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Tag: Carlo Giordanetti

  • Bioceramic: Carlo Giordanetti racconta il nuovo materiale di Swatch

    Bioceramic: Carlo Giordanetti racconta il nuovo materiale di Swatch

    Evoluzione continua. Sei mesi dopo il lancio della prima collezione in plastica biogenerata, in casa Swatch è arrivata la Bioceramic. Un materiale composto per due terzi da polvere di ceramica e un terzo da bio-plastica. Proprio quella della collezione Bioreloaded, ricavata dall’olio di semi di ricino.

    «Stiamo ragionando da anni sui nuovi materiali. A partire dal mais, che non riusciva a mantenere la rigidità di base», racconta Carlo Giordanetti, Consigliere di amministrazione di Swatch. «C’è voluto molto tempo. Anche perché il sistema costruttivo degli Swatch, basato su un modulo a iniezione di precisione millimetrica, non si “accontenta” di un materiale qualunque. Richiede infatti che il materiale iniettato mantenga le qualità di prodotto tipiche del marchio: resistenza agli urti, agli choc e ai cambiamenti di temperatura».

    Dalla bioplastica alla Bioceramic

    La risposta è arrivata dai semi di ricino (quelli dell’olio imposto qualche generazione fa come purga stagionale). «Una pianta che non toglie terreno all’agricoltura tradizionale», sottolinea Giordanetti. «Dall’olio processato otteniamo un microgranulato che, una volta fuso e unito ai pigmenti di colore, riesce a mantenere le qualità standard della plastica Swatch. Siamo partiti dalla parte hard dell’orologio. Per i cinturini abbiamo trovato un materiale leggermente diverso, della medesima origine».

    La collezione Bioreloaded ha dato il là. «Ha scatenato la voglia di andare oltre, immaginare altro. E, visto che la bio-plastica funziona così bene, abbiamo avuto un boost di energia che ci ha permesso di arrivare in sei mesi alla bioceramica». Un mix in cui la ceramica porta maggior resistenza agli agenti esterni e resilienza ai graffi (rendendo l’orologio ancora più longevo degli altri Swatch). Mentre la plastica biogenerata, con le sue caratteristiche di flessibilità ed elasticità, ne riduce la fragilità. Una combinazione che è una provocazione. «Volevamo trovare una soluzione che ci consentisse di realizzare un prodotto globale con la ceramica, materiale nobile solitamente associato a beni di lusso. Con un costo Swatch», spiega Giordanetti, che in Swatch ha ricoperto negli anni svariati ruoli, tra cui quello di Vicepresidente marketing.

    Il Big Bold in Bioceramic

    Online e negli store aperti, il Big Bold Next in Bioceramic (primo di una lunga serie di Swatch realizzati nel nuovo materiale) è in vendita da oggi a 125 euro, contro i 95 euro del Big Bold tradizionale. Ed è proprio la speciale miscela a fare la differenza, non solo di prezzo. Perché la bio-plastica rende la ceramica meno rigida, e quindi meno soggetta a ipotetiche fratture. Mentre la ceramica, oltre a una grande resistenza, rende l’orologio piacevole al tatto, quasi setoso, e particolarmente termosensibile, capace cioè di adattarsi alla temperatura corporea.

    Prosegue la rivoluzione Swatch: 37 anni fa la creazione del suo innovativo processo industriale; poi, nel 2013, il lancio della collezione Sistem 51, realizzata con soli 51 elementi. E ora la Bioceramic, che ha portato qualche trasformazione anche nei laboratori Swatch. «Sono stati introdotti nuovi miscelatori in grado di gestire la miscela alla perfezione nel momento in cui va iniettato il granulato, tenendo conto della pigmentazione dei due materiali», conferma Giordanetti.

    La reattività di Swatch

    Ma non è solo un’impressione. Nell’anno della pandemia e della crisi globale, Swatch sta dando la carica. «Il marchio è nato in un momento di stallo, se non di recessione dell’industria orologiera e dunque dell’intera economia svizzera. È nel Dna aziendale la capacità di cogliere le sfide con particolare rapidità nei momenti di crisi, di fatica e immobilità. Certo, ci aiuta essere parte di un gruppo con canali verticali e un dipartimento interno di ricerca e sviluppo. Ma è anche vero che noi di Swatch lavoriamo molto bene sotto stress».

    Un anno di chiusure ripetute delle serrande hanno sicuramente impattato sul bilancio di un’azienda con più di 500 negozi nel mondo. L’e-commerce ha compensato in maniera importante (sebbene non annullato) il calo del retail. Confermando quella voglia di piccole gratificazioni che un prodotto facile e gioioso come Swatch – tipicamente colorato, quasi un divertissement che ci riporta all’infanzia – è in grado di appagare.

    «Ne abbiamo avuto chiara dimostrazione a marzo, con la collezione lanciata assieme al MoMA: sei orologi ispirati a opere di grandissimi nomi della storia dell’arte. In un momento in cui i negozi erano chiusi quasi dappertutto, non siamo stati dietro agli ordini. Quegli orologi che ci hanno ri-portato al museo, mentre non ci potevamo andare, forse anche per la loro leggerezza e un pizzico di follia, hanno superato le più rosee aspettative di vendita», rivela Carlo Giordanetti. «Questo dimostra anche che avere uno Swatch fa venire voglia di averne un altro. Sebbene tutti ricordino ancora dove hanno conservato il loro primo Swatch».

    E siamo solo all’inizio…

    Rassicurazione agli appassionati: la casa svizzera non intende mettere da parte la plastica. «Non rinneghiamo la plastica tradizionale, che ci permette di fare cose straordinarie a livello cromatico. E ci assicura uno dei nostri must: la trasparenza, difficile da ottenere con la bioplastica, impossibile con la ceramica», precisa Giordanetti. Comunque, è chiaro che il lancio del Big Bold Next in Bioceramic è solo l’inizio.

    «Abbiamo scelto di cominciare da questo grande orologio (cassa da 47 mm di diametro) dal design architettonico, in versione naked, che ci permette di valorizzare la capacità di definizione della ceramica, di estrema precisione negli angoli e in tutte le linee costruttive», spiega ancora Giordanetti, parte attiva nel team di sviluppo dei prodotti e del design del brand. «Abbiamo realizzato dei “nudi” che, grazie alla trasparenza del quadrante (elemento distintivo del Big Bold), lasciano visibili movimento e struttura dell’orologio». Il cinturino, il vetro e la loop sono invece realizzati in plastica di origine biologica.

    Cinque i colori di lancio del Big Bold Next in Bioceramic: bianco e nero (i must have), grigio (colore Pantone dell’anno), azzurro cielo e rosa (colore della stagione). «Siamo cascati appieno nella tendenza di colori pastello polverosi, dalla bella densità. Tra maggio e giugno arriveranno i colori estivi: più vivaci, anni ‘80. Da giugno alla fine dell’anno introdurremo un orologio in bioceramica in tutte le nostre collezioni, a cominciare da un New Gent più grandino, con cassa di 41 mm, dallo Skin e dagli altri modelli più iconici», annuncia il manager.

    La ricerca continua

    Il team di ricerca e sviluppo, intanto, lavora alacremente su nuovi materiali. «Adesso è scattata la voglia di trovare i materiali più interessanti per ciascuna esigenza. Perché no? Anche per un nuovo acciaio. Conosciuti come creativi del design e della decorazione, oltre che innovatori sui movimenti, ora vogliamo fare grandi cose anche nella ricerca di nuovi materiali», dichiara Carlo Giordanetti.

    Lo dimostra il discorso packaging, in cui Swatch ha definitivamente voltato pagina. Non vedrete più le tradizionali confezioni in plastica trasparente, a meno che non ne abbiate conservata qualcuna. Dall’autunno scorso sono state sostituite da un materiale estratto dalla buccia di patate (paper foam), biodegradabile, riciclabile e compostabile. Anche lì, una svolta green.

  • Swatch X MoMA, non solo per i collezionisti d’arte

    Swatch X MoMA, non solo per i collezionisti d’arte

    «La natura rigogliosa di Henri Rousseau in cui appaiono gli occhi magnetici della belva in agguato. Le pennellate quasi ipnotiche di Van Gogh che catturano una luce ideale. Le textures di Gustav Klimt, che ci raccontano di mosaici bizantini e colori sognanti. E ancora, un mondo di Mondrian forse meno riconoscibile di altri, ma che racchiude una tappa fondamentale del suo cammino artistico. La grafica graffiante e pulita di Tadanori Yokoo, così “naturalmente Swatch”…». Con queste appassionate parole Carlo Giordanetti, Direttore creativo di Swatch (nonché Ceo di Swatch Art Peace Hotel), ci racconta in sintesi – e in esclusiva – gli orologi della collezione Swatch X MoMA.

    I capolavori di Swatch X MoMA

    Sei modelli dedicati ad altrettante opere racchiuse nel tempio dell’arte newyorkese. Alcune celeberrime, altre meno note al grande pubblico, ma altrettanto rappresentative di un determinato artista o di una stagione artistica ben definita. Ecco quindi Starry Night di Vincent van Gogh, Hope II di Gustav Klimt, The Dream di Henri Rousseau, ma anche Composition in Oval with Color Planes 1 di Piet Mondrian, New York e The City and Design di Tadanori Yokoo. Non riportate però in modo didascalico, ma reinterpretate (come sempre) da Swatch con la propria sensibilità pop. Che fa dell’orologio da polso un mezzo immediato e potente per divulgare l’arte.

    Presentata ieri in streaming a livello globale, la mini collezione Swatch X MoMA sarà in vendita in tutto il mondo a partire dal 4 marzo ed è qui “esposta” in anteprima. Ma non è che l’ultimo episodio (in ordine di tempo, certo non il conclusivo) della serie di collaborazioni intraprese da qualche tempo dal marchio svizzero con le maggiori istituzioni museali in tutto il mondo. Il Rijksmuseum di Amsterdam, il Thyssen Museum di Madrid, il Louvre di Parigi. E ora il MoMA di New York, appunto.

    Partnership esclusive

    Ma come nascono queste partnership? «Abbiamo iniziato questo nuovo capitolo della relazione tra Swatch e l’Arte nel 2018 con il Rijksmuseum di Amsterdam», racconta Giordanetti. «Poi sono state la generosità dei Musei nell’aprire i propri archivi, la comprensione dell’importanza di diffondere le loro opere più importanti attraverso canali nuovi per attirare nuovo pubblico, la volontà di trascendere la dimensione di oggetto-ricordo, la capacità di comprendere il valore aggiunto di una collaborazione con un marchio come Swatch, ad aver generato i capitoli successivi di questa avvincente storia».

    E continua: «La nostra filosofia basata sul rispetto dell’opera originale, sull’apporto di un tocco di creatività sempre inatteso, la possibilità di estendere le sale del Museo ad una galleria virtuale di punti vendita nel mondo intero, sono tutti elementi che ci hanno fatto avvicinare in maniera quasi naturale ad istituzioni culturali così importanti e significative. E poi non è divertente l’idea di crearsi una piccola collezione di capolavori da polso?». Divertente, certo. Ma anche impegnativo, almeno per Swatch che questa raccolta la deve creare.

    Scelte difficili

    In concreto, con quali criteri selezionate le opere da rappresentare? Nel caso della Swatch X MoMA, per esempio, avevate a disposizione un patrimonio immenso di creazioni straordinarie… «Nella collaborazione con il MoMA – più ancora che in quelle precedenti con il Rijksmuseum, la Thyssen Collection e il Louvre -, la scelta dei capolavori da interpretare con il “filtro” Swatch è arrivata dopo un percorso ricco e appassionante», spiega ancora Carlo Giordanetti. «Quante opere, quanti artisti, quanta soggezione, quanta creatività! Soltanto i nomi di Klimt, Mondrian, Van Gogh sono già evocativi di mondi così ricchi, così importanti nella storia dell’arte, così associati a valori inestimabili, che ci siamo inizialmente sentiti intimiditi (cosa non comune!)», ammette.

    «Poi la passione prende il sopravvento e la sfida diventa “hot”: e allora, se dev’essere Van Gogh, che Starry Night sia! Abbiamo trovato nel team di curatori del MoMA professionisti che hanno compreso appieno la missione del progetto, la capacità di Swatch di portare i capolavori nella sfera intima delle persone e per le strade del mondo. Comporre insieme a loro la collezione è stato affascinante e il risultato parla da sé: capolavori senza tempo e universalmente conosciuti, all’interno dei quali abbiamo scelto di svelare dettagli e particolari volta a volta diversi».

    Ma, più in generale, come scegliete gli artisti che ispirano Swatch? «Beh, nella scelta degli artisti con cui collaboriamo, le variabili che hanno maggior influenza sono la capacità di emozionare, l’immediatezza, la storia che raccontano attraverso le loro opere, il senso del colore», dichiara Giordanetti. «In questo senso, l’artista brasiliana Beatriz Milhazes entra a pieno titolo nel progetto Swatch X You edizione MoMA: le sue opere sono energia pura, divertimento, leggerezza. E portano con sé un profumo di Brasile che ci fa venir voglia di viaggiare». Sì, perché la collezione Swatch X MoMa comprende anche tre canvas della pittrice carioca, che offrono innumerevoli possibilità di personalizzazione.

    Progetti futuri

    Ma come proseguono le collaborazioni eccellenti di Swatch? Ci dobbiamo aspettare future collezioni create, che so, con la National Gallery di Londra o con l’Hermitage di San Pietroburgo? «In questo momento gli stimoli sono tantissimi», confessa Giordanetti. «Anche perché la situazione mondiale ci sta portando a vedere i Musei come oggetti del desiderio quasi quotidianamente. E quante sono le opere d’arte e le eccellenze nel mondo che vorremmo poter interpretare! Credo che presto ci sarà un’avventura in Asia e poi forse un’altra grande istituzione della nostra cara Europa… Godiamoci per ora le “nostre” notti stellate, i sogni, la speranza, le energie che questa collezione ci regala – poi si vedrà!».

    E in Italia? Intendo dire: Swatch si sente più orientato, per natura e ispirazione, verso i Musei Vaticani o verso la Fondazione Prada? «In Italia forse è persino troppo difficile scegliere, tanti sono i musei… E non solo i musei, le istituzioni, i luoghi, le collezioni che meritano attenzione e che ci fanno sognare. Ma prometto che ci applicheremo… E qualche sogno si avvererà!». Laconico Giordanetti, non si sbottona neanche a pregarlo… Proviamo allora così: qual è il dipinto (o quali sono i dipinti) che Swatch vorrebbe avere in collezione?

    «Swatch ha una collezione di opere d’arte assai multiforme, che nasce proprio dalla volontà di apertura, di inclusione, di diversità che animano le scelte del marchio. Accanto ad opere di Keith Haring, di Kenny Scharf, di Mimmo Paladino, di Joana Vasconcelos, di Joe Tilson, ci sono opere di giovani artisti; molti dei quali sono stati ospiti dello Swatch Art Peace Hotel a Shanghai, la residenza aperta nel 2011 che accoglie artisti da tutto il mondo, per lavorare in libertà». Sì, ne abbiamo parlato più volte su questo sito. «E poi ha una lunga serie di “ricordi di viaggio”: opere che segnano collaborazioni puntuali con esponenti dell’arte in molte sue forme; e che hanno contribuito alla nostra storia fatta di provocazioni positive, sorprese, emozioni e divertimento». Quindi conclude: «La prossima opera che vorremmo avere in collezione sarà quella che ci arriva dritto al cuore!».

  • SwatchPay!, la carta di pagamento al polso

    SwatchPay!, la carta di pagamento al polso

    Tracciabilità, acquisti on line, cashless, cashback… I pagamenti digitali sono un tema caldo in questo periodo. Con tutta una serie di argomenti collaterali che fanno discutere: dalla sicurezza dei dati alla questione delle commissioni, dalla diffusione del digital banking alla diffidenza verso i contanti. Ma restano un’esigenza reale, tant’è che durante il lockdown l’uso della moneta elettronica è aumentato del 25 per cento (secondo una recente indagine di Bain & Company, società di consulenza strategica americana). Da sempre capace di captare lo spirito dei tempi, anche Swatch entra nel merito. E lo fa a modo suo, con una piccola ma concreta rivoluzione che si chiama SwatchPay!.

    Un orologio analogico, solo tempo, esteticamente identico agli Swatch a cui siamo abituati, in plastica colorata. SwatchPay! però è qualcosa di più: a tutti gli effetti è una carta di pagamento da polso. Che oltretutto funziona in modalità contactless: basta avvicinarlo a un lettore Pos e il gioco è fatto. E, come per le “normali” carte, sotto i 25 euro di spesa non c’è neppure bisogno di digitare il Pin. Il segreto sta nel cuore tecnologico: integrato nel quadrante, SwatchPay! ha un chip radio Nfc (Near Field Communication). In soldoni, una tecnologia che permette a due dispositivi di comunicare in modalità wireless. Di connettersi tra loro e scambiarsi file e informazioni senza toccarsi.

    In pratica, SwatchPay! va prima di tutto associato alla propria carta – di credito, di debito o prepagata, è uguale. L’operazione è semplice e immediata: ve la fanno in 5 minuti direttamente nei negozi Swatch al momento dell’acquisto; (ed è divertente il fatto che funzioni fin da subito: potete usarlo per pagare lo stesso SwatchPay! che avete appena scelto). Presto comunque si potrà collegare in modo univoco l’orologio alla propria carta anche in autonomia, quando il servizio verrà esteso agli acquisti online, sul sito di Swatch. Va detto che una singola carta si può connettere a più orologi (e la cosa è utile per esempio in famiglia, dove persone diverse usano la stessa carta).

    Ci sono poi altre caratteristiche degne di nota, che rendono Swatchpay! molto appetibile e in qualche modo unico. Uno, per funzionare non ha bisogno di uno smartphone: esiste un’app, certo, ma serve solo al momento dell’attivazione e nel caso lo si voglia disattivare (per esempio se si smarrisce l’orologio). Due, quando lo si usa, il device si serve l’energia del terminale e non consuma la batteria dell’orologio (quindi, per assurdo, funziona anche con l’orologio scarico). Tre, è un sistema velocissimo e superprotetto. La tecnologia Nfc non solo è antimanomissione, ma garantisce transazioni super-sicure (non per niente è utilizzata dalle stesse carte conctactless).

    «SwatchPay! è attivo da tempo in Cina, in Svizzera, in Germania e in altri Paesi europei, ma non è mai successo niente a nessuno», ci ha spiegato Carlo Giordanetti a proposito di eventuali “pericoli” o altri problemi connessi all’Nfc. E l’idea che qualcuno ti possa rubare i dati mentre lo usi? «È una leggenda metropolitana, come i coccodrilli che vivono nelle fogne», rassicura. «SwatchPay! ti offre la stessa sicurezza di qualsiasi carta contactless», rassicura. Il Direttore creativo di Swatch ha infatti partecipato al lancio ufficiale di SwatchPay!, avvenuto ieri nello Swatch store di piazza Gae Aulenti a Milano. E con lui erano presenti i rappresentanti dei partner “tecnici” dell’iniziativa: Intesa Sanpaolo e Mastercard, che hanno reso possibile l’utilizzo di SwatchPay! anche in Italia. 

    «Secondo me la parola chiave qui è “semplificazione”, una delle parole chiave di Swatch. Puoi dimenticarti a casa il telefonino, se vuoi, perché SwatchPay! è completamente indipendente: contrariamente ad altri sistemi non ha bisogno di alcuna connessione esterna. E ovviamente puoi dimenticarti a casa anche il portafoglio…». Della serie, se sei in spiaggia in costume da bagno, ti basta avere l’orologio al polso per andare a prendere qualcosa al bar. Oppure, niente cellulare né portafoglio in mano per accedere ai tornelli della metropolitana. «Del resto semplicità e indipendenza sono due caratteristiche di chi capisce Swatch».

    Il lancio attuale prevede 15 referenze, con due tipi di cassa: New Gent con diametro di 40 mm o Bold di 47. Ma a novembre usciranno altri tre modelli Gent, con diametro di 34 mm – e si arriverà quindi a 18 referenze. L’estetica è quella tipica di Swatch, con un’enorme varietà di look stilosi, di tendenza: ci sono le monocromie, il mimetico, il colorblock… Adatti anche a chi ha una sensibilità green: alcuni esemplari sono realizzati in bio-plastica – la stessa dello Swatch 1983 Bioreloaded, di cui abbiamo già parlato. Il prezzo parte da 85 euro, ed è un altro punto di forza, soprattutto se confrontato con i vari smartwatch in grado di effettuare pagamenti. Che altro aggiungere? SwatchPay! si trova in vendita da oggi in tutti gli Swatch Store e in alcuni selezionati rivenditori.

  • Carlo Giordanetti (parte II). Swatch, allenare la creatività

    Carlo Giordanetti (parte II). Swatch, allenare la creatività

    Proseguiamo (e terminiamo) la nostra lunga chiacchierata con Carlo Giordanetti. Sul filo dei ricordi, per capire cos’è Swatch, cos’è stato e cosa sarà…

    Parliamo di creatività. Ricordo grandi story board di Swatch in cui raccoglievate colori, suggestioni, richiami…

    Per fare 3 orologi che si chiamavano Dolcevita ci abbiamo messo tre mesi di lavoro. Ne venivano fuori 3 da 50 complessivamente buoni. Quando abbiamo aperto lo Swatch Lab di via Cerva, a Milano, nell’88, avevamo due persone che chiamammo “i topini”, perché erano tutti vestiti di nero, ma anche perché loro entravano al mattino, andavano in camera oscura e ci restavano tutto il giorno e tutto il giorno sviluppavano colori. Non c’erano i pantoni, allora. Passavano il tempo a mischiare colori fin quando non trovavano il lilla che i designer avevano chiesto, proprio quello. Un lento lavoro a mano realizzato con pellicole colorate particolari.

    Il Lab produceva a mano 15 esemplari di ogni orologio da mandare in produzione. Per ogni collezione, centinaia di “mock up”, con cui poi passavamo la dogana a Chiasso sudando freddo. Partivamo con casse piene di questi 15 manufatti al tempo stesso preziosissimi e super segreti, e andavamo alla Eta a fare le riunioni. C’eravamo noi del Lab e i product manager, circondati dal signor quadranti, il signor cinturini, il signor fibbie, il signor lancette… Spesso arrivavano 2 o 3 persone per ogni componente, tanto per renderci la vita più complicata, e loro col lentino, ad analizzare i file per la stampa… Tutto a mano, si faceva!

    Quelle pellicole si chiamavano Color Key, le ricordo. Fogli trasparenti e colorati che venivano sovrapposti per poi essere usati come fossero  pellicole fotografiche. Una roba lunga, oggi impensabile…

    Già. E non finiva qui, perché poi dovevamo valutare i primi prototipi di ogni singola componente. Capisci bene che se un quadrante o un cinturino erano lontani dal nostro bell’orologio fatto a mano, dal nostro campione, allora saltavano tutti gli equilibri faticosamente creati. E quindi via con un prototipo dietro l’altro…

    Ma tutte queste cose – style board, campioni, prototipi – le avete buttate via o stanno da qualche parte?

    No, c’è tutto, c’è tutto! Quando nel 2013 abbiamo deciso di chiudere lo Swatch Lab di Milano e di portare tutto in Svizzera, per fortuna c’era e c’è ancora “la Claudia”, che è stata in Swatch quasi tanti anni quanto me, attentissima e bravissima, che aveva tenuto tutto! Quindi abbiamo casse e casse e casse con ancora gli esecutivi fatti a mano, i mock up fatti a mano…

    Vogliamo dircelo? Un patrimonio culturale…

    Sono d’accordo: è proprio una questione culturale. Con un marchio come questo, a quei tempi come oggi si faceva una collezione nuova dopo l’altra, ma il concetto di carry over non c’era. Per esempio, quando è nato il Jellyfish, era nato per star lì 6 mesi, ma se ne vendevano talmente tanti che a un certo punto qualcuno ha detto: “Facciamo che nella prossima fall/winter ci teniamo il Jellyfish”. E lì c’è stata una grande discussione, perché chi non aveva la vision diceva: “Teniamolo”; ma i due che avevano la vision completa hanno detto: “No, togliamolo”. Erano il signor Hayek e Franco Bosisio.

    Del resto, è una delle ragioni per cui improvvisamente a un certo punto Swatch non ha più dato numeri di vendita. Swatch non era cifre, era un modo di pensare.

    Sì. Noi abbiamo fornito i numeri nel ’92 quando abbiamo raggiunto i 100 milioni di pezzi, con l’evento “Swatch the People” di Zermatt. E un’altra volta – non ricordo l’anno – in cui c’è una foto di Mr. Hayek col 333 milionesimo Swatch… Si chiamava Frischer Fisch (pesce fresco!).

    Sì forse era un evento a Lucerna…

    Poi basta. Due anni mezzo fa, per i 35 anni di Swatch, mi sono messo lì a calcolare quanti modelli abbiamo prodotto, ed è venuto fuori che abbiamo prodotto un modello nuovo e diverso ogni giorno virgola 38 da quando siamo nati. È una cosa fantastica, perché non siamo mica stati lì a dire: “Ma quanti modelli facciamo…”. Anzi il problema è contenerci.

    Sì, perché la fantasia è come un muscolo, se lo eserciti…

    …Più ne fai, più ne faresti! Assolutamente sì, e poi la grande arma di Swatch è stata la capacità di portare sempre talenti nuovi. Quando abbiamo cominciato a creare qui a Milano, non c’era un team interno, c’erano designer coordinati da Jean Robert, tutti free lance. Quando abbiamo preso in mano la creatività di prodotto è stata la visione di Mr. Hayek che ha detto: “È chiaro che qui la componente creativa vale tanto quanto vale la batteria, o il chip del quarzo”, nel senso che senza non vai da nessuna parte. Allora ha verticalizzato e internalizzato tutto. Anche quello è un capitale esclusivo di Swatch. Il signor Hayek è riuscito a dare alla creatività un valore aziendale, cosa che negli anni ’80 non era così scontata.

    Assolutamente sì. E proprio questo capitale ha consentito a Swatch di superare senza danni persino una piccola serie di flop, come il telefono…

    Sì, ogni tanto la passione per l’innovazione a qualsiasi costo ti porta ad anticipare i tempi. E allora diciamo che potresti considerare alcune cose come dei flop, ma…

    Mi spiego: io li considero flop perché non erano abbastanza in linea con la “cultura Swatch”. E i compratori se ne sono resi conto.

    Sì, certo, capisco. Per esempio fu creata la Swatch Telecom, una divisione ben strutturata con la quale abbiamo cercato di applicare a noi stessi quel che abbiamo sempre negato agli altri quando ci chiedevano di fare le biciclette Swatch, i monopattini Swatch, e poi scarpe, cravatte… Non so se abbiamo ancora il materiale, ma se ci fosse sarebbe bello vedere quanti ci hanno proposto di fare quello che oggi chiameremmo “merchandising”.

    Lo so bene: alcuni venivano a chiedere persino a me di intercedere. Oggi posso confessare che non ve ne ho mai nemmeno parlato perché sapevo bene come la pensavate.

    E però noi abbiamo fatto con i prodotti delle divisioni sussidiarie, non prettamente Swatch orologi, lo stesso errore: abbiamo applicato alla superficie il linguaggio Swatch, ma non sempre c’era la sostanza. E infatti qual è l’unico prodotto che ha funzionato come un vero prodotto Swatch? Il Twin Phone, perché era un gioco, perché non si capiva come si facesse a tirare su la base del telefono, ascoltare e parlare dalla base e poi all’epoca avevamo tutti solo telefoni grigi. Lì c’era innovazione ma anche emozione, divertimento, provocazione. Quando, su quella falsariga, abbiamo fatto i primi cordless piuttosto che la segreteria telefonica o il cellulare, non c’erano tutte le caratteristiche per stare dentro la famiglia Swatch.

    E sì, perché al centro doveva sempre esserci la “cultura Swatch”. Pop raffinato, ma immediatamente percepibile come un percorso esclusivamente Swatch.

    Certo, e però la grande intuizione di questi progetti – e ce ne sono tanti, non so, oggi lo Swatch Big Bold ma anche il primo Access o il mitico Chrono a 100 franchi – è stata quella di costituire una grande palestra per quella ginnastica mentale di cui tu parlavi prima. Un progetto nuovo prende il team e lo fa riflettere più o meno, non è imporante; intanto ha svolto la sua funzione, che è quella di shakerare anche un po’ il mercato. Ricordo quando Nick Hayek e Nicholas Negroponte si sono inventati Internet Time, nel ’97/’98. Ad un certo punto son dovuto andare in Giappone con il signor Negroponte a fare la conferenza stampa di presentazione e mentre ero in volo pensavo: “Non è che ho capito bene cosa devo dire, non è che ho capito tutto di questa storia delle mille unità”.

    Ma era comunque un esercizio, una spinta a muoverci, esplorare nuovi linguaggi, perché serve una bella testa per arrivare a quella roba lì, anche perché erano veramente gli inizi, i primi passi di internet. Nick Hayek diceva: “Un ragazzo che sta a Mosca, uno che sta a New York e uno che sta a Marrakech non hanno bisogno di sapere l’ora di queste città, è il loro tempo di casa. Ma se comunicano su internet, devono avere un tempo in comune, svincolato dall’ora locale”. È stato un esercizio straordinario, inventarsi il meridiano di Bienne, poi con la passione che Nick ha per tutto quel che è comunicazione si parte di lì e arriva Lara Croft: cose che ti lasciano a bocca aperta!

    Mi ha stupito molto il fatto che fin dall’inizio anche sul versante tecnico Swatch fosse un’esplosione di creatività. Passi per le origini, che derivano da una follia al quarzo che si chiamava Delirium Tremens, ma persino i materiali erano straordinari.

    Ti ho mai raccontato di quando ho tentato di dare fuoco a uno Swatch? Ero pronto per scrivere un articolo, avevo già anche il titolo: “Un cerchio di fuoco al polso!”. Vado sul terrazzino di casa, prendo uno Swatch, tiro fuori l’accendino e gli do fuoco. Ma lui non prende fuoco, o meglio, la cassa un po’ sì, ma scopro che è plastica autoestinguente e come allontano la fiamma si spegne. Pensavo che il cinturino almeno si sciogliesse, ma invece no. E così ho scoperto che Swatch Group ha anche una propria fabbrica di polimeri nata proprio per rifornire Swatch di plastiche nobili. La tecnica al servizio del rispetto per il pubblico, e in una cosa apparentemente secondaria, perché nessuno si sarebbe scandalizzato se la plastica avesse preso fuoco come la pira di Giovanna d’Arco.

    E sempre per parlare di rispetto per il pubblico, questa storia che entri in uno Swatch store e ti trattano da principe, come se tu fossi entrato da Breitling?

    Ti racconto una cosa attualissima. In questi tre mesi di gente chiusa in casa, abbiamo tutti fatto lo stesso esercizio, soprattutto nelle prime settimane. E cioè abbiamo messo in ordine le librerie, poi gli album delle foto, e quindi tirato fuori e riorganizzato tutta casa. E sono saltate fuori quantità inenarrabili di vecchi Swatch dimenticati, ovviamente con la pila esaurita. Quando gli Swatch Store hanno riaperto – in tutti i mercati del mondo nello stesso modo, tranne che in Cina, perché ovviamente lì il marchio è arrivato dopo -, le prime migliaia di actions richieste dal pubblico riguardavano proprio la sostituzione della batteria. Nella prima settimana solo in Svizzera hanno cambiato 8.000 pile!

    Ma le cambiate gratis anche in Svizzera?

    Beh, certo, è il nostro commitment globale, il marchio è un marchio onesto!

    Sì, ma non è solo onestà: parlerei di “lusso pop”. Una volta Nick Hayek mi faceva notare che Swatch ha un decimo dei punti vendita di Ray-Ban, che pure è certo un marchio “di lusso”. La distribuzione di Swatch è quindi effettivamente molto selettiva. Lusso, appunto. Lusso pop che viene prima ancora dei risultati commerciali.

    Sì, anche perché è la prova che appunto il lusso vero non ha nulla a che vedere con i soldi. Il vero lusso è una forma di pensiero, ma non perché una cosa cara non possa essere lusso o non meriti di costare tanto, certo…

    Non è il prezzo a fare il lusso. È il contenuto in emozione. È una lezione che mi è stata utilissima.

    Il prezzo è una conseguenza di altre cose, ma non giustifica di per sé a parlare di lusso, da un punto di vista culturale. Per questo Swatch non deroga mai dalla sua essenza… Tant’è vero che quando c’è stata – era l’84 o l’85 – la famosa pagina intera sul “Wall Street Journal” con il claim “It’s Time To Change Your Rolex”, il concetto era: “Non è perché hai un Rolex che sei intelligente, è che devi capire che cos’hai al polso, devi capire la storia che c’è dietro il tuo orologio”. E poi l’altra cosa che secondo me ha funzionato in maniera straordinaria – ma questo lo immagini, conoscendomi bene – è stata l’idea di lasciare il prodotto vergine nelle mani di nomi straordinari, che fossero artisti o altro.

    Come dicevi prima, Swatch ha saputo fare un passo indietro, offrirsi alla creatività. Quando abbiamo lavorato con Sam Francis il risultato era sì lo Swatch Sam Francis, ma soprattutto era “un Sam Francis”. La gente, cioè, si poteva finalmente comprare un Sam Francis, un Keith Haring, adesso un Tilson, piuttosto che un Davenport o un Damien Hirst… in tiratura limitata ma a un prezzo assolutamente democratico. È stata una cosa fantastica, che ci ha dato una “patente di nobiltà”, di altissimo livello, alla quale teniamo molto. Noi vogliamo che chi compra uno Swatch lo faccia con orgoglio, indipendentemente dal prezzo.

    Prima o poi dobbiamo riprenderlo, questo discorso, perché bisogna capire quanto la creatività possa essere una forma di divertimento. Ma anche quanto certi tipi di divertimento possano essere “nobili”, appunto.

    E quanto si sono divertiti a creare il proprio Swatch anche personaggi insospettabili. Perché la grande cosa che devo dire, e mi dà il solito brividino, è quando tu andavi da Vivienne Westwood, che era comunque una rivoluzionaria punk, questa si divertiva. E ci sta. Ma quando siamo andati da Renzo Piano, lui ha detto: “Io neanche morto faccio uno Swatch, sono un architetto, non sono mica un designer”. Poi dopo tre settimane ha mandato uno del proprio staff, l’architetto Giorgio Bianchi – poi siamo diventati amicissimi io e Giorgio –, il quale ci ha informati che Piano avrebbe fatto lo Swatch se noi fossimo riusciti a fare per lui una cosa che non era mai stata fatta prima.

    Una sfida. Io ho risposto: “Boh, non lo so, dipende, non posso compromettermi”. E lui mi ha detto che Piano voleva colorare gli elementi del movimento, perché Piano è appassionato della trasparenza, ma lo Swatch è colore, quindi la trasparenza col metallo non gli piaceva. Sono andato in Svizzera con quell’idea e i tecnici mi hanno guardato e mi hanno detto: “Sì, vabbè, ciao, dì a Piano che non si può fare, perché il colore migra, perché poi sul metallo non prende…”. Eppure poi, testardo uno, testardi gli altri, alla fine ci siamo arrivati, e questo perché Piano si è divertito, si è divertito a sfidarci, a colorare con i pennarelli. Per intenderci, quando siamo andati da lui in studio a Parigi per la presentazione, prima ha detto: “Posso darvi solo 20 minuti” e poi invece non ci mandava più via.

    Attento però, tu la fai molto semplice con quel “si è divertito…”. Swatch è la sfida di Raymond Queneau in “Esercizi di Stile”, cioè in quanti modi puoi dire la stessa stronzata e come farla diventare una fantastica forma d’arte. Swatch è Queneau, Swatch ha fatto dire delle cose, ha messo il colore al polso di gente insospettabile… Anni fa avevo l’abitudine di valutare i politici anche a seconda dello Swatch che indossavano. Se avessero scelto il colore avrei potuto prenderli in considerazione, altrimenti no perché non avevano coraggio. Swatch ha avuto un ruolo importante anche nella storia della comunicazione.

    In effetti, uno dei complimenti migliori che puoi fare a Swatch è proprio che è Queneau, che è un oggetto assolutamente dadaista, o anche assolutamente pop. Swatch, se vuoi, è un oggetto kitsch che attraversa tante categorie apparentemente incompatibili, perché ha la grande libertà di dipendere dal proprio modo di pensare, senza limitazioni commerciali. Senza dover piacere per non morire. Come quando a Mr. Hayek dicevano: “Ma questa idea, questa campagna, non è coerente con quella dell’anno scorso”; e lui rispondeva: “Ma l’unica coerenza che abbiamo noi è l’incoerenza”!

    Una cosa che mi piace molto: tu continui a parlare del signor Hayek e parlando del signor Hayek ti riferisci spesso al padre quanto al figlio…

    Sì, beh, anche se c’è un periodo in cui Nick non c’era ancora. Ma la continuità è senza dubbio impressionante…

    Ti va di concludere parlando dei 10 anni del Swatch Art Peace Hotel a Shanghai?

    Certo! Un altro progetto fantastico, perché tanti marchi ormai lavorano con gli artisti, gli fanno fare prodotti o campagne, recentemente Moncler con la campagna stupenda commissionata all’artista cinese. Altri hanno fatto cose un po’ meno belle, ma comunque ormai l’artista “fa chic”. Ma credo che nessuno come Swatch abbia spesso e fin dall’inizio interamente affidato il prodotto ad uno, a tanti artisti. Credo nessuno abbia una vera storia di pioniere, una continuità in questo senso.

    Qualcosa aveva fatto Sottsass, ma non nasceva come artista, era più un designer…

    È vero, ma quando Sottsass aveva fatto il Tissot, Swatch esisteva già. Mi viene in mente anche la vodka Absolut, che ha fatto fare la bottiglia ad alcuni artisti, ma noi anche lì c’eravamo già. E non è tanto che eravamo più bravi, è che abbiamo veramente inventato un linguaggio attraverso la continuità. La nostra non era una cosa episodica. E così quando a un certo punto c’è stata questa sfida – anche se eravamo già in cima – di arrivare ancora un po’ più in là sul mercato cinese, dove allora la parola chiave era “bling”, tutto quel che luccica, certo ci siamo posti il problema di come fare un prodotto che corrispondesse a quel gusto.

    Poi invece i cinesi, che vanno molto più veloci degli europei in tante cose, quella curva lì l’hanno esaurita, e l’intuizione – di nuovo di Nick Hayek – è stata, visto che noi siamo plastica, di cercare di trovare un modo per passare oltre quel materiale, un modo per far sì che non fosse più l’argomento. L’argomento deve essere il contenuto emozionale di Swatch, il suo valore aggiunto, e l’unica variabile che abbiamo che ci porta là è l’arte. Lo Swatch Art Peace Hotel è stato una sfida, nel senso che si tratta di un luogo in cui dare del tempo agli artisti per fare quel che vogliono. Il punto, parafrasando il detto “time is what you make of it” è: “Swatch ti offre il tempo per fare arte come vuoi”.

    Lo Swatch Art Peace Hotel è stato anche il primo esperimento sistematico di riconoscimento dell’arte orientale.

    Sì certo, assolutamente…

    Nessuno prima lo aveva fatto. Il resto del mondo rideva degli artisti orientali.

    Tutti si chiedevano: ma perché fate questa cosa proprio in Cina? Lo Swatch Art Peace Hotel non è mai stato pensato per gli artisti cinesi, per gli artisti orientali, attenzione. Mai, altrimenti non sarebbe Swatch. Se metti un passaporto come criterio d’entrata non sei più Swatch. Tant’è vero che la prima generazione di artisti che sono stati lì era internazionale: sembra la barzelletta del “c’era un inglese, uno svizzero, un italiano e un cinese”… E così siamo andati avanti. L’eccezione è questo momento così particolare in cui, per mantenerlo vivo, abbiamo ovviamente lanciato più artisti cinesi perché per loro è più facile andarci. Ma la mission era proprio quella di creare un luogo in un posto pazzesco – all’angolo di Nanjing Road col Bund, in un edifico storico – da offrire agli artisti di tutto il mondo, per farci dentro quel che vogliono.

    L’altro progetto che era in gara con lo Swatch Art Peace Hotel era la realizzazione del più grande negozio al mondo con una galleria d’arte sul tetto. Ma noi abbiamo ragionato in contropiede, abbiamo preso il mondo di sorpresa. È questo il punto forte di Swatch.

    Oggi cosa dovrebbe fare un giovane artista per tentare di farsi valere da quel punto di vista, per diventare un artista Swatch? Dall’entrare nello Swatch Art Peace Hotel al disegnare qualcosa?

    Importante: nel regolamento dello Swatch Art Peace Hotel c’è scritto che gli artisti non devono mai essere condizionati a far qualcosa per i marchi del gruppo, loro sono lì per se stessi. Dopodiché il mio mestiere è anche, qualche volta, quello di trovare, di sentire, scoprire un linguaggio o un talento in sintonia con Swatch. E ne ho trovati, e continuano ad essercene, ma non è mai quello il criterio di scelta. Anche perché quella volta o due in cui abbiamo detto: “Questo qui forse non è all’altezza, però per Swatch è carino…”, è stato un disastro perché non funziona così.

    Secondo me la risposta è intanto essere sé stessi. Non puoi capire quante proposte di creativi riceviamo che vogliono rifare i vermicelli di Keith Haring, oppure che siccome abbiamo avuto un orologio che si chiama Mazzolino allora fanno i fiori. Ecco, non funziona mai così.

    Quasi sempre si parte dal fatto che uno di noi del team si innamora di una cifra estetica, di un linguaggio personale. Mi è accaduto, per esempio, 3 o 4 anni fa, di leggere un articolo su “Elle” che parla di due signori argentini, marito e marito, che ricamano, fanno degli arazzi 9 metri per 9. Delle cose pazzesche. E allora ho detto: “Cavolo, questo è divertente”, e nasce così la collaborazione. Quelli, per dire, non si sarebbero mai sognati di disegnare uno Swatch, ma lo hanno prima creato, poi ci hanno detto: “Ok, solo se lo Swatch è ricamato: a noi una cosa stampata non interessa”. Quindi noi abbiamo poi dovuto trovare chi lo ricamasse e ovviamente l’abbiamo trovato.

    Quando abbiamo presentato il loro orologio a Parigi, in una galleria, in un ambiente molto carino, è venuta un’artista che era stata allo Swatch Art Peace Hotel. È andata da loro, ha raccontato cosa fosse il progetto di Shanghai. A quel punto loro hanno fatto la domanda di ammissione. Un percorso totalmente inverso al solito. E dovrebbe sempre essere così, perché alla fine i progetti Swatch che hanno successo non nascono mai a tavolino. Nascono da un’energia diversa, non definibile in una logica razionalmente aziendale.

    Sono i figli naturali della cultura Swatch, non sono programmati…

    …Esatto. E quando qualcuno mi dice: “Ah, ma oggi dobbiamo capire cosa fare nel 2022”… Dobbiamo capire: sì, è vero, dobbiamo preoccuparci di sapere per chi disegneremo l’orologio del 2022. Ma forse invece no.

  • Carlo Giordanetti: Swatch, dal passato al futuro remoto

    Carlo Giordanetti: Swatch, dal passato al futuro remoto

    È stato intenzionale. Non volevo intervistare Carlo Giordanetti su Swatch, ma parlare con lui di quel che di Swatch abbiamo capito in quasi trentacinque anni di vita e di lavoro. Chiunque possegga una vera cultura del settore lo considera l’orologio che ha salvato la Svizzera delle lancette dal completo fallimento. E non sbaglia.

    In quegli anni l’orologeria svizzera era sottoterra per colpa della tecnologia al quarzo. Le marche svizzere la consideravano una sorta di evoluzione della tecnologia meccanica e la producevano con modalità direttamente mutuate dall’Alta Orologeria: a mano e con metodi da certosini, pazientissimi monaci. Poi arrivarono i giapponesi: macchine, automazione e circuiti integrati. Prezzi bassissimi per orologi micidialmente precisi. I quarzi svizzeri (cui l’intero settore si era dedicato) uscirono dal mercato perché costosi e obsoleti. Ho visto con i miei occhi avvolgere a mano le bobine di un motore per orologi elettronici. Costosi e – appunto – fuori mercato. Ne conservo uno per non dimenticare.

    Le marche svizzere fallivano con una velocità impressionante e uno dei giovani consulenti chiamati a gestire questi funerali commerciali si chiamava Nicolas G. Hayek, svizzero d’origine libanese. Pensò che qualcosa si poteva fare e cominciò a comprare marche, creando un piccolo gruppo che poi prese il nome di Smh. Puntò tutto sull’orologeria meccanica, sul ritorno della tradizione in un ambito comunque d’eccellenza, limitato nei numeri. Perché lo strapotere delle marche giapponesi nel quarzo era assolutamente imbattibile. Poi pensò che qualcosa, però, si potesse anche fare con la tecnologia del quarzo. L’idea era di dimostrare che – volendo – anche gli svizzeri potevano superare qualunque limite di automazione e produrre orologi economici, precisi e per giunta di plastica.

    Ma fin dall’inizio non pensava a numeri stratosferici. Fu lui stesso a raccontarmi che quando andò a chiedere un finanziamento per Swatch, orologio che nel suo business plan avrebbe dovuto vendere un milione di esemplari, chi doveva finanziarlo gli rise in faccia. E da allora imparò a mettere del grano in cascina perché certe volte a chiedere soldi alle banche finisci solo per arrabbiarti. Il resto ve lo racconto un’altra volta. Perché qui non è importante la storia di Swatch, ma il suo significato. Ieri come oggi e – speriamo – domani e più oltre ancora. Perché Swatch, prima d’essere un orologio, è un modo di pensare.

    Ho fatto solo pochissimo editing – tagliando solo un po’ di stupide puttanate personali – perché Carlo Giordanetti parla come un libro stampato. Ah, dimenticavo. Carlo Giordanetti oggi è ufficialmente “Swatch Management, Ceo, The Swatch Art Peace Hotel”.

    Partiamo da quando hai scoperto l’esistenza di Swatch. 

    Swatch l’ho scoperto perché nella mia famiglia per quattro generazioni abbiamo sempre lavorato per aziende svizzere, senza che mai nessuna fosse connessa con l’altra. Negli anni ’84/’85 mio papà andava e tornava spesso da Basilea, e un giorno è tornato con uno Swatch, ma non è che si sapesse bene che cos’era, perché era almeno due anni prima che entrasse nel mercato italiano.

    Erano tristissimi poi i primi…

    No, non più, c’era già stata la prima generazione di creatività. Il mio primissimo era stato il Don’t Be Too Late e subito dopo arrivò il Jellyfish. Ai tempi ero in Unilever, avevo 24 anni, andavamo tutti in ufficio in giacca e cravatta pur essendo nel marketing. Ma avevo questa cosa qua al polso e per questo ero diventato un po’ il figo della situazione, pur essendo un semplice Assistant Product Manager sulla margarina, non proprio glamour! E lì mi ricordo che è scattata una specie di passione proprio per il valore comunicativo dell’oggetto.

    Non ero appassionato di orologi e non mi posso dire appassionato di orologi nemmeno oggi, nel senso nobile del termine, ma è come se io allora avessi capito che quello era un oggetto di comunicazione, prima ancora che un orologio. Mi ricordo quando dicevano: “Va beh, ma costa 50.000 lire”… Sì, ma è più preciso di qualsiasi orologio, di qualsiasi orologio serio che avevamo allora, degli automatici tradizionali che poi perdevano i minuti.

    Sottovalutare Swatch è un errore micidiale che ho fatto anch’io. Ti confesso una cosa terribile: quando cominciai a fare la prima rivista di orologi andai a intervistare Philippe Stern, il padre di Thierry, e facendo il ruffiano in maniera indecorosa gli dissi: “Ma insomma, questa storia degli orologi di plastica…”. Lui mi ferma e mi dice: “Non dica più una parola Veroni, fermo là… Senza quell’orologio di plastica forse Patek Philippe sarebbe in mano a qualche gruppo finanziario e l’orologeria svizzera non esisterebbe più”.

    Bello! E questa storia si è ripetuta diciamo quasi 30 anni dopo, quando è stato presentato il Sistem51. Eravamo nel grande padiglione per raccontare i 30 anni di Swatch, alla fiera di Basilea, e a un certo punto Nick Hayek mi ha mandato a chiamare e ha detto “Portatemi subito tre Sistem51”, che noi naturalmente non avevamo a portata di mano: le corse! Perché lui conosceva questo rispetto, amore, affetto della famiglia Stern per Swatch. Quindi, quando si sono incontrati lui, gli ha dato il nuovo Sistem51. E questi erano davvero felici come pasque, era come il simbolo di un secondo miracolo.

    Per questo il gruppo si chiama Swatch Group, non Omega Group…

    Sì, a un certo punto da Smh siamo diventati Swatch Group, e ricordo che per questo alcuni avevano storto il naso…

    Anch’io, confesso!

    Io ero negli Stati Uniti, ero a New York per Swatch, negli anni in cui c’è stato il cambio del nome: c’era da camminare schisci nei corridoi se incontravi i colleghi di Omega!

    Come sei riuscito a entrare in Swatch?

    In realtà ai tempi (adesso è un po’ diverso), essere nel marketing, soprattutto in una grande multinazionale, faceva molto curriculum. Erano le aziende a chiamarti: era proprio diverso il mondo, mi ricordo che potevi avere uno o due colloqui a settimana… Fui contattato da una “cacciatrice di teste” e andai a Rozzano, un pomeriggio, alla sede italiana del gruppo. Dove fui intervistato dal dottor Bosisio.

    Che non era un personaggino facile…

    No assolutamente, anzi. Ricordo di essere arrivato sulla porta ed essere stato passato ai raggi X. Dopodiché abbiamo iniziato a fare conversazione, e poi è scattato qualche cosa, forse, senza che io mi fossi preparato in alcun modo. Forse fu il fatto che io già conoscessi il marchio, fatto sta che sono entrato in Swatch così, come Sales & Marketing Coordinator. Coordinavo i display dalla Svizzera e insieme al team delle vendite e del marketing facevamo gli ordini delle collezioni. All’epoca funzionava tutto in maniera molto diversa, e soprattutto non c’erano ancora i negozi monomarca, c’erano i clienti.

    La mia prima foto come persona Swatch è su una scala davanti a un negozio in via Paolo Sarpi mentre sto attaccando un adesivo Swatch su una vetrina – in pantaloni di velluto marrone a coste, camicia azzurra e cravatta. Noi anche quello facevamo. È stato un periodo straordinario.

    A quei tempi Smh aveva Omega e Tissot ereditati da De Marchi, il precedente importatore, e poi Swatch: solo quei tre marchi lì e fine. Quando facemmo i primi incontri con i clienti, Omega era OMEGA, anche se diversa da adesso; Tissot comunque un marchio importante per l’Italia, ma con Swatch ci guardavano come se fossimo pazzi. Andavamo nei meeting degli orologiai con i Maxi Swatch e le modelle: dei pazzi. Però presto è cominciato quel fenomeno che è stato italiano più che di qualsiasi altra nazionalità, il concetto di avere questo orologio stravagante, ma comunque preciso e di qualità…

    Aveva un valore aggiunto era pazzesco!

    E portava nei negozi tanta gente! Questa era la grande cosa: sono sicuro che chiunque tu intervistassi dei vecchi negozianti di allora ti direbbe: “Abbiamo dovuto togliere il campanello!” perché non se ne poteva più. Siamo in pratica il marchio che è riuscito a togliere la sicura ai negozi di orologi. Poi è tornata, eh!?

    E c’erano collezionisti insospettabili: ricordo che Gianni Bulgari aveva tutto!

    Ricordo che quando iniziai c’era appena stata l’asta, a Ginevra, in cui Gianni Bulgari aveva comprato tutte le prime serie, tutto quello che c’era stato fino ad allora. E nel cogliere il potenziale da questo segnale c’è stata tutta la genialità di Franco Bosisio, supportato dall’altro genio, Mr. Hayek. Così è iniziato il fenomeno del collezionismo, anche se all’inizio noi non lo abbiamo mai promosso.

    Anzi, lo avete frenato molto.

    In certi momenti sì, perché il signor Hayek ha sempre avuto timore che la cosa fosse vista nel modo sbagliato, che l’azienda fosse giudicata opportunista, in certe situazioni, e lui non lo voleva assolutamente.

    Ed è lì che inventò la distribuzione selettiva.

    Sì, anche perché nel ’97 il fenomeno dei collezionisti è diventato talmente macroscopico che ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa per gestirlo. Quando è nato The Swatch Collectors Of Swatch, con il simbolo delle tre ninfe che si rincorrevano nude nel centro, è proprio perché il signor Hayek ha detto: “Bisogna proteggere quelli che veramente ci credono e non sono speculatori”. Quindi abbiamo creato un mondo dedicato a loro, addirittura il giornale…

    Avete anticipato di 30 anni, se non di 40, qualcosa che nell’orologeria in generale è necessaria adesso: proteggere i collezionisti veri dagli speculatori che comprano per vendere, lucrandoci, ai collezionisti veri.

    Sì, certo, tante volte ci è capitato – anche se io non sono mai stato nel commerciale vero e proprio, piuttosto nel marketing o nella comunicazione – di dover prendere per la collottola dei personaggi per dir loro: “No, troviamo un altro modo, perché così non va bene”. E su questo discorso dei collezionisti credo che abbiamo fatto un buon lavoro, rendendoli molto partecipi della vita del marchio, dell’azienda, con gli eventi e tanto altro che abbiamo creato apposta per loro. Eventi e altro non destinati al pubblico generico in cui i collezionisti avevano un palco riservato. No: iniziative destinate solo a loro.

    Nel pieno del proprio successo Swatch sembrò quasi infastidita dalle luci della ribalta. Nello stesso periodo, se ti ricordi, esplose anche un fenomeno Fossil e circolava la favola di un accordo secondo il quale Swatch non avrebbe rotto troppo le balle in USA a Fossil e Fossil, a sua volta, non avrebbe rotto troppo le balle in Europa. E questo perché Hayek non ha mai amato la competizione, ma il quieto vivere.

    Io ricordo una grandissima lezione: quando qualcuno, in uno dei soliti meeting, faceva l’analisi della concorrenza un po’ con il dito puntato, lui disse: “Ma di cosa state parlando? Grazie a Dio che abbiamo concorrenti. Se non ci fossero saremmo morti. Io sono contento che i concorrenti ci tengano svegli di notte, perché bisogna stare svegli di notte, non dormire”. Questo per dire che è impossibile, un accordo simile sarebbe stato contro ogni suo credo.

    Parliamo delle tecnologie totalmente automatizzate per realizzare gli Swatch. Era una cosa mai vista, e che ancora una volta ha dato origine a leggende. Si diceva che persino Rolex fosse andato a spiare come si realizzavano gli Swatch per vedere se si poteva prendere spunto per una maggiore automazione. E forse in parecchie marche hanno goduto dell’evoluzione tecnologica originata da Swatch e dalle macchine inventate per automatizzarne la produzione.

    Io stesso entrai di nascosto tre volte nella fabbrica, di nascosto ripeto, poi un giorno vado da Hayek, passando per Beatrice Howald, la sua storica segretaria, e gli chiedo di visitare la fabbrica. E lui mi dice: “Ma se ci sei stato tre volte!”. E io: “Vabbè, ma non ho pubblicato niente”. Si è messo a ridere e quindi è stata organizzata una cosa da servizi segreti: per cui dopo lunga trattativa potei portare la mia macchina fotografica, ma ogni volta che finivo con un rullino dovevo passarlo a una persona che mi seguiva passo per passo e prendeva i rullini per farli sviluppare, controllando cosa avessi fotografato. Il giorno dopo, in occasione di un’altra chiacchierata con Hayek, mi vennero consegnate le diapositive “non proibite”!

    È vero, in quel periodo la grande tecnologia di Swatch era “secretata” come certi documenti politici. Una delle grandi sfide attraverso le quali Mr. Hayek convinse gli investitori ad andargli dietro fu proprio il commitment che tutto quello che Swatch avrebbe sviluppato dal punto di vista dell’innovazione tecnologica sarebbe entrato nel circuito dei marchi della società. Ma non all’esterno: facessero da soli, gli altri, se erano in grado. Ancor oggi arrivano progetti che potrebbero esser perfetti per X o Y, ma nella grande maggioranza dei casi prevale la linea Hayek, cioè “prima Swatch”.

    Nick continua giustamente a usare Swatch come base di ricerca tecnologica da cui distribuire a tutte le marche del Gruppo. Pensa alla stessa àncora di plastica del Powermatic 90 che viene da Swatch: e sarà anche di plastica ma funziona benissimo. Anche perché nel gruppo avete persino una fabbrica di polimeri che produce e fa ricerca avanzata.

    Sì, Swatch è sempre rimasta al centro, credo sia così perché tutta l’azienda ha sempre ragionato in maniera molto dinamica, da vero gruppo con un buon centro di gravità intorno al quale ruota tutto: dalle singole marche alle singole sezioni che producono componenti. E persino la fase creativa poteva esser condivisa, in certe fasi.                                                               (continua)