiaramente di vedere attraverso il cristallo zaffiro superiore, fino al fondello (anch’esso in zaffiro). E di cogliere quindi le sfumature della pelle del polso.

    I materiali e il savoir-faire

    Quanto mai indovinate le tre varianti cromatiche della lunetta: Carbon TPT®, Grey Quartz TPT® e Quartz TPT®. Anche di questi speciali materiali, di come sono ottenuti e lavorati, abbiamo più volte fatto cenno nei nostri articoli. Vi rimando a questi link per conoscerli più da vicino. Qui mi preme però ricordare che per la speciale lavorazione cui sono sottoposte le fibre di carbonio e quelle di silice (il comune quarzo), e per le resine che danno consistenza al tutto, ogni esemplare assume un effetto damascato e risulta esteticamente differente da qualsiasi altro. È proprio il caso di dirlo: ogni Richard Mille, anche a parità di referenza, è un pezzo unico.

    Le immagini fornite da Richard Mille ritraggono i tre orologi ripresi da varie angolazioni, ma anche le varie fasi di assemblaggio – il cosiddetto savoir-faire. La maestria dei fotografi è coerente con quella degli artigiani – credetemi, non è sempre così… Per cui vi lascio all’osservazione delle foto e alla lettura delle relative didascalie per cogliere qualche segreto tecnico ed estetico delle tre nuove referenze. Sono sicuro che apprezzerete i generosi spazi vuoti che garantiscono la trasmissione della luce da un lato all’altro della cassa.

    Il calibro a carica manuale RMUL4

    Credo sia d’obbligo qualche cenno sulle caratteristiche del movimento che anima l’RM 55-01. In primo luogo per l’incredibile leggerezza. Il RMUL4, rigorosamente di manifattura, pesa meno di 5 grammi. Ed è disegnato per essere alloggiato nella cassa dalle dimensioni non esagerate – almeno secondo gli standard di Richard Mille: 37,95 x 47,33 mm, 10,75 mm di spessore.

    A tanta semplicità corrispondono scelte costruttive di altissimo livello. Richard Mille si affida come sempre a materiali e processi di lavorazione pregiati. La base è infatti una platina di titanio grado 5, non dalla superficie liscia, ma microsabbiata, levigata e rivestita con Pvd nero. Termini e procedimenti che comunicano un enorme valore a chi sa di lavorazioni industriali. Per lavorare il titanio grado 5 occorre infatti tanta maestria, per di più quando gli oggetti da trattare sono piccoli e le tolleranze minime. Alla platina sono poi fissati tre ponti, sempre in titanio grado 5, ai quali è assicurato il treno di ingranaggi che completa il calibro.

    Voglio sottolineare la presenza nel movimento di due importanti elementi: il bilanciere a inerzia variabile e con spirale libera, e il doppio bariletto che garantisce un’autonomia di 55 ore. Il primo rinuncia alla racchetta di regolazione per affidarsi a quattro micro-pesi che ne stabilizzano l’oscillazione, risultando più resistente agli urti e gestibile in fase di assemblaggio e smontaggio. Mentre il doppio bariletto assicura all’orologio una coppia costante lungo tutta la durata della carica.

    Ne deriva da un lato una maggiore costanza di marcia con una conseguente aumentata precisione cronometrica, e dall’altro una minore pressione su denti, cuscinetti e perni, il che preserva l’integrità totale del movimento nel tempo. Oltretutto i due bariletti, secondo me, sono anche molto belli da vedere, e contribuiscono al fascino del calibro scheletrato.

    Prezzo e considerazioni Sul Richard Mille RM 55-01

    Veniamo al prezzo. Come accade quando si parla di hypercar, anche con gli orologi Richard Mille l’argomento prezzi risulta indelicato. Eppure, chi ha voglia di comprarne un Richard Mille RM 55-01, deve sapere quanto costa. La cifra da sborsare per questo orologio è di 175mila franchi svizzeri (poco più di 190mila euro), tasse escluse, per ciascuna delle varianti. Che non è una cifra folle, riservata ai soli milionari, ma neanche alla portata di chi, di mese in mese, deve farsi i conti in tasca. Aggiungo che, valore assoluto a parte, è perfettamente allineata alle altre referenze della Casa. Materiali pregiati, costosi da realizzare e lavorare, soluzioni tecniche all’avanguardia e filosofia minimalista giustificano ampiamente il prezzo richiesto.

  • L’Overseas Automatico Ultrapiatto e il calibro 2550 di Vacheron Constantin

    L’Overseas Automatico Ultrapiatto e il calibro 2550 di Vacheron Constantin

    Gli Overseas, declinati in più varianti, “solo tempo” o complicate (otto referenze vantano un calendario perpetuo), sono gli orologi “sporty-chic” di Vacheron Constantin. La definizione ne descrive il carattere sportivo ma al tempo stesso elegante, che in modo più o meno accentuato rende i vari esemplari fruibili tanto negli ambienti casual quanto in quelli formali. La fusione perfetta dei due stili, in tutta la famiglia di orologi, è una costante per il reparto R&D della Casa ginevrina. Lo dimostra l’ultimo modello arrivato in collezione, l’Overseas Automatico Ultrapiatto (ref. 2500V/210P-H208): assoluta novità di questo salone di Watches and Wonders, è in grado di associare l’aspetto sportivo tipico della linea con una sottigliezza fuori dal comune. Merito del nuovo Calibro 2550 di manifattura, che stupisce non solo per lo spessore ridotto, ma anche perché include soluzioni tecniche e costruttive degne di attenzione. Prima di vederlo più da vicino, però, è necessaria una breve digressione storica.

    La tradizione secolare di Vacheron Constantin

    Vacheron Constantin non è nuova alla presentazione di calibri ultra-piatti. I primi risalgono addirittura alla fine del XVIII secolo, quando l’evoluzione della moda richiedeva abiti più aderenti al corpo. Per evitare l’antiestetico rigonfiamento dell’orologio infilato in tasca, gli orologiai furono così obbligati a immaginare meccanismi sempre più piatti. La tendenza si ripete ancora negli anni ’20 e ’30 del Novecento, tempi in cui gli orologi trovano posto più nei taschini che al polso dei proprietari.

    Nel 1931, per esempio, Vacheron Constantin si distingue per una creazione in platino che raggiunge addirittura un incredibile spessore di 0,94 mm. Ma lasciamo perdere i precisissimi “tasca” d’antan. E concentriamoci invece sugli sforzi compiuti per produrre movimenti non solo in grado di essere ospitati nei pochi centimetri cubici di un orologio da polso, ma anche capaci di marciare con un’accettabile costanza, almeno per gli standard cronometrici dell’epoca.

    Correva infatti l’anno 1955 quando la Maison ginevrina, in occasione del 200° anniversario dalla fondazione, presentava il calibro 1003, a carica manuale e sottile appena 1,64 mm. Un capolavoro di miniaturizzazione che allora non lasciò certo il pubblico indifferente. Tredici anni dopo – e siamo nel 1968 – fu la volta del calibro 1120, di 2,45 mm di spessore e a carica automatica, che rappresentò per la Manifattura il movimento ultrapiatto di riferimento per molti anni a venire. Oggi, a distanza di quasi sei decenni, lo scenario cambia ancora.

    Il nuovo calibro 2550: 80 ore di autonomia in 2,4 mm di spessore

    Il nuovo calibro 2550, anch’esso a carica automatica, è ultrasottile: misura 2,4 mm di spessore. E vanta, oltre a un’impressionante cura costruttiva, un’autonomia di ben 80 ore e un micro-rotore decentrato, realizzato in platino, che gli permette di caricarsi ogni volta che s’indossa l’orologio al polso. A essere sinceri, da un calibro ultrapiatto come il 2550 una riserva di carica così mica te l’aspetti. Dove avranno alloggiato un bariletto capace di così tanta energia in un movimento spesso quanto una moneta da mezzo euro? È questa la domanda che mi sono posto quando ne ho letto per la prima volta le specifiche.

    La risposta arriva dai 7 anni che Vacheron Constantin ha impiegato per sviluppare il nuovo calibro 2550. E il segreto di un’autonomia così lunga sta nella presenza non di un singolo bariletto, ma di due bariletti sovrapposti e “sospesi”. Ruotano cioè intorno a un unico perno e sono in grado di funzionare in serie, tramite i rispettivi alberi, e di rinunciare al rocchetto. Soluzioni ingegneristiche indispensabili per ridurre al massimo l’ingombro complessivo senza comprometterne, anzi aumentandone, l’efficienza. L’architettura del doppio bariletto vi risulterà più chiara dopo aver osservato le relative immagini nella gallery sopra.

    Faccio notare che 80 ore di riserva di carica sono già tante per un movimento dallo spessore standard, figuriamoci per un ultrapiatto come quello di cui vi sto parlando. Fino a pochi anni fa, per esempio, l’autonomia media di un corposo diver a carica automatica era di circa 35, 40 ore. Ancora oggi l’orologeria più popolare e meno ambiziosa mantiene queste caratteristiche. C’è però una nuova generazione di esemplari (e non necessariamente di alta orologeria) che cerca di alzare sempre di più l’asticella della durata della carica, fino ai tre giorni e oltre. E Vacheron Constantin raggiunge le 80 ore in uno spessore da record.

    Il micro-rotore in platino e il ruotismo riprogettato in ottica mignon

    Fatta questa precisazione, torniamo alla lezione di tecnica impartita dall’Overseas Automatico Ultrapiatto. Si sa che il compito di avvolgere continuamente la molla di carica, mantenendola in tensione e accumulando l’energia nel bariletto, spetta al rotore. Nel caso del calibro 2550 è necessario parlare di micro-rotore, dato che è completamente “immerso” nella platina principale – così da non influire sullo spessore complessivo -, e ha un diametro di soli 15,5 mm. Per dare a un rotore così piccolo un peso adeguato a ruotare intorno al proprio asse (quando sollecitato dai gesti del polso), è necessario realizzarlo in metallo pesante. Qui si tratta di platino 950: la formulazione più densa, oltre che resistente alla corrosione, del prestigioso metallo. Con un peso specifico di circa 21 g/cm3, il platino è più pesante dell’oro e dell’argento.

    Messi a punto il doppio bariletto ad architettura sovrapposta e sospesa, e il micro-rotore in platino 950, i tecnici della Manifattura si sono dovuti occupare del treno del tempo. Lo spazio (in senso orizzontale) e il volume (in senso verticale) limitati imponevano dei vincoli strettismi. Le ruote dovevano necessariamente essere piccole e disposte praticamente su un unico livello. Anche qui è stata fondamentale quindi la riprogettazione completa del ruotismo: il risultato è una sequenza composta da cinque elementi di cui due montati su cuscinetti a sfera. La costruzione, più snella e compatta del solito, da un lato garantisce un’efficienza ottimale dei componenti, e dall’altro rafforza la robustezza del movimento stesso. Per tutte le altre informazioni relative al calibro 2550 – rubini, frequenza, finiture – rimando sempre alle immagini e alle didascalie in alto.

    L’Overseas Automatico Ultrapiatto in sintesi

    Quando fai tanto per assottigliare al massimo un calibro fino a 2,4 mm, puoi permetterti anche di ridisegnare la cassa dell’orologio che andrà ad ospitarlo. È ciò che ha fatto la Manifattura ginevrina, che ha così progettato l’Overseas più sottile di sempre. L’Overseas Automatico Ultrapiatto, con i suoi 7,35 mm di spessore, batte in sottigliezza tutte le referenze precedenti, complicate e non. C’è da dire però che è un “solo tempo assoluto”, nel senso che rinuncia perfino alla lancetta dei secondi. E ovviamente al datario, con buona pace di quanti vedono queste due caratteristiche imprescindibili in un orologio da polso. Il che comunque va a tutto vantaggio dell’eleganza, prerogativa della collezione.

    Per restare in tema di “abbigliamento”, l’Overseas Automatico Ultrapiatto ha la cassa di 39,5 mm di diametro – che accentua le proporzioni slanciate del design. Ed è interamente realizzato in platino – bracciale compreso -, anche in questo caso con titolo 950, utilizzato nella gioielleria e orologeria di qualità. In questo caso, però, non solo una componente del 5% è affidata al rame e al gallio, ma anche un trattamento termico di tempra hanno permesso di ottenere una lega particolarmente resistente agli urti e ai graffi, oltre che alla corrosione chimica.

    Il bianco algido del platino infine ben si sposa al quadrante laccato color salmone, di grande tendenza negli ultimi anni. Anche questa scelta cromatica rimanda alla tradizione di Vacheron Constantin, e in particolare a certi esemplari degli anni ’40 del secolo scorso. Mentre la presenza nel packaging di due cinturini intercambiabili, in alternativa al bracciale in platino, è una consuetudine della collezione Overseas.

    Senza dimenticare che l’orologio è certificato dal Punzone di Ginevra, “sigillo di qualità” rilasciato da un ente indipendente – Timelab – che ne garantisce l’origine ginevrina, l’affidabilità tecnica e le finiture d’eccellenza. Concludo ricordando che l’Overseas Automatico Ultrapiatto è realizzato in un’edizione limitata di 255 esemplari, che sarà in vendita solo nelle boutique monomarca. Queste ultime informazioni confermano – semmai ce ne fosse bisogno – l’esclusività della creazione.

  • Cubitus 7128 e il consenso unanime ai nuovi Patek Philippe

    Cubitus 7128 e il consenso unanime ai nuovi Patek Philippe

    A un anno di distanza dal lancio del Cubitus, l’animosità verso la collezione sembra essersi placata. Forse perché la scorsa primavera, a Watches and Wonders, era stata annunciata l’uscita del Patek Philippe Cubitus 7128, una versione più piccola delle precedenti: due nuove referenze, in oro rosa oppure bianco, arrivate sul mercato proprio nei giorni scorsi. Ma davvero è bastato solo ridurre le dimensioni della cassa per farlo digerire anche ai detrattori più accaniti? Possibile che pochi millimetri siano sufficienti per raccogliere solo consensi e giudizi positivi? Non è che invece ormai tutti ci siamo “fatti l’occhio” sulle linee e sul design del cosiddetto “Nautilus quadrato” e, ora che è diventato familiare, non possiamo far altro che apprezzarlo?

    Noi del Giornale degli Orologi, a suo tempo, abbiamo aspettato un po’ prima di scrivere, esprimerci e descrivere il Patek Philippe Cubitus. Volevamo che la persone si fermassero a riflettere, andassero oltre il giudizio affrettato del “mi piace/non mi piace” del tutto inutile e fine a se stesso. E fossero invece in grado di cogliere gli aspetti tecnici e progettuali che facevano e fanno di questa nuova serie di orologi un insieme di referenze di assoluto prestigio e qualità. Oggi, un anno dopo l’uscita di quei tre modelli “divisivi”, in quanto capaci di creare opinioni opposte, sembrano tutti d’accordo. E il merito è proprio delle due new entry di cui sono qui parlarvi. Ossia, dei Cubitus 7128/1G e 7128/1R. Non a caso, più piccoli.

    Da 45 a 40 mm

    Il pensiero più banale che possa insinuarsi nella mente di chi ha seguito le discussioni al lancio del Patek Philippe Cubitus, è che la Casa ginevrina abbia voluto accontentare quella parte di pubblico che ne aveva criticato le dimensioni. In realtà non è così: perché era già tutto previsto, fin dall’inizio. Tant’è che, in più occasioni, il Presidente Thierry Stern aveva avuto modo di rassicurare che successivamente sarebbero stati presentati modelli più contenuti e adatti a un maggior numero di clienti. Eccoli qui.

    Di fatto, la diagonale di cassa passa da 45 mm a 40 mm. Una riduzione di oltre il 10%, che permette agli amanti delle taglie S di indossare con disinvoltura il Cubitus 7128. Vale a dire gli uomini dai polsi sottili, orientali ma non solo, e anche le donne. Chi segue il mercato dell’orologeria, sa tuttavia che quella di ridurre le dimensioni della cassa è una tendenza in atto da un paio d’anni a questa parte.

    Ora, non vi sarà sfuggito che nel citare le nuove (e le vecchie) dimensioni della cassa, non ho parlato di diametro ma di diagonale. Ebbene sì, Patek Philippe, nelle schede tecniche dei suoi Cubitus, esprime la diagonale della cassa da ore 10 a ore 4. D’altronde, ci sta. La forma del Cubitus è quadrata con vertici smussati a ricordare un ottagono. Il diametro, invece, è una grandezza della circonferenza, quindi adatto a descrivere le dimensioni di una cassa di forma circolare.

    E se la diagonale si assimila all’ipotenusa dei due triangoli rettangoli in cui la cassa del Cubitus resta divisa, con una semplice operazione matematica (basata sul Teorema di Pitagora) se ne deduce il lato: 28,3 mm circa. Contro i 31,8 mm circa delle precedenti referenze: 3,5 mm che fanno la differenza. Soprattutto per i sedicenti esperti (sbugiardati però dai propri passi falsi).

    Spessore e ottimale vestibilità

    Chi si aspettava un Cubitus più piccolo è stato quindi accontentato. Dovrà però prendere atto del fatto che i nuovi modelli non utilizzano l’acciaio come materiale, ma due metalli nobili – come scrivevo sopra l’oro bianco e l’oro rosa – con tutto ciò che questa scelta comporta in termini di prezzo. Ma del prezzo e dell’oro vi parlerò un po’ più avanti. Qui voglio soffermarmi sullo spessore delle nuove referenze. Nei primi tre modelli di Cubitus, lo spessore era 9,6 mm per il complicato 5822P-001 e 8,3 mm per i “solo tempo” 5821/1A e 5821/1AR. Non male, anzi.

    Gli orologi sottili, va detto, sono eleganti e confortevoli con ogni outfit. Possono scomparire sotto la camicia, sotto l’abito e, più in generale, sotto qualsiasi manica lunga. I due nuovi Cubitus 7128 mantengono invariato lo spessore dei due precedenti modelli “solo tempo”, anzi lo aumentano curiosamente di due decimi di millimetro: da 8,3 mm a 8,5 mm. Un incremento davvero impercettibile, sia chiaro, che garantisce comunque un’indossabilità apprezzabile da chiunque. E che riguarda proprio qualche modifica meccanica, che resta per ora a noi ignota, per la quale lo spessore del movimento passa dai 3,32 mm dello scorso anno agli attuali 3,59 mm.

    Il calibro 26-330 S C

    Già, perché il movimento montato all’interno della cassa è lo stesso utilizzato nei modelli solo tempo del 2024. Vale a dire, il calibro automatico 26-330 S C: ore, minuti e secondi al centro, più un datario a finestrella a ore 3. La bellezza del movimento di manifattura è evidente non appena si osservano i due Cubitus 7128 attraverso il fondello trasparente in zaffiro sintetico. Fondello che è parte integrante della cassa la quale, come per i Cubitus precedenti, è monoblocco. Per intenderci, il movimento viene alloggiato (o rimosso) inserendolo (o disinserendolo) dall’alto.

    La carica automatica è affidata a una massa oscillante in oro 21 carati sulla quale viene riproposto lo stesso motivo orizzontale che, del Cubitus (e del Nautilus), caratterizza il quadrante. L’autonomia è quella consueta di 45 ore. Fra le sue peculiarità, lo “stop secondi”. Estraendo la corona in posizione 2, quella più esterna per intenderci, la lancetta dei secondi si arresta per consentire una messa all’ora estremamente precisa. Superlative le finiture, secondo gli standard del Sigillo Patek Philippe.

    Nel rimandarvi alle didascalie che accompagnano le immagini della galleria che trovate sopra, per approfondire le caratteristiche tecniche e costruttive del 26-330 S C, faccio qui notare come in entrambi i nuovi modelli, l’oro la faccia da padrone.

    L’oro del Cubitus 7128

    Con le due new-entry, la collezione Cubitus può oggi contare su cinque referenze. Di queste, la più “complicata” resta ancora la 5822P, con le sue fasi lunari e il giorno della settimana coassiali, la data grande a doppia cifra e i piccoli secondi. Un orologio, lo abbiamo ricordato nelle nostre precedenti analisi, che fonda su una serie di brevetti e sul cambio istantaneo (in soli 18 millisecondi) delle indicazioni inerenti il calendario.

    I nuovi Cubitus 7128 non presentano funzioni particolari ma, oltre a ridurre in modo significativo le dimensioni della cassa, percorrono la “via dell’oro”. L’oro bianco per la referenza 7128/1G, l’oro rosa per la 7128/1R. Non solo per la cassa e il bracciale integrato, ma anche per i dettagli sul quadrante: le lancette a bastone, gli indici applicati (sempre a bastone), perfino il riquadro della finestrella della data sono nel metallo nobile per eccellenza. Coordinati nel colore al resto dell’abbigliamento, a creare un bel contrasto con lo sfondo del quadrante soleil, bruno o grigio-blu.

    Il che è coerente con la tradizione dell’orologeria, che da sempre tende a presentare le nuove collezioni nei metalli più pregiati, in particolare per i lanci iniziali. Semmai, nel caso del Cubitus, faceva strano che accanto all’esemplare complicato in platino, fossero usciti subito un modello in acciaio e oro e un altro tutto in acciaio. I quali, lo ribadisco, in tempi passati avrebbero visto la luce anni dopo il debutto della famiglia di orologi.

    Per tornare ai nuovi Cubitus 7128, se in futuro ci sarà un terzo modello in acciaio, al momento non è dato saperlo. Ma, conoscendo la filosofia seguita negli ultimi decenni da Patek Philippe, ne dubito fortemente (anche se mi piacerebbe poter essere smentito). Lo abbiamo visto per esempio con l’avvicendarsi degli ultimi modelli di Nautilus. Un modo per sottolineare l’esclusività della collezione e, insieme, limitare le speculazioni che gli esemplari in acciaio tendono invece ad alimentare, proprio per il costo più accessibile.

    A proposito di prezzi, entrambi i modelli di Cubitus 7128 costano 77.219 euro. Quasi il doppio della versione in acciaio da 45 mm, appunto…       

  • Omega Dark Side of the Moon, guida ai nuovi modelli in ceramica

    Omega Dark Side of the Moon, guida ai nuovi modelli in ceramica

    Ci sono molti lati oscuri e sconosciuti nel nostro Universo, nello spazio infinito del sistema solare, della nostra galassia e dei gruppi di galassie di cui conosciamo l’esistenza. Insomma, luoghi lontani, lontanissimi da raggiungere. Persino per la luce. E poi ce n’è uno, carico di fascino e mistero, vicino a noi più di quanto immaginiamo. Ne avvertiamo l’invisibile esistenza soprattutto di sera, in quelle notti in cui la Luna si manifesta ai nostri occhi in tutta la sua bellezza. È il lato oscuro, nascosto, della Luna, opposto a quello che riusciamo a vedere. Perché, si sa, la Luna impiega lo stesso tempo a ruotare su se stessa e a girare intorno a noi, quindi mostra alla Terra sempre la stessa “faccia”. L’altra, quella opposta, sfugge alla vista ma non all’immaginazione.

    Ed è questa che nel 2013 ha ispirato Omega a dar vita, all’interno della linea di orologi Speedmaster, alla collezione Dark Side of the Moon, il “Lato oscuro della Luna” per l’appunto. Quello cantato anche dai Pink Floyd nell’omonimo album del 1972, rimasto nella memoria collettiva e non solo dei rockettari. Una collezione che, vuoi per il soggetto extraterrestre cui si ispira, vuoi per il legame stretto che dai primi anni Sessanta a oggi Omega mantiene con la Luna, è subito diventata iconica. Non quanto la collezione dei Moonwatch, ma quasi. Perché, voglio sottolinearlo, gli Omega Dark Side of the Moon, pur essendo degli Speedmaster, non sono Moonwatch.

    Omega e la Luna, un legame indissolubile

    La collezione non nasce solo per celebrare il lato oscuro della Luna in sé. Ha origine da una missione spaziale, non di secondaria importanza: l’Apollo 8 del 1968. La prima del programma spaziale americano Apollo, con equipaggio, a lasciare l’orbita terrestre e a entrare in quella della Luna, orbitandole intorno per poi tornare sulla Terra. Gli astronauti a bordo – Frank Borman, Jim Lovell e William Anders – sono stati quindi i primi esseri umani a uscire dalla gravità terrestre, a osservare la Terra dallo spazio nella sua interezza e a entrare nel campo gravitazionale lunare. Non solo. Furono anche i primi a osservare con i loro occhi il lato nascosto della Luna, il famoso Dark Side of the Moon.

    E fra i primi a vagare nello spazio interrompendo ogni contatto radio con la Terra. Prima che ciò accadesse, Lovell, pilota del modulo di comando, comunicando con il Kennedy Space Center, pronunciò la celebre frase: «We’ll see you on the other side», ossia «Ci vediamo dall’altra parte». Lui e gli altri astronauti, in quella missione, avevano al polso un orologio Omega Speedmaster. Ecco, il primo Omega Dark Side of the Moon nasce nel 2013 per ricordare quell’impresa. Poi – lo sanno tutti – altri Speedmaster avrebbero accompagnato, a luglio del 1969, gli astronauti della successiva missione Apollo 11, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, nel primo allunaggio della storia.

    Alla versione già in commercio Dark Side of the Moon Apollo 8, Omega affianca oggi sette nuove referenze, di cui vi descrivo alcune particolarità.

    Una meccanica esclusiva

    Tutt’e sette i nuovi orologi hanno la cassa in ceramica di 44,25 mm di diametro e, come da tradizione Speedmaster, tutt’e sette sono cronografi. In più sono certificati Master Chronometer e incassano movimenti di manifattura dotati dell’esclusivo scappamento Co-Axial. Ora, i fan di Omega, i lettori più affezionati del Giornale degli Orologi così come i più esperti e informati in orologeria sanno benissimo di cosa sto parlando. Per tutti gli altri credo sia opportuno almeno ricordare in breve di cosa si tratta, rimandando comunque i più interessati a eventuali approfondimenti.

    Lanciato nel 1999, lo scappamento Co-Axial è stato inventato dal maestro orologiaio George Daniels e messo a punto dalla stessa Omega. Ha una costruzione tale da permettere un minor attrito fra i suoi componenti e una minore lubrificazione, che si traducono in una maggiore affidabilità e costanza di marcia. Di conseguenza riduce anche la necessità di eseguire nel tempo interventi di manutenzione. La questione ovviamente è molto complessa di come ve la sto raccotando in queste righe. Per saperne di più, potete andare a leggere la spiegazione scritta in queste pagine da Augusto Veroni.

    La definizione Master Chronometer invece si riferisce a una certificazione di cronometria rilasciata dal Metas (Istituto Federale di Metrologia), che è un ente indipendente – come del resto è indipendente il Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres). Rispetto alla certificazione di cronometro del Cosc, però, si basa su un più rigido protocollo di test, si applica all’intero orologio e non solo al movimento, richiede requisiti più severi e garantisce scarti di minore entità: 0/+5 secondi al giorno (contro i -4/+6 del Cosc). È stata introdotta da Omega nel 2015, dapprima su alcuni esemplari e poi via via su un numero sempre più ampio di orologi con l’obiettivo di raggiungere l’intera produzione.

    Omega Dark Side of the Moon: quattro movimenti di manifattura

    I nuovi Omega Dark Side of the Moon, dicevo, si differenziano fra loro sia per quanto riguarda l’estetica che per la meccanica. Li possiamo suddividere in quattro gruppi: Dark-Dark, Dark-Red, Dark-White e Grey-Grey. Non si tratta di categorie ufficiali, mi raccomando: ma solo di indicazioni utili a riconoscere le sette diverse versioni.

    Dark-Dark. Cominciamo dalla prima variante (che comprende le referenze 310.92.44.51.01.005 e 310.92.44.51.01.003). I due orologi hanno total look nero e sono animati dal calibro Omega 9900 Black Edition, a carica automatica: in cui il nero si ritrova sulle platine, sui ponti, sulla massa oscillante e su tutti gli altri elementi del movimento osservabili attraverso il fondello in vetro zaffiro. Entrambi mostrano due contatori – con i secondi continui a ore 9, mentre quello a ore 3 ha le lancette dei minuti e delle ore cronografiche coassiali – e il datario a ore 6. Si distinguono tra loro per il cinturino in caucciù oppure in tessuto, per essere più precisi in nylon che riveste un interno in caucciù.

    Dark-Red. Passiamo quindi al modello che dispone della lancetta centrale dei secondi cronografici di colore rosso (referenza 310.92.44.51.01.001). Integra il calibro Omega 9908 a carica manuale, anch’esso interamente brunito. Si tratta ancora di un cronografo bicompax, con ore e minuti crono in un unico contatore e i secondi continui nell’altro, tuttavia privo di datario. Ed è disponibile solo con il cinturino in caucciù.

    Dark-White. Altri due esemplari (referenze 310.92.44.51.01.004 e 310.92.44.51.01.002) rappresentano la versione rivisitata dell’Omega Dark Side of the Moon originale. Molto simili ai modelli all black, sono caratterizzati però da indici e lancette in oro bianco che offrono un’ottima visibilità. Montano lo stesso movimento dei precedenti, il calibro Omega 9900 a carica automatica – qui però in versione non annerita -, e riportano quindi ore e minuti crono in un unico contatore, secondi continui e datario. Anch’essi sono corredati di due cinturini, in caucciù o in tessuto.

    Grey-Grey. Gli ultimi due, infine, inaugurano la sotto-collezione Grey Side of the Moon (referenze 310.92.44.50.06.00 e 310.92.44.50.06.001). Sono equipaggiati dal calibro Omega 3869 a carica manuale, senza data, che ricrea sul quadrante la classica configurazione tricompax 3-6-9 – tanto amata dagli appassionati di cronografi -, con ore e minuti crono in due contatori separati e i secondi continui. Anche qui la differenza fra i due esemplari sta nel diverso materiale dei cinturini.

    La ceramica Omega

    Non temete per i tanti numeri: quello che ho appena scritto risulta molto intuitivo se guardate le immagini sopra e leggete le rispettive didascalie. Ci tengo però a sottolineare che tutti i nuovi Omega Dark Side of the Moon presentano un’architettura ridisegnata, dai profili più sottili rispetto ai modelli del passato. Il che è stato possibile anche grazie alle migliorate tecniche di lavorazione della ceramica, che Omega ha affinato in quattro anni di sviluppo.

    In effetti, la maestria con cui la Maison di Biel produce e lavora la ceramica è evidente. Per esempio, il doppio strato (in ceramica, appunto) di cui si compongono i quadranti ripropone il già apprezzato effetto di profondità che si osserva negli altri Speedmaster. Aggiungo poi che le versioni Dark-White utilizzano per la scala tachimetrica della lunetta e per il logo sulla corona il Liquidmetal. Ricordo che è un materiale ceramico speciale contenente zirconio, titanio, rame, nichel e berillio, tre volte più resistente ai colpi e ai graffi dell’acciaio inossidabile.

    La funzione fuso orario

    Se leggete le specifiche dei modelli con movimento Omega 9900, Omega 9900 Total Black e Omega 9908, vi trovate di fronte alla funzione fuso orario. Che può essere, a una prima osservazione, attribuita al contatore a ore 9, con le lancette di ore e minuti crono coassiali. Scambiare quel contatore per un secondo fuso orario è davvero un attimo. In realtà, l’Omega Dark Side of the Moon può mostrare un fuso orario per volta.

    Ma se volate da un capo all’altro del mondo, vi basterà, una volta giunti a destinazione, estrarre la corona in posizione 2 (le posizioni sono in tutto tre), e ruotarla in avanti o indietro per far scattare la lancetta delle ore di un’ora in avanti o di un’ora indietro, senza modificare la posizione dei minuti. Al passaggio, in un verso o nell’altro, delle ore 24, la data avanza oppure indietreggia. Si tratta quindi di una caratteristica aggiuntiva per rendere più facile la vita dei grandi viaggiatori che posseggono un Dark Side of the Moon e altri Omega. L’attenzione al cliente si rivela anche in queste “piccole cose”.

    Omega Dark Side of the Moon: dal contrasto bianco-nero al total black

    Dal punto di vista estetico, la nuova collezione può davvero soddisfare tutti i gusti. Se i modelli con contrasto bianco-nero sono leggibili con ogni tipo di luce, la versione total black però mi ha lasciato un po’ perplesso. La scelta di proporre in nero qualsiasi elemento visibile sul quadrante, dalle lancette agli indici al lay-out, può rendere difficile la consultazione delle informazioni. L’unico aiuto alla leggibilità arriva dalla differente riflessione della luce da parte delle superfici lucide e di quelle opache. La finestrella della data per esempio fa luce su un disco in cui il nero è usato tanto per lo sfondo quanto per i numeri. Se avete qualche problema di presbiopia, l’assoluta mancanza di contrasto potrebbe non fare al vostro caso.

    Opinione personale, s’intende. Il nostro Direttore, Daniela, Fagnola, afferma al contrario di apprezzare le versioni total black, da lei soprannominate Phantom. Sostiene che si tratta di una delle tendenze più affermate nell’orologeria contemporanea. Una tendenza che, in fondo, è figlia del nostro tempo. Proprio perché ormai leggere l’ora al polso è quasi pleonastico, visto che la si ritrova ovunque negli strumenti tecnologici di cui siamo circondati (dallo smartwatch al computer al forno a micronde…), l’orologio assume altre valenze. Per esempio di accessorio che cattura l’attenzione, e in questo senso può anche essere in qualche modo “misterioso”. Fermo restando il suo valore di “status“, di oggetto che trasmette, a chi li sa cogliere, messaggi di cultura, passione, possibilità economiche. Ma non divaghiamo.

    Decisamente più leggibile l’esemplare Dark-Red con lancetta centrale rossa. Che è anche una delle più sottili: 13,02 mm contro i 15,09 mm dei modelli total black e di quelli con contrasto bianco-nero.

    Grey Side of the Moon, le due facce della Luna sullo stesso orologio

    Se parliamo di spessore, che di un orologio determina spesso la vestibilità e la praticità d’uso, a spiccare è la versione Grey Side of the Moon a carica manuale. Con i suoi 12,97 mm surclassa la referenza da 13,02 mm e stacca nettamente i restanti modelli che si attestano sui 15,09 mm di spessore. L’assenza infatti di un rotore di carica, come spesso capita, permette ai progettisti di ridurre lo spessore del calibro e, di conseguenza, quello della cassa destinata a ospitarlo.

    Ma la versione Grey Side of the Moon ha a mio parere un altro plus dalla propria parte. Prende spunto dalla frase pronunciata da Jim Lovell, quando la navicella, dopo aver sorvolato il lato nascosto della Luna, riprese i contatti con la Terra: «The Moon is essentially grey». Ossia «La Luna è essenzialmente grigia». Questo speciale modello esibisce, grazie a precise incisioni laser, entrambe le facce della Luna. La faccia visibile si trova sul quadrante parzialmente scheletrato; quella invisibile su platina e ponti del movimento, ed emerge osservando l’orologio dall’oblò in vetro zaffiro sul fondello. La stessa frase è incisa lungo l’anello in acciaio che incastona il vetro.

    Considerazioni finali e prezzi

    Per riassumere: sulla qualità dei materiali impiegati e sulla maestria di Omega nella lavorazione e finitura degli elementi in ceramica, c’è poco da dire. I nuovi Dark Side of the Moon esaltano entrambi gli aspetti più di quanto facessero i precedenti. Costano più dei Moonwatch, ma hanno un diametro maggiore e vantano lo scappamento Co-Axial e la certificazione Master Chronometer. Premessa indispensabile per introdurre i prezzi. Vale a dire: 15.600 euro per i Dark-White, 15.900 euro per i total black e il Dark-Red, 16.300 euro per le varianti Grey Side of the Moon. Siamo mediamente al doppio di un Moonwatch di base. A decidere se tale prezzo è giustificato o meno sarà lo stesso mercato.                           

  • Oris Big Crown Calibre 113: l’aviatore fra business e colori accesi

    Oris Big Crown Calibre 113: l’aviatore fra business e colori accesi

    Nel novero delle marche indipendenti, Oris è una delle poche che può vantare una storia ultracentenaria. Fondata nel 1904 a Hölstein, comune del Canton Basilea Campagna con meno di 2.500 abitanti, l’azienda svizzera si è sempre distinta per la qualità dei prodotti, per le soluzioni tecniche che hanno fatto breccia nel cuore degli appassionati e per alcune collezioni diventate celebri. Come la Aquis e la Big Crown, appena ampliata con la referenza 01 113 7800 4057-07 8 21 06, presentata ai Geneva Watch Days con il nome di Oris Big Crown Calibre 113.

    Un orologio meccanico, a carica manuale, che non passa certo inosservato. L’abbinamento cromatico audace fra il quadrante verde menta e i contatori rosa acceso nasce con lo scopo di “donare gioia a chi lo indossa”. È la stessa azienda a dirlo. Parole che potrebbero suonare banali ma che, in un momento storico come quello che stiamo attraversando, assumono invece un significato vero e profondo.

    Perché “Big Crown”? E come si è evoluta la collezione

    Big Crown significa letteralmente “Grande corona”. Il riferimento è nturalmente alla corona di carica, che in orologi nati nel 1938 per stare al polso dei primi aviatori, doveva essere gestibile anche con gli ingombranti guanti di pelle dell’epoca. Le dimensioni generose dei numeri arabi, l’abbondante riempimento luminescente delle lancette e, per alcuni modelli “Pointer Date”, la lancetta centrale a freccia della data, sono altri indizi dell’ispirazione aeronautica che ha dato origine alla serie.

    Come spesso capita, però, le collezioni evolvono e si ampliano con modelli che si spingono “oltre”. Senza tradire la propria essenza, aggiungono particolari per soddisfare i gusti della clientela e le esigenze di mercato. Come i colori scelti per il nuovo Oris Big Crown Calibre 113, lontani dalla sobria funzionalità delle origini e coerenti con la tendenza ipercolorata degli ultimi modelli. Ma anche l’adozione del calibro di manifattura Oris 113, di cui vi parlerò nelle prossime righe.   

    L’Oris Big Crown Calibre 113 e il calendario “business”

    Il Calibro 113 non è un movimento nuovo. Come variante del Calibro 110, che nel 2014 ha riportato Oris nel ruolo di vera manifattura, produttrice di movimenti meccanici, esiste da otto anni. Ma dopo essere stato utilizzato in diversi modelli della serie Artelier, per la prima volta è incassato in una referenza della storica collezione Big Crown.

    Più che a ragione, direi io, viste le qualità e la versatilità che è in grado di esprimere. Premesso che, a monte, a rendere possibile l’operazione sono state le dimensioni del movimento (34 x 3,5 mm), quello che ne è venuto fuori è l’Oris Big Crown più “complicato” dell’intero catalogo. E anche il più grande della collezione Big Crown attuale, visto che il diametro della cassa misura 43 mm.

    A un primo sguardo, per come il quadrante è stato concepito, l’Oris Big Crown Calibre 113 sembra un cronografo a due contatori. Un “panda” più eccentrico del solito, per intenderci. E invece, a ben guardare, i due contatori riportano i piccoli secondi a ore 9 e lo speciale indicatore di carica (brevettato) a ore 3. L’orologio di cui vi parlo è infatti un insolito calendario completo, definito da Oris “business”. Perché oltre alla data e al giorno della settimana, entrambi a finestrella, riporta anche il mese e il numero progressivo della settimana (da 1 a 52), lungo il réhaut.

    Queste due informazioni sono indicate da una lancetta centrale con punta a freccia, di colore rosa – come i due “occhi” al centro del quadrante – che compie un giro completo in dodici mesi. Un modo pratico ed efficace per ricordare, a un rapido sguardo, in che periodo dell’anno siamo. Utile per gli uomini d’affari, magari per chi ha a che fare con scadenze produttive o fiscali.

    Una corona per tutto

    A una simile complicazione non fanno seguito corone secondarie né pulsanti correttori. L’Oris Big Crown Calibre 113 si regola, in tutte le funzioni, agendo sulla sola corona di carica. In particolare, in prima posizione la corona serve come di consueto per la ricarica manuale. Estratta allo step successivo, ruotata in senso antiorario permette di correggere la data, in senso orario il giorno della settimana insieme al mese. Mentre in terza posizione blocca la lancetta dei secondi, per una regolazione oraria di precisione.

    Utilizzare solo la corona per agire sulle tante funzioni significa di fatto rendere la vita più semplice a chi indossa l’orologio. Ma è anche una scelta ingegneristica che da un lato dimostra la maturità del movimento, costato alla Manifattura più di quattro anni di ricerca e sviluppo; e dall’altro conferma l’esperienza raggiunta in oltre un secolo da Oris nel settore dell’orologeria meccanica.

    10 giorni di autonomia. Difficile fare meglio

    Al calendario “business”, l’Oris Big Crown Calibre 113 aggiunge la caratteristica che ha reso i calibri della serie 100 autentici punti di riferimento per gli appassionati di orologeria. Sto parlando delle 240 ore di autonomia, in altri termini 10 giorni. Che detta così, può non darvi subito idea del valore… Ma vi assicuro che non doversi preoccupare di ricaricare un orologio a carica manuale per ben 10 giorni, non è affatto cosa da poco. 

    Non sono molti gli orologi sul mercato a vantare un’autonomia così lunga, e nemmeno prossima. Per ottenere un simile risultato, Oris non si è affidata a un doppio bariletto, ciascuno ospitante una molla motrice, ma ne ha mantenuto soltanto uno. Di misura extralarge, sia chiaro – se ne osserva il coperchio attraverso il fondello in vetro zaffiro – e dotato di una molla di carica particolarmente lunga.

    Restando in tema, un’altra particolarità del Calibro 113 è il brevetto che ne accompagna l’indicatore dell’autonomia posto a ore 3, di forma circolare. La distanza fra le tacche dei giorni di carica residua cresce man mano che questa diminuisce. Ed è il motivo per cui Oris definisce l’indicatore “non lineare” e ne sottolinea l’efficacia: l’utente ha bisogno di sapere con precisione quanto tempo gli resta prima che l’orologio si scarichi del tutto.       

    Un’estetica peculiare

    Assodato il valore del Calibro 113, non si può che passare all’impatto estetico suscitato dall’orologio. C’è davvero poco da dire. Se vi piacciono i toni pastello e i contrasti forti, anche in virtù della scelta di abbinare un bracciale in acciaio, questa è la referenza che fa per voi. Con un formato XL è chiaro che l’Oris Big Crown Calibre 113 si rivolge a un pubblico maschile. Ma, visto l’apprezzamento dimostrato da quello femminile per gli orologi dai colori accesi e dalle dimensioni generose, è probabile che piaccia anche alle donne. Con effetti, in termini di vendite, che potrebbero sorprendere anche la stessa Oris.    

    Se dovessi muovere una critica ai designer Oris che si sono occupati del calendario, direi che data e giorno della settimana sarebbero stati più leggibili in nero su sfondo bianco. Che avrebbe fatto anche pendant con gli indici a bastone delle ore. Averli resi con scritte bianche su sfondo verde menta – lo stesso che rende invece originale e riconoscibilissimo il quadrante – li fa quasi scomparire. Parere personale, sia chiaro. Tant’è che i miei colleghi della redazione qui al Giornale degli Orologi non sono affatto d’accordo con me. Per esempio il Direttore pensa che “mimetizzare” nel quadrante queste informazioni sia stata una scelta di armonia, un segno di accuratezza progettuale e di attenzione ai dettagli. De gustibus…

    Considerazioni e prezzo

    Per un orologio così ben fatto, con un movimento tanto rodato quanto apprezzato, di sicuro ci si aspetta di pagare un prezzo non popolare. L’Oris Big Crown Calibre 113 costa infatti 6.350 euro, non eccessivo se si pensa a quanto possano costare al giorno d’oggi orologi complicati con movimenti prodotti in-house. Si attesta comunque nella parte alta del listino del Brand, la stessa nella quale si collocavano gli Artelier dotati del Calibro 113. Con la differenza che il nuovo Big Crown si esalta dal punto di vista cromatico ed estetico. Non è certo un caso che la disponibilità dell’orologio sull’e-commerce del marchio sia momentaneamente esaurita…

  • Defy Extreme Diver e Revival, i subacquei “shadow” di Zenith

    Defy Extreme Diver e Revival, i subacquei “shadow” di Zenith

    La collezione Defy (letteralmente “sfida”) è una delle più ampie dell’intero catalogo Zenith. Un insieme di orologi che traina il marchio facendogli strada in un mercato non facile – quello degli orologi sportivi -, in cui i grandi nomi (e sapete a chi mi riferisco) la fanno da padrone. Come confermato in un’intervista rilasciata da Julian Tornare, ex Ceo di Zenith, i modelli Defy – dal 2017, anno in cui la collezione è stata riportata in vita – sanno perfettamente come farsi valere. Lo si capisce dalla varietà delle referenze, dalle complicazioni presenti, tourbillon compresi, dalle funzionalità pensate per intercettare un’ampia platea di appassionati. Gli orologi al centro di questo articolo, lo Zenith Defy Extreme Diver e lo Zenith Defy Revival Diver, non fanno eccezione.

    I precedenti e l’antenato

    I due nuovi Zenith abbinano a un design storico, già sperimentato dalla Marca di Le Locle, prestazioni subacquee da primato, oltre a un particolare colore acceso che li rende riconoscibili da lontano. Riprendono infatti quasi in tutto i modelli omonimi del 2024, nati dalla rivisitazione di uno degli orologi subacquei vintage più desiderati della Casa di Le Locle: il Defy Diver A3648 del 1969.

    Noto anche come Defy Plongeur, aveva caratteristiche costruttive peculiari dovute all’impermeabilità, che raggiungeva le 60 atmosfere, incredibile per l’epoca. La cassa ottagonale, con la corona a vite al 4, era dotata di un vetro minerale bombato e spesso 3 mm, con una speciale ghiera di bloccaggio che non solo garantiva un’efficace tenuta stagna ma soprattutto lo manteneva in sede nelle fasi di risalita. Un sistema antiurto (brevettato nel ’70) teneva sospeso l’intero movimento con una boccola in gomma. Completava il tutto un bracciale Guy Frères, oggi particolarmente ricercato dai collezionisti.

    Un nuovo abbinamento fra titanio microsabbiato e giallo

    Rispetto agli omonimi esemplari lanciati lo scorso anno, però, i nuovi Defy Extreme Diver e Revival presentano sostanziali differenze. Innanzitutto il materiale: perché sostituiscono l’acciaio della cassa e del bracciale con il titanio microsabbiato. L’aspetto più “cupo” che ne deriva – il titanio è infatti più scuro dell’acciaio inossidabile – li rende fascinosi e “ombrosi”, tanto da spingere Zenith a definire le due new entry shadow (ombra).

    Le nuove referenze (la 97.9600.3620/21.I300 per il Defy Extreme Diver, la 97.A3648.670/21.M3648 per il Revival) sono poi caratterizzate da una tonalità di giallo molto viva. Che per il primo si limita al solo réhaut della minuteria; per il secondo si estende all’inserto in vetro zaffiro della lunetta e alle tre lancette. In entrambi i casi, la luminescenza è affidata a un generoso trattamento con Super-LumiNova bianco (perlopiù a emissione verde).

    Come’è evidente dal nome, si tratta di due subacquei professionali con tanto di valvola di decompressione ad azionamento automatico. Testati anch’essi per resistere a una pressione dell’acqua di 60 atmosfere, quindi per inabissarsi teoricamente fino a profondità estreme, vantano indici e lancette di dimensioni generose, necessarie a rendere i tempi di immersione leggibili anche in condizioni di luce scarsa o assente.

    Nonostante l’elevato livello di impermeabilità, le capacità costruttive dei maestri orologiai Zenith hanno permesso di utilizzare su tutt’e due gli orologi il fondello a vista. Una scelta non casuale, ma dettata dalla volontà di mostrare la bellezza dei calibri di manifattura che danno loro vita: l’El Primero 3620 per il Defy Extreme Diver; l’Elite 670 per il Defy Revival Diver. Se lascio il compito di descrivere le forme geometriche, le lunette girevoli unidirezionali, i bracciali integrati e i due cinturini in dotazione alle didascalie che trovate sopra, dei due movimenti vorrei dirvi invece qualcosa nel paragrafo seguente.

    Il movimento leggendario del Defy Extreme Diver

    El Primero 3620. Il mondo dell’orologeria ha già fatto la conoscenza con questo innovativo calibro quando Zenith, a febbraio 2022, ha presentato il Defy Skyline. È quell’orologio, unico al mondo, ad avere un contatore dei decimi di secondo a ore 9. Una piccola lancetta che compie un giro completo in appena 10 secondi e dimostra le prestazioni di un calibro a 5 Hz, cioè con una frequenza di 36.000 alternanze l’ora.

    Nello Zenith Defy Extreme Diver, a far compagnia alle lancette di ore e minuti e al datario, c’è però una più “classica” sfera dei secondi centrali che sfrutta quei 5 Hz per avanzare con una fluidità impressionante. Se la guardassimo al rallentatore, la vedremmo scattare infatti 10 volte ogni secondo. Un bell’effetto, ve lo assicuro, anche nella cassa da 42,5 mm.

    Più d’uno di voi a questo punto si starà chiedendo come mai un “El Primero a tre sole lancette”. Domanda più che lecita, visto che il calibro El Primero nasce nel 1969 come cronografo e tale resta fino ai nostri giorni. Non un cronografo qualsiasi, ci tengo a sottolinearlo, ma una vera e propria leggenda: che nei decenni successivi ha animato non solo orologi a marchio Zenith, ma anche di altre case blasonate.

    La risposta la trovate proprio nell’articolo di Davide citato sopra, in cui potete leggere delle modifiche apportate all’El Primero per dar vita al Defy Skyline. E, ancora prima – nel 2012 -, un altro El Primero “semplificato”, ad alta frequenza e con secondi centrali, era apparso alla collezione un po’ meno fortunata Zenith Espada.

    Guardate le immagini sopra e lasciatevi ammaliare dai tanti dettagli qualificanti. Come la massa oscillante a forma di stella con finiture satinate, simbolo di Zenith, che assicura al Defy Extreme Diver un’autonomia di circa 60 ore.

    Il calibro Elite dello Zenith Defy Revival Diver

    Altro valore storico ha il più semplice movimento Elite 670 incassato dallo Zenith Defy Revival Diver. Nasce in prima versione nel 1994 e, sulla scia del successo commerciale ottenuto a livello mondiale dell’El Primero, migliora di variante in variante fino a dar vita all’omonima collezione Zenith tuttora in catalogo. Montato nella cassa di dimensioni più contenute (37 mm di diametro), garantisce un’autonomia di 50 ore e altrettanta bellezza da ammirare attraverso l’oblò in vetro zaffiro sul fondello.

    Qui la stella di Zenith è più piccola ma ugualmente visibile sul rotore di carica, decorato da un motivo a Côtes de Genève, dalla scritta che ne identifica il calibro, “Zenith Elite” per l’appunto, e quella che ricorda la produzione in-house (“Manufacture Le Locle”). Non ha la stessa frequenza del più famoso El Primero, ma si difende bene con i 4 Hz delle sue 28.800 alternanze orarie. Sul quadrante riporta la data a finestrella, che potrebbe dividere il pubblico fra favorevoli e detrattori. E, allineata ad essa, la corona a vite posta a ore 4:30, che piace parecchio agli appassionati, soprattutto ai nostalgici del design d’epoca.

    La valvola di decompressione

    Per ottenere prestazioni da subacquei professionali, gli orologi devono integrare anche una valvola di decompressione che permette di effettuare immersioni in saturazione, ossia prolungate e a notevoli profondità. Necessaria perché i sub, a profondità superiori a quelle amatoriali (sotto i 30 metri), respirano una miscela di ossigeno ed elio (heliox o trimix) per evitare la cosiddetta narcosi da azoto.

    A ogni espirazione, il boccaglio emette molecole di anidride carbonica e altre di elio: le quali, più piccole delle prime, possono penetrare nella cassa dell’orologio superando le guarnizioni e la corona a vite che lo rendono impermeabile. In fase di risalita e decompressione subaerea, le particelle di elio, al pari di quelle di ossigeno contenute nel sangue, tendono a ingrandirsi e generano così pressioni anomale nella cassa. In casi estremi arrivano addirittura a far “saltare” il vetro sopra il quadrante come un tappo di champagne.

    Per scongiurare questo pericolo è quindi necessario ristabilire lentamente l’equilibrio tra la pressione interna e quella esterna della cassa. La valvola è un semplice dispositivo meccanico che permette automaticamente all’elio di defluire all’esterno senza provocare danni. I due Defy Extreme Diver e Revival ne sono necessariamente dotati – come tutti gli esemplari subacquei professionali, predisposti per immersioni estreme.

    Considerazioni e prezzi

    La presenza nei due modelli del calibro di manifattura, della cassa in titanio microsabbiato (che giustifica il rincaro rispetto alle versioni in acciaio) e le elevate prestazioni sono elementi da tenere in giusta considerazione. Perché giustificano i prezzi non proprio alla portata di tutti. Sono infatti necessari 13.200 euro per portarsi a casa il Defy Extreme Diver e 8.800 per il Defy Revival Diver. Entrambi devono piacere, sia chiaro, ma chi acquista l’uno o l’altro si regala un orologio di indiscutibile pregio. E prestigio.

  • Richard Mille RM 33-03, l’evoluzione del “tondo”

    Richard Mille RM 33-03, l’evoluzione del “tondo”

    Lo so: quando si parla di Richard Mille, la mente va a quegli orologi “di forma” dal look un po’ stravagante, spesso e volentieri al polso di sportivi famosi e ricchissimi. È innegabile. La Marca di Les Breuleux, piccolo comune svizzero del Canton Giura, si distingue sin dagli esordi – correva l’anno 2001 – per la cassa tonneau, oltre che per i materiali fuori dall’ordinario, leggeri, anzi leggerissimi, ma resistenti, molto resistenti. Qui però voglio parlarvi di un orologio esteticamente diverso, anzi di due nuovi orologi che differiscono tra loro solo per il materiale di cui si compone la cassa rotonda da 41,7 mm. Ebbene sì, avete capito bene: i nuovi Richard Mille RM 33-03, nelle varianti Titanio grado 5 e Carbon Tpt, sono proprio tondi.

    I precedenti

    Del resto, come ben sanno gli estimatori del Brand, non è la prima volta che vediamo un Richard Mille non “di forma”. Negli scorsi 24 anni, il catalogo ha accolto più di un orologio rotondo. Vado a memoria, ma ne ricordo alcuni: l’RM 025 Tourbillon Chronograph del 2009, il primo in assoluto. Il mitico subacqueo RM 28 del 2012 dedicato a Les Voiles de St. Barth. L’RM 39-01 Aviation del 2013, un cronografo flyback dall’ispirazione dichiarata nel nome. L’RM 60-01 del 2014, un altro cronografo flyback con funzione regata, e per questo tornato nel 2021 per la manifestazione velica nei Caraibi. O ancora il più recente RM 032 nella versione “definitiva”.

    Nel frattempo, nel 2011, uscì anche l’RM 033: un automatico extrapiatto che – fra la cassa in titanio e il movimento sottile 2,6 mm, con ponti e platina sempre in titanio – al polso risultava quasi impercettibile. Con il senno di poi, una creazione coerente con la ricerca di Richard Mille improntata alla leggerezza e alla resistenza – come scrivevo sopra. Non sono poche infatti le referenze del Marchio che messe sulla bilancia, cinturino compreso, spostano l’ago non oltre i 20 grammi. Pesi irrisori cui si contrappongono resistenze meccaniche e ai graffi da film di fantascienza.

    La vocazione del Richard Mille RM 33-03

    Tant’è che, nel 2019, l’extrapiatto conobbe un’evoluzione nell’RM 33-02, il primo Richard Mille rotondo con la cassa in Carbon Tpt. Un modello estremamente versatile, capace di combinare le caratteristiche di un esemplare sportivo con l’eleganza di un esemplare rotondo, sottolineata dalla carrure in oro rosso. Ed è proprio dall’RM 33-02 che prende ispirazione il nuovo RM 33-03, di cui è l’immediato sviluppo. Come quello non ha un carattere spiccatamente tecnico-sportivo. Ha un’impermeabilità che si ferma a 3 bar, quanto basta per impedire a polvere e umidità di penetrare nella cassa e per lavarsi le mani in sicurezza.

    Come il suo diretto predecessore, il Richard Mille RM 33-03 è pensato per accompagnarci nella vita di ogni giorno. Lo indossi al polso e si rivela eclettico, adatto a qualunque outfit – formale o casual – e in qualunque occasione. Quale che sia lo stile di vita che si ritrova a interpretare. Azzarderei dicendo che potrebbe rappresentare, per chi possiede già un tipico tonneau della Casa, il secondo Richard Mille da mettere in collezione. Meno caratteristico solo in apparenza, ma molto più “Richard Mille” di quanto possiate immaginare. E adesso vi spiego perché.

    Lo stile e l’essenza Richard Mille ci sono tutti

    L’impronta Richard Mille nel nuovo RM 33-03 la si ritrova nei materiali utilizzati e nei trattamenti applicati ai vari componenti del movimento e della cassa. La quale, pur essendo circolare se vista dall’alto, inganna l’occhio se osservata di lato. Il particolare design a scalini della carrure, unito alle anse che penetrano la lunetta e al profilo curvilineo, disegnato per aderire perfettamente al polso, la fanno assomigliare a una cassa tonneau più di quanto sembrerebbe. Dalla consueta costruzione tripartita, tiene insieme lunetta, carrure e fondello dalle “classiche” viti in titanio grado 5 con la testa a stella.

    Se nella versione in titanio grado 5, tutt’e tre i componenti sono realizzati in questo speciale materiale, nella variante Carbon Tpt, il materiale composito in fibra di titanio è riservato alla lunetta e al fondello, mentre la carrure è in oro rosso. Una combinazione vincente, ben contrastata e coerente con la parte esterna delle corona, in oro rosso anch’essa. Del titanio grado 5 e del Carbon Tpt abbiamo parlato più volte fra le pagine del nostro giornale. Qui e qui troverete tutte le spiegazioni che vi servono.

    Il calibro RMXP3

    Se nell’aspetto complessivo – e in particolare nell’architettura circolare – il nuovo Richard Mille RM 33-03 ricorda l’RM 33-02, il calibro adottato, l’RMXP3, mostra differenze sostanziali rispetto all’RMXP1 del modello precedente. Ma cominciamo dalla base comune. Come quello si tratta di un movimento scheletrato: una costruzione che regala un effetto visivo di leggerezza ma che, nell’interpretazione data da Richard Mille, conferisce all’orologio anche un senso di modernità ed efficienza.

    Come l’RMXP1, poi, si carica automaticamente grazie all’uso di un micro-rotore decentrato, monoblocco, in platino massiccio. Che, a scapito delle piccole dimensioni, possiede il giusto peso e la giusta inerzia affinché le oscillazioni indotte dalla gravità, a ogni movimento del polso, siano continue ed efficaci. Lasciato a riposo nel cassetto, garantisce infatti un’autonomia di quasi 2 giorni (42 ore). L’integrazione di un microrotore, anziché di una tradizionale e più ingombrante massa oscillante, permette di contenere lo spessore del movimento a 3,28 mm. Il che si ripercuote su quello complessivo della cassa, che si attesta sui 9,7 mm.

    Il calibro RMXP3 vanta però una vera rarità per Richard Mille: il contatore dei piccoli secondi, tradizionalmente posto a ore 6. Un dettaglio non da poco. Trovo che, oltre a valorizzare il quadrante dal punto di vista estetico, gli doni quel dinamismo necessario a farci apprezzare, a ogni sguardo, l’inesorabile trascorrere del tempo. Non solo: un’altra importante aggiunta è il datario. Non un datario qualsiasi, posto com’è in verticale sul quadrante traforato, quasi sospeso accanto al réhaut a ore 5. È infatti uno speciale disco in titanio Pvd nero, con numeri forati (il font è quello tipico del Marchio), che spiccano sullo sfondo bianco. Il netto contrasto fra il nero e il bianco rende ben leggibile la data, il cui scatto è semi-istantaneo. Lascio il compito di descrivere nel dettaglio le altre caratteristiche alle didascalie.

    Considerazioni finali sull’RM 33-03

    Qualunque variante di cassa scegliate del Richard Mille RM 33-03, l’orologio che metterete al polso sarà un concentrato di stile, tradizione e ricerca. Il tutto a un prezzo non esagerato, per i canoni del Brand: 115.000 franchi svizzeri (per la versione in titanio), 145.000 franchi svizzeri (per la versione Carbon Tpt), tasse escluse s’intende. Il notevole incremento di prezzo del secondo sul primo è giustificato dalla maggiore difficoltà costruttiva e dalla generosa presenza di oro rosso. Ribadisco quello che ho scritto sopra: per chi possiede già un Richard Mille con cassa tonneau, l’RM 33-03 è il modo perfetto per dar vita a una collezione di orologi decisamente fuori dall’ordinario.

  • Patek Philippe 5320G-011: il calendario perpetuo compie 100 anni

    Patek Philippe 5320G-011: il calendario perpetuo compie 100 anni

    Il 2025 è un anno importante per Patek Philippe, per tutta l’orologeria e per gli appassionati di orologi. Nel 1925, esattamente un secolo fa, la Maison ginevrina presentava il suo primo orologio da polso con calendario perpetuo, la Referenza 97975. Badate bene all’espressione “da polso”, perché il movimento che quel modello alloggiava era già stato utilizzato e brevettato per un esemplare da donna, un pendente, nel 1898. L’anniversario dei 100 anni è quindi una motivazione più che buona per riproporre alla vostra attenzione il Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo del 2022, che quando uscì andò a sostituire l’omonima referenza presentata nel 2017, con la stessa affissione ma una meccanica aggiornata e un altro colore di quadrante.

    Un ulteriore stimolo a trattarlo giunge proprio dal quadrante color salmone, di cui vi abbiamo parlato in più di una precedente occasione, e oggi ancora assolutamente di tendenza. Una colorazione definita ufficialmente dalla Casa “rosa dorato opalino”. Unita alla sottile cassa monoblocco in oro bianco e al cristallo zaffiro bombato (a box) che ricorda gli orologi con vetro in esalite di una volta, questa cromia esalta l’eleganza del Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo. Un dress watch che, messa da parte ogni retorica, può considerarsi davvero senza tempo. Eterno appunto, come il suo calendario.

    I precedenti del Patek Philippe 5320G-011

    Se si guarda all’estetica del Patek Philippe 5320G-011, in realtà, si colgono una serie di stili e stilemi che appartengono alla tradizione e alla storia della Maison stessa. Un po’ come se Patek Philippe avesse volutamente recuperato – riguardo all’affissione e all’abbigliamento – dettagli tipici del proprio passato e li avesse tra loro miscelati per comporre qualcosa di nuovo.

    A cominciare proprio dalla configurazione, particolarmente leggibile e amata dai collezionisti. Il display infatti si rifà al primo esemplare da polso con calendario perpetuo prodotto in serie dalla Manifattura: la Referenza 1526 del 1942. Realizzata in 210 pezzi, presentava un identico lay-out. Stesse finestrelle affiancate a ore 12, per il giorno della settimana e il mese, stesse fasi di luna a ore 6, coassiali al datario a lancetta.

    Riguardo allo stile del quadrante, invece, diretto predecessore dovrebbe essere un pezzo unico. Un orologio d’ispirazione militare, oggi esposto al Patek Philippe Museum di Ginevra e appartenuto a un Maharaja, che lo indossava – si racconta – durante le partite di polo nell’India coloniale. Ovvero la Referenza 1591 del 1944, con cifre arabe dipinte e lancette azzurrate a siringa, entrambe riempite di materiale luminescente. Questo esclusivo modello in acciaio rimase sconosciuto fino al 1996, quando apparve per la prima volta all’asta. L’ultima volta fu venduto da Christie’s nel 2007 e aggiudicato per oltre due milioni e mezzo di franchi svizzeri.

    Quindi il design della cassa Art Déco, reso unico dalla presenza delle particolari anse “a gradini”. Sottili, eleganti e arcuate, hanno una godronatura che riprende quelle della Referenza 2405. Un semplice esemplare “solo tempo” caratterizzato proprio dalle anse “a griffe” godronate. E datato sempre anni Quaranta, epoca di grande vivacità nella progettazione orologiera.

    Il calibro 26-330 S Q

    Della cura riposta nella realizzazione della cassa e di ogni altro elemento del Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo, preferisco siano le didascalie e le immagini sopra a parlare. Qui voglio spendere qualche parola sul movimento di manifattura, il Calibro 26-330 S Q, con rotore di carica unidirezionale in oro 21 carati, secondi centrali e autonomia di 45 ore circa. Si basa sul calibro 324, cui i tecnici hanno aggiunto un modulo da 1,65 mm che integra il calendario perpetuo attraverso il datario a lancetta, il giorno della settimana e il mese mostrati appunto nelle due finestrelle.

    Anche riguardo alle caratteristiche tecniche del movimento vi rimando alle didascalie. Mi soffermo però su un paio di dettagli qualificanti del Calibro 26-330 S Q, che appartengono alla tecnologia della Casa. Prima di tutto il bilanciere Gyromax®: brevettato da Patek Philippe nel 1949, è un bilanciere a inerzia variabile che permette una regolazione fine grazie alla presenza di cilindretti “tagliati”, fissati un tempo sulla massa anulare e ora sui quattro bracci. Basta ruotare il taglio dei cilindretti verso l’interno o l’esterno del bilanciere stesso per variarne il momento di inerzia. E quindi giocare sull’antipico o sul ritardo.

    L’altro elemento da citare è la spirale Spiromax® in Silinvar, un materiale a base di silicio. Anche questa brevettata, ma in tempi molto più recenti – nel 2006 -, è stata sviluppata dal dipartimento Patek Philippe Advanced Research. Oggi sono in tanti a utilizzare una spirale in silicio, ma vi assicuro che – al momento del lancio – la spirale Spiromax fece scalpore, tanto apparve rivoluzionaria. Risultava del tutto amagnetica, compensava gli sbalzi di temperatura, non aveva bisogno di lubrificazione, era insensibile ai piccoli urti. Per farla breve migliorava notevolmente l’isocronismo del bilanciere.

    Se si guarda il Calibro 26-330 S Q con attenzione attraverso il fondello in vetro zaffiro, il bilanciere Gyromax® con la spirale Spiromax® saltano subito all’occhio. Ma ciò che colpisce è la bellezza, l’armonia del movimento nella sua interezza, sublimato da un livello di finiture al limite della perfezione. Al di là dell’estetica, comunque, la peculiarità della funzione calendario perpetuo merita qualche cenno.

    Cos’è il calendario perpetuo?

    È un complesso meccanismo. Una delle complicazioni più affascinanti che si possano osservare in un orologio meccanico. È anche una delle più costose. Un calendario perpetuo tiene infatti conto dei mesi composti da 28, 29, 30 e 31 giorni e degli anni bisestili – quelli che, ricorrendo con periodicità quadriennale, hanno il mese di febbraio di 29 giorni anziché di 28. Mi spiego meglio.

    Il Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo passa direttamente dal 30 aprile al 1° maggio, dal 30 settembre al 1° ottobre, dal 28 febbraio al 1° marzo. “Sa” cioè da quanti giorni è composto ogni mese dell’anno e adegua gli scatti di data. In un calendario di tipo tradizionale, il cosiddetto calendario completo, la correzione del giorno in funzione del mese, non senza fastidio, spetta invece a voi. Non è finita: sempre il Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo sa se l’anno in corso è bisestile o meno, andando a segnare il giorno 29 dopo il 28 febbraio, per poi passare al 1° marzo.

    Di solito la prima regolazione (dall’acquisto) va eseguita a mano. Ma, dopo aver impostato correttamente il mese, il giorno della settimana e la data, il capolavoro di Patek farà tutto al vostro posto. A patto che resti sempre carico, indicherà correttamente il giorno fino al 28 febbraio del 2100, anno secolare che il calendario gregoriano, a cui noi facciamo riferimento, non considera bisestile. Sì, avete capito perfettamente: oggi comprate il Patek Philippe 5320G-011, ne regolate il calendario e, se sarete attenti a non farne mai arrestare la marcia, non dovrete più toccarlo per i prossimi 75 anni. Voi o chi per voi, magari i vostri eredi.

    Infine, meritano un cenno le piccole finestrelle circolari che si osservano a ore 4:30 e 7:30. Indicano rispettivamente il ciclo degli anni bisestili (con i valori 1, 2, 3 e 4) e l’alternanza giorno/notte, passando dal bianco al blu scuro.

    Il meglio delle fasi lunari

    Potevano nella Manifattura ginevrina fermarsi a questo? Direi proprio di no. Perché, come scrivevo sopra, il Patek Philippe 5320G-011 indica anche le fasi lunari. E non lo fa in maniera basica, ma affidandosi a una soluzione meccanica tanto elegante e sofisticata da permettere al fortunato proprietario di dover correggere lo scarto di un giorno rispetto al ciclo lunare effettivo soltanto ogni 122 anni. Più perpetuo di così…

    Due parole per farvi capire quanto diverso è il dispositivo delle fasi lunari del Patek Philippe 5320G-011. La gran parte degli orologi meccanici dotati di calendario perpetuo accusano lo scarto di un giorno ogni 3 anni. Il miglioramento è reso possibile dall’utilizzo di una ruota a 135 denti, che garantisce una precisione ben maggiore rispetto alla consueta ruota a 59 denti.

    Ora, è difficile che da qui ai prossimi decenni, il vostro Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo non si fermi mai. Dovreste sempre indossarlo o riporlo in una scatola con caricatore integrato. Però, il valore ingegneristico di un calendario perpetuo così concepito resta fuori discussione e giustifica ampiamente il prezzo a cui l’orologio è venduto.

    Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo: conclusioni e prezzo

    Chi desidera un orologio Patek Philippe, per giunta un calendario perpetuo, non fa tanto caso al prezzo. Il Patek Philippe 5320G-011 Calendario Perpetuo va interpretato come il risultato di un secolo esatto di tradizione e ricerca. E in questo senso potrebbe anche costare di più di quanto effettivamente costa: 104.424 euro. Non farebbe una grinza.

    Il Patek Philippe 5320G-011 è un orologio che non lascia nulla al caso, curato in ogni dettaglio interno ed esterno, e può considerarsi a tutti gli effetti un investimento. Il color salmone del quadrante, come anticipato nell’introduzione, si sposerà da qui all’eternità (è proprio il caso di dirlo) con un carattere vintage ed elegante.

    Vi lascerei però con un’ultima riflessione: non tanto sul prezzo in assoluto, quanto sull’incremento che di questo la referenza ha subito dall’anno del lancio, il 2022. Si sa, il prezzo dell’oro è ormai alle stelle, ma se all’uscita il Patek Philippe 5320G-011 costava 84.700 euro, oggi per portarselo a casa occorre spendere 20mila euro in più.

  • Type XX Chronographe 2075: due flyback per i 250 anni di Breguet

    Type XX Chronographe 2075: due flyback per i 250 anni di Breguet

    Il 2025 è un anno di importanti novità per Breguet. È l’anno del 250° anniversario della Casa che – prima a Parigi con il Classique Souscription, poi a Shanghai con il Tradition Seconde Rétrograde 7035 – amplia il catalogo con modelli celebrativi, pensati per ripercorrere le principali tappe della propria storia. Il terzo lancio, quello di giugno, si è tenuto a New York e ha introdotto due varianti del nuovo Breguet Type XX Chronographe 2075 – quinta generazione dell’omonima linea nata nei primi anni ‘50. Entrambi cronografi con funzione flyback, si ispirano fortemente alla collezione del 2023, apportando novità inerenti i materiali impiegati, i calibri e i diametri della cassa. Le due nuove referenze si distinguono nei quadranti, nel contatore dei minuti cronografici posto a ore 3 e, anche se di poco, nel movimento meccanico a carica manuale.

    Breguet e il volo, un rapporto non soltanto commerciale

    Tutt’e due gli orologi sono di chiara ispirazione aeronautica. D’altronde, il legame dell’azienda svizzera con il volo aereo è noto – e non è solo di tipo commerciale. Come Abraham-Louis Breguet ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo delle lancette, suo nipote Louis Charles Breguet (1880/1955) lo ha fatto nel settore dell’aviazione. Ingegnere aeronautico, fondò nel 1911 la Breguet Aviation, azienda dalla quale uscirono biblani e monoplani d’avanguardia: uno dei quali era il Breguet 19, bombardiere da ricognizione utilizzato per voli a lunga distanza.

    Tant’è che due aviatori francesi – Dieudonné Costes e Maurice Bellonte – nel 1930 se ne servirono per attraversare l’Atlantico ed effettuare la tratta Parigi-New York senza scalo. Un’impresa in risposta alla traversata in solitario di Charles Lindbergh di tre anni prima sulla stessa rotta ma in direzione opposta. Tenetelo a mente perché ne riparleremo dopo.

    Per darvi un’idea della capacità produttiva di quell’azienda, sappiate che la Breguet Aviation costruì per l’aviazione francese, durante la Prima Guerra Mondiale, circa 55mila velivoli. E fu per la stessa aviazione che, nei primi anni ’50, Breguet propose i Type XX. I quali, attraverso quattro successive generazioni (gli anni di presentazione sono stati rispettivamente il 1971, il 1995 e il 2023) ci portano ai nostri giorni. E ai due esemplari oggetto di questo articolo, che adesso vi descrivo un po’ più nel dettaglio.

    L’estetica dei Type XX Chronographe 2075

    Il primo dei due nuovi orologi, la referenza 2075BH/99/398, ricorda assai da vicino il Type XX del 1955. Ha il quadrante nero in alluminio anodizzato, o meglio in Duralluminio, una lega di alluminio temprata. Segni particolari: il contatore dei 15 minuti cronografici al 3 più grande di quello dei secondi al 9 e la relativa lancetta a foglia. Personalmente trovo che il quadrante “big-eye” dei 15 minuti con la lancetta dalla forma differente rappresentino elementi estetici molto efficaci.

    Il secondo orologio, la referenza 2075BH/G9/398, è in edizione limitata a 250 esemplari (numerati sulla lunetta posteriore). Esibisce un quadrante in argento spazzolato, con contatori dei piccoli secondi e dei 30 minuti cronografici (anziché 15) simmetrici e di uguali dimensioni. A ore 6 si legge la scritta in corsivo retour en vol che ne sottolinea la funzione specifica, mentre la scala tachimetrica sul réhaut rimanda al calcolo della velocità.

    Tutt’e due gli esemplari vantano cassa, pulsanti, lancette e fibbia ad ardiglione in oro Breguet: una lega d’oro a 18 carati che la Casa de L’Abbaye ha sviluppato apposta per celebrare i 250 anni dalla fondazione. Oltre all’elemento chimico oro, presente per il 75%, l’oro Breguet contiene anche argento, rame e palladio. Ne deriva una lucentezza e una colorazione metallica unica.

    E tutt’e due hanno poi la cassa di 38,5 mm di diametro, a conferma della tendenza degli ultimi tempi a contenerne l’ampiezza. A giovare di questa caratteristica non saranno solo gli uomini dal polso sottile, ma anche quelle signore attratte dai cronografi in stile militare. La corona non è avvitata e questo spiega la limitata impermeabilità all’acqua: 5 bar per tutt’e due i modelli. Per approfondire gli aspetti estetici e costruttivi, vi suggerisco di leggere le didascalie a corredo della galleria di immagini soprastante.

    Il Breguet Type XX Chronographe 2075 e i calibri 7279 e 7278

    E siamo ai due calibri alloggiati all’interno della cassa, il cui spessore è in ambedue i casi di 13,2 mm. I movimenti derivano dal Breguet 728 del 2023 e differiscono fra loro di un solo componente. Il calibro 7279 dell’esemplare con quadrante nero conta 258 componenti, il calibro 7278 di quello con quadrante argento 257. Che evidentemente riguarda il diverso conteggio dei contatore dei minuti crono.

    Nell’aspetto sono pressoché identici: tutt’e due sfoggiano, attraverso il vetro zaffiro sul fondello, decorazioni e incisioni realizzate a mano nei laboratori della Manifattura. Si tratta, per essere precisi, del bombardiere da ricognizione Breguet 19 cui accennavo prima, del percorso di volo seguito nell’andare dall’Europa all’America, e di parte delle coste dei due continenti. In quanto ad artigianalità e capacità creative, Breguet ha ben poco da imparare.

    Come ho già fatto notare nell’introduzione, i due calibri sono a carica manuale: il che, secondo me, ne accresce il fascino. E tutt’e due dispongono della funzione flyback che per un orologio nato per gli aviatori è, anzi era più di mezzo secolo fa, una complicazione irrinunciabile. Basata su una ruota a colonne (visibile osservando il movimento lato fondello), la funzione flyback permette di azzerare il cronografo e farlo ripartire istantaneamente premendo il pulsante a ore 4.

    Una complicazione assai raffinata e di non facile realizzazione, ma di effettiva utilità. Permette, nel caso in cui debbano essere misurati intervalli di tempo parziali in serie, di non fermare, azzerare e far ripartire il cronografo per pressioni successive dei due pulsanti. Chiudo con un riferimento alla (alta) frequenza di funzionamento: 5 Hz, pari a 36.000 alternanze l’ora. Una soluzione tecnica che assicura un movimento estremamente fluido alle lancette dei secondi e una precisione cronografica superiore.

    Conclusioni e prezzi

    Non sappiamo cos’altro ci riserverà il 2025 di Breguet. Finora abbiamo assistito al lancio di modelli di pregio indiscutibile, in grado di coniugare storia, tradizione e capacità di rivisitare entrambe in chiave attuale. I due Breguet Type XX Chronographe 2075, grazie all’uso di materiali “nobili” (l’oro Breguet, l’alluminio e l’argento) e di calibri dotati della complicazione flyback, sono un’ulteriore conferma.

    I prezzi sono quindi allineati al blasone, alla qualità delle lavorazioni artigianali, al prestigio che la collezione Type XX mantiene invariato da 70 anni. Cioè 43.400 euro per il Type XX Chronographe 2075 con quadrante nero; 45.200 euro per il Type XX Chronographe 2075 con quadrante argento. Il lieve incremento di prezzo che si riscontra in quest’ultimo è ampiamente giustificato sia dal diverso materiale del quadrante sia dal valore collezionistico che l’orologio in tiratura limitata può assumere nel tempo.

  • Deep Diver, torna il subacqueo vintage di Girard-Perregaux

    Deep Diver, torna il subacqueo vintage di Girard-Perregaux

    Ci sono case nel mondo delle lancette di cui si parla poco. Lo noto e lo penso ogni volta che scorro i post dei principali forum a tema o pubblicati sui vari gruppi Facebook. Saranno le mode, le campagne di marketing o le strategie di comunicazione, eppure alcuni nomi, che dell’orologeria hanno fatto davvero la storia, restano un po’ in ombra. Girard-Perregaux è uno di questi. E non serve tanto per capire che meriterebbe maggiore attenzione. Basta osservare le collezioni a listino, le complicazioni straordinarie a bordo di alcuni orologi, la qualità dei materiali impiegati, lo stile che certe referenze trasmettono invariato da secoli. Secoli appunto, perché Girard-Perregaux – che dal 1856 ha sede a La Chaux-de-Fonds, culla dell’orologeria elvetica – risale al 1791. Oggi ve ne parlo in occasione dell’ultimo lancio: il subacqueo (sportivo in senso lato) Deep Diver.

    Icone che attraversano il tempo

    Creatura dell’indimenticabile Gino Macaluso fin dai primi anni Novanta, di proprietà del Gruppo SoWind, nel 2008 Girard-Perregaux è acquisita dal colosso parigino del lusso Kering Group. Quindi, nel 2022, viene rilevata dal proprio management (destino che condivide con Ulysse Nardin) e torna essere di nuovo indipendente, a tutti gli effetti. Nelle mani di Patrick Pruniaux rivivono quindi i grandi classici della Casa, opportunamente riaggiornati, ma restando fedeli a sé stessi e all’inconfondibile design che ha segnato l’evoluzione dell’orologeria.

    A cominciare dall’attuale Laureato, uno sportivo la cui origine risale al 1975 (e il nome all’omonimo film con un giovanissimo Dustin Hofmann), che ha sicuramente contribuito a diffondere la notorietà del Brand fra il grande pubblico. Nell’ultimo decennio è stato declinato in un’ampia varietà di referenze anche grazie a partnership di assoluto prestigio, vedi quella con Aston Martin.

    Poi il Casquette 2.0, un elettronico dal design insolito ma fedele alla versione originale del 1976. Ancora, l’evergreen La Esmeralda che dal 1867 stupisce per il tourbillon sotto i tre ponti d’oro (“sous Trois Points d’Or”, oggi in realtà anche in altri materiali), fino all’orologio di cui vi parlo oggi, il Deep Diver. Che, come i precedenti appena citati, riporta in vita un’icona del passato, un pezzo del 1969, rivisitandolo in chiave moderna.

    Girard-Perregaux Deep Diver: solo 350 esemplari

    Il Deep Diver, come le altre referenze della linea Legacy Edition, è in edizione limitata. Gli esemplari sono numerati da 1 a 350 e prodotti per un periodo circoscritto, il che ne accresce l’interesse dei collezionisti. Per quando riguarda il design, si ispira totalmente all’edizione originale – la referenza 9108 -, di cui ripropone la cassa a cuscino (questa volta in titanio) con la lunetta poligonale di 14 lati e l’elevata impermeabilità. Nel caso della nuova versione, la resistenza all’acqua arriva fino a 20 atmosfere.

    Un orologio subacqueo a tutti gli effetti, come il nome suggerisce, che può essere utilizzato anche fuori dall’acqua. Lo testimonia il réhaut girevole azionato dalla corona a ore 2, che in pratica funziona come una lunetta girevole bidirezionale (in grado cioè di ruotare in entrambe le direzioni). Con scala compresa fra 0 e 60, consente, una volta posizionato lo “0” sulla lancetta dei minuti, di misurare il tempo trascorso dall’inizio di qualsiasi evento.

    Governato da una corona a vite, è estremamente sicuro e impedisce qualsiasi manomissione: urti o tocchi involontari dell’orologio non possono infatti variarne la posizione. Per osservare i dettagli del design che caratterizza il quadrante del Deep Diver, vi rimando alle didascalie che accompagnano le immagini in galleria.

    La collaborazione con Bamford Watch Department

    Nell’area centrale del quadrante, a ore 6, sotto l’asse di rotazione delle lancette (ore, minuti e secondi), spicca la scritta “Bamford” di colore arancione. Non la consueta indicazione sul tipo di movimento incassato o il numero di rubini (27, nel caso dell’orologio trattato), ma… appunto… Bamford. Gli appassionati di orologi sanno già di che si tratta: il nome per esteso recita “Bamford Watch Department” ed è un’azienda londinese specializzata in personalizzazioni nel settore orologiero.

    Una realtà piuttosto giovane – l’anno di fondazione è il 2007 – che però vanta collaborazioni di primissimo ordine nell’alto di gamma. Oltre ad aver firmato il design del Deep Diver di Girard-Perregaux, Bamford annovera nel suo curriculum collaborazioni eccellenti, con nomi come Franck Muller, Zenith, Tag Heuer, Chopard o Bremont. Per Girard-Perregaux ha anche firmato la personalizzazione di una referenza della collezione di orologi femminili Cat’s Eye.

    Il Gyromatic del Deep Diver originale…

    Il movimento che anima il Deep Diver di oggi è il calibro di manifattura GP03300, utilizzato dalla Casa anche nei Laureato “solo tempo”. Non è quindi lo stesso del 1969. In quasi 60 anni di storia, d’altronde, le tecnologie costruttive e i materiali si sono evoluti. Eppure quel Gyromatic che pulsava dentro il primo Deep Diver originale, un cenno lo merita.

    In realtà con il termine Gyromatic non si indica un singolo calibro, ma una famiglia di movimenti che Girard-Perregaux ebbe in produzione grosso modo dagli anni ’50 ai ’70, e la cui particolarità era il rotore di carica bidirezionale. Originariamente si trattava di un modulo sviluppato e fabbricato in-house, che era applicato a un calibro a carica manuale di base (A.S, Eta o Peseux). Poi – col tempo – la definizione passò a indicare tutti i movimenti automatici della Maison, anche quelli dalla costruzione integrata.

    In pratica, semplificando al massimo, si trattava di un modulo composto da un rotore e da un sistema di invertitori collegati al bariletto. Un dispositivo composto da una coppia di ruote libere con relativo pignone coassiale. Nel quale, al posto dei consueti cricchetti per la rotazione (efficaci ma delicati), si trovavano dei dischi (“rulli”) di rubino, i cosiddetti Girotroni (Gyrotrons, 7 per ogni ruota). Con la rotazione della massa oscillante in un senso o nell’altro, una ruota o l’altra andava a ingranare con la ruota conduttrice per avvolgere la molla del bariletto.

    Intorno al 1966 il Gyromatic si evolve nell’alta frequenza e acquisisce le 36.000 alternanze l’ora. Un valore che a quei tempi (ma anche oggi) permetteva agli orologi una costanza di marcia a un’affidabilità fuori dal comune. Una frequenza così alta da trasmettere alla lancetta dei secondi quel movimento fluido e continuo apprezzato dai puristi della micro-meccanica. E sono proprio i Gyromatic HF i più ambiti nel mercato del collezionismo.

    Il calibro GP03300 del nuovo Deep Diver

    Ma torniamo al nuovo Deep Diver e alla meccanica che lo anima. Il GP03300 è infatti un calibro progettato e costruito in-house, con un bilanciere che oscilla a 28.800 alternanze/ora (4 Hz per gli amanti della fisica). Nella media invece la riserva di carica, che si attesta sulle 46 ore (poco meno di due giorni). Il Deep Diver vi permette di vedere il movimento attraverso un oblò in vetro zaffiro azzurrato posto sul fondello.

    Non uso a caso i termini “oblò” e “azzurrato”: non aspettatevi infatti il classico e ampio fondello trasparente, con il movimento “a vista”. Girard-Perregaux Deep Diver dà accesso visivo al movimento attraverso un medaglione centrale in vetro zaffiro, blu metallizzato. Non solo, l’emblema del Tridente, delle onde marine e la scritta curva Deep Diver limitano ulteriormente la visuale.

    Pensate che le lavorazioni Côtes de Genève circolari che impreziosiscono la massa oscillante e quelle lineari dei ponti meriterebbero più attenzione? In linea di massima potrei anche essere d’accordo con voi, ma – al di là dei gusti personali – sono obbligato a spiegare che si tratta di questioni di fedeltà storica all’originale.

    Il modello del 1969 aveva infatti il fondello in acciaio pieno, decorato appunto con il Tridente, le onde marine e il lettering del nome. Del resto, in passato, non si usava mostrare il movimento attraverso il fondello, che in genere negli orologi da polso era “chiuso” (se non in casi eccezionali). L’abitudine del fondello trasparente è relativamente recente e – diciamocelo – a volte inutile, se non perfino ridicola. Anche se non è certo questo il caso…

    Prezzo e utilizzo

    Veniamo al prezzo del Girard-Perregaux Deep Diver: 16mila euro, compreso il secondo cinturino in caucciù arancione e fibbia in titanio. Un prezzo simile a quello del Laureato in versione base con bracciale in acciaio, con il quale condivide il calibro, l’estetica sport-chic e la facile vestibilità. Girard-Perregaux ha quindi pensato a un orologio da indossare tutti i giorni e, perché no, anche in situazioni che richiedono un abbigliamento smart-casual.

    Vista infatti la tendenza di abbinare sneakers e abiti formali, non sarà difficile esibire il Girard-Perregaux Deep Diver in ambienti di lavoro che prevedono un dress code curato ma rilassato. Oltretutto i due cinturini in dotazione, intercambiabili – entrambi in caucciù, uno blu e l’altro arancione -, permettono di cambiargli look a piacere. Considerate infine le dimensioni non esagerate della cassa (40,30×38 mm) e la colorazione vivace, l’orologio può ben figurare anche ai polsi femminili.

  • Spirit Zulu Time 1925, i 100 anni di Longines tra i fusi orari

    Spirit Zulu Time 1925, i 100 anni di Longines tra i fusi orari

    Agli inizi del secolo scorso, conoscere l’ora in due diversi fusi orari era un’esigenza esclusiva (o quasi) di piloti e aviatori. Oggi, la domanda “che ore sono a…?” ce la poniamo in tanti e sempre più di frequente. Perché, se è vero che non tutti siamo piloti di professione o per spirito di avventura, siamo però viaggiatori. E, una volta saliti su un aereo, passare da un fuso orario all’altro è facile. Per cui, giunti a destinazione dopo un lungo volo, ci si proietta in un’ora diversa da quella del luogo di partenza. Se poi sbarchiamo ai Caraibi, le ore di differenza sono tante e un orologio GMT può davvero risultare utile. Come il nuovo Longines Spirit Zulu Time 1925, oggetto di questo articolo.

    La collezione Longines Spirit Zulu Time esiste dal 2022, ma la referenza L3.803.5.53.6 appena introdotta, che risponde appunto al nome commerciale Spirit Zulu Time 1925, vuole celebrare il primo orologio da polso con doppio fuso orario della storia. Che, guarda caso, proprio Longines ha sviluppato e prodotto un secolo fa. Correva infatti l’anno 1925 quando, per soddisfare le richieste dei primi piloti, la Casa della Clessidra Alata creava lo Zulu Time, un orologio dallo stile spiccatamente Art Déco, quindi con cassa di forma e seconda lancetta delle ore indipendente da quella principale.

    Perché “Zulu”? Il legame di Longines con il mondo dell’aviazione

    Se vi siete appena imbattuti negli Spirit Zulu Time di Longines, potreste attribuire l’uso del termine Zulu all’omonima, leggendaria tribù. Che esiste davvero, e risponde a un gruppo etnico oggi stanziato nella provincia KwaZulu-Natal del Sudafrica. Vista la distanza che ci separa (per ironia della sorte ci troviamo nello stesso fuso), l’associazione di idee non sarebbe neanche così sbagliata. In realtà, l’uso del termine “Zulu” da parte di Longines ha tutt’altra spiegazione.

    In ambito militare, aeronautico e marittimo, ai nostri giorni Zulu sta per UTC, il Tempo Coordinato Universale istituito nel 1972 e basato sul tempo medio di rotazione della Terra. Mentre in passato si riferiva al Greenwich Mean Time, che fa riferimento al Sole, il cui utilizzo si affermò proprio con l’adozione dei fusi orari, nel 1884. La pronuncia inequivocabile della lettera Z è sinonimo di zero, zero gradi di longitudine, e indica proprio l’orario fissato al meridiano fondamentale (GMT+0) di Greenwich, in Inghilterra. Ecco perché la rappresentazione grafica della lettera Z, sotto forma di bandiera del Codice Nautico Internazionale, è stata adottata già nel 1925, sul quadrante del primo esemplare da polso con secondo fuso orario di cui vi ho parlato poco fa.

    Insomma, anche gli orologi della serie Spirit Zulu Time sottolineano e ricordano il legame consolidato in oltre un secolo fra Longines e l’aviazione. Se vi piacciono gli orologi da pilota e volete conoscere alcune tappe di questo importante legame, potete per esempio leggere l’articolo che abbiamo dedicato al Pilot Majetek Pioneer Edition, sempre di Longines. O andare avanti a scorrere le righe qui di seguito.

    Dal 1925 a oggi fra i cieli del mondo

    Dopo quel 1925, l’evoluzione GMT di Longines passa per il Longines Weems del 1930, che prende nome dall’ufficiale della Marina degli Stati Uniti Philip van Horn Weems. Istruttore e inventore, mise a punto nuovi metodi di navigazione astronomica per determinare la posizione geografica con l’ausilio di un orologio da osservazione, un sestante e le stelle – il celebre Weems Angolo Orario. Con doppie lancette delle ore e minuti e cassa da 47,5 mm, fu progettato per consentire ai piloti in volo di calcolare con precisione la longitudine in tempo reale.

    Continuando a seguire i fili della storia, devo sicuramente citare l’orologio del 1931, da 90,5 mm di diametro, disegnato per il quadro di comando del velivolo che avrebbe consentito a Clyde Pangborn e Hugh Herndon di volare senza scali dal Giappone agli Stati Uniti. Un volo effettuato in buona parte con temperature così basse da far ghiacciare l’acqua nelle borracce, senza però compromettere il corretto funzionamento dell’esemplare di bordo.

    O, ancora, l’orologio da pilota ref. 3775 che per la prima volta integrava nel réhaut una seconda scala graduata delle ore girevole, quindi protetta dal vetro. Una soluzione nuova e innovativa per l’epoca, a firma Longines, che sarebbe stata sviluppata e utilizzata negli anni successivi, oltre che nel Longines Legend Diver, anche da altre case orologiere. Fino a un secondo orologio per cabina di pilotaggio, il Longines Cockpit Clock, da 82,5 mm di diametro, doppie lancette per ore e minuti, lunetta interna girevole e indicatore fluorescente.

    L’essenza del Longines Spirit Zulu Time 1925

    La serie Longines Spirit Zulu Time del 2022, di cui il Longines Spirit Zulu Time 1925 fa parte, è invece dedicata alla britannica Amy Johnson. Allieva di Weems – come il più celebre Charles Lindbergh, del resto -, fu la prima donna ad aver effettuato in solitaria e su 12 tappe, nel 1930, la rotta transcontinentale Croydon-Darwin, dall’Inghilterra all’Australia.

    Per approfondire le caratteristiche tecniche dell’orologio e del movimento – il collaudato Longines L844.4 – vi rimando alle didascalie a corredo della galleria di immagini che trovate sopra. Qui voglio però fornirvi una descrizione sommaria che ne evidenzi le particolarità. Certro, l’estetica è quella dell’ormai nota collezione, con il secondo fuso orario indicato dalla lancetta a punta sulla lunetta bidirezionale girevole. Ma alcuni dettagli mettono in evidenza l’intento celebrativo di questo esemplare del centenario. Prima di tutto i dettagli in oro rosa: la coiffe della lunetta, il profilo delle lancette e dei numeri arabi, e la massa oscillante rivestita in Pvd del movimento.

    A proposito del calibro L844.4, devo sottolineare i 3 giorni di autonomia e la presenza della spirale in silicio, resistente ai campi magnetici. Ma soprattutto il fatto che lo si possa vedere: il fondello infatti è eccezionalmente in vetro zaffiro, fissato alla cassa con sei viti. Eccezionalmente, perché lo Spirit Zulu Time 1925 è l’unico esemplare della collezione a distinguersi per questa soluzione. Tutte le altre referenze sono caratterizzate da un fondello “chiuso” in acciaio opaco, sempre serrato con sei viti, personalizzato dall’incisione della Clessidra Alata sovrapposta al Globo terrestre. Devo menzionare inoltre la certificazione Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres) che accompagna il calibro Longines, a garanzia della costanza di marcia e dell’affidabilità.

    “Che ore sono a…?”

    Ho introdotto l’argomento con la stessa domanda che fa da titolo a questo paragrafo: “Che ore sono a…?”. Oltre a essere forse la più scontata dopo aver perso la concezione del tempo del luogo di partenza, fa anche da claim al nuovo Longines Spirit Zulu Time 1925, il cui lancio è stato affidato a un testimonial di eccezione, nonché Ambasciatore di eleganza della Casa: l’attore britannico Henry Cavill. Noto ai più per aver vestito i panni di Clark Kent nel film del 2013 L’uomo d’acciaio, al secolo Superman, Cavill sostiene l’importanza dell’orologio chiamato a rappresentare non solo per una questione tecnico-costruttiva, ma anche per la capacità intrinseca di connettere.

    «Per me», recita la sua dichiarazione ufficiale, «il Longines Spirit Zulu Time 1925 non significa solo precisione, ma anche connessione». Il concetto, se ci pensate, ha un suo perché ed è riscontrabile nell’esperienza di ogni giorno. «Capita spesso che i nostri cari o i nostri colleghi», continua Cavill, «si trovino dall’altra parte del mondo. Con il mio Spirit Zulu Time 1925, mi basta un’occhiata per ristabilire la connessione con loro». È una questione mentale, lo ribadisco. Sapere infatti che ore sono, là dove vivono i nostri cari, a migliaia di chilometri di distanza, significa immedesimarsi in loro per qualche attimo e immaginarli intenti a svolgere le loro azioni quotidiane. È un modo per sentirsi più vicini. Connessi, appunto.

    Il prezzo del Longines Spirit Zulu Time 1925

    Se volete vestire il vostro polso con il pezzo di storia orologiera e aeronautica di cui vi ho appena parlato, sono necessari 4.550 euro. C’era da aspettarsi un prezzo superiore a quello medio della collezione, vuoi per il significato di cui lo Spirit Zulu Time 1925 si fa carico, vuoi per l’integrazione della coiffe in oro rosa nella lunetta. Ma dovete considerare anche il valore aggiunto dell’oblò in vetro zaffiro sul fondello: il quale, ogni volta che ne avrete voglia, vi permetterà di ammirare come è fatto “dentro” l’orologio. Vi piacerà il contrasto fra il colore argentato di ponti e platina e la tonalità oro rosa della massa oscillante. Che reca inciso, oltre alla scritta “Longines Zulu Time”, un suggestivo planisfero con l’indicazione del meridiano di Greenwich.

  • Riviera Flyback 10828, l’estetica rétro di Baume & Mercier

    Riviera Flyback 10828, l’estetica rétro di Baume & Mercier

    Quando hai in catalogo un orologio che in cinquant’anni di storia ha saputo rinnovarsi ben cinque volte senza mai tradire la propria essenza, puoi e devi introdurre complicazioni sempre più raffinate. Sto parlando di Baume & Mercier e della collezione Riviera, nata nel 1973 dalla matita di Jean-Claude Gueit – designer che ha firmato, fra gli altri, il Polo per Piaget e il Cellini per Rolex. La Maison ginevrina consegnerà nei negozi a giugno prossimo quattro nuovi cronografi Riviera, tutti con cassa da 41 mm, tre dei quali – i più tradizionali – si trovano già in vendita online. Però oggi voglio soffermarmi sulla versione top di gamma, il Riviera Flyback 10828 dotato di calibro cronografico con funzione flyback. Un orologio dal sapore vintage molto accentuato e che, insieme alla variante 10786 del 2023 con calendario perpetuo, eleva il prestigio della Maison e della colllezione Riviera in generale.

    Riviera Flyback 10828, quadrante vintage irresistibile

    Lo so, non dovrei scriverlo: la professione impone imparzialità. Eppure, più guardo il Riviera Flyback 10828, e più mi piace. Trovo che sappia coniugare perfettamente classico e moderno. Il quadrante oro per esempio, e la grafica che sembra realizzata a mano con uno di quei pennini Isograph che usavo ai tempi del liceo per i miei disegni tecnici, gli donano un fascino unico, cui è difficile resistere.

    E lo penso ancor prima di capire cosa sia quell’insieme di numeri, cerchi, tacche e indici – che in un primo momento non ho messo ben a fuoco – e di realizzare che al di sotto c’è un calibro cronografico evoluto. Pensato nella sua funzione quasi un secolo fa, il cronografo con funzione flyback fungeva infatti da strumento prezioso per i primi aviatori. Ma andiamo con ordine.

    Telemetro e tachimetro

    Il Riviera Flyback 10828, oltre a essere un cronografo speciale, esibisce sul quadrante due scale. La prima, sul réhaut, trasforma l’orologio in un telemetro. La seconda, invece, riportata sui tre cerchi concentrici in posizione centrale sul quadrante e intersecante i contatori dei piccoli secondi (a sinistra) e dei minuti cronografici (a destra), lo trasforma in un tachimetro.

    Ma cos’è un telemetro? È un dispositivo che permette di misurare la distanza da un punto in cui si verifica un evento preceduto prima da un segnale visivo, poi da uno acustico. L’esempio più classico? Quello del temporale. Fate partire il cronografo quando vedete il lampo, arrestatelo quando sentite il tuono. La lancetta centrale dei secondi cronografici indica sulla scala del telemetro la distanza che vi separa dal punto in cui imperversa il maltempo. Con il Riviera Flyback 10828 ogni giro completo di 60 secondi equivale a 2 km.

    A cosa serve invece un tachimetro? A misurare la velocità media, espressa in chilometri all’ora, mantenuta su una data distanza di 1 km. In pratica, basta avviare il cronografo quando si parte e arrestarlo dopo aver percorso 1.000 metri. La lancetta centrale dei secondi cronografici segna la velocità media mantenuta. Faccio notare a tal proposito che, coerentemente con l’anima vintage che alloggia nel Riviera Flyback 10828, la scala tachimetrica conduce addirittura al valore minimo di 20 km/h. Sì, perché in passato i mezzi procedevano adagio.

    La funzione flyback…

    Ma veniamo al punto di forza dell’orologio, ossia alla funzione flyback che contraddistingue le funzioni cronografiche. Il significato è presto detto, in tutte le lingue: flyback in inglese, così come la traduzione letterale in francese retour-en-vol, o il nostro “ritorno in volo” in italiano rendono subito l’idea. Il flyback è infatti un cronografo che può essere arrestato, azzerato e riavviato alla pressione di un singolo pulsante. Quindi, in un solo istante. Mi spiego meglio. Premendo il pulsante a ore 2, il cronografo parte. Ora, se vogliamo misurare rapidamente intervalli di tempo che si susseguono senza sosta, basta premere al momento opportuno il pulsante a ore 4 per arrestare, azzerare e far ripartire il cronografo istantaneamente.

    Questa operazione può essere eseguita infinite volte, e serve per compiere una serie di misurazioni che si susseguono in modo repentino. In origine si trattava appunto delle manovre durante le fasi di volo, mentre oggi può essere utile per esempio per prendere i tempi dei giri su pista di un’auto o di una moto. È chiaro che un cronografo flyback può funzionare anche in modo tradizionale, utilizzando il pulsante al 2 per farlo partire e arrestare, quindi il pulsante a ore 4 per riportarlo a zero.  

    … e il movimento La Joux-Perret 8147

    Il movimento cui si affida il Riviera Flyback 10828 è il calibro La Joux-Perret 8147, a carica automatica, frequenza di 4 Hz e la consueta autonomia di 42 ore (un po’ meno di 2 giorni). Non un calibro di manifattura, quindi, ma un meccanismo già ampiamente testato dalla Casa ginevrina, visto che da anni anima i modelli delle collezioni Clifton e Capeland con cronografo flyback.

    Più nel dettaglio, è una rivisitazione in chiave flyback del calibro cronografico Eta 7750 che si ritrova a bordo di una miriade di cronografi di marchi appartenenti al Gruppo Swatch (di cui la stessa Eta fa parte). La Joux-Perret, manifattura con sede a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, è invece sotto l’egida di Citizen Group e come tale può beneficiare del supporto di uno dei più grandi colossi orologieri del Sol Levante.

    Riviera Flyback 10828, il prezzo

    Messo a confronto con gli altri cronografi appena lanciati da Baume & Mercier, il Riviera Flyback 10828 colpisce anche per un altro motivo. Ha un prezzo di listino di 8.200 euro, 4.000 euro in più dei fratelli minori. Stesse dimensioni della cassa, stessa impermeabilità fino a 10 bar, stesso bracciale, ma movimento, quadrante e appeal diversi. Integrare la funzione flyback in un calibro cronografico ha un costo, anche e soprattutto progettuale. Se poi ci aggiungete la tiratura limitata di 73 esemplari, avrete un quadro completo delle caratteristiche dell’orologio. Con questa piccola consapevolezza in mente, preferisco che siate voi, in virtù delle attitudini e dei gusti personali, a trarre le vostre conclusioni.

  • L’Omega Speedmaster e i 60 anni della “qualificazione” Nasa

    L’Omega Speedmaster e i 60 anni della “qualificazione” Nasa

    Gli anniversari rappresentano per il mondo dell’orologeria occasioni straordinarie per riportare alla memoria o celebrare modelli che, in un modo o nell’altro, hanno fatto la storia di un marchio. Nuove complicazioni, materiali inediti, genesi di collezioni divenute iconiche nel tempo sono motivi più che validi per riprendere gli orologi a distanza di decadi, rivisitarli in chiave moderna e proporli agli appassionati. Omega, dobbiamo ammetterlo, vanta primati di prestigio assoluto, molti dei quali legati alla collezione di cronografi a carica manuale Speedmaster.

    Considerata un’icona fuori dal tempo, la serie di Omega Speedmaster ha per esempio prodotto la referenza 105.012-65 che il 20 luglio 1969 ha accompagnato gli astronauti della missione Apollo 11 nel primo allunaggio della storia. Un’impresa memorabile che – come tutti sanno – è valsa allo Speedmaster in questione e ai modelli che ne hanno tratto ispirazione negli anni a venire il nome di Moonwatch (Orologio della Luna). 

    Non tutti sanno però che una precedente referenza della stessa serie (la 105.003) aveva già partecipato a importanti missioni spaziali statunitensi. E che la certificazione con cui la Nasa ha dichiarato quell’esemplare idoneo alla conquista dello spazio risale al 1° marzo 1965. Ecco, in questo 2025 Omega festeggia il 60° anniversario di quello storico traguardo. Di cui, nei paragrafi che seguono, provo a ripercorrere le tappe.

    Un orologio meccanico da affiancare ai misuratori elettronici

    Anno 1963. Si conclude il progetto Mercury, il primo programma spaziale a stelle e strisce ad aver inviato esseri umani in orbita intorno alla Terra. Sette astronauti in tutto, passati alla storia come i “Mercury Seven”, hanno di fatto inaugurato la corsa allo spazio, affidandosi totalmente alle strumentazioni elettroniche dei vari moduli. Strumentazioni tanto avanzate (in relazione ai tempi, s’intende) quanto dipendenti dalla corrente elettrica fornita dagli accumulatori di bordo.
    Ma per le missioni future gli astronauti chiedono di poter affiancare ai misuratori elettronici degli orologi meccanici, il cui funzionamento fosse indipendente dalla corrente elettrica. La richiesta è ufficialmente inoltrata a Donald Kent “Deke” Slayton, Direttore delle Operazioni Nasa per i programmi spaziali Mercury, Gemini e Apollo.

    Anno 1964. Slayton accoglie la richiesta e la inoltra a diverse manifatture orologiere chiedendo l’invio di cronografi meccanici di alta qualità. Questi sarebbero stati sottoposti a rigorosi test interni coordinati dall’ingegnere James Ragan. A spedire i propri campioni ai laboratori Nasa – secondo alcune fonti – sono soltanto quattro marche. Secondo altre sarebbero state dieci.
    Noi del Giornale degli Orologi conosciamo anche una versione inedita alla quale sentiamo però di dar credito. In un’intervista rilasciata dallo stesso Ragan ad Augusto Veroni, di cui qui trovate un estratto, l’ex ingegnere fa riferimento a orologi acquistati da emissari della Nasa in incognito presso diversi rivenditori americani.

    Le prime selezioni. E Omega va avanti

    In un caso o nell’altro, Omega partecipa alla storica selezione. Alcuni orologi sono scartati in partenza, non possedendo i requisiti di base per poter accedere ai test. Ne restano tre: Omega, con lo Speedmaster ref. 105.003, è fra questi. È un cronografo da 39,7 mm di diametro, con indici luminosi in trizio (il Super-LumiNova sarebbe arrivato quasi 35 anni più tardi), scala tachimetrica sulla lunetta, vetro in plexiglas, pulsanti crono di medie dimensioni e assenza di spallette di protezione per la corona.

    Ad animarlo il famoso calibro 321 basato su ruota a colonne. I test hanno inizio. Due degli orologi in prova si fermano già al primo, quello dell’alta temperatura: 70° C per le prime 48 ore, 90° C per i successivi 30 minuti. Deformazione delle lancette e del vetro zaffiro le cause principali del fallimento. L’Omega Speedmaster ne esce indenne e va avanti. 

    L’accelerazione del razzo Saturn V

    Vi lascio immaginare quali e quanti test l’orologio selezionato avrebbe dovuto superare per essere considerato così affidabile da essere incluso fra gli strumenti in dotazione ai piloti. Le missioni non ammettono errori, né possibilità di recupero: un orologio deve funzionare dalla partenza al rientro sulla Terra. Qualsiasi anomalia di marcia o arresto non sarebbero stati in alcun modo rimediabili. Badate bene che un orologio meccanico poteva fare la differenza fra il successo e l’insuccesso di una missione, come qualche anno più tardi avrebbe dimostrato la missione Apollo 13. Anche a tal riguardo vi sveliamo alcune curiosità nella nostra intervista a James Ragan.

    Senza entrare nel merito delle condizioni fisiche e delle continue variazioni di temperatura e pressione cui gli orologi sarebbero stati sottoposti, vi ricordo che le accelerazioni subite dai piloti durante le varie sequenze di lancio sono ai limiti della tolleranza per qualsiasi adulto non opportunamente allenato e formato. Vi do giusto qualche numero.
    Il mitico Saturn V, il razzo che ha portato in orbita il LEM (Lunar Excursion Module, il mezzo che si sarebbe poi posato sulla superficie lunare quella notte di luglio del 1969), nella prima sequenza di lancio aveva il compito di raggiungere un’altitudine di 61 km a una velocità di 8.600 km/h in appena due minuti e mezzo. L’accelerazione necessaria era tale da far raggiungere al Saturn V i 2 km di quota alla velocità di 1.800 km/h.        

    11 test in tutto. L’Omega Speedmaster è l’unico a superarli

    I test riservati agli orologi furono in tutto 11. Quei test, come in più occasioni l’ingegnere Nasa James Ragan ha ricordato, erano gli stessi cui erano sottoposti gli altri strumenti di bordo. «Il fatto che un orologio riuscisse a superare quei test sorprese persino me», ricorda Ragan. «Quello specifico ambiente era stato creato per i dispositivi destinati alle navicelle. Era tutt’altro che facile. Quei test erano i più estremi cui si potesse sottoporre un dispositivo».

    Senza entrare nel merito di ciascuna prova, mi limito a elencarle per tipo. Test alle alte temperature, test alle basse temperature, test sottovuoto, test di umidità, test di corrosione, test di resistenza agli urti, test di accelerazione, test alle basse pressioni, test alle alte pressioni, test di vibrazione e test del suono. Il test di accelerazione, ritenuto cruciale per un orologio che doveva seguire un razzo spaziale nella sua complessa fase di lancio, consisteva nel sottoporre l’orologio a una forza massima di 7,25 G per 5 minuti, per poi incrementarla fino a 16 G, lungo tre assi, per un intervallo di tempo pari a 30 secondi. G è l’accelerazione di gravità, quella subita da qualsiasi corpo in caduta libera in un campo gravitazionale, e assume un valore medio di 9,8 m/s2. Moltiplicando per 16 questo valore, si ottiene l’impressionante accelerazione di 156,8 m/s2.   

    Prima dell’Apollo 11. Le missioni del programma Gemini

    L’unico ad arrivare fino alla fine del percorso segnando sempre l’ora esatta fu l’Omega Speedmaster ST 105.003. La Nasa, quel 1° marzo 1965, era finalmente in possesso dell’orologio che avrebbe preso parte alle successive missioni spaziali con equipaggio.

    Solo dopo tre settimane infatti, l’Omega Speedmaster ST 105.003 avrebbe accompagnato gli astronauti Virgil Ivan “Gus” Grissom e John Young nella missione Gemini 3. Poi, dopo aver beneficiato di alcuni miglioramenti, Edward White nella celebre e fotografata “passeggiata spaziale” del 1965, nella missione Gemini 4. E ancora, nel 1968, nella missione Apollo 8 che per la prima volta svelò all’occhio umano “l’altro lato della Luna”. Per consegnarsi definitivamente alla Storia (quella con la “S” maiuscola), il 20 luglio 1969, con la missione Apollo 11, il primo e memorabile allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. 

    È importante sottolineare che gli esemplari utilizzati in quegli anni oltre i confini terrestri erano gli stessi destinati da Omega alla vendita. Gli stessi cioè che le persone comuni potevano ammirare nelle vetrine dei negozi e comprare. L’unica modifica apportata e richiesta dagli stessi piloti consisteva in un cinturino in Velcro® che permetteva di indossarli sopra la tuta spaziale.        

    Gli Omega Speedmaster Moonwatch oggi

    Faccio una premessa a scanso di equivoci: tutti i Moonwatch sono Speedmaster, ma non tutti gli Speedmaster sono Moonwatch. Questo perché la serie dei cronografi Speedmaster è nata nel 1957 ispirandosi al mondo delle auto da corsa, non all’esplorazione spaziale. La mitica lunetta con scala tachimetrica, pensata per misurare la velocità media di un’auto sulla distanza di 1 km, ne è una diretta testimonianza.

    Gli attuali Omega Speedmaster ’57 (diametro di 40,5 mm) rappresentano infatti l’evoluzione di quei primi modelli. Gli Speedmaster First Omega in Space (diametro di 39,7 mm) si ispirano invece a un esemplare precedente a quello che ha ottenuto la qualificazione Nasa del ’65 e che quest’anno festeggia i 60 anni. Si tratta dell’Omega CK 2998 indossato dall’astronauta Walter Schirra il 3 ottobre 1962 per la missione Sigma 7 del progetto spaziale Mercury. Non un orologio testato in particolari condizioni, ma – stando a quanto tramandato – una scelta personale del pilota.

    Poi ci sono gli Speedmaster Dark Side of the Moon (diametro di 44,24 mm), ispirati agli esemplari utilizzati dagli astronauti dell’Apollo 8 che nel 1968 hanno visto per la prima volta la “faccia nascosta della Luna”. E ancora gli Speedmaster Calibro 321 (diametro di 39,7 mm), che montano un movimento sviluppato a partire da quello in uso fino al 1968. Interamente revisionato, è il risultato di due anni di studi e ricerche nei quali il Marchio ha utilizzato addirittura la Tac per esplorare l’interno dell’ST 105.003 che aveva al polso Eugene “Gene” Cernan durante l’Apollo 17 del 1972.

    E veniamo ai Moonwatch derivati da quello usato per il primo sbarco sulla Luna del 1969, base per i modelli contrassegnati dalla dicitura “Professional”. Hanno tutti la cassa di 42 mm di diamtero, il vetro in esalite (plexiglas) o zaffiro sintetico a seconda delle referenze, calibro Omega 3861 a carica manuale (come l’originale) e sono fatti di vari materiali che spaziano dall’acciaio inossidabile all’oro Sedna o all’oro Canopus. Emblematico il fondello a vite che riporta incise le famose scritte: Flight-Qualified by Nasa in 1965 for all manned space missions. E ancora: The first watch worn on the Moon. Il resto è storia.        

  • Tissot PRC 100 Solar, l’energia sotto il vetro

    Tissot PRC 100 Solar, l’energia sotto il vetro

    Dall’energia del polso a quella del sole. Anzi, per essere più precisi, della luce. Se gli orologi meccanici a carica automatica si ricaricano con il movimento del polso – che fa ruotare una massa oscillante attorno al proprio asse per mettere in tensione la molla nel bariletto -, alcuni orologi al quarzo si ricaricano con la luce, naturale o artificiale che sia. Una vera comodità, non lo si può negare, che permette di dimenticarsi una volta per tutte di sostituire periodicamente la batteria. Fra questi speciali orologi al quarzo rientra il nuovo Tissot PRC 100 Solar. A cui basta l’esposizione alla luce che l’utilizzo quotidiano comporta, per funzionare senza interruzioni lungo l’intero ciclo di vita. E se resta al buio per molto tempo e si scarica, sono sufficienti appena 10 minuti di luce per riacquistare l’autonomia di un giorno. Andiamo per gradi e vediamolo più nel dettaglio.

    Gli orologi “solari” precedenti

    Gli orologi a energia solare, o meglio luminosa, non sono una novità. Benché meno diffusi dei tradizionali “quarzi” con batteria, hanno trovato posto in più occasioni sulle pagine del nostro giornale. Alcune case giapponesi, d’altronde, cavalcano l’onda da anni. E la stessa Tissot non è nuova a questo genere di esemplare.

    Vi ricordate il Tissot T-Touch del 2000? Fu il primo orologio al quarzo con vetro tattile che univa alle lancette analogiche un display a cristalli liquidi monocromatico in grado di visualizzare informazioni aggiuntive quali altitudine, pressione atmosferica, bussola, cronografo. Bene, nel 2014, fu presentato il T-Touch Expert Solar, variante a carica solare di quello che era diventato uno degli orologi elettronici più emblematici della casa di Le Locle. Da allora è rimasto in collezione e tornato poi, in versione evoluta, in tempi più recenti. Ma questo Tissot PRC 100 Solar ha qualcosa in più, a partire dalla tecnologia che lo anima.

    Tissot chiama questa tecnologia, affascinante e al tempo stesso innovativa, Lightmaster Solar. Tra poche righe vedremo di cosa si tratta. Intanto devo spiegare come il Tissot PRC 100 Solar trasformi la luce in energia elettrica. Lo fa seguendo il principio di funzionamento dei comuni pannelli solari che convertono, per effetto fotovoltaico, la luce incidente in elettricità per poi accumularla in una batteria interna ricaricabile. Come tutti gli esemplari a energia luminosa, poi, è in grado di funzionare a pieno regime sia con la luce solare, sia con quella artificiale. Basta che si raggiunga una determinata quantità di lumen.

    L’esclusiva tecnologia Lightmaster Solar

    Ma mentre la gran parte degli orologi alimentati dalla luce è dotata di uno o più micro-pannelli fotovoltaici integrati nel quadrante, la tecnologia Lighmaster Solar si basa su un reticolo a nido d’ape (con maglie esagonali) applicato alla superficie interna del vetro zaffiro. Un reticolo composto da micro-celle solari, messe a punto con anni di ricerca. A trama talmente piccola da risultare quasi invisibile se si osserva l’orologio a occhio nudo, ma abbastanza grande da poter essere efficiente nella produzione dell’energia. Uno speciale conduttore Zebra integrato nella cassa consente quindi il trasferimento dell’energia elettrica prodotta dalle piccole celle fotovoltaiche verso l’accumulatore interno che alimenta il movimento, anche in totale assenza di luce.

    Due parole sulla ricarica. Se si espone il Tissot PRC 100 Solar alla luce per 10 minuti, l’ho già detto, si ottengono 1.440 minuti di autonomia (praticamente 24 ore). E lo stesso vale per un minuto sotto la luce diretta del sole (magari allo Zenith, d’estate), mentre una carica completa assicura 14 mesi di funzionamento. Niente male. Al di là della resa, però, la tecnologia Lighmaster Solar offre un importante vantaggio: poiché le micro-celle sono integrate nel vetro zaffiro, il quadrante può assumere qualsiasi forma, colore e composizione. Il che significa: niente più vincoli per i designer. E addio agli orologi a carica solare tutti uguali e un po’ “tristi”. Anche se in questo caso Tissot si è volutamente limitato alla tradizione, e ha scelto quadranti dalla finitura soleil nei toni del grigio argentato, del blu intenso e del nero. Ulteriori colori arriveranno in futuro.

    Le caratteristiche del Tissot PRC 100 Solar

    È un orologio analogico, dal design pulito, con la cassa in acciaio da 39 millimetri di diametro e di forma dodecagonale, enfatizzata dalla lunetta a 12 lati. Le dimensioni contenute lo rendono adatto tanto ai polsi maschili quanto a quelli femminili, che in tarda primavera potranno giovare anche della versione da 34 mm. La presenza di un movimento al quarzo, nella fattispecie un Eta F06.615, permette inoltre di contenerne lo spessore, limitandolo ad appena 9,2 mm. Nel complesso, il nuovo Tissot PRC 100 Solar è pensato per l’uso quotidiano e disinvolto. Lo dimostrano l’impermeabilità della cassa pari a 10 bar e il rivestimento in Super-Luminova, applicato agli indici a bastone e alle lancette delle ore e dei minuti.

    Riguardo al calibro Eta F06.615, Tissot dichiara ben poco. Con molta probabilità è un’evoluzione dell’Eta F06.115 alimentato da una più comune batteria Renata 371. Per inciso, è opportuno ricordare che Tissot, Eta e Renata Batteries fanno parte del Gruppo Swatch. Un movimento quindi di livello intermedio, a tre lancette centrali (ore, minuti e secondi) più data a finestrella, la cui architettura fonda su 3 rubini. La lancetta dei secondi è saltante, non continua come in altri (a dire il vero pochissimi) e più aggiornati movimenti al quarzo. Quando la batteria è prossima a esaurirsi, il Tissot PRC 100 Solar entra in modalità di risparmio energetico (Eol, End of Life), facendola avanzare di 4 secondi in 4 secondi. È un segnale visivo che suggerisce di esporre l’orologio alla luce per consentirgli di riprendere a scandire il tempo in modo regolare.

    Prezzi e considerazioni finali

    Il Tissot PCR 100 Solar è già disponibile in cinque referenze, i cui prezzi variano in funzione delle finiture e dei materiali: 495 euro per le versioni con cassa e bracciale in acciaio; 445 euro per il modello con cassa in acciaio e cinturino in pelle. Poi, 475 euro per la variante con cassa in Pvd nero e cinturino in pelle; 545 euro per quella interamente in Pvd nero. Valori allineati con la qualità e la praticità di un orologio che, se ben tenuto, non vedrà mai un orologiaio per il cambio batteria. A meno che il proprietario non voglia sostituire il bracciale o il cinturino, s’intende.  

    Devo aggiungere solo una breve riflessione finale. La tecnologia Lightmaster Solar può di sicuro considerarsi un investimento per linee, modelli e soluzioni future. Sono certo che la troveremo a lungo nel catalogo Tissot. Ma, sapendo come vanno le cose in Swatch Group, è estremamente probabile che non resterà per molto appannaggio esclusivo della Casa di Le Locle. Troppo interessante per non far gola ad altri, rientra nella logica dell’economia di scala. Quindi la ritroveremo, magari sotto nomi diversi, anche negli orologi di vari brand del Gruppo in tempi brevi. C’è da scommetterci.  

  • Seamaster Bronze Gold, l’evoluzione dell’Omega “James Bond”

    Seamaster Bronze Gold, l’evoluzione dell’Omega “James Bond”

    La collezione Omega Seamaster Diver 300M si amplia con due nuovi modelli che abbinano il Bronze Gold, un materiale speciale a cui dedico sotto un intero paragrafo, al color borgogna della lunetta in alluminio. Il primo (ref. 210.92.42.20.01.003) unisce alla cassa in Bronze Gold un cinturino in caucciù di colore nero, il secondo (ref. 210.90.42.20.01.003) punta interamente sulla pregiata lega metallica, sia per quanto riguarda la cassa, sia per il bracciale in maglia milanese. Entrambi prendono ispirazione dal famoso Seamaster Diver 300M 007 Edition in titanio del 2020, indossato da Daniel Graig/007 durante le riprese di No Time do Die, 25° film della saga cinematografica legata a James Bond, l’agente segreto più famoso del cinema.  

    I precedenti   

    Un esemplare, quest’ultimo, che negli ultimi tempi ha dato vita ad almeno due versioni degne di nota, attualmente in catalogo. In primis il Seamaster Diver 300M in acciaio. Avvistato in anteprima al polso dello stesso attore britannico la scorsa estate, durante le Olimpiadi di Parigi, ha suscitato scalpore fra gli appassionati del Brand, che si sono calmati solo con il lancio ufficiale dell’orologio, in autunno. O, meglio, degli orologi, quattro in tutto (li vedete nella gallery in alto), con la cassa di 42 mm dal vetro zaffiro a box. Maggiore apprezzamento sembra aver avuto la referenza più marcatamente vintage: con il quadrante e l’inserto della lunetta realizzati in alluminio anodizzato nero, e il bracciale in maglia milanese. Proprio come quello di James Bond.

    Un’altra variazione sul tema è poi uscita in dicembre. In questo caso la gamma del Seamaster Diver 300M è stata arricchita da un esemplare dal look verde con dettagli color oro. Stessa cassa in titanio grado 2 spazzolato, stesso diametro da 42 mm, stesso vetro zaffiro a box del James Bond. Cambia però la lunetta, che è in Bronze Gold, anche se mantiene l’inserto in alluminio anodizzato. Sempre in alluminio anodizzato anche il quadrante, mentre la corona e la valvola di decompressione sono in Bronze Gold, riportato in Pdv anche su lancette e indici applicati. Due le opzioni per allacciarlo al polso: bracciale in maglia milanese o cinturino in caucciù. Vi rimando al sito ufficiale di Omega per conoscere i prezzi e soprattutto vedere l’intera collezione, per cogliere a colpo d’occhio le differenze fra i tanti modelli.

    Affinità

    Anche i due nuovi Omega Seamaster Diver 300M Bronze Gold ripropongono i tratti salienti dell’originale di James Bond cui si ispirano. Per esempio, la vocazione alle immersioni – tratto storicamente distintivo della linea – è confermata dall’impermeabilità fino a 30 bar (come si evince dal nome) e dalla valvola di decompressione, posta a ore 10 e ad azionamento manuale.
    Il materiale luminescente che riveste gli indici applicati, le tre lancette, nonché gli elementi grafici della lunetta, è riproposto ancora nel suggestivo color sabbia dall’effetto vintage. Che, in condizioni di scarsa luminosità ambientale, si “accende” di azzurro per consentire una facile lettura dell’ora e dei tempi di immersione. La lancetta dei minuti invece ha un’emissione verde.

    Rimane immutato anche il materiale del quadrante e della lunetta: l’alluminio anodizzato. Nero sabbiato per il quadrante, un bel borgogna – il bordeaux tipico dei vini dell’omonima regione francese – per l’inserto della lunetta. Si tratta, per essere precisi, di un processo di anodizzazione che utilizza come elettrolita l’acido ossalico. Meno diffuso del metodo che si serve di acido solforico, è stato brevettato in Giappone nel 1923 e ampiamente adottato in Germania, soprattutto nelle applicazioni architettoniche. Ricordo che l’anodizzazione offre molteplici vantaggi: crea uno strato notevolmente più sottile rispetto alla vernice o alla polvere, ma estremamente persistente e duro, resistente all’abrasione, all’usura, ai graffi e alla corrosione. Oltretutto non sbiadisce nemmeno in tempi lunghi.

    Il calibro 8806 montato nel Seamaster Bronze Gold

    Il movimento, di manifattura, è il noto Calibro 8806, derivato dall’8800 del 1999 e caratterizzato, come quest’ultimo, dall’implementazione di uno scappamento coassiale (Co-Axial), messo a punto dalla stessa Omega. Più nel dettaglio, il calibro 8806 si distingue dall’8800 per l’assenza della data. Ed è uno dei più affidabili e di pregio nella sua fascia di prezzo, non solo per l’uso dello scappamento Co-Axial in luogo del più diffuso scappamento ad àncora svizzera, ma anche per le finiture che lo impreziosiscono, in molti punti realizzate a mano. Lo si capisce non appena lo si osserva attraverso il fondello in vetro zaffiro. Le lavorazioni artigianali eseguite sulla platina e sulla massa oscillante (ad azione di carica bidirezionale) e le viti brunite ne sono un chiaro indizio.

    Senza entrare nel merito delle peculiarità costruttive, è bene ricordare che lo scappamento Co-Axial è stato sviluppato da Omega per garantire ai propri orologi una maggiore precisione e una migliore resistenza meccanica. Lo scappamento ad àncora svizzera comporta infatti una maggiore quantità di attriti fra gli elementi che lo compongono (ruota, ancora, ponte e plateau), favorendone l’usura e richiedendo interventi di lubrificazione più frequenti. Lo scappamento coassiale invece, benché più complesso dal punto di vista strutturale, riduce gli attriti in favore della costanza di marcia e della minore usura meccanica.

    Se ciò non bastasse, aggiungo che il calibro Omega 8806 sfrutta un bilanciere a inerzia variabile con spirale in silicio, resistente ai campi magnetici, ed è certificato Master Chronometer dall’Istituto Federale Svizzero di Metrologia (Metas). Una certificazione che riguarda l’impermeabilità, le prestazioni cronometriche, l’autonomia (55 ore nel caso dell’Omega Seamaster Diver 300M) e l’antimagnetismo.              

    Il Bronze Gold di Omega

    A scanso di equivoci, faccio una precisazione: il Bronze Gold di cui Omega fa ampio uso con i nuovi Omega Seamaster Diver 300M non è uno speciale tipo di oro color bronzo. Al contrario, è una variante di bronzo color oro. Lo sottolineo perché qualora foste attratti dalla referenza in Bronze Gold totale (la 210.90.42.20.01.003), vi trovereste di fronte a un modello con cassa e bracciale in bronzo. Un bronzo speciale, sì, che contiene oro in piccola percentuale, ma pur sempre un bronzo. Mi spiego meglio.

    Il bronzo altro non è se non una lega metallica ottenuta mettendo insieme e fondendo rame e stagno. Quest’ultimo, in percentuale che di solito non supera il 9%. Ai due componenti principali se ne aggiunge spesso un terzo (e anche un quarto se serve), in proporzioni variabili per ottenere leghe che soddisfino determinate proprietà chimico-fisiche. Nel caso di Omega e del Bronze Gold, i componenti che si aggiungono al rame e allo stagno sono l’oro 9K (9 carati), il palladio e l’argento. L’oro 9K, a sua volta, è una lega di oro e argento, in cui il metallo nobile per eccellenza rappresenta il 37,5% del totale.

    Ne deriva una lega metallica ricercata, che risponde ai requisiti di resistenza alla corrosione e di durata nel tempo. Il Bronze Gold infatti, anche se indossato ogni giorno, non risente dell’effetto ossidante dell’ambiente (che spesso nel bronzo si manifesta con patine di colore verdastro), mantenendo invariato il colore nel tempo. Un materiale, quindi, fuori dall’ordinario, messo a punto negli anni dal team di ricerca e sviluppo di casa Omega. E come tale, anche abbastanza costoso. Tanto più se si considera che viene finemente lavorato per dar vita a un bracciale in maglia milanese.

    Considerazioni e prezzi

    La serie Omega Seamaster Diver 300M è fra le più apprezzate sul panorama degli orologi subacquei di alta orologeria. L’ampia varietà di materiali e colori che si ritrovano in collezione (al momento in cui scrivo conta quasi 60 referenze) permette a chiunque di individuare la propria combinazione preferita. L’abbinamento del Bronze Gold con il quadrante nero e la lunetta borgogna a mio avviso è particolarmente azzeccato. Il contrasto cromatico si accentua ancora di più nel modello con cinturino nero in caucciù. I prezzi sono quelli a cui Omega ci ha ormai abituati: 15.600 euro per la referenza col cinturino; 31.200 euro per quella col bracciale.

  • Rado Anatom o l’esaltazione della ceramica

    Rado Anatom o l’esaltazione della ceramica

    Ci sono case orologiere che hanno legato la propria storia a particolari soluzioni stilistiche. Altre che stupiscono per la capacità di applicare tecnologie innovative ai movimenti o ai vari dispositivi meccanici. Altre ancora, come Rado, che dal momento della loro fondazione (o quasi) concentrano i propri sforzi nello sviluppo e utilizzo di materiali speciali. Non è un caso che il pay-off dell’azienda reciti proprio “Master of Materials”. Una filosofia aziendale che si riflette nella realizzazione di habillage fuori dall’ordinario, tali da rendere gli orologi che ne derivano, oltre che resistenti, veri e propri oggetti del desiderio. Con il nuovo Rado Anatom la cosa si ripete. Lo confermano l’utilizzo di una speciale ceramica al posto dell’acciaio, in quasi tutte le componenti esterne dell’orologio, e di un vetro zaffiro bombato e smussato su tutti i lati che ricopre anche la lunetta.

    Le tappe del Rado Anatom dal 1983 a oggi

    Prima di descrivervi le nuove referenze del Rado Anatom, vorrei fare un passo indietro fino al 1983. Fu quello l’anno in cui apparve il primo esemplare dell’omonima collezione. In verità, il nome identificava un modello speciale della serie Diastar, già nota e apprezzata dal grande pubblico. Il termine Anatom stava a indicare il “carattere anatomico” dell’orologio: per l’ergonomia, per l’ottima vestibilità, per la capacità di fondersi a livello visivo con il polso, quasi fosse un tutt’uno.

    Lo testimoniava il vetro in zaffiro sintetico di forma convessa, voluta per seguire appunto la silhouette del polso. Vetro che si abbinava a cassa e bracciale in acciaio e carburo di tungsteno, materiale proveniente dalla già incessante ricerca Rado. Da tempo, la Maison svizzera inseguiva il sogno di un orologio lifeproof, resistente all’uso quotidiano, agli urti o ai graffi, e che potesse sembrare nuovo e lucente anche dopo anni di utilizzo. Per limitare lo spessore della cassa (la cui larghezza era di 28 mm, contro gli attuali 32,5 mm) e per seguire il trend dell’epoca, l’orologio adottò un movimento al quarzo.

    Quarant’anni dopo – e siamo nel 2023 – la Casa di Lengnau aveva fra le mani gli strumenti adatti a riproporre l’Anatom in chiave attuale. La ceramica hi-tech sostituiva l’acciaio, mentre il movimento al quarzo lasciava spazio al calibro meccanico a carica automatica R766.
    Proposto in tre referenze (tuttora in catalogo), con quadranti sfumati blu, verde e cognac, il modello del 2023 ha rappresentato il passaggio al nuovo Rado Anatom realizzato interamente in ceramica, oggetto di questo articolo. Un orologio che continua a eccellere in design, resistenza e vestibilità, e che si presta perfettamente sia al polso maschile, sia a quello femminile.

    Rado Anatom in sintesi

    Il Rado Anatom di oggi ripropone le stesse linee, le stesse dimensioni e lo stesso movimento meccanico della versione 2023. Si differenzia però per il bel bracciale rastremato in ceramica hi-tech (che sostituisce il cinturino in caucciù), le cui maglie sono intervallate da inserti in acciaio lucido. Fatta eccezione per le due referenze impreziosite da diamanti (la R10201712 e la R10204712), entrambe di colore nero, i nuovi orologi esibiscono tre combinazioni cromatiche: il nero e l’acciaio (per la referenza R10201152), il nero e l’oro giallo Pvd (per la referenza R10200152), il grigio e l’oro rosa Pvd (per la referenza R10203102). Il colore di quest’ultima è ottenuto sottoponendo la ceramica high-tech a un processo di spruzzatura al plasma.

    Quanto al movimento, siamo di fronte all’R766, basato sul collaudato Eta 2892-A2, visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro a pressione. In primo piano mostra il rotore di carica, particolarmente sottile e a forma di àncora, personalizzato dalla scritta Rado Switzerland. Si tratta di un calibro costruito con particolare attenzione verso la costanza di marcia, tant’è che supera gli standard del Cosc nei test a tre temperature e cinque posizioni. Tra le caratteristiche notevoli, vale la pena citare l’autonomia di 72 ore (3 giorni) e la presenza della spirale in Nivachron™, resistente agli effetti dei campi magnetici e ai cambiamenti di temperatura. 

    I vantaggi della ceramica hi-tech

    L’ho detto nell’introduzione: la ceramica è il materiale distintivo e predominante nelle nuove referenze del Rado Anatom. Rado, a ragione, la definisce hi-tech e vi spiego perché. Di ceramiche ce ne sono tante, per ogni utilizzo e valore, ma quella che ritroviamo nel Rado Anatom è una delle migliori, simile a quella adoperata in ambito militare, medico e tecnologico.
    La ceramica hi-tech è ottenuta dalla lavorazione e fusione di polvere di ossido di zirconio (ZrO2). Ed è un materiale straordinario per durezza – risulta infatti inscalfibile anche da una punta di acciaio -, resistenza alla corrosione, leggerezza e conducibilità termica. Ottime qualità che concorrono a fare del nuovo Rado Anatom un orologio in grado di sfidare il tempo. Perché, se ben tenuto, può davvero durare una vita ed essere tramandato alle generazioni future.

    La ceramica hi-tech, come dicevo, conserva la propria superficie liscia e uniforme per tempi lunghissimi. Risulta impermeabile all’acqua, al sudore, all’umidità. È inattaccabile dalla corrosione, da molti acidi, dai raggi Uv. Ed è estremamente leggera, per cui regala a chi porta l’orologio una piacevole sensazione di comfort. Il Rado Anatom, quindi, riesce nell’impresa di catturare l’attenzione di chi lo osserva e al tempo stesso di far dimenticare a chi lo indossa di averlo al polso . E poi c’è la scarsissima capacità di condurre calore, di gran lunga inferiore a quella dell’acciaio, degli altri metalli e di molte altre ceramiche. Per comprenderne il significato e il valore, immaginate di mettere al polso l’orologio. Non avvertirete quella fastidiosa sensazione di freddo sulla pelle, tipica degli orologi con bracciale in metallo. L’equilibrio termico fra l’orologio e il polso sarà raggiunto senza che voi ve ne accorgiate.

    Conclusioni e prezzo

    Le peculiarità del Rado Anatom diventano evidenti non appena si passano in rassegna le caratteristiche. Le descrivo nei dettagli nelle didascalie che accompagnano le immagini in alto. Qui credo di aver scritto quanto basta per dare all’orologio la giusta importanza, sia in termini di design che di realizzazione. Se poi si pensa al fatto che l’innata resistenza all’usura possa preservarne la bellezza negli anni a venire, la spesa da affrontare per acquistarlo – a partire da 4.950 euro – non può che essere considerata un ottimo investimento.   

  • Citizen Tsuyosa 37 mm, l’efficacia della semplicità

    Citizen Tsuyosa 37 mm, l’efficacia della semplicità

    Ci sono intuizioni geniali destinate a fare la felicità di quei pochi che possono permettersele. E altre, chiaramente ispirate alle prime, che quella felicità, semmai ridimensionata ma non per questo meno importante, la regalano a tutti gli altri. È esattamente quello che ha fatto Citizen, nel 2022, dopo aver constatato il successo ottenuto da altre storiche collezioni di orologi svizzeri. Le quali, anno dopo anno, si erano arricchite di modelli con quadranti di vari colori. Nascono così i Citizen Tsuyosa, orologi dal rapporto qualità/prezzo per molti imbattibile.

    Interamente in acciaio, con la cassa da 40 mm e il bracciale integrato, montano un movimento meccanico, visibile dal fondello trasparente. Il clou è il quadrante soleil: disponibile, manco a dirlo, in più colorazioni come il giallo senape, il salmone, il verde bosco o il turchese, accanto ai più tradizionali bianco, nero, beige o blu. Ed è questa la chiave del successo planetario, forse inaspettato anche per la stessa Citizen. Che, a maggio del 2024, ha ampliato la collezione con nuove referenze dotate di piccoli secondi e quadrante con lavorazione guilloché. Oggi, la collezione si amplia ancora con tre nuove versioni, differenti da quelle del 2022 per il diametro della cassa: 37 mm contro i 40 mm originari.

    I punti di forza del Citizen Tsuyosa

    L’ho appena detto: la collezione Citizen Tsuyosa è stata ed è tuttora un successo. Il costo accessibile permette di acquistarne anche più di uno, di colori diversi, per indossare la variante cromatica in linea con il look e lo stato d’animo del momento. Le nuove referenze – le NJ0200-50L, NJ0200-50Z e NJ0200-50X – sfoggiano il quadrante azzurro ghiaccio, verde scuro e rosa pastello. E puntano ad attrarre chi ama le dimensioni più contenute. La cassa da 37 mm è infatti perfetta per chi ha il polso piccolo e per il pubblico femminile, che potrebbe individuare nel rosa (finora assente) la scelta perfetta. D’altronde, lo abbiamo ricordato in più di un nostro articolo, la riduzione delle dimensioni di cassa è il trend del momento.

    La strategia dell’azienda giapponese, almeno sulla carta, dovrebbe consolidare il consenso che i Citizen Tsuyosa hanno ottenuto in questi anni. Consenso che si fonda anche su un secondo aspetto: la possibilità, senza investire cifre considerevoli, di mettere al polso un orologio meccanico di qualità. Citizen incassa anche in questi ultimi modelli il movimento che animava e anima le referenze da 40 mm: il Calibro 8210, a carica automatica. La costruzione è simile a quella dell’omonimo Miyota 8210, ma il Calibro 8210 è prodotto “in casa” e rivisitato soprattutto nella massa oscillante, che riporta l’incisione “Japan Citizen Watch Co.”.

    A chi sfugge ricordo che Miyota, azienda fondata nel 1959 e specializzata in calibri meccanici e al quarzo, è una sussidiaria del colosso giapponese. Però – come ci raccontava senza mezzi termini l’ingegnere dei movimenti di Citizen, Shoichiro Morita – Miyota commercializza i propri movimenti all’esterno del Gruppo. Mentre Citizen fabbrica in-house tutti i movimenti dei propri orologi (siano essi meccanici o al quarzo), quindi produce per sé stessa anche i calibri Miyota, come l’8210. Da qui il cambio di nome.

    Curata essenzialità

    Le finiture e i dettagli del nuovo Citizen Tsuyosa 37 mm, al pari di quanto osservato sui modelli del 2022 e del 2024, sono quelle tipiche del Marchio. Nulla è realizzato a mano (né potrebbe esserlo), sul movimento non sono presenti decorazioni. Citizen tuttavia ci ha abituati a processi industriali in grado di garantire comunque risultati di pregio. Vi invito a tal proposito a dare uno sguardo alle ultime referenze della Serie 8. Una lezione sul come produrre orologi qualitativamente impeccabili ma accessibili ai più.

    La cassa e il bracciale integrato in acciaio dei Citizen Tsuyosa 37 mm alternano superfici lucide ad altre spazzolate, esibiscono spigoli smussati e la corona a ore 4. Soluzione, quest’ultima, non di certo innovativa, ma indovinata. Il fatto che la corona, quando è in sede, scompaia quasi totalmente nella cassa, evita di farla risultare fastidiosa quando si piega la mano verso l’alto. A tutto vantaggio della vestibilità dell’orologio.

    Lo spessore di 11,5 mm non è eccessivo e contribuisce a rendere l’orologio adeguato a tutte le occasioni, sportive o formali che siano. Merita almeno un cenno la luminosissima lavorazione a specchio delle maglie centrali del bracciale, chiuso da una fibbia a farfalla. Quest’ultima è dotata di un sistema di micro-regolazione, così da adattare la lunghezza del bracciale stesso alle necessità del polso e renderlo sempre confortevole.

    La leggibilità è eccellente: il quadrante pulito, le lancette e gli indici a bastone consentono un’ottimale visualizzazione dell’orario. Non solo in pieno sole, ma in tutte le condizioni di luce, grazie alla generosa copertura in Natulite, il materiale luminescente usato dal Gruppo Citizen. Non meno visibile è la data, anzi. La lente d’ingrandimento applicata in corrispondenza della finestrella della data a ore 3, ne facilita la lettura a un semplice colpo d’occhio.

    Prezzo e conclusioni

    Il nuovo Citizen Tsuyosa 37 mm viene proposto allo stesso prezzo del 40 mm: 299 euro. Per confronto, la versione con piccoli secondi (Calibro 8322A) costa invece 369 euro (ma è molto più decorata, sia nel quadrante sia nel movimento). L’alto rapporto qualità/prezzo che ha fatto della serie Tsuyosa una delle più apprezzate su vasta scala sin dal primo lancio, non viene quindi intaccato. C’è da scommettere, piuttosto, che la cassa più piccola e i due nuovi colori (l’azzurro ghiaccio lo si ritrova anche nel diametro di 40 mm) attrarranno un pubblico di consumatori più ampio. Lo dirà il tempo.

  • Longines Conquest Chrono Ski Edition, l’orologio ufficiale dei Mondiali di sci

    Longines Conquest Chrono Ski Edition, l’orologio ufficiale dei Mondiali di sci

    Oggi vi parlo di Conquest, una delle famiglie di orologi più longeve della storia. E dell’azienda che 70 anni fa l’ha lanciata, Longines, antica maison orologiera svizzera. Decenni di evoluzione, quindi, che hanno fatto della serie Conquest una vera e propria icona. Declinata in più collezioni, a seconda dello stile e delle complicazioni chiamata a rappresentare, la serie Conquest negli anni è cresciuta in popolarità grazie anche a sponsorizzazioni e partnership con il mondo dello sport. Come la più recente, che assegna al nuovo Longines Conquest Chrono Ski Edition il ruolo di orologio ufficiale dei Campionati mondiali di sci alpino 2025 – organizzati proprio in questi giorni in quel di Saalbach (Austria). Un cronografo prodotto in 2.025 esemplari, dal valore (anche) collezionistico.

    Longines e lo sci alpino, un legame lungo un secolo

    Correva l’anno 1924 quando la Casa di Saint-Imier forniva l’attrezzatura per il cronometraggio di una gara di sci, in programma nei pressi della stessa Manifattura. Ancora 13 anni e Longines avrebbe testato, in occasione dei Campionati del mondo di sci alpino del 1937 a Chamonix, in Francia, le prime cellule fotoelettriche, per un cronometraggio più preciso sulla linea d’arrivo. Da lì le occasioni di incontro fra Longines e le piste da sci si sarebbero moltiplicate – della tecnologia alla base del sistema Longines Live Alpine Data abbiamo parlato in questo articolo – fino alla consacrazione del 2006.

    Da quell’anno infatti, la Casa della Clessidra Alata è partner e cronometrista ufficiale della FIS (Federazione Internazionale di Sci), l’ente che organizza appunto la Coppa del Mondo di sci alpino e i Campionati mondiali di sci alpino. Casomai ve lo steste chiedendo, fugo subito ogni dubbio: sono due eventi differenti. Quest’anno, per esempio, i Campionati mondiali di sci alpino 2025 (48a edizione, 4/16 febbraio 2025) occupano una finestra temporale all’interno del più vasto evento itinerante della Coppa del Mondo (59a edizione, 26 ottobre 2024/27 marzo 2025).

    Non mi piace andare per le lunghe quando mi accingo a parlare di un orologio, ma questa introduzione credo sia stata necessaria a inquadrare nella giusta prospettiva storica il nuovo Longines Conquest Chrono Ski Edition. Il quale può vantare come ambassador i pluripremiati sciatori Marco Odermatt e Mikaela Shiffrin, al centro delle cronache in questi Mondiali. “Odi”, già oro in SuperG e leader della classifica generale maschile di Coppa del mondo, proprio oggi è il grande favorito nel Gigante uomini. Mentre Mikaela ha rinunciato al Gigante, ma ha appena vinto l’oro con Breezy Johnson nell’inedita Combinata a coppie.

    L’esclusivo calibro del Longines Conquest Chrono Ski Edition

    L’aspetto del Longines Conquest Chrono Ski Edition (Ref. L3.836.4.52.9) è quello classico dei cronografi a tre contatori. Cassa in acciaio di 42 mm di diametro, lunetta con inserto in ceramica nera e indicazioni tachimetriche, pulsante start/stop del cronografo, pulsante di azzeramento e corona a vite. Quest’ultima soluzione consente al Longines Conquest Chrono Ski Edition un’impermeabilità di 10 bar, indispensabile quando si corre sulla neve. Il quadrante satinato color antracite crea un bel contrasto con i contatori neri a sfondo liscio e con i dettagli rossi di indici e lancette. Sotto il quadrante si trova il movimento a carica automatica L898.5, che lavora a una consueta frequenza di 28.800 alternanze/ora.

    Del quale è importante sottolineare due caratteristiche: l’autonomia di 59 ore (due giorni e mezzo), e l’utilizzo di una spirale in silicio nella costruzione del bilanciere. Quest’ultima rende l’orologio resistente, in termini di costanza di marcia, ai campi magnetici e agli sbalzi termici. Longines fa sapere infatti che la resistenza al magnetismo dell’orologio è di 10 volte superiore a quella prevista dallo standard di riferimento ISO 764:2020. Non si tratta di un dettaglio, ma di un valore aggiunto, vista la quantità di campi magnetici indotti dai dispositivi elettronici di cui siamo circondati ogni giorno. In più, il silicio è un materiale resistente alla corrosione e che non ha bisogno di lubrificazione, perciò contribuisce alla durata nel tempo degli orologi che lo utilizzano.    

    A scanso di equivoci, sottolineo che il calibro L888.5 non è un movimento di manifattura, ma una meccanica prodotta da Eta in esclusiva per Longines. È derivata dal rinomato calibro 2892-A2, di comprovata precisione e affidabilità, cui è stato aggiunto il modulo cronografico. Eta, per dovere di informazione, è sotto il controllo del Gruppo Swatch, di cui anche Longines fa parte. 

    Fondello inciso, conclusioni e prezzo

    Dell’intera gamma Chronograph, il nuovo Longines Conquest Chrono Ski Edition è l’unico a non mettere in bella vista il movimento. Sul retro infatti non trova posto il consueto oblò trasparente, ma un fondello a vite in acciaio opaco. Che, come da tradizione Longines, è inciso in modo quasi scenografico.
    Se la parte anteriore dell’orologio non evidenzia alcun particolare che richiami alla mente il ruolo di orologio ufficiale dei Campionati mondiali di sci alpino 2025, quella posteriore comunica in modo chiaro il messaggio. E lo fa utilizzando diverse scritte (date un’occhiata alle immagini sopra) nonché il logo ufficiale dell’evento (lo sciatore in fase di curva).

    Nel complesso, il Longines Conquest Chrono Ski Edition è una conferma di stile e sportività. D’altronde, nasce per sottolineare lo stretto legame della Maison con il mondo dello sport. In più, è un’edizione limitata che con gli anni potrebbe anche rivalutarsi. Questo spiega i 4.750 euro necessari per acquistarlo, un prezzo più alto di quello che di solito caratterizza gli altri cronografi della serie Conquest.

  • Big Bang Meca-10 42mm: la lunga autonomia ottimizzata di Hublot

    Big Bang Meca-10 42mm: la lunga autonomia ottimizzata di Hublot

    Vi abbiamo dato qualche anticipazione qualche settimana fa parlando della LVMH Watch Week 2025, primo evento del settore orologiero dell’anno svoltosi tra New York e Parigi. Il Big Bang Meca-10 42mm ha rappresentato la novità principale di Hublot, Marchio svizzero (ma di origini italiane) che dal 2008 fa appunto parte di LVMH, fra i più grandi gruppi del lusso al mondo.

    Il nuovo orologio – declinato nelle varianti Titanium (in titanio grado 5, appunto), King Gold (lo speciale oro “made in Hublot” contenente platino) e Frosted Carbon (carbonio opaco) – discende dal Big Bang Meca-10 45mm del 2016. Da questo si distingue per un calibro “ottimizzato”, ossia ridotto nelle dimensioni (o almeno, così verrebbe da pensare). Operazione necessaria all’alloggiamento in una cassa di 42 mm di diametro, quindi più piccola.

    D’altronde, il graduale ritorno a dimensioni più contenute, nel mondo delle lancette, è il trend del momento. Se diverse maison stanno proponendo, per i loro cavalli da battaglia, versioni da 38 mm o addirittura 36 mm, Hublot – che dalle dimensioni generose dei suoi modelli ha ricavato un tratto distintivo – si adatta riducendo alcuni dei suoi Big Bang da 45 a 42 mm.

    Il Big Bang Meca-10 fra Meccano e lunga autonomia

    In questo articolo, voglio focalizzarmi sull’Big Bang Meca-10 42mm in versione titanio, e in particolare sul movimento di manifattura: il calibro HUB1205, a carica manuale. Faccio però notare che la Casa di Nyon, attraverso un processo galvanico, ne colora le principali componenti a vista in funzione del materiale di cui è fatta la cassa. Il movimento è quindi prodotto in 3 varianti cromatiche: grigio metallizzato (per la versione titanio), color oro (King Gold) e nero (carbonio). Non è un dettaglio, ma una vera e propria personalizzazione, perché il trattamento chimico riguarda sia la parte lato quadrante, sia quella lato fondello. Ma torniamo ad analizzare le peculiarità del movimento.

    Il Meca-10, sin dai suoi esordi del 2016, si distingue dai calibri meccanici di concezione tradizionale per almeno due motivi. Il primo è l’aspetto, chiaramente ispirato alle costruzioni Meccano. Ne avrete almeno sentito parlare, no? Quei modellini di auto/trattori/locomotive con dadi e bulloni in bella vista sono stati tra i giochi più venduti per tutto il Novecento, soprattutto fra gli adulti (e più ancora che per i bambini).

    Il secondo è l’insolita, lunghissima autonomia di 10 giorni. Un dato che acquista valore e utilità, se si pensa che il Meca-10 non si ricarica automaticamente con i movimenti del polso, ma ruotando la corona a mano. E soprattutto, va sempre ricordato, la lunga autonomia influisce sulla costanza di marcia di un orologio perché migliora l’isocronismo. Infatti, a piena carica, la molla del bariletto ha una coppia elevata, che più a lungo rimane stabile, meglio è. Sono proprio le fluttuazioni di coppia a influenzare il moto dell’organo regolatore di un orologio.

    Il contatore dell’autonomia

    Guardando il Big Bang Meca-10 42mm, l’attenzione è catturata dall’indicatore dell’autonomia residua posto a ore 3. Non un semplice contatore con una lancetta che indica le ore (o più raramente i giorni) di carica, come quasi sempre accade. No, qui non c’è alcuna un’indicazione analogica, secondo il significato scientifico del termine. Si trova, invece, un complesso meccanismo che visualizza la riserva di carica attraverso un display digitale: per essere più chiari, una finestrella che riporta un numero arabo.

    Al di sotto del contatore, si nota prima di tutto una molla a spirale che contribuisce notevolmente a connotare esteticamente il Big Bang Meca-10 42mm. Ma il complesso dispositivo, in effetti, comprende anche due ruote sovrapposte che si muovono in direzioni opposte, ed è governato un sistema a cremagliera e pignone – i cui moti, lineari e di rotazione, sono appunto legati alla tensione della molla. Il display dunque è in realtà un differenziale, che fa la media fra la carica residua delle molle contenute nei due bariletti – visibili rispettivamente a ore 1 e a ore 5.

    Il dispositivo Meca-10, che ha richiesto un paio d’anni di studi per essere messo a punto, per il nuovo Big Bang Meca-10 42mm è stato modificato nella visualizzazione, così da fornire una lettura più immediata. Mentre in passato l’indicazione dell’autonomia residua era visibile in due punti (a ore 3 un indice rosso per il progressivo avviso di ricarica, e a ore 6 i giorni residui effettivi), ora le informazioni sono concentrate appunto a ore 3. Il numero dei giorni di carica rimasti sono riportati per mezzo di una lancetta a triangolo rosso. A tre giorni di carica residua, la lancetta si sovrappone al settore rosso del display numerato sottostante, ricordando così all’utente che è bene caricare l’orologio.

    Un’estetica particolare

    Detto questo, si capisce perché la Casa di Nyon parla proprio di “ottimizzazione” del movimento: semplificare l’indicazione dell’autonomia non dev’essere stata una passeggiata. E in più, rispetto al modello originario, ha operato numerosi interventi di revisione sull’intero calibro HUB1205. Il livello di scheletratura dei componenti è maggiore, la vista lato quadrante (assente) è dominata da un elemento verticale, mentre sul fondello spiccano i caratteristici tre ponti orizzontali e paralleli, che attraversano l’intera platina, cui sono fissati nelle loro estremità.

    La sensazione è quella di trovarsi davanti a un movimento quasi del tutto nuovo. Come se i progettisti di Hublot, cambiando il dispositivo per l’indicazione dell’autonomia, abbiano risistemato un po’ tutti i componenti, ristudiato gli spazi vuoti. Il risultato è un’architettura leggera e quasi minimale, a dispetto del doppio bariletto e nonostante la complessità della costruzione. Il che rende l’Hublot Big Bang Meca-10 42mm uno degli orologi scheletrati più caratteristici in circolazione.

    Continuando l’osservazione, a ore 9 si scorge il contatore dei piccoli secondi con funzione hacking. Estraendo la corona, infatti, la lancetta dei secondi si arresta, per consentire una precisa e sicura regolazione dell’ora. A vista, a ore 7, in tutta la sua perfezione, appare l’organo regolatore in cui il bilanciere è affiancato da una ruota dell’àncora in silicio, materiale “impermeabile” ai campi magnetici e agli sbalzi di temperatura. 

    Il prezzo del Big Bang Meca-10 Titanium 42mm

    Per tutte le altre caratteristiche vi rimando alle didascalie. Qui aggiungo solo un’ultima informazione, quella che maggiormente interessa i potenziali acquirenti. L’Hublot Big Bang Meca-10 42mm, oggetto di questa pagina, costa 23.900 euro. Un prezzo perfettamente allineato, almeno per la versione in titanio, a quello del precedente modello. A parità di prezzo, la Casa svizzera lascia così la possibilità di scegliere fra la cassa da 42 mm e quella da 45 mm, di conseguenza fra il nuovo e il “vecchio” calibro. In termini assoluti, la considero una cifra adeguata. La complicazione interpretata in modo innovativo, come scrivevo, ha richiesto anni di sviluppo, il che significa investimenti di capitali nel tempo. E la ricerca tecnologica dell’alta orologeria, alla fine, si paga. Va così.

  • Tissot PR516 Cronografo Automatico. L’upgrade della collezione

    Tissot PR516 Cronografo Automatico. L’upgrade della collezione

    La storia del Tissot PR516 inizia ufficialmente nel 1965. Fu in quell’anno che la casa di Le Locle promosse il primo esemplare di una serie che nel tempo sarebbe diventata una delle più apprezzate dal pubblico. Per tornare poi, negli ultimi anni, con modelli rivisitati in chiave moderna, ma fedeli allo spirito sportivo originario. Un po’ come è accaduto alla collezione PRX: la quale, forte di una grande tradizione, si ripresenta oggi con versioni “solo tempo” e cronografi. Allo stesso modo, nei giorni scorsi è uscito un nuovo Tissot PR516 Cronografo Automatico, che amplia ulteriormente la linea, insieme a due cronografi al quarzo e quattro modelli a tre lancette animati dal super-collaudato Powermatic 80.

    Tissot PR516 Cronografo Valjoux in bianco e blu

    Tralascio i crono al quarzo e liquido velocemente i “solo tempo”, per i quali trovate comunque qualche rimando alle didascalie, dicendo che il design è stato ritoccato. Il nuovo Tissot PR516 Powermatic 80 ha un formato ridotto a 38 mm secondo le tendenze più attuali ed è disponibile con cinturino traforato o con bracciale in acciaio (anche bicolore, con i link in Pvd oro giallo). Il quadrante blu, nero o bianco presenta un tocco accattivante nella lancetta centrale dei secondi in tonalità contrasto (rossa, gialla o nera), che accentua lo spirito dinamico dell’orologio.

    Qui mi concentro invece sul nuovo Tissot PR516 Cronografo Automatico, che ha particolarmentE colpito noi della redazione per lo stile tra lo chic e lo sportivo. Oltretutto ringiovanito, rinfrescato da nuovi colori: quadrante bianco con contatori profilati di blu, anello perimetrale e lunetta sempre blu. O meglio azzurro cielo, dalla sfumatura intensa. Inutile sottolineare il fascino di questa livrea: allo stesso tempo attuale ma intramontabile, discreta ma capace di attirare gli sguardi. Rassicurante e ben leggibile, potrebbe essere garanzia di successo.

    La cassa in acciaio misura 41 mm di diametro per 14 di spessore e si adatta bene anche ai polsi meno importanti. Di forma tonneau, ispirata agli anni 60/70, presenta dettagli coerenti, come i pulsanti cronografici a pompa e il vetro zaffiro a box. Il bracciale in acciaio, a cinque file, è ben articolato, e alterna le maglie centrali sottili a quelle esterne più massicce. L’impermeabilità raggiunge i 10 bar, come si confà alla vocazione sportiva dell’orologio. Ricordo che la sigla PR, come Tissot ha sempre voluto sottolineare, sta per “Particolarmente Robusto” – o anche “Precisione Resistenza”, secondo alcuni studiosi della Casa.

    Questione di movimenti

    Ma parliamo di meccanica. Se seguite il mercato e siete assidui lettori del nostro giornale, ricorderete con buona probabilità che nella stessa collezione un cronografo meccanico esiste già. Mi riferisco all’omonimo Tissot PR516 Chronograph, uscito la scorsa primavera (referenza T149.459.21.051.00). Ma si tratta di un esemplare equipaggiato da un calibro a carica manuale, il Valjoux A05.291. Il cronografo appena introdotto (referenza T149.462.11.011.00), ne ripercorre i tratti stilistici ma si distingue proprio per il diverso movimento. Automatico, appunto, come riporta il nome. E che in effetti va a colmare una lacuna tra le referenze in catalogo.

    Il nuovo esemplare monta infatti un Valjoux A05.231, fornito di un rotore di carica a tre razze, di chiara ispirazione automobilistica. La presenza di questo dispositivo ovviamente va a incidere sullo spessore complessivo dell’orologio che, vetro anteriore e fondello a vista compresi, si attesta sui 14,19 mm. Di contro, il precedente ha uno spessore di 13,67 mm. Ma se il nome A05.231 vi ricorda qualcosa, avete ragione. Lo stesso movimento – dotato però di datario – è racchiuso anche nel PRX Automatic Chronograph: un altro panda della Casa, ma nel classico bianco e nero…

    Forse i meno esperti fra voi si staranno chiedendo come mai un calibro Valjoux sia incassato in un orologio Tissot, brand del Gruppo Swatch. Che, si sa, da tempo utilizza solo movimenti Eta, altra azienda del Gruppo Swatch. La risposta è presto data: da anni Valjoux è parte di Eta, tanto che alcuni movimenti in passato erano spesso indicati dalla dicitura Eta Valjoux, seguita dalla sigla alfa-numerica del calibro. Come in questo caso: sia il calibro A05.231 sia il calibro A05.291 hanno un’origine comune: sono derivati dall’Eta Valjoux 7753.

    Il calibro 7753 e derivati

    Per i pochi che ancora non lo sapessero, il calibro 7753 è un’evoluzione del famosissimo 7750, con i contatori posti al 3/6/9 (in orizzontale, nella metà inferiore del quadrante, per intenderci), anziché al 12/9/6 (in verticale, nella metà a sinistra). Sviluppato nei primi anni Duemila, il 7753 cambiò la configurazione al lay-out forse per rispondere alle preferenze del pubblico in epoca più recente, rispetto al 7750 datato 1974. Il che comunque conferma la validità del progetto di Edmond Capt: non solo rimasto in uso nel tempo, ma diventato uno dei movimenti cronografici più diffusi in tutta l’orologeria contemporanea.

    Le comuni origini del calibro A05.231 e del calibro A05.291 spiegano perché i due movimenti non mostrano evidenti differenze, al di là del sistema di ricarica e dell’autonomia leggermente ridotta: 60 ore, contro le 68 del precedente. Per conoscere le caratteristiche vi rimando alle didascalie. In queste righe mi limito a sottolineare che entrambi misurano l’ottavo di secondo. Ed entrambi resistono bene a campi magnetici di una certa intensità grazie all’uso di un bilanciere con spirale Nivachron. La quale, vale la pena ricordarlo, è realizzata con un materiale a base di titanio resistente anche alle variazioni di temperatura e agli urti, almeno in condizioni normali di utilizzo.

    Tissot PR516 Cronografo Automatico: non solo tachimetro…

    Un’altra caratteristica degna di nota del nuovo Tissot PR516 Cronografo Automatico riguarda la lunetta. Come quella montata nel carica manuale, anche questa ha l’inserto in vetro che riporta contemporaneamente due scale: tachimetrica e pulsometrica. Il più diffuso tachimetro, compreso fra le ore 3 e le ore 12, permette di rilevare la velocità media mantenuta lungo un percorso di un chilometro. L’altra, compresa fra le ore 12 e le 3, riguarda invece i battiti cardiaci.

    Meno usuale ma altrettanto utile, la scala pulsometrica risponde a un’antica necessità. È un’invenzione che risale addirittura al XVII secolo, e rimanda soprattutto ai cronografi degli anni Venti/Trenta del secolo scorso usati dai medici e dai professionisti della sanità. Sempre attraverso la lancetta centrale cronografica dei secondi, consente di misurare in modo approssimato la frequenza cardiaca, cioè il numero di battiti del cuore per minuto. In questo caso è graduata su base 15: dopo aver azionato il cronografo, basta quindi contare 15 pulsazioni del nostro polso per dedurre il valore indicato dalla lancetta centrale dei secondi, evidentemente compreso fra 60 e 180 battiti al secondo.

    Conclusioni e prezzo

    Il Tissot PR516 Cronografo Automatico è un orologio sportivo, tanto nel look quanto nell’essenza. Solido e ben costruito, dotato di un movimento più che rodato, promette di accompagnare il proprietario per decenni. Costa 1.975 euro, come il cronografo manuale presentato l’anno scorso: stesso prezzo per due orologi diversi con due movimenti diversi. I fan lo apprezzeranno. Da parte mia non posso che sottolineare l’atteggiamento più che corretto, onesto. A rigor di cronaca, aggiungo infine che il dispositivo di ricarica automatica non è amato dai puristi dell’orologeria meccanica. Tuttavia la maggioranza degli appassionati predilige nel proprio orologio un calibro automatico perché lo considera più avanzato e indubbiamente più pratico di un manuale. E voi cosa ne pensate?

  • Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori: la collaborazione si rinnova

    Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori: la collaborazione si rinnova

    Le attività umane in genere – si sa – sono spesso terreno di incontro fra i produttori di orologi e il loro pubblico. Non a caso, sport, nautica e automotive sono spesso al centro della nostra narrazione, al pari dell’aviazione civile e militare. La quale, quando si è trattato di movimenti e complicazioni di supporto ai piloti, ha portato di frequente a Breitling.
    Consolidando una partnership commerciale iniziata nel 1984, la Casa di Grenchen ha appena presentato un nuovo orologio dedicato alla Pattuglia acrobatica nazionale italiana: il Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori – o, per usare il nome completo, Avenger B01 Chronograph 42 Frecce Tricolori. Un’edizione speciale dotata di movimento cronografico di manifattura e che va a coincidere con il 140° anniversario della Maison elvetica.

    “In volo” da una collezione all’altra

    Il legame tra le Frecce Tricolori e Breitling non si è però materializzato, sin dagli esordi, in esemplari della collezione Avenger. Che – nata nel 2001 e attualmente composta da 25 referenze, tra cronografi e “solo tempo” – può fregiarsene solo a partire dall’oggetto del nostro articolo (ossia la referenza SB01462A1L1X1). Già, perché ad aver ospitato il logo e i colori del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico – questa la denominazione ufficiale della celebre squadra aerea italiana – sono stati finora solo modelli della collezione Chronomat, rilanciata 5 anni fa e che ora conta oltre 120 varianti in catalogo.

    Del resto, Chronomat è un nome importante per Breitling, fin da quando ha rappresentato, negli anni Ottanta, la rinascita del Brand dopo gli anni bui della crisi del quarzo. Ricordo benissimo che, in quel decennio e nel successivo, nel nostro Paese ci fu una vera e propria mania per i cronografi dell’Azienda svizzera. Grazie anche all’ottimo lavoro di comunicazione e diffusione del Marchio portato avanti dall’allora importatore italiano, la Tradema di Gino Macaluso, chi poteva permettersi di acquistare un orologio di lusso, optava spesso per un Breitling. Oltretutto la Tradema siglò accordi con le Forze armate italiane per la produzione e la distribuzione di esemplari dedicati a vari corpi militari e specifici reggimenti, dalla Folgore all’Arma dei Carabinieri.

    Il primo Breitling per le Frecce Tricolori risale 1983. Disegnato insieme ai piloti stessi della Pattuglia acrobatica nazionale, era il precursore del Chronomat uscito l’anno successivo, in occasione del centenario del Marchio fondato da Léon Breitling. Mentre l’ultimo della collezione è datato 2020: lo potete vedere in quest’articolo uscito in epoca Covid. Si chiamava proprio Chronomat B01 42 Frecce Tricolori Limited Edition e rimandava per caratteristiche al modello originario. Oggi invece le Frecce Tricolori migrano appunto su un modello della collezione Avenger. Un’operazione spiazzante, per certi versi, ma attuata sul filo della continuità più di quanto non si pensi. Perché, come la collezione Chronomat, anche l’Avenger è in grado di offrire prestigio e qualità. E l’orologio è equipaggiato dallo stesso movimento di manifattura del precedente.

    Materiali e personalizzazione

    Anche se le descrizioni dettagliate del nuovo Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori sono affidate alle immagini e alle didascalie qui sopra, vale la pena di sottolineare alcune peculiarità. A iniziare dalla realizzazione, che vede ceramica e titanio a farla da padrone. La prima è utilizzata per la cassa da 42 mm di diametro e per la lunetta girevole unidirezionale, mentre la lega metallica è impiegata per la corona, i pulsanti cronografici, il fondello fissato con sei viti e la fibbia pieghevole. Due materiali di pregio, leggeri ma resistenti, chiaramente derivati dall’industria aeronautica.

    Il quadrante è verde opaco, in una sfumatura ricorrente nelle creazioni Breitling ma che appare qui per la prima volta nella serie Avenger. Le lancette a bastone e gli indici applicati sono riempiti di abbondante materiale luminescente, come tradizione aeronautica vuole. Il contatore dei piccoli secondi, a ore 9, sfoggia il logo delle Frecce Tricolori. La lunetta nera, unidirezionale, esibisce, a ore 3, 6, 9 e 12, i famosi “cavalieri”, tratto distintivo del Marchio. Elementi, va ricordato, che non hanno solo funzione estetica, ma che facilitano la rotazione della lunetta quando si opera con i guanti da pilota.

    Sul retro, il bel movimento di manifattura Breitling B01 è visibile grazie al fondello in vetro zaffiro. Che consente di apprezzare l’architettura dei componenti e la massa oscillante traforata, sulla quale campeggiano le scritte “Breitling” e “Chronomètre Officiellement Certifié”. Sul bordo in metallo è incisa la dicitura “Frecce Tricolori” ed è riportato anche il dato di resistenza all’acqua, garantita fino a 30 atmosfere.

    Il celebre calibro B01

    Il calibro B01 che dà vita al Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori ne accresce il valore. Lanciato nel 2009, quindi non recentissimo, è stato il primo movimento di Breitling realizzato completamente “in-house”. Se prima di introdurlo la Casa svizzera si affidava a movimenti di fornitura, con il B01 assumeva il pieno controllo dei propri calibri e, di conseguenza, degli orologi che di lì in avanti avrebbe consegnato ai clienti.

    Il Breitling B01 è infatti un calibro cronografico a carica automatica di pregevole fattura, non solo per il fatto di affidarsi a una ruota a colonne che migliora la precisione delle misurazioni, ma anche per l’intera costruzione. Alla certificazione COSC (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres, che ne attesta la precisione cronometrica), aggiunge una costruzione basata su 45 rubini per la massima durata nel tempo.

    La frequenza di funzionamento di 4 Hz, in termini di risoluzione temporale si traduce in 28.800 alternanze l’ora. E permette al cronografo di misurare fino all’ottavo di secondo. Il che significa garantire alla piccola sfera dei secondi continui e alla lancetta centrale dei secondi cronografici un avanzamento fluido e, apparentemente, privo di scatti. Se osservate il réhaut di colore nero e gli indici dei secondi su di esso stampati, noterete appunto anche la sottoscala degli ottavi di secondo.

    Conclusioni sul Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori

    Sebbene il Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori nasca, come gli altri modelli che lo hanno preceduto, per onorare la storia della Pattuglia acrobatica nazionale, resta un cronografo da indossare facilmente nella vita di ogni giorno. Le soluzioni tecniche tipiche del settore aeronautico che si riscontrano nella costruzione gli danno un valore aggiunto. Oltre a vantare un valore collezionistico, può contare su un movimento di manifattura ampiamente rodato e su materiali di pregio, che ne accrescono la ricercatezza. Tutto questo, a mio avviso, giustifica ampiamente il prezzo di 9.350 euro. Chi fosse interessato lo può già trovare in vendita online, sull’e-commerce di Breitling, o presso i rivenditori autorizzati.

  • Ripples Skeleton, lo scheletrato ad alta frequenza di Speake Marin

    Ripples Skeleton, lo scheletrato ad alta frequenza di Speake Marin

    È sempre un piacere per me parlare delle case orologiere indipendenti. In un mercato che conta oggi pochi grandi gruppi (LVMH, Richemont e Swatch Group i principali), in cui si aggrega la gran parte delle marche, le realtà che mantengono la propria indipendenza finanziaria e creativa meritano particolare attenzione. Come Speake Marin, Brand ginevrino ma di origini britanniche che da una ventina d’anni a questa parte crea orologi dal design identitario, dotati esclusivamente di movimenti di manifattura.

    Con una produzione di circa 600 pezzi l’anno e una collezione che comprende sei linee, la giovane ma promettente Casa si è già cimentata nell’ambito degli scheletrati. Un genere di grande richiamo, diventato negli ultimi decenni un banco di prova per tutti i segmenti del mercato, perché permette di esprimere un’idea, unica e personale, di gusto e di competenze tecniche attuali. Dopo aver esordito con l’Opeworked (Tourbillon e Dual Time), Speake Marin di recente ha proposto il Ripples Skeleton, ultimo nato della serie Ripples che dal 2022 rappresenta per la Marca la cosiddetta linea “sport-chic”. Orologi con cassa e bracciale (spesso integrato) in acciaio, di cui ogni casa, vista la domanda, sembra non poter fare a meno.

    Ripples Skeleton: appena 6,3 millimetri di spessore

    «Quanta bellezza!»: ecco cosa ho pensato quando i miei occhi si sono posati sullo Speake Marin Ripples Skeleton. I tratti distintivi della collezione Ripples li conoscevo già. Ne abbiamo infatti parlato diffusamente in merito ai precedenti modelli Ripples Dune Date e Ripples Metallic Green. Ma il Ripples Skeleton va oltre e conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, le abilità progettuali e costruttive dei maestri orologiai in forza all’azienda svizzera. Considerarlo infatti un semplice ampliamento di gamma sarebbe riduttivo.

    Tutto ruota intorno all’introduzione di un nuovo movimento, il calibro SMA07, più sottile (ma non solo) ed elegante degli SMA03-TD e SMA03-T. Montati, nelle varie versioni, nei tanti modelli con e senza data della stessa collezione. Inizio col dirvi che pur incrementando il numero dei componenti fino a 182, il nuovo movimento vanta una sottigliezza da alta orologeria. Solo 3,25 mm, i quali hanno permesso di ridurre lo spessore complessivo della cassa di quasi 3 mm. Dai 9,20 mm degli altri Ripples ai soli 6,30 mm del Ripples Skeleton (meglio del Bulgari Octo Finissimo).

    Chi punta agli orologi di classe sa bene che lo spessore è inversamente proporzionale all’eleganza. La cassa sottile assicura inoltre una migliore vestibilità e integrazione nel bracciale di acciaio, tanto da risultare più comoda al polso. Da questo punto di vista, lo Speake Marin Ripples Skeleton può considerarsi un punto di riferimento. Mentre il diametro resta invariato sui 40,3 mm: una misura che può catturare anche il cuore del pubblico femminile. Non cambia neanche il design: sul retro della cassa, si legge ancora la scritta “La City”, a ricordare l’architettura dell’omonimo quartiere finanziario di Londra cui si ispira. Identica nella forma, ma non nei materiali. Vediamo perché…

    Un nuovo acciaio più resistente e lucente

    Lo Speake Marin Ripples Skeleton alza l’asticella rispetto alle altre referenze della collezione Ripples introducendo l’uso di un nuovo acciaio. Cassa e bracciale integrato sono infatti realizzati non più nel classico acciaio 316L, ma nel più evoluto 904L. La scelta, dettata dalla continua volontà del marchio ginevrino di migliorare la qualità, porta a un orologio più resistente alla corrosione e all’abrasione, grazie alla presenza, nella lega metallica, del rame. Non solo. L’acciaio 904L assicura una maggiore brillantezza sia alle parti lucide, sia a quelle satinate, entrambe presenti sulla cassa e sulle maglie del bracciale. Per farvi capire di cosa parlo, vi dico che a far uso dello stesso acciaio da diversi anni è Rolex.

    L’alto livello di artigianalità riposto nella fabbricazione del Ripples Skeleton traspare dall’osservazione delle finiture che caratterizzano i componenti a vista dal movimento. Nulla è lasciato al caso e quasi tutto è lavorato a mano. La platina scheletrata, per esempio, è rodiata, ha superfici verticali satinate, profili smussati microbigliati e angoli lucidati.

    Le evidenti linee orizzontali ripercorrono lo stile del quadrante degli altri Ripples, con evidente richiamo al motivo a onde. Che, nella versione Skeleton non poteva comunque mancare. I progettisti di Le Cercle des Horlogers, il laboratorio di proprietà di Speake Marin nel quale si sviluppano i calibri “in-house”, lo hanno utilizzato per abbellire il contatore dei piccoli secondi. Rivestito di un trattamento Pvd nero, si trova a ore 1:30, come la Casa ginevrina ci ha da tempo abituati. La platina che lo compone, lavorata totalmente a mano, è sottile appena 0,3 mm. Lascio alle immagini sopra e alle didascalie il compito di descrivere nel dettaglio le altre parti dell’orologio al centro di questo articolo.

    SM07, il calibro del Ripples Skeleton

    A confermare quanto detto in apertura, e cioè che lo Speake Marin Ripples Skeleton non è un semplice ampliamento di gamma, ci pensa il movimento. Certo, l’orologio in questione è uno scheletrato, per cui c’era da aspettarsi che il calibro utilizzato non sarebbe stato lo stesso dei vari Dune Date, Metallic Green, Gold e via dicendo. Che Speake Marin puntasse però così in alto non era affatto scontato.

    Il calibro di manifattura SMA07 – 182 componenti montati su 27 rubini – offre infatti prestazioni superiori. Oltre a vantare finiture e meccanica da top di gamma, ne eleva la frequenza di funzionamento. L’SMA07 è il primo movimento del Marchio in cui il bilanciere lavora a 36.000 alternanze orarie, per una frequenza di funzionamento pari a 5 Hz. Ciò non solo determina una maggiore regolarità di marcia ma, per la gioia dei puristi, un avanzamento apparentemente privo di scatti, quindi molto più fluido, della lancetta dei piccoli secondi. Che, quando l’orologio è completamente carico, avanza incessantemente per 52 ore.

    Merita una menzione infine il micro-rotore di carica, bidirezionale, integrato nel movimento e ben visibile anche dal lato quadrante. Rodiato in superficie e impreziosito da un pattern in rilievo su entrambi i lati, contribuisce a ridurre al minimo lo spessore complessivo del calibro. Ricordo che il micro-rotore decentrato rappresenta di per sé una soluzione tecnica raffinata tipica dell’alta orologeria. Ma è ricorrente in tutti i calibri automatici della Marca, fino a diventarne una sorta di caratteristica costitutiva.

    Prezzo e considerazioni

    Lo Speake Marin Ripples Skeleton è un orologio in produzione limitata, come la gran parte delle referenze a catalogo. Un motivo in più per comprarlo è dato quindi dal valore collezionistico che potrebbe acquistare nel tempo. Il prezzo di 38.300 euro merita però la giusta attenzione. Ed è in buona parte giustificato dalla struttura scheletrata del calibro di manifattura SMA07. Di sicuro, non lascerà indifferente chi vuole distinguersi dalla massa, indossando un orologio assolutamente fuori dai soliti schemi e la cui qualità non sarà mai in discussione.

  • Withings ScanWatch Nova, la prova al polso

    Withings ScanWatch Nova, la prova al polso

    Non capita tutti i giorni di incontrare, fra gli appassionati di orologi, qualcuno che accetti volentieri di indossare uno smartwatch. Per quanto utili e ricchi di funzioni, quel grande e freddo display nero che li contraddistingue resta per molti la negazione del design, dello stile, della bellezza. Withings, azienda francese con quasi 20 anni di storia, ha da tempo rivoluzionato il concetto di smartwatch inserendo sensori e misuratori avanzati in orologi dall’aspetto tradizionale, quelli che in gergo tecnico sono definiti “ibridi”. In origine con gli ScanWatch di prima e seconda generazione – alcuni sportivi, altri veri e propri dress watch -, oggi con i nuovi Withings ScanWatch Nova che riprendono in tutto e per tutto il look degli orologi diver.

    Viste le premesse e le peculiarità che lo caratterizzano – di cui vi parlerò fra poco – ho voluto provarlo per voi. L’ho avuto a disposizione per qualche settimana nella versione con quadrante blu, ma – per completezza di informazioni – devo dire che esiste anche con un classicissimo display nero, oppure verde, più di tendenza. Sono convinto infatti che uno smartwatch di questo tipo sia perfettamente a proprio agio fra gli esemplari meccanici e al quarzo che da sempre trattiamo nelle pagine del nostro giornale.

    Funzionalità specifiche

    Ci sono smartwatch e smartwatch. Il Withings ScanWatch Nova, come gli altri modelli del Marchio francese, occupa la fascia premium della categoria. I suoi sono infatti orologi in grado di eseguire misure e stime mediche, realizzati in collaborazione con cliniche e specialisti d’Oltralpe. Il claim che accompagna il modello in questione parla chiaro: “Clinical precision meets luxury design”, ossia “La precisione clinica incontra il design di lusso”.

    Ovviamente non vuole e non deve sostituirsi al medico ma, utilizzato nel modo giusto, il Withings ScanWatch Nova può fornirci indicazioni precise e attendibili sul nostro stato di salute. In particolare del cuore. È infatti uno dei pochi smartwatch ad affiancare alla misura della frequenza cardiaca, della saturazione di ossigeno nel sangue (SpO2), della qualità del sonno e delle variazioni di temperatura corporea, la funzione Ecg. Ebbene sì, il Withings ScanWatch Nova è in grado di eseguire un elettrocardiogramma di livello clinico, ricavando i dati necessari (attività elettrica del cuore) da entrambe le braccia nell’arco temporale di 30 secondi.

    Delle 12 derivazioni (o vie) del cuore utilizzate da un normale dispositivo ospedaliero, il Withings ScanWatch Nova esegue le sue misure attraverso il braccio destro e sinistro (derivazione D1).  L’elettrocardiogramma così ottenuto può essere condiviso, dopo opportuna conversione in formato Pdf, con il proprio medico o specialista. Tutto questo senza sottoscrivere alcun abbonamento e senza limiti nel numero di misure. Ma non è tutto: tenendo sotto controllo la frequenza cardiaca, l’orologio è in grado di rilevare eventuali aritmie come la diffusa fibrillazione atriale. In altre parole, può, attraverso notifiche, allertare chi lo indossa suggerendo di sottoporsi a uno specifico controllo medico. 

    App e display del Withings ScanWatch Nova

    A gestire le funzioni del Withings ScanWatch Nova ci pensa l’app Withings. Tuttavia il piccolo display rotondo posto a ore 12, abbinato alla corona, consente di accedere alle stesse anche quando si è lontani dal telefono. Basta premere la corona per attivare il display, quindi ruotarla fino a raggiungere la funzione desiderata ed esercitare una lieve pressione per selezionarla e avviarla. Quando entrerete nel raggio d’azione del telefono, senza che ve ne accorgiate, l’orologio si sincronizza e trasferisce all’app le misure precedentemente effettuate. Più facile di così…
    Sempre a proposito di funzionalità, dimenticatevi di regolare l’ora come si fa con un normale orologio. L’ora esatta, al secondo, la ricava dallo smartphone cui è connesso via Bluetooth.

    E non fatevi ingannare dalle dimensioni del display. L’alta risoluzione gli permette di visualizzare grafici e testo con grande precisione e leggibilità. Il diametro limitato gli permette inoltre di “scomparire” nel quadrante, contribuendo a far sembrare il Withings ScanWatch Nova un vero e proprio orologio analogico. Il contatore circolare a ore 6 non segna i secondi, come si potrebbe pensare a una prima osservazione. Con una scala da 0 a 100 permette di visualizzare, in percentuale, la quantità di passi compiuti nella giornata. Se nell’app avete impostato l’obiettivo di compiere 10.000 passi al giorno, giunti a 5.000 vedrete la piccola lancetta a metà scala, ossia puntare sul numero 50.

    Un’autonomia da record

    Non posso evitare di dedicare un intero paragrafo all’autonomia da record del Withings ScanWatch Nova. Tallone d’Achille per la gran parte degli smartwatch, l’autonomia è invece uno dei punti di forza dello smartwatch in prova. I 30 giorni dichiarati dall’azienda sono reali, soprattutto se non si imposta l’orologio per effettuare misure continue durante il sonno.

    Anzi, mi è sembrato che un suo “uso rilassato” possa farlo durare ancora di più. Laddove, per “uso rilassato” intendo un utilizzo che non preveda continue accensioni del display o misurazioni ripetute e inutili. Io, per esempio, che degli smartwatch non amo il loro essere invasivi, ho disattivato le notifiche degli Sms, dei messaggi WhatsApp, dei vari social, eccetera… In questo modo, il fastidio della ricarica – che dura appena 2 ore – si ripresenta davvero una volta al mese.   

    A proposito delle misurazioni

    Se vi chiedete come va indossato e utilizzato il Withings ScanWatch Nova per effettuare le misure, è presto detto. Esattamente come se fosse un normale orologio. Con la sola accortezza di regolare il bracciale (o in alternativa il cinturino in silicone) in modo che il fondello sia a contatto con il polso. Non serve che sia stretto, chiariamoci, ma che i sensori integrati nella parte inferiore (visibili se l’orologio viene rimosso) tocchino la pelle.

    Nelle misurazioni invece, è bene sedersi, poggiare braccio e polso con l’orologio sul tavolo e posare su di esso l’altra mano. Il tutto in una situazione di calma, respirazione e relax. Nessun timore: a portare a termine con successo ogni misura, vi aiutano le istruzioni visualizzate nel piccolo display che si trova a ore 12.  

    Cosa fa sembrare il Withings ScanWatch Nova un “vero” orologio

    L’ho già detto in apertura. Nonostante le funzioni avanzatissime di cui dispone (il superlativo è d’obbligo), il Withings ScanWatch Nova è lo “smartwatch meno smartwatch di tutti”. Ecco, da bravo ibrido, cosa eredita dal mondo dell’orologeria tradizionale:

    • Due lancette fisiche rivestite di Super-LumiNova, il materiale fluorescente adottato da quasi tutte le maison svizzere e non solo. Vi informo a tal proposito che la lancetta dei minuti è “saltante”: la vedrete passare da un minuto all’altro in un unico scatto.
    • Indici applicati ai multipli di cinque, anch’essi riempiti di Super-LumiNova, cui si abbinano, per i minuti intermedi, indici stampati.
    • Una lunetta girevole unidirezionale con inserto in ceramica e numeri/indici incisi. Finemente zigrinata lungo il bordo, consente regolazioni precise su 120 scatti in tutto.
    • Una cassa in acciaio inossidabile con diametro di 42 mm e 13 mm di spessore. Ripropone le forme classiche dei diver senza lasciar intuire che all’interno trovi posto dell’elettronica evoluta anziché un movimento meccanico o al quarzo.
    • Un quadrante soleil i cui riflessi cambiano direzione al variare della inclinazione dell’orologio rispetto alla luce incidente. Credetemi, in pieno sole, l’effetto ottico è molto bello.
    • Un contatore a ore 6 con lancetta fisica e quadrante stampato con un pattern circolare che ricorda fortemente un contatore dei piccoli secondi.                
    • Un corredo in dotazione di tutto rispetto, consistente in un cofanetto che contiene diversi attrezzi per orologiaio, compreso un cinturino in silicone blu da alternare al bracciale in metallo tipo Oyster.
       

    Prezzo e conclusioni

    Il Withings ScanWatch Nova costa 599 euro. Un prezzo in linea con l’estetica e le potenzialità espresse durante la prova. Una spesa che vi permetterà di mettere al polso un orologio bello da vedere, curato dal punto di vista costruttivo e in grado di fornirvi, su richiesta, indicazioni di livello medico. La funzione Ecg di valore clinico – oltre alle più classiche misure di frequenza cardiaca, saturazione di ossigeno, variazione di temperatura corporea e qualità del sonno – lo pone ai primi posti fra gli smartwatch di fascia alta.

    Mi sarei aspettato di più dal bracciale, devo ammetterlo, che è in metallo ma non in acciaio massiccio. Bello e morbido, invece, il cinturino in silicone in dotazione. Quanto alla impermeabilità, la casa dichiara 10 atm, il minimo per non rischiare che l’orologio si danneggi se colpito da schizzi o immerso in acqua per poco tempo.

    Per concludere, vi segnalo che del Withings ScanWatch Nova è stata appena introdotta la variante Brilliant Edition, con la lunetta zigrinata e l’estetica da dress watch. Uno sforzo creativo che avvicina ancora di più gli smartwatch dell’azienda francese al mondo della vera orologeria.  

  • Grand Flieger Airport e il ritorno di Tutima in Italia

    Grand Flieger Airport e il ritorno di Tutima in Italia

    Prima di occuparci dell’orologio di oggi, il Tutima Grand Flieger Airport, devo fare una premessa.
    Ci sono interi capitoli di storia dell’orologeria che con la Svizzera hanno poco a che fare. Una buona parte di questi parla tedesco e racconta storie e vicissitudini di marche più o meno note, legate, tutte o quasi, alla Sassonia. Anzi, a Glashütte, un centro con poco meno di 7mila abitanti non lontano da Dresda, noto per la lunga tradizione orologiera.
    Aziende come A. Lange & Söhne, Nomos Glashütte, Moritz Grossmann, Mühle-Glashütte, Glashütte Original e Union Glashütte, hanno sede – l’avrete immaginato – proprio in quel piccolo borgo della Germania Orientale.

    Orologi per aviatori della Seconda Guerra Mondiale

    Perché questa introduzione? Perché l’orologio di cui parliamo in questo articolo, il Tutima Grand Flieger Airport, nelle versioni “solo tempo” e cronografo, nasce proprio a Glashütte. Come tutti i modelli della casa produttrice, Tutima per l’appunto. Lo so, il nome non è familiare come quello delle aziende tedesche appena citate. Tutima, benché fondata nei primi anni ’30 del secolo scorso, ha vissuto fasi alterne, con interruzioni nella diffusione internazionale e nuovi inizi.

    Non per questo i suoi orologi meritano meno attenzione di altri, anzi. Se vi piacciono gli esemplari da aviatore, Tutima Glashütte – questo è il nome completo – ha tanto da raccontarvi. Ai pilot prodotti per la Luftwaffe, l’Aeronautica Militare Tedesca ai tempi del Secondo Conflitto Mondiale, è legato per esempio parte del suo passato.

    In Italia un nuovo distributore per gli orologi Tutima

    Le origini di Tutima non sono legate all’estro creativo o commerciale di qualche artigiano, né alle intuizioni di un famoso orologiaio. Tutima nasce dall’unione di due aziende, la Urofa (Uhren-Rohwerke-Fabrik Glashütte AG) e la Ufag (Uhrenfabrik Glashütte AG), fondate a Glashütte a partire dal 1927, sotto la guida dell’avvocato Ernst Kurtz. Due realtà costruite per fronteggiare la crisi che travolse la Germania alla fine della Prima Guerra Mondiale.

    Erano quelli gli anni in cui le aziende di orologi vedevano migrare la loro produzione dai modelli da tasca a quelli da polso. Tutima lo fece con passione e attenzione al dettaglio. Tanto da conquistare la fiducia del Reich, che nel 1938 affidò alle due aziende l’incarico esclusivo di sviluppare orologi per i piloti dell’Aeronautica Militare Tedesca.

    Il famoso Tutima Fliegerchronograph 1941, cronografo mosso dal Calibro 59 di manifattura, è stato indossato dagli aviatori tedeschi in tutte le spedizioni della Seconda Guerra Mondiale. Indossare oggi un orologio militare Tutima significa quindi mettere al polso un esemplare con alle spalle una storia degna di essere raccontata. La cosa potrebbe riuscirvi più facile da ora in poi. Dopo anni di assenza sul nostro mercato, gli orologi Tutima possono di nuovo avvalersi di un canale distributivo dedicato all’Italia.

    Tutima Grand Flieger Airport, cronografo e “solo tempo”

    Il Tutima Grand Flieger Airport, disponibile nelle versioni “solo tempo” e cronografo, e in due varianti cromatiche sfumate – Military Green e Classic Blue -, eredita il fascino dei modelli militari che l’hanno preceduto. Si distingue dalla serie Tutima Grand Flieger Classic per l’aggiunta di una lunetta in ceramica con rotazione bidirezionale e per l’uso di lancette delle ore e dei minuti a bastone. Nella versione Classic, riprendendo gli stilemi estetici dei modelli del secolo scorso, la lunetta è scanalata e le lancette sono a cattedrale. Otto le referenze in tutto: quattro per la versione a tre lancette, quattro per la versione cronografica.

    Partiamo proprio da quest’ultima, che colpisce per la forte personalità. Per quanto i gusti siano soggettivi, l’uso di tre contatori diversi per diametro e stile rende il quadrante più originale e funzionale. I secondi continui sono a ore 9 e si avvalgono di un piccolo contatore a croce. Bellissimo. Il contatore dei minuti cronografici, da 0 a 30, è a ore 12 e dei tre è quello più tradizionale. Quello delle ore cronografiche invece, con scala da 0 a 12, a ore 6, spicca per la circonferenza e per i numeri arabi di colore rosso. La lancetta centrale dei secondi crono è pure in rosso.

    Gli indici delle ore, di generose dimensioni, sono applicati. Con una scelta stilistica di questo tipo, per leggere l’ora e consultare la misurazione dei tempi brevi bastano davvero pochi attimi. Il Tutima Grand Flieger Airport in versione cronografo risponde pienamente ai requisiti di ogni orologio da pilota che si rispetti. Completano il quadro delle indicazioni due finestrelle a ore 3: quella della data e quella del giorno della settimana. La corona a vite non è protetta da spallette, per facilitarne l’uso anche con i guanti.

    Un segmento rosso accompagna l’indice circolare della lunetta a ore 12. Lo scopo è sempre lo stesso: rendere immediata la consultazione dell’orologio mentre si è impegnati a pilotare un aeroplano. La lunetta girevole in entrambe le direzioni permette, dopo aver posizionato l’indice rotondo sulla lancetta dei minuti, di misurare la durata di un qualsiasi evento (che siate in volo, in fase di allenamento o seduti alla vostra scrivania).

    Stessa lunetta, stesse lancette e stessi indici caratterizzano l’altra versione del Tutima Grand Flieger Airport, quella a tre lancette. Che esibisce però un quadrante più pulito, privo di contatori e interrotto solo dalla finestrella a ore 3 che mostra la funzione day-date e dalla scritta “Automatic – 20 atm” a ore 6, simmetrica al logo. Nella versione cronografo, le indicazioni sul carattere automatico del movimento e sulla impermeabilità sono assenti per via del quadrante affollato. La resistenza all’acqua resta comunque invariata a 20 atmosfere.

    A proposito dei movimenti

    Tutima Glashütte, nel corso dei decenni, ha inserito nei propri orologi movimenti di manifattura e di fornitura. Il Lemania 5100 utilizzato con la referenza Tutima 798 dedicata ai piloti Nato dei primi anni ’80 è un esempio di questi ultimi. Il già citato Calibro 59 del Fliegerchronograph del 1941 rappresenta i primi, con i suoi due anni di sviluppo e perfezionamenti continui. Sui calibri incassati nei Grand Flieger Airport, l’azienda non si sbilancia. Li chiama Tutima 310 per la versione cronografica e Tutima 330 per la versione “solo tempo”, descrivendone le principali caratteristiche.

    A carica automatica, sono costruiti su 25 rubini e accumulano un’autonomia di 38 ore (circa una giornata e mezza) per il tre lancette, di 48 ore per il cronografo. Tutt’e due vedono il rotore di carica impreziosito da un sigillo in oro rosa 18 carati con il logo Tutima. Le finiture dei movimenti si possono osservare grazie all’oblò in vetro zaffiro del fondello a vite. Non serve tuttavia molto, dopo una semplice ricerca in Internet, per individuare la derivazione di entrambi. Il Tutima 310 si basa sull’Eta 7750, fra i calibri cronografici più apprezzati e diffusi. Il Tutima 330 è realizzato partendo dall’Eta 2836-2, anch’esso molto conosciuto.

    Prezzi e conclusioni

    Come ultima informazione, faccio un po’ d’ordine a proposito delle referenze introdotte sul mercato italiano e i relativi prezzi. Il Tutima Grand Flieger Airport a tre lancette con cinturino in Cordura costa 2.210 euro, sia con quadrante blu (ref. 6107-01) sia con quadrante verde militare (ref. 6107-03); con bracciale in acciaio costa invece 2.520 euro, per entrambe le versioni di quadrante (ref. 6107-02 e 6107-04). Mentre per il Tutima Grand Flieger Airport crono con cinturino in Cordura ci vogliono 3.700 euro, indifferentemente dal colore del quadrante (blu, ref. 6407-01, o verde, 6407-03); con bracciale in acciaio 4.000 euro (idem, 6407-02 e 6407-04).

    I prezzi di listino non sono propriamente popolari ma sono tipici del segmento medio di mercato. Il Brand, almeno da noi, è poco noto al grande pubblico, se si eccettuano gli addetti ai lavori, gli esperti e gli appassionati di case tedesche e di orologi militari. Il nuovo distributore per l’Italia si occuperà quindi di promuovere la Marca e far percepire la qualità dei suoi orologi. Che, va detto, oltre a essere gradevoli alla vista, vantano una storia che ha poco da invidiare a quella delle maison orologiere, almeno nel nome, più familiari e blasonate.

  • Contograf Dallara, Eberhard & Co. a spasso nel tempo

    Contograf Dallara, Eberhard & Co. a spasso nel tempo

    Non passa certo inosservato. Il contrasto tra il nero del quadrante e della lunetta e il giallo dei due contatori cattura lo sguardo trasmettendo il carattere sportivo. Il nuovo Eberhard & Co. Contograf Dallara è un cronografo ispirato appunto alla supercar Dallara Stradale e che fa del giallo ufficiale della Casa automobilistica emiliana il proprio tratto cromatico distintivo.

    Di orologi pensati per celebrare auto da sogno abbiamo parlato più volte nel nostro Giornale. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il Richard Mille RM 65-01 che omaggia la hypercar McLaren W1. L’Eberhard & Co. Contograf Dallara (ref. 31069 DL) fa altrettanto. Realizzato in un’edizione limitata a soli 50 esemplari, si rivolge a chi ha acquistato o acquisterà la fuoriserie uscita dall’azienda di Varano de’ Melegari e vorrà indossare un esemplare dedicato.

    Sessant’anni di storia

    L’Eberhard & Co. Contograf, così come lo vediamo oggi, risale al 2014, quando fu presentato al pubblico come rivisitazione del Contograf degli anni ’60. Nonostante la storia di decenni, resta uno dei cronografi più apprezzati della Maison elvetica, fondata a La Chaux-de-Fonds nel 1887. Come il modello originale del secolo scorso e la rivisitazione del 2014, anche il nuovo Contograf Dallara presenta i contatori dei secondi e dei minuti cronografici disposti in orizzontale, a ore 9 e a ore 3, e la stessa finestra trapezoidale della data, a ore 6. Mi piace farvi notare come lo scatto rapido della data, che ancora oggi si regola agendo sulla corona, fu negli anni ’60 una vera e propria innovazione per l’industria orologiera.

    Anche il legame fra Eberhard & Co. e Dallara non è una novità. Accomunate dallo stesso spirito di indipendenza e dalla volontà di fare sempre meglio, le due aziende hanno interagito in molteplici occasioni. La più recente collaborazione risale allo scorso giugno, per la 29a edizione de La Leggenda di Bassano – Trofeo Giannino Marzotto, gara di auto storiche che si tiene da 60 anni a Bassano del Grappa. Per l’occasione, l’ex campione del mondo di rally Miki Biasion, Brand Ambassador per Eberhard & Co., ha fatto da apripista guidando proprio una Dallara Stradale. Confermando quella che ormai è diventata una consuetudine.

    Un movimento celebre

    Il Contograf Dallara monta lo stesso calibro degli altri Contograf a catalogo, ossia l’8147 realizzato su base Eta 7750. Quindi un movimento cronografico di comprovata affidabilità, che non è esagerato definire una pietra miliare dell’orologeria sportiva: forse il più celebre, probabilmente il più diffuso in diversi segmenti dell’orologeria. Un vero e proprio “trattore” – resistente, durevole, versatile, facile da riparare – adottato da numerose marche, anche grazie all’ampia possibilità di personalizzazione offerta dall’allestimento, sia a livello di modifiche sia di finiture.

    In questo caso però il fondello in acciaio – a vite, fregiato dalla scritta “Tribute to Contograf – 1960s” – lo nasconde alla vista e non permette di vedere né la massa oscillante né le decorazioni. Ne vediamo comunque le funzioni riportate sul quadrante, con le tre lancette centrali che indicano come al solito l’ora, i minuti e i secondi cronografici. Ai due contatori è invece lasciato il compito di segnare i secondi continui (a sinistra) e i minuti crono (a destra), su una scala da 0 a 30. Il datario, come da tradizione Contograf, riproduce i numeri in rosso.

    Contograf Dallara, attraverso le decadi

    Osservando con attenzione il Contograf Dallara non posso fare a meno di apprezzarne il potere evocativo. Penso sia uno di quei pochi orologi che non servono solo a leggere l’ora o a effettuare misurazioni, ma riescono anche a farci viaggiare indietro nel tempo. Il quadrante, la scala tachimetrica, i dettagli concepiti decenni fa ci permettono in un istante di tornare con la mente a quell’epoca e di capire come si viveva, quali erano le abitudini di quella società.

    Un esempio? Il fatto che il contatore dei minuti cronografici del Contograf Dallara presenti ancora oggi tre lunghe tacche in corrispondenza del 3, del 6 e del 9 – a ricordare l’uso telefonico per cui furono introdotte – ci fa riflettere su quanto le comunicazioni siano cambiate nel corso dei decenni. Se oggi parliamo tranquillamente con l’altro capo del mondo a costi irrisori (non solo per telefono ma anche in video), negli anni ’60 era fondamentale tener d’occhio la durata delle chiamate per contare gli scatti telefonici – che avvenivano appunto ogni 3 minuti -, onde evitare bollette salatissime.

    Stesso valore sul filo dei ricordi ha anche l’indicazione “fuoriscala” e in rosso dei 50 chilometri all’ora, evidente sulla scala tachimetrica tra le ore 2 e le ore 3. Erano anni in cui proprio i 50 chilometri orari rappresentavano il limite di velocità nella maggior parte dei Paesi europei. E questa caratteristica oggi acquista ancora più fascino se si pensa che il cronografo rende omaggio a un vero e proprio bolide della strada, la Dallara Stradale. Un’auto che si definisce “aero-car” piuttosto di “hyper-car”…

    Conclusioni

    Credo proprio che il Contograf Dallara di Eberhard & Co. sia fra gli orologi sportivi più interessanti del momento: sono quindi pronto a scommettere che piacerà agli estimatori dei cronografi. E piacerà tanto. Però… c’è un però. A costo di deludere i collezionisti e gli appassionati del Marchio, devo sottolineare che si tratta di un’edizione speciale “fuori commercio“, dedicata appunto ai proprietari della vettura (e al personale dell’azienda).

    A quanti si sono già fatti venire l’acquolina in bocca, allora, non resta altro che tenere le dita incrociate. Impossibile che Eberhard & Co. replichi l’orologio in una tiratura maggiore, ma magari in un prossimo futuro potrebbe fare qualcosa di simile per altri partner, in altre occasioni o con altri colori racing. Chissà. Del resto non dobbiamo dimenticare lo stretto legame fra la Maison e il mondo delle quattro ruote: la collezione Tazio Nuvolari sta lì a dimostrarlo… Ne riparleremo presto.

  • Andy Warhol Clou de Paris: l’aristocratico di Piaget

    Andy Warhol Clou de Paris: l’aristocratico di Piaget

    Non è fra i marchi più chiacchierati, almeno in Italia. Eppure Piaget, nel corso dei suoi 150 anni di vita, ha saputo ritagliarsi un ruolo di livello assoluto nell’olimpo dell’Alta orologeria. Chiara la vocazione “aristocratica” che gli ha permesso, prima da fornitore, poi da produttore, di dar vita a pezzi unici ricorrendo a maestria orologiera, pietre e metalli preziosi. Tutti ingredienti che ritroviamo nell’orologio al centro di questo articolo: il Piaget Andy Warhol Clou de Paris.  

    Orologi da collezione

    Tanto per capirci meglio, ci sono un paio di cose che hanno portato gli esemplari Piaget al centro degli interessi dei collezionisti più colti. Nel 1956 Piaget realizzava il calibro a carica manuale più sottile al mondo: il Piaget 9P, con uno spessore di appena 2 mm. Un movimento che qualche anno dopo si sarebbe evoluto nel calibro 12P: il quale, con un incremento di spessore di soli 3 decimi di millimetro, integrava anche il rotore di carica. L’abilità di realizzare movimenti ultra-sottili accompagnerà la Maison svizzera (che fa capo al Gruppo Richemont) fino ai giorni nostri, definendone un tratto distintivo.    

    E poi, fra gli anni Sessanta e Settanta, Piaget ha anche prodotto gli orologi-gioiello più spettacolari e fantasiosi di sempre (qui ne vedete alcuni esempi). Facendo appello a tutte le competenze accumulate nell’oreficeria, sviluppò pezzi sorprendenti che vestivano le signore altolocate. Insolite strutture architettoniche a gabbia, bracciali-scultura dalle particolari lavorazioni, elegantissime collane a pendente vibranti di gemme sfaccettate e cabochon, con diamanti a profusione. Tutti con la cassa sottilissima, proprio grazie ai movimenti ultra-piatti, e con il quadrante in pietra dura, dai colori vividi o dagli effetti gatteggianti. Capolavori che solo di recente la Maison ha ricominciato a produrre, in pezzi unici o in edizioni millesimate.

    Andy Warhol Clou de Paris: due le novità che lo distinguono

    L’orologio che vi racconto in questo articolo è imparentato con gli esemplari di cui sopra. E centra in pieno il motto della Maison: “Fare sempre meglio del necessario”. Si tratta appunto del Piaget Andy Warhol Clou de Paris (ref. G0A49238): un esemplare che, pur con profonde radici storiche, inaugura una collezione nuova, almeno nel nome.

    Perché anche stavolta Piaget va oltre il necessario? Perché modelli simili sono già in collezione. La novità, coincisa con uno sforzo artigianale non da poco, sta prima di tutto nella lavorazione della cassa. A Clou de Paris, appunto, un tipo di incisione guilloché tipica dell’alta orologeria, qui sviluppata in dimensioni maggiorate, che prende il posto della consueta godronatura delle altre tre referenze già in catalogo (G0A42236, G0A43238 e G0A48239).

    E poi c’è il quadrante in meteorite: una tendenza nell’orologeria attuale, ma del tutto in linea con il passato della Manifattura. Se ne volete sapere di più su questa pietra extra-terrestre e sull’utilizzo diffuso ai nostri giorni, andate a leggere questo articolo. Qui aggiungo solo che il meteorite va a sostituire la malachite, o il più comune trattamento galvanico nero opaco, degli esemplari precedenti.
    Due novità quindi – quadrante e lavorazione – che danno vita a un orologio elegante, lussuoso e dal carattere unico. Un orologio in grado di reinterpretare al meglio il genio creativo di Andy Warhol, fra i più influenti artisti americani del XX secolo.

    Perché Andy Warhol

    La neonata collezione deve il nome all’amicizia fra Andy Warhol e Yves Piaget, dal 1980 Presidente della Casa ed erede del fondatore, quel Georges-Édouard Piaget che aprì il primo laboratorio nel 1874. Warhol, che di orologi ne aveva centinaia, ha posseduto infatti sette Piaget. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il Black Tie acquistato nel 1973: modello ai tempi innovativo perché dotato del movimento al quarzo Beta 21. Erano quegli gli anni in cui la tecnologia giapponese al quarzo introdotta da Seiko dominava la scena, costringendo le aziende svizzere ad adeguare le proprie collezioni.

    Le generose dimensioni del Beta 21 costrinsero chi decise di adottarlo alla progettazione di casse più capienti, diverse da quelle che fino ad allora avevano ospitato i movimenti meccanici. Da qui l’idea, in casa Piaget, di produrre la cassa a cuscino fatta a scalini (godron) che identificava il Back Tie e che, giunta fino a oggi, rende unici gli orologi della linea Andy Warhol. Tra parentesi, il cambio di nome della collezione – da Black Tie a Andy Warhol, definizione non ufficiale per decenni adottata dai collezionisti – è resa possibile dalla recente partnership fra Piaget e la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts.        

    La lavorazione artigianale della cassa

    Come scrivevo sopra, il nuovo Andy Warhol Clou de Paris si differenzia dalle altre tre referenze che omaggiano l’artista per la decorazione con cui è impreziosita la cassa in oro bianco. Al motivo godronato, a tre scalini sovrapposti, si sostituisce appunto il guilloché Clou de Paris. Che consiste in piccole piramidi di base quadrata, sviluppate comunque su due gradini, affiancate fino a coprire l’intera superficie. Una lavorazione meticolosa, per giunta applicata su una superficie curva e realizzata a mano, che ha richiesto quasi un anno di messa a punto da parte degli artigiani di Piaget. Ma ne valeva la pena. La soluzione dona all’orologio una lucentezza straordinaria, mette in risalto la lunetta satinata e le texture del quadrante in meteorite blu, diverse per ogni esemplare.

    Da notare che la corona di carica e di regolazione dell’ora, zigrinata e logata, quando è ritratta “annega” nella carrure, risultando quasi invisibile. Una scelta dettata anche dalla necessità di contenere, almeno allo sguardo, le dimensioni generose della cassa (43 mm di altezza per 45 mm di larghezza). Che, in questa referenza come nelle altre della neonata collezione Andy Warhol, rinuncia anche alle anse. Completa l’opera un fondello in oro bianco opaco con inciso il logo della Manifattura, fissato da otto viti. Il movimento Piaget 501P, bello da ammirare per la qualità delle finiture, resta quindi nascosto. Ma il fondello chiuso è coerente con l’esemplare originario.

    Due diversi calibri per la stessa collezione

    Riguardo alla meccanica c’è da dire che gli esemplari della neonata collezione Andy Warhol non utilizzano lo stesso movimento. Se le tre referenze già esistenti, con lavorazione godron della cassa, si affidano al calibro di manifattura 534P, il nuovo Andy Warhol Clou de Paris incassa invece il calibro 501P, sempre di manifattura. In effetti fra i due esistono minime differenze. Sono entrambi movimenti “solo tempo” a due lancette, per ore e minuti. Tutt’e due lavorano alla stessa frequenza (3 Hz, 21.600 alternanze orarie), hanno la stessa autonomia (42 ore) e lo stesso numero di rubini (25).

    A distinguerli, oltre all’aspetto della massa oscillante, è lo spessore: 3,5 mm per il calibro 534P, 3,63 mm per il calibro 501P. Questa leggera diversità si riflette anche nello spessore complessivo della cassa: 7,6 mm contro gli 8,08 mm attuali. Comunque inferiore a quei 9 mm che, per convenzione, definiscono gli orologi ultra-piatti (anche se non esiste una regola precisa). Mi piace evidenziare questo dettaglio, visto che la sottigliezza è da sempre una delle prerogative della Manifattura svizzera. Aggiungo inoltre che lo stesso movimento 501P è adottato da Piaget anche in altre referenze delle collezioni Limelight e Altiplano.   

    Prezzo e considerazioni sull’Andy Warhol Clou de Paris

    Se volete mettere al polso il Piaget Andy Warhol Clou de Paris – che non è in edizione limitata – il prezzo da pagare è di 67.500 euro. Una somma notevole con la quale è possibile comprare pezzi di alta orologeria complicati proposti da grandi case. È questa la considerazione più frequente nella quale mi sono imbattuto raccogliendo pareri fra gli appassionati.

    Il nuovo Piaget è però un oggetto di lusso estremo: la generosa cassa è tutta in oro, le finiture sono superlative e la lavorazione a Clou de Paris è un valore aggiunto che influisce notevolmente sui costi. Poi ha alle spalle una storia importante, iniziata nei primi anni Settanta, ed è legato a una delle figure artistiche più celebri del ‘900, il che ne fa comunque un pezzo da collezione. In più non troverete mai due Andy Warhol Clou de Paris uguali. Il quadrante in meteorite blu (che già di suo ha un proprio valore), proprio per via della texture sempre diversa, rende ogni esemplare unico.     

  • Classic Worldtimer Manufacture, il verde di Frederique Constant

    Classic Worldtimer Manufacture, il verde di Frederique Constant

    Se frequentate i forum di orologeria, vi sarà probabilmente capitato di leggere che il Frederique Constant Classic Worldtimer Manufacture è considerato, per rapporto qualità/prezzo, il miglior “ore del mondo” in circolazione. Premesso che gli aspetti da considerare per dar valore a un’affermazione simile sono tanti, definirlo uno dei più interessanti è tuttavia il minimo che si possa fare.

    Al di là del fattore estetico, le ragioni che portano a una promozione piena sono diverse. Movimento di manifattura, facilità d’uso, qualità delle finiture e, manco a dirlo, rapporto qualità/prezzo altissimo. Provate infatti a cercare nei cataloghi delle varie maison svizzere un altro orologio di manifattura dotato della complicazione “ore del mondo” (detta anche “ora universale”) a poco più di 4.000 euro… Trovereste ben poco.

    Caratteristiche del Classic Worldtimer Manufacture

    Facciamo un passo indietro. Il Frederique Constant Classic Worldtimer Manufacture esiste dal 2012. In quell’anno fu presentato il calibro di manifattura che tuttora gli dà vita: l’FC-718, un movimento a carica automatica, autonomia di 38 ore, frequenza di 28.800 alternanze l’ora (4 Hz) e 26 rubini. A scanso di equivoci, vi informo che Frederique Constant monta lo stesso calibro anche negli omologhi “ore del mondo” della serie Highlife, con cassa differente e bracciale integrato.   

    Le due referenze appena introdotte – quelle di cui vi parlo oggi – ampliano invece la collezione Manufacture. Entrambe abbinano al bianco del réhaut con i nomi delle città e a parte del disco delle 24 ore il nuovo colore “verde bosco”. Sono entrambe in edizione limitata: 718 esemplari per la versione con cassa in acciaio (l’FC-718KWM4H6), appena 36 esemplari per la versione con cassa in oro rosa (l’FC-718KWWM4H9). Trentasei non è un numero casuale, badate bene, ma rappresenta gli anni di vita della giovane ma ormai affermata Manifattura svizzera.

    Variante cromatica a parte, ripresa dalle nuove referenze anche nel cinturino in pelle, i tratti stilistici del Frederique Constant Classic Worldtimer Manufacture restano invariati. A colpire lo sguardo è la mappa del mondo in rilievo che personalizza il quadrante dalla finitura soleil, su cui la luce si riflette in modo diverso a seconda dell’inclinazione. Gli indici rotondi applicati e le sfere delle ore e dei minuti sono ricoperti di Super-LumiNova, uno dei materiali fluorescenti a maggiore persistenza luminosa nel buio. A ore 6 si staglia il datario a lancetta centrale, composto da un disco volutamente opaco, sul quale sono stampati i giorni del mese, e da un sotto-quadrante guilloché a raggi di sole che esalta l’effetto argento della piccola sfera.

    Il calibro FC-718 

    Prima di descrivervi come funziona e a cosa serve la complicazione “ora universale”, voglio tornare sugli aspetti distintivi che fanno del Frederique Constant Classic Worldtimer Manufacture uno dei più interessanti “ore del mondo” in circolazione.

    Innanzitutto, il calibro FC-718: realizzato in-house, è derivato dall’FC-710, a sua volta basato sul “solo tempo” FC-700 del 2009, fra i primi calibri di manifattura firmati Frederique Constant. Un calibro a carica automatica dalla costruzione modulare e per questo non minuscolo, visto che eleva lo spessore della cassa a 12,5 millimetri. Ma innovativo per quanto riguarda l’architettura interna e le regolazioni. Che, nel caso del Frederique Constant Classic Worldtimer Manufacture, si ottengono agendo solo sulla corona a cipolla. Niente corone o pulsanti secondari: le due posizioni della corona permettono di caricare l’orologio, impostare la data, regolare l’ora e ruotare il disco delle città fino alla posizione desiderata.

    Passiamo alle finiture. Lo abbiamo scritto in altre occasioni nelle pagine del nostro giornale: per quanto siano di produzione industriale, Frederique Constant mantiene alto il livello qualitativo delle lavorazioni e lo fa anche con le due nuove referenze. Basta d’altronde osservarle attraverso il fondello in vetro, per scorgere decorazioni prossime a quelle manuali dell’alta orologeria, quali il perlage e le Côtes de Genève. A questo tocco di eleganza si aggiunge il design traforato del rotore di carica, che rivela sempre il bilanciere e il rubino sintetico sul quale è imperniato.    

    Come si usa la funzione “ore del mondo”

    Credo sia utile spiegare come si utilizza la complicazione “ore del mondo” che contraddistingue il Frederique Costant Classic Worldtimer. Il quale permette, con un semplice sguardo, di sapere che ore sono in tutti i 24 fusi orari in cui è suddivisa la superficie terrestre, leggendo semplicemente l’ora locale.

    Supponiamo di essere appena atterrati a Los Angeles, negli Stati Uniti. Estraiamo la corona sulla prima posizione e, ruotandola in senso antiorario, facciamo scorrere il réhaut delle città fino a posizionare Los Angeles a ore 12. (A titolo informativo, se la si ruota in senso orario, invece, permette di regolare il datario). A questo punto, estraiamo ancora la corona fino alla seconda posizione e impostiamo l’ora locale, facendo in modo che questa “cada” opportunamente sul disco della funzione giorno/notte. Abbiamo già finito.

    Con un semplice sguardo, oltre a conoscere la nostra nuova ora locale, possiamo sapere l’ora esatta di ciascuno dei principali fusi orari. Basta leggere il numero compreso fra 0 e 24 allineato con la città di nostro interesse. Se l’ora locale di Los Angeles segna le 06:15 del mattino, a Roma saranno le 15:15 del pomeriggio. E così via.


    Target e prezzo del Classic Worldtimer Manufacture

    Per quanto riguarda il pubblico di riferimento, il Frederique Constant Classic Worldtimer Manufacture si rivolge a chi viaggia spesso e si sposta da un capo all’altro della Terra. In virtù dello stile versatile, si adatta sia all’uomo d’affari, che necessita di un dress watch, sia al turista in outfit sportivi e informali. 

    Concludo con il prezzo, punto di forza dell’orologio appena descritto. Ancora una volta la Marca ginevrina resta coerente con il proprio motto: “Lusso accessibile”. La versione in acciaio del Frederique Costant Classic Worldtimer Manufacture costa 4.395 euro, quella in oro rosa 18.995 euro. Valori impegnativi per alcuni ma comunque competitivi. Case di più lunga tradizione propongono orologi con calibri “solo tempo” e di fornitura, a prezzi molto più elevati. 

  • Richard Mille RM 65-01 McLaren W1, l’hyperchrono sdoppiante

    Richard Mille RM 65-01 McLaren W1, l’hyperchrono sdoppiante

    Lo abbiamo già detto sulle pagine del nostro giornale: scrivere di Richard Mille non è facile. Gli orologi della casa di Les Breuleux, comune svizzero del Canton Giura di appena 1.500 abitanti, vanno osservati, capiti e digeriti, ammesso e non concesso di riuscirci. Gli stereotipi li vogliono colorati, tecnologici, super-complicati, di forma tonneau – il nuovo Richard Mille RM 65-01 McLaren W1 non fa eccezione – e dal prezzo alto, altissimo. Tant’è che li si vede spesso al polso di calciatori e sportivi ai vertici. Ma pensarli attraverso il filtro dei luoghi comuni è limitante e superficiale, quindi cerchiamo di andare più in profondità. Tutto, in un orologio Richard Mille, è studiato in modo maniacale: è il risultato di tanta, tanta ricerca, lunga e costosa, tesa a migliorare, a progredire, allo spingersi sempre oltre i propri limiti. Verso un senso di perfezione assoluta e quindi irraggiungibile.

    Sinergie e tecnologie

    Piacciano o meno, comunque, gli orologi Richard Mille sanno come far parlare di sé. Le infinite sponsorizzazioni li collocano infatti dai primi anni 2000 in contesti sportivi e tecnologici di ogni tipo: automobilismo (Formula 1 in particolare), automotive, calcio, tennis, motonautica, golf, aeronautica, equitazione e atletica leggera sono i primi che mi vengono in mente. Ambienti da cui il Marchio trae ispirazione cercando di assorbire le migliori tecnologie costruttive per poi implementarle nei propri orologi.

    Non è un caso che soluzioni tecniche e materiali impiegati da Richard Mille siano molto ricercati, con caratteristiche fisiche straordinarie. Il peso, anzi la leggerezza, prima di tutto. L’assioma è: massima resistenza meccanica e minor peso. Vi dico soltanto che l’orologio Richard Mille RM 27-05 Flying Toubillon (con tourbillon volante), l’ultimo in ordine di tempo che l’azienda svizzera ha dedicato al tennista di fama mondiale Rafael Nadal, resiste a un’accelerazione di 14.000 G e pesa, cinturino escluso, appena 11,5 grammi. Dodici, forse tredici volte meno di un subacqueo di alta orologeria.

    La cassa dell’RM 65-01 McLaren W1

    Credo non serva aggiungere altro prima di trattare l’orologio cui questo articolo intende dare spazio: il Richard Mille RM 65-01 McLaren W1. Che, manco a dirlo, si ispira al mondo delle supercar e rappresenta il quarto modello (il primo è del 2017) nato dalla collaborazione fra il Marchio svizzero e la nota Casa britannica di auto sportive. Collaborazione che questa volta celebra l’hypercar McLaren W1 dalla quale il Richard Mille RM 65-01 McLaren W1 eredita più di una scelta stilistica. A partire dal colore dei dettagli, arancio papaya.

    In realtà la cassa prende diretta ispirazione dal profilo della vettura, vista dall’alto. In particolare, la tipica architettura “aero-cell” della carrozzeria sinuosa si ritrova nella doppia lunetta merlata della cassa, realizzata in Carbon Tpt. Un materiale composito di fibra di carbonio assai particolare, che richiede grande maestria per essere lavorato. Leggerissimo, assicura però una resistenza alle microfratture superiore del 200% rispetto agli altri materiali derivati sempre dal carbonio.

    Se la guardate con attenzione, dunque, noterete che c’è una lunetta superiore sagomata in Carbon Tpt che poggia su una seconda lunetta in titanio grado 5 lucido e satinato. Bene, la parte più sottile della lunetta superiore misura qualcosa come cinque decimi di millimetro, tipo cinque Post-it sovrapposti. Per realizzarla come Dio comanda, anzi come Richard Mille comanda, ci sono voluti nove mesi di lavoro da parte di un’équipe dedicata. Nove mesi e otto prototipi, fate voi.

    Cos’altro ha di speciale il Richard Mille RM 65-01 McLaren W1?

    Lascio la descrizione dettagliata del Richard Mille RM 65-01 McLaren W1 alle didascalie delle immagini in apertura. Qui voglio concentrarmi sulle funzioni principali dell’orologio. Che è un cronografo sdoppiante (o rattrappante, se vi piace di più questo termine) con ruota colonne, a carica automatica. Inoltre ha un’autonomia di 60 ore e una frequenza di 5 Hz, ed è quindi in grado di misurare il decimo di secondo. Ha come precedente l’omonimo esemplare lanciato nel 2020, di cui vi invito a leggere la recensione perché ne riassume i dati tecnici essenziali.

    Oltre al fatto che la platina e i vari ponti sono in lega di titanio grado 5, materiale impiegato nei settori aerospaziale, aeronautico e automobilistico, all’interno del calibro di manifattura RMAC4, scheletrato, si ritrovano tutte le altre consuete diavolerie meccaniche che siamo abituati a vedere nei Richard Mille. Diavolerie che però non sono per niente “normali” nel panorama generale dell’orologeria, sviluppate dal Marchio nel tempo scegliendo i fornitori più affidabili. E che poi ha trasposto anche nei propri movimenti in-house. Ma torniamo alla complicazione del cronografo rattrappante.

    Cos’è un cronografo sdoppiante?

    Con un cronografo tradizionale possiamo misurare la durata di un singolo evento. Lo attiviamo con il pulsante a ore 2, quando l’evento ha inizio, e con lo stesso pulsante lo fermiamo quando l’evento ha fine. Con il pulsante sottostante, di solito a ore 4, azzeriamo il tutto riportando la lancetta centrale dei secondi cronografici sullo zero e ci prepariamo a una nuova misurazione.

    Un cronografo rattrappante fa molto di più perché consente di misurare la durata di più eventi in successione nonché i tempi parziali. La lancetta centrale dei secondi è in realtà composta da due lancette sovrapposte con estrema precisione. Che partono in simultanea, alla pressione del pulsante a ore 2. Premendo un altro pulsante, in questo caso posto a ore 10 (altre volte coassiale alla corona), avviene la magia e la lancetta si sdoppia.

    Nel caso del Richard Mille RM 65-01 McLaren W quella arancione (soprastante) si arresta, mentre quella celeste (sottostante), fino a quel preciso istante nascosta, prosegue la sua corsa. Possiamo così decidere se arrestarle entrambe (premendo di nuovo il pulsante al 2) e leggere le due misure, oppure far tornare con uno scatto fulmineo la prima lancetta sopra la seconda (premendo di nuovo il pulsante al 10) affinché tornino a essere sovrapposte e continuino a marciare insieme.

    La ruota a colonne

    La complicazione del cronografo rattrappante è di assoluto rilievo, difficile da realizzare e di conseguenza molto costosa. Richard Mille ne esalta la precisione grazie all’uso di una ruota a colonne a innesto verticale, anziché delle classiche camme su cui si basa un’infinità di altri cronografi. Si tratta del dispositivo più raffinato per lo smistamento delle funzioni crono, come insegnava Augusto Veroni, ed è tipico dell’Alta orologeria. La differenza sta nella precisione di partenza e arresto delle lancette, nella durata nel tempo della complicazione stessa, nell’annullamento pressoché totale del “salto iniziale” della doppia lancetta dei secondi cronografici.

    Salto che? Ve lo spiego subito. Il salto iniziale della lancetta cronografica è più o meno evidente sulla quasi totalità dei cronografi. Quando si preme il pulsante di avvio al 2, la lancetta dei secondi compie un piccolissimo passo in avanti prima che inizi regolarmente a marciare. Un’inezia per la maggior parte delle persone, ma un difetto che fa venire l’orticaria ai puristi dell’orologeria. Grazie alla ruota a colonne, il problema non si riscontra più in molti orologi. E il Richard Mille RM 65-01 McLaren W1 ne è praticamente immune.

    Un cuore che batte 36.000 volte in un’ora

    Le peculiarità del cronografo sdoppiante a bordo del Richard Mille RM 65-01 McLaren W1 non finiscono qui. Un’altra è legata all’alta frequenza di oscillazione del bilanciere: 5 Hz, 36.000 alternanze orarie. Un valore raggiunto dal bilanciere a inerzia variabile, altra soluzione tecnica emblematica degli esemplari alto di gamma. In pratica sul bilanciere si trovano quattro piccoli pesi che ne modificano il baricentro e permettono quindi regolazioni estemamente precise. Un bilanciere sì fatto, oltretutto, può tollerare maggiori sollecitazioni e urti.

    Il discorso sulla frequenza del bilanciere è lungo ed è alla base degli studi di chi si avvicina all’orologeria per la prima volta. In genere quella più utilizzata dagli esemplari attuali è di 28.800 alternanze/ora, 4 Hz. In questo caso (e non è il solo: basti pensare al celeberrimo El Primero) il bilanciere vibra più velocemente del solito e consente al cronografo di misurare il decimo di secondo (1/10 s). Il calcolo è presto fatto: 36.000 alternanze / 3.600 (secondi che compongono un’ora) = 10. La lancetta dei secondi quindi compie dieci scatti in un secondo. Dopo aver fermato il cronografo, se ne legge il conteggio sulla scala dei secondi con una certa approssimazione – ma più che adeguata agli usi comuni.

    Altri plus

    Come tutti gli orologi a carica automatica, il Richard Mille RM 65-01 McLaren W1, oltre a caricare la molla motrice contenuta nel bariletto con i movimenti del polso, permette di farlo attraverso la rotazione della corona. Ma, udite udite, possiede anche un pulsante speciale: posto a ore 8, di color arancio a ore 8, funge appunto da ricarica rapida. Basta premerlo ripetutamente e il gioco è fatto. Immaginate di riprendere l’orologio dopo averlo lasciato a riposo per qualche settimana. La funzione di ricarica rapida lo porta a marciare in una manciata di secondi.

    E poi ha il “classico” selettore di funzione, ricorrente in molti Richard Mille. Un pulsante coassiale alla corona consente di scegliere tra la funzione di ricarica (W), di regolazione della data (D) o di rimessa all’ora (H), ed evita di dover tirare la corona stessa in diverse posizioni. Il riscontro della scelta effettuata si legge sempre sul quadrante, tra le ore 4 e le ore 5. Interazione e grafica sono fatte apposta per ricordare il cambio automatico di un’automobile. Non a caso lo slogan di Richard Mille è “racing machine on the wrist”.

    Prezzo e disponibilità

    Concludo dicendo che il Richard Mille RM 65-01 McLaren W1 è prodotto in un’edizione limitata a 500 esemplari. L’hypercar McLaren W1 cui si ispira, che costa quasi 2 milioni di euro, è invece in 399 esemplari. A conti fatti, supponendo che chi acquista la vettura compri anche l’orologio, ne restano 101. Non sono pochi, ma neanche tantissimi, visto il prezzo del cronografo. Che non è alla portata di tutti, ma tutto sommato, considerato lo standard del Brand, neanche esagerato: 320mila franchi svizzeri (poco più di 340mila euro). Iva esclusa, s’intende.

  • Bulova Racer Chronograph, operazione motorsport

    Bulova Racer Chronograph, operazione motorsport

    Prima di parlarvi del Bulova Racer Chronograph, devo fare una premessa: ho un debole per Bulova, almeno per tre motivi. Il primo: Bulova ha legato il suo nome a imprese epiche, come la missione spaziale Apollo 15 del 1971, organizzata e condotta dalla Nasa. Missione che, per la prima volta, prevedeva spostamenti a bordo di un rover (l’LRV-1) sul suolo lunare. Ebbene sì, un astronauta che prese parte all’impresa aveva al polso un orologio Bulova, modello Lunar Pilot. E per me, che sono sempre stato affascinato da tutto ciò che riguarda lo spazio e l’astronomia, una simile avventura significa partecipare a un sogno.

    Il secondo: Bulova ha ufficialmente presentato e messo in commercio, nel 1960, il primo orologio elettronico della storia, l’Accutron, basato sulla tecnologia del diapason. Innovativo in termini di precisione e design, l’Accutron, nelle sue varianti, precedeva di circa dieci anni i primi orologi al quarzo. Ora, non sto qui a raccontarvi la rava e la fava, se n’è già scritto tanto su questo sito. Ma chi mi conosce sa che la consumer electronics e la tecnologia in senso lato sono stati il mio primo amore professionale e fanno ancora parte del mio lavoro. Quindi è naturale che quella pietra miliare dell’orologeria abbia un certo peso nella considerazione che ho per il Marchio.

    Il terzo motivo: gli orologi Bulova propongono da sempre alta qualità a prezzi accessibili. Una cosa importante per chi non naviga nell’oro ma deve fare i conti con il portafoglio, come càpita a quasi tutti noi comuni mortali (me compreso).
    Anche se i motivi personali mi portano a essere un po’ di parte, è comunque un dato di fatto che la storia di Bulova sia costellata da una serie di record come quelli che vi ho appena descritto. Una storia iniziata nel 1875 da Joseph Bulova, un 23enne emigrato dal suo Paese d’origine (l’attuale Repubblica Ceca) negli Stati Uniti, dove aprì la sua prima gioielleria. Fu infatti a New York che ebbe inizio la produzione dei primi orologi da tasca e da tavolo a marchio Bulova.

    Un passato nell’automotive

    L’orologio di cui vi parlo oggi, da pochissimo entrato a far parte del catalogo Bulova, è il Bulova Racer Chronograph, un cronografo al quarzo ispirato al mondo dei motori e dal forte impatto visivo. Lo so, ve lo state chiedendo: che legame ha Bulova con il mondo delle corse automobilistiche? Perché non ne ho fatto cenno nella breve introduzione che avete appena letto? La risposta è la seguente: è impossibile in poche righe riassumere tutto ciò che una casa orologiera come Bulova ha fatto in 150 anni di storia.
    Anche se – al cospetto delle imprese spaziali che vedono coinvolta la Luna – tutte le altre iniziative tendono a sbiadire, il legame tra Bulova e il motorsport è forte. Ed esiste da oltre 70 anni.

    Correva l’anno 1957 quando Bulova si presentava come cronometrista ufficiale della Nascar, la National Association for Stock Car Auto Racing, società americana – ancora in attività – che organizza e gestisce diversi campionati automobilistici negli Stati Uniti e in Canada. Anche se le partnership e le sponsorizzazioni hanno riguardato soprattutto il panorama motoristico a stelle e strisce, dopo quel 1957 e in particolare negli anni Settanta, ce ne sono state altre: la Soap Box Derby, la Formula Ford, il Mosport Park Championship e via dicendo.

    Bulova Racer Chronograph, tre referenze per tre look diversi

    Il Bulova Racer Chronograph nasce con l’intento di onorare e riportare alla memoria questo glorioso passato. E lo fa con tre esemplari dallo stile rétro, in grado di declinare lo stesso orologio con look fra loro diversi. Due con cinturino stile racing in pelle e quadrante nero (le referenze 98B427 e 98B428), uno con bracciale in acciaio a tre file e quadrante azzurro cielo (la referenza 98B432). Le due versioni con cinturino, oltre a differenziarsi per il colore di quest’ultimo (marrone o nero), si distinguono per la finitura della cassa: acciaio per la prima, Ip nero per la seconda.

    Ip sta per “Ion Plating” e indica lo speciale processo di colorazione chiamato appunto “placcatura agli ioni“. Si tratta di una tecnica molto usata in orologeria per ricoprire superfici metalliche tramite la deposizione fisica del vapore. Nella fattispecie, un flusso di particelle ionizzate attecchiscono alla cassa e ne definiscono la colorazione definitiva. Un processo simile, ma non uguale, al Pvd, di cui abbiamo in più occasioni parlato. 

    Le principali caratteristiche

    Diametro della cassa, spessore e lunetta sono invece gli stessi per tutt’e tre le varianti. La cassa tonneau del Bulova Racer Chronograph ha un diametro di 42 mm e uno spessore di 12,95 mm. La lunetta mette in bella mostra la scala tachimetrica, con il primo quarto su sfondo arancione e la parte restante su sfondo nero. Ricordo che la scala tachimetrica serve a misurare la velocità media del proprio veicolo sulla distanza di un chilometro o di un miglio. Basta attivare, alla partenza, il cronografo e arrestarlo nel momento in cui si è percorso il chilometro o il miglio di riferimento. Il numero indicato dalla lancetta centrale dei secondi indica le velocità di percorrenza media.   

    L’arancione della scala tachimetrica è lo stesso della lancetta centrale dei secondi e di quella dei minuti crono, della sottile circonferenza tratteggiata che corre esternamente agli indici dei minuti e del pulsante che avvia il cronografo. Corona a pressione e fondello fissato alla cassa tramite quattro viti assicurano all’orologio Bulova Racer Chronograph un’impermeabilità massima di 10 bar. Il vetro piatto, posto a protezione di quadrante e lancette, è in zaffiro sintetico, mentre logo e scritta Bulova si ritrovano sulla corona, in corrispondenza dell’ansa inferiore destra e sulla carrure, a sinistra della cassa. Lancette e indici sono ricoperti di Super-LumiNova, una delle sostanze luminescenti con più lunga permanenza al buio. Il datario è a ore 6.

    Il movimento del Bulova Racer Chronograph

    Sul sito ufficiale, scorrendo le caratteristiche tecniche dell’orologio Bulova Racer Chronograph, alla voce movimento si legge: “Quarzo”. Nulla di più. Idem nei documenti informativi rilasciati a noi giornalisti. L’azienda non fornisce alcuna indicazione aggiuntiva. L’ho dovuta cercare in prima persona, analizzando i vari movimenti Miyota con complicazione cronografica oggi disponibili e riuscendo, con molta probabilità, ad assegnare un nome al calibro utilizzato dalle nuove referenze. Si tratta del Miyota OS21, la cui precisione dichiarata è di +/- 20 secondi al mese, e 5 anni di durata massima della batteria. Perché Miyota? Perché la nota azienda giapponese produttrice di movimenti appartiene al Gruppo Citizen, di cui fa parte anche Bulova dal 2007.

    È un movimento standard, affidabile, ben lontano da quello ad alta frequenza (Precisionist, Hpq, chiamatelo come volete) montato a bordo degli attuali modelli Lunar Pilot. Ma pur sempre un movimento che vi permette di misurare con praticità e affidabilità i vostri intervalli di tempo.
    I due contatori a ore 3 e a ore 9 indicano rispettivamente le 24 ore che compongono la giornata e i 60 minuti crono. Poiché manca il contatore dei secondi continui e la lancetta centrale dei secondi si attiva solo con il cronografo, quando il cronografo è fermo, sul quadrante non si percepisce alcun moto. Una scelta secondo me in contrasto con la filosofia alla base della nuova collezione, evidentemente ispirata al mondo delle corse e dell’alta velocità.

    L’utilizzo di un movimento al quarzo ha permesso all’azienda americana di contenere il prezzo dei tre nuovi orologi. Il Bulova Racer Chronograph costa infatti 429 euro nella versione in acciaio, 399 euro nella versione con cassa Ip black, 379 euro nella versione con cassa in acciaio “non trattato”. In questo modo, mi sembra evidente, Bulova mira a catturare cuore e attenzione del pubblico giovane, attento alla moda neo-vintage ma anche alla tradizione.

  • Bell & Ross BR-03 Horizon, l’orizzonte artificiale al polso

    Bell & Ross BR-03 Horizon, l’orizzonte artificiale al polso

    BR-03 Horizon è il nome dell’ultima creazione di Bell & Ross, Marchio francese noto per gli orologi di ispirazione militare e aeronautica. Come tutti sanno, ha infatti legato il proprio stile a una particolare geometria della cassa: un cerchio inscritto in un quadrato. Da questa forma deriva la spiccata identità che rende i suoi esemplari riconoscibili anche a un semplice sguardo.
    Fatta eccezione per le serie Vintage BR-V2 e BR-V3, tutte le altre collezioni del Brand esibiscono infatti un quadrante di forma rotonda all’interno della cassa quadrata, con angoli smussati e viti ai quattro vertici. Una soluzione coerente con la filosofia di Bell & Ross, secondo cui gli orologi devono rispondere a criteri di utilità, massima leggibilità e robustezza, oltre che di affidabilità dei movimenti incassati.

    Una strana affissione

    Lo stile militare, rivisitato da Bell & Ross, si esplica attraverso modelli che richiamano nell’estetica gli strumenti di bordo degli aerei, principali ispiratori dell’Azienda parigina. Il Bell & Ross BR-03 Horizon, limitato a 999 esemplari, non fa eccezione. Anzi, ne enfatizza il concetto attraverso un design che riproduce al polso l’orizzonte artificiale. Ossia lo strumento giroscopico che permette ai piloti di conoscere l’assetto e l’inclinazione del proprio velivolo (informazioni di beccheggio e rollio), in assenza di luce, in caso di scarsa visibilità e, più in generale, in mancanza di riferimenti esterni.

    A rigor di cronaca, devo dire però che in passato il Marchio aveva già realizzato un orologio con l’orizzonte artificiale sul quadrante. Lo aveva presentato a Baselworld 2012 insieme ad altri esemplari sempre di derivazione aeronautica, uno con l’altimetro e l’altro con l’indicatore di virata. Il nuovo Bell & Ross BR-03 Horizon rappresenta quindi un’evoluzione rispetto a quel precedente, vivacizzata dal punto di vista cromatico e più sofisticata nelle informazioni. Non si limita infatti a raffigurare il contrasto terra-cielo sul quadrante bicolore (nero e azzurro). Utilizza invece un disco rotante che funge da lancetta delle ore e compie due giri completi in un giorno. L’assetto ideale dell’aereo rispetto all’orizzonte è indicato dalle ali stilizzate rosse che restano fisse e puntano a ore 9 e a ore 3. Con una trovata simile, l’originalità è garantita.

    Per spiegarmi meglio, il BR-03 Horizon rinuncia alla classica lancetta delle ore, e ne attribuisce la funzione visiva a una freccia graduata impressa sul quadrante. Mentre una consueta lancetta bianca indica i minuti, quella dei secondi centrali è più insolita: non solo tocca la minuteria posta sul réhaut, a formare un angolo piatto di 180°, ma è per metà bianca e per metà tratteggiata in bianco e nero. L’uso sapiente del Super-LumiNova assicura al buio un effetto wow. Gli indici e la lancetta dei minuti si illuminano di verde, mentre il cielo solidale con il disco centrale brilla in azzurro. 

    Le caratteristiche tecniche del BR-03 Horizon

    Il quadrante particolare assume maggior rilievo estetico grazie all’abbigliamento nero. La cassa in ceramica opaca ha una superficie microbigliata, ed è abbinata a un cinturino in caucciù, anch’esso nero opaco. Riguardo alla vestibilità, comunque, l’aspetto un po’ rugged non tragga in inganno. Le dimensioni non eccessive (41 mm di lato e 10,6 mm di spessore) lo rendono adatto anche ai polsi più sottili, nonché al pubblico femminile che voglia indossare qualcosa di diverso. Da questo punto di vista, trovo azzeccata l’idea di includere nella confezione anche un secondo cinturino, in tessuto arancione.

    Per quanto concerne il movimento, la Marca parigina dichiara la presenza del calibro BR-Cal. 327, a carica automatica e con 54 ore di autonomia (poco più di due giorni). Andando più in profondità, risulta essere costruito sul Sellita SW-300 – a sua volta ispirato al famoso Eta 2892-A2 -, migliorato nell’autonomia (l’originale si ferma a 42 ore) e privato del datario. Comunque non è visibile se non smontando l’orologio. È nascosto dal fondello pieno, serrato da 4 viti e decorato dal logo, da altre scritte che ne riassumono i dati essenziali e dalla definizione “Aviation Type”. Trovate ulteriori informazioni nelle didascalie.

    Filosofia e prezzo

    Il Bell & Ross BR-03 Horizon non è di sicuro un dress watch e, a guardarlo con più attenzione, non è neanche un modello sportivo, per quanto l’impermeabilità sia garantita fino a 10 bar. Invece è uno strumento tecnico, proprio per via di quelle prerogative estetiche che rispondono a una precisa funzionalità. Non per niente fa parte della linea Flight Instruments, che vanta altri modelli dal design particolare. Per intenderci, il BR-03 Horizon non è pensato per effettuare misure che esulino dalla semplice lettura dell’ora. Ma offre un modo di leggere l’ora diverso dal solito. Decisamente originale.

    Appena l’ho visto, l’orologio mi ha colpito per il riuscito contrasto tra l’azzurro del cielo e il nero della terraferma. Ma l’ho subito catalogato come un modello a sé stante. Un modello cioè che non segue una tendenza specifica o una moda del momento, ma è in grado di dettare una strada tutta sua. Un esemplare unico, senza paragoni, in grado di attrarre l’attenzione di chiunque.

    Concludo con il prezzo di listino: il Bell & Ross BR-03 Horizon costa 4.500 euro. Una cifra giustificata dalla forte personalità, dalla cura costruttiva e dalla fine lavorazione della cassa. Se la considerate eccessiva, sappiate che sul mercato a un prezzo simile troverete modelli più semplici, più ordinari. Per non dire più banali.

  • L’Eberhard Scafograf al Salone Nautico di Genova

    L’Eberhard Scafograf al Salone Nautico di Genova

    Quella di quest’anno è la terza partecipazione consecutiva di Eberhard & Co. al Salone Nautico di Genova in qualità di Main sponsor. Più precisamente, la Maison di La Chaux-de-Fonds presenzierà al più importante appuntamento del Mediterraneo sulla nautica da diporto come Official Timekeeper. Una collaborazione rinnovata e di assoluto prestigio visto che a partire da oggi, giovedì 19 settembre 2024, fino a martedì 24, in occasione di questa 64a edizione dell’evento, si terranno incontri, convegni e confronti di respiro internazionale. I vari temi del mare saranno declinati in chiave industriale, istituzionale, sportiva e commerciale. Il tutto alla presenza di importanti cariche dello Stato.

    Spazi dedicati

    Al produttore di orologi, che per l’occasione presenta il nuovo Eberhard Scafograf 200 Édition Limitée “Onde Bleue” da collezione, sono riservati un’ampia lounge nell’area Living the Sea e il Teatro del Mare, rinominato proprio Eberhard & Co. Theatre. Il quale, durante l’intera manifestazione, sarà al centro di un’importante programmazione di eventi. Per iniziare, l’appuntamento dedicato all’America’s Cup, previsto per oggi alle 14:00. E, a seguire, la conferenza stampa del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera dal titolo: E… state in sicurezza: i numeri del 2024.

    Le premesse per mettere in mostra le proprie creazioni e raccontare il forte legame con il mare, insomma, ci sono tutte. Come conferma Mario Peserico, General Manager di Eberhard & Co: «Siamo orgogliosi di essere nuovamente Official Timekeeper del Salone. La connessione della Marca con il mondo del mare è profonda e pervade tutta la nostra storia, dagli albori fino a oggi».
    In effetti, dal 1959, Eberhard & Co. non ha mai smesso di progettare e perfezionare i propri esemplari subacquei della collezione Scafograf. Dedicati agli appassionati e ai professionisti, gli stessi rappresentano a oggi una delle serie più longeve della storia dell’orologeria. Che qui ripercorriamo in breve per darvi un’idea di quanto l’Eberhard Scafograf abbia fatto per il mondo della subacquea negli ultimi 65 anni.

    Gli esordi dell’Eberhard Scafograf…

    Facciamo un passo indietro e torniamo alla metà del secolo scorso, l’epoca delle esplorazioni subacquee. È il decennio in cui si mettono a punto gli orologi da immersione, e l’industria del tempo studia le soluzioni tecniche migliori per affrontare le profondità degli abissi. Nascono allora i più celebri esemplari subacquei delle grandi marche, famosi ancora oggi e tuttora presenti in catalogo.

    Fra le case di orologeria impegnate in questa ricerca c’è anche Eberhard & Co., che registra il nome Scafograf nel 1958. E l’anno successivo lancia sul mercato il proprio orologio subacqueo, con la cassa in acciaio da 35 mm impermeabile fino a 10 bar e il movimento automatico. Al primo modello fa seguito, poco dopo, un altro automatico in acciaio, ma con la cassa leggermente più grande, di 38 mm, e un’impermeabilità fino a 20 bar. Questi due esemplari sono i capostipiti di un’intera generazione di diver, via via aggiornata nel tempo.

    …e gli sviluppi

    Già nel 1962, infatti, la Maison de l’Aigle propone uno Scafograf più imponente: sempre impermeabile fino a 20 bar ma con la cassa che raggiunge i 42,5 mm di diametro (un’enormità, per l’epoca), per rispondere alle esigenze di maggiore visibilità e resistenza richieste da quanti praticavano immersioni in profondità. Proprio per accontentare i subacquei professionisti, nel 1964 presenta quindi lo Scafograf 300, impermeabile fino a 30 bar, che monta un calibro di estrema affidabilità come l’Eta 2824.

    Intanto, nel 1962/’63, era uscita anche una referenza con datario. Mentre nel ‘66 lo Scafograf 300 conosce una versione con indici a barretta al posto di quelli triangolari. E ancora, nel 1969 è la volta della variante femminile, il Miniscaf: con la cassa di formato ridotto, 32 mm di diametro, ma sempre impermeabile fino a 30 bar. Negli anni usciranno poi tante altre varianti: con tenuta stagna fino a 40, 75 e perfino 100 bar. Impossibile citarle tutte.

    L’Eberhard Scafograf nel Nuovo Millennio

    Con l’avvento dell’elettronica prima e dei computer da immersione poi, anche la produzione dei subacquei di Eberhard & Co. subisce una battuta d’arresto – come del resto quella di tutti i diver elvetici. Ma nei primi anni Duemila si riafferma il desiderio degli strumenti da immersione meccanici. Per questo nel 2006 la Casa di La Chaux-de-Fonds presenta lo Scafodat 500: una versione estrema dello Scafograf, con la cassa da 44 mm impermeabile fino a 50 bar e dotata di valvola di decompressione per l’elio.

    Poi, nel 2016, Eberhard decreta il ritorno dello Scafograf 300. Erede diretto del modello del 1966, uscito 50 anni dopo, ha la cassa di 42,5 mm con la lunetta in ceramica e la valvola di decompressione. È un successo: l’orologio è amato tanto dagli addetti ai lavori (che lo premiano nella categoria Sport del GPHG), quanto dal pubblico.

    L’anno successivo, lo Scafograf GMT acquista – come si intuisce dal nome – una piccola complicazione utile: il triplo fuso orario. E passiamo al 2019. Per festeggiare i 60 anni dalla nascita del primo Scafograf, ecco l’Eberhard Scafograf 300 MCMLIX, con quadrante nero dall’estetica vintage, seguito da altre versioni colorate negli anni successivi. Del resto la collezione Scafograf è stata protagonista, come lo è quest’anno, anche del Salone Nautico 2022 e 2023. L’anno scorso, in particolare, è stata presentata la variante in tonalità cioccolato dello Scafograf 300 MCMLIX, con cassa da 43 mm di diametro.

    Le onde del mare sul quadrante

    E siamo ai giorni nostri, appunto, anzi al Salone Nautico di Genova 2024 che ha aperto i battenti al pubblico proprio questa mattina. Il modello scelto per rappresentare la Marca, come accennato in apertura, è il diver Eberhard Scafograf 200 Édition Limitée “Onde Bleue”. Prodotto in edizione limitata a 137 esemplari – i collezionisti sono avvisati -, propone un quadrante blu decorato con uno speciale pattern azzurro. Linee curve che «rendono omaggio alle onde, simbolo del fluire del tempo, del passato che si propaga nel presente e dell’incessante moto verso il futuro», fa notare Mario Peserico.

    Come lo stesso nome suggerisce, l’orologio – un “solo tempo” privo di datario – è impermeabile fino a 20 bar. Monta un movimento automatico dalla nota affidabilità, un calibro Sellita SW 200-1. La generosa copertura fluorescente in stile vintage di indici e lancette rende ben leggibile l’ora già a pochi metri di profondità, non appena i raggi solari perdono di intensità fino a scomparire. Il blu è ripreso dalla lunetta in ceramica e dal cinturino integrato in gomma sul quale è inciso il classico “scudo” della Casa con la lettera “E”. Un tocco di ulteriore sportività cui, in fase di acquisto, si può preferire il bracciale in acciaio Chassis, con fibbia déployante a due pulsanti (2Click). I prezzi: 3.250 euro per la versione con il cinturino in gomma; 3.850 euro per quella con il bracciale Chassis.

    Un’ulteriore novità

    Il diver Eberhard Scafograf non sarà il solo esemplare in mostra nella lounge Eberhard & Co. Come ogni anno, i visitatori potranno ammirare le collezioni più emblematiche della Casa elvetica e le novità presentate sul mercato. Come il nuovo cronografo Extra-fort Roue à Colonnes Retour en Vol, dotato di ruota a colonne e funzione fly-back. Una complicazione ideata per i piloti, che consente due (o più) misurazioni cronografiche successive senza passare per il pulsante di azzeramento. Ne riparleremo.            

  • Patek Philippe Ora Universale 5530G e il cambio data nel Pacifico

    Patek Philippe Ora Universale 5530G e il cambio data nel Pacifico

    Quando parliamo di case orologiere di grande prestigio come Patek Philippe, le cui origini risalgono al 1845, siamo portati a pensare che le innovazioni con le quali possano continuare a stupirci siano limitate nel tempo. Niente di più sbagliato. La Casa svizzera sposta l’asticella sempre più in alto, anche e soprattutto per quanto attiene le complicazioni. Non è un caso che le stesse rappresentino da sempre il tratto distintivo di Patek Philippe – Manifattura che, con i suoi esemplari pluri-complicati, ha saputo scrivere pagine di storia dell’orologeria. Così, quando pensi che a Ginevra abbiano già dato tutto con le loro infinite referenze, ti trovi di fronte al nuovo Patek Philippe Ora Universale 5530G e sei costretto a ricrederti. Vi spiego perché. 

    “Ora universale”, i primi orologi da viaggio di Patek Philippe

    Uno dei terreni su cui Patek Philippe ha dimostrato più volte di essere all’avanguardia è quello degli orologi con “ora universale”, detti anche “ore del mondo”. Sono modelli che consentono, in ogni momento e ovunque ci si trovi, di leggere l’ora locale e insieme di sapere che ore sono in ognuno dei 24 fusi orari in cui è idealmente suddivisa la superficie terrestre.

    Benché i primi calibri siano stati inventati allo scopo nei primi anni ’30 dall’orologiaio indipendente Louis Cottier, la prima manifattura ad averli adottati è stata proprio Patek Philippe. Erano anni in cui, vuoi per i costi, vuoi per i pochi mezzi di trasporto aereo e navale a disposizione, a viaggiare erano davvero in pochi. Malgrado ciò, nel 1937 nascono i primi orologi Heure Universelle dell’azienda ginevrina. Poi ne seguono altri, molti dei quali con quadranti in smalto, iper-quotati nelle aste di tutto il mondo. Fino ad arrivare ai nostri giorni. Giorni in cui si viaggia molto più di allora. 

    Cosa rende unico il Patek Philippe Ora Universale Ref 5530G?

    L’ultimo orologio “ore del mondo” di Patek Philippe è l’Ora Universale Ref 5530G. Presentato in edizione limitata all’esposizione Patek Philippe Watch Art di Tokyo del giugno 2023, da poco è entrato a far parte del catalogo “corrente”, nella collezione Complicazioni. Dotato del calibro 240 HU C a carica automatica, si distingue dal già esistente 240 HU per la presenza di un’ulteriore funzione riguardante la data.

    Se ne osserviamo il quadrante, troviamo ciò che quasi tutti gli orologi ore del mondo offrono. Ossia: lancette delle ore e dei minuti, disco delle 24 ore, disco esterno delle città e, quando presente, datario. Quest’ultimo, a seconda delle marche che lo propongono, è declinato in varie forme.

    Ciò che però contraddistingue il Patek Philippe Ora Universale Ref 5530G dai modelli delle altre manifatture è la capacità di modificare, con la sola pressione del pulsante posto a ore 10, ben quattro indicazioni contemporaneamente. Vale a dire: rotazione del disco delle città, rotazione del disco delle 24 ore, rotazione della lancetta delle ore con scatti di un’ora e adeguamento della data. Questo avviene in funzione dell’ora del fuso vigente, indicato dalla città a ore 12 e dalle lancette centrali.

    Il tutto senza compromettere l’avanzamento della lancetta dei minuti che resta indipendente. La Manifattura gnevrina ha infatti voluto che ogni possessore del Patek Philippe Ora Universale 5530G, nel passare da un fuso orario all’altro, si preoccupasse solo di posizionare a ore 12 la città rappresentativa del fuso orario in cui viene a trovarsi.

    Il cambio data… all’indietro  

    A questo punto conviene che mi soffermi un po’ su questa caratteristica. Perché detta così sembra semplice ma non lo è. Dotare il precedente calibro Patek Philippe 240 HU dei meccanismi necessari a regolare in automatico anche la data, trasformandolo nel 240 HU C, non è stata un’impresa facile. Se si considera che la modifica ha richiesto l’aggiunta di 70 componenti per la sola data, a fronte di un aumento di spessore del movimento di appena 0,7 mm, la meraviglia è inevitabile.

    Non solo, il Patek Philippe Ora Universale 5530G è in grado di far avanzare in automatico la data di un giorno, al superamento della mezzanotte, ma anche di farla indietreggiare nel solo caso in cui è possibile. Sì, perché, come i viaggiatori più attenti sanno, nell’oltrepassare da Ovest verso Est la linea internazionale del cambio data in pieno Oceano Pacifico, che sulla ghiera cade fra le città di Auckland (Nuova Zelanda) e l’atollo di Midway (Hawaii), la data deve essere spostata di un giorno, non in avanti ma indietro.

    Non voglio appesantire il testo spiegandovi come la cosa sia tecnicamente possibile, ma vi rimando all’efficace video esplicativo che Patek Philippe ha preparato allo scopo. Questo vi mostra come si comporta il suo nuovo orologio “ore universali” durante un ipotetico viaggio da Tokyo (partenza alle ore 21:55 locali di un giorno qualsiasi) alle Hawaii (arrivo alle ore 9:55 locali del giorno precedente).

    L’armonia del quadrante

    L’altra sfida che il team Patek ha dovuto affrontare, nell’inserire una data con lancetta centrale in un quadrante già abbastanza ricco di informazioni, era quella di trovare una soluzione estetica sobria, che si integrasse nell’insieme con armonia. Patek l’ha vinta con qualcosa di inedito, anche per sé stessa. Il datario come sempre è posto sul réhaut ed è indicato tramite una lancetta trasparente, realizzata in vetro, che termina sui 31 numeri con una paletta di colore rosso. Meglio di così non si poteva fare.

    Per il resto, la configurazione del quadrante opalino dalla tonalità blu/grigio è quella tipica delle Ore Universali. Con il disco perimetrale delle città del mondo, poi quello delle 24 ore con la funzione giorno/notte, quindi i 12 indici dell’ora locale. La zona centrale è decorata con il motivo “carbonio” presentato per la prima volta nel Calatrava Ref 6007A, prodotto per festeggiare l’apertura del nuovo sito produttivo di Plans-les-Ouates, nel 2020. Ed è poi apparso anche sui Calatrava 6007G, caratteristici per i tocchi di colore a contrasto.

    240 HU C, il movimento complicato

    Lo avete intuito: il movimento 240 HU C incassato nel Patek Philippe Ora Universale 5530G non è dei più semplici. La gestione della data dell’ora locale è garantita da un dispositivo brevettato, un differenziale composto da due ruote di innesto a “stella” concentriche. Come spiega Patek Philippe, quella esterna ha di diametro maggiore ed è dotata di 62 denti, quella interna più piccola conta invece 31 denti. Quando la stella esterna ruota in senso orario, la lancetta della data avanza di uno scatto in senso orario. Quando a ruotare in senso orario è invece la stella interna, la lancetta della data arretra di uno scatto in senso antiorario. Ma la funzione è molto più facile da usare che da raccontare.

    L’autonomia, a seconda delle condizioni, d’uso oscilla fra un minimo di 38 ore (un giorno e mezzo) e un massimo di 48 ore (due giorni). Il calibro, ultrapiatto, ha uno spessore limitato a 4,58 mm ed è composto da 306 componenti montati su 37 rubini. La carica automatica legata alla gestualità del polso è assicurata da un mini-rotore decentrato in oro 22 carati a rotazione unidirezionale. Su di esso è inciso il logo della Manifattura, ovvero la Croce di Calatrava, raffigurata anche sulla corona. La lavorazione delle superfici metalliche delle varie parti del calibro – è inutile dirlo – si pone ai vertici della categoria. Patek Philippe per esibirla si avvale di un fondello in vetro zaffiro.         

    Ultime info sul Patek Philippe Ora Universale 5530G

    Vi rimando alle didascalie per osservare l’orologio in ogni minimo dettaglio, esterno e interno. Qui però mi preme, visto che il prezzo a cui il Patek Philippe Ora Universale 5530G non è dei più bassi, invitarvi a osservare il cinturino. Fatelo con attenzione e non fatevi ingannare dalla texture denim. Non si tratta infatti di un cinturino in tessuto o sintetico, bensì realizzato in pelle di vitello. Le cui impunture, manco a dirlo, sono fatte a meno. L’ennesima trovata con cui la casa ginevrina dimostra ancora una volta di saperci fare.

    Veniamo al prezzo: 77.220 euro non sono pochi. Data però la complicazione “ora universale”, arricchita nel calibro 240 HU C dalla innovativa e brevettata funzione del datario, non è da considerarsi neanche esagerato. Chi acquisterà il Patek Philippe Ora Universale 5530G metterà al polso un orologio di gran classe, la cui estrema qualità è garantita dal Sigillo Patek Philippe. Di sicuro utile per quanti si sposteno spesso da un capo all’altro del mondo.

  • Longines Legend Diver: essenziali ma con tanta sostanza

    Longines Legend Diver: essenziali ma con tanta sostanza

    Quando si parla dei Longines Legend Diver, si fa riferimento alla serie di orologi subacquei più iconici del Marchio elvetico. Una storia iniziata nel 1959 con il Longines Diver ref. 7042, proseguita negli anni ’60 e ’70 e giunta fino all’anno in corso. Il 2024 celebra infatti i 65 anni di vita della collezione e lo fa con tre nuove referenze.

    I nuovi Longines Legend Diver (L3.764.4.06.6, L3.764.4.96.6 e L3.764.4.99.6) riprendono le caratteristiche estetiche e costruttive delle varianti presentate nel 2023 e introducono tre nuove colorazioni del quadrante laccato e lucido: verde, terracotta e grigio antracite. Tutt’e tre sono dotate di cassa da 39 mm di diametro e bracciale in acciaio a sette file (le cinque centrali a “chicchi di riso”).

    I Longines Legend Diver precedenti

    Delle tappe che hanno scandito la storia del Longines Legend Diver abbiamo parlato in modo diffuso nelle nostre pagine. Trovate infatti aneddoti, curiosità e descrizioni dei modelli lanciati negli ultimi anni qui (per la versione con cassa in bronzo, per esempio) e qui (dove vi abbiamo raccontato il passaggio alla cassa da 39 mm e la scelta da parte di Longines di rinunciare al datario).

    Queste due novità – percepite come una svolta nel momento della loro adozione – devono aver dato buoni frutti, tanto che le nuove varianti le ripropongono tali e quali. Una coerenza che acquista ancora più valore se si pensa che, come ho già accennato, alle tre nuove referenze è assegnato il compito di festeggiare un importante anniversario. Ma vediamo i nuovi Longines Legend Diver più nel dettaglio.

    Dimensioni e utilizzo

    Cassa di diametro pari a 39 mm, indicazione pura dell’ora, due prestigiose certificazioni (ISO 6425 e COSC), doppia corona e lunetta girevole bidirezionale interna, al posto del réhaut, sono le caratteristiche principali dei tre nuovi Longines.
    Lunetta che è meccanicamente collegata alla corona a vite posta a ore 2. La seconda corona, posizionata quasi a ore 4, sempre a vite, serve invece a regolare l’ora e, in caso di estrema necessità, a caricare l’orologio manualmente. A scanso di equivoci, vi anticipo che il calibro Longines L888.6 che trovate dentro la cassa dei nuovi Longines Legend Diver è a carica automatica.

    Perché 39 mm di diametro? Perché Longines studia e conosce alla perfezione mode e tendenze. Se fino a qualche anno fa a farla da padrone erano le casse “oversize”, oggi il 39 rappresenta per produttori e appassionati il “numero magico”. È cioè quella misura in millimetri che piace all’uomo dal polso contenuto e, allo stesso tempo, alla donna attratta dai modelli maschili – la quale però non è disposta a indossare un diver da 42 mm.
    Il 39 mette tutti d’accordo. E riesce anche nell’intento di trasformare un orologio tecnico come il Longines Legend Diver, nato per le esplorazioni marine, in un modello per tutti i giorni e per tutte le occasioni.

    Perché, se è vero che la lunetta girevole serve, dopo opportuno posizionamento dell’indice triangolare sulla sfera dei minuti, a misurare i tempi di immersione, è anche vero che può essere usata, nella vita quotidiana, per misurare la durata di qualsiasi evento. Una performance musicale, una presentazione di lavoro, un compito da svolgere nel più breve tempo possibile: insomma, tutto ciò che rientra mediamente nella durata di 60 minuti.

    Dubbi e chiarimenti

    A questo punto potreste muovere un’obiezione. La collezione dei Longines Legend Diver comprende anche modelli da 36 mm, ancora più indicati per il pubblico femminile. Vero, ma a differenziare i 39 mm dai 36 mm non è soltanto il diametro. A essere diversi sono anche i movimenti: l’L592 per i 36 mm, l’L888.6 per i 39 mm. Il primo con 45 ore di autonomia, il secondo con 72 ore. Da quasi due a tre giorni. Non è poco.   

    Perché l’assenza del datario? La domanda è lecita. Soprattutto perché, fino al 2023, le varie referenze del Longines Legend Diver (quelle da 36 e 42 mm) ne hanno invece fatto uso, aprendo nel quadrante la classica finestrella a ore 3. La risposta arriva dal desiderio di una grande fetta di pubblico di disporre di un display pulito, non interrotto da un foro, e che non distolga l’attenzione dalla semplice lettura dell’ora. E poi… diciamocelo: nell’era dello smartphone e degli onnipresenti display, in quanti solleviamo il polso per vedere che giorno è? Davvero in pochi.

    Il movimento dei nuovi Longines Legend Diver…

    Ho già fatto riferimento, nelle righe precedenti, al movimento a carica automatica L888.6 che dà vita al Longines Legend Diver nelle referenze qui trattate. È un derivato dell’Eta A31.L11 che, dopo opportune personalizzazioni e migliorie, si eleva a calibro a uso esclusivo Longines. Ha un diametro di 25,6 mm, uno spessore di 3,5 mm ed è montato su 21 rubini.

    La frequenza di 3,5 Hz permette al bilanciere di oscillare 25.200 volte ogni ora. Bilanciere che si affida a una spirale in silicio: la quale, oltre a essere più resistente al tempo e alla corrosione, risulta quasi insensibile agli scarti di temperatura e ai campi magnetici, a tutto vantaggio della costanza di marcia. Che, con la molla motrice completamente avvolta, assicura appunto un’autonomia di ben 3 giorni (72 ore).

    La capacità di resistere agli urti è invece garantita dal sistema Nivachoc presentato per la prima volta nel 2006 da Breguet e oggi adottato da diversi brand di Swatch Group. Di cui Longines, Eta e la stessa Breguet fanno parte. 

    …e gli attestati

    Quanto alle certificazioni, le ho già annoverate fra le caratteristiche base dei nuovi Longines Legend Diver, ma credo valgano qualche riga di spiegazione. In breve, la norma ISO 6425 garantisce sulla perfetta tenuta stagna e sul carattere realmente subacqueo dell’orologio.Il certificato del COSC sulla precisione di marcia del movimento L888.6.

    Le specifiche ISO 6425 che un orologio deve possedere per fregiarsi della designazione “Diver’s Watch 300 m” (come accade con il Longines Legend Diver) sono tante. E includono, oltre a una serie di indicazioni visibili alla distanza minima di 25 cm, anche un fondello e una corona a vite, un vetro minerale o in zaffiro sintetico, indici e lancette con rivestimento fosforescente (come il qui presente Super-LumiNova) e via dicendo.

    I test che invece permettono all’ente elevetico indipendente COSC (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres) di assegnare il Certificato ufficiale di cronometro (Chronometer Officially Certified) a un movimento finito e funzionante, durano 15 giorni. E si svolgono con il calibro orientato in diverse posizioni e sottoposto a più temperature. Il nostro Longines Legend Diver ha superato tutto questo. 

    Voglio far notare infine come l’azienda di Saint-Imier non ostenti sul quadrante alcuna scritta che richiami queste caratteristiche qualificanti. Si limita solo a citare entrambe sul fondello. Vuoi per il discorso della pulizia grafica, assai gradita agli appassionati, vuoi perché un Marchio dal blasone simile a quello di Longines non ha bisogno di ostentare meriti e capacità. Diceva il grande William Shakespeare: «Abbi più di quanto mostri, parla meno di quanto sai…».      

  • Ocean Star Decompression Timer 1961 Limited Edition: Mido in total black

    Ocean Star Decompression Timer 1961 Limited Edition: Mido in total black

    È inutile negarlo. Se non siete subacquei e non conoscete i termini base del mondo delle immersioni, a colpirvi, del nuovo Mido Ocean Star Decompression Timer 1961 Limited Edition, saranno soprattutto i colori e i numeri interni al quadrante. A partire dal centro fino alla scala dei minuti, si sovrappongono infatti cerchi concentrici di colore nero, giallo, verde, rosa,  azzurro e, per finire, di nuovo nero. 

    Se puntate quindi a un orologio originale dal punto di vista estetico e tecnico – vi preannuncio che quei colori e quei numeri hanno sott’acqua un’importante funzione pratica – il Mido Ocean Star Decompression Timer 1961 Limited Edition è il diver giusto. 

    Diver, certo, grazie alla impermeabilità di 20 bar, ma con una naturale propensione a trasformarsi nell’orologio da indossare tutti i giorni. Non solo al polso maschile: viste le premesse e la misura non esagerata della cassa (40,5 mm), anche a quello femminile. 

    1961 esemplari per gli 80 anni della serie Ocean Star

    Se considerate che sul mercato mondiale, di questa nuova edizione, saranno immessi solo 1961 esemplari, l’attrattività non può che crescere. Non solo, l’Ocean Star Decompression Timer 1961 Limited Edition festeggia l’80° anniversario dalla nascita della serie Ocean Star. A completare un quadrante così ricercato ci pensa la ghiera girevole unidirezionale che, opportunamente regolata sulla sfera dei minuti, vi informa sul tempo trascorso dal momento in cui vi siete immersi. 

    Un orologio pensato quindi per i sub, in edizione limitata e che, come il nome suggerisce, indica come e quando risalire dalle profondità del mare, eseguendo correttamente le soste di decompressione. Per di più, con un valore storico non da poco. Ma andiamo con ordine e vediamo come si presenta questa edizione limitata firmata Mido e a quale modello del passato si ispira. 

    Ocean Star Decompression Timer 1961: la descrizione

    Il Mido Ocean Star Decompression Timer 1961 Limited Edition, così come lo osserviamo oggi, non è una novità assoluta, ma ripropone quasi in tutto la versione del 2020. Che a sua volta, dopo 60 anni, riportava in auge il Mido Ocean Star Skin Diver Watch (referenza 5907) del 1961, capostipite della serie e forte di un successo, all’epoca, di tutto rispetto. 

    Erano gli anni di Jacques Cousteau, tempi in cui i subacquei non potevano affidarsi alla tecnologia di cui disponiamo oggi. Un orologio meccanico di alta qualità, progettato per garantire sicurezza durante le fasi di risalita, era il massimo a cui potevano ambire. E il Mido Ocean Star Skin Diver Watch dava loro tutto quello che serviva per scongiurare ogni patologia da decompressione.

    Rispetto all’edizione del 2020, di cui vi abbiamo parlato in questo articolo spiegandovi come funzionano le scale di quel quadrante a effetto arcobaleno, il Mido Ocean Star Timer 1961 Limited Edition del 2024 introduce un’inedita variante estetica. La cassa, di acciaio inossidabile, è rivestita in Pvd nero dalla finitura lucida. Una lucentezza che conferma la volontà dell’azienda di Le Locle di catturare l’attenzione anche del pubblico femminile.

    Ognuno dei 1961 esemplari a disposizione è inserito in una scatola speciale. Insieme all’orologio, contiene un bracciale in maglia milanese caratterizzato dallo stesso rivestimento nero della cassa, un cinturino in caucciù semi-lucido che riprende l’azzurro del quadrante e un terzo cinturino in pelle di vitello, nero ma con impunture che si rifanno, manco a dirlo, ai colori del quadrante. 

    Dato il sistema di aggancio e sgancio rapido, è facile passare da un cinturino all’altro, in funzione dell’umore e dell’outfit del momento. Come avere, in pratica, tre orologi differenti acquistandone uno solo. Peraltro a un prezzo, 1.620 euro, decisamente interessante. 

    Calibro Mido 80, affidabile e resistente ai campi magnetici

    Chiudo l’articolo fornendovi alcuni dettagli sul movimento del Mido Ocean Star Decompression  Timer 1961 Limited Edition. Più evoluto di quello incassato nell’antesignano di 60 anni fa, risponde alla sigla Mido 80 (21.600 alternanze/ora e 25 rubini). Personalizzato per l’occasione e costruito su base Eta C07.621 (a sua volta derivato dall’Eta 2824-2, il movimento svizzero più conosciuto e utilizzato di sempre), in casa Swatch è un punto di riferimento. Sono infatti diversi i marchi che, nelle rispettive declinazioni, ne fanno uso (Hamilton e Tissot, solo per citare due esempi). 

    Nella versione attuale, è un movimento automatico che può contare su 80 ore di autonomia (più di tre giorni) e su un bilanciere con spirale Nivachron resistente ai campi magnetici. Ovunque si indossi, il nuovo Ocean Star Decompression Timer 1961 Limited Edition garantisce precisione e costanza di marcia. 

    La massa oscillante è decorata a Côtes de Genève anche se non si vede: Mido ha scelto di coprire il movimento, ancora una volta, con il tradizionale fondello in acciaio a vite (come la corona). Su questo è riportata in rilievo la classica stella marina con punte ripiegate, il numero di serie dell’orologio e la scritta “one of 1961”.  Il Mido 80 è un calibro solo tempo con datario. La finestrella che indica il giorno si trova a ore 3 e mostra un carattere numerico bianco su sfondo nero.

    Riprende così il contrasto dei numeri stampati sul quadrante che informano sui tempi di sosta e sulle profondità (espresse in metri e in piedi). Le lancette e gli indici spiccano nel buio grazie al rivestimento in Super-LumiNova, uno dei materiali luminescenti più pregiati e di più lunga persistenza. Lo stesso che “dà luce” all’indice tondo che si ritrova a ore 12 della lunetta in smalto nero.

  • Alpina Seastrong Diver Extreme Gmt, il subacqueo per chi viaggia

    Alpina Seastrong Diver Extreme Gmt, il subacqueo per chi viaggia

    Se siete appassionati di orologi ma conoscete poco o per niente la marca Alpina, non è detto che apparteniate a una sparuta minoranza. Ci sono brand, in tutti i settori del mercato, conosciuti all’estero, dove la loro presenza è forte da decenni, ma molto meno in Italia. Potrei citarvi come esempio alcune case automobilistiche d’Oriente, divenute familiari da noi solo dopo aver presentato auto elettriche, eppure considerate veri e propri colossi nei rispettivi paesi di origine. Con Alpina succede qualcosa di simile. La Casa è nota in Svizzera, per la sua storia e per i suoi esemplari, ma non in Italia: dove, per trovare informazioni e appassionati interessati alla sua produzione, occorre cercare nei forum di settore.

    La situazione però è destinata a cambiare rapidamente, visto che il Marchio elvetico sta per sbarcare anche nel nostro Paese. La distribuzione ufficiale inizierà il prossimo settembre e sarà dislocata attraverso una fitta rete di rivenditori lungo tutta la Penisola. Per cominciare a prendere confidenza con gli orologi del Marchio, allora, puntiamo l’attenzione su un modello di grande attualità: l’Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic. Un subacqueo che esiste in due versioni: “solo tempo” e Gmt. Di particolare interesse non solo perché adatto alla stagione, ma anche per il rapporto qualità/prezzo.

    Un Brand unico

    Gli orologi Alpina si collocano infatti fra i prodotti premium in una fascia di mercato che ai giorni nostri è tutt’altro che affollata. Con un range di prezzo compreso indicativamente fra i 1.000 e i 2.500 euro, in pratica hanno ben pochi concorrenti. Almeno per quanto riguarda le marche cosiddette “istituzionali”, cioè dalla lunga storia e dalla fama riconosciuta (il contrario dei microbrand, per intenderci), e soprattutto il segmento sportivo, che è quello in cui Alpina è storicamente affermata. Ma c’è di più e non posso fare a meno di farvelo notare.

    Alpina non solo è un marchio svizzero la cui fondazione da parte di Gottlieb Hauser risale al lontano 1883, ma ha avuto un ruolo fondamentale nel dar vita all’attuale orologeria svizzera. Almeno, così dicono i suoi sostenitori: tanto che senza le strategie imprenditoriali di Alpina, l’industria elvetica delle lancette oggi sarebbe completamente diversa. In questo articolo vi abbiamo spiegato questo punto di vista: leggetelo e la vostra percezione di Alpina cambierà immediatamente.

    Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic Gmt, in nomen omen

    Fatta questa importante premessa, passo a raccontarvi dell’Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic Gmt. Presentato lo scorso aprile a Watches & Wonders Geneva, è la versione di punta di una collezione che comprende anche un “normale” subacqueo, privo di complicazioni (eccetto per il datario). Qui in redazione abbiamo deciso di privilegiare l’analisi dell’esemplare dedicato ai grandi viaggiatori. Proprio perché include, come vedremo, le stesse caratteristiche presenti nel “solo tempo” (eccetto per la funzionalità della lunetta, ovvio), ma con maggiori prestazioni.

    Come lo stesso nome suggerisce, si tratta appunto di un Gmt con lancetta secondaria delle ore e lunetta a rotazione bidirezionale, realizzata in ceramica nera e con numeri in rilievo. Come tutti i Gmt con questa costruzione, permette di leggere tre fusi orari differenti. L’Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic Gmt quindi è l’orologio perfetto per il viaggiatore che attraversa in lungo e in largo il mondo e vuole tener d’occhio simultaneamente l’ora del luogo di partenza e quella di altre due destinazioni.

    Non solo. L’Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic Gmt presenta altri vantaggi. È appunto un subacqueo, come il suo parallelo in collezione, con una resistenza all’acqua fino a 30 atmosfere garantita dal fondello in acciaio fissato con sei viti e dalla corona a vite. La corona logata ha un inserto in caucciù, a garanzia di un grip eccellente anche quando le regolazioni sono effettuate con i guanti da sub. Vi ricordo a tal proposito che l’estrazione della corona, dopo averla svitata, va fatta sempre e comunque in superficie e mai sott’acqua.

    Le caratteristiche…

    Assodata l’ottima impermeabilità, a mio avviso a catturare lo sguardo di chi incrocia l’Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic Gmt è la cassa in acciaio 316L che misura 39×40,5 mm. Valori praticamente perfetti per ogni polso maschile (o quasi). Non una “semplice” cassa rotonda, ma una più elaborata e resistente cassa coussin (a forma di cuscino) con i componenti montati su tre livelli sovrapposti (fondello-carrure-lunetta, come vuole la tradizione). La cassa, va detto, si avvale di superfici lisce e satinate per creare riflessi e giochi di luce in grado di fondersi perfettamente con le linee spigolose. Alpina, per sottolinearne la resistenza strutturale, la definisce “Extreme”. E la utilizza anche in altri esemplari in catalogo, come quelli della collezione Alpiner.

    Due le referenze dell’Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic Gmt (AL-560B3VE6 e AL-560LG3VE6): una con il quadrante nero, cromaticamente coerente con la lunetta in ceramica e il cinturino in caucciù; l’altra con il quadrante panna, che risalta per contrasto nell’intero abbigliamento. In entrambi i casi, il quadrante è decorato con un motivo a triangolo, la figura geometrica cara alla Marca in quanto diretto rimando al logo. Le sfere delle ore e dei minuti sono a spada e per metà traforate (la parte piena è rivestita di materiale luminescente). La lancetta del secondo fuso orario termina con un generoso triangolo dai bordi rossi e dall’interno luminescente, e il triangolo ritorna anche nel contrappeso della lancette dei secondi. A ore 6 si trova la finestrella della data, che spicca soprattutto nella referenza con quadrante nero.

    … e il prezzo dell’Alpina Seastrong Diver Extreme Gmt

    Non mi soffermo sul movimento, a cui Alpina assegna, dopo opportuna personalizzazione, la sigla AL-560 e che è realizzato sulla base del calibro Sellita SW330: potete trovare le specifiche tecniche nelle didascalie. Concludo invece con il prezzo al pubblico: l’Alpina Seastrong Diver Extreme Automatic Gmt costa 2.495 euro. Come dicevo prima, un prezzo concorrenziale, considerate le prestazioni offerte dall’orologio. Non troverete in giro molti equivalenti…

  • Citizen Serie 8-890: il subacqueo da usare ogni giorno

    Citizen Serie 8-890: il subacqueo da usare ogni giorno

    Non sono certo orologi artigianali. Eppure, da un po’ di anni, i Citizen riescono ad attrarre l’attenzione di chi non rinuncia alla qualità dei dettagli. Vi sto parlando di un colosso dell’orologeria giapponese – è bene sottolinearlo – che da solo vende mediamente, in un anno, più di 10 volte quello che vendono tutti i marchi svizzeri del lusso messi insieme. E non solo perché gli orologi Citizen sono più economici degli elvetici più blasonati, ma perché nel tempo hanno saputo fare del rapporto qualità/prezzo un indiscusso punto di forza. I Citizen Serie 8 – nati nel 2008 e oggi rappresentati da 14 referenze, tutte rigorosamente meccaniche a carica automatica – sintetizzano in pieno questa mia introduzione. E si spingono oltre. Con prezzi alla portata di tutti, svelano una qualità costruttiva, un livello estetico e una realizzazione dei movimenti all’apice delle capacità industriali. Emblematico il Citizen Serie 8-890… Ma andiamo con ordine.

    Delle attuali varianti a catalogo, ben 8 sono state introdotte nell’ultimo mese. Tutte vantano un bracciale integrato in acciaio, un doppio vetro in zaffiro sintetico e una buona resistenza ai campi magnetici. I nuovi Citizen Serie 8 si affiancano ai Citizen 880 GMT della stessa serie, di cui vi abbiamo parlato, meno di un anno fa, in questo articolo.     

    Più nel dettaglio, la collezione si è arricchita dei Citizen Serie 8–831 Calibro 9051 (tre nuove referenze), dei Citizen Serie 8-870 Calibro 0950 (due nuove referenze) e dei Citizen Serie 8-890 Calibro 9051 (tre nuove referenze, di cui una in edizione limitata). Ed è proprio di questi ultimi Citizen Serie 8-890 Calibro 9051 che voglio appunto parlarvi in modo approfondito, lasciando agli altri, oltre alle dettagliate didascalie che leggete sopra, una descrizione più sintetica.  

    L’uso quotidiano del Citizen Serie 8-890

    A un primo sguardo sembra il classico orologio sportivo con bracciale integrato in acciaio. Uno dei tanti che hanno fatto la fortuna di diverse case orologiere. Il Citizen Serie 8-890 Calibro 9051 però è un diver, vista l’impermeabilità dichiarata fino a 20 bar, con soluzioni estetiche e costruttive originali.

    Partiamo dalla ghiera girevole numerata (da 0 a 60 minuti). Diversa – sia nell’aspetto, sia nella costruzione – dalle tradizionali ghiere integrate nella lunetta della gran parte dei diver oggi in circolazione. Il Citizen Serie 8-890 esibisce infatti la tipica ghiera interna posizionata sul réhaut, che ruota in entrambe le direzioni e si aziona mediante una corona dedicata posta a ore 2. Niente bordo zigrinato, niente sound a ogni scatto, ma solo una perfetta sincronia fra la rotazione della corona e quella della ghiera.

    Che, va detto, rinuncia stranamente a ogni traccia di luminescenza. Neanche l’indice a triangolo con punta rovesciata presenta il rivestimento luminescente in natulite di solito adottato da Citizen per rendere gli esemplari visibili buio. Una scelta opinabile, direte voi, per un orologio che voglia definirsi subacqueo. Già a qualche metro sottacqua – chi si immerge lo sa – la poca luce solare a disposizione rende difficoltosa la lettura del tempo trascorso in immersione. Perché allora realizzare una cassa impermeabile fino a 20 bar, quando tutti gli altri esemplari della Serie 8 si fermano a 10 bar?

    Le risposte, per come la vedo io, risiedono nella volontà della Casa madre di proporre un orologio sportivo di elevata qualità, a proprio agio in tutte le situazioni e adatto agli sport acquatici in senso lato. Un orologio che permetta comunque di misurare, posizionando lo zero della ghiera numerata sulla lancetta dei minuti, intervalli di tempo a partire da un momento prestabilito. Che questi trascorrano in immersione non ha molta importanza. Possono invece rappresentare la durata di un percorso in barca, di un’uscita col kite, di una lezione di windsurf. Ma anche di un evento sportivo qualsiasi e altro ancora: una prova d’esame, un discorso, un’esibizione.

    Rivisto nell’ottica dell’orologio da indossare tutti i giorni, comune agli altri nuovi modelli della collezione, il Citizen Serie 8 – 890 si veste di carattere e si ammanta di un fascino tutto suo. A me, lo ammetto, piace moltissimo l’idea. E credo che, considerate tutte le caratteristiche, questo esemplare abbia le carte in regola per colpire l’attenzione di molti appassionati.    

    Estetica peculiare

    Non vi descrivo in dettaglio le forme spigolose dei vari elementi che compongono la cassa e il bracciale dei Citizen Serie 8-890. Vi rimando alle didascalie. Quello che posso dirvi è che si incastrano in totale armonia, trasmettendo a chi le osserva (anche distrattamente) una sensazione di solidità e ricercatezza. Merito del gioco di riflessi creato dall’alternanza di superfici in acciaio liscio e spazzolato. E, nel caso della referenza NB6069-53H, dalla presenza di elementi in acciaio grigio che ben si abbinano a tutti gli altri placcati in oro. Un motivo in più per credere che Citizen abbia voluto creare un diver eclettico, non solo nelle parole, ma anche nei fatti.

    I quadranti – blu per il modello NB6060-58L, marrone per il NB6069-53H – sono decorati da un motivo geometrico fatto di elementi rettangolati scavati e in rilievo, alcuni lisci e altri solcati da righe verticali. Un pattern che era già presente negli esemplari dello scorso anno e che si ritrova anche nelle altre novità di quest’anno. Qui però risulta funzionale all’elevata leggibilità delle informazioni. Gli indici applicati di forma rotonda, a eccezione di quelli a ore 12 e 6 (che sono rettangolari), e le sfere a matita di dimensioni generose consentono un’agevole lettura dell’ora in tutte le posizioni e situazioni di luce.

    Vorrei inoltre far notare come la ghiera interna riduca le dimensioni del quadrante e lo spessore della cassa, migliorando la vestibilità di un orologio il cui diametro misura quasi 43 millimetri. Sul retro poi l’estetica si esalta. Il fondello a vista mostra il movimento 9051 di fabbricazione Miyota ma riservato agli orologi Citizen Serie 8. Ciò significa che quel calibro, pur essendo di fornitura (Miyota è il produttore di movimenti meccanici e al quarzo controllato al 100% da Citizen), non potreste trovarlo su nessun altro orologio.       

    Il Citizen Serie 8-890 in edizione limitata

    L’ho detto in principio. Fra le nuove referenze di orologi Citizen Serie 8 ve n’è una in edizione limitata a 1.700 esemplari, di cui 200 riservati al mercato italiano. Pur proponendo la stessa cassa e lo stesso bracciale del modello NB6060-58L, si distingue per la lavorazione completamente diversa del quadrante. Al di là della tonalità, un color rame molto particolare, è composto da elementi geometrici triangolari che creano forme irregolari. Fidatevi: certo non si tratta di un guilloché inciso a mano, ma qui la lavorazione industriale in serie fa davvero miracoli.

    Riflessi e giochi di luce, dovuti alle differenti inclinazioni delle tante sfaccettature che si susseguono sull’intera superficie, sono tutt’altro che scontati. E creano effetti davvero sorprendenti, che ci aspetteremmo di trovare in orologi dal prezzo più elevato. Visto che la Limited Edition è proposta a 1.090 euro, solo 100 euro in più della NB6060-58L e a pari prezzo della NB6069-53H, vi consiglio di acquistarla. Può essere esibita perfino nelle occasioni speciali. Il valore collezionistico d’altronde è garantito.

    La meccanica dei nuovi Citizen Serie 8

    Il calibro incassato nei Citizen Serie 8-890 e negli 831 è il 9051, mentre ad animare gli 870 si trova lo 0950. Pur se realizzati in serie, entrambi contribuiscono a inquadrare la produzione di movimenti meccanici a carica automatica Citizen. Ciascuno a modo proprio, visto che tra i due esiste qualche differenza: 42 ore di autonomia per il calibro 9051, 50 ore per il calibro 0950; -10/+20 secondi al giorno di scarto per il 9051, -5/+10 secondi al giorno per lo 0950.

    Entrambi sono montati su 24 rubini, hanno uno spessore di 4,1 mm e una frequenza di funzionamento di 28.800 alternanze/ora (4 Hz). La lancetta dei secondi, centrale in ambedue i movimenti, avanza infatti con la massima fluidità, accontentando anche l’occhio dei puristi. Ottima la resistenza ai campi magnetici, sempre più intensi e frequenti ai giorni nostri: 16.000 ampère su metro (circa 200 Gauss), grazie ai materiali impiegati e alle caratteristiche tecniche. A dimostrazione di quanto i nuovi Citizen Serie 8 siano fatti per essere indossati tutti i giorni.

  • Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, dall’acciaio al titanio

    Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, dall’acciaio al titanio

    Ci sono oggetti che regalano emozioni. Altri, come gli orologi, che alle emozioni aggiungono storie. Storie talvolta importanti, che tutti dovremmo conoscere e che, in casi come questo, affondano le proprie radici agli inizi del secolo scorso. La storia che Longines riporta ai giorni nostri, con una nuova versione di uno dei suoi orologi da pilota più iconici, il Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, è strettamente legata a quella dell’aviazione civile e militare.

    Indossare infatti la nuova referenza Longines (L2.838.1.53.2), che amplia la collezione dei Longines Pilot Majetek dello scorso anno con una variante in titanio grado 5, significa riflettere sull’importanza che le tecniche di misurazione del tempo hanno avuto nella evoluzione della nostra società.

    Non so voi, ma io, ogni volta che mi trovo di fronte a un orologio militare con origini nel passato, provo una curiosità indomabile. Longines, la cui fondazione risale al lontano 1832, ha infatti legato – negli anni ’20 del secolo scorso – i suoi primi orologi da polso proprio alle più importanti imprese ed esplorazioni dei cieli. Come quella (rinomata) dell’aviatore statunitense Charles Augustus Lindbergh che nel 1927 attraversò in solitaria l’Oceano Atlantico, volando da New York a Parigi, senza effettuare alcuno scalo, in “appena” 33 ore e 32 minuti. Lindbergh portò a compimento l’impresa con al polso un orologio progettato proprio da Longines, il famoso e complesso “Hour Angle” (in italiano “Angolo Orario”).

    Dall’aviazione cecoslovacca ai nostri giorni

    Ancora pochi anni e sarebbe nato il Longines Pilot Majetek, predecessore dell’orologio di cui vi sto parlando in questo articolo, il Longines Pilot Majetek Pioneer Edition per l’appunto. Fu progettato nel 1935 per i piloti dell’aviazione cecoslovacca. Oggi, di sicuro, le forze armate ceche non rappresentano nell’immaginario collettivo un simbolo indiscusso di potenza militare. Ma, in quegli anni, erano fra le meglio equipaggiate, sia in termini di armi, sia di tecnologia.

    Il nome “Majetek” traeva infatti origine dall’espressione in lingua incisa sul fondello: Majetek Vojenské Správy, ossia “di Proprietà dell’Esercito Cecoslovacco”. Era la referenza 3582, il cui design la casa di Saint-Imier registrò, nello stesso anno, presso l’International Bureaux for the Protection of Intellectual Property di Berna.

    Starting Time Indicator, prerogativa del Longines Pilot Majetek

    Esteticamente quel Longines Pilot Majetek non era molto diverso da quello attuale. Aveva infatti la stessa cassa a cuscino (coussin), ma un diametro inferiore: 40 mm di allora contro i 43 mm attuali. Le lancette differivano per forma: squelettes nel 1935, a bastone oggi.

    Presente anche il contatore dei piccoli secondi a ore 6 e l’indice a freccia con punta rovesciata in abbinamento alla lunetta zigrinata girevole in entrambe le direzioni. Un modo immediato per fissare, anche con i guanti da aviatore, un punto temporale di partenza (Starting Time Indicator). Nel Longines Pilot Majetek del 1935 il triangolo rovesciato ruotava insieme al vetro. Oggi il vetro resta invece fisso, contribuendo all’impermeabilità dell’orologio che si attesta sui 10 bar.

    Materiali e movimenti, sì, quelli erano diversi. Il radio come riempimento luminescente delle lancette, della punta di freccia e dei numeri arabi nel 1935; il Super-LumiNova grigio ma con emissione di luce blu oggi. Un vetro definito “infrangibile” nel 1935; una più robusta e performante lamina in zaffiro sintetico con trattamento interno ed esterno antiriflesso oggi.

    Una rivisitazione moderna e in edizione limitata

    Spiegata la discendenza del Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, conviene fare una sintesi delle sue specifiche tecniche. A iniziare dal calibro L893.6 realizzato su base Eta A31.501, che la Casa della clessidra alata incassa anche in altre referenze. Un calibro a carica automatica, montato su 26 rubini, il cui bilanciere (con spirale in silicio anti-magnetica) oscilla alla frequenza di 25.200 alternanze orarie (3,5 Hz) e la cui autonomia tocca le 72 ore (3 giorni).

    In più, è certificato Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres) come l’incisione “Chronometer Officially Certified” sul fondello ricorda non appena si ruota l’orologio per osservarlo sul retro. Sempre dal fondello si apprende un’altra importantissima informazione. Il Longines Pilot Majestic Pioneer Edition è un’edizione limitata a 1.935 esemplari. Non si tratta di appena 100 o 200 esemplari, ma – vista l’importanza storica dell’orologio – la produzione limitata ne accresce senza dubbio il valore collezionistico. Ciò giustifica anche il prezzo di 5.400 euro.

    Un Longines Pilot Majetek in titanio

    Come dicevo, il nuovo Longines Pilot Majetek Pioneer Edition si distingue dalle referenze introdotte lo scorso anno (ne abbiamo parlato qui in modo diffuso) per la cassa, la corona a vite e la fibbia con chiusura ad ardiglione in titanio grado 5. Trattasi di una lega più raffinata e dalle caratteristiche fisiche ben superiori a quelle dell’acciaio inossidabile. Contiene, oltre al titanio, il 6% di alluminio, il 4% di vanadio e piccole parti di ferro e ossigeno. Una combinazione di elementi chimici che dà vita a un materiale leggero, resistente dal punto di vista meccanico (alla trazione in particolare), termico e alla corrosione (pensate all’acqua di mare).

    Per intenderci, le sue proprietà sono talmente nobili da farne la lega metallica di elezione nel settore aeronautico, biomedico e automobilistico di alto livello. Per capirci meglio, una cassa in titanio grado 5, a parità di forma e grandezza, pesa quasi la metà di una forgiata in acciaio 316L, ma vanta una resistenza alla trazione quasi doppia. 1.000 MPa del titanio contro i 570 MPa dell’acciaio. Il simbolo MPa indica il megapascal, ossia la forza per unità di superficie necessaria per deformare o strappare un materiale. Va da sé che ogni lega metallica tende a graffiarsi se trattata senza la giusta cautela, e il titanio non fa eccezione. Per cui, se tenete all’estetica del vostro orologio, usate la giusta accortezza affinché resti impeccabile nel tempo.

  • Ocean Star 200C Carbon: la categoria superiore di Mido

    Ocean Star 200C Carbon: la categoria superiore di Mido

    Quando ho avuto modo di osservare da vicino il Mido Ocean Star 200C Carbon, l’istinto è stato quello di metterlo a confronto con le altre referenze della serie 200C. Le quali, oltre a esibire un aspetto più in linea con la categoria dei diver, sono proposte a un prezzo inferiore alla metà di quello a cui è venduto il nuovo arrivato. Dovevo capire meglio. E così ho iniziato a osservare il Mido Ocean Star 200C Carbon con più attenzione e a cercarne gli aspetti distintivi. Dopo poco, ne avevo già individuati abbastanza, tanto da assegnare al nuovo diver della Casa svizzera una collocazione di categoria superiore. Vi preannuncio che si tratta di un’edizione limitata a 888 esemplari, quanto basta per conferire alla nuova referenza anche un valore collezionistico. Ma andiamo per gradi. 

    L’estetica e i vantaggi della fibra di carbonio

    Come lascia intuire il nome, la costruzione del Mido Ocean Star 200C Carbon utilizza il carbonio. Più precisamente, sia la cassa, sia il quadrante sono realizzati in materiale composito di fibra di carbonio. Non proprio una scelta economica, visti i costi di produzione decisamente più alti di quelli dell’acciaio. La fibra di carbonio, oltre a esaltare l’estetica e il carattere sportivo dell’orologio, ne aumenta la resistenza fisica riducendone il peso. La nuova referenza (M042.431.77.081.00) pesa soltanto 122 grammi, contro i 187 delle versioni in acciaio e i 129 di quella in titanio.

    Non solo. Il materiale composito, proprio in quanto tale, conferisce una propria unicità all’aspetto dell’orologio. E devo dire che in questo caso crea un contrasto notevole tra le sfumature di grigio/antracite/nero della cassa e del quadrante con il colore arancio tipico del mondo Mido. Che si ritrova sulla sfera dei minuti e sugli indici dei primi 15 minuti incisi nella lunetta in ceramica nera.
    Già, perché anche la lunetta girevole unidirezionale è stata prodotta in un materiale leggero e resistente, degno partner del composito in carbonio. Dimostrazione di quanto i tecnici della Casa abbiano curato ogni aspetto nella progettazione dell’Ocean Star 200C Carbon.

    Il che vale anche dal punto di vista estetico, ovvio. L’effetto lucido della lunetta è ripreso dalla corona a vite in acciaio Pvd nero (con inciso il logo) e dal fondello: il quale, come tradizione Mido vuole, riporta la stella marina che da sempre identifica la serie di orologi Ocean Star. Non solo. La rotazione della lunetta in senso antiorario è scorrevole ma resistente quanto basta, e colpisce anche per il sound. Su questo le marche del Gruppo Swatch, di cui Mido fa parte, devono aver lavorato parecchio negli ultimi tempi. Strano a dirsi ma è un dettaglio non da poco soprattutto per gli appassionati di orologi subacquei.

    Certificazione COSC e calibro 80

    Il secondo aspetto che differenzia il Mido Ocean Star 200C Carbon dagli altri modelli della stessa serie è la certificazione COSC. Se mai aveste qualche dubbio sulla costanza di marcia dell’orologio in questione, la certificazione di “cronometro” rilasciata dall’ente svizzero Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres rappresenta un’ottima garanzia. Ogni orologio meccanico a cui venga assegnato questo riconoscimento è testato per giorni in varie condizioni di temperatura e in più posizioni. Solo i migliori passano il test. Ricordo che per ottenere il certificato ufficiale di cronometro, lo scarto registrato dal movimento deve essere compreso fra -4 e +6 secondi al giorno, secondo le norme Iso 3159/2009.

    Come se non bastasse, il movimento incassato nel Mido Ocean Star 200C Carbon, ossia il Calibro 80 a carica automatica derivato dall’Eta C07.821, si affida a un bilanciere con spirale in silicio. Materiale insensibile ai campi magnetici che, perfino nelle profondità marine, non andranno mai a compromettere la costanza di marcia. Cui contribuiscono anche le 80 ore di carica completa: un’autonomia così lunga infatti, significa infatti che l’amplitudine del bilanciere – la cui frequenza è di 21.600 alternanze/orarie – rimane più a lungo costante nel tempo. Senza dimenticare i vantaggi pratici: poter riporre l’orologio al venerdì sera e ritrovarlo perfettamente in orario al lunedì mattina. Anche se – ci scommetto – sarà difficile privarsi dell’orologio proprio durante il weekend, visto che sembra fatto apposta per le giornate al mare.

    Considerazioni finali sull’Ocean Star 200C Carbon

    Per concludere, mi ricollego a quanto scrivevo all’inizio. L’Ocean Star 200C Carbon costa 2.450 euro, mentre le altre referenze della collezione hanno un prezzo compreso fra 1.110 e i 1.350 euro, a seconda della presenza del cinturino o del bracciale. A proposito, questo nuovo subacqueo è corredato di due cinturini, ma trovate le informazioni al riguardo nelle didascalie… Per tornare al prezzo più elevato, è indubbiamente riconducibile a un insieme di fattori, che spero di essere riuscito a raccontarvi al meglio nelle righe precedenti.

    In sintesi, però, questo orologio vanta elementi distintivi che di solito si riscontrano in segmenti di mercato più elevati. In pratica, comunque, la presenza del diverso materiale high-tech per l’abbigliamento e la certificazione Cosc del movimento costituiscono costi effettivi per il produttore, che si ripercuotono per forza di cose sul prezzo al pubblico. Certo, il cliente finale paga di più, ma deve avere la consapevolezza di avere in mano un prodotto superiore per qualità e prestazioni. E credetemi se vi dico che altre marche, per offrirvi caratteristiche equivalenti, si farebbero pagare molto, ma molto di più…

  • Longines Conquest, versatilità a tutto colore

    Longines Conquest, versatilità a tutto colore

    L’occasione per il lancio dei nuovi Longines Conquest è una di quelle che ogni casa orologiera vorrebbe vantare: 70 anni dalla nascita di una collezione. Certo, le maison di grande rilievo hanno storie antiche, alcune delle quali iniziate addirittura nel Settecento, ma 70 anni di vita ininterrotta, per una linea di orologi, non sono pochi. Longines, la cui storia affonda le radici nel lontano 1832 (quasi due secoli fa), lo sa bene e vuole festeggiare il traguardo in grande. Lo fa ampliando la collezione Conquest con 30 nuove referenze, distribuite su diametri, colori, materiali e movimenti diversi.

    L’intento è quello di raggiungere sia il pubblico maschile, sia quello femminile. D’altronde è ormai assodata la consapevolezza che quest’ultimo da un po’ abbia riscoperto il piacere di indossare orologi meccanici, come dimostrazione di cultura e di buon gusto. Tanto che la casa di Saint-Imier ha affidato l’immagine dei nuovi Longines Conquest a tre Ambasciatrici d’eleganza: l’attrice e cantante cinese Zhao Liying, la supermodella ungherese Barbara Palvin e la cantante e attrice sudcoreana Suzy. Sono loro le protagoniste di A life in a day: una campagna di respiro internazionale, girata fra Shanghai, Seoul e Budapest, che mette al centro dell’attenzione alcuni nuovi Longines Conquest da 34 mm di diametro.

    Nuovi Longines Conquest: diametri di 30, 34, 38 e 42 mm

    Le dimensioni, i materiali utilizzati e i movimenti meccanici a carica automatica (dal “solo tempo” con data al cronografo) dei nuovi Longines Conquest parlano chiaro. Chiunque voglia un Longines troverà nella collezione Conquest l’orologio per la vita quotidiana più adatto al proprio stile. L’acciaio e il caucciù, i diamanti (per alcuni modelli femminili) e i movimenti automatici fanno da sfondo a uno spettro di colori – per il quadrante, la lunetta e il cinturino – davvero ampio. Vista nell’insieme, la collezione è improntata alla versatilità, intesa come possibilità di indossare i singoli esemplari in ogni occasione, con qualsiasi look e a qualsiasi ora del giorno o della notte. Ma anche – almeno in certi casi – come capacità di adattarsi ai diversi generi in modo trasversale.

    Versatili, quindi, nel senso di eclettici, poliedrici, in una parola modernissimi. In particolare, due formati inediti – da 30 e 38 mm – entrano a far parte della collezione. Nel dettaglio comunque, se considerati nei valori assoluti, i diametri da 30 mm e 34 mm si rivolgono alle donne. Molti degli abbinamenti cromatici, come quelli scelti per le tre ambasciatrici (azzurro, verde e rosa su acciaio), lo confermano. Mentre i 38 mm risultano in ugual modo adatti sia ai polsi femminili sia a quelli maschili, tant’è che si basano su scelte cromatiche più sobrie e affatto modaiole. Espressamente dedicati agli uomini, invece, sono i Longines Conquest da 42 mm in versione cronografo.  

    I cronografi Longines Conquest

    E cominciamo proprio da questi ultimi: tricompax, sono sviluppati in cinque nuove referenze. Due con quadrante argenté e contatori blu (una con cinturino in caucciù dal colore coordinato, l’altra con bracciale in acciaio). Due con quadrante argenté e contatori verdi (idem). E infine una con quadrante color champagne e contatori neri, abbinati al cinturino in caucciù nello stesso colore (modello che va ad affiancare la variante con bracciale lanciata lo scorso anno).

    Per tutti, la lunetta in ceramica lucida è caratterizzata dalla scala tachimetrica, che consente di misurare la velocità media mantenuta fra il momento in cui si attiva la lancetta centrale dei secondi cronografici e quello in cui la si arresta. A ore 3, si trova il contatore dei secondi continui. A ore 9 e 6, rispettivamente, il contatore dei minuti crono e quello delle ore crono, entrambi con sfere di colore rosso. L’impermeabilità fino a 10 bar, garantita dalla corona e dal fondello a vite, si ritrova non solo nelle versioni cronografo ma in tutte le referenze della collezione.

    Le caratteristiche del movimento

    Qui il movimento meccanico a carica automatica è il calibro L898.5, realizzato in esclusiva da Eta sulla base del calibro A31.L01, che a sua volta è una rielaborazione del celebre 2892-A2 con applicato un modulo della cronografia (probabilmente prodotto sempre da Eta). Di conseguenza attraverso il fondello in vetro zaffiro si vede solo un “semplice” automatico. La scelta di preferire questo movimento ad altri presenti in catalogo – di costruzione integrata e magari dotati del dispositivo più raffinato per lo smistamento delle funzioni crono, la ruota a colonne – deriva forse dalla disponibilità di produzione o, più probabilmente, dalla volontà di non aumentare i prezzi. Che, per la cronaca, sono compresi fra 4.150 euro per i modelli con cinturino in caucciù, e 4.300 euro per quelli con bracciale in acciaio.

    Tra le caratteristiche qualificanti del calibro, comunque, ci sono l’autonomia di 59 ore e la spirale in silicio con altri componenti amagnetici. Ecco, la resistenza al magnetismo è una delle prerogative di tutti i nuovi Longines Conquest. Il che non è poco, visto che la Casa elvetica dichiara una resistenza ai campi magnetici più di 10 volte superiore a quella fissata dallo standard ISO 764:2020. Quali conseguenze comporta la cosa nella vita di ogni giorno? Poter, per esempio, aprire e chiudere il proprio forno a microonde con il Longines Conquest al polso senza temere che la precisione di marcia venga in qualche modo compromessa.   

    Il Longines Conquest da 38…

    Nei nuovi Longines Conquest da 38 mm compaiono tre abbinamenti classici e intramontabili: cassa e bracciale in acciaio con quadrante blu; cassa e bracciale in acciaio con quadrante nero; cassa e bracciale in acciaio con quadrante bianco. Per i più attenti alle tendenze di oggi c’è invece un modello con quadrante verde, mentre gli amanti del vintage si ritroveranno nel quadrante color champagne. Le cinque referenze da 38 mm costano tutte 2.350 euro.  

    Il movimento incassato nei nuovi Longines Conquest da 38 mm risponde alla sigla L888.5, anch’esso realizzato da Eta. Sviluppato sulla base dell’A31.L11, vanta una notevole autonomia di 3 giorni – 72 ore, quanto basta per vivere il weekend in libertà: se si toglie l’orologio il venerdì sera, lo si ritrova il lunedì mattina perfettamente funzionante. Senza dimenticare che una lunga autonomia influisce pure sulla costanza di marcia… Anche in questo caso la spirale del bilanciere è in silicio, quindi il movimento è resistente ai campi magnetici. Ed è visibile attraverso il fondello trasparente, che permette di apprezzare la massa oscillante personalizzata.

    …e da 34 mm

    Sempre il calibro L888.5 è montato anche all’interno delle nuovi Longines Conquest da 34 mm, la cui gamma è una delle più ampie nel portafoglio della Casa della Clessidra Alata. Le 15 referenze disponibili presentano combinazioni di colori e materiali in grado di forgiare realmente l’orologio perfetto per chiunque. Quadranti blu, rosa, verdi, argenté e porpora sono accostati all’acciaio lucido e/o satinato del bracciale e della lunetta, declinata anche in oro rosa grazie a un rivestimento da 200 µm (micrometri, chiamati micron in passato). I cinturini in caucciù sono perfettamente coordinati al quadrante: rosa, verde acqua, rosso corallo, verde oliva e porpora. Variegati i prezzi: dai 2.200 euro degli esemplari “basic” ai 3.400 delle versioni con trattamento oro rosa.

    Esiste anche una versione dal total look candido, con cinturino in caucciù e lunetta tempestata di diamanti taglio brillante. Longines non si limita a fornirne il numero e la caratura complessiva, 48 gemme per un totale di 0.403 carati, ma ci dice qualcosa in più sulla loro qualità: Top Wesselton per quanto riguarda il colore; IF-VVS per quanto attiene invece la purezza. Il che significa essere al top, almeno per quanto riguarda gli usi delle pietre preziose in orologeria. Sul quadrante in madreperla bianca sono incastonati altri 15 diamanti più piccoli (per un totale di 0.037 carati; colore Top Wesselton; purezza fra VS e S). Questa referenza costa 4.450 euro.    

    I Longines Conquest da 30 mm

    Concludo con gli esemplari di taglia più piccola, i Longines Conquest da 30 mm. Anche qui si contano cinque referenze, tutte dotate di bracciale in acciaio. Due hanno il quadrante argenté, una ha il quadrante blu e un’altra verde. C’è anche una versione che esibisce la lunetta impreziosita di diamanti. Il quantitativo di pietre è lo stesso del precedente, ma la caratura ovviamente è minore, visto che la circonferenza è più piccola. Le gemme quindi sono sempre 48, ma hanno un peso complessivo di 0.326 carati, mentre colore e purezza restano invariati, Top Wesselton e IF-VVS. Anche in questo caso, il quadrante in madreperla bianca è impreziosito da diamanti agli indici: 14 in tutto, di colore Top Wesselton e purezza compresa fra la VS e S (per un totale di 0.035 carati).

    Riguardo alla meccanica, invece, i Longines Conquest da 30 mm montano il movimento automatico L592.5. Anch’esso è derivato da un calibro Eta, l’A20.L11, con l’aggiunta della spirale in silicio e vari miglioramenti, tra cui un rotore di carica personalizzato Longines. Il fondello con oblò trasparente permette alle signore che apprezzano la micromeccanica di vederne i componenti. Infine, i prezzi: che per i nuovi Longines Conquest da 30 mm oscillano fra i 2.350 euro e i 2.900 euro. Quella in acciaio con diamanti raggiuge però i 4.600 euro.

  • La collezione Marine di Breguet si veste di oro e diamanti

    La collezione Marine di Breguet si veste di oro e diamanti

    Oro e diamanti sono sempre stati simbolo di ricchezza e potere, anche in orologeria. Per tutto il secolo scorso, però, le pietre preziose sono state una prerogativa quasi assoluta degli esemplari femminili. Il discrimine è caduto attorno agli anni Dieci del nuovo Millennio, quando anche gli orologi maschili hanno cominciato a sfoggiare diamanti taglio baguette. E, di questi tempi che vogliono annullare le differenze di genere, la tendenza è ormai assodata. Lo dimostrano anche i due nuovi modelli che ampliano la collezione Marine di Breguet.

    Il Breguet Marine 9518, dedicato alle signore, è un “solo tempo” con datario, con cassa e quadrante impreziositi da diamanti. Il Breguet Marine Chronographe 5529 punta invece al cuore dell’uomo che, nell’abbinamento di un movimento cronografico con oro e pietre preziose, individua il modo migliore per esprimere la propria personalità.

    Sono due esemplari importanti, di alta orologeria, entrambi con movimento di manifattura e radici profonde nello spirito creativo della Maison di L’Abbaye. La collezione Marine di Breguet, nata nel 1990, esprime infatti, attraverso le tante complicazioni a catalogo, tutto il know-how che Abraham-Louis Breguet, fondatore della Manifattura e padre del tourbillon, mette a disposizione di chi naviga e ama il mare.

    Il Breguet Marine in versione lady

    Il Breguet Marine 9518 è disponibile in due varianti: l’una con quadrante blu, l’altra argenté, ambedue con effetto a raggi di sole (finitura soleil). Per il resto le due referenze (9518ST/YD/S80/D001 e 9518ST/1D/S80/D001) sono identiche. Fondano su una cassa da 33,8 mm di diametro, una lunetta impreziosita da 50 diamanti taglio brillante, per un totale di 1,16 carati, e un bracciale in acciaio. Altri otto diamanti, sempre taglio brillante, fanno da indici, per ulteriori 0,09 carati.

    A ore 12, 3 e 9 ci sono invece i numeri romani applicati, coerenti allo stile della famiglia Marine, riempiti di materiale luminescente per poter leggere l’ora anche al buio. Lo stesso che riempie i cerchi tipici delle lancette à pòmme evidée, universalmente conosciute come “lancette Breguet”. A ore 6 si trova invece il datario a finestrella, con numeri bianchi su sfondo blu (per la variante con quadrante blu) e neri su sfondo bianco (per la versione con quadrante argenté). Da notare che il contrappeso della lancetta centrale dei secondi riporta il simbolo B (Bravo) dell’alfabeto fonetico della nautica.

    Capovolgendo l’orologio si scorge infine il movimento a vista, con il rotore di carica in oro bianco 18 carati lavorato a mano. Trattasi del calibro di manifattura Breguet 591A, composto da 188 elementi e 25 rubini. Con il silicio a farla da padrone per quanto riguarda la spirale del bilanciere, l’àncora e la ruota di scappamento (in casa Breguet raramente si fa eccezione), lavora a 28.800 alternanze l’ora (4 Hz). Il fondello, in zaffiro sintetico come il vetro anteriore, è fissato alla cassa da sette viti, l’impermeabilità è di 5 atmosfere.

    Un magnifico gioco di colori

    L’eleganza del Breguet Marine 9518 è evidente sin dal primo sguardo. Occupano un ruolo di primo piano i diamanti con taglio brillante della lunetta, i quali – grazie anche alla finitura soleil del quadrante – sembrano un tutt’uno con quelli applicati agli indici. A dare armonia alla vista d’insieme ci pensano poi le spallette della corona di carica, asimmetriche e a forma d’onda marina. La carrure dell’orologio riprende le scanalature tipiche del mondo Breguet, che da un lato rendono il Marine 9518 più dinamico, dall’altro ne esaltano la manifattura.

    Tenendolo fra le dita e guardandolo nelle giuste condizioni di luce, si apprezza il “fuoco” di ciascun diamante. Ossia quel magnifico gioco di colori prodotto dall’elevato indice di dispersione che caratterizza la preziosa gemma. La luce bianca infatti, attraversando ogni pietra, viene scissa nelle diverse lunghezze d’onda che la compongono (ciascuna corrispondente a un colore dello spettro visibile), restituendo un effetto ottico unico. Più di tante parole, sarebbe opportuno verificarlo con i propri occhi: e andare da un concessionario Breguet, se non direttamente nella boutique milanese. Il prezzo, per chi fosse interessato, è di 29.800 euro.

    Il Breguet Marine Chronographe 5529

    Con il modello 5529, declinato a sua volta in quattro varianti, si entra di diritto nell’Olimpo dell’orologeria. I nuovi Marine Chronographe 5529 arricchiscono l’offerta dei cronografi della collezione Marine di Breguet riprendendo i codici tipici della Manifattura. L’oro – bianco (per le referenze 5529BB/YD/5WV/D0 e 5529BB/YD/9WV/D0, che si differenziano per il materiale del cinturino), o rosa (per le 5529BR/YD/5WV/D0 e 5529BR/YD/9WV/D0, idem) – regna sovrano. Rappresenta infatti il materiale con cui sono realizzate la cassa, i quadranti, le lancette e la massa oscillante del movimento meccanico a carica automatica.

    A queste si abbinano cinturini in caucciù di colore blu scuro, oltre a quelli “classici” in pelle di alligatore, quasi a voler ricordare che si tratta comunque di orologi dal carattere sportivo. Lo sottolineo perché, pur rivolgendosi al pubblico maschile (il diametro cassa di 42,3 mm non tradisce), la presenza massiccia di diamanti con taglio baguette eleva i nuovi Marine Chronographe al mondo dell’eleganza e della preziosità.

    Qui si trovano infatti ben 90 diamanti sulla lunetta, per un peso complessivo di 3,62 carati, accanto agli 8 applicati agli indici (0,24 carati). Le spallette della corona a vite, a forma d’onda, viste sul Breguet Marine 9518, qui fanno posto ai due pulsanti del cronografo: quello superiore convesso, quello inferiore concavo. Ancora una volta l’intento è quello di ricordare le onde del mare.

    Onde marine stilizzate appaiono anche nella parte centrale del quadrante e nei tre contatori (ore e minuti crono, secondi continui). La lavorazione guilloché dell’oro è naturalmente artigianale. Le lancette centrali riprendono in toto gli stilemi del Breguet Marine 9518. Il datario è tra le 4 e le 5.

    Un movimento con rotore a forma di timone

    ll calibro Breguet 582QA è invece più complesso. Con 346 componenti e 28 rubini, si avvale di uno scappamento ad àncora in linea inversa con anse e spirale in silicio. Bellissima infine la massa oscillante a forma di timone (con quattro razze), trattata nelle parti periferica e centrale con Dlc nero (Diamond Like Carbon). Si tratta di un rivestimento in carbonio amorfo che riproduce al tempo stesso la durezza del diamante e la facilità di scorrimento della grafite.

    Senza addentrarci in questioni di cristallografia, vi ricordo che il diamante e la grafite sono due varianti polimorfe dello stesso elemento chimico: il carbonio. Sono in pratica due minerali con la stessa composizione chimica, ma differente struttura cristallina (sistema cubico per il primo, esagonale per la seconda). Il prezzo delle quattro referenze del Breguet Marine Chronographe 5529 non è alla portata di tutti: 142.700 euro. 

    Qualcosa in più

    È un approfondimento a mio avviso utile, visto che per entrambe le new-entry della collezione Marine di Breguet ho parlato di oro e diamanti, citando i carati. Oro 18k, oro 22k, diamante da 0,6 ct e via dicendo. Ma cos’è il carato? È bene fare chiarezza perché il significato del termine cambia drasticamente se usato in riferimento all’oro (o più in generale ai metalli preziosi) o alle pietre preziose.

    Nel primo caso, indica la purezza della lega d’oro su una scala 24/24 (oro puro). In gioielleria infatti l’oro non è usato allo stato puro, ma in abbinamento, in proporzioni variabili, ad altri metalli. La quantità di oro presente nelle leghe si esprime appunto in carati. L’oro 18k prevede per esempio 750 grammi d’oro su 1.000 grammi di lega complessiva. L’oro 22k invece 916,667 grammi d’oro su 1.000 grammi di lega complessiva.

    Quando invece il carato è chiamato a definire una pietra preziosa, di quest’ultima indica il peso. Un carato è infatti pari a un quinto di grammo (0,2 grammi). Un diamante quindi da mezzo carato è un diamante che pesa 0,1 grammi. Uno da cinque carati pesa un grammo (1 g). Perciò la lunetta del nostro Breguet Marine 9518 esibisce 50 diamanti per un peso complessivo di 1,16 carati ossia 0,232 grammi. Sembra poco ma non lo è.

    Una considerazione storica

    La scritta – Horloger de la Marine – che invece campeggia sui fondelli dei due nuovi modelli (e dell’intera collezione Marine) ci dà la misura dell’importanza che Abraham-Louis Breguet e la Manifattura da lui fondata rivestono a livello storico. Date le sue straordinarie capacità di orologiaio, innovatore e inventore, il 27 ottobre 1815, Abraham-Louis Breguet riceveva da Luigi XVIII di Francia il titolo di Horloger de la Marine Royale, il più prestigioso che un orologiaio potesse a quei tempi conseguire. Stava a significare che alla Maison Breguet era riconosciuto il ruolo di fornitore ufficiale di orologi per la Marina Militare del Regno di Francia (Marine Royale). In pochi possono vantare così tanto.    

  • Tonda PF Sport Chronograph, l’edonismo sportivo di Parmigiani

    Tonda PF Sport Chronograph, l’edonismo sportivo di Parmigiani

    «Ricchi si diventa, eleganti si nasce». Lo ricordava spesso Honoré de Balzac per dire che l’eleganza non la impari a un corso, né te la costruisci leggendo un libro. L’eleganza è innata. Ce l’hai o non ce l’hai. È meglio farsene una ragione. La celebre frase mi viene in mente ogni volta che osservo una creazione firmata Parmigiani Fleurier. All’eleganza, infatti, la Manifattura svizzera – e chi sceglie di indossarne un orologio – non può proprio sfuggire. Parmigiani potrebbe disegnare orologi sportivi di ogni genere: eppure, spiccherebbero sempre e comunque per il loro carattere chic.
    Lo penso ancora una volta quando osservo l’estensione di gamma dei Tonda PF Sport Chronograph, tre cronografi che ampliano lo spettro cromatico della linea già esistente, presentata a marzo dello scorso anno nelle varianti in acciaio o in oro rosa.

    Tre nuovi abbinamenti cromatici

    Le tre nuove referenze, tutte con cassa in acciaio, puntano su varietà cromatiche raffinate: Milano blue, Artic grey e London grey. Tre abbinamenti che piaceranno a chi vuole indossare un orologio di gran classe anche nel tempo libero, nel weekend, negli ambienti informali. Guido Terreni, Ceo di Parmigiani Fleurier, usa l’espressione the sporting hedonist (l’edonista sportivo) per sottolineare i destinatari dei nuovi orologi, capaci di coniugare l’essenza sportiva con la ricercatezza, la bellezza formale con l’eleganza dégagé. 

    Rispetto alle varianti “panda” che fino a oggi componevano il catalogo dei Tonda PF Sport Chronograph, i nuovi esemplari si distinguono per i colori dei contatori crono e dei cinturini, coordinati allo sfondo della scala periferica dei secondi centrali. Una coerenza cromatica che predispone l’occhio all’osservazione della lunetta la quale, nei Tonda PF Sport Chronograph, abbandona il platino e la fitta zigrinatura in favore di un numero più ridotto di scanalature (160 invece di 225), dando corpo e solidità alla cassa. Non dimentichiamo che si tratta di cronografi: per quanto mantengano inalterato il carattere distintivo della Manifattura, devono sapersi integrare in contesti sportivi e, più in generale, dinamici.

    Il Tonda PF Sport Chronograph fra semplicità e ricercatezza

    La cassa misura 42 mm di diametro, un valore che assegna i nuovi orologi soprattutto all’utenza maschile, ed è impermeabile fino a 10 atmosfere. Il quadrante con lavorazione guilloché e pattern clou triangolaire rinuncia a ogni scritta che possa distogliere lo sguardo dalla bellezza dell’insieme, eccetto per il logo applicato. I tre contatori indicano i secondi continui (a ore 6), i minuti cronografici (alle 3) e le ore cronografiche (alle 9).

    Tra gli indici 4 e 5, con fare discreto, si presenta il piccolo datario a finestrella con caratteri bianchi su sfondo nero. Qualche dettaglio in più, gli indici sono applicati, sfaccettati e fluorescenti: al buio il rivestimento nero in Super-LumiNova emette luce verde. Come le lancette delle ore e dei minuti, traforate e dalla caratteristica forma a delta, sono in oro 18 carati.

    Anche sul cinturino in caucciù è bene spendere qualche parola. È un multi-strato. L’aspetto ricorda i cinturini in cordura, ma la lavorazione è quella tipica dei cinturini in pelle: tra lo strato esterno, vulcanizzato, e quello interno, con superficie liscia, c’è un’imbottitura che assicura consistenza ma al tempo stesso morbidezza al polso. I tre strati sono tenuti insieme da una cucitura realizzata a mano. La fibbia in acciaio, con chiusura déployante, riporta il logo PF. 

    Il movimento di manifattura

    Il movimento incassato nel Tonda PF Sport Chronograph è il calibro PF070. A carica automatica, è ideato e costruito “in casa”, da Vaucher Fleurier, la manifattura di Parmigiani Fleurier. La Maison lo ha progettato da zero per animare i cronografi della collezione PF Sport. Trattasi infatti di un calibro con funzione cronografica integrata, non modulare. Qual è la differenza? Ve la spiego subito. E non è da poco. Un movimento cronografico modulare è in origine un “solo tempo” al quale sia stato adattato in un secondo momento un modulo cronografico. Un calibro con cronografo integrato invece è nato come un tutt’uno sin dall’inizio, nella testa di chi lo ha progettato. Ne deriva una maggiore affidabilità complessiva e precisione di marcia. Oltre che un poderoso investimento economico.

    D’altronde Parmigiani Fleurier, a dispetto della sua storia piuttosto recente (esiste così come la conosciamo dal 1996), ci ha già abituati a calibri alto di gamma. Calendari perpetui con datario retrogrado, cronografi rattrapanti, esclusivi GMT con ripetizione dei minuti e GMT rattrapanti sono solo alcuni esempi. Come lo è il PF511 dei primi anni 2000 con otto giorni di carica e tourbillon, la cui gabbia compie un giro completo non in 60, ma in 30 secondi. Roba da lustrarsi gli occhi.   

    Se guardiamo i numeri alla base del PF070 ci rendiamo subito conto di essere di fronte a un pezzo di alta orologeria: 315 componenti, 42 rubini, dispositivo cronografico con ruota a colonne a innesto verticale, frequenza di funzionamento di 5 Hz e autonomia di 65 ore. L’alta frequenza fa “battere” il bilanciere del Tonda PF Sport Chronograph 36.000 volte in un’ora, quanto basta per far marciare la sfera dei secondi continui con la massima fluidità e la lancetta centrale dei secondi cronografici a passi di 1/10 di secondo. Prerogativa di precisione, quest’ultima, che si riscontra nella scala periferica sotto il réhaut, in cui ogni secondo è suddiviso in cinque tacche.

    Riguardo alla costanza di marcia, poi, il Tonda PF Sport Chronograph ha ottenuto la certificazione di cronometro rilasciata dal Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres). Il rotore di carica realizzato in oro 22 carati è il fiore all’occhiello di un movimento che non scende a compromessi con la qualità. L’aspetto traforato ricorda il volante a tre razze di un’auto Granturismo degli anni ’60 – la Ferrari 250 GTO per essere precisi -, mentre le finiture realizzate a mano confermano l’importanza che Parmigiani Fleurier attribuisce all’artigianalità dei suoi orologi. Il che ci porta dritti al prezzo al pubblico: 27.900 franchi svizzeri.   
     

  • Seastar 1000 Powermatic 80, il subacqueo taglia M di Tissot

    Seastar 1000 Powermatic 80, il subacqueo taglia M di Tissot

    Tissot non si smentisce mai. Nei giorni scorsi ha fatto uscire un’estensione di gamma della linea Seastar, come sempre aperta alle nuove idee e democratica nel prezzo: il Seastar 1000 Powermatic 80. Un orologio che dal punto di vista estetico è chiaramente trasversale ai generi e attento agli ultimi trend, mentre da quello meccanico è un concentrato di tecnologia della Casa. Il tutto, come vedremo, accessibile senza svenarsi.

    La cassa di 40 mm di diametro punta al target femminile e a quello più giovane: lo spot ufficiale Tissot ne è una chiara testimonianza. E già questo non è poco, se si pensa a quanto sia carente sul mercato l’offerta di diver adatti a tutti: uomini con i polsi sottili, donne che non amano gli orologi mignon, chiunque voglia sfoggiare un modello sportivo, ma dall’aspetto non troppo tecnico, perfetto per l’estate.

    E poi c’è il movimento ad alte prestazioni: il Powermatic 80 con più di 3 giorni di autonomia. Celeberrimo, ben noto agli appassionati come ai neofiti, merita comunque un minimo di approfondimento per i pochi che non ne conoscono la storia. Ma, prima di parlarne, è opportuno inquadrarlo all’interno della famiglia di orologi.

    La collezione Seastar

    Il legame fra Tissot e il mare nasce sul finire degli anni ’50. Sono di allora infatti i primi esemplari della serie Seastar che inaugurano la produzione, anche per la Casa di Le Locle, di orologi subacquei. Con modelli proposti in più varianti, da uomo e da donna, la collezione Seastar si è evoluta nei decenni successivi fino a diventare la serie più longeva e conosciuta del Marchio elvetico.

    Oggi, i Tissot Seastar – più di 40 referenze in tutto, in versione “solo tempo” o cronografo – propongono l’iconico design dei diver, con lunette graduate e girevoli, ottimi livelli di impermeabilità, movimenti meccanici o al quarzo, bracciali in acciaio 316L o cinturini in diversi materiali. Orologi di qualità da comprare, come sempre per Tissot, a prezzi non esagerati.

    Le ultime referenze introdotte, cinque in tutto, ampliano la famiglia dei Tissot Seastar da 40 mm di diametro. Più piccolo del Seastar 1000 presentato nel 2019 (43 mm di diametro), il nuovo Seastar 1000 Powermatic 80 punta ad attirare l’attenzione delle generazioni più giovani che sembrano apprezzare maggiormente gli esemplari con la cassa di formato medio, di grande tendenza negli ultimi tempi. E del pubblico femminile: che, si sa, ormai da anni non disdegna affatto le casse oltre i classici 36 mm. Vediamo le novità più da vicino.

    Le caratteristiche dei Seastar 1000 Powermatic 80

    Tutt’e cinque le nuove referenze del Tissot Seastar 1000 Powermatic 80 hanno appunto la cassa da 40 mm di diametro, realizzata in acciaio 316L e impermeabile fino a 30 bar. Il numero 1000 nel nome indica infatti la resistenza all’acqua misurata in piedi, che corrispondono a circa 300 metri – per usare la consueta quanto malsana abitudine di servirsi dell’unità di misura della lunghezza anziché di quella relativa alla pressione.

    Oltre alle tradizionali versioni silver, cioè in acciaio “naturale”, esiste una variante bicolore (in acciaio e oro giallo) e altre due completamente nere. Il processo di colorazione utilizzato da Tissot è sempre il Pvd (Physical Vapor Deposition, deposizione fisica da vapore). Per tutte la lunetta girevole unidirezionale è in acciaio, caratterizzata da un anello in vetro minerale stampato (nella referenza bicolore, i numeri sono in Pvd oro).

    Molto curati i quadranti dalla finitura spazzolata, declinati in blu, turchese o antracite che sfumano in nero verso il perimetro. Il preferito della redazione – per quanto possono valere i nostri gusti – è quello turchese, perché cattura l’attenzione senza essere eccessivo. Seguono le lancette di ore e minuti e gli indici che, come negli altri Seastar, sono rivestiti in Super-LumiNova, uno dei materiali fotoluminescenti di più lunga persistenza. La sfera dei secondi termina in un cerchio (tipo piccolo Lollipop), ed è anch’essa ben visibile al buio.

    Per quanto sia relativo, devo aggiungere che quattro referenze del Seastar 1000 Powermatic 80 dispongono di bracciale in acciaio. La quinta, invece, di un cinturino tropic in gomma, in perfetta sintonia cromatica con la cassa e la lunetta di colore nero. Relativo, dicevo, perché bracciali e cinturini sono intercambiabili grazie al sistema di aggancio e sgancio rapido. Notevole, da questo punto di vista, la collezione di accessori Tissot (in gomma, in tessuto, in materiale sintetico, in pelle anche effetto alligatore), a cui attingere per look ogni giorno diversi.

    Fondello e corona, come in ogni diver che si rispetti, sono rigorosamente a vite. Sul fondello, l’oblò trasparente mette in mostra il movimento meccanico a carica automatica, il cui rotore riporta la serigrafia “Tissot 1853”.  

    Il movimento del Tissot Seastar 1000 Powermatic 80

    Come anticipato, vi racconto qualcosa del movimento incassato nei nuovi Tissot Seastar 1000: il Powermatic 80, appunto. A garanzia di affidabilità vanta la discendenza diretta dal calibro 2824-2 di Eta, il movimento svizzero più utilizzato di sempre, nonché il più conosciuto. Tanto apprezzato e ambito che quando il Gruppo Swatch, di cui Tissot ed Eta fanno parte, annunciò nel 2009 l’interruzione della fornitura di calibri Eta verso brand esterni al Gruppo, altre aziende come la svizzera Sellita e l’asiatica Seagull proposero, forti della scadenza di alcuni brevetti, movimenti del tutto simili. Il Sellita SW200-1 che oggi ritroviamo in numerosissimi esemplari di infinite marche ne è un esempio.

    Nel frattempo, dell’Eta 2824-2 è nata una nuova generazione di calibri. Si tratta di movimenti diversi, comuni a varie marche di Swatch Group, la cui nomenclatura, da Tissot, risponde alla sigla C07.xxx. Commercialmente sono noti proprio come Powermatic 80. Il numero 80, come potete immaginare, indica l’autonomia: 80 ore, circa il doppio di quanto riuscisse a fare il predecessore 2824-2. Prima però di dirvi come sia stato possibile ottenere questo risultato, torniamo alle varianti del Powermatic 80.

    Ponendo infatti al posto delle tre x numeri opportuni, si ottengono declinazioni differenti dello stesso movimento, caratterizzate da componenti di diversa qualità e da particolari complicazioni. Il doppio fuso orario si trova per esempio nel calibro Eta C07.661. Che non è quello incassato nel nostro Seastar 1000 Powermatic 80: il quale offre l’indicazione dell’ora, la lancetta dei secondi centrali e il datario a finestra a ore 6 (su sfondo nero).

    Resistenza ai campi magnetici, frequenza inferiore e autonomia maggiore

    Anche se Tissot non specifica quale delle varianti del Powermatic 80 caratterizzi i nuovi Seastar 1000 da 40 mm, una ricerca approfondita porta al calibro Eta C07.111, referenza base dell’ecosistema C07.xxx. Lo scappamento in polimero, anziché in metallo, ne definisce appunto il posizionamento entry-level. 

    Tissot però rassicura circa la resistenza ai campi magnetici di questi orologi. Lo fa sottolineando l’impiego di una spirale in Nivachron, composta da una lega di titanio in grado di mantenere inalterata la propria resa anche sotto l’azione di onde magnetiche. La trovata non è nuova visto che risale al 2018, ma rivela tuttora la sua efficacia. Per capirci, al suo sviluppo, accanto alla Nivarox, aveva lavorato una maison del calibro di Audemars Piguet. Nivarox, manco a dirlo, è un’azienda dell’universo Swatch.

    Ma torniamo, prima di concludere, alle famose 80 ore di autonomia. Come sia possibile ottenere simili risultati senza stravolgere l’architettura interna di un movimento o l’impiego di uno speciale bariletto? Semplice: lavorando su una serie di dettagli che migliorano l’efficienza e riducono gli attriti, ma soprattutto abbassando la frequenza del bilanciere, quindi il numero di alternanze orarie. Il calibro Powermatic 80 rinuncia infatti ai 4 Hz dell’antesignano Eta 2824-2, ripiegando sulla frequenza ridotta di 3 Hz. Quindi, 28.800 alternanze/ora del movimento ispiratore contro le 21.600 alternanze/ora del Tissot Seaster 1000.

    Infatti, se riduci la frequenza e l’energia necessaria a far oscillare il bilanciere, l’autonomia ne guadagna in modo considerevole. Anche se la marcia della lancetta dei secondi risulta un po’ meno fluida e continua rispetto a quella dei movimenti a 4 Hz. Un compromesso che il pubblico del Seastar 1000 Powermatic 80 accetterà di buon grado, visti anche i prezzi accessibili del listino. Si parla infatti di 795 euro, fatta eccezione per le referenze in acciaio bicolore e in Pvd nero che costano 875 euro.