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Tag: Accutron

  • Lip, i primi elettrici al mondo. Al di qua dell’Oceano

    Lip, i primi elettrici al mondo. Al di qua dell’Oceano

    Fred Lip (1905/1996), padre-padrone dell’omonima azienda di famiglia del Doubs, l’aveva ereditata dagli avi Lipmann, che l’avevano fondata nel 1867 a Besançon. Nella sua storia, ormai conclusa, la Lip ha creato “solo” 15 calibri meccanici da polso, 4 meccanici da tasca e 7 elettronici.

    La ricerca della qualità elevata l’ha portata tra l’altro a essere fra le prime case orologiere ad avere una catena di montaggio, già negli anni ‘50. Il che le ha permesso di realizzare oltre 500mila orologi l’anno (il 10% della produzione francese) con soli 1.500 dipendenti.

    La fissazione di Fred Lip per la qualità era tale che quando, nel 1955, alcuni dei suoi ricercatori gli proposero dei prototipi tipo Roskopf – orologi da tasca di larghissima diffusione perché semplici, robusti ed economici, tanto che ancora oggi si trovano con grande facilità – per occupare la parte più bassa del mercato, urlò loro: «Lip produit de la qualité, pas de la merde!». Non serve tradurre…

    Seguirne tutta la storia però ci porterebbe troppo lontano; torniamo a noi.

    Nel 1928 Fred tornò dagli Stati Uniti dove aveva avuto modo di vedere gli orologi elettrici e si era convinto che sarebbe stato il futuro dell’orologeria. Nel 1934 realizzò anche, in collaborazione con Ericsson, un orologio elettrico da tavolo. Gli studi sull’orologio da polso però poterono iniziare solo dopo la guerra: Lip chiese al suo direttore tecnico, Jean-Georges Laviolette, e a Paul Dargier de Saint-Valury di riunire per questo scopo una squadra di una decina di persone. L’incarico era da far tremare i polsi, perché si era agli inizi e mancava tutto, a iniziare dalle pile. Nello stesso periodo, siamo nel 1946, anche Elgin ed Hamilton negli Stati Uniti iniziarono gli stessi studi.

    Da che cosa si inizia? Dalle pile

    Nel 1948 la ricerca partì davvero. Lip impose il segreto assoluto su questi studi, tanto che mise una guardia all’ingresso del laboratorio. Questo comportò peraltro che il team fosse autonomo nella produzione di ogni parte dell’orologio e persino dei macchinari stessi.

    Tutto l’anno 1949 se ne andò insieme all’industria Leclanché nello studio di pile adatte allo scopo: non fu semplice, dal momento che in orologeria servivano pile adatte a consumi molto bassi per una lunga durata. Le pile al momento presenti sul mercato, su un tale lasso di tempo, avevano una dispersione di corrente superiore a quella che se ne andava per l’alimentazione del dispositivo. Inoltre, sempre sul lungo periodo, tendevano a perdere acido.

    Ancora nel 1949 Lip siglò un accordo con la Elgin e una ventina di ingegneri si recò negli States per scambiarsi informazioni. Occorreva persino studiare il filo di rame smaltato atto a realizzare le bobine. In quegli anni si depositarono brevetti su brevetti. La scelta sul tipo di movimento alla fine ricadde su un bilanciere con magneti permanenti spinto da una bobina fissa.

    Finalmente, il 19 marzo 1952, all’Accademia delle Scienze di Parigi, Fred Lip in persona presentò l’R27, frutto di tanto lavoro. In contemporanea, all’Hotel Blackstone di Chicago il presidente di Elgin, John Shennan, presentò il calibro 722, partorito in collaborazione coi francesi.

    L’effetto fu enorme: Albert Caquot, presidente dell’Accademia, dichiarò: «Occorre risalire all’invenzione dello scappamento ad ancora nel 18° secolo per trovare nell’orologeria una scoperta della stessa importanza». Un esemplare fu anche depositato all’Osservatorio di Besançon. L’anno successivo Lip ricevette l’invito a presentare il suo orologio alla Royal Arts Society a Londra, dove accese altrettanto entusiasmo.

    Talmente bello che si butta e si rifà

    Nonostante il clamore della presentazione, si era ancora ben lontani dalla affidabilità richiesta per l’industrializzazione e la commercializzazione: c’erano sempre grossi problemi di consumo, di affidabilità delle pile e di durata dei contatti elettrici. Si depositarono brevetti su brevetti.

    Gli ingegneri ridisegnarono il calibro daccapo nel 1954, alimentato da due pile in forma di fagiolo studiate appositamente dalla Lip, che si integravano in appositi spazi nel calibro. Il problema era che perdevano irrimediabilmente acido dagli spigoli vivi e questo ossidava il movimento. Avevano anche una certa tendenza a esplodere. Videro la luce solo 10 prototipi con le pile a fagiolo e nessuno di questi sopravvisse. Alla fine decisero di abbandonare le pile fatte in casa e di utilizzare quelle di forma cilindrica – cioè come oggi le conosciamo – realizzate dalla Union Carbide.

    Il movimento avrebbe però dovuto essere ridisegnato attorno a questa forma, cosa che in realtà non avvenne. Non risolsero invece il problema del consumo: occorrevano comunque due pile per arrivare a un anno di funzionamento.

    Tre anni, “zeru tituli” per Lip

    Restava il problema della scarsa affidabilità del contatto elettrico e su questo batterono la testa per tre anni. Nel 1955 Fred Lip, esasperato, licenziò De Saint Vaulry e la gran parte del suo staff lo seguì. Lip lo sostituì con Jean Pommier. Quest’ultimo dovette rianalizzare tutto daccapo. Allestì un laboratorio fotografico per filmare il movimento in funzione e riprodurre le immagini su un grande schermo per capire cosa succedeva.

    Parallelamente, si realizzarono dei prototipi in scala 100/1, per studiare le soluzioni. Dalle immagini uscì che a ogni contatto si sprigionavano scintille che distaccavano parti micrometriche di materiale. Risolsero il problema montando in parallelo un diodo in funzione di spegni-scintilla, soluzione poi adottata da quasi tutti i produttori. Realizzarono anche un macchinario in grado di tagliare il filo di contatto, in oro 24k, in strisce di 0,2 mm.

    Tra l’altro la presenza del diodo regalerà al progetto il nome di “Electronic”, anziché “Electric”: definizione opinabile, perché il diodo è un componente meramente passivo e quindi non è certo un movimento guidato dall’elettronica.

    Le pile rappresentavano ancora una tragedia: continuavano a perdere acido per capillarità e tendevano a polarizzarsi. Per risolvere questi problemi i tecnici provarono molti materiali per anodo e catodo, e rinchiusero le pile in cappucci di plastica.

    C’eravamo quasi, e invece Hamilton…

    Quando ormai sembrava che nessuno potesse insidiare il primato, nel gennaio 1957 Hamilton mise in vendita il suo orologio elettrico con il calibro 500. In Europa la produzione avvenne su licenza da Epperlein. Lip ne approfittò per studiare le soluzioni dei concorrenti e migliorare i punti deboli.

    Ormai però si era in dirittura di arrivo anche per i francesi e il 7 dicembre 1958 finalmente presentarono il Lip “Electronic”, così come qualche giorno dopo fece Elgin negli Usa. Un esemplare andò in dono al Generale De Gaulle e un altro al Presidente americano Dwight Eisenhower. I primi esemplari furono in oro e assemblati a mano. Alla Lip strinsero intese con Porta, Lanco e Benrus per la commercializzazione con i loro marchi. Studiarono una versione con datario, che però non vide mai la luce. Nel 1959 un esemplare ricevette il certificato di cronometro dall’osservatorio di Besançon, diventando il primo orologio elettrico nella storia.

    Storia che, invece, non finisce qui. Fu subito chiaro che con due pile il volume occupato era eccessivo; inoltre il costo di produzione era “orrendo”. Si pensò quindi subito alla sua evoluzione.

    Verso il Lip R148-R184

    Come molti produttori in quel periodo, Lip mise in vendita l’R27 pur sapendo che era lontano dalla perfezione tecnica: era essenziale arrivare tra i primi e comunque rientrare delle enormi spese di investimento. In effetti anche l’R27 non assomigliava a niente di quello che c’era sul mercato in quel momento e nonostante fosse di alta qualità costruttiva, risentiva della mancanza di esperienza, come era logico che fosse. Si pensò quindi subito all’evoluzione, i cui requisiti di progetto erano di guadagnare affidabilità e robustezza; soprattutto, era primario che funzionasse con una sola pila.

    Nel 1960 Bulova presentò l’Accutron 214. Fred Lip ne portò un esemplare dagli Stati Uniti e restò molto colpito dalla soluzione americana, che lui riteneva superiore alla propria. Ordinò a una parte dello staff di studiare qualcosa prendendo ispirazione dal diapason, ma la conclusione fu che non disponevano di macchinari tali da ottenere la precisione costruttiva necessaria. Si ricordi che la prima ruota indice dell’Accutron possiede 300 denti da 0,02 mm di altezza su 3 mm di diametro.

    Jean Pommier non si arrese e promise di realizzare macchinari in grado di produrre orologi col diapason.

    Fred Lip non si convinse e nel 1961 annunciò loro che stava per stringere un accordo con Elgin per importare in Francia il calibro 500 di Hamilton. A questa notizia, Pommier e Jean Ubbiali, in un’ora, realizzarono un modellino – sulla base di disegni realizzati da Roland Guerber – di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo movimento. Lip esultò e diede loro ulteriore personale e mezzi finanziari.

    L’équipe tornò al lavoro e continuò a migliorare i punti deboli del calibro: ridisegnò la bobina, più piccola di prima, grazie a un nuovo procedimento di produzione del filo di rame smaltato – messo a punto e brevettato da Georges Arnaud – che permetteva di imbobinare filo di rame da 25 micron.

    Finalmente il successo. O quasi

    Per la parte meccanica non lo si riprogettò da zero, ma neppure si ripartì dall’attuale R27; si decise di partire da un calibro meccanico robusto e collaudato: il Fontainemelon FHF 55. Lip produsse in casa solo la parte elettronica.

    In ogni caso, in soli due anni si arrivò al successo: nel 1963 il progetto R148 era pronto. Una pila (301 al posto delle due 201), una bobina fissa, un bilanciere magnetico da 18.000 A/h, 14 rubini. Nel 1964 uscì il calibro R184 che guadagnò il disco data ma senza rimessa veloce (occorreva far avanzare l’ora). Quest’ultimo avrebbe rimpiazzato gradualmente l’R148. Fu realizzata anche una rara versione col datario ma senza secondi centrali, l’R196.

    L’R184 verrà montato da altre marche: quali Belforte (che ne realizzò anche un’interessante versione scheletrata per fare concorrenza al Bulova Spaceview), Benrus, Electra, Elgin, LeJour, Marvin, Nivada, North Star, Universal, Vulcain e Waltham. Dopo la presentazione dell’R148, peraltro, restarono diversi calibri R27 invenduti. Per levarseli di torno, Fred Lip ci realizzò degli orologi da tavolo di forma piramidale.

    Lo sviluppo comunque non si fermò: fu anche valutato un prototipo, l’R047, con transistor e senza contatti elettrici, come i successivi ESA 9154 e 1958 e come l’R050 che vedremo dopo. Si testarono soluzioni alternative all’Incabloc per il bilanciere per diminuire i costi, ma senza successo. Si provarono persino versioni senza rubini, con al loro posto boccole di acciaio temperato. Esistono esemplari in circolazione con l’antichoc Kif e altri con la spirale Breguet. Dopo quest’ultima creazione, Jean Pommier si licenziò, insoddisfatto dei mezzi messi a disposizione dal dispotico Lip.

    Il primo orologio elettronico da donna: Lip R050

    Per vestire le signore si decise di non miniaturizzare il Lip elettrico. Ancora una volta si voleva arrivare a una prima mondiale: il primo orologio transistorizzato da donna al mondo.

    Si rispolverò perciò il prototipo R047 a transistor, privo di contatti. Fu affidata una squadra a Paul George, che si mise al lavoro nel 1963: calibri via via più piccoli si succedettero, si miniaturizzarono fili, bobine, transistor, bilancieri. 

    Nel 1966 al salone di Basilea si presentò un primo prototipo, ma era ancora troppo grosso. Si arrivò ad arrocchettare filo da 10 micron: 2 bobine concentriche da 1800 spire e 0,45 mm di spessore complessivo. Per risolvere gli ultimi problemi si dovette ricorrere nuovamente al sofisticato laboratorio fotografico allestito per l’R148. Si brevettò il metodo di creazione dei due poli contrari sul bilanciere. Nel 1969 il lavoro finì: 17,2 mm di diametro, 14 rubini, 21.600 A/h, richiedeva una pila 309.

    Nel settembre 1970 si presentò il calibro R050. Per collocare temporalmente questo momento, si ricordi che 9 mesi prima era stato presentato il primo quarzo da parte di Seiko e ad aprile il primo quarzo svizzero, il Beta 21. Per alcuni anni ancora ci sarà spazio per delle alternative al quarzo: le ultime uscite di calibri transistor, d’altronde, sono nel 1975 con l’ESA 9158. A proposito di ESA, già da qualche tempo presente nel capitale di Lip, la casa svizzera si “appropriò” di questo movimento assegnandogli il numero 9100. Visto il tipo di motore, richiedeva una licenza ATO per poter essere commercializzato.

    Le varianti dell’R050

    Come abbiamo accennato, la presenza di due transistor permetteva di fare a meno del contatto elettrico: delle due spirali summenzionate, una spingeva i magneti permanenti del bilanciere, l’altra rilevava la posizione di questi ultimi regolando il transistor che alimentava la prima spirale: al di là del fatto di avere un bilanciere al posto del diapason, il concetto è tale e quale all’Accutron. Le varianti che ricavate furono l’R51 col datario e l’R53 con datario e secondi centrali.

    Per quest’ultimo calibro, un po’ complesso da mettere a punto, nel 1974 si prospettò l’interruzione della produzione: Claude Neuschwander, il direttore tecnico di CEH (Compagnie Européenne d’Horlogerie), durante una burrascosa riunione lo definì «il motore di una 2CV dentro un camion», ma il suo ottimo successo di vendite ne scongiurò la fine prematura. CEH è una delle branche in cui fu suddivisa Lip dopo l’ennesimo fallimento: non va confusa con la omonima sigla del Centre Electrique Horlogier svizzero, padre del Beta 21. Il calibro fu venduto a Waltham, Bulova (che ci equipaggiò il Caravelle 70T), Favor (308) e Gruen (80). Continua…

  • Accuquartz 224 & Co. L’epilogo del progetto Bulova Accutron #3

    Accuquartz 224 & Co. L’epilogo del progetto Bulova Accutron #3

    In quest’ultima puntata vedremo le ulteriori filiazioni del Bulova Accutron. Dopo un breve excursus sugli esemplari dedicati al pubblico femminile, ci addentreremo nel mondo del quarzo. Le versioni Accuquartz e le successive variazioni sul tema emettono ancora il tipico ronzio del diapason, ma sono governate dal cristallo di quarzo. E segnano la fine di un’era.

    Occupiamoci delle signore: l’Accutron 221

    Anche per Bulova si pone la questione di miniaturizzare il movimento per poterlo incassare negli orologi da donna. Il problema principale è che il movimento è pur sempre dello stesso tipo, quindi ha lo stesso assorbimento di corrente, per cui la pila non può essere molto più piccola. Alla fine si decide per metterla al centro del calibro, tra i due rebbi del diapason incurvati all’uopo.

    La seconda via seguita nella miniaturizzazione passa dalla soppressione di tutte le complicazioni. Via i secondi (che poi sono il bello degli Accutron), via il datario, restano solo ore e minuti. Infine, si attacca il treno del tempo, e qui secondo me si rasenta il genio applicato alla micromeccanica. Nell’angolino in basso a sinistra, in soli 4 x 3,5 x 2 mm si stipa l’intero riduttore, con un rapporto complessivo di 840:1, partendo dai 440 Hz del diapason (maggiori dei 360 degli originali). La prima ruota ha 270 denti, al solito pressoché invisibili. Per trasmettere il moto nelle tre dimensioni nello spazio a disposizione si usano due viti senza fine. Le misure del movimento sono davvero ridotte: 19,4 x 17,4 per soli 4 mm di spessore. La pila originale non è più prodotta, occorre ricorrere a misure diverse e spaziatori. Non ci sono né secondi né datario.

    L’Accutron 221 è stato prodotto a partire dal 1973. Questo calibro fu l’ultimo derivato dal progetto originale di Hetzel con le tre bobine.

    L’Accutron 230

    Il successivo Accutron 230 complessivamente non è più piccolo ma recupera secondi, datario e giorno della settimana. È un progetto del tutto nuovo che utilizza una sola bobina a ciambella in luogo delle precedenti 3 cilindriche, e trasmette il moto con la forza di Lorentz (che si esercita su un oggetto elettricamente carico per effetto di un campo elettromagnetico). La stessa bobina, per intenderci, utilizzata nello stesso periodo da Hetzel nel calibro Omega Megasonic. L’Accutron 230 ha avuto vita breve a causa di un’affidabilità non eccelsa: le bobine e il datario si guastano spesso.

    Il diapason incontra il quarzo: l’Accuquartz 224

    Siamo nel 1971 e il “quarzo” è il futuro. Bulova ha un po’ dormito sugli allori, ma ormai adottare la nuova tecnologia è indifferibile. Gli americani avevano partecipato anche al consorzio CEH (Centre Eletronique Horloger, creato nel 1962 a Neuchâtel) per il Beta 21 e avevano ricevuto la loro quota di movimenti – da loro denominati 10EACD – incassati in un massiccio parallelepipedo d’oro con corona a sinistra. Data l’esiguità dei numeri e il costo spropositato è chiaro che non poteva essere neppure una soluzione tampone.

    In quattro e quattr’otto gli ingegneri americani approntano il calibro 224 “Accuquartz”, che permette di stare al passo coi tempi a costi minimi di adattamento. Un ideale ponte tra un presente invecchiato rapidamente e un futuro che è già arrivato. L’impianto resta quello del calibro 218, ma a guidare il tutto c’è un quarzo da 32.768 Hz. Il diapason ora vibra a 341,33 Hz, che corrisponde a una divisione per 96 della frequenza di oscillazione. Il suo utilizzo ora è soltanto di motore passo passo, perché ad alimentare o no le bobine ci pensa il chip di controllo Intersil. L’Accuquartz è presentato alla fiera di Basilea del 1971 e ha conosciuto le varianti 2241 e 2242 con i diversi tipi di datario.

    In realtà ci fu anche un precedente esperimento nel 1964, quando alla fiera di Basilea fu portato un prototipo di 214 alimentato da due pile e con un divisore che riportava il quarzo ai soliti 360 Hz.

    La fine dell’era del diapason

    Nel 1977 la produzione di tutti i calibri cessò. Il quarzo aveva vinto. Bulova si era identificata a tal punto con il suo prodotto di maggior successo che il logo divenne un diapason stilizzato e che molti orologi presero il nome di Accutron pur non avendo più il diapason.

    Nel 2008 la Bulova è stata completamente assorbita dal Gruppo Citizen, che con questo marchio ha realizzato orologi con quarzo ad alta frequenza (262 KHz), con il movimento continuo della lancetta secondi (da 2 a 8 Hz secondo i modelli) e alcuni esemplari con la misurazione del centesimo di secondo; il design ricorda spesso i modelli del passato. A seguito dell’acquisizione da parte dei giapponesi, i macchinari furono espressamente distrutti. Nel 2010 è uscita un’edizione celebrativa realizzata con fondi di magazzino del calibro 214 e cassa (da 41 mm) dei moderni Accutron II di forma vagamente triangolare.

    Nel 2020, sempre all’interno del Gruppo Citizen, Accutron è diventato un marchio a sé. Da allora produce modelli commemorativi, simili a quelli d’epoca nell’aspetto, ma animati da movimenti meccanici di fabbricazione svizzera. Come nel caso del recente Astronaut “T”, un’edizione limitata di 300 esemplari con la cassa in acciaio (da 41 mm) e la lunetta giorno/notte ispirata alla versione del 1968, equipaggiato da un calibro automatico Sellita Sw330 con 56 ore di autonomia. Merita un cenno anche lo Spaceview 2020 che monta una nuova tecnologia elettrostatica. Ma questa storia la racconteremo un’altra volta.

    Le varianti dell’Accutron Quartz

    Se c’è una cosa chiara nella Svizzera orologiera del 1974 è che il futuro ha le fattezze del quarzo. Questa certezza perciò è già entrata negli uffici di Bienne della Bulova. Il problema è farle attraversare l’oceano e farla digerire al quartier generale di New York. Oltreatlantico però sono sordi: sono convinti che il diapason abbia ancora un grande avvenire davanti a sé, specie da quando hanno messo la pezza dell’Accuquartz 224: un diapason guidato dal quarzo.

    Minima spesa, massima resa: e il diapason si trasforma in un semplice motore passo passo, perché il tempo lo dà il quarzo. Visto che da Manhattan non risponde nessuno, la Bulova svizzera si prende la responsabilità di sviluppare in proprio un vero calibro al quarzo. Alla fine del 1976 presenta il calibro 2420, che invero è ben riuscito: 26 x 4,5 mm, zero rubini, quarzo a barra da 32 KHz (realizzato dalla Divisione quarzo di Bulova Usa), circuito integrato realizzato da Synertec, motore con bobina fissa e rotore platino-cobalto prodotto da Bulova svizzera su licenza CEH. Consumo complessivo di 6,6 microampere e precisione di 0,2 secondi al giorno.

    Le varianti realizzate di questo robusto e affidabile calibro sono:
    2421.10 con lo stop dei secondi
    2422.10 con la correzione veloce della data.
    2423.10 con la data e i giorni della settimana.
    2426.10 con funzione day-date in due lingue.

    Inoltre è esistita una versione “TZ”, con la rimessa della sola ora senza muovere minuti e secondi, come l’Omega 1510 o l’Accutron 2185 (ma quest’ultimo aveva anche il secondo fuso orario). Una funzione interessante per la rimessa di precisione è accessibile tramite un pulsante incassato a ore 4: premendolo quando i secondi sono da 0 a 29 si ferma e aspetta i secondi corrispondenti, se è da 30 a 59 raddoppia la velocità per recuperare i secondi corrispondenti. Un metodo pratico per regolare i pochi secondi di scarto che possono accumularsi nel breve periodo, senza toccare ore e minuti.

    Conclusioni

    In conclusione, il progetto Accutron ha segnato una vera rivoluzione nell’orologeria, rappresentando il primo orologio da polso senza un bilanciere. Nel tempo si è rivelato anche un prodigio di micromeccanica molto affidabile, tanto che al giorno d’oggi non è raro trovare esemplari ancora funzionanti, sebbene abbiano 50 o 60 anni di vita.

    Gli esemplari più richiesti, e quindi più costosi, sono gli Spaceview su base 214, gli Astronaut con lancetta 24 ore – sempre su base 214 – e gli Snorkel, World Time e “lobster” su base 2812. Per questi ultimi le quotazioni stanno ormai raggiungendo il migliaio di euro. Per i vari modelli più classici di 218, ancora diffusissimi, è possibile invece trovare esemplari funzionanti anche poco sopra i 100 euro.

  • Accutron by Bulova. Far funzionare gli orologi con il diapason #1

    Accutron by Bulova. Far funzionare gli orologi con il diapason #1

    Iniziamo oggi una nuova serie di articoli dedicati agli orologi elettrici, elettromeccanici ed elettronici, scritta da un esperto del settore, Francesco Consumi, appassionato collezionista di esemplari a tema. E cominciamo con una pietra miliare: il Bulova Accutron, di cui ripercorreremo le vicende in diverse puntate

    Nell’orologeria ci sono un certo numero di prima e di dopo. Una buona parte di questi si è collocato negli anni ’50, e uno di questi è stato il Bulova Accutron. Un orologio prodotto per ben 17 anni in oltre 5 milioni di esemplari, tanto che nel decennio ’60 è stato il dispositivo elettronico più diffuso al mondo.

    L’Accutron non è stato il primo orologio elettrico, ma è stato il primo ad abbandonare il bilanciere, utilizzando il diapason come risuonatore, e il primo veramente elettronico. Ha abbracciato quasi tutto il tumultuoso ventennio che ha rivoluzionato l’industria orologiera: lanciato nell’ottobre 1960, quando Hamilton, Elgin e Lip erano già sul mercato con i loro modelli elettrici, è uscito di scena nel 1977 -, sopravvivendo a quasi tutti i concorrenti e convivendo per qualche anno con il quarzo.
    Nel frattempo, l’industria francese era morta, quella americana era sul bordo della fossa e quella svizzera aveva visto ridurre di due terzi i suoi addetti (da 90mila a 30mila) e si stava trasformando da industria generalista a produzione di lusso.

    L’Accutron è stato infine il primo orologio a pile realmente funzionante e affidabile, quando i concorrenti erano di fatto prototipi da far testare ai clienti. Quasi tutti gli esemplari di Elgin, per esempio, dovettero essere riparati o sostituiti in garanzia, finendo per dissestare irrimediabilmente le casse del produttore statunitense.

    1952, Hotel Blackstone

    Il 19 marzo 1952 all’Hotel Blackstone di Chicago il Presidente di Elgin, John Shennan, presenta il calibro 722. Contemporaneamente, all’Accademia delle Scienze di Parigi, Fred Lip mostra il Lip R27. Nell’orologeria da polso nasce un nuovo mondo. Il bilanciere è ancora presente, ma funge contemporaneamente da spinta e regolazione; la molla non c’è più: al suo posto è arrivata la pila (per la verità, due).

    L’effetto fu enorme, e una delle persone più colpite fu Ardé Adolph Bulova (1887/1958), figlio di Joseph Bulova (nato Bulowa, 1851/1936), immigrato a New York nel 1875 dalla natia Boemia e fondatore dell’omonima Casa. Nei primi anni del ‘900 Ardé avvia una propria produzione di orologi da tavolo e da tasca. Nel 1912 costruisce una fabbrica a Bienne, Svizzera, che sarà poi ampliata nel 1950 per poter eseguire tutte le fasi di produzione.

    In quell’anno e in quella nuova fabbrica viene assunto Max Hetzel (1921/2005). Lui non ha alcuna formazione orologiera, anzi: è un ingegnere elettrico con specializzazione in radiotelegrafia e una tesi intitolata Electromechanical frequency filters for telegraphy channel transmission che gli era valsa una medaglia d’argento. Nei tre anni precedenti aveva lavorato al Politecnico Federale di Zurigo, occupandosi di ottica e registrando i primi brevetti.

    Nel successivo trentennio l’industria orologiera dovrà avventurarsi in campi mai visti prima, e presto diventerà la regola assumere persone con un bagaglio culturale del tutto estraneo al settore, in grado di approcciare in maniera nuova i vecchi problemi.
    Il primo incarico del giovane ingegnere riguarda l’automazione della produzione industriale.

    Talmente bello che si fa anche noi

    Ardé Bulova capisce subito che il futuro va a pile e chiede a Hetzel un report dettagliato sui nuovi calibri francesi e americani. Nell’aprile del 1952 il report è pronto, e trasuda entusiasmo per la nuova tecnologia. Hetzel rileva però come la precisione sia pressoché la stessa degli orologi meccanici, dal momento che l’oscillatore è tale quale: il bilanciere. Il marginale miglioramento è dovuto solo all’assenza della molla e della sua incostante erogazione di forza durante la scarica.

    L’ingegnere ritiene che solo elevando di ordini di grandezza la frequenza, in accordo con le leggi della fisica, si possa aumentare in maniera significativa la precisione. Per la sua tesi aveva già studiato i diapason mossi elettronicamente, e la sua idea è di applicarli agli orologi. Si passerebbe così dai pochi Hertz dei bilancieri classici – che ancora oggi per la maggiori parte oscillano tra le 3 e le 4 volte al secondo, con punte di 16 per lo Zenith Defy Lab o per il vecchio Citizen Cosmotron 8810 – alle centinaia di Hertz di un diapason.

    Perdipiù sa che i diapason sono poco influenzati dalla temperatura e hanno armoniche molto deboli, cioè un suono molto puro. Risentono però in maniera pesante della posizione spaziale (quasi 5 secondi al giorno di differenza tra le varie posizioni), ma questo è un problema che non sarà lui a risolvere: se ne occuperà un decennio più tardi un’altra azienda, la ESA, con i diapason dotati di contrappesi.

    Brevetta, brevetta tutto!

    Hetzel si rende conto che nessuno prima di lui ha avuto quest’idea, il che affascina Ardé Bulova e ne stimola il senso degli affari: essendo un’idea nuova, la si può brevettare. L’ingegnere scrive un brevetto così ben fatto che sarà impossibile da aggirare non solo per tutta la concorrenza, ma persino per lui stesso – quando si troverà a lavorare dall’altra parte della barricata. Tanto che l’ultimo calibro diapason da lui concepito, vent’anni dopo per conto di Omega, sarà un ridisegno sostanziale che darà origine a un altro interessantissimo movimento, il 1220 “Megasonic”.

    Alla fine l’Accutron sarà coperto da oltre 20 brevetti che daranno a Bulova un vantaggio strategico: fino al 1968 si rifiuterà di cederli a chicchessia. Dopo quella data ed estenuanti trattative verrà ceduto a ESA per il suo 9162, mentre Citizen potrà realizzare i suoi Hisonic che altro non sono che Accutron 218-219 realizzati in Giappone. Usciranno anche a marchio Universal quando la Casa ginevrina sarà acquisita dagli orientali.

    Il circuito nell’Accutron

    Se il diapason c’è già – con magneti conici al nickel-cobalto – il resto è da inventare. Nella primavera del 1952 Hetzel riesce ad ottenere i disegni dell’Elgin 722 e del Lip R27. All’inizio del 1953 Bulova gli invia dagli Stati Uniti ben 3 transistor Raytheon CK 722. Sui quali l’ingegnere in tre mesi realizza l’antenata delle attuali breadboard, il primo circuito per eccitare un diapason a 200 Hz.

    Il 19 giugno 1953 Hetzel ottiene il primo brevetto in Svizzera, il numero 312290. Le bobine sono del tutto simili alla versione definitiva dell’Accutron: una da 8100 e una da 6000 giri di rame da 15 micron per muovere il diapason, e un’altra da 2000 – concentrica a quella da 6000 – per rilevarne la posizione e alimentare di conseguenza il transistor. Il sistema è autoregolante: se per uno shock il diapason si allontana troppo, il transistor resta spento più a lungo e la situazione torna alla normalità. L’efficienza è molto elevata: oltre l’80%, il consumo complessivo di 8 microwatt.

    Da vibrare a girare

    Per trasformare la vibrazione in movimento rotatorio, a uno dei rebbi del diapason è fissato un indice con in cima un rubino minuscolo (0,18 x 0,18 x 0,06 mm), che insiste sulla prima ruota di 3 mm di diametro con 300 denti alti 0,025 mm. Il sistema non deve essere lubrificato per nessun motivo, pena il blocco.

    Appena viste ruote così piccole, gli orologiai di professione previdero durate molto brevi. Sbagliavano. Per tagliare i denti di una ruota così piccola Hetzel inventa anche il macchinario apposito: un diapason più grosso, con una lama di diamante fissata in cima, sotto la quale gira la ruota inizialmente liscia. Poi in realtà per la produzione industriale si utilizzò un macchinario più convenzionale.

    Gli 8 prototipi pre-Accutron realizzati da Hetzel funzionavano con diverse frequenze, dai 240 ai 360 Hz. Questi ultimi si rivelarono più precisi e 360 Hz fu la frequenza scelta per la produzione finale.

    Le pile!

    Come tutti i suoi colleghi, anche Hetzel si dovette scontrare con l’inaffidabilità delle pile disponibili al tempo. Ai tempi le pile a bottone erano agli albori, non erano nemmeno a bottone. Il requisito era la durata di almeno un anno, in modo da marcare una vera supremazia rispetto all’orologio meccanico che richiedeva una ricarica quotidiana.

    Sul mercato non esistevano pile in grado di erogare una corrente molto bassa, per un così esteso lasso di tempo, senza eccessive dispersioni di energia e perdite di acido. Sono state proprio le maison orologiere a stimolare il settore. Furono sperimentate varie forme, molte delle quali pensate per occupare lo spazio nella cassa lasciato libero dal movimento. Per il Lip R27, per dire, erano a forma di fagiolo. Solo dopo molte prove e fallimenti si addivenne ai materiali e alla forma attuale, cilindrica in quanto risultata la meno incline ai versamenti di acido.

    Nel 1955 un’intera serie di prototipi fu buttata perché creduta non funzionante, quando il problema era invece nelle pile. Questo intoppo fece perdere la pazienza a Lore Sandoz-Peter, Direttore della Bulova Svizzera, che ordinò di trasferire il progetto Accutron nella sede americana. Anche Ardé Bulova si stava stancando della mancanza di risultati pratici ed era incline a fermare tutto, ma morì improvvisamente a Los Angeles.

    Il progetto si trasferì comunque, ma i problemi di industrializzazione continuarono fino al 1959. La perdita del “suo” progetto fece meditare a Hetzel di cercarsi un nuovo lavoro, e per questo contattò Omega. Come andò a finire lo vedremo nella prossima puntata.