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Tag: Baselworld

  • Dietro le quinte. I veleni dell’orologeria. E gli antidoti

    Dietro le quinte. I veleni dell’orologeria. E gli antidoti

    Accade con periodica frequenza. Gli svizzeri dell’orologeria vanno in ferie a luglio, come tutti gli svizzeri, e quando tornano scoprono di essere stati licenziati. O, nel migliore dei casi, ridimensionati. Anticamera del licenziamento perché se ti ridimensionano col cavolo che poi riesci a trovare un altro lavoro di pari livello. Sono i veleni dell’orologeria.

    Quest’estate tutti si aspettavano battaglia e una radicale pulizia estiva, mista a progetti più o meno sensati. È puntualmente accaduto. Veleni, appunto. E gli antidoti? Molti veleni, pochi antidoti. Che però implicano una necessaria riorganizzazione.

    Progetti sì, ma discutibili

    Partiamo dalle fiere di settore. Per un centinaio d’anni la città di riferimento, per orologeria e gioielleria, è stata Basilea. Perché? Per la sua particolare posizione geografica, al confine con Francia e Germania, ma raggiungibile senza troppe difficoltà anche dall’Italia, che fino ad una trentina d’anni fa era il secondo mercato mondiale per gli orologi svizzeri. L’Italia era così importante da far dire agli operatori, tutti, che «se un orologio ha successo in Italia, allora avrà successo in tutto il mondo».

    La storia è andata avanti così, quasi serenamente, fino a pochi anni fa, quando i mercati orientali hanno acquisito enorme importanza. Oggi la fiera di Basilea, Baselworld, è morta. Sono scappate persino Patek Philippe e Rolex, marche importanti non solo per la quantità d’orologi prodotti e il volume d’affari, ma anche per la loro influenza sulle decisioni dell’intero settore. Swatch Group (ne parlerò più avanti) aveva già abbandonato Basilea, pur avendo una posizione, al centro degli spazi espositivi, che più gratificante non si può. Ora gli organizzatori tornano all’attacco con l’idea di far rinascere a Basilea una grande fiera dell’orologeria e gioielleria. Perché? Sono scemi o cosa?

    Pazza idea…

    No, non sono affatto scemi. Il tentativo di far diventare Ginevra il fulcro dell’orologeria svizzera sta vacillando (veleni dell’orologeria) e ciò sembra lasciare spazio a chi, come Baselworld, progetta alternative provenienti da un passato glorioso. Ma il tentativo di ricreare la fiera di Basilea è discutibile, molto discutibile.

    Tutti, me compreso, hanno parlato a lungo dell’avidità degli organizzatori di Baselworld e dell’impossibilità pratica di pagare somme eccessive (cinque anni fa uno stand molto defilato arrivava a costare un milione di franchi svizzeri) per essere presenti in fiera. Il problema vero è che questa avidità si è scontrata con l’eccessiva quantità di operatori del settore, giornalisti compresi. Non ostante la costruzione di nuovi alberghi era impossibile trovare una stanza a prezzi umani nella città di Basilea. Io stesso faticavo molto a far capire al mio editore di allora che gli 800 euro a notte per una stanza che nel resto dell’anno non superava i 100 non erano un capriccio, ma una necessità di lavoro.

    Molti operatori finivano per dormire in Francia o Germania. Comunque a distanze difficili da digerire per chi la sera, dopo la chiusura dello stand, doveva farsi una sessantina di chilometri d’auto, spesso in fila, per essere di nuovo in fiera la mattina dopo, presto. Un tour de force cui gli organizzatori non hanno potuto trovare alcun rimedio anche per la pigrizia di un’amministrazione locale, incapace di mettere limiti all’avidità di gente che pure da Baselworld ricavava quattrini suonanti.

    Ginevra sì, Ginevra no…

    L’idea di spostare tutto a Ginevra (dove del resto già operava con successo il Salon International de la Haute Horlogerie) appariva quindi una soluzione impeccabile. A Ginevra c’è la possibilità di accogliere una quantità di visitatori più o meno tripla rispetto a Basilea, e mal che vada di alberghi ce ne sono tanti anche nelle dirette vicinanze. Ma sulla buona idea di Watches and Wonders si è abbattuto il maglio di impulsi concorrenziali, di invidie che, condite di pandemia, stanno incasinando la situazione. Veleni dell’orologeria.

    La stanno incasinando al punto che le fiere, a Ginevra, si stanno frammentando nella scelta dei tempi e in distinzioni che hanno il sapore dei cavilli legali. Col risultato che (a causa della pandemia ancora in atto) in molti preferiscono ormai la versione telematica. Che non è male, come soluzione d’emergenza, ma non è in grado di sostituire il contatto vero, il contatto diretto sia con gli operatori sia con gli orologi. Che è necessario, se non indispensabile. Ma chi se la sente, oggi, di infilarsi in un luogo chiuso e pieno di persone provenienti da ogni parte del mondo? Sì, i controlli… sì, le precauzioni… ma la prudenza consiglia comunque di starsene a casa.

    Meno veleni e più antidoti

    La situazione delle fiere (o meglio: dei progetti di fiera) è dunque incerta. Si conoscono bene le principali marche presenti a Ginevra, ma mancano ancora del tutto troppi nomi. I marchi che qualcuno considera secondari perché producono orologi non troppo costosi. Invece è una mancanza pericolosissima. Sembra che in Svizzera stiano dimenticando che i produttori inglesi e francesi sono scomparsi, a cavallo del ‘900, proprio perché producevano o sembravano produrre solo orologi costosi. In quella situazione si inserirono proprio gli svizzeri, con orologi dalla qualità elevata in relazione al prezzo. E sbaragliarono ogni altro produttore. Oggi potrebbe avvenire la stessa cosa.

    Chiunque scriva professionalmente di orologi, qualunque venditore d’orologi sa bene che il pubblico ama i sogni, certo, ma poi compra in maggioranza orologi più accessibili. Dando, ancor oggi, la preferenza agli orologi svizzeri. Ma – lo vediamo con i nostri stessi lettori – non puoi proporre solo oggetti che valgono cifre comprese fra l’attico in pieno centro e la villa a Portofino. Perché ciò, oltretutto, impedisce ai negozianti di poter cercare e offrire ai propri clienti una rosa di prodotti validi per tutte le tasche. Ma tutti, dal più al meno costoso, degni di fiducia.

    È un veleno pericoloso, insistere solo sull’alto di gamma. Il non saper fare fronte compatto è uno dei più pericolosi veleni dell’orologeria svizzera. Certo, ad informare ci sono le pubblicazioni specializzate, su internet o su carta, ma non è sufficiente. Perché, prima di ogni acquisto, anche per il negoziante è fondamentale poter toccare con mano, poter provare un orologio.

    Piccole buone idee contro i veleni dell’orologeria 1

    Del resto è pur vero che stiamo vivendo un periodo difficile per tutti, non solo per chi vuol fare le cose in grande. Mentre scrivevo è arrivata la notizia che anche Imagination Oneworld OneVision ha rimandato al 2022 la propria manifestazione. Una delle più sensate, che doveva tenersi in settembre a Neuchâtel. Un piccolo, prezioso scrigno per piccoli artigiani e piccole marche emergenti. Anche questo travolto, per ora, dalla pandemia.

    Sembra non esserci via d’uscita, oggi, nemmeno per le piccole buone idee. Del resto è anche logico: queste fiere riuniscono operatori da tutto il mondo e sono quindi un fertilissimo terreno per virus, batteri e quant’altro. Qualcuno ricorda che la Sars debuttò in Europa proprio durante la fiera di Basilea nei primi anni Duemila. E fu una (brutta) scoperta dirompente: i corridoi si svuotarono nel giro di un giorno o due perché tutti i cinesi vennero rispediti a casa e anche molti occidentali si spaventarono tanto di mollare il colpo. Oggi la situazione è di gran lunga peggiore.

    Piccole buone idee contro i veleni dell’orologeria 2

    Rimane, ad oggi 28 luglio 2021, l’appuntamento con i Geneva Watch Days (30 agosto/3 settembre), una manifestazione promossa dal Comune di Ginevra alla quale hanno aderito molte marche importanti e molti artigiani. Fra cui Bulgari, Breitling, De Bethune, Gerald Genta, Girard-Perregaux, Greubel Forsey, H. Moser & Cie., MB&F, Ulysse Nardin e tanti altri. Ma anche in questo caso le defezioni dei visitatori, professionisti e appassionati, si preannunciano così numerose che alla fine saranno ancora una volta le conferenze telematiche a fare la vera differenza. Conferenze telematiche alle quali seguiranno poi – com’è accaduto sino ad ora – incontri locali per consentire di vedere e toccare fisicamente gli orologi, nazione dopo nazione.

    Georges Kern, Ceo di Breitling e persona saggia, pensa che da questa situazione non usciremo prima del 2024, sia pure fra alti e bassi, con ondate successive di recrudescenza del virus e delle sue varianti. Veleni veri che nelle fiere internazionali sguazzano felici come un pesce nell’acqua. Gli organizzatori dei Geneva Watch Days giurano di aver preso tutte le precauzioni possibili per evitare il contagio. Io gli credo senza la benché minima esitazione. Ma non mi convince quel “possibili”. Dubito in chi ha detto agli organizzatori che un certo tipo di precauzioni siano sufficienti per evitare il contagio. Tutto qui. Del resto persino alle Olimpiadi in corso appare evidente che se gli assembramenti locali sono pericolosi, quelli internazionali sono di gran lunga peggiori.

    Orologeria, si cambia marcia

    I più prudenti (singoli marchi o gruppi che siano) si muovono quindi su due piani diversi. Da un lato cercano di sfruttare ogni spiraglio per usare metodi di presentazione e vendita ormai tradizionali e tradizionalmente efficaci. Dall’altro lato comprendono (alcuni in maniera ancora piuttosto confusa) che la pandemia sta accelerando processi già in atto e che quindi bisogna adeguarsi. Rapidamente.

    Si cercano nuove strade, nuove forme di comunicazione, nuove strategie. E tornano allora a circolare pesanti veleni dell’orologeria che bisognerà tenere a bada con antidoti efficaci. E proprio di questo ulteriore “dietro le quinte” torneremo presto a parlare. Molto presto. Perché la situazione è in continuo mutamento. Il gruppo Richemont, ad esempio, è in piena rivoluzione… (Continua)

  • Dietro le quinte. S’i’ fosse Rolex…*

    Dietro le quinte. S’i’ fosse Rolex…*

    Immaginate di essere Rolex. È facile, se provate*.
    Immaginate di essere la marca d’orologi più proverbiale del mondo, Rolex, quella che nelle valutazioni di reputazione complessiva straccia qualunque altra marca di qualunque prodotto. Immaginate di essere il punto di riferimento, amata e odiata (ma più la prima). Immaginate, appunto di essere Rolex.

    La rivolta degli studenti a Hong Kong. Un generale disorientamento economico. Le fiere che ci sono o non ci sono, e forse ci sono – ma solo alcune ci sono, perché le altre non ci sono… E poi arriva il Covid 19 che alcuni sottovalutano perché non vogliono chiudere negozi e produzione, ma poi devono farlo. Beh, anche a voi che siete Rolex a questo punto scappa un bel parolaccione, di quelli grassi e grossi che riempiono la bocca e lasciano un retrogusto di “finalmente mi sono sfogato”. E spedite a tutti un comunicato stampa proprio come questo.

    “A seguito dell’annullamento di Baselworld 2020 a marzo, a causa della situazione sanitaria compromessa da COVID-19, Rolex aveva annunciato che avrebbe presentato i nuovi prodotti a fine aprile e programmato una serie di conferenze stampa per mostrarli.

    In considerazione del contesto estremamente difficile e in continua evoluzione che ha avuto un impatto sul mondo intero e per proteggere tutte le persone, evitando qualsiasi genere di incontro collettivo o individuale, Rolex ha deciso di rinviare l’annuncio delle novità prodotto a data da destinarsi. Attualmente non è ancora stata stabilita una data per il lancio e vi aggiorneremo, a tempo debito, con ulteriori informazioni.

    La priorità di Rolex in questo momento è quella di salvaguardare le persone e di dare aiuto e sostegno nel miglior modo possibile. Rolex sta sostenendo tutti i suoi partner e si è attivato per la collaborazione con le varie Organizzazioni che stanno lavorando per combattere il COVID-19.

    Vi ringraziamo per la vostra comprensione e speriamo di essere in contatto con voi presto.
    Siate prudenti e prestate attenzione.
    I migliori auguri
    Arnaud Boetsch”

    Due considerazioni, tanto per cominciare. Arnaud Boetsch è il capo della comunicazione internazionale di Rolex. Noi italiani non giovanissimi ce lo ricordiamo bene per il suo essere stato un grande tennista. Uno bravo di braccio e di cervello, che nel 1996 ci soffiò via (ancora regnante Panatta, allora capitano non giocatore della nostra squadra Davis) una qualificazione alle finali di Coppa Davis che sentivamo già fra le mani, a sventolarla al cielo. Storie di un’altra epoca.
    Arnaud Boetsch entra in Rolex e diventa – appunto – capo della comunicazione.

    Seconda considerazione: S’i’ fosse Rolex avrei una strana anima, divisa fra l’aplomb anglosassone del fondatore – che pure si chiamava Hans Wilsdorf – e la rocciosa riservatezza di un protestante ginevrino. Una specie di cassaforte. Perché allora questa impennata d’ingegno? Difficoltà, senso di “ne ho piene le tasche”? Difficoltà non è credibile. Come diceva sempre il mio vecchio amico Pierre-Alain Blum, una volta proprietario di Ebel: “Noi siamo aerei che volano alto, è vero, ma che ogni tanto incappano in una turbolenza che li fa traballare e raramente persino precipitare. Rolex vola ancor più alto, nella stratosfera, dove l’aria è calma e le correnti per giunta ti spingono facendoti risparmiare carburante”.

    Ma è anche vero che persino lassù nella stratosfera arriva gente che è meglio perderla. Speculatori parassiti che giocano sulla tua fama, speculatori parassiti che ramazzano i tuoi orologi per farli diventare ancor più rari (da molti anni la produzione Rolex non riesce a star dietro agli ordini) e venderli a prezzi assurdamente esagerati. Speculatori parassiti che comprano i tuoi orologi, li taroccano in modo pacchian/tamarro e poi li rivendono non solo a caro prezzo, ma “dimenticando” di ricordare a chi li compra che a quel punto il nome sul quadrante non ha più alcun senso perché persino la garanzia internazionale decade.

    E allora ti prendi un anno sabbatico. Un anno nel quale consegnerai poco e solo a quanti non giocano sporco, magari comunque incrementando di un poco la produzione solo in certe direzioni. Così “raffreddi” una situazione dalla quale non solo non ricavi alcun vantaggio (gli orologi li vendi sempre al prezzo stabilito), ma per giunta ti prendi le maledizioni dei tuoi rivenditori, schiacciati dalla richiesta e da quella parte giusta, pulita, dei compratori finali che comprensibilmente non vuole pagare la tassa imposta dagli speculatori, ma alla fine tutti danno a te la colpa.

    Se voi foste Rolex vi ringrazierei. Super nave un po’ lenta a manovrare, Rolex si è svegliata almeno un poco e ha cominciato ad indicare la strada. Perché è finalmente partito all’attacco anche Hubert du Plessix, che è il responsabile degli investimenti Rolex nonché il rappresentante degli espositori di Baselworld. Il “gigante con la corona” sembra davvero voler fare le grandi pulizie di Pasqua.

    Oltre a bloccare la presentazione di nuovi modelli (che comunque incidono – generalmente – per solo il 15% delle vendite generali e che tanto non sarebbero arrivati nei negozi prima di fine anno), du Plessix per conto di Rolex e di tutti gli espositori ha finalmente fatto la voce grossa con quanti, alla fiera di Basilea, volevano cambiar date senza consultare nessuno e far pagare agli stessi espositori parte dell’onere per la mancata esposizione di quest’anno.

    E quando il gigante Rolex si risveglia, quando comincia a scegliere, allora davvero vuol dire che l’orologeria sta cambiando. Ne riparleremo – ne sono certo – perché scommetto che non è finita qui. Questo è solo l’inizio di una nuova fase per l’orologeria.

    (*Per chi avesse dimenticato i tempi della scuola, il titolo fa riferimento a una poesia di Cecco Angiolieri, contemporaneo di Dante: “S’i’ fosse foco”, tuttora esemplare della tradizione letteraria goliardica. Le prime frasi invece riprendono l’attacco di “Imagine” di John Lennon. N.d.R.)

  • Dietro le quinte: le fiere (di nuovo), il coronavirus e gli eventi privati

    Dietro le quinte: le fiere (di nuovo), il coronavirus e gli eventi privati

    L’inizio della decadenza delle fiere mondiali d’orologeria, e di quella di Basilea in particolare, ha una data precisa: aprile 2003. In quell’anno la fiera prese il nome di Baselworld e si trovò, in piena crisi per la SARS, nella spiacevole situazione di decidere cosa fare con i molti cinesi che affollavano Basilea, venuti per comprare, venuti per vendere orologi e gioielli. Semplificando al massimo, la decisione fu di considerare malatissimi tutti quelli venuti a vendere e sanissimi tutti quelli venuti a comprare.

    Ma, per piegarsi ad accettare i sanissimi compratori cinesi, tutti i prezzi a Basilea si moltiplicarono in maniera idiota. Persino un piatto di asparagi, che in primavera di solito te li tiravano dietro, veniva a costare parecchie volte più dell’anno precedente. E i cinesi, che di Basilea non avevano ancora grande esperienza ma cominciavano a non avere alcun problema economico, accettarono la fregatura senza fiatare. Il resto del mondo fu costretto a far buon viso a cattivo gioco.

    Quest’anno, come ho scritto un anno fa, non andrò a Baselworld perché – fra l’altro – mi rifiuto di pagare 745 franchi svizzeri per una camera che il resto dell’anno ne costa – senza sconti – poco più di cento. È pur vero che in tutto il mondo le camere d’albero costano più care nei periodi di fiera, ma si grida allo scandalo per aumenti di gran lunga inferiori.

    E questo avveniva e continua ad avvenire pur in una situazione nella quale i prezzi per gli espositori sono lievitati in maniera forse ancora peggiore. Espositori che hanno cominciato a scappare in quella che alcuni chiamano “la grande fuga”. Cronologicamente la fuga più recente è quella di Gucci Orologi, ma quest’anno i visitatori non troveranno nemmeno Breitling, Seiko né altri marchi ancora.

    Troveranno però – e forse per l’ultima volta – le marche orologiere del gruppo LVMH: Bulgari, Hublot, TAG Heuer e Zenith. Anche LVMH pensa che gli spazi in fiera costino troppo per quel che portano al business, tenendo presente che oltre allo specifico di Basilea è tutto il modello delle fiere mondiali a non sembrare più adeguato. E ha sperimentato una formula della quale parlerò più avanti, dopo aver fatto un minimo di storia per capire di cosa caspita stiamo parlando.

    Fiere, manifestazioni fieristiche. Una volta il mondo intero confluiva in queste fiere settoriali. Qui tutte le marche venivano messe a confronto e poi i commercianti decidevano cosa tenere in negozio e cosa no. Il mondo intero a quei tempi aveva un’estensione orientale molto, molto limitata: si fermava alla parte ovest di Berlino, per intenderci. Oltre c’era il mistero.

    Eccezion fatta per i casi di singole persone (dagli alti funzionari russi dal Sultano del Brunei) che venivano a comprare di nascosto in Europa. Il mondo dell’orologeria svizzera era dominato da Swatch Group, l’unico gruppo che ancor oggi ha gli orologi come core business; cui si era aggiunto Richemont, il primo gruppo finanziario a credere nelle potenzialità dell’orologeria. Poi, appunto, arriva la Cina.

    Un mercato apparentemente infinito. E si svegliano altri gruppi: LVMH, con uno straordinario patrimonio di conoscenze sul mondo del lusso; e infine Kering, il gruppo francese di Pinault. Il modo di produrre e di commercializzare gli orologi cambiò totalmente, come ho detto altre volte. Non torno sull’argomento, ma sta di fatto che il mercato cinese si rivelò un po’ diverso dall’allegro Paese di Bengodi – citazione colta: Giovanni Boccaccio (1313/1375) – sul quale in molti si buttarono a capofitto.

    Semplificando al massimo, si potrebbe dire (il copyright è di Bernard Fornas, anni fa Ceo di Cartier mondo) che se il valore del mercato cinese, per gli orologi, fosse stato 100, sarebbe stato saggio considerarlo un mercato da 70, mentre in troppi lo hanno considerato da 150. Il risultato? Aumento della produzione, aumento dell’invenduto (che finisce su mercati paralleli), nessuna protezione contro crisi come quella di Hong Kong, i cui già pesanti effetti negativi si sommeranno a quelli del coronavirus.

    Attenti: il virus va considerato da almeno tre punti di vista diversi. La realtà dei fatti (poco conosciuta e comunque in quasi imprevedibile evoluzione); la statistica (nessun panico, almeno per ora); e la reazione umana di paura (che poi alla fine è quella che conta). Perché se mi mettono davanti una bella insalatiera contenente diecimila caramelle di cui una all’arsenico cosa faccio? Prendo o lascio?

    E se mi prendo il coronavirus, non accuserò poi gli addetti ai lavori di non aver tutelato come si deve la salute pubblica? E allora tutti a bloccare, chiudere confini e così via. A torto o a ragione poco importa, per certi versi, perché le paure sono paure e non si può far finta di niente. Si può lavorare per esorcizzarle, ma non è facile né veloce.

    E nel frattempo? Nel frattempo manifestazioni come le fiere mondiali vengono viste (sempre a torto o a ragione) come potenziali occasioni di contagi estremi, come terreno di coltura per epidemie vecchie e nuove, vere, presunte o immaginarie. Pensate ai danni che riescono a fare idiozie come la convinzione che qualcuno o qualcosa porti sfiga…

    Quest’anno le due fiere più importanti per l’orologeria si svolgeranno fra la fine di aprile e l’inizio di maggio (Watches & Wonders, Ginevra, 25-29 aprile; Baselworld, Basilea, 30 aprile-5 maggio). Ed è ragionevole dire che se vogliamo pensar positivo per quelle date come minimo ci sarà ancora una buona dose di irrazionale paura che il coronavirus (Fabrizio per gli amici… una battuta idiota ogni tanto può sdrammatizzare la situazione) possa far del male con un colpo di coda.

    È quindi lecito pensare che potrebbe esserci un crollo o comunque una diminuzione delle presenze per una fiera come Watches & Wonders, che prova una nuova formula espositiva, e per Baselworld, che si gioca tutto, ma proprio tutto prima di essere travolta dal diluvio annunciato. Brutto segno.

    È paradossale che ad indicare la soluzione fossero stati proprio gli organizzatori di Watches & Wonders. Proprio loro avevano ipotizzato di non aspettare in Svizzera i compratori, ma di andare a casa loro. Io ho partecipato all’edizione 2015, a cavallo fra settembre e ottobre, ad Hong Kong, ed era evidente già allora che si trattava di una strategia vincente. Oggi probabilmente quei costi non sarebbero più affrontabili e Hong Kong non è certo il posto migliore, in Cina; ma anche lo scorso anno Watches & Wonders aveva avuto una edizione statunitense, a Miami, di notevole successo.

    Questa formula era stata poi ripresa, adattandola ad una dimensione monomarca, da Georges Kern, diventato Ceo di Breitling dopo aver lasciato il gruppo Richemont. Una sorta di continuo tour mondiale (ovviamente intervallato da pause defatiganti) per gestire al meglio e a casa loro il rapporto con negozianti e giornalisti.

    E infine quest’anno c’è stata la sorpresa di LVMH (il gruppo di Bernard Arnault, cui fanno capo appunto Bulgari, Hublot, TAG Heuer e Zenith). Che in gennaio si è fatto una propria manifestazione a Dubai, nel Bulgari Hotel (il quale, appartenendo al gruppo, consente anche un notevole risparmio rispetto a Baselworld) con risultati che dovrebbero indurre tutti a riflettere. Vorrei a questo proposito far osservare un dettaglio che sembra essere sfuggito a molti.

    La manifestazione di Dubai si è svolta all’insegna del lusso sì, ma come espressione di buon gusto: nessuna esagerazione, nessuna ostentazione. Non voglio spingermi fin a parlare di senso rinascimentale del lusso, ma sono certo di poter dire che si è trattato di un evento molto equilibrato, che dimostra come l’ostentazione non sia indispensabile ai fini del successo. Anche in questo senso la LVMH Watches Week ha segnato la direzione, tenendo presente come il Gruppo abbia di fatto annunciato la propria ultima presenza a Baselworld (il contratto scade quest’anno); e si è spinto  ad anticipare per le prossime edizioni della propria fiera la presenza di altri marchi LVMH (come Louis Vuitton, Dior, Fendi) che producono anche orologi.

    Penso che il futuro dovrebbe essere diviso tra fiere locali generaliste ed eventi organizzati, sempre localmente, da singoli gruppi o singole marche, valutando la propria presenza su quel territorio in relazione al proprio desiderio di conquistare quote di mercato. Penso che ci siano alcune buone idee ancora da sviluppare, come quella di Swatch Group, che doveva fare una propria manifestazione a Zurigo, sia pure solo per i propri marchi del lusso, fra il 4 e il 6 marzo prossimi.

    Alcune cose di Time to Move (è il nome dell’evento di Zurigo) sono da perfezionare, certo, ma l’idea di separare la parte commerciale (la presentazione della novità ai negozianti) da quella destinata alla comunicazione è davvero buona. Perché chi si occupa di comunicazione dovrebbe smetterla di cercare l’anteprima – serve solo a vantarsi con i colleghi/concorrenti.

    Meglio, piuttosto, imparare a rendere un servizio al pubblico parlando degli orologi quando sono davvero nei negozi. Quando, di conseguenza, il compratore può verificare sia la qualità degli orologi, sia l’attendibilità e la competenza di chi fa comunicazione. Questa considerazione è ancora più importante considerando che nei giorni scorsi Time to Move è stata annullata per via del coronavirus. Qui c’è da ripensare molto, se non tutto…

    Penso che bisognerà anche fare attenzione a non intasare negozianti e comunicatori con raffiche di eventi che li distraggano dal proprio lavoro; ma penso anche che questo sia il futuro dell’orologeria e del lusso in generale e che la tecnologia saprà aiutarci. Perché è solo in questo modo che si potranno minimizzare gli effetti dei periodici eventi “catastrofici” come il coronavirus e delle altrettanto periodiche (ma a cadenza più rapida) crisi locali. Come quella di Hong Kong, relativamente alla quale analizzeremo nelle didascalie alle foto alcuni dati forniti dalla Federazione Svizzera dell’Orologeria.

    Orologeria che ancora una volta affronta un momento di crisi in cui gli errori si sommano ad eventi del tutto o in parte imprevedibili. Orologeria che ancora una volta, come accade da qualche secolo, saprà superare i momenti difficili adattandosi al futuro. Basta svegliarsi e tornare a scegliere dirigenti che abbiano competenze non solo finanziarie, ma anche quelle specifiche del settore, necessarie per capire che le dimensioni del mercato sono sostanzialmente quelle di una bella, fantastica nicchia. Nicchia, non caverna.

  • Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Ho aspettato che la rabbia sbollisse un poco, prima di scrivere questo articolo. Perché a Baselworld, quest’anno, ho solo visto i resti di una fiera che frequento da più di trent’anni. E spiace – perché per certi versi ingiusto, come vedremo – dover annoverare fra i resti nomi più che illustri come Patek Philippe e Rolex. Che non si capisce bene cosa restino a fare.

    In realtà lo capisco bene: Rolex, Patek Philippe e uno zoccolo duro di marche non vogliono mollare perché sperano nel futuro. Sperano in un futuro che consenta all’orologeria svizzera di tornare unita (o quasi: sarebbe già una conquista) per mostrarsi su un palcoscenico internazionale. Oggi il frazionamento delle manifestazioni e la fuga degli espositori offre dell’orologeria svizzera un ritratto impietoso, che per altro non corrisponde affatto alla realtà di un settore capace di farsi concorrenza nel reciproco rispetto. Gli errori della vecchia gestione di Baselworld, sommati a quelli già messi in evidenza dai nuovi dirigenti, offrono invece una ingiusta caricatura dell’orologeria.

    C’era una volta

    Una volta, tanti anni fa, la “fiera di Basilea” era l’appuntamento fondamentale per l’intero settore. I produttori presentavano le novità e i negozianti venivano a vederle. Se fossero piaciuti le avrebbero ordinate, con consegne che di solito richiedevano parecchi mesi. A Basilea i produttori decidevano quali orologi mettere effettivamente in produzione e in quale quantità. Ho visto spesso orologi scomparire nel dimenticatoio perché i negozianti non li volevano e ho visto spesso diminuire i prezzi degli orologi di successo perché la forte richiesta consentiva di farlo, rendendoli ancor più competitivi e di successo. In una settimana circa, a Basilea, ogni produttore arrivava a fare, in ordini, fino al 90 per cento del fatturato annuale.

    C’era anche un forte indotto per la città di Basilea: come sempre accade alberghi e ristoranti aumentavano i prezzi, ma nulla che non accadesse anche altrove. E benché 29 anni fa le marche del gruppo Richemont (e altre, fra cui Audemars Piguet) avessero mollato Basilea per creare a Ginevra una propria manifestazione fieristica più esclusiva, la fiera di Basilea, che effettivamente aveva un carattere molto più popolare, non subì grandi conseguenze negative. In realtà proprio il carattere poco paludato di questa fiera (insieme a prezzi sopportabili e ben modulati in rapporto agli spazi) consentiva due cose essenziali: uno, offrire a tutti, anche alle piccole marche, vecchie e nuove, l’opportunità di presentarsi sul mercato; e due, consolidare l’immagine dell’orologeria come un settore essenzialmente svizzero, pur se tutti hanno sempre saputo che i numeri dei grandi produttori orientali erano e sono ben più consistenti.

    La svolta del 2003

    Molti ricordano che tutto è cambiato intorno al 2003, quando si verificò una forte epidemia di influenza aviaria. Allora le autorità decisero che tutti gli orientali venuti a Basilea per comprare erano sanissimi, mentre quelli venuti a vendere non solo erano molto, molto malati, ma dovevano tornare a casa immediatamente senza aver diritto ad alcun rimborso. La mansuetudine dimostrata dagli orientali sembrò far scattare qualcosa.

    La fiera di Basilea, anche nel (malinteso) tentativo di adeguarsi a Ginevra, con la ristrutturazione faraonica affidata a Herzog & de Mauron passò ad una sfrenata ricchezza: moltiplicazione dei prezzi da pagare per gli spazi, moltiplicazione (per dieci!) dei costi d’alloggio in albergo, stand milionari e tutto un crescendo wagneriano di spese e iniziative. I piccoli? O relegati in zone seminascoste della fiera, o costretti ad esporre all’esterno, in alberghi, negozi compiacenti (a caro prezzo) e persino banchetti da ambulante.

    Ora facciamo un gioco. Gira che ti rigira, dove pensate che il cetriolo dell’aumento dei costi andasse a finire? Sì, proprio nei prezzi degli orologi. Non erano aumenti poi pazzeschi (se la fiera ti costa 30 milioni di franchi e tu produci un milione di orologi si parla, tutto sommato, di trenta franchi), ma pur sempre aumenti.

    Baselworld: forze centrifughe e centripete

    Poi la crisi, poi il rallentamento dei mercati orientali, poi il digitale, poi le prime defezioni e la continua avidità di Baselworld, trasformatasi in una macchina dai costi esagerati, l’arroganza del “certi marchi è meglio perderli che trovarli”, l’intelligenza di chi ha pensato soluzioni alternative. Come l’idea di esportare “piccoli SIHH” in USA, Hong Kong e forse Dubai o quella, di Swatch Group, di prendere un palazzo d’uffici e fare una propria manifestazione commerciale, senza giornalisti. A questi ultimi verranno poi destinati incontri locali quando gli orologi saranno pronti per entrare in commercio. Sono soluzioni intelligenti ed efficaci, che però hanno un solo difetto: dividono ulteriormente l’orologeria svizzera, impediscono il ritorno ad un unico centro focale del settore.

    Non è un difetto secondario. Rolex e Patek Philippe restano non ostante tutto a Basilea proprio per fare da aggregante al settore. Nessuna delle due marche ha necessità di una vetrina commerciale (perché nessuna delle due riesce a produrre abbastanza orologi in relazione alle richieste del mercato) ed entrambe risparmierebbero cifre enormi standosene a Ginevra, nelle proprie sedi. Fino ad oggi hanno onorato il proprio ruolo di “fari” dell’orologeria svizzera. Ma per quanto tempo potranno ancora andare avanti a spendere (quasi) inutilmente decine di milioni di franchi svizzeri?

    Parliamone…

    Vorrei dire ai “signori di Baselworld”: cercate di capire a cosa serve, oggi, una manifestazione fieristica. Vendere? Incontrare gli amici? Incontrare la stampa? Ribadire la svizzerità degli orologi? Ascoltate quante più parti in causa potete, dai produttori ai negozianti, dai venditori ai giornalisti, e poi decidete.

    Vorrei anche dire ai “signori di Baselworld”: basta con certi prezzi. Comprendiamo tutti i vostri problemi di bilancio, ma non possiamo risolverli noi. E basta con il caro alberghi e il caro ristoranti. Da noi in Italia se un furbacchione fa pagare prezzi troppo cari intervengono i Carabinieri, la Finanza, la Polizia e magari anche la Forestale. Voi dite che non potete farci nulla? Peggio per voi. Sono disposto a pagare una camera anche tre volte il suo prezzo, ma se costa di più non se ne parla. Oggi il materiale stampa è sul cloud in tempo reale e pochi giorni dopo si svolgono manifestazioni locali che mi consentono di vedere e toccare gli orologi. A costo zero. Le migliaia di euro che mi costa la fiera non hanno più alcun riscontro pratico.

    E poi vorrei dire ai “signori di Baselworld”: sostenere che la fiera si deve digitalizzare è una banalità. Tutti hanno già digitalizzato da molto tempo. Diteci come vorreste farlo, nei dettagli. Oggi persino Google ha capito che non sempre conta la quantità dei contatti, ma la qualità. E non provate a inondarmi di materiale: vi considero come spam e buona notte ai suonatori. Cercate di capire come, quando e perché interagire con gli operatori. E con quali: l’orologeria è suddivisa in settori che hanno ciascuno esigenze diverse. L’unica esigenza comune si chiama Swiss Made.

    Cara Baselworld, diciamo le cose come stanno

    Continuo ancora. Sempre ai “signori di Baselworld” vorrei anche dire: l’anno prossimo la fiera si svolgerà a maggio, coordinata con quella di Ginevra – finisce una, inizia l’altra. Per alcune motivazioni circa la scarsa furbizia di questa operazione vi rimando a un altro articolo scritto prima di Baselworld.

    Qui vorrei solo aggiungere che anche gli operatori si sono resi conto della suddetta scarsa furbizia: se presentano a maggio i propri orologi, rischiano di non riuscire a consegnarli in tempo per le vendite estive né per quelle natalizie. Ma i rappresentanti della fiera giurano che non avevano scelta, vista la presenza di altre manifestazioni. Lasciare tutto com’era non vi è passato per la mente? È vero che chi viene da lontano risparmia un biglietto aereo di andata e ritorno, ma tutti gli altri? Sarebbe stato sufficiente offrire gli alberghi a non più di tre volte il prezzo solito per risolvere il problema economico. Ma anche questo non sembra accettabile.

    Concludo dicendo ai “signori di Baselworld”: smettetela di dire che i cambiamenti che pensate saranno effettivi fra tre o quattro anni, perché questo equivale a dire “abbiamo sbagliato, stiamo cercando di riparare, ma nel frattempo i prezzi di una fiera mal fatta continuate a pagarli voi”. No, grazie. C’è stata una conferenza stampa con tanto di streaming nella quale Michel Loris-Melikoff, Direttore generale della manifestazione fieristica, ha in sostanza annunciato una serie di provvedimenti di scarsissima consistenza e utilità, più la disponibilità a diminuire i prezzi di un 20/30 per cento.

    Serve ben altro. Baselworld va ripensata da zero per avere almeno un dimezzamento dei prezzi che le consenta di tornare ad essere il fulcro dell’orologeria svizzera. Bisogna consentire una presenza dignitosa, in fiera, a tutti: dai grandi ai piccoli marchi, dai potenti gruppi finanziari ai piccoli marchi indipendenti che cercano di trovare un proprio posto nel panorama del settore. Tutto il resto sono balle.

  • Tws anno secondo: in crescita il contro-salone dei fornitori

    Tws anno secondo: in crescita il contro-salone dei fornitori

    Produttori di casse e bracciali, di utensili e strumentazioni, ditte che fanno finiture di movimenti o incastonature delle pietre preziose: piccoli, poco noti se non del tutto invisibili, i fornitori specializzati in tecnologie e servizi ricoprono un ruolo prezioso nella produzione orologiera. Come lavorano? Cosa hanno da offrire al mercato? Potrete carpirne i segreti andando nella cittadina svizzera di La-Chaux-de-Fonds, da martedì 19 a sabato 23 marzo. L’appuntamento è con la seconda edizione del Technical Watchmaker Show, la fiera specializzata che si sta affermando come evento alternativo per gli addetti ai lavori e gli esperti del settore.

    Una scelta strategica l’apertura due giorni prima di Baselworld. “Vogliamo esaudire tanto le richieste delle industrie orologiere quanto quelle delle aziende specializzate in componenti e servizi per l’alta orologeria”, commenta Eric Zuccatti, Presidente del Tws e Direttore generale di Horotec, che produce attrezzature tecniche. “La nostra fiera”, aggiunge, “ha due vocazioni: dare informazioni concrete sulle componenti tecniche degli orologi e dare ai visitatori la possibilità di immergersi nella storia dell’orologeria mondiale, entrando a contatto con la sua parte più pratica e autentica”.

    L’esperimento Tws è nato dall’iniziativa di un gruppo di aziende “dissidenti” di Baselworld, che a marzo dello scorso anno organizzarono la propria fiera “in casa”, a La Chaux-de-Fonds appunto, aprendo le porte delle proprie stesse sedi. Aspettavano un centinaio di visitatori, ne arrivarono più di mille, da ogni parte del mondo. Un’affluenza inattesa che quest’anno ha spinto a rilanciare il salone, concentrando gli espositori – non più solo locali e non soltanto svizzeri, ma anche francesi, tedeschi, belgi e italiani – in una sede prestigiosa: Les Anciens Abattoirs (Rue du Commerce 122), un edificio del 1859, in parte rinnovato nel 2018.

    “Dopo una prima edizione organizzata in fretta, siamo convinti che corrisponda a un reale bisogno nel nostro settore a livello internazionale vedere tutti i player che si occupano di tecnologia e servizi di orologeria incontrarsi in un unico posto. Il nostro obiettivo qui, in quanto organizzatori del Tws”, spiega ancora Zuccatti, “è fornire ai professionisti una piattaforma di scambio dinamica e accogliente, per incontrarsi, fare affari, creare contatti e mostrare il proprio know-how. Il grande salone di Basilea ha scelto di concentrarsi su orologi di prestigio e gioielli eccezionali; noi siamo convinti che molti visitatori di Baselworld siano interessati anche ai nostri lavori artigianali. Ecco perché Tws si svolge in questo periodo”.

    Già sold-out con 50 aziende, l’area espositori – oltre ai box dai 9 ai 16 metri quadrati – mette a disposizione zone per le conferenze e per la ristorazione. I visitatori – circa 2000 secondo le aspettative degli organizzatori – avranno accesso gratuito alla fiera. È però necessario iscriversi e stampare dal sito dell’evento il ticket elettronico, valido pure per usufruire del servizio di navetta che collega la stazione ferroviaria alla sede espositiva degli Antichi Macelli. Nelle vicinanze della stazione sono disponibili anche due parcheggi. La fiera è aperta dalle ore 9 alle ore 18; sabato 23 dalle 9 alle 16. Online anche il programma delle conferenze tecniche e dei workshop.

  • Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    In orologeria, come in altri settori di mercato, quel che conta è chi produce, chi vende e chi compra. Tutto il resto è più o meno facoltativo, un insieme di optional che vale la pena di far propri se sono utili, altrimenti è meglio espellerli come calcoli renali. Parlo di intermediari di vario tipo, di operatori o iniziative parassitarie, parlo degli stessi giornalisti e parlo delle fiere. O siamo utili o meglio lasciar perdere. Il mondo sta cambiando rapidamente e se persino il ruolo dei negozianti viene ridimensionato da nuovi mezzi, figuriamoci il resto. Dobbiamo imparare ad adeguarci.

    Le necessità dei produttori e dei compratori restano sostanzialmente immutate, ma muta, eccome, il modo di far parte dell’orologeria in maniera utile, appunto. Le fiere, ad esempio. Arriva per prima la notizia che nel 2020 il SIHH (Salone internazionale dell’Alta Orologeria) si terrà a Ginevra dal 26 al 29 aprile, anziché in gennaio come è ormai tradizione. Il SIHH sarà seguito, senza soluzione di continuità, da Baselworld, a Basilea, dal 30 aprile al 5 maggio. Qualcuno la interpreta come un armistizio tra fiere in guerra. Sbagliato: non è un armistizio, ma una nuova, astuta battaglia.

    La guerra delle fiere è una guerra commerciale fra gli organizzatori svizzeri. Solo in seconda istanza è anche una disputa commerciale fra marche, una disputa molto meno accesa di quanto molti credono. Non è con le fiere che si fanno concorrenza: al contrario, le fiere sono state, fino a poco tempo fa, un terreno comune sul quale far crescere il desiderio per l’orologeria svizzera, tutta l’orologeria svizzera.

    Per i giornalisti, gli appassionati d’orologeria e i compratori la guerra delle fiere è quasi priva d’interesse. È la vostra guerra, non la nostra. È la vostra guerra perché non è affatto importante avere in fretta il materiale relativo ad orologi che non sono sul mercato e quindi non possono essere visti nei negozi. È la vostra guerra perché comunque per molti negozianti e giornalisti le strategie alternative dei produttori d’orologi si stanno rivelando pratiche ed efficaci, pur avendo bisogno di qualche messa a punto: manifestazioni locali che non costringono a lunghi viaggi, a lunghe assenze, a sopportare costi elevati e consentono un migliore rapporto con gli operatori, non più assediati da migliaia di blogger, influencer provenienti da tutto il mondo. Per i giornalisti, sia chiaro, le iniziative locali – a patto che non siano troppe e non rendano quindi difficile il lavoro – si stanno rivelando molto interessanti e più direttamente collegate con il mercato reale del settore. Per i negozianti, sono un doveroso riconoscimento alla necessità di ritagliare strategie più rispettose dei gusti espressi dai compratori locali.

    Cosa succederà nel 2020? Fino al 29 aprile, nulla di diverso dal solito, tranne le date (fine aprile invece di metà gennaio). Come sempre Ginevra si rivela una bella fatica che culmina nel dover preparare le valigie, il 28 sera, e portarle con sé al Palexpo la mattina del 29. La sera del 29, dopo una giornata di fiera (sempre più faticosa, dopo quattro giorni di appuntamenti militarmente organizzati), devo però spostarmi da Ginevra a Basilea, per poter dormire a Basilea ed essere in fiera la mattina dopo. Ovviamente non ci sono soltanto io: nel 2018 il SIHH ha dichiarato circa 20.000 presenze, complessivamente. Se solo la metà di queste persone volessero proseguire per Baselworld avremmo 10.000 persone che devono andare, quasi contemporaneamente, da Ginevra a Basilea. 10.000, si badi bene, è il minimo per poter parlare di un successo nell’operazione travaso dei visitatori da una fiera all’altra. Meno di 10.000 sarebbe un insuccesso per Baselworld e renderebbe pressoché inutile lo spostamento e il coordinamento delle fiere.

    Come si sposteranno queste diecimila persone? Nessuno lo ha ancora detto. Ci saranno treni speciali, pullman organizzati? Ciascuno pensa per sé? Nessuno lo ha ancora detto. In previsione di una lunga assenza da casa (dal 26 aprile al 5 maggio) e dopo quattro giorni piuttosto faticosi di SIHH devo portare con me più di una valigia, portare con me gli abiti sporchi dei giorni precedenti, andare a Basilea (ma arrivato a Basilea troverò taxi sufficienti?), arrivare in albergo se avrò trovato albergo in città (e gli altri come fanno? Devono essersi già spostati a Ginevra con l’auto, se vengono dall’Europa? Chi gestirà gli ingorghi di traffico che si scateneranno la sera del 29? E cosa mangio, finalmente arrivato in albergo? Perché si rischia di rendere molto difficile anche il room service, con un improvviso accesso di persone troppo stanche per andare fuori a cena) oppure organizzarmi in qualche modo se dormo fuori città. Tutto questo per andare a dormire ad un’ora ragionevole per poter essere in fiera la mattina dopo, per un’altra settimana di Baselworld.

    Io mi rendo conto che a Basilea voi state cercando di mettere in atto un piano disperato per salvare Baselworld, e questo ve lo riconosco. Ma il tentativo di sincronizzare le due fiere è già stato fatto in passato (non ve lo avevano detto?) e non ha funzionato perché nessuno ha saputo trovare risposte efficaci a tutte le domande appena fatte. Tutte, si basi bene, perché basta un problema irrisolto per scatenare il caos. E il fallimento della sincronizzazione avvenne in un periodo in cui non essere a Baselworld voleva dire essere tagliati fuori dai giochi. Oggi c’è il web, ci sono le manifestazioni locali, ci sono le boutique monomarca… Oggi la presenza in fiera non è più indispensabile. È ancora importante, certo, ma non più indispensabile.

    È vero, un problema è stato parzialmente risolto: chi viene da lontano non dovrà più affrontare due viaggi intercontinentali nel giro di un paio di mesi, ma solo due settimane (fra viaggi e fiere) lontani da casa più un incerto esodo da Ginevra a Basilea. È davvero meglio? Americani e orientali saranno in parte contenti, fin quando non scopriranno quanto il tutto si trasformi in una fatica pesantissima. Il peggioramento è netto per chi invece deve fare viaggi più brevi, diciamo per gli europei. L’esodo da Ginevra a Basilea è ovviamente solo un primo problema – urgente – da risolvere, ma ce ne sono molti altri, come ad esempio per i giornalisti lo spostamento di tutti i piani editoriali. Per i negozianti, poi… Un esempio: ma a maggio i nuovi modelli di orologi subacquei non dovrebbero già essere nei negozi? Almeno in quelli dell’emisfero nord? E come si fa se Baselworld chiude il 5 maggio? La prima impressione è che i negozianti e i giornalisti europei non siano una priorità.

    Dopodiché arriva la notizia (ci avrei scommesso, che arrivava prima delle feste…) del trasferimento a Zurigo di Swatch Group. Già quest’anno. Un fatto importante non solo perché allontana ulteriormente Swatch Group da Basilea, ma perché cancella totalmente quell’accordo di non belligeranza, sulle fiere orologiere, fra Cantoni svizzeri e singole città. Molti anni fa chiesi al sindaco di Ginevra perché non affiancasse (affiancasse, si badi bene) una manifestazione orologiera al SIHH nei padiglioni rimasti vuoti dell’ampia zona fieristica. Mi guardò sorridendo e mi chiese come me la cavavo con il tiro all’arco. Non capivo e al mio sguardo incerto lui mi spiegò che sarebbe stato necessario un nuovo Guglielmo Tell per restituire pace alla Confederazione Svizzera.

    Oggi, a quanto pare, nessuno ha più paura di questa guerra che arriva a coinvolgere due città del Cantone tedesco: Basilea e Zurigo. Una guerra molto aspra, dal momento che quest’anno l’iniziativa di Swatch Group correrà parallela a Baselworld, negli stessi giorni. E Swatch Group, non dimentichiamolo, non è soltanto il maggior gruppo svizzero del settore, ma anche quello che possiede, nel mondo, la più ampia rete commerciale. Complessivamente a Baselworld c’è ancora un fatturato molto alto, ma un numero sempre inferiore di negozianti: che in definitiva è quel che conta. Ma è vero che a Baselworld c’è anche molta gioielleria mondiale: un vantaggio, certo, che però non può certo essere sfruttato a sfavore dei tanti negozianti che sarebbero costretti a far la spola fra le due città.

    Cosa intendo fare quest’anno? SIHH e poi Baselworld, come sempre. Sia pure ricacciando indietro dubbi crescenti. Terrò comunque d’occhio Zurigo, cercando anche di capire se devo buttar via i soldi per due alberghi, che durante la fiera arrivano a costare 10 volte il normale (vedere internet per verificare). Ma l’anno prossimo avremo un “fierone” doppio dal 26 aprile al 5 maggio. Molto faticoso, dicevamo. Se Nick Hayek e lo Swatch Group rimanessero a Zurigo – e in marzo -, per me la migliore sequenza sarebbe Zurigo, Ginevra e poi ritorno a casa, aspettando di ricevere le cartelle stampa relative a quanto non già anticipato nei mesi precedenti. Quella delle anticipazioni è un’altra amenità che andrebbe profondamente ridimensionata, ma di questo parleremo magari in un’altra occasione.

    Nel 2020, a malincuore e dopo oltre trent’anni – se non ci saranno cambiamenti radicali e rassicurazioni serie sull’organizzazione logistica -, chiuderò con Basilea, con i suoi prezzi esagerati e con la sua mancanza di rispetto per gli operatori, tutti gli operatori. Se qualcuno ha bisogno del mio lavoro mi verrà a cercare, rendendomi forse la vita meno difficile. Credo che altrettanto, in tutta modestia, avverrà anche per molti negozianti europei, per parecchi dei quali, in quel periodo, ci sarebbe da curare la clientela turistica. Poi si vedrà. Sono però certo che nel giro di pochissimi anni i marchi di orologi avranno totalmente rimodulato il calendario della produzione, con una scansione più lenta, ma più solida delle novità, articolata in base alle possibilità offerte dai più moderni mezzi di comunicazione, e contenendo le spese, suddividendo i risparmi tra maggiori guadagni e minori prezzi per i compratori. Le manifestazioni fieristiche così come le abbiamo conosciute nel passato potrebbero in tal modo rimanere marginali.